Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/08/2026
Il ministro della difesa Israel Katz, un fiero criminale di guerra
Il Ministro della Difesa Israel Katz ama vantarsi dei suoi Crimini di Guerra. Non ce n’è praticamente nessuno di cui non vada fiero, quasi nessun Crimine Contro l’Umanità che non abbia minacciato di commettere.
Come un piccolo criminale, Katz si vanta in egual misura dei crimini di cui è responsabile e ancor di più di quelli con cui non ha avuto nulla a che fare. Katz, un piccolo e astuto uomo d’affari che si atteggia a Ministro della Difesa, privo di reale influenza, blatera incessantemente dei suoi crimini.
Così, ogni volta che ordina all’esercito di occupare e radere al suolo un altro campo profughi in Cisgiordania, Katz annuncia con grande enfasi: “Guardate i semi di distruzione che ho piantato”.
La tempistica è ovviamente trasparente: sono le primarie del Likud. Ma il fatto che i Crimini di Guerra siano la chiave per la popolarità della sua base elettorale ci mostra quanto in basso sia sceso il dibattito pubblico in termini morali.
Ci sono stati Criminali di Guerra ben peggiori di Katz nello Stato di Israele, ma nessuno si è mai vantato dei propri crimini con tanta fierezza. Anzi, Katz ha dato il via a una nuova tendenza: “Ehi, guardatemi, un Criminale di Guerra”, si vanta. “Votate per i responsabili del trasferimento forzato e del Genocidio. Non vergognatevi”.
Questa settimana, Katz ha nuovamente rilasciato una dichiarazione in cui proclamava la sua direttiva di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania ed espellerne i residenti. Ecco come vanno le cose quando i crimini vengono normalizzati e legittimati.
Quasi nessuno è stato ritenuto responsabile quando Israele ha espulso circa 20.000 residenti del campo di Jenin e lo ha distrutto nel gennaio 2025 e, poco dopo, ha fatto lo stesso con due campi profughi a Tulkarm. Le vite di decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali povere, indigenti e innocenti, sono state distrutte.
Dobbiamo forse ricordare che si tratta di rifugiati di terza e quarta generazione, che Israele ha espulso dai loro villaggi nel 1948 senza mai permettere loro di tornare? Dobbiamo forse spiegare che Israele è responsabile del loro destino? E ora, non viene loro permesso di tornare alle proprie case nei campi, alcuni dei quali sono stati rasi al suolo. Comunità vivaci e densamente popolate si sono trasformate in città fantasma.
Conoscevo bene il campo di Jenin. Non ce n’era un altro simile in Cisgiordania, con quel mix di determinazione, coraggio e orgoglio, uniti a calore e generosità. Sì, il campo di Jenin, che è stato definito “un nido di calabroni”. Sì, lì c’erano più uomini armati che in altri campi, così come laboratori per la fabbricazione di bombe. Li ho visti. Ma il campo non si è arreso nella sua lotta per la libertà. La soluzione di Israele è stata quella di distruggerlo.
Lo stesso è accaduto a Nur al-Shams e Tulkarm: non esistono più, i loro abitanti sono sparsi per la Cisgiordania, rannicchiati nelle case dei parenti da quasi due anni.
Katz vuole proseguire con questo programma pilota. Balata e i vecchi e nuovi campi di Askar sono nel suo mirino. Da lì, si sposterà sui campi del centro e del Sud della Cisgiordania, finché non ne rimarrà più uno in piedi da Dheisheh ad Al-Fawar. E perché solo i campi? Poi toccherà ai villaggi e alle città, anch’essi sede della Resistenza all’Occupazione. Nakba 2.0 è stata eseguita tra gli applausi degli elettori delle primarie del Likud.
Qualche mese fa, Katz è stato invitato alla conferenza di Canale 14, dove ha proclamato che in “24 villaggi libanesi, con centinaia di abitanti, abbiamo distrutto ogni struttura, non casa per casa, ma interi villaggi”. E c’era di più a Gaza: “Luoghi che ricordate, come Shujaiyeh e Jabalya, oggi non esistono più. Sono stati distrutti. Non vedo case, solo la spiaggia”. La poetica di un Ministro dello Sterminio.
Se lo Stato di Israele avesse un vero sistema giudiziario, Katz sarebbe stato arrestato all’uscita dall’auditorium. Se la comunità internazionale avesse un sistema giudiziario efficace, Katz sarebbe stato inserito nella lista dei più ricercati al mondo.
Katz è lì per deridere la ridicola propaganda israeliana, che dice al mondo che Israele rispetta il Diritto Internazionale e non danneggia intenzionalmente i civili. Fornisce la prova più schiacciante di tutte: non c’è bisogno che organizzazioni per i diritti umani o un tribunale indaghino. Israele sta distruggendo intere regioni, una distruzione fine a se stessa, per soddisfare la sete di vendetta e di sangue degli elettori delle primarie del Likud.
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30/07/2026
Traffico a Washington, vista su Hormuz
Non sappiamo se la decisione iraniana di colpire una base statunitense in Giordania, ieri sera, sia stato un modo per far capire che anche Teheran è pronta a tutto, rompendo lo schema narrativo per cui sono gli Usa e Israele a dettare i tempi della guerra e delle incerte “trattative” che sembrano riaprirsi ad ogni “tregua”. Ma è certamente la prima volta che l’Iran assume l’iniziativa, sia pur limitata, proprio mentre l’aviazione statunitense – insieme a quella saudita – prendeva di mira le milizie sciite in Iraq.
Come si vede la guerra riguarda tutto il Medio Oriente, dal Libano al Golfo Persico, contrapponendo in ogni singolo Paese le parti più allineate con i soggetti determinanti (Usa/Israele e Iran) e sollecitando mosse anche relativamente “autonome”, ma sempre secondo uno schema tutto sommato “bipolare”.
Sta di fatto che Netanyahu era arrivato a Washington nel momento più basso della sua infame carriera genocida.
Praticamente nessun Paese del mondo vorrebbe averci pubblicamente a che fare se non ci fosse l’ombra del “Grande Protettore” americano. Ma anche quest’ultimo ha dovuto di recente marcare una qualche distanza con quel “pazzo fottuto” (Trump dixit) che ancora governa a Tel Aviv ma vede ormai vicine le elezioni che potrebbero segnare la sua fine (lo aspettano un paio di processi – per corruzione non per crimini di guerra, per carità... – e probabilmente la galera o l’esilio).
Il quadro interno all’entità sionista presenta problemi di iper-concorrenza, non certo di impostazione strategica. La gara è tra chi vuole massacrare di più (palestinesi, arabi, iraniani, ecc.), quasi senza voci contrarie. I rapporti con i vicini invece sono più problematici.
L’accordo sul programma nucleare saudita, concesso da Trump nella convinzione di legare così più strettamente la dinastia Saud agli interessi statunitensi, è invece una preoccupazione per chi – come Israele – ha fatto dell’esclusiva atomica (illegale, secondo tutti i trattati internazionali vigenti) l’asse portante della propria aggressività mirante alla “Grande Israele”.
In pratica, da Tel Aviv si vede crescere un pericoloso concorrente che potrebbe affiancare nel medio termine l’ostilità della Turchia dopo aver peraltro stretto un accordo di reciproca difesa col Pakistan, che l’atomica ce l’ha già ed anche i missili per usarla.
Tanto più se, contemporaneamente, i Paesi arabi del Golfo spalancano le porte alla proposta omanita (concordata con Teheran) di applicare in futuro una “tassa volontaria” per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.
Una bozza di intesa che promette all’Iran entrate finanziarie minori rispetto a quanto preteso nelle ultime settimane, ma in cambio del riconoscimento di fatto della doppia sovranità (Iran-Oman) sullo Stretto. Per quelle economie, d’altro canto, la chiusura di Hormuz rappresenta un disastro senza pari, cui bisogna metter fine il prima possibile, pagando il prezzo dovuto.
Entrare alla Casa Bianca con l’acqua alla gola ed uscirne – per quanto dalla porta di servizio, stesso trattamento offerto a Zelenskij – con la formale assicurazione di essere con Trump “sulla stessa linea per quanto riguarda l’Iran” è certamente una mezza vittoria per l’ex “testa di cuoio” da oltre venti anni al potere.
Mezza, però, e per un arco temporale non lunghissimo. La contestazione organizzata dai gruppi antisionisti durante la sua visita è stata tale da arrivare a sfiorare il corteo delle auto che lo portava alla Casa Bianca.
Un “ricordati che devi morire”, citando Massimo Troisi, che segnala quanto anche per l’America l’“amicizia ferrea” con Israele sia ormai più un problema che una risorsa.
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29/07/2026
Per difendersi dai coloni i palestinesi riavviano i Comitati Popolari
Volontari scrutano per tutta la notte la campagna intorno ai villaggi, facendo turni di guardia. Un fruscio, il più piccolo movimento, viene monitorato e segnalato a sentinelle in altri punti sensibili e agli altri villaggi attraverso chat dedicate su WhatsApp. Sono in maggioranza giovani, spesso adolescenti. Non hanno armi, nelle mani stringono solo torce per illuminare e mandare segnali. In alcune aree hanno accumulato pietre pronte da lanciare contro i coloni israeliani intenzionati a compiere raid nei loro villaggi. Hanno nascosto anche qualche bastone. «Per autodifesa, perché il fine di questo sistema è solo quello di scoraggiare, con una massiccia presenza di persone nelle strade, i coloni dall’attaccare le nostre case», ci spiega N.A., un giornalista di Ramallah che segue lo sviluppo del coordinamento dei comitati popolari palestinesi ritornati in vita per proteggere villaggi e comunità sotto attacco.
«L’organizzazione dei comitati migliora di giorno in giorno e così la determinazione della nostra gente», aggiunge. «Non sempre si riesce a fermarli, ma la mobilitazione di tante persone ha già avuto un effetto deterrente, almeno nei centri più grandi e meno in quelli piccoli e isolati che sono più difficili da salvaguardare».
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, i coloni in Cisgiordania, inizialmente, si sono lanciati in raid punitivi contro la popolazione palestinese, poi hanno messo in atto una strategia di sfollamento e occupazione di terre. Decine di piccole comunità sono state costrette a fuggire sotto la minaccia di bande di coloni armati. Dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi hanno dovuto lasciare le proprie case a causa della combinazione di violenza e demolizioni, riferisce OCHA (Onu). Nel 2026, aggiunge, la media è stata di sei attacchi al giorno con morti, feriti e danni alle proprietà palestinesi. Dopo gli scontri avvenuti venerdì scorso a Tell (Nablus) – seguiti da una sparatoria nella quale sono rimasti uccisi quattro palestinesi, un colono e un soldato israeliani – dagli insediamenti coloniali sono partite spedizioni punitive con incendi di abitazioni, moschee, terreni agricoli e auto in vari villaggi palestinesi. L’esercito israeliano ha fatto ben poco per fermare i coloni. Al contrario, ha chiuso i palestinesi nei loro centri abitati e avviato perquisizioni a tappeto, concluse con decine di arresti.
