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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/08/2026

La volontà belligerante cinese non va sottovalutata

Di seguito proponiamo una interessante analisi che sollecita a prendere atto – da una posizione marcatamente occidentale cui ovviamente va fatta la tara – del cambio di passo di Pechino circa la propria assertività militare.

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Quando si tratta di analizzare il potenziale militare e di predire la postura della Repubblica Popolare Cinese (RPC), spesso e volentieri si tende a raggiungere conclusioni estreme e opposte: o Pechino non è una minaccia e mai lo sarà, oppure siamo sull’orlo di un conflitto aperto. Si tende cioè a sottovalutare, o per contrario a sopravvalutare, il potenziale bellico cinese ma soprattutto la volontà della RPC di dare inizio a un conflitto. Con ogni probabilità, grazie a osservazioni e raccolte di dati durate lustri, ci troviamo in una situazione molto diversa, ma comunque per niente foriera di pace e stabilità nel corto/medio termine.

Dal punto di vista strettamente militare, la RPC ha ormai da decenni intrapreso una costruzione di forze in grado, in un futuro relativamente prossimo (orizzonte 2040), di farla diventare una potenza globale capace di affrontare – e sconfiggere – gli Stati Uniti. Si tratta di uno sforzo generale di ampia portata che non riguarda solo il numero di assetti presenti nelle diverse branche delle forze armate, ma anche il loro livello qualitativo, il cambiamento delle dottrine di impiego che ne consegue, e soprattutto afferisce a un profondo miglioramento e potenziamento delle infrastrutture militari in generale.

Un interessante articolo apparso su War on the rocks sottolinea in modo semplice ed esaustivo questo processo, mettendo in guardia sulla fallacia e pericolosità di farne un’analisi sottovalutante.

Nell’articolo, si afferma infatti che Pechino ha trascorso anni a modificare traghetti civili per la messa a mare di veicoli blindati anfibi, a sviluppare attrezzature specializzate per lo sbarco di forze senza la necessità di infrastrutture portuali convenzionali, a rafforzare decine di basi aeree e ad espandere rapidamente le forze missilistiche che potrebbero essere utilizzate per scoraggiare o sconfiggere un intervento statunitense. Eppure, allo stesso tempo, una linea di analisi ricorrente sostiene che le preoccupazioni sulle capacità militari della RPC siano esagerate e che un’invasione di Taiwan rimanga al di fuori della portata dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA – People’s Liberation Army). Queste analisi, secondo l’autore, differiscono per aspetti importanti: alcune sottolineano il carattere politico dell’esercito cinese, la mancanza di esperienza in combattimento e le carenze istituzionali; altre evidenziano gli straordinari ostacoli militari, economici, geografici e politici che un’invasione dovrebbe affrontare, oppure le purghe e altri segnali di disfunzione all’interno delle forze armate cinesi.

La realtà però, se considerata nel suo insieme temporale e avendo come punto di riferimento la nuova politica di Xi Jinping dal suo avvento sino a oggi, ci racconta una storia diversa. Certamente non siamo davanti a mistificazioni – nella stragrande maggioranza dei casi – e certe argomentazioni restano valide, ma l’incertezza sul successo della RPC in un conflitto aperto (per Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale) non equivale alla certezza della sua incapacità. Le prove disponibili non supportano un giudizio categorico secondo cui Pechino non possieda – e continuerà a non possedere – la capacità militare necessaria per conquistare e mantenere Taiwan o affrontare militarmente le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La RPC potrebbe già disporre di una strada credibile per il successo, sebbene tale successo – soprattutto di fronte a un intervento statunitense – sia tutt’altro che garantito.

L’obiezione che l’autore fa alle analisi meno allarmistiche sono le stesse che abbiamo condiviso da anni: la carenza di unità per la guerra anfibia non significa – nel caso cinese – essere incapaci di compiere un’operazione anfibia su vasta scala considerando che il PLA da almeno 3 lustri si esercita e utilizza navi civili riadattate per le operazioni militari di sbarco. Sul tema della proiezione di potenza marittima, supportata da una marina militare in ampliamento numerico e qualitativo che è già la più numerosa al mondo, non si tiene quasi mai conto della Guardia Costiera, della milizia marittima, delle forze missilistiche antinave a lungo raggio basate a terra e del trasporto marittimo civile, tutti elementi che sono rilevanti per la proiezione di potenza marittima e che sono cruciali per le operazioni in acque limitrofe, come appunto un attacco a Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, o in quello Orientale (leggasi isole Senkaku).

Più ancora, la force building navale – perdonateci la terminologia anglosassone – è indicativa della volontà di portare il proprio potenziale bellico oltre la Prima Catena di Isole, con la prospettiva – più che chiara – di arrivare a ottenere la capacità di controllare nel medio periodo il Pacifico Occidentale sino e oltre la Seconda Catena di Isole. Lo stesso ragionamento potremmo farlo per le forze missilistiche, che annoverano un numero elevato di vettori balistici di raggio medio e intermedio in grado di colpire quasi ovunque nel medesimo teatro, oppure per le forze aeree, che si sono dotate di velivoli di quinta generazione con una vocazione da superiorità aerea in profondità, fattore che dovrebbe far pensare a un loro utilizzo non per scopi strettamente difensivi ma per avere capacità di air dominance a grande distanza.

Quello che forse è ancora più sottovalutato, e oggetto a volte di mistificazioni, è la volontà cinese di poter usare la forza militare. Anche in questo caso, le anime più “pacifiste” ci ripetono il desiderio di Pechino di cooperare a livello internazionale per ottenere “pace e stabilità” attraverso la costruzione di reti commerciali sinocentriche, oppure alcune arrivano a mistificare la storia cinese affermando che la RPC non ha mai partecipato a una guerra nella sua pluridecennale storia, dimenticando l’intervento diretto nel conflitto coreano negli anni Cinquanta, l’attacco all’India nel 1962 e i due brevi conflitti col Vietnam a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.

La realtà, in questo caso, è notevolmente diversa e possiamo affermarlo dai segnali che leggiamo e che ci arrivano da diversi quadranti geografici e dallo stesso Politburo. Le esercitazioni militari cinesi, ad esempio, sono attagliate principalmente su un conflitto per Taiwan: non solo si simula – con tanto di modelli in grandezza naturale – la presa manu militari di Taipei, ma dal 2024 a oggi le esercitazioni aeronavali e anfibie hanno simulato diversi scenari tra cui il blocco navale dell’isola e un vero e proprio sbarco anfibio che è stato messo in scena in una porzione geografica estesa esattamente quanto l’isola di Taiwan. Esercitazioni, queste ultime, che – guarda caso – hanno utilizzato unità navali civili come i traghetti Ro-Ro (Roll On Roll Off). Cambiando scenario, nel Mar Cinese Meridionale la postura cinese si è fatta sempre più aggressiva verso le Filippine e Pechino sta utilizzando per la prima volta le sue forze armate in dimostrazioni di forza a ridosso dell’arcipelago di Manila, invece di impiegare esclusivamente la Guardia Costiera e le flottiglia paramilitare da pesca come ha fatto negli anni precedenti in azioni coercitive e aggressive.

