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26/08/2026

La volontà belligerante cinese non va sottovalutata

Di seguito proponiamo una interessante analisi che sollecita a prendere atto – da una posizione marcatamente occidentale cui ovviamente va fatta la tara – del cambio di passo di Pechino circa la propria assertività militare.

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Quando si tratta di analizzare il potenziale militare e di predire la postura della Repubblica Popolare Cinese (RPC), spesso e volentieri si tende a raggiungere conclusioni estreme e opposte: o Pechino non è una minaccia e mai lo sarà, oppure siamo sull’orlo di un conflitto aperto. Si tende cioè a sottovalutare, o per contrario a sopravvalutare, il potenziale bellico cinese ma soprattutto la volontà della RPC di dare inizio a un conflitto. Con ogni probabilità, grazie a osservazioni e raccolte di dati durate lustri, ci troviamo in una situazione molto diversa, ma comunque per niente foriera di pace e stabilità nel corto/medio termine.

Dal punto di vista strettamente militare, la RPC ha ormai da decenni intrapreso una costruzione di forze in grado, in un futuro relativamente prossimo (orizzonte 2040), di farla diventare una potenza globale capace di affrontare – e sconfiggere – gli Stati Uniti. Si tratta di uno sforzo generale di ampia portata che non riguarda solo il numero di assetti presenti nelle diverse branche delle forze armate, ma anche il loro livello qualitativo, il cambiamento delle dottrine di impiego che ne consegue, e soprattutto afferisce a un profondo miglioramento e potenziamento delle infrastrutture militari in generale.

Un interessante articolo apparso su War on the rocks sottolinea in modo semplice ed esaustivo questo processo, mettendo in guardia sulla fallacia e pericolosità di farne un’analisi sottovalutante.

Nell’articolo, si afferma infatti che Pechino ha trascorso anni a modificare traghetti civili per la messa a mare di veicoli blindati anfibi, a sviluppare attrezzature specializzate per lo sbarco di forze senza la necessità di infrastrutture portuali convenzionali, a rafforzare decine di basi aeree e ad espandere rapidamente le forze missilistiche che potrebbero essere utilizzate per scoraggiare o sconfiggere un intervento statunitense. Eppure, allo stesso tempo, una linea di analisi ricorrente sostiene che le preoccupazioni sulle capacità militari della RPC siano esagerate e che un’invasione di Taiwan rimanga al di fuori della portata dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA – People’s Liberation Army). Queste analisi, secondo l’autore, differiscono per aspetti importanti: alcune sottolineano il carattere politico dell’esercito cinese, la mancanza di esperienza in combattimento e le carenze istituzionali; altre evidenziano gli straordinari ostacoli militari, economici, geografici e politici che un’invasione dovrebbe affrontare, oppure le purghe e altri segnali di disfunzione all’interno delle forze armate cinesi.

La realtà però, se considerata nel suo insieme temporale e avendo come punto di riferimento la nuova politica di Xi Jinping dal suo avvento sino a oggi, ci racconta una storia diversa. Certamente non siamo davanti a mistificazioni – nella stragrande maggioranza dei casi – e certe argomentazioni restano valide, ma l’incertezza sul successo della RPC in un conflitto aperto (per Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale) non equivale alla certezza della sua incapacità. Le prove disponibili non supportano un giudizio categorico secondo cui Pechino non possieda – e continuerà a non possedere – la capacità militare necessaria per conquistare e mantenere Taiwan o affrontare militarmente le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La RPC potrebbe già disporre di una strada credibile per il successo, sebbene tale successo – soprattutto di fronte a un intervento statunitense – sia tutt’altro che garantito.