«L’organizzazione dell’autodifesa è stata naturale, inevitabile, perché siamo stati abbandonati a noi stessi. Ci troviamo di fronte a coloni sostenuti dal loro governo che diventano sempre più violenti e prepotenti. Dobbiamo proteggere i nostri cittadini», dice al manifesto Bahaa Fuqaha, vicesindaco di Sinjil, a est di Ramallah, uno dei villaggi palestinesi maggiormente presi di mira in quella zona assieme a al-Mughayyir, Turmus Ayya, Deir Jarir, Abu Falah, Jiljilya e Taybeh. «Per lungo tempo abbiamo continuato a chiamare la polizia e l’esercito per impedire le scorribande dei coloni. Non serve a nulla. Di solito i soldati non arrivano e, se intervengono, lo fanno in aiuto degli autori e non delle vittime delle violenze», denuncia Fuqaha. Sinjil, circondato da un’alta recinzione e dal filo spinato per disposizione delle forze armate israeliane – i suoi giovani sono stati accusati di lanciare pietre contro le auto dei coloni – è tenuto sotto pressione da sei avamposti coloniali. «Da quando hanno costruito la recinzione», sottolinea Fuqaha, «Sinjil ha perduto l’accesso a centinaia di ettari di terre agricole e venti famiglie non hanno più una casa».
Walid, un volontario del comitato di autodifesa, che ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome, ci spiega i passi che vengono compiuti in caso di incursione dei coloni. «Quando siamo certi del loro arrivo, lanciamo l’allerta a tutti i punti di sorveglianza», dice. «Subito, con WhatsApp, diamo l’ordine di mobilitazione, anche con l’aiuto degli altoparlanti delle moschee, e avvertiamo i villaggi vicini. Poi scendiamo in strada a centinaia. La vista di tante persone scoraggia i coloni, inducendoli a non avanzare». A volte funziona, molte altre no, precisa Walid. «Ma non è più come prima», aggiunge perentorio. «Abbiamo subito per troppo tempo. La paura è passata, ora è tempo di difenderci».
I comitati popolari di autodifesa provvedono anche a raccogliere donazioni per le famiglie che hanno perduto la casa, l’automobile e le coltivazioni date alle fiamme e per coloro ai quali i coloni hanno sottratto pecore e altri animali. Lo stesso accade in altri villaggi nei distretti di Nablus e Ramallah e a sud di Hebron, nella zona di Masafer Yatta, aree ad alta concentrazione di estremisti di destra. A Silwad, quando si avvicina il pericolo, scatta la sirena d’allarme. Anziani, donne e bambini vengono trasferiti in abitazioni più protette, mentre i giovani si ammassano all’ingresso del villaggio per tenere indietro gli aggressori. Che la paura abbia lasciato il posto a una difesa popolare organizzata lo conferma Jihad Ramadan, un attivista di Tell, teatro della sparatoria di venerdì. «L’esercito interviene solo quando pensa che i coloni siano in pericolo. Perciò ci siamo organizzati per difendere le nostre vite, senza più timore», ha detto in un’intervista a una tv locale.
A cosa porterà l’escalation cercata e voluta dai coloni è la domanda che si pongono un po’ tutti. Sullo sfondo c’è l’ipotesi di una rivolta di massa dei palestinesi sotto occupazione. Ma coloro che in questi giorni parlano maggiormente di una Terza Intifada che cova sotto la cenere non sono i palestinesi, bensì funzionari israeliani della sicurezza, attuali ed ex, che ritengono che la Cisgiordania si stia rapidamente avvicinando al punto di rottura e che l’attuale governo stia creando le condizioni per uno scontro incontrollabile.
Lo Shin Bet israeliano avverte che i comitati palestinesi di autodifesa potrebbero trasformarsi in «modelli di resistenza». Invece, per l’analista Ghassan Khatib, il ritorno sulla scena dei comitati popolari, sorti spontaneamente durante la prima Intifada (1987-1993), è importante soprattutto da un punto di vista sociale, perché risponde al bisogno espresso da milioni di palestinesi minacciati. «Il terrorismo dei coloni ha innescato una reazione: la nostra gente si sta unendo», afferma.
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26/07/2026
Israele tiene chiuso il corridoio medico con Gaza. I malati gravi non saranno trasferiti
La chiusura del corridoio medico tra Gaza e la Cisgiordania continua a trasformarsi, giorno dopo giorno, in una condanna per migliaia di malati che avrebbero la possibilità di essere curati a pochi chilometri di distanza.
Domenica la Corte suprema israeliana ha respinto la petizione presentata da cinque organizzazioni israeliane, Gisha, HaMoked, Medici per i Diritti Umani, Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) e Adalah, che chiedevano la riapertura del corridoio medico tra Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Dal 7 ottobre 2023 Israele ha infatti bloccato i trasferimenti dei pazienti palestinesi verso gli ospedali della Cisgiordania occupata, interrompendo un sistema che per anni aveva consentito migliaia di cure specialistiche impossibili da effettuare nella Striscia.
La decisione dei giudici conferma la chiusura del corridoio e lascia senza prospettive di cure mediche migliaia di persone. La Corte ha inoltre “suggerito” che i pazienti vengano trasferiti in altri Paesi, una soluzione che le ong definiscono irresponsabile nonché irrealistica rispetto all’entità dell’emergenza.
Secondo i dati diffusi dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione mondiale della sanità, sono almeno 18.500 i palestinesi di Gaza che necessitano di cure mediche urgenti fuori dalla Striscia, tra i quali 4.000 bambini.
Molti soffrono di tumori, gravi patologie cardiache, malattie rare o hanno riportato ferite gravissime durante la guerra che richiedono interventi specialistici impossibili da effettuare negli ospedali ormai al collasso di Gaza.
Si stima inoltre che almeno 1.500 pazienti siano già morti mentre attendevano l’autorizzazione al trasferimento. Oggi il numero delle evacuazioni mediche rappresenta appena il dieci per cento di quello registrato prima dell’ottobre 2023.
«La Corte suprema ha risposto in modo politico a una questione di carattere giuridico», ha dichiarato Milena Ansari, direttrice per i Territori occupati di Medici per i Diritti Umani. «Abbiamo esposto gli obblighi legali di Israele, l’urgente realtà umanitaria sul campo e le vite già perse in attesa di cure mediche. Nessuno di questi argomenti è stato confutato. Invece di affrontarli, la Corte ha scelto di scaricare la responsabilità su Stati terzi. In ogni caso, ciò non esonera Israele dai suoi obblighi».
Le organizzazioni ricorrenti ricordano che, in base al diritto internazionale umanitario e alla Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante ha il dovere di garantire alla popolazione civile sotto il proprio controllo l’accesso alle cure mediche.
Israele respinge questa interpretazione sostenendo di non esercitare più un’occupazione diretta della Striscia dopo il ritiro del 2005, una posizione contestata dalla gran parte degli organismi internazionali, comprese le Nazioni Unite, che continuano invece a considerare Gaza un territorio occupato per il controllo esercitato sui confini, sullo spazio aereo e sulle acque territoriali.
Prima della guerra, centinaia di malati oncologici, cardiopatici e pazienti pediatrici attraversavano non senza difficoltà il valico di Erez per essere ricoverati negli ospedali di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e in qualche caso anche in Israele.
Quel sistema è stato completamente interrotto dopo il 7 ottobre 2023. I trasferimenti verso Egitto, Giordania o altri Paesi, organizzati con il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità e di altri organismi internazionali, riguardano soltanto un numero limitato di casi e restano largamente insufficienti rispetto ai bisogni della popolazione.
La decisione dei giudici della Corte Suprema è stata accompagnata da forti proteste anche da parte di alcuni medici israeliani. Michal Feldon, pediatra del Centro medico Yitzhak Shamir, ha definito l’udienza «una farsa di un regime fascista».
In un intervento pubblicato sui social ha denunciato la presenza nell’aula del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir accanto agli avvocati dello Stato e il rifiuto della Corte di ascoltare le testimonianze di cinque specialisti degli ospedali Shaare Zedek, Ichilov, Hadassah, Kaplan e Sheba.
I giudici hanno inoltre disposto la rimozione della relazione presentata dalla ginecologa statunitense Ambreen Sleemi, che ha lavorato per sei settimane nell’ospedale Nasser di Khan Younis. La dottoressa aveva documentato casi diffusi di malnutrizione tra le donne incinte, la cronica carenza di medicinali, antibiotici e sangue, neonati affetti da gravi malformazioni non curabili a Gaza, pazienti oncologici in attesa da mesi di un trasferimento e ferite infette che conducevano alla morte.
Secondo le organizzazioni ricorrenti, invece di valutare il contenuto della perizia, la Corte si è concentrata sulle critiche espresse dalla medica sui social nei confronti di Israele e delle sue forze armate.
Il sistema sanitario di Gaza continua intanto a collassare. La maggior parte degli ospedali è stata distrutta o gravemente danneggiata e quelli ancora funzionanti operano solo parzialmente, tra carenze croniche di elettricità, carburante, anestetici, farmaci essenziali e materiale chirurgico.
Le équipe mediche denunciano da mesi l’impossibilità di garantire non solo le cure specialistiche, ma spesso anche gli interventi d’urgenza. Per migliaia di pazienti, la possibilità di lasciare Gaza per essere curati rappresenta ormai l’unica speranza di sopravvivenza.
Per le organizzazioni umanitarie la priorità resta salvare i malati. «Le conseguenze della decisione del tribunale si misurano nella vita dei pazienti di Gaza in attesa di cure mediche urgenti», avverte Milena Ansari.
«Ogni giorno che il corridoio rimane chiuso, altri pazienti perdono la speranza di sopravvivere. Una potenza occupante è obbligata a garantire alla popolazione sotto il suo controllo l’accesso all’assistenza medica».
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25/07/2026
La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media...
Ciò che gli Stati Uniti stanno facendo attualmente è una rapida ristrutturazione per adattarsi a condurre una prolungata guerra di logoramento nella regione mediorientale.
Chiunque pensi che gli Stati Uniti non possano impegnarsi in guerre di logoramento, che fanno parte della loro dottrina militare, si sbaglia. Ma la domanda più importante è: gli Stati arabi possono sopportare le conseguenze di una guerra di logoramento tra Iran e Stati Uniti?
Le azioni dell’attuale amministrazione statunitense sotto Trump, dalla creazione di crisi commerciali con alleati vicini come Canada e Messico, alla minaccia militare diretta di annettere la Groenlandia, fino a spingere la regione sull’orlo di una guerra con l’Iran che non è un’opzione convenzionalmente praticabile, indurrebbero solo gli ingenui a credere di avere a che fare con un presidente folle che guida scenari di imprudenza politica, follia e avventurismo economico.
Trump sta portando avanti un piano terrificante che trascende la copertura mediatica e le analisi politiche superficiali. E se questa distruzione e smantellamento sistematico del vecchio ordine mondiale fosse l’obiettivo letterale e deliberato di un “piano generale” ideato ed eseguito alla perfezione nel caos controllato delle stanze oscure di Washington?
Il mondo intero oggi dipende geograficamente dallo Stretto di Hormuz e dal petrolio mediorientale.
I dati confermano che:
- Il Giappone importa il 75% del suo fabbisogno di petrolio dal Medio Oriente.
- L’India dipende dalla stessa fonte per il 60% del suo fabbisogno.
- L’Europa e la Cina dipendono dalle rotte di approvvigionamento del Golfo per il 20% del loro fabbisogno.
Ecco il fulcro del piano Trump. Se Trump trascinasse la regione in un confronto militare aperto e prolungato con l’Iran, la prima inevitabile conseguenza sarebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz, seguita da quella dello Stretto di Bab el-Mandeb, e il blocco totale del flusso di petrolio mediorientale.