Lo stesso presidente Xi Jinping, in occasione del vertice a Pechino col suo omologo statunitense Donald Trump, ha tenuto a ribadire – oltre alla “trappola di Tucidide” ormai nota – che la rivendicazione di Pechino sull’isola di Taiwan rimane “la questione più importante” nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e che se gestita male – ovvero qualora Washington dovesse intromettersi a difesa dell’isola – i due Paesi “si scontreranno o addirittura entreranno in conflitto, spingendo l’intera relazione sino-americana in una situazione molto pericolosa”. La RPC sta quindi dimostrando non solo di avere forze militari che stanno diventando uno strumento sempre più moderno ed efficace – nonostante le perplessità più volte evidenziate – ma anche di avere la volontà di utilizzare lo strumento militare per ottenere i propri obiettivi strategici.

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19/02/2026

La Cina minacciata: città e postazioni militari a tiro di missile da Taiwan

La tensione nel Mar Cinese Meridionale raggiunge nuovi picchi dopo le indiscrezioni arrivate da ambito politico e militare al giornale di Taipei Liberty Times: le forze armate di Taiwan starebbero valutando di dispiegare missili statunitensi fino a poche decine di chilometri di distanza dalla costa cinese.

Il quotidiano ha riportato che c’è la volontà di portare il sistema HIMARS sulle isole di Penghu e Dongyin e, mettendolo in combinazione con i missili ATACMS, minacciare direttamente l’entroterra della Repubblica Popolare. Con una gittata che si aggirerebbe intorno ai 300 chilometri, Taipei potrebbe colpire porti, aeroporti e postazioni dell’esercito del Dragone nelle regioni del Fujian e dello Zhejiang.

La notizia è arrivata poco dopo le esercitazioni taiwanesi svoltesi alla fine di gennaio. Dopo un lungo e strano silenzio, alla fine lo scorso 10 febbraio il Ministero della Difesa di Pechino ha lanciato un monito molto duro. Il portavoce del dicastero, Jiang Bin, ha dichiarato che questo tipo di iniziative sono pericolose e provocatorie, e possono portare a un “disastro devastante”.

La scorsa estate Taipei ha usato il sistema HIMARS in esercitazioni militari, mentre lo scorso dicembre Washington ha dato il via libera alla vendita di ulteriori 420 ATACMS all’arcipelago secessionista. Si tratta di armamenti facenti parte di quello che dovrebbe essere il più grande pacchetto militare fornito dagli USA a Taiwan, di cui l’approvazione è ancora in corso in tutti i suoi dettagli.

Vi sono elementi che preoccupano la sicurezza cinese. Gli ATACMS sono missili che superano di tre volte la velocità del suono, e il cui il profilo di volo raggiunge altitudini che permettono di eludere la maggior parte dei sistemi convenzionali di difesa aerea.

Nell’accordo appena citato, inoltre, è previsto anche il possibile acquisto di 82 HIMARS, piattaforme mobili che segnalano la volontà taiwanese di privilegiare lanciatori spostabili in maniera relativamente veloce rispetto a grandi piattaforme statiche, più vulnerabili a possibili attacchi.

Il giorno successivo alla conferenza stampa di Jiang Bin, il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ne ha tenuta una a sua volta per sostenere il significativo aumento delle spese militari, fino a oggi bloccato dalle opposizioni. “Anche i vicini dell’Indo-Pacifico – ha detto Lai – hanno aumentato la spesa per la difesa in risposta alla crescente aggressione militare della Cina”.

Ma il Dragone non sta minacciando nessuno: l’arcipelago guidato da Taipei è riconosciuto come paese indipendente da una manciata di capitali, mentre gli stessi Stati Uniti seguono la dottrina del riconoscimento internazionale di “una sola Cina”. Inoltre, il dispiegamento di tali armamenti da parte di Taiwan sembra in contrasto anche con il Taiwan Relations Act del 1979, che regola i rapporti tra il paese e Washington.

Secondo il trattato, gli Stati Uniti si impegnano a fornire esclusivamente “armi di carattere difensivo”. La natura degli ATACMS e il loro posizionamento rappresentano un evidente superamento dei termini dell’accordo. L’asse imperialismo guidato dalla Casa Bianca sta accentuando le tensioni lungo tutta la First Island Chain, rischiando di rendere l’Indo-Pacifico un settore ipermilitarizzato, più di quello che è già ora.

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20/11/2025

Che succede tra Cina e Giappone?

di Michelangelo Cocco

Shanghai non può più essere colpita con missili Tomahawk dalla base dei marine di Iwakuni. I lanciatori Usa Typhon – rimasti nella prefettura giapponese di Yamaguchi ben oltre la durata del war game Usa-Giappone “Resolute Dragon 2025”, per il quale vi erano stati installati a settembre – sono stati infine rimossi, ha annunciato l’altro ieri il ministero della difesa di Tokyo nel bel mezzo della crisi diplomatica scoppiata tra Cina e Giappone.

I missili Usa di medio raggio, testati per la prima volta in Giappone (e già provati nelle Filippine), così come la risposta di Pechino all’esternazione su Taiwan della neopremier nipponica Sanae Takaichi, sono un sintomo delle cause profonde di questa crisi: nel Pacifico occidentale l’egemonia Usa sta subendo forti scossoni, sia per l’ascesa economico-militare della Cina, sia per la scelta di Washington di delegare in parte agli alleati la difesa dei suoi interessi e i relativi oneri.

La dichiarazione che ha dato il via alla controversia, pronunciata dall’ultra-nazionalista Takaichi il 7 novembre scorso in parlamento, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi», non è che l’epifenomeno di un malessere più diffuso, da Pechino a Tokyo, Manila, Taipei e Seul: quello della diffidenza reciproca e il conseguente riarmo a tappe forzate, che evidenziano quanto sia concretamente percepito il rischio di una prossima guerra nel Pacifico.

Mentre l’Europa è concentrata sulla guerra di logoramento della Russia all’Ucraina e (decisamente molto meno) sull’annosa questione palestinese, è nell’Asia-Pacifico, l’area economicamente più dinamica del Pianeta, nella quale sta crescendo l’influenza cinese, che si registrano i cambiamenti in grado di produrre una drammatica rottura tra la potenza in ascesa e quella egemone.

