Non si è ancora conclusa l’ondata repressiva seguita alla manifestazione No Tav di sabato scorso in Val di Susa. Mentre la Procura di Torino continua a scandagliare migliaia di immagini raccolte da telecamere e droni per individuare altri manifestanti, due giovani cittadini tedeschi di vent’anni restano nel carcere Lorusso e Cotugno in attesa della decisione del giudice sulla richiesta di custodia cautelare.
Fermati in flagranza differita dopo gli scontri avvenuti nei pressi del cantiere di Chiomonte, i due sono accusati di devastazione, lesioni personali in concorso e resistenza a pubblico ufficiale. Davanti al giudice hanno respinto ogni addebito, mentre i loro difensori, gli avvocati Gianluca Vitale e Lorenza Della Pepa, hanno chiesto l’immediata scarcerazione. La Procura, invece, insiste sulla necessità della custodia cautelare.
Intanto il bilancio dell’imponente dispositivo di sicurezza predisposto nei giorni del Festival Alta Felicità continua ad assumere dimensioni impressionanti. Prima ancora della manifestazione erano stati notificati sedici fogli di via obbligatori, nove Daspo urbani e numerosi provvedimenti di allontanamento nei confronti di attivisti stranieri. Tre cittadini francesi sono stati respinti alla frontiera, mentre due cittadini tedeschi sono stati espulsi con divieto di rientrare in Italia per tre anni perché trovati in possesso di passamontagna e fionde.
Il dato che colpisce maggiormente riguarda però l’attività di controllo generalizzato. Dall’inizio del festival le persone identificate sono state circa 3.300: quasi duemila tra giovedì e sabato nelle aree di Venaus, Torino e lungo i percorsi verso il Festival Alta Felicità; oltre mille durante il rientro dalla valle tra domenica e lunedì; altre 436 dopo gli scontri di sabato pomeriggio.
Una gigantesca operazione di schedatura preventiva che conferma come la Val di Susa continui a rappresentare il principale laboratorio delle politiche di controllo del dissenso. La Digos sta ora passando al setaccio le immagini raccolte da droni e telecamere per attribuire responsabilità individuali e individuare altri partecipanti agli assalti ai cantieri di Chiomonte e San Didero.
Secondo gli investigatori, tra i manifestanti sarebbe stata particolarmente significativa la presenza di attivisti provenienti dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna, ricondotti genericamente al cosiddetto “blocco nero”. Una definizione che torna puntualmente nelle cronache giudiziarie e giornalistiche, ma che continua a indicare più una categoria politico-mediatica che un’organizzazione concretamente individuabile.
L’idea di un nuovo reato associativo
Ma è sul piano politico che si registra la novità più significativa. Sull’onda degli scontri in Val di Susa, Fratelli d’Italia ha annunciato una proposta di legge destinata a modificare profondamente il diritto penale. Il deputato Francesco Filini ha anticipato l’intenzione di introdurre una nuova forma di associazione per delinquere che possa colpire anche un semplice “vincolo coordinato”, pur in assenza di una struttura stabile, di una gerarchia o di un’organizzazione permanente.
Si tratta di un cambio di paradigma di enorme portata. Il nostro ordinamento conosce già il reato di associazione per delinquere, disciplinato dall’articolo 416 del codice penale, e le fattispecie associative di terrorismo previste dall’articolo 270 bis. Entrambe richiedono però requisiti ben precisi: un’organizzazione stabile, un programma criminoso e un vincolo associativo duraturo.
La nuova proposta mira invece a superare proprio questi presupposti, consentendo di contestare un reato associativo anche a persone che non si conoscono tra loro ma che abbiano partecipato in maniera ritenuta “coordinata” alla stessa protesta.
In altre parole, non sarebbe più necessario dimostrare l’esistenza di un’organizzazione. Potrebbe bastare la partecipazione comune a una mobilitazione.
Il fantasma del “terrorismo di piazza”
È da anni che alcuni settori politici e sindacali evocano il concetto di “terrorismo di piazza”. Una formula suggestiva sul piano propagandistico, ma priva di qualsiasi fondamento giuridico.
Non è un caso che tutte le principali inchieste che negli ultimi decenni hanno tentato di costruire una presunta “eversione di piazza” siano sostanzialmente fallite davanti ai tribunali.
Dai processi contro il movimento No Tav alle vicende legate al G8 di Genova, fino ai procedimenti contro gli attivisti dei movimenti sociali, le procure hanno più volte cercato di sostenere l’esistenza di associazioni criminali fondate sulla semplice partecipazione comune alle manifestazioni. Ma nessuna sentenza definitiva ha mai validato questa impostazione.
La ragione è semplice: partecipare alla stessa protesta, anche se sfocia in episodi di violenza, non equivale automaticamente a costituire un’associazione criminale.
I giuristi: “Una proposta incompatibile con la Costituzione”
Le critiche alla proposta arrivano da avvocati, magistrati e costituzionalisti. Per Francesco Romeo della Rete di resistenza legale «non può esistere un’associazione che non sia strutturata con un vincolo stabile e un programma criminoso». Trasformare qualsiasi episodio verificatosi durante una manifestazione in un reato associativo significherebbe, secondo il legale, introdurre di fatto un “terrorismo di piazza” senza chiamarlo con il suo nome.
Sulla stessa linea Cesare Antetomaso dei Giuristi Democratici che ricorda come Corte costituzionale e Corte di Cassazione abbiano sempre distinto nettamente il concorso di persone nel reato dall’associazione per delinquere. Ridurre il vincolo associativo a un semplice coordinamento occasionale comporterebbe una duplicazione della punibilità e violerebbe il principio di proporzionalità.
Anche Simone Silvestri, segretario di Magistratura Democratica, evidenzia il rischio di un’anticipazione eccessiva della soglia di punibilità, fino a colpire la mera adesione ideale, in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione.
Federica Borlizzi, della rete No Kings Italia, individua infine il vero obiettivo politico della proposta: non punire più efficacemente i singoli reati, già oggi severamente sanzionati, ma trasformare la dimensione collettiva della protesta in un elemento autonomo di pericolosità sociale.
Dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva
La vicenda della Val di Susa sembra così segnare un nuovo passaggio nella strategia di criminalizzazione del conflitto sociale.
Prima arrivano la militarizzazione del territorio, i controlli di massa, i fogli di via, i Daspo, le identificazioni preventive. Poi si amplia progressivamente il ricorso alla flagranza differita, alle misure cautelari e ai reati più gravi. Ora si tenta di intervenire direttamente sulla struttura del diritto penale, ridefinendo il concetto stesso di associazione criminale.
Il rischio, denunciato da numerosi giuristi, è quello di sostituire la responsabilità penale individuale con una responsabilità politica e collettiva, nella quale non conta più ciò che ciascuno ha fatto, ma il semplice fatto di essere presenti nello stesso luogo, condividere una protesta o appartenere alla stessa area di movimento.
Se questa impostazione dovesse tradursi in legge, il confine tra repressione dei reati e repressione del dissenso si assottiglierebbe ulteriormente. E la Val di Susa confermerebbe ancora una volta il proprio ruolo di laboratorio nel quale sperimentare strumenti destinati, in un secondo momento, a essere estesi ben oltre i confini della valle.
In gioco non c’è soltanto il futuro del movimento No Tav. C’è il principio fondamentale secondo cui il diritto penale punisce i fatti, non le idee; le responsabilità individuali, non l’appartenenza a una protesta collettiva. Quando questo principio viene messo in discussione, non è soltanto una manifestazione a finire sotto processo, ma l’equilibrio stesso dello Stato di diritto.
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