E in quel momento l’economia globale crollerebbe e i prezzi dell’energia in Europa e in Asia schizzerebbero alle stelle, raggiungendo livelli senza precedenti e paralizzando fabbriche e città.
Ma, dove si colloca il Nord America in questo collasso? Qui risiede l’oscuro genio strategico dell’Uomo Arancione:
- Il Nord America non ha bisogno del petrolio mediorientale; gli Stati Uniti hanno enormi riserve, il Canada si trova sopra vasti giacimenti petroliferi e il Venezuela, che è stato occupato, possiede le maggiori riserve petrolifere del pianeta.
- Non si tratta solo di petrolio e gas; la questione si estende all’azoto e ai fertilizzanti, essenziali per la produzione alimentare globale.
- Il Medio Oriente è il principale fornitore di questi materiali e, una volta interrotte le forniture, il mondo (soprattutto Europa e Asia) avrà solo due fonti di cibo ed energia: il Nord America e la Russia.
Pertanto, Trump si trasforma in un ingegnere che monopolizza gli elementi essenziali della vita umana, rendendo il mondo intero dipendente e asservito alle risorse che controlla.
L’aspetto più cruciale del piano di Trump è rispondere alla domanda fondamentale su cui si basa l’egemonia americana: come si proteggerà l’America dal collasso finanziario quando il suo debito sovrano raggiungerà i 39 trilioni di dollari?
Il sistema tradizionale di ogni amministrazione americana ha sempre temuto che le nazioni creditrici (come Giappone, Cina, Taiwan, Corea del Sud, Unione Europea e Stati del Golfo) avrebbero abbandonato i titoli di stato americani per rifugiarsi nell’oro, nello yuan cinese, nel franco svizzero o adottando il cambio valutario locale come base per gli scambi commerciali, il che avrebbe significato il crollo dello “schema Ponzi” finanziario americano centrato sul dollaro.
Tuttavia, con l’attuazione del piano per rendere il mondo un paradiso energetico e alimentare, queste nazioni creditrici si trovano intrappolate; hanno un disperato e continuo bisogno di acquistare energia e cibo americani per sopravvivere.
E da dove proverranno i soldi per queste risorse? Saranno pagati riciclando i loro fondi e titoli di stato all’interno della stessa economia americana.
Trump sta conducendo una battaglia pericolosa e ambiziosa che minaccia la sicurezza globale se dovesse sfuggire al suo controllo. Sta trasformando la più grande debolezza storica dell’America (il debito) nella più grande arma di soggiogamento. Ha intrappolato i creditori, impedendo loro di abbandonare il dollaro perché sono semplicemente intrappolati all’interno della fortezza.
La conclusione geopolitica è che il “Nuovo Ordine Mondiale”, basato sulla globalizzazione, il libero scambio e la protezione gratuita degli alleati, è morto e sepolto.
Ciò che Trump sta facendo è creare quella che viene definita “la rete tecnologica”, che sta trasformando il continente nordamericano (Stati Uniti, Canada, Messico e Groenlandia, ricchi di terre rare) in una fortezza economica e militare chiusa, dotata di assoluta autosufficienza e in grado di controllare le catene di approvvigionamento globali attraverso monopoli sulle materie prime e il dominio sulle rotte marittime e terrestri.
Trump non sta agendo in modo sconsiderato. Piuttosto, sta attuando una strategia spietata per smantellare il “vecchio impero globale americano” che prosciuga le risorse dei contribuenti statunitensi e ricostruirlo come un “monopolio brutale” che lascia il mondo nel caos e nelle guerre, mentre Washington siede sul trono delle risorse, dettando le proprie condizioni e costringendo tutti a inginocchiarsi in segno di sottomissione per sopravvivere.
Non è un sistema stupido; è un nuovo, brutale ordine mondiale gestito con la mentalità di un magnate immobiliare e di un grande monopolista, proprio come il dollaro si è trasformato sotto i nostri occhi da strumento di commercio globale in una frusta punitiva usata per tarpare le ali alle potenze emergenti.
Trump ha dato al mondo il tempo di affrontare lo shock, il tempo di assorbirlo e il tempo di placare le reazioni. Sta avvelenando l’economia globale e le somministra occasionalmente degli antidolorifici, ma la sta lentamente uccidendo, di una morte pietosa.
Il mondo non è del tutto stupido, e c’è chi lo capisce. Trump sta per compiere un passo pericoloso verso le linee rosse dei suoi rivali, e le conseguenze non saranno positive, soprattutto perché il campo di battaglia inizierà a Est. In breve, stiamo bussando alle porte di una nuova era di schiavitù digitale. Il mondo si orienterà verso il trumpismo, o assisteremo al crollo di un impero per mano di un buffone audace e ambizioso?
Oltre la superficialità dei media... un po’ più a fondo.
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24/07/2026
Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta...
Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla”.
Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.
Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo, anzitutto, a vederle una per una.
Guerra all’Iran
Trump ha anticipato in esclusiva al sito Axios, tramite il sedicente giornalista Barak Ravid – già ufficiale dell’intelligence israeliana, come membro della famigerata Unità 8200 – che “sta per prendere” la decisione di estendere gli attacchi contro Teheran ovviamente “in una misura mai vista prima” (non c’è mai nulla di “normale” nella narrativa del tycoon).
L’unico dubbio residuo riguarderebbe le “conseguenze”, che già si vedono sui mercati finanziari: petrolio sopra i 100 dollari al barile, borse di nuovo in calo, titoli di stato in svalutazione continua.
Il tutto, incredibilmente, giustificato con la difficoltà di riaprire lo Stretto di Hormuz e le nuove perdite di soldati americani nelle basi colpite da missili e droni iraniani. Ovvero con due “conseguenze” della decisione “suggerita” da Netanyahu e dal Mossad di avviare una “guerra lampo”, ormai cinque mesi fa.
Fino al 27 febbraio, va ricordato, transitare per Hormuz era gratuito e sicuro, ed anche i soldati Usa nell’area campavano tranquilli, anche se per nulla amati. Allargare la guerra per tornare al punto di partenza non denota una profondità di pensiero strategico, anzi...
Tanto più che tutti gli analisti militari statunitensi interpellati in queste settimane concordano sul fatto che una “guerra aerea” come quella condotta fin qui può raggiungere molti obbiettivi ma “ha dei limiti, che sono stati probabilmente raggiunti”.
Ottenere di più, contro un Paese che da 47 anni vive attendendo l’attacco di Usa e Israele, e che per questo ha sviluppato una capacità militare-industriale in città sotterranee, implica necessariamente “mettere gli scarponi sul terreno”, avviando operazioni di terra che comporterebbero sicuramente perdite significative di uomini e mezzi.
Ossia quel che preoccupa questa amministrazione, che vedere crescere l’ostilità alla guerra persino nel suo mondo “Maga” (+13% in un solo mese), e fa sempre più fatica ad ottenere il via libera del Congresso per aumentare la spesa militare (37 miliardi per questa guerra, finora, quelli dichiarati; ma sono sicuramente di più, visto che i danni subiti dalle basi nel Golfo sono stati fin qui ampiamente censurati).
La minaccia, insomma, dicono sempre gli ex militari interpellati, è per ora inconsistente, dato che non sono state portate nell’area truppe aggiuntive rispetto a cinque mesi fa. Si può insomma bombardare un po’ di più, commettendo anche qualche crimine di guerra in più, ma se l’Iran – come pare accertato – è disposto a resistere, non cambia granché.
Affermare ora, come fa il tycoon, che “distruggeremo un ponte o una centrale elettrica per ogni nave colpita nello Stretto” è un segnale di frustrazione che dura anche poco. Non è infatti assolutamente detto che le società proprietarie delle navi commerciali che devono passare per Hormuz siano disposte a farsi bombardare fidandosi delle promesse statunitensi (“vi proteggeremo noi”), neanche dietro la promessa di “usare i fondi congelati iraniani per risarcire i danni”, soltanto per dare a Trump una “buona scusa”.
Facciamo notare, en passant, che la restituzione di quei fondi era uno dei 14 punti del Memorandum e quindi di ogni possibile trattativa di pace futura. Usarli per altri scopi toglie una carta importante in mano agli Usa.
I dazi
Dopo che la Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da Trump – aveva bocciato la sua precedente ondata di aumenti tariffari per tutti i paesi del mondo, la storia sembrava chiusa.
Invece la Casa Bianca ha annunciato giovedì un nuovo ciclo di dazi fino al 12,5% contro 60 partner commerciali, evitando così la sospensione delle tasse sulle importazioni che sarebbe scattata proprio oggi.
La nuova ondata di tariffe sfrutta un’indagine avviata a marzo dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, per verificare se i partner commerciali avessero omesso di bloccare efficacemente le merci prodotte con “lavoro forzato”, considerato come un elemento di “concorrenza sleale” (non un crimine, ci mancherebbe).
Tutto dipende oltretutto da una valutazione unilaterale statunitense, secondo cui i paesi che hanno formalmente vietato il lavoro forzato “ma non lo applicano efficacemente” saranno soggetti a un dazio del 10%. Le merci di altre nazioni saranno soggette a un’aliquota del 12,5%.
Prudentemente petrolio e gas, alcuni fertilizzanti e alcuni prodotti alimentari provenienti in genere da paesi in cui il lavoro è semi-schiavistico sono tra le merci esentate, altrimenti ci sarebbe un’esplosione dei prezzi per l’improvvisa carenza di forniture.
L’amministrazione Trump si muove insomma alla ricerca di basi legali più solide per giustificare l’aumento delle tariffe da quando la Corte Suprema ha stabilito all’inizio di quest’anno che l’International Emergency Economic Powers Act – la legge invocata in quel caso – non autorizza il presidente a imporre dazi all’importazione.
La Casa Bianca, insomma, non ha cambiato la sua agenda in seguito al niet della Corte, ma ricorre a nuove leggi commerciali man mano che le precedenti autorizzazioni scadono o affrontano sfide legali. Una serie di trucchi ad hoc, o una serie di toppe messe su buchi che diventano sempre più larghi.
Il nucleare saudita
L’accordo con Riad siglato ieri è una bomba innescata. La concessione Usa viola infatti i trattati di non proliferazione nucleare esistenti, visto che non è in potere degli Stati Uniti di decidere unilateralmente chi può arricchire l’urano e chi no. Ma chissenefrega dei trattati e del diritto internazionale, ormai... Giusto?
In secondo luogo, secondo alcune versioni, questo programma nucleare sarebbe esentato dai controlli dell’Aiea. Secondo altre versioni invece no. In ogni caso viene decisamente indebolita la posizione Usa nel “contenzioso” con l’Iran, visto che non è possibile spiegare perché invece Teheran dovrebbe rinunciarvi mentre i vicini lo sviluppano.
In terzo luogo, la concessione sarebbe subordinata alla piena adesione dell’Arabia Saudita agli “Accordi di Abramo”, ovvero alla normalizzazione anche formale dei rapporti con Israele. Nelle stesse ore, però, l’ennesima marcia dei coloni sionisti sulla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, mostra l’ostacolo più grande proprio sulla strada della “normalizzazione”. Come può “il Custode della Mecca” – ossia la dinastia Saud – accettare che uno dei luoghi più sacri dell’Islam (sotto la sua “protezione” almeno religiosa) sia di fatto rapinato e requisito da Israele?