Queste trasformazioni sono innanzitutto economiche, con le compagnie cinesi che, per la prima volta nella storia, rosicchiano alle concorrenti delle economie avanzate fette di mercati di beni di consumo ad alto valore aggiunto, contribuendo così a un ulteriore avanzamento della Cina.

Alla diffusione della narrazione sulla Cina che vuole “conquistare il mondo” si accompagna un riarmo a tappe forzate. Da anni il tasso d’incremento delle spese militari di Pechino supera quello del prodotto interno lordo, e con la gigantesca parata del 3 settembre in piazza Tiananmen, nonché la più recente entrata in servizio della terza portaerei made in China, sono apparse chiare la qualità e la rapidità dell’ammodernamento dell’Esercito popolare di liberazione.

E gli alleati Usa nella regione non stanno a guardare. Le Filippine hanno dato maggiore accesso all’arcipelago ai militari Usa, provato il sistema Typhon, e stretto una cooperazione militare con il Giappone; quest’ultimo ha portato le spese militari al 2 per cento del Pil con un paio d’anni d’anticipo sulle previsioni, rafforzato l’alleanza con gli Usa e avviato lo smantellamento della Costituzione pacifista; la Corea del Sud ha ottenuto l’ok da Washington per dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare.

Di questioni irrisolte ed esplosive, potenziali casus belli, nella regione ce ne sono almeno tre. Taiwan, con la Cina di Xi che insiste sulla necessità della “riunificazione”, senza escludere l’uso della forza per portarla a compimento; il Mar cinese meridionale, nel quale Pechino ha contenziosi territoriali con diversi vicini, a cominciare dalle Filippine; il Mar cinese orientale, con l’arcipelago delle Diaoyu-Senkaku conteso tra Cina e Giappone.

Ovviamente non c’è alcun automatismo tra queste dispute e lo scoppio di una guerra. Pechino, ad esempio, sostiene di voler risolvere le controversie nel Mar cinese meridionale col dialogo bilaterale o attraverso l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean), mentre ritiene quella di Taiwan una questione “interna”, rispetto alla quale respinge ogni ingerenza.

Tuttavia a spingere nella direzione dello scontro è il cambiamento del quadro regionale. Con il riarmo della Cina, soprattutto navale, a sostegno delle rivendicazioni di Pechino su Taiwan e nei “suoi” mari. E, in egual misura, con il nuovo containment Usa, una riedizione di quello della Guerra fredda che, come contro l’URSS, vede ogni iniziativa cinese – politica, economica, militare – come una minaccia, alla quale opporre contromisure per frenarne l’espansione.

E poi c’è il vento del nazionalismo, che soffia forte a Pechino come a Tokyo. In Cina il 90 per cento della popolazione non si fida dei giapponesi e viceversa, secondo un recente sondaggio incrociato, mentre negli ultimi mesi ci sono stati attacchi a cittadini giapponesi in Cina e cinesi in Giappone.

Ipotizzando un intervento militare del Giappone a difesa di quella che Pechino considera una sua provincia (occupata dal Giappone dal 1895 al 1945), la leader del partito liberaldemocratico ha scavalcato il principio al quale si attengono ufficialmente sia il suo paese sia gli Usa, la cosiddetta “ambiguità strategica”.

Takaichi ha fatto un clamoroso pasticcio all’esordio del suo governo? No, la sessantaquattrenne erede di Shinzo Abe ha sostenuto da premier ciò che il suo mentore aveva detto mentre non ricopriva l’incarico: il Giappone si riarma anche per fronteggiare la Cina. È un cambiamento strategico, non una gaffe, per questo Takaichi si rifiuta di ritrattare la sua dichiarazione, come chiede Pechino.

L’altro elemento che riflette la magnitudo dei cambiamenti in corso è l’ampiezza e la fermezza della reazione che Pechino ha scatenato dopo l’uscita di Takaichi, che lascia immaginare due cose, dalle conseguenze molto profonde: che la Cina percepisca le politiche degli Usa e dei loro alleati regionali proprio come un containment da spezzare; che la Cina si senta ormai una grande potenza, pronta a tutelare i suoi interessi con ogni mezzo.

La prima risposta alle dichiarazioni di Takaichi è stata quella classica, la convocazione dell’ambasciatore giapponese a Pechino, per porgergli proteste presentate come provenienti direttamente dalla leadership, come ad accrescerne la solennità. Immediatamente è stata attivata l’oliata e sempre più pervasiva macchina della propaganda, soprattutto attraverso i social, che ha presentato Takaichi come un mostro che vuole far rivivere gli orrori del militarismo imperiale nipponico.

Per inciso, la storia dell’occupazione e dei massacri giapponesi in Cina in questa vicenda conta. Dal massacro di Nanchino alle nefandezze dell’Unità 731 comandata da Shiro Ishii, quella memoria viene tramandata da decenni sia a tutela della legittimità del partito che (assieme al Kuomintang) ha liberato il paese dagli occupanti, sia per contrastare ogni nuova tentazione militarista di Tokyo.

Poi è arrivato l’invito del governo a studenti e tour operator a non andare in Giappone (a poco più di un mese dal Capodanno cinese, per l’economia nipponica si profilano perdite pesanti), perché il paese sarebbe “pericoloso”. Su questo fronte – quello economico-commerciale – nei prossimi giorni la Cina potrebbe esercitare ulteriori pressioni sul Giappone, per ottenere il dietrofront di Takaichi. Navi della guardia costiera di Pechino si sono dirette verso le isole contese Diaoyu-Senkaku.

Infine, il Quotidiano del popolo, ha esortato le nazioni asiatiche a restare “in massima allerta” di fronte al potenziale “pericoloso” orientamento strategico del Giappone, tracciando un paragone tra Takaichi e il militarismo imperiale nipponico.

Insomma una risposta molto dura, mentre il ministero degli esteri ha fatto sapere che il premier, Li Qiang, non ha intenzione di incontrare Takaichi al summit del G20 in Sudafrica del 22-23 novembre.

In Occidente la reazione di Pechino può apparire esagerata. In fondo la premier nipponica ha “semplicemente” ipotizzato un intervento militare del Giappone nel caso che un’azione di Pechino nei confronti di Taiwan rappresentasse una minaccia esistenziale.

Per chi governa la Cina ininterrottamente dal 1949 invece si è trattato di una risposta necessaria, in linea con la costante, quotidiana riaffermazione della sovranità di Pechino su Taiwan. Che piaccia o no, siamo di fronte a una grande potenza che rivendica sovranità sull’isola, che giudica storicamente sua e geopoliticamente strategica, che ha come obiettivo la “riunificazione” di quel territorio, e che non può tollerare che la premier di un paese vicino, membro del G7 e alleato degli Stati Uniti, metta in dubbio tale sovranità.