L’obiezione che l’autore fa alle analisi meno allarmistiche sono le stesse che abbiamo condiviso da anni: la carenza di unità per la guerra anfibia non significa – nel caso cinese – essere incapaci di compiere un’operazione anfibia su vasta scala considerando che il PLA da almeno 3 lustri si esercita e utilizza navi civili riadattate per le operazioni militari di sbarco. Sul tema della proiezione di potenza marittima, supportata da una marina militare in ampliamento numerico e qualitativo che è già la più numerosa al mondo, non si tiene quasi mai conto della Guardia Costiera, della milizia marittima, delle forze missilistiche antinave a lungo raggio basate a terra e del trasporto marittimo civile, tutti elementi che sono rilevanti per la proiezione di potenza marittima e che sono cruciali per le operazioni in acque limitrofe, come appunto un attacco a Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, o in quello Orientale (leggasi isole Senkaku).

Più ancora, la force building navale – perdonateci la terminologia anglosassone – è indicativa della volontà di portare il proprio potenziale bellico oltre la Prima Catena di Isole, con la prospettiva – più che chiara – di arrivare a ottenere la capacità di controllare nel medio periodo il Pacifico Occidentale sino e oltre la Seconda Catena di Isole. Lo stesso ragionamento potremmo farlo per le forze missilistiche, che annoverano un numero elevato di vettori balistici di raggio medio e intermedio in grado di colpire quasi ovunque nel medesimo teatro, oppure per le forze aeree, che si sono dotate di velivoli di quinta generazione con una vocazione da superiorità aerea in profondità, fattore che dovrebbe far pensare a un loro utilizzo non per scopi strettamente difensivi ma per avere capacità di air dominance a grande distanza.

Quello che forse è ancora più sottovalutato, e oggetto a volte di mistificazioni, è la volontà cinese di poter usare la forza militare. Anche in questo caso, le anime più “pacifiste” ci ripetono il desiderio di Pechino di cooperare a livello internazionale per ottenere “pace e stabilità” attraverso la costruzione di reti commerciali sinocentriche, oppure alcune arrivano a mistificare la storia cinese affermando che la RPC non ha mai partecipato a una guerra nella sua pluridecennale storia, dimenticando l’intervento diretto nel conflitto coreano negli anni Cinquanta, l’attacco all’India nel 1962 e i due brevi conflitti col Vietnam a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.

La realtà, in questo caso, è notevolmente diversa e possiamo affermarlo dai segnali che leggiamo e che ci arrivano da diversi quadranti geografici e dallo stesso Politburo. Le esercitazioni militari cinesi, ad esempio, sono attagliate principalmente su un conflitto per Taiwan: non solo si simula – con tanto di modelli in grandezza naturale – la presa manu militari di Taipei, ma dal 2024 a oggi le esercitazioni aeronavali e anfibie hanno simulato diversi scenari tra cui il blocco navale dell’isola e un vero e proprio sbarco anfibio che è stato messo in scena in una porzione geografica estesa esattamente quanto l’isola di Taiwan. Esercitazioni, queste ultime, che – guarda caso – hanno utilizzato unità navali civili come i traghetti Ro-Ro (Roll On Roll Off). Cambiando scenario, nel Mar Cinese Meridionale la postura cinese si è fatta sempre più aggressiva verso le Filippine e Pechino sta utilizzando per la prima volta le sue forze armate in dimostrazioni di forza a ridosso dell’arcipelago di Manila, invece di impiegare esclusivamente la Guardia Costiera e le flottiglia paramilitare da pesca come ha fatto negli anni precedenti in azioni coercitive e aggressive.

Lo stesso presidente Xi Jinping, in occasione del vertice a Pechino col suo omologo statunitense Donald Trump, ha tenuto a ribadire – oltre alla “trappola di Tucidide” ormai nota – che la rivendicazione di Pechino sull’isola di Taiwan rimane “la questione più importante” nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e che se gestita male – ovvero qualora Washington dovesse intromettersi a difesa dell’isola – i due Paesi “si scontreranno o addirittura entreranno in conflitto, spingendo l’intera relazione sino-americana in una situazione molto pericolosa”. La RPC sta quindi dimostrando non solo di avere forze militari che stanno diventando uno strumento sempre più moderno ed efficace – nonostante le perplessità più volte evidenziate – ma anche di avere la volontà di utilizzare lo strumento militare per ottenere i propri obiettivi strategici.

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