In quarto luogo, proprio Tel aviv è sempre stata ferocemente contraria allo sviluppo di capacità nucleari concorrenti con la propria (peraltro illegale, non avendo mai aderito agli accordi di non proliferazione né, tanto meno, accettando controlli dall’Aiea). Per questo aveva bombardato più volte l’Iraq sotto Saddam, nonché condotto campagne di eliminazione fisica di scienziati nucleari iraniani, attentati contro i laboratori, ecc.
Mantenere l’esclusiva in campo nucleare è per i governi sionisti “un’assicurazione sulla vita”. Avere ai confini una potenza nucleare è vissuto come una minaccia esistenziale, anche se si tratta dell’Arabia Saudita (che però, intanto, si era cautelata stringendo un accordo di mutua difesa con il Pakistan, che ha sia l’atomica che i missili per lanciarla).
La mossa Usa, insomma, pensata probabilmente per rafforzare l’alleanza con Bin Salman e magari farlo recedere dall’adesione ai Brics, innesca un nuovo e pesantissimo ordigno nel già non proprio pacifico Medio Oriente. Ovvero sotto la stabilità dei mercati energetici del mondo intero.
Si dice spesso che “c’è una logica dietro questa follia”. La molla è facilmente individuabile nella complessiva crisi di egemonia dell’imperialismo a dominanza Usa. Ma la risposta scomposta rivela che ci sono molte logiche in azione, non soltanto una. E quindi che la follia domina anche quando ogni singola mossa sembra essere “ragionata”.
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Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita
Al mosaico della questione nucleare in Medio Oriente si sta aggiungendo una nuova tessera: l’Arabia Saudita.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Stati Uniti e l’Arabia Saudita, avrebbero concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare.
L’accordo prevederebbe condivisione e trasferimenti tecnologici in materia di nucleare civile. Inutile dire che questo accordo avrà un effetto potenzialmente dirompente per la regione. Innanzitutto per Israele che dopo essersi opposta anche militarmente al nucleare iraniano guarda ora con preoccupazione all’accordo sul nucleare tra USA e Arabia Saudita, al quale si è sempre opposta.
L’accordo, noto come “1-2-3 Agreement”, permetterebbe all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare civile che includerà, dopo uno studio congiunto sulla fattibilità economica, la possibilità di arricchire uranio o riprocessare plutonio sul proprio suolo. E’ stato sottoscritto dal principe saudita Bin Salman e dal Segretario all’Energia statunitense Chris Wright.
In realtà l’ambizione nucleare di Riad era scritta nero su bianco da anni, ed era stata posta come una delle condizioni per l’eventuale firma degli Accordi di Abramo con Israele. Così come è difficile sorvolare sul fatto che l’atomica pakistana sia stata finanziata dall’Arabia Saudita già dagli anni Settanta e che proprio il recente accordo tra i due paesi preveda la copertura nucleare pakistana a Riad in caso di minacce da parte di altre potenze atomiche.
Insomma l’Arabia Saudita non nasconde di vedere l’opzione e semmai anche la deterrenza nucleare nel proprio orizzonte.
La Casa Bianca però dovrà ora tenere conto del parere del Congresso su questo accordo con l’Arabia Saudita. L’accordo non include il principio definito impropriamente Gold Standard, una clausola “che impedirebbe al regno di arricchire l’uranio e riprocessare il combustibile nucleare esaurito, entrambe potenziali vie per la produzione di armi nucleari”.
Questa clausola venne invece imposta nel 2009 agli Emirati Arabi Uniti per la costruzione della loro prima centrale nucleare.
Ma questa limitazione nelle possibilità di arricchimento dell’uranio è anche il fattore principale dell’eventuale accordo sul nucleare iraniano.
L’unico Stato della regione a non esser sottoposto a limitazioni e controlli in materia di nucleare militare è ancora Israele, ravvivando così un doppio standard sempre meno accettabile, in particolare dall’Iran, ma adesso, forse, anche dall’Arabia Saudita.
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22/07/2026
Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani
La compagine governativa appare spaccata in due fronti sul tema della prossima candidatura presidenziale: da una parte la cerchia ristretta di Erdogan, che vorrebbe proporre un suo familiare, dall’altra gli apparati di sicurezza, che fanno capo al Ministro degli Esteri Hakan Fidan, il quale sta tentando di proporsi con un profilo più marcatamente filo-NATO.
La contraddizione potrebbe essere risolta andando ad elezioni anticipate per consentire la ricandidatura di Erdogan, il quale, altrimenti, esaurendo totalmente il secondo mandato, supererebbe il limite costituzionale.
Sul fronte delle opposizioni, invece, continua la strategia governativa volta a dividerle.
Secondo varie fonti governative, nei prossimi giorni dovrebbe essere finalmente presentata la legge-quadro sul PKK, nell’ambito del processo di pace in corso oramai da circa due anni. Il Parlamento dovrebbe lavorare anche ad agosto per discuterla ed emendarla.
Il testo che si prospetta è davvero minimale: verrà concesso un periodo di tempo limitato ai membri del PKK non macchiatisi di “reati di sangue” per poter aderire ad una forma di amnistia molto parziale e tornare alla vita civile.
I dirigenti dell’organizzazione e coloro che si sono macchiati di “reati di sangue”, compreso Ocalan, non riceveranno – per ora – alcun tipo di mitigazione della pena; pertanto, chi è ancora in clandestinità non potrà tornare in Turchia e dovrà rimanere in esilio.
Il tutto è subordinato alla verifica, da parte dei servizi segreti turchi, che il disarmo sia stato effettivamente completato. Si ricorda che i miliziani hanno base sulle montagne del Kurdistan Iracheno.
I dirigenti del PKK e quelli del partito della sinistra filocurda DEM replicano che la differenzazione individuale dei militanti è inaccettabile: tutti dovrebbero essere inclusi nel processo di pace, consentendo all’organizzazione armata disciolta un passaggio collettivo alla politica legale.
Nelle ultime settimane, i capi storici del PKK, in alcune interviste, hanno abbandonato la retorica completamente pacifica, cominciando ad alludere al fatto che dispongono ancor di rilevanti capacità di combattimento, le quali verranno smantellate solo qualora venisse concessa la libertà ad Ocalan.
Un altro grave vulnus del provvedimento legislativo, così come prospettato dalle fonti governative, è che non affronta apertamente la questione dei tantissimi prigionieri del “movimento curdo legale”, ovvero i tantissimi ex-sindaci ed ex-deputati della sinistra filocurda finiti dietro le sbarre dopo la fase di forte conflittualità interna fra il 2014 ed il 2016.
Liberare questi ultimi – a partire da Selhattim Demirtas – avrebbe un peso politico sicuramente maggiore rispetto a consentire di rientrare in Turchia a qualche migliaio di ex-guerriglieri, molti dei quali probabilmente sceglierebbero di rimanere ugualmente in esilio, se non altro per prudenza.
Nulla di nulla, infine, filtra circa le intenzioni governative sul tema dello status della lingua e della cultura curde. Su questo sarebbero necessarie modifiche costituzionali profonde.
Sullo sfondo rimane la fortissima pressione militare esercitata dall’Iran sul PJAK – ala iraniana del PKK – e altri gruppi curdi anch’essi basati sui monti del Kurdistan Iracheno; questo fattore potrebbe rallentare il processo di disarmo.
Sul fronte dell’opposizione repubblicana, la situazione sta rapidamente degenerando.
Dopo una sentenza che ha invalidato l’ultimo congresso del Partito Popolare Repubblicano, destituendone la dirigenza, guidata dal segretario Ozgur Ozel e dall’incarcerato candidato presidenziale in pectore Ekrem Imamoglu, il partito si è spaccato.
È stato, infatti, reinstallato il precedente segretario Kemal Kilicdaroglu, che sta pienamente cooperando con la repressione governativa: non ha esitato nemmeno a chiedere l’intervento della polizia per sgomberare le sedi dal gruppo dirigente destituito, come accaduto clamorosamente a Istanbul nei confronti dello stesso Ozel.
Il gruppo parlamentare risulta spaccato fra le due fazioni e Kilicdaroglu sta lavorando attivamente per blindare gli organismi dirigenti, rifiutandosi di convocare un nuovo congresso in tempi brevi. Così Ozgur Ozel ha annunciato che sono in atto i preparativi per formare un nuovo partito; il quale, ovviamente, partirebbe senza poter disporre della cassa, delle proprietà delle sedi nonché del “marchio storico” del Partito Popolare Repubblicano, fondato da Ataturk.
Resta, ai dirigenti destituiti, il sostegno dei vari centrosinistra europei, che si configura, però, nell’ambito del quadro politico turco, più che altro come una iattura.
Intanto la repressione continua e minaccia l’immunità parlamentare dello stesso Ozgur Ozel, mentre su Imamoglu pendono richieste di pena tombali, formulate da un pubblico ministero divenuto ora Ministro della Giustizia.
Continua, dunque, ad avanzare la strategia governativa di spaccare al loro interno le opposizioni utilizzando il controllo sugli apparati dello stato.
Lo scopo è rendere le prossime elezioni un passaggio meramente formale, assorbendo parte del movimento curdo e scegliendo un candidato repubblicano inconsistente e subordinato, un Quisling politico.
C’è da dire che questa strategia è oggettivamente favorita dal profilo politico delle opposizioni, che in genere si propongono, in politica estera, con una debole e subordinata caratterizzazione filoeuropea; su questo, le varie fazione repubblicane e la sinistra filocurda non si differenziano molto.
Erdogan, invece, pur essendo debole sul piano economico interno, appare maggiormente in grado di affermare un profilo internazionale autonomo, navigando all’interno delle contraddizioni fra i vari blocchi geopolitici presenti sullo scenario mondiale.
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Porte aperte da Tel Aviv per la marcia dei coloni che vogliono occupare Gaza
Un lungo e fitto serpentone di auto e persone, molte delle quali armate, si è diretto il 19 luglio verso Gaza. Era la “Marcia delle Migliaia verso Gaza”, dei coloni israeliani che hanno l’obiettivo di rivendicare la piena occupazione della Striscia e che infatti si è svolta sotto lo slogan del “ritorno a casa dopo 21 anni” – in riferimento al ritiro deciso nel 2005 dall’enclave palestinese.
L’iniziativa è stata organizzata da Nachala, un movimento fascista e suprematista di coloni guidato da Daniela Weiss, diventata famosa per la promozione delle più terribili violenze contro i palestinesi della Cisgiordania. Ma in prima fila c’erano anche decine di parlamentari e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich, a dimostrazione che è tutto fuorché un’iniziativa marginale.
Su X, i toni usati dal profilo del gruppo per la manifestazione di un paio di giorno fa non lasciano spazio a interpretazioni: “oggi marceremo tutti insieme con una richiesta chiara: insediamoci nel Libano del Nord – ancora prima delle elezioni! Mettiamo il sigillo sul confine – insediamoci a Gaza ora!” L’orizzonte è dunque quello della “Grande Israele”, dell’espansionismo continuo dell’entità sionista.
Teoricamente, per tentare di contenere la situazione ed evitare ingressi illegali nell’enclave, l’IDF aveva dichiarato l’area periferica di Gaza una “zona militare chiusa”, un provvedimento temporaneo volto a blindare il territorio da Yad Mordechai, a nord, fino a Kerem Shalom, nell’estremo sud. Nei fatti, i coloni sono stati fatti passare senza troppe difficoltà attraverso i checkpoint militari, arrivando a ridosso del muro di filo spinato e delle telecamere che delimitano il confine con la Striscia.