Dal ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, di Donald Trump, i diplomatici e funzionari cinesi hanno letteralmente martellato l’amministrazione repubblicana, avvertendola di non superare le cosiddette “linee rosse” su Taiwan (sostegno all’indipendentista Partito progressista democratico e massicci armamenti a Taipei), confidando, con Trump, in un relativo “disinteresse” di Washington per quella che resta comunque una postazione strategica da difendere, ma che Trump è meno propenso ad armare e alla quale ha tolto il cosiddetto “scudo di silicio” ottenendo massicce localizzazioni negli Stati Uniti di TSMC, la compagnia taiwanese leader globale nella produzione di microchip.

Se Pechino da decenni condiziona le relazioni diplomatiche al riconoscimento (e alla continua riaffermazione) da parte dei propri partner del principio “una sola Cina” e dedica un’attenzione ossessiva alle mosse di Washington su Taiwan, per scrutarne ogni possibile, minimo mutamento che potrebbe esser letto come a favore di Taiwan, nei confronti di un paese del G7, alleato e satellite degli Usa, non ci si poteva aspettare che una simile reazione.

E Pechino non si fermerà fin quando non avrà ottenuto la retromarcia ufficiale di Takaichi, o qualcosa che le somigli molto.

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28/04/2025

Si alza la tensione nel Mar Cinese Meridionale


I media cinesi lo scorso giovedì hanno riportato la notizia che la guardia costiera del Dragone “ha implementato il controllo marittimo ed esercitato la giurisdizione sovrana” sulla piccola isola di Sandy Cay. Una foto mostra alcuni ufficiali che tengono la bandiera della Cina su quel piccolo affioramento che fa parte dell’arcipelago Spratly, nel Mar Cinese Meridionale.

I marinai cinesi avrebbero ripulito l’isola da rifiuti e detriti vari, ma vi si sarebbero recati anche “per raccogliere prove video di attività illegali rilevanti da parte delle Filippine”. Sandy Cay è sostanzialmente un banco di sabbia di un paio di centinaia di metri quadrati, ma la sovranità su di esso è contestata tra vari attori regionali, e oggi si trova al crocevia di importanti interessi geopolitici.

L’isola si trova vicina a Subi Reef, un atollo su cui Pechino è intervenuta artificialmente per renderlo adatto a posizionarvi installazioni militari. Anche Taiwan considera parte del proprio territorio alcune isole vicine, ma il nodo che solleva Sandy Cay riguarda soprattutto il rapporto cinese con le Filippine, e non solo per i diritti rivendicati su quelli che sono poco più che scogli.

A pochi chilometri da Sandy Cay, infatti, si trova l’isola di Thitu, che ospita il più importante avamposto militare di Manila nel Mar Cinese Meridionale. Secondo il diritto internazionale, essendo Sandy Cay una lingua di sabbia naturale, se considerata come territorio del Dragone allora l’isola di Thitu si troverebbe entro le 12 miglia nautiche del suo mare territoriale.

Una mossa del genere, svoltasi probabilmente a inizio del mese, non arriva ovviamente priva di motivazioni. Dal 21 aprile al 9 maggio le forze armate filippine stanno portando avanti l’annuale esercitazione militare con le forze statunitensi, denominata Balikatan. L’arcipelago Spratly ne è largamente interessato.

Già negli scorsi anni c’erano state una sorta di scaramucce tra le navi cinesi e quelle filippine intorno a Sandy Cay. Con la presidenza di Ferdinand Marcos Jr. i rapporti tra Manila e Washington sono andati stringendosi nuovamente, e il paese insulare si è preoccupato che la Cina non portasse avanti opere artificiali di ampliamento di quella striscia di sabbia, per renderla una nuova base.

Da parte del Dragone, invece, la minaccia è avvertita nel fatto che le forze filippine e statunitensi eseguiranno la prima simulazione di battaglia completa per punti critici come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale – dove ricordiamo che passa una fetta importante del commercio mondiale, assumendo un’importanza non solo geopolitica ma anche economica.

Inoltre, per la seconda volta dopo un test presso le Hawaii e per la prima volta al di fuori del territorio USA, verrà utilizzato il MADIS, un sistema terra-aria a corto raggio per il rilevamento e la neutralizzazione di sistemi aerei senza pilota, cioè di droni. L’obiettivo dei marines è di schierarne ben 195 entro il 2035, e ciò significa un’ulteriore militarizzazione dell’Indo-Pacifico.

James Hewitt, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, riguardo alla vicenda cinese di Sandy Cay, ha dichiarato che “azioni come queste minacciano la stabilità regionale e violano il diritto internazionale”, e che si stanno consultando con i partner regionali per capire gli sviluppi della vicenda, con Manila che potrebbe voler rispondere in qualche modo.

Liu Dejun, portavoce della guardia costiera cinese, ha affermato che il corpo di cui è parte “continuerà a svolgere attività di protezione dei diritti e di applicazione della legge nelle acque sotto la giurisdizione della Cina in conformità con la legge e a salvaguardare risolutamente la sovranità territoriale del paese e i diritti e gli interessi marittimi”.

Continuano gli attriti in quello che molti analisti considerano come il più pericoloso e concreto teatro per una possibile precipitazione militare del rapporto tra Pechino e Washington.

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16/04/2025

L’Asia agli asiatici

Se è vero che la dottrina Monroe (riassunta nello slogan “L’America agli americani”) è uno dei fondamenti ideologici delle politiche di Donald Trump, è altrettanto vero che la Cina guarda anzitutto all’Asia, e in particolare alla sua “periferia”, per espandere e rafforzare legami commerciali e di sicurezza.

Per provare a costruire una comunità di libero scambio che possa mantenere più o meno inalterato il suo surplus commerciale (992 miliardi di USD nel 2024), in attesa che la domanda interna contribuisca maggiormente alla crescita del paese, e per migliorare le relazioni anche con i paesi dell’area sedi di basi militari statunitensi (Giappone, Corea del Sud, Singapore), per allontanare lo spettro di uno scontro nel Pacifico.

Aumentare e mantenere fluidi gli scambi tra gli stati dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) per Pechino ha dunque una duplice valenza strategica: economica e di sicurezza, come evidenziato dai discorsi che Xi Jinping sta pronunciando durante le sue visite di stato in Vietnam, Malesia e Cambogia.

I vicini asiatici – in particolare i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (oltre al Giappone e la Corea del Sud) – rappresentano quelli con cui la diplomazia e la leadership cinese puntano a rafforzare ulteriormente la cooperazione per minimizzare gli effetti del protezionismo di Donald Trump.

Questa strategia, delineata da Pechino da diversi anni (in risposta al ‘Pivot to Asia’ obamiano del 2011) è diventata più urgente dopo l’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi che il presidente degli Stati Uniti ha elevato fino al 145 per cento (la rappresaglia di Pechino si è fermata al 125 per cento, ndr).

Non a caso il primo viaggio all’estero del 2025 (14-18 aprile) ha portato Xi Jinping in tre stati dell’Asean: Vietnam, Malesia e Cambogia. La Cina e l’Asean sono stati il primo partner commerciale l’una dell’altro negli ultimi cinque anni, con un interscambio di 953 miliardi di dollari nel 2024, quasi il doppio dei 582 miliardi tra Cina e Stati Uniti.

Se le tariffe sul made in China dovessero essere confermate al livello attuale o comunque mantenute molto alte, secondo le prime stime Pechino avrà bisogno di uno-due anni per riassorbire la perdita di tutti o parte dei 439 miliardi di USD ricavati dalle esportazioni negli Usa nel 2024.

Incontrando ad Hanoi il segretario generale del partito comunista, To Lam, Xi ha parlato di un mondo «turbolento che sta cambiando», invitando il Vietnam a rafforzare il legami con la Cina non solo nelle catene di fornitura e nell’industria, ma anche nella sicurezza.

Pechino vede il Pacifico anche come il terreno di un possibile scontro futuro con gli Usa e, in quest’ottica, il presidente cinese ha auspicato col Vietnam un coordinamento strategico “3+3”: su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica.

Quasi tutti i paesi dell’Asean si sono finora tenuti in equilibrio tra Usa e Cina. I dazi di Trump avranno l’effetto di avvicinarli maggiormente a Pechino, che propone, tra l’altro, di potenziare la Rcep (della quale fanno parte, oltre all’Asean, anche Cina, Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda: 15 paesi in tutto, che ospitano il 30 per cento della popolazione e producono il 30 per cento del Pil globale)?

Nella seconda tappa del suo viaggio, a Kuala Lumpur, Xi ha esortato Cina e Malesia a:
promuovere una cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road Initiative e a rafforzare la cooperazione nelle catene industriali e di approvvigionamento. Le due parti devono sostenere il sistema commerciale multilaterale, mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali e preservare un ambiente internazionale di apertura e cooperazione.

La Cina collaborerà con la Malesia e gli altri paesi dell’Asean per contrastare le correnti sotterranee di scontro geopolitico e di schieramento, nonché le controcorrenti di unilateralismo e protezionismo. La cooperazione Cina-Asean è la più orientata ai risultati e la più produttiva nella regione, la Cina sostiene fermamente l’unità e la costruzione della comunità dell’Asean e ne sostiene la centralità nell’architettura regionale.
I suoi vicini asiatici potrebbero assecondare la strategia di Pechino, trattandosi in molti casi di paesi esportatori, in particolare di prodotti tecnologici, pesantemente colpiti dai dazi di Trump, come riassunto nel seguente grafico.


Tuttavia Pechino è anche alle prese con una serie di annose controversie territoriali con alcuni paesi dell’Asean. In base al “confine” della cosiddetta “Nine Dash Line” (linea di nove tratti, ndr), la Cina rivendica la sovranità sul 90 per cento del Mar cinese meridionale (Mcm), fondamentale per la pesca di tanti paesi e i cui fondali sono ricchissimi di idrocarburi. Contenziosi che sono fonte di frizioni con le Filippine, il Vietnam la Malesia e Brunei.

Le Filippine, con le quali è più alta la tensione con la Cina sui territori contesi nel Mcm, hanno appena ricevuto dalla Corea del Sud la “Miguel Malvar”, una corvetta armata di missili, per difendere le loro rivendicazioni assieme agli alleati Usa.

Di fronte alla possibilità, offerta dal protezionismo di Trump, di rafforzare ulteriormente i legami con l’Asean, Pechino ha subito gettato acqua sul fuoco di queste dispute. Il presidente cinese ha invitato a «perseguire un modello di sicurezza per l’Asia che si basi sulla condivisione della prosperità come delle difficoltà, sulla ricerca di un terreno comune accantonando le differenze e dando priorità al dialogo e alla consultazione come supporto strategico».

La Cina si consola con il Pil a +5,4 per cento nel primo trimestre, in attesa della tempesta dei dazi

Il prodotto interno lordo della Cina è aumentato oltre le aspettative nel primo trimestre 2025: +5,4 per cento, in linea con l’obiettivo indicato dal governo di raggiungere quest’anno una crescita “intorno al 5 per cento”. Nel frattempo però, questo mese, è cambiato il mondo, con la guerra commerciale senza precedenti dichiarata alla Cina dagli Stati Uniti.

Dunque nel nuovo contesto internazionale segnato dai dazi (145 per centro quelli contro le importazioni cinesi negli Usa) raggiungere una crescita intorno al 5 per cento richiederebbe un forte stimolo fiscale. Per capire le intenzioni di Pechino in proposito bisognerà attendere la riunione del mese prossimo dell’ufficio politico del Partito comunista cinese.

Sheng Laiyun, vicedirettore dell’Ufficio nazionale di statistica (Nbs), nell’annunciare oggi i dati relativi al periodo gennaio-marzo 2025 ha affermato che l’economia «ha avuto un avvio positivo e costante e ha mantenuto lo slancio di ripresa, con l’innovazione che gioca un ruolo sempre più determinante».

Sheng ha però avvertito che «il contesto esterno sta diventando più complesso e grave, la spinta alla crescita della domanda interna effettiva è insufficiente e le basi per una ripresa economica e una crescita sostenute devono ancora essere consolidate».

«Dobbiamo attuare politiche macroeconomiche più proattive ed efficaci, espandere e rafforzare l’economia interna, stimolare appieno la vitalità delle entità di mercato di ogni tipo e rispondere attivamente alle incertezze del contesto esterno», ha aggiunto Sheng.

Il Nbs ha reso noto che le vendite al dettaglio sono aumentate del 5,9 per cento su base annua a marzo, rispetto alla crescita del 4 per cento registrata nei primi due mesi.

È nella domanda interna, in particolare nei consumi, che Pechino ripone grande speranza per trainare la crescita economica quest’anno, in un contesto nel quale è altamente improbabile che la Cina raggiunga un surplus commerciale simile a quello del 2024 (992 miliardi di USD). Nel tentativo di stimolare la domanda interna, il mese scorso governo ha varato un piano in 30 punti volto a stimolare la spesa dei consumatori.

Zhang Zhiwei, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, ha avvertito che, sebbene l’economia abbia superato le previsioni nel rimo trimestre, «i danni della guerra commerciale si faranno sentire nei dati macroeconomici del mese prossimo». «Le catene di approvvigionamento sono interrotte e probabilmente si manifesteranno effetti a catena in molti paesi. L’incertezza è estremamente elevata per aziende e investitori», ha sostenuto Zhang.