A colpire, oltre alla macabra dimostrazione di cosa sia il colonialismo sionista che promuove esplicitamente la deportazione dei palestinesi, è soprattutto la sponda politica di cui gode la marcia. Non solo i ministri già citati, ma questa volta c’è stata anche l’adesione formale del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu.
“Bibi” continua a evitare i suoi problemi legali solo grazie alla tenuta di un governo che si regge sulla continuazione del genocidio con ogni mezzo necessario. Smotrich ha recentemente invitato il movimento dei coloni a mobilitarsi in vista delle prossime elezioni, sostenendo che il cambio delle forze al governo andrebbe a compromettere i risultati ottenuti durante l’attuale legislatura in materia di espansione degli insediamenti.
Intanto, continua l’assordante silenzio delle “democrazie” occidentali di fronte alla rottura continua del cessate il fuoco da parte delle forze di occupazione israeliane, che hanno anche allargato la propria zona di controllo nella Striscia ben oltre ciò che era stato pattuito. Sono una decina i morti palestinesi negli ultimi giorni, ma nessuna condanna si è sentita dai governi occidentali.
Parallelamente, la tensione è riesplosa anche in Cisgiordania, dove i coloni, protetti dall’IDF, hanno intensificato gli attacchi contro i villaggi palestinesi. Perché l’istanza genocida e coloniale è un progetto politico radicato e ampiamente rappresentato, non solo all’interno della maggioranza di governo di Tel Aviv, ma nella stessa società israeliana. Non c’entra nulla Hamas, non c’entra la strumentalizzazione delle passate persecuzioni: riguarda il suprematismo reso bandiera del paese.
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19/07/2026
“Dopo Netanyahu non cambierà nulla”
“Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato in abito regionale e anche se le elezioni del prossimo autunno vedessero l’uscita di scena di Netanyahu, le cose non cambieranno in alcun modo”.
Gideon Levy, editorialista di lungo corso del quotidiano Haaretz, nonché figura centrale e controversa – per il suo coraggio – nel dibattito politico israeliano, ribadisce la sua posizione estremamente critica sia nei confronti del governo di Tel Aviv che dell’opposizione, sostenendo che ormai non c’è più alcuna possibilità di un cambiamento dall’interno per la società israeliana.
Alla luce degli ultimi sviluppi a Gaza, in Libano e in Iran, come descriverebbe oggi la strategia complessiva di Israele e i suoi reali obiettivi?
Finora Israele non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato e credo che non li raggiungerà neanche in futuro.
In Libano, per esempio, per la prima volta nella storia c’è un governo che dichiara di essere disposto a negoziare una pace permanente con Israele. Ma Tel Aviv non reagisce a questa offerta storica. Potrebbe intanto fare un accordo con Beirut, e poi cercare insieme di capire cosa si possa fare nei confronti di Hezbollah.
Dire di no al governo libanese e continuare i bombardamenti, le evacuazioni di milioni di persone e la distruzione dell’intero sud del Libano è folle. E di questo, purtroppo, si discute pochissimo nel mio Paese. Dal 7 ottobre in poi, gli israeliani credono di avere il diritto di fare qualsiasi cosa.
E la fanno, con il sostegno di Trump. Oggi in tutto il Medio Oriente ci sono circa 6 milioni di persone sfollate dalle loro case e gran parte di loro non vi farà mai ritorno. È normale che vivano ormai da quasi tre anni nelle tende, senza elettricità? In Libano oltre un milione di persone hanno perso la casa, e parte di loro non potrà mai tornarvi.
Inoltre, dal punto di vista della sicurezza, adesso Israele non è più forte, al contrario: qualche giorno fa siamo stati presi di mira con missili balistici per diciassette ore, non era mai successo prima d’ora. Quello che ci troviamo di fronte è uno scenario folle, e solo la comunità internazionale può fermarlo.
Lei ha spesso criticato la società israeliana per la progressiva assuefazione alla guerra: vede ancora spazi interni di dissenso o cambiamento significativo dell’opinione pubblica?
Dopo il 7 ottobre c’è stato un cambiamento drammatico nell’opinione pubblica del mio Paese, e temo che sia stato irreversibile. Gran parte degli israeliani credono che Israele non debba avere più alcun limite, né legale, né morale.
Anche la minoranza che credeva ancora nella pace con i palestinesi, ormai non ci crede più. La nozione del “o noi o loro”, tipica della destra, ha un consenso assai diffuso, con conseguenze davvero terribili. In Israele si protesta solo su questioni secondarie.
L’unica vera linea di frattura profonda nella società israeliana, negli ultimi anni, è Netanyahu sì o no. Netanyahu è lo statista israeliano più amato e più odiato di sempre, e chi lo sostiene lo segue ciecamente, qualunque cosa faccia, e chi lo oppone lo osteggia qualunque cosa faccia.
Ma alla fine dei conti, questa divisione non porta da nessuna parte, perché chi lo osteggia ha pochissimo da proporre come alternativa. Tutti i leader dell’opposizione erano favorevoli alla guerra in Iran, a quella in Libano e alla distruzione di Gaza. Nessuno di loro ha nemmeno provato a protestare contro il genocidio. Lo sostengono tutti e vogliono che l’occupazione continui per sempre.
In Israele i movimenti per la pace e le giovani generazioni non possono indurre una certa speranza nel futuro?
Direi proprio di no. Il 7 ottobre è stato raccontato agli israeliani come la seconda terribile catastrofe del popolo ebraico dopo l’Olocausto, in alcuni casi si è arrivati addirittura a metterli sullo stesso piano, e questo ha distrutto buona parte di quello che rimaneva del mondo pacifista che oggi non esiste praticamente più. Pochissimi continuano a parlare di pace, è un tema completamente fuori dal dibattito pubblico.
Quanto ai giovani, al contrario di quanto accade in molte società europee dove i giovani sono più pacifisti e più di sinistra rispetto alle generazioni anziane, in Israele vanno nella direzione opposta. E ciò mi rende ancora più pessimista per il futuro. Non vedo alcuna speranza di un cambiamento che possa venire dall’interno della società israeliana. Deve venire giocoforza dall’esterno.
Per quanto riguarda Gaza, come interpreta il rapporto tra la realtà di una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi e la narrazione politica ufficiale israeliana e occidentale?
Gli israeliani non sono scossi da quanto accade a Gaza perché nessuno gliel’ha mostrato. I mezzi di informazione, di proprietà privata e piuttosto liberali, hanno deciso di non mostrarlo. Un israeliano medio ha visto molto meno di Gaza negli ultimi tre anni rispetto a qualsiasi abitante di un piccolo paese italiano di montagna.
Il fatto che gli israeliani non vogliano sapere, e che i media non glielo mostrino, permette loro di vivere in pace con se stessi e di credere che tutto ciò che è stato fatto a Gaza sia legale e morale. Possono continuare a credere, e lo credono davvero, che chiunque osi alzare la voce, e abbia una coscienza, sia un antisemita. Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza.
Vive in una posizione molto strana e senza precedenti storici, in cui un popolo responsabile di un genocidio crede di essere la vittima.
La mia impressione è che ora anche il mondo stia dimenticando Gaza. Parlo con i miei amici lì e piango. Non c’è alcuna intenzione di ricostruire la Striscia. Gaza è un cimitero e può restare così per anni. Toccherebbe alla comunità internazionale riportarla all’ordine del giorno e approvare sanzioni come fu fatto tanti anni fa nei confronti del regime sudafricano.
L’UE ha sanzionato ripetutamente la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina ma non Israele. Forse l’invasione di Gaza è meno brutale? Basta condanne formali, servono le sanzioni.
Papa Leone dovrebbe andare a Gaza?
Sì, e sono molto deluso che non ci sia ancora ancora andato. Avrei voluto sentirlo annunciare un viaggio nella Striscia e magari vedere Israele che glielo impediva. In ogni caso Leone XIV doveva almeno provarci, dire chiaramente: “voglio entrare a Gaza e voi non avete alcun diritto morale di impedirmelo”. Credo proprio che in quel caso il governo di Tel Aviv non avrebbe potuto dire di no al Papa.
Quanto potrebbero pesare le elezioni previste nell’autunno prossimo nel ridefinire la direzione del Paese e la leadership attuale?
Il genocidio a Gaza non influenzerà il voto in alcun modo. Ad oggi sembra assai improbabile che Netanyahu possa essere in grado di formare il prossimo governo. Non c’è un solo sondaggio che dia la maggioranza a lui e ai suoi alleati.
Ciò non mi rallegra, perché so bene qual è l’alternativa e vi invito a non cadere nella trappola in cui cadono molti in Europa: aspettare semplicemente che Netanyahu se ne vada e poi credere che tutto si risolva per il meglio come se lui fosse l’unico problema.
Il primo candidato alternativo, quello che oggi ha le maggiori possibilità, è Naftali Bennett, che per anni è stato segretario generale del movimento dei coloni. Cosa possiamo aspettarci da un uomo del genere?
Il secondo candidato serio è Gadi Eisenkot, che ha ricoperto vari incarichi, gestendo l’occupazione in qualità di generale. Vi pare credibile immaginare una nuova direzione politica? Davvero pensate che gente come loro, che non ha mai trattato i palestinesi come esseri umani possano cambiare le cose?
La verità è che propongono solo cambiamenti cosmetici nella vita interna di Israele. Tutti i governi europei li accoglieranno con entusiasmo, ma tanto grande sarà la gioia, altrettanto grande sarà la delusione perché quei due non faranno nulla per risolvere i veri problemi del nostro Paese.
La soluzione “due popoli due Stati” appare ormai del tutto irrealizzabile, eppure molti leader politici continuano a parlarne.
Con 700mila coloni e circa 1,5 milioni di dunam [1.500 km²] sottratti in Cisgiordania con la violenza soltanto negli ultimi due anni, non c’è più alcuno spazio per uno Stato palestinese. E in Israele nessuno è disposto a evacuare quei criminali dai territori che hanno occupato.
Dobbiamo affrontare la realtà. Tutti coloro che sostengono ancora la soluzione “due popoli due Stati” – l’UE, l’Autorità Palestinese, gli Stati Uniti, il mondo arabo – sono ben consapevoli che non si avvererà mai. Continuare a parlarne gioca a favore dell’occupazione.
Lo dico da molto prima del 7 ottobre: non c’è altra soluzione che creare un unico stato democratico che garantisca uguali diritti a tutta la popolazione. Dobbiamo dimenticare il sionismo e iniziare a parlare di “una persona, un voto”. Israele si opporrà dichiarando ufficialmente di essere uno Stato di apartheid.
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18/07/2026
Hamas e la crisi dello Stato-nazione palestinese
Il ruolo svolto da Hamas in Palestina e nella regione è difficile da comprendere se ridotto a una semplice dicotomia: resistenza contro l’occupazione o movimento islamico contro un’autorità nazionale.
L’ascesa, la persistenza e l’influenza regionale di Hamas possono essere spiegate solo come il prodotto di una crisi più profonda – la crisi del progetto nazionale palestinese stesso – e al contempo come uno dei fattori che hanno contribuito ad aggravare e perpetuare questa crisi.
Hamas non è emerso dal nulla. È sorto alla fine degli anni ’80 in un momento in cui il movimento nazionale palestinese stava attraversando una crisi complessa. L’occupazione israeliana continuava, il progetto di liberazione guidato dall’OLP era entrato in una fase di logoramento e declino, e il divario tra la retorica nazionale e la realtà vissuta dai palestinesi si stava ampliando.
Poi è arrivata l’era dell’Autorità Palestinese, che ha esacerbato la crisi. Invece di condurre a uno stato indipendente, si è trasformato in un’autorità dai poteri limitati, appesantita da corruzione, burocrazia e divisioni interne, e incapace di soddisfare le aspirazioni palestinesi di libertà e indipendenza.
In questo contesto, Hamas si è presentato come un’alternativa morale, organizzativa e politica. Non era semplicemente una fazione armata, ma una rete sociale, di difesa dei diritti, educativa e caritatevole con un elevato grado di capacità organizzativa e una notevole disciplina istituzionale.
La sua legittimità derivava da tre fonti principali: il suo discorso di resistenza contro l’occupazione, la sua immagine di alternativa più onesta alle élite esistenti e la sua capacità di fornire servizi e costruire profondi legami sociali all’interno della società palestinese.
Tuttavia, l’ascesa di Hamas non è stata solo il risultato della sua forza. Si è verificata anche in un contesto di crescente sfiducia nel progetto politico rappresentato dall’Autorità Palestinese.
L’Autorità, nata dopo gli Accordi di Oslo, portava con sé la storica promessa di trasformare la fase di transizione in uno stato indipendente, ma questa promessa si è scontrata con ostacoli interni ed esterni che ne hanno impedito la realizzazione.
Sul piano esterno, l’Autorità Palestinese ha continuato a operare nella realtà dell’occupazione, senza piena sovranità su territorio, confini e risorse. Inoltre, la continua attività di insediamento, soprattutto con l’ascesa della destra israeliana, ha indebolito la fiducia nella possibilità di raggiungere una soluzione politica basata sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente.
Con lo stallo dei negoziati e il ripetersi delle crisi, ampi settori della popolazione palestinese hanno iniziato a credere che il processo negoziale non fosse più in grado di raggiungere gli obiettivi nazionali promessi.
Anche gli attentati suicidi compiuti da Hamas e dalla Jihad islamica in Israele a metà degli anni ’90 hanno contribuito a indebolire la posizione dell’Autorità Palestinese e a ostacolarne il progetto politico.
In quel periodo, l’Autorità stava cercando di consolidare la propria legittimità come partner degli Accordi di Oslo, mentre questi attentati minavano la fiducia israeliana in tale processo e rafforzavano la retorica delle forze israeliane contrarie agli accordi politici.
Contemporaneamente, l’Autorità Palestinese si trovò di fronte a un difficile dilemma: dal punto di vista della sicurezza, era tenuta a fermare gli attacchi suicidi e a rispettare i propri impegni politici, ma internamente doveva affrontare le accuse di essere diventata uno strumento per proteggere un processo negoziale che non aveva prodotto i risultati sperati dai palestinesi.
Pertanto, il conflitto tra l’opzione del negoziato e quella della resistenza armata acuì la divisione palestinese e indebolì la capacità dell’Autorità di costruire un’ampia legittimità nazionale.
Sul fronte interno, l’Autorità soffrì di crisi strutturali che ne minarono la legittimità. Molti la percepivano come associata alla burocrazia, alla corruzione e alla monopolizzazione del potere decisionale. Inoltre, la sua forte dipendenza dal sostegno esterno e la dipendenza delle sue capacità amministrative e finanziarie dalle circostanze politiche circostanti portarono alcuni a considerarla più un organo amministrativo limitato che uno Stato pienamente sovrano.
Si creò così un vuoto politico e morale: l’Autorità Palestinese non riuscì a realizzare lo Stato promesso e le forze nazionali tradizionali non riuscirono a proporre un’alternativa convincente. In questo vuoto, Hamas è riuscito a presentarsi come un movimento di resistenza dotato di chiarezza ideologica e capacità organizzativa, capitalizzando sulla frustrazione popolare e sul calo di fiducia nel processo politico esistente.
Tuttavia, il successo di Hamas rifletteva anche il fallimento del progetto nazionale palestinese di trasformarsi in uno Stato funzionante. Quanto più il progetto di costruzione dello Stato vacillava e quanto più la legittimità delle istituzioni nazionali si erodeva, tanto maggiore era la propensione verso movimenti che si presentavano come portatori di significato, identità e resistenza.
Il paradosso, tuttavia, ha cominciato a emergere con l’ingresso di Hamas nell’arena politica e la successiva presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2007.
Il movimento, che aveva beneficiato della crisi dello Stato palestinese, si è trovato di fronte a un interrogativo a cui non riusciva a dare una risposta definitiva: è un movimento di resistenza o un’autorità di governo? Fa parte di un progetto nazionale palestinese o di un progetto islamico transnazionale? Trae la sua legittimità dal popolo palestinese e dalle sue istituzioni, o dall’idea di resistenza e dalla comunità ideologica?
Tali questioni non erano meramente teoriche; si riflettevano nella realtà pratica della vita palestinese. Emersero due sistemi politici distinti: l’Autorità Palestinese in Cisgiordania e il governo guidato da Hamas nella Striscia di Gaza.
Invece di istituzioni nazionali che diventassero un quadro unificante per i palestinesi, la scena palestinese si trasformò in uno spazio diviso politicamente, istituzionalmente e geograficamente. Pertanto, il movimento che si affermò a causa dell’assenza di uno Stato divenne parte integrante del dilemma stesso della costruzione dello Stato.
La tensione tra la logica del movimento e la logica dello Stato non si limitò alla divisione palestinese. Hamas, in virtù delle sue radici ideologiche, appartiene a una concezione dell’Islam politico che trascende gli stretti confini nazionali. Di conseguenza, è sempre esistita una tensione tra la priorità di costruire uno Stato palestinese come Stato di cittadini e la priorità del progetto di resistenza come progetto ideologico aperto a una più ampia sfera islamica e regionale.
Questa tensione ha conferito ad Hamas una significativa presenza regionale. Il movimento non è più semplicemente un attore palestinese, ma piuttosto parte di una complessa rete regionale di alleanze, rivalità e polarizzazioni. La causa palestinese stessa è spesso diventata un’arena in cui calcoli regionali e identità transnazionali si intersecano con gli obiettivi nazionali palestinesi immediati.
Ma l’esperienza ha anche rivelato i limiti di questo modello. I movimenti ideologici possono acquisire una notevole legittimità come movimenti di protesta e resistenza, ma la costruzione di uno Stato stabile e moderno solleva questioni diverse: come si può governare una società eterogenea? Come si distribuisce il potere? Come si costruiscono le istituzioni? Come si prendono le decisioni cruciali? E come si può conciliare la logica della resistenza con la vita quotidiana di milioni di civili?
La recente guerra a Gaza ha messo in luce in modo drammatico questo dilemma. Il movimento si è impegnato in un importante scontro sotto la bandiera della resistenza, mentre la società palestinese si è trovata ad affrontare una profonda catastrofe umanitaria e infrastrutturale.
Indipendentemente dalle diverse opinioni sulle cause e le responsabilità della guerra, l’esito ha nuovamente evidenziato la fragilità della situazione palestinese: un popolo senza uno Stato sovrano, istituzioni nazionali divise e un movimento di resistenza che governa una parte del territorio ma non possiede gli attributi di uno Stato né la capacità di proteggere la società dalle conseguenze del conflitto.
Qui risiede il paradosso fondamentale. Hamas è salito al potere proprio perché uno Stato palestinese non si è ancora concretizzato e perché ampi segmenti della popolazione palestinese hanno perso fiducia nelle élite e nelle istituzioni esistenti.
Tuttavia, in quanto movimento che combina la logica della resistenza, la logica di un gruppo ideologico e la logica di governo, è diventato anche parte integrante del processo stesso di riproduzione della crisi. Più debole è lo Stato, maggiore è la sua influenza; e maggiore è la sua influenza, più difficile diventa costruire uno Stato palestinese unificato, capace di monopolizzare il potere decisionale e gli armamenti e di rappresentare tutti i palestinesi.
La difficile situazione palestinese non risiede unicamente nella presenza di Hamas, né unicamente nel fallimento dell’Autorità Palestinese, né tantomeno unicamente nelle divisioni interne. Le radici di questa difficile situazione affondano molto più in profondità. Si tratta di una crisi di un popolo che non è ancora riuscito a trasformare la propria identità nazionale in uno Stato funzionante, dotato di legittimità, istituzioni e sovranità. In questo vuoto, continuano a emergere movimenti messianici e le alternative, col tempo, diventano parte della stessa crisi che avrebbero dovuto risolvere.
Spezzare questo ciclo richiede non solo la sostituzione di una fazione politica con un’altra, ma la ricostruzione del progetto nazionale stesso sulle fondamenta dello Stato, delle sue istituzioni e della cittadinanza.
La resistenza non deve sostituirsi allo Stato, né lo Stato deve essere uno strumento per gestire l’occupazione. Piuttosto, deve essere un quadro politico che tuteli i diritti del popolo, ne accolga la diversità e gli garantisca un futuro che trascenda la logica delle crisi ricorrenti.
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15/07/2026
Niente “tassa sullo Stretto” e un ordine a Israele
“Emiri e Paesi del Golfo mi hanno chiamato chiedendomi di investire negli Stati Uniti al posto di pagare l’imposta del 20%” sui beni che transitano per lo stretto di Hormuz. “Investiranno un incredibile somma di denaro negli Usa”.
Probabilmente non è vero neanche questo – al massimo, come da oltre 50 anni, investiranno a Wall Street, nell’immobiliare di lusso e in titoli di stato Usa – ma tutto va bene per far passare una bufala come un grande successo.
Proprio quello che non gli riesce con l’Iran, dove l’alternanza tra colloqui diplomatici e bombardamenti prosegue senza che si possa individuare un punto di svolta in tempi non biblici.
È comprovato, ormai, che la serie di “attacchi devastanti” effettuati a giorni alterni non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati. Certo, fanno danni e qualche vittima, ma non cambiano l’equazione strategica che regola questo conflitto.
L’attacco israelo-americano del 28 febbraio, infatti, ha avuto come conseguenza imprevista (solo dall’amministrazione Usa) il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% delle forniture di idrocarburi per l’economia mondiale.
Tenere chiuso lo Stretto non richiede grandi sforzi – missili, droni aerei e marittimi nascosti in gallerie sotto alte montagne rocciose difficilmente vengono distrutti in numero significativo; e ne bastano un paio ogni qual volta una nave che non ha contrattato con Teheran il passaggio prova a forzare il blocco credendo nella “protezione” statunitense – e il risultato geostrategico è al contrario molto rilevante.
Incrementare la portata dei bombardamenti sull’Iran comporta il già verificato rischio di un allargamento serio del conflitto, tale da mettere il resto del mondo davanti ad una crisi energetica di proporzioni incalcolabili (la produzione e commercializzazione del petrolio o del gas è assai “rigida”, visto che i paesi produttori da sempre estraggono al limite delle possibilità fisiche).
Ergo, metter fine a questa guerra è interesse del mondo, ma anche degli Stati Uniti – il prezzo dei carburanti si alza per tutti, e da quelle parti è un problema politico serio – e di tutti i paesi del Golfo, che fin qui avevano fatto affidamento sulla presenza militare Usa per sentirsi al sicuro.
Hanno verificato, invece, che quelle basi attirano missili e droni, bloccando le loro esportazioni e danneggiando anche qualche impianto.