Gli investimenti in capitale fisso da gennaio a marzo sono aumentati del 4,2 per cento rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 4,1 per cento nei primi due mesi. Persiste la crisi immobiliare, con gli investimenti nel settore che sono diminuiti del 9,9 per cento nel primo trimestre, rispetto a un calo del 9,8 per cento nei primi due mesi.

Gli investimenti privati, un indicatore della fiducia degli investitori, sono cresciuti dello 0,4 per cento nel primo trimestre del 2025.

Gary Ng, economista di Natixis, ha avvertito che «la persistente pressione sul settore immobiliare e la geopolitica causeranno un rallentamento nei prossimi trimestri. A meno che i tassi di interesse non scendano ulteriormente con un maggiore stimolo fiscale dal lato della domanda, la ripresa potrebbe non durare».

Goldman Sachs ha dichiarato giovedì in una nota che Pechino dovrebbe intensificare le misure di allentamento monetario nel corso dell’anno, con tagli dei tassi di interesse pari a 60 punti base e un ulteriore aumento del deficit fiscale (già portato nel 2025 al 4 per cento dal governo).

Tuttavia – a giudizio della banca d’investimento – «è improbabile che anche queste significative misure di allentamento possano compensare completamente gli effetti negativi dei dazi». La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni di crescita del Pil per la Cina al 4 per cento nel 2025 e al 3,5 per cento nel 2026, in entrambi i casi in calo di 0,5 punti percentuali rispetto alle precedenti previsioni.

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11/04/2025

L'esercito Usa puntato sulla Cina

Un rapporto segreto del Pentagono, pubblicato dal Washington Post, spiega come sono state rivoluzionare le strategie militari degli Stati Uniti. «L’esercito statunitense riorientato per dare priorità alla prevenzione dell’occupazione di Taiwan da parte della Cina. Assumendosi rischi in Europa e in altre parti del mondo».

Linee della ‘Heritage Foundation’

Un promemoria interno segreto che porta l’impronta della conservatrice Heritage Foundation. Compresi alcuni passaggi che sono quasi duplicazioni, parola per parola, del testo pubblicato dal think tank l’anno scorso (Progetto 2025 n.d.r.). Certo, gli analisti internazionali si erano già orientati, interpretando in questa chiave i vistosi cambiamenti della ‘foreign policy’ americana. Ora, il rilancio del nuovo modello di difesa (tutto da verificare) fatto dal WP, conferma lo spostamento dell’interesse statunitense verso l’Asia e la perdita di interesse per il Vecchio Continente.

L’invasione di Taiwan

«La guida di Hegseth – aggiunge il Post – è straordinaria nella sua descrizione della potenziale invasione di Taiwan, come scenario animatore esclusivo, che deve essere prioritario rispetto ad altri potenziali pericoli, riorientando la vasta architettura militare statunitense verso la regione indo-pacifica oltre la sua missione di difesa della patria». E così, quasi come una reazione pavloviana, nello Stretto di Taiwan, a soli 24 miglia dall’isola, è ricomparsa minacciosa la sagoma imponente della portaerei cinese Shandong. È la prima volta che la formidabile nave d’assalto s’avvicina, così tanto, alle coste della ‘provincia autonoma’ rivendicata da Pechino. Allarme rosso? Anche se nella complessità dello scenario geopolitico contemporaneo, non puoi mai dare niente per scontato, a prima vista, si tratta di imponenti ‘esercitazioni dimostrative’.

New York Times

O, almeno, così le interpreta il New York Times, attribuendo il loro svolgimento alla volontà del governo di Pechino di mandare un preciso segnale, a Washington e a Taipei, e cioè un avvertimento al Presidente taiwanese, Lai Ching-te, che aveva bollato la Cina come «forza straniera ostile». «A volte – scrive il Times – l’esercito cinese non spiega perché tiene esercitazioni. In questo caso, però, i funzionari e i resoconti dei media statali sono stati chiari: “Questa è una punizione severa per le dilaganti provocazioni pro-indipendenza dell’Amministrazione Lai Ching-te”», ha affermato il portavoce dell’Ufficio del governo cinese per gli affari di Taiwan. E scava scava, ci si accorge che lo spettacolare show militare di Pechino, attuato in questa fase nello Stretto di Taiwan, ha sicuramente calcoli geopolitici molto più ampi alle spalle.

Niente si muove per caso

Il colosso asiatico offre una dimostrazione di potenza, e lancia quasi un guanto di sfida, proprio mentre Trump è impegnato con tutte le sue forze in altri scacchieri. Nel muro contro muro di Taiwan c’entra di tutto, dal controllo dell’Indo-Pacifico alla competizione strategica, fino alla più prosaica concorrenza commerciale. Dazi doganali compresi. Fa tutto parte di un unico pacchetto diplomatico e Pechino gioca le sue carte in modo spregiudicato. Così, secondo il South China Morning Post di Hong Kong, non è un caso se il dispiegamento della potenza di fuoco cinese, questa volta, raggiunga livelli quasi record. Vuole essere una risposta, precisa e ‘parallela’, alle mosse della Casa Bianca, che sta accelerando la dottrina del ‘containment’. Il vecchio principio del ‘cordone sanitario’, una sorta di cortina geopolitica di Stati-cuscinetto, piazzati tutti intorno all’avversario per isolarlo e tenerlo a bada.

Risposta in proporzione alla sfida

La reazione cinese è stata amplificata a conclusione della prima visita ufficiale del Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, nelle Filippine e in Giappone, sostiene il Morning Post. Durante il viaggio, conclusosi domenica, Hegseth ha chiesto un’alleanza più forte «per contrastare l’aggressione della Cina nella regione». Ora, sembra di capire, a Pechino temono che la forte caratterizzazione anti-cinese dell’Amministrazione Trump, di cui parlavamo all’inizio, possa sostenere le velleità indipendentiste del nuovo Presidente taiwanese Lai. Lo ribadisce anche l’analisi del Financial Times, che spiega come, negli ultimi mesi, Lai abbia adottato misure «per rafforzare la posizione difensiva di Taiwan, organizzando le esercitazioni di mobilitazione per la difesa civile più impegnative degli ultimi decenni. Inoltre, ha annunciato piani per ripristinare i processi militari in tempo di pace e per contrastare le operazioni di infiltrazione e influenza cinesi».

‘Pechino agitatore internazionale’

«Il Ministero della Difesa di Taiwan – prosegue il giornale londinese – ha affermato che l’escalation delle attività militari della Cina nella regione sta sfidando l’ordine internazionale e la stabilità regionale, aggiungendo che Pechino sta diventando il più grande ‘agitatore’ agli occhi della comunità internazionale». Addirittura, quasi a spiegare la complessità delle motivazioni che stanno dietro il contenzioso per l’isola, gli analisti del Financial Times ricordano che il governo di Taiwan accusa i produttori di chip cinesi, di «bracconaggio illegale di ingegneri».

Resta il fatto che il quasi contemporaneo arrivo al potere di Lai e Trump ha cambiato molti equilibri, nel Mar Cinese meridionale. E che l’effetto domino di questo processo si scaricherà, a cascata, su tutte le crisi internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.

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21/04/2023

Consiglieri militari e armi USA per Taiwan, sull’isola si alza la posta

Taiwan e Stati Uniti continuano le provocazioni nel Pacifico. A Washington continuano a dire di sostenere la politica di «una sola Cina», ma allo stesso tempo nelle ultime settimane si sono susseguite azioni che sembrano remare in direzione opposta.

Dopo l’incontro della presidente di Taipei, Tsai Ing-wen, con lo speaker della Camera statunitense, Kevin McCarthy, Pechino ha risposto con grandi esercitazioni militari intorno a Formosa, come spesso fa in queste occasioni. Il Comando dell’Esercito Popolare si è dunque rifiutato di dialogare col Segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin.

Al Pentagono, invece di raffreddare la situazione, hanno pensato bene di inviare nello Stretto di Taiwan un cacciatorpediniere. Tutto questo mentre i documenti trapelati da Washington portavano a conoscenza del mondo intero la superiorità aerea cinese nell’area.

Il braccio di ferro sull’arcipelago rivendicato dalla Repubblica Popolare è al centro dei confronti internazionali. All’appena concluso G7 giapponese dei ministri degli Esteri si è parlato, oltre che di Ucraina e Corea del Nord, di preoccupazione per la militarizzazione della regione da parte della Cina.

Il portavoce degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha affermato che l’incontro “ha gravemente interferito con gli affari interni della Cina, e la ha diffamata e screditata intenzionalmente”. La tensione sembra destinata ad aumentare ancora, considerate le ultime notizie da poco diffuse.

Infatti, Taiwan è in procinto di acquistare 400 missili anti-nave dagli USA, un contratto con la Boeing per 1,7 miliardi di dollari. Con questo acquisto si conclude un affare approvato dal Congresso statunitense nel 2020, ma il repubblicano McCaul ha sottolineato che questi 400 ordigni fanno parte di 19 miliardi di vendite a Taipei arretrate, che vanno accelerate.

Nella lista ci sono obici, siluri, e anche caccia F-16 Block 70. Un arsenale vero e proprio a cui si associano dichiarazioni evidentemente provocatorie come quelle di un altro repubblicano, Vivek Ramaswamy, che ha proposto di armare ogni famiglia di Taiwan, e “vediamo cosa farà allora Xi Jinping”.

Ma al di là di spacconerie come questa, sono effettivamente gli Stati Uniti a portare alla militarizzazione del Mar Cinese Meridionale. La Central News Agency taiwanese ha riportato che, attualmente, sono presenti nel paese 200 consiglieri militari a stelle e strisce, con finalità di addestramento in vista dell’estensione a un anno del servizio militare obbligatorio, nel 2024.

Questo tipo di attività è in linea con il National Defense Authorization Act di Washington, ma è considerata dalla Cina una vera e propria ingerenza in affari interni. Il portavoce del ministero della Difesa cinese, Tan Kefei, il 15 aprile ha criticato le interferenze della NATO in Asia e nel Pacifico.

“Esortiamo la NATO ad abbandonare la mentalità della Guerra Fredda e a […] porre fine alle pericolose azioni che creano il caos nella regione e a impegnarsi per la pace e la stabilità dell’Europa e del mondo”. Pechino, dal canto suo, ha mostrato di essere in grado di intercedere per la pacificazione di zone tormentate dalla guerra.

Ad ora, solo il governo cinese e il Pontefice si sono messi in gioco per il processo di de-escalation di questa “terza guerra mondiale a pezzi”, come il Papa stesso l'ha definita. Nelle roccaforti imperialiste come la nostra UE è chiaro che spetterà a un risoluto movimento contro la guerra e per la giustizia sociale imporre la pace.

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27/12/2022

Escalation bellica globale, dall'Ucraina alla Corea passando per il Kosovo

di Francesco Dall'Aglio

Dopo la pausa natalizia ricominciamo a tutta forza.

Quest’ultima è stata davvero la notte dei droni – e no, non mi riferisco a quelli che 24 ore su 24 impazzano su tutta la linea del fronte ucraino da entrambi i lati.

Andiamo con ordine. In primo luogo, nuovo attacco alla base aerea russa di Engels con almeno un drone che è stato intercettato ed abbattuto dalla contraerea della base. Stavolta nessun danno agli aerei ma tre vittime tra il personale di terra.

Ancora una volta potrebbe essersi trattato di un attacco “preventivo”, volto cioè a ostacolare o ritardare le attività dell’aviazione russa, ma ovviamente non è noto se per la notte scorsa erano previsti lanci. Mentre scrivo si segnalano esplosioni a Kharkiv, Cherson e nelle rispettive oblast’, ma non ci è dato sapere se siano missili o artiglieria.

Ben più interessante (nel senso dell’interesse che una potenziale guerra mondiale porta sempre con sé) è invece quello che quasi nelle stesse ore è successo sul confine tra le due Coree. Cinque droni nordcoreani (presumibilmente da ricognizione e non armati) sono entrati nello spazio aereo della Corea del Sud da tre direzioni: l’isola di Gangwha, Gimpo, e Paju, e hanno proseguito in direzione di Seul che, come è evidente, è molto vicina al confine.

Almeno uno dei cinque ha raggiunto lo spazio aereo della città, anche se questa informazione ci dice poco: Seul ha dieci milioni di abitanti, 25 considerando anche il porto e i quartieri satellite.

Dopo l’incursione uno dei droni ha fatto ritorno in Corea del Nord mentre gli altri quattro sono spariti, probabilmente abbattuti dalla contraerea o dall’aviazione sudcoreana che si è subito levata in volo. Un KA-1 sudcoreano (sbrigativamente indicato come “caccia” dai media, in realtà è un forward air control con limitate capacità offensive) si è schiantato per cause ancora da accertare nella regione di Hoengseong (cerchiata in blu sulla mappa) – salvo l’equipaggio che si è paracadutato in tempo.