Sappiamo che Israele è l’unico soggetto al mondo e in Medio Oriente che ha bisogno di proseguire all’infinito la guerra contro tutti i suoi vicini, per realizzare quella “Grande Israele” di una mitologia da pecorai di 3.000 anni fa.
Ma questo interesse non è palesemente quello statunitense, se non altro. E infatti se ne lamenta il sito Axios – che ha affidato il tema “guerra all’Iran” a Ravid Barak, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano – secondo cui “giovedì, durante una telefonata, il presidente Trump ha detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che Israele dovrebbe iniziare a ritirare le sue forze dalla Siria e lo ha esortato a fare lo stesso in Libano”.
Per Netanyahu e il suo governo di suprematisti sarebbe una tragedia, in pratica l’ennesima sconfitta politica che segue una non trionfale offensiva militare condotta con metodi genocidi. È noto, infatti, che nel sud del Libano, proprio come a Gaza, l’Idf abbia proceduto a demolire tutte le infrastrutture civili e le abitazioni per rendere impossibile il ritorno dei profughi fuggiti durante l’offensiva. Qualcosa del genere sta avvenendo anche in Siria.
L’intento, come sempre dal 1948, è quello di rendere eterna l’occupazione di quei territori per trasformarli in tempi rapidi i “territorio dello Stato ebraico”, utilizzando la scusa di “cuscinetti di sicurezza” che si spostano verso nord ad ogni crisi. Alcuni giornali locali ironizzano spesso sul fatto che prima o poi quel “cuscinetto” arriverà fino ad Oslo...
Ma questa volontà coloniale impedisce di fatto qualsiasi composizione, anche provvisoria, del conflitto. Ci arriva persino Trump che, sempre secondo Axios, nella telefonata a Netanyahu avrebbe detto “Non ti vogliono lì. Dovresti trasferirti altrove”.
Il problema dei territori siriani occupati è infatti una bomba messa sotto l’Alleanza Atlantica. L’attuale “presidente” Al Sharaa – vero nome di Al Jolani, ex dirigente dell’Isis e di Al Qaeda – è stato fin qui più che condiscendente con l’aggressivo vicino sionista. Ma certo non può restare a lungo silente davanti a un’erosione continua della parte più abitata e abitabile del suo paese.
Ancor meno può tollerarlo la Turchia, vero “protettore” degli ex jihadisti che hanno alla fine cacciato Assad, che si propone come leader dei musulmani sunniti in alternativa-coabitazione con l’Arabia Saudita.
Ecco quindi che i mille fili della rete che “contengono” l’irascibile Hulk di Washingon diventano automaticamente anche lacci e lacciuoli per i killer di Tel Aviv.
Per ora questi ultimi provano a praticare il loro più antico gioco: far finta di accettare un “ritiro parziale”, in “zone pilota”, che diventeranno ben presto occasioni di provocazioni e scontro, da cui verrà fuori l’ennesima “offensiva difensiva” per “costruire un cuscinetto di sicurezza” ancora più ampio.
Spezzare questa spirale infernale è possibile – senza provocare una catastrofe globale – solo se il “bandito più grande” (ossia Washington) riesce ad obbligare il “cane pazzo” di Tel Aviv a moderare i suoi appetiti.
Non sarà facile, anche perché questa sarebbe comunque una confitta strategica per entrambi.
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14/07/2026
Israele spara a Marwan Barghouti in carcere
Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.
La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto l’accusa.
Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il leader palestinese appariva visibilmente debilitato.
La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti.
In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti.
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“Il pappone” va alla guerra, dice...
Per evitare di fare discorsi sconclusionati quanto quelli della stampa occidentale, totalmente concentrata sulle parole che a getto continuo esondano dalla bocca di Trump, sarà bene tenere separati i fatti dalle dichiarazioni. Ossia la guerra dalla “comunicazione”.
Il primo fatto è la lettera inviata dall’amministrazione Trump al Congresso tre giorni fa in cui comunica che gli attacchi iniziati il 7 luglio rappresentano “un’azione militare coerente con la mia responsabilità di proteggere gli americani e gli interessi degli Stati Uniti sia in patria che all’estero”.
La lettera mostra anche la preoccupazione di non escludere esiti diversi dalla guerra totale descrivendo gli attacchi più recenti come “limitati, misurati, pianificati ed eseguiti in modo da ridurre al minimo le vittime civili”.
Con ciò l’amministrazione statunitense più folle della storia ha formalmente rispettato l’obbligo di legge secondo cui il presidente deve riferire al Congresso entro 48 ore dall’inizio di qualsiasi azione militare. Qualsiasi azione iniziata senza l’approvazione del Congresso deve infatti essere interrotta entro 60 giorni.
In realtà la guerra va avanti ormai da quattro mesi e mezzo, con intervalli e precarissimi “cessate il fuoco” che hanno permesso la mediazione di Pakistan e Qatar che ha portato ai colloqui di Islamabad e poi al Memorandum firmato in Svizzera. Trump ha insomma già aggirato la legge dichiarando “finita” la guerra dopo due mesi, ma riprendendola con attacchi ogni volta che era in difficoltà interna.
Sul piano strettamente militare l’aviazione statunitense ha colpito rampe di lancio missilistiche intorno allo Stretto di Hormuz, nonché droni marini ormeggiati e altre strutture militari.
La risposta iraniana è stata quella classica: missili e droni contro le basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati, Oman e Giordania. Secondo un comunicato della Guardia rivoluzionaria iraniana “Alcuni depositi logistici di armi, un centro per le comunicazioni satellitari e l’edificio residenziale delle forze statunitensi sono stati presi di mira da missili e droni in Bahrein”.
Mentre “Nel secondo ciclo di attacchi missilistici e con droni, l’Iran ha colpito la Quinta flotta della Marina statunitense in Bahrein, danneggiando un deposito di carburante, un radar Patriot, un radar di controllo aereo e un sistema radar di allarme C-Ram. Il centro di controllo e monitoraggio per le imbarcazioni a guida autonoma è stato completamente distrutto”.
Il tutto accompagnato da video che sembrano dimostrare che i colpi sono arrivati a segno nonostante i tentativi di intercettarli.
Inoltre sono stati lanciati droni contro due petroliere emiratine che provavano a passare per la rotta “protetta dagli Stati Uniti”, ossia il cosiddetto “corridoio omanita-americano”, leggermente più vicino alla costa sud dello Stretto, invece che per il canale più utilizzato.
Come si vede, non serve molto per rendere sconsigliabile l’attraversamento dello Stretto senza il benestare iraniano. Mentre lo sforzo militare per impedire quel controllo richiede decine di aerei e missili, senza peraltro garantire risultati apprezzabili, data la conformazione del terreno e le reti di tunnel in cui sono collocati i depositi.
Le parole a ruota libera
Quasi imbarazzante, invece, doversi occupare delle parole. Se uno dovesse dar credito a Trump, infatti,
– “Li stiamo colpendo duramente. E continueremo, vedremo cosa succederà. Stiamo neutralizzando tutta la loro capacità offensiva e stiamo controllando lo stretto. Stiamo ripristinando il blocco” per tutte le navi dirette nei porti iraniani.
– La ripresa del conflitto con l’Iran “sarà molto veloce”.
– Nonostante questo “un accordo è ancora possibile”, anche se il Memorandum sembra seppellito dalla svalutazione a semplice “test” per saggiare Teheran.
Tutto e il contrario di tutto, insomma.
Ma la dichiarazione più fuori di testa è stata un’altra, e ha ovviamente scosso anche la fiducia dei “mercati” nella serietà di questa amministrazione Usa. “Stiamo proteggendo una parte molto ricca del mondo. Stiamo spendendo soldi. E quindi, quello che abbiamo fatto è che saremo rimborsati per la protezione” dai Paesi del Golfo. Una guerra per fare “il pappone”, insomma, o al massimo il “vigilante”...
La percentuale – o “dazio” – pretesa sarebbe addirittura il 20 percento del fatturato a bordo di ciascuna nave. Calcolando che “la tariffa di passaggio” introdotta da Tehran, in pratica di circa un dollaro a barile per le petroliere (col greggio stabilmente sopra i 70 dollari), era stata definita “devastante” per le aziende che commerciano nel Golfo, quella di Trump appare una sparata priva di senno.
Il New York Times è andato subito a ritrovare le dichiarazioni di J.D.Vance e “Narco” Rubio, poche settimane fa, che spiegavano come “nessun Paese” dovrebbe pretendere di riscuotere pedaggi o tariffe per il transito in quella via d’acqua vitale per l’economia mondiale. Neanche gli Stati Uniti, dunque...
Anche Alex Vatanka, ricercatore senior presso il Middle East Institute, l’ha sostanzialmente messa tra le tante cazzate che il tycoon ama sparare per restare al centro della scena.
Ovviamente l’idea non ha “alcun fondamento nel diritto internazionale”, ma, peggio ancora, “potrebbe irritare gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo”, già sotto stress da mesi per una guerra che sta colpendo soprattutto i loro interessi commerciali.
“Al presidente Trump piace rilasciare dichiarazioni eclatanti. Non so quanto il suo staff abbia riflettuto a fondo su questa commissione del 20%”, ha detto Vatanka ad Al Jazeera.
“Non è questo l’accordo che gli Stati del Golfo hanno sottoscritto quando hanno scelto gli Stati Uniti come loro garante della sicurezza. Quindi, se ritengono di essere sfruttati in questa situazione, lo faranno sapere, e questo potrebbe anche influenzare le decisioni del Presidente Trump su come procedere con questa idea”. Facendo cioè la classica marcia indietro che gli è valsa la qualifica di “Taco” (Trump Always Chickens Out, ossia ‘Trump si tira sempre indietro’).
La decisione di puntare nuovamente – e ottusamente – sulla pressione militare sembra insomma motivata soprattutto dalla necessità di trovare almeno uno straccio di “vittoria” prima di gettare la spugna e sottoscrivere un accordo che rispecchi la sconfitta strategica subìta.
Far riaprire Hormuz “senza condizioni e pedaggi” appare il miraggio che lo guida e non paradossalmente vorrebbe arrivarci ponendo lui stesso un “pedaggio mostruoso” che si vanterebbe poi di aver eliminato.
Un po’ come per tutta la vicenda dello Stretto, che era completamente libero e gratuito al transito fino al 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-statunitense.
Nella guerra delle parole, bisogna dire, gli iraniani si dimostrano un tantino più sottili e ironici. A proposito del dazio pari al 20%, infatti, hanno fatto notare sorridendo che con loro gli affari sarebbero molto più vantaggiosi (praticamente soltanto l’1%).
Ma la vera coltellata retorica è arrivata sull’autoproclamazione di “Angelo Custode” dello Stretto. La nota dal ministero degli esteri di Teheran recita infatti “sappiamo custodirlo da soli, non ci servono lavoratori stranieri per questo”. Rovesciando in un colpo solo sulla Casa Bianca tutta la narrazione suprematista e razzista che domina da quelle parti.
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13/07/2026
Usa-Israele contro Iran, ma è la Cina il convitato di pietra
Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.
Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA, per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.
Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.
Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?
“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso. Quindi la guerra sarebbe durata relativamente poco in quanto sia il governo che l’assetto istituzionale dell’Iran sarebbero crollati, mentre altri esperti americani dicevano che non era così.
La deriva americana verso Israele, dandogli carta bianca, è in atto da tempo e si è sviluppata passo passo”.
Impantanamento americano ?
“La meccanica dà la dimensione di questo colossale impantanamento. La guerra degli Stati Uniti all’Iran si è risolta tutto sommato in un tempo abbastanza breve; la mia impressione è nel giro di una settimana, non di più.
Gli Stati Uniti sono partiti in quarta insieme a Israele con i bombardamenti (tra l’altro, è noto che senza gli americani che forniscono l’instradamento satellitare ai bombardieri israeliani, i rifornimenti in volo, nonché la protezione di Israele dai missili iraniani che, secondo il vicepresidente Vance, è stata sostenuta per i due terzi dalle forze aereo-missilistiche statunitensi, Israele non avrebbe potuto partecipare all’attacco) ma l’Iran ha risposto in maniera puntuale distruggendo i radar satellitari americani in un certo numero e radar con raggio più limitato.
Si tratta di installazioni che costano un miliardo di dollari ciascuna, i più piccoli la metà, difficilissimi da rimpiazzare.
Gli americani hanno poi fatto alzare in volo i droni radar, grandi come aerei, perdendone più di una decina, abbattuti dalla contraerea iraniana. Inoltre, sono state distrutte o ampiamente danneggiate le basi militari americane nel Golfo, tant’è che gli statunitensi hanno dovuto ritirarsi su basi in Giordania e Arabia Saudita.
Le portaerei, assieme ai caccia-torpedinieri di scorta, sono state assalite da miriadi di droni che ne hanno costretto l’allontanamento fino a circa mille chilometri dalla costa, con grosse difficoltà a far giungere gli aerei per bombardare l’Iran, dal momento che, per percorrere quelle distanze, devono essere riforniti in volo più volte.
Fra le ovvie conseguenze, il caos in cui è sprofondata l’operazione. Queste informazioni provengono da svariate fonti ed esperti. Da qui gli Stati Uniti hanno cominciato a considerare e a caldeggiare un cessate il fuoco reso ancor più necessario dal rapido calo delle riserve nazionali di petrolio che sono passate da 700 milioni di barili a 331 milioni. E qui entrano in gioco le variabili politiche”.
In effetti si rischia, se non si indaga su motivi più profondi, di pensare a Trump, nel migliore dei casi, come a un pazzo. Lei professore che ne pensa?
“Non è affatto un pazzo, dal momento che persegue quello che già gli Stati Uniti avevano messo in chiaro nel 1945, ovvero la volontà di comportarsi come i padroni del Medio Oriente petrolifero. Del resto, tutto il sistema monetario finanziario che si è stabilito nel mondo occidentale dopo il ‘45 – noto come il sistema di Bretton Woods – si è basato su questo, cioè sul fatto che gli Stati Uniti controllavano sia il sistema finanziario, che l’erogazione di materie prime.
Il ruolo monopolistico degli USA nella gestione del petrolio è cosa molto vecchia e risaputa. Ma il problema attuale non è più solo questo”.
Quindi, qual è?
“Il problema attuale è l’emergere di altre forze e altre dimensioni in un quadro multipolare non più basato sulla centralità degli Stati Uniti. Ciò è avvenuto proprio nella fase in cui gli Stati Uniti pensavano di averla fatta franca su tutto.
Con il ’91, con la fine dell’URSS, gli Stati Uniti hanno avuto campo aperto su tutto. La Cina a quell’epoca non costituiva un contrappeso. Non esisteva una realtà economica e politica nel mondo che potesse creare un contrappeso agli Stati Uniti. L’Unione Sovietica si spappola in varie Repubbliche che cercano – compresa la stessa Russia con Eltsin – l’approvazione americana e corrono verso l’America.
Da ciò, gli Stati Uniti traggono la convinzione che possono espandersi quanto e come vogliono, sia sul piano militare verso Est, sia sul piano economico dove ritengono di poter fare ciò che più gli aggrada.
La Cina, nel ’91, è in un’altra fase, una fase di crescita, in cui ha bisogno non tanto dell’appoggio politico americano (in parte anche), ma soprattutto necessita dei rapporti di mercato con gli USA.
Del resto, gli Stati Uniti scelgono la via della deindustrializzazione e finanziarizzazione. Questa non è una scelta cinese, ma i cinesi ne beneficiano attraverso la loro politica di sviluppo che si incontra con quella delle grandi società americane, che si concretizza nell’accelerazione della decentralizzazione produttiva nazionale statunitense.
Ma anche tutti questi vantaggi per il capitale USA finiscono e loro se ne accorgono tra il 2010 e il 2015. Ciò avviene sul piano della tecnologia avanzata ed iniziano a creare ostacoli alla Cina pur non smettendo di deindustrializzarsi”.
Per cui, possiamo interpretare il conflitto con l’Iran come una tappa del programma ‘America First’ di Trump, in funzione anti Cina?
“Sì. In realtà, questo tentativo gli statunitensi lo applicano in molti campi, quasi sempre con risultati negativi, sia dal punto di vista militare che economico. Ma per quanto ci riguarda, ovvero la guerra con l’Iran, è interessante l’analisi di come si è arrivati alla firma degli accordi del memorandum d’intesa.
Intanto, un elemento chiave in questa guerra è l’emergere del ruolo importante del Pakistan, che si materializza soprattutto nella figura di due persone: il Primo Ministro Shehbaz Sharif, e il Capo di Stato Maggiore, Asim Munir. Ma dietro il Pakistan c’è la Cina. Quindi c’è stata una triangolazione Pakistan – Cina – Qatar, con , dietro, un po’ più distante, l’Arabia Saudita”.
Questo è un elemento molto interessante, ma come si sono posizionati questi Paesi?
“Sostanzialmente, la Cina ha consigliato l’Iran di giungere a un accordo, sapendo bene che gli americani non rispetteranno gli accordi. Questo tuttavia diventerà un punto di forza per l’Iran, perché scanserà l’accusa di essere responsabile del fallimento degli accordi, in particolare rispetto ai Paesi dell’area che venivano sì bombardati dall’Iran, ma sulle basi americane da essi ospitate e sulle strutture energetiche.
Tuttavia, i bombardamenti iraniani hanno fatto crollare tutta la bolla di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. Tant’è vero che per ripristinare la dimensione precedente servirà molto tempo, ammesso che riescano a riprendersi, cosa a mio parere poco probabile”.
Da dove deriva il ruolo chiave del Pakistan?
“Il Pakistan è diventato l’elemento essenziale come trait d’union, in quanto da un lato ha rapporti molto stretti con gli Stati Uniti, tanto da venire considerato un alleato cruciale degli USA. Nel sistema delle relazioni statunitensi in Asia, il Pakistan aveva un ruolo storico, in contrapposizione all’India, che in passato, con Nehru, era molto vicina all’URSS, relazione proseguita dopo il 1991 con la Russia sul piano dei rapporti militari.
Il Pakistan invece è molto legato anche alla Cina, in primis perché fa parte della Via della Seta; del resto, la Cina sta costruendo un porto importantissimo a Gwadar, città vicino alla frontiera con l’Iran e anche un sistema ferroviario che collega la Cina con il Pakistan. Inoltre 210 km più a Ovest, si trova il porto iraniano di Chabahar con cui la Cina si sta collegando per via ferroviaria. Oltre a questo sviluppo, la Cina è uno dei maggiori fornitori di armi al Pakistan.
Perché si verificò questo? I prodromi risalgono al conflitto armato sino-indiano, scoppiato nel 1962 , dopo il quale la Cina cominciò a rifornire militarmente il Pakistan, che era ed è in conflitto, spesso a fuoco, con l’India sulla questione del Kashmir.
L’URSS appoggiava l’India (si era già consumata la frattura ideologica fra i due Paesi comunisti) mentre la Cina era contro l’URSS. Del resto, in questo contesto l’incontro segreto di Henry Kissinger con i dirigenti cinesi, a Pechino, fu propiziato dal Pakistan stesso. Ciò condusse alla famosa visita di Nixon a Mao Tse Tung.
La Cina sta assumendo un peso determinante nelle relazioni internazionali del Pakistan. Il legame militare tra i due paesi è ormai indissolubile. L’importanza del Pakistan è l’elemento che ha reso possibile la formazione del Memorandum di intesa fra Iran e Usa”.
E il ruolo di alleati storici degli Stati Uniti come Arabia Saudita e Qatar?
“Il Memorandum d’intesa fra le altre cose prospetta anche lo sblocco, da parte degli Stati Uniti, di fondi iraniani, provenienti dalla vendita del petrolio, che avevano congelato. Si tratta di 24 miliardi che dovrebbero essere sbloccati in due tranche di 12 miliardi di dollari ciascuna.
Il problema che si è posto subito è stato: ma se questi non lo fanno? Trump aveva già ventilato l’ipotesi di porre condizionamenti, aveva dichiarato che, con quei primi 12 miliardi, gli iraniani avrebbero dovuto comprare roba americana. Il problema era e resta dunque aggravato anche da questa volontà di condizionamento da parte americana, restando sempre anche l’alea che gli statunitensi non rispettino la lettera dell’accordo.
In questa situazione, il Qatar ha affermato che, se l’accordo non venisse rispettato alla lettera dagli americani, sarebbe intervenuto consegnando i soldi agli iraniani. L’Arabia Saudita, subito dopo, si è affiancata al Qatar dichiarando di garantire tutto l’ammontare.
Il processo per avviluppare gli Usa è stato complesso e ha coinvolto formalmente degli alleati degli Stati Uniti, come il Pakistan, l’Arabia Saudita e anche il Qatar, che ha sempre avuto rapporti piuttosto buoni con l’Iran, pur ospitando la principale base americana nell’area.”
Equilibri e rapporti in fase di cambiamento...
Dietro tutta questa vicenda sta il fatto che l’Arabia Saudita non vuole la guerra all’Iran, e neanche il Qatar, né il Pakistan, che vuole sviluppare il rapporto con l’Iran perché si trovano insieme nel sistema cinese e anche in quello russo.
Esiste infatti il Corridoio Nord Sud, che partì due anni fa, che inizia dalla città russa sull’Artico, Murmansk, e arriva fino a Bandar Abbas, scendendo lungo il Caspio attraverso gli Urali. Si tratta di un sistema ferroviario russo che trasporta materie prime che da Bandar Abbas, dove vengono caricate su navi e raggiungono l’Arabia Saudita.
Questo fa parte dei progetti di sviluppo di Bin Salman, che vuole trasformare l’Arabia Saudita in un Paese industrializzato, dove l’investimento cinese è notevole, così come il contributo russo in termini di materie prime. Il Pakistan non vuole vedere saltare la sua presenza nella Via della Seta cinese, ed è molto importante che rafforzi i suoi rapporti con l’Iran.
Quindi: materie prime russe e industria e infrastrutture cinesi, che questi Paesi non vogliono perdere. Quindi sono molto favorevoli alla cessazione della guerra. Non per caso dopo la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran e l’attuazione del controblocco statunitense nei confronti delle navi che commerciano con l’Iran, il Pakistan ha aperto in brevissimo tempo, con l’aiuto cinese, sei nuovi valichi di frontiera con l’Iran aumentando di svariate volte il transito di camion cisterna iraniani verso il porto Gwadar in modo di aggirare il controblocco statunitense.
A tutti gli effetti il Pakistan si sta inserendo, tramite i rapporti con la Cina e l’Iran, nel novero dei BRICS”.
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