I voli dagli aeroporti di Incheon e Gimpo sono stati ovviamente sospesi per qualche ora. A questo, trovandoci, aggiungiamo che ieri una settantina tra aerei e droni cinesi hanno manovrato nella zona di identificazione aerea di Taiwan, supportati da sette navi della marina cinese (parte della quale, ricordo, è ancora impegnata in manovre militari congiunte con alcune navi militari russe nel Mar Cinese meridionale) e abbiamo un quadro abbastanza promettente (sempre se vi piace la guerra mondiale).

Infine, la questione del Kosovo si fa sempre più complicata. Ieri sera verso le 20 si sono sentiti colpi d’arma da fuoco a Zubin Potok, non è chiaro sparati da chi e a quale scopo.

Secondo fonti locali serbe sono stati colpi d’avvertimento, diciamo, sparati in aria nel momento in cui la polizia kosovara stava provando a smantellare una delle barricate che i residenti serbi hanno eretto ormai tre settimane fa; le fonti kosovare dicono invece che si è trattato di un attacco al contingente della missione KFOR della NATO, che in quella zona (stavo per scrivere “del fronte”) è affidato alla Lituania.

La KFOR però non ha riferito di colpi sparati verso i suoi soldati, quindi la faccenda resta misteriosa. Sempre stanotte, gli ambasciatori dei governi occidentali maggiormente implicati nella questione kosovara (USA, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna) hanno riferito al presidente della Serbia Aleksandar Vučić che i residenti serbi hanno 24 ore per togliere di mezzo le barricate: passato il termine la polizia kosovara potrà eliminarle usando la forza, se necessario.

Goran Rakić, il leader dei serbi kosovari, ha ovviamente dichiarato che le barricate resteranno, mentre le unità della polizia kosovara stanno dirigendosi in forze verso gli assembramenti serbi.

Vučić ha tenuto una riunione d’emergenza con Ana Brnabić, primo ministro, mentre il capo di stato maggiore dell’esercito serbo si è recato a Raška, a pochi chilometri dal confine kosovaro.

Secondo quanto ha dichiarato, la situazione è complessa ed esige la presenza dell’esercito serbo sul confine, esercito che ha ricevuto “chiare e precise istruzioni che porterà a termine”. Nella zona è appena arrivato un convoglio di artiglieria semovente e si stanno concentrando altre truppe.

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02/04/2022

Stati Uniti e Filippine danno il via alle loro più grandi esercitazioni militari di sempre

Gli Stati Uniti creano un secondo focolaio di tensione internazionale, questa volta sul fronte del Pacifico e con la Cina nel mirino.

Migliaia di soldati delle Filippine e degli Stati Uniti stanno partecipando alle più grandi esercitazioni militari congiunte nella nazione dell’arcipelago, mentre i due alleati di lunga data si avvicinano in mezzo a nuove tensioni nel contestato Mar Cinese Meridionale.

Queste manovre sono le ultime che avvengono sotto il presidente uscente Rodrigo Duterte, che in precedenza aveva minacciato di cancellarle e di eliminare un accordo militare chiave con gli Stati Uniti, mentre sembrava orientarsi verso la Cina.

Quasi 9.000 soldati filippini e americani stanno prendendo parte a un’esercitazione generale di 12 giorni, iniziata lunedì, nell’isola principale di Luzon.

Il capo militare filippino, il generale Andres Centino, alla cerimonia di apertura a Manila ha detto che il più grande round delle manovre militari Balikatan riflette “l’alleanza sempre più profonda” tra i due paesi.

Il maggior generale degli Stati Uniti Jay Bargeron ha detto che “l’amicizia e la fiducia” tra le rispettive forze armate permetterà loro di “avere successo insieme in tutto lo spettro delle operazioni militari“.

Le esercitazioni riguarderanno la sicurezza marittima, le operazioni anfibie, l’addestramento a fuoco vivo, l’antiterrorismo, l’assistenza umanitaria e il soccorso in caso di disastri.

Le recenti manovre tra i due paesi si sono concentrate sul potenziale conflitto nel Mar Cinese Meridionale, che Pechino rivendica quasi nella sua interezza.

Da quando ha preso il potere nel 2016, Duterte si è prima avvicinato alla Cina, ma ha poi dovuto affrontare il rifiuto dell’opinione pubblica filippina e la preoccupazione dell’esercito, che diffida delle ambizioni territoriali cinesi in quelle acque.

Trilioni di dollari in commercio passano attraverso quel tratto di mare strategico e si pensa che l’area contenga anche ricchi giacimenti di petrolio, rendendolo così una frequente fonte di attrito regionale.

La Cina ha da tempo rafforzato la sua posizione costruendo isole artificiali su alcune scogliere contestate e installando su di esse armamenti.

Lo svolgimento delle manovre militari era stato messo in dubbio dopo che Duterte, nel febbraio 2020, aveva detto che aveva intenzione di eliminare il Visiting Forces Agreement, che fornisce il quadro giuridico agli Stati Uniti per tenere esercitazioni e operazioni militari congiunte nelle Filippine.

Ma ha poi fatto marcia indietro sulla decisione lo scorso luglio, quando le tensioni tra Manila e Pechino sul Mar Cinese Meridionale sono aumentate in seguito al rilevamento di centinaia di navi cinesi parcheggiate al largo delle Filippine.

Alla vigilia delle esercitazioni congiunte, la guardia costiera filippina ha accusato la sua controparte cinese di aver diretto una delle sue navi a pochi metri da una nave di pattuglia filippina vicino alla contestata isola Scarborough Shoal – un punto critico tra i due paesi.

Ciò è avvenuto settimane dopo che Manila ha richiamato l’ambasciatore di Pechino sul caso di una nave della marina cinese che “indugiava” nelle acque arcipelagiche delle Filippine.

Duterte, il cui mandato di sei anni termina a giugno, ha espresso la preoccupazione che le Filippine siano “coinvolte” nel conflitto a causa della loro alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti.

Ciò include un trattato di difesa reciproca e il permesso per l’esercito statunitense di immagazzinare attrezzature e forniture per la difesa in diverse basi filippine.

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03/11/2021

Pensavano ai cinesi ed invece era una montagna. La fake news del sommergibile Usa


Il sommergibile nucleare americano USS Connecticut, che lo scorso 2 ottobre aveva colpito un oggetto non identificato nel Mar Cinese Meridionale, in realtà si era scontrato con una montagna subacquea non segnata sulle carte nautiche.

In quelle ore il bollettino della marina militare statunitense aveva dichiarato che: “il sottomarino stava operando nel Mar Cinese Meridionale, dove la Marina degli Stati Uniti ha cercato di contestare rivendicazioni territoriali della Cina su piccole isole, scogliere e affioramenti“.

La Marina statunitense aveva fatto sapere che stava esaminando l’entità del danno e indagando sull’incidente, precisando che il sottomarino era in condizioni sicure e stabili. “Il reattore nucleare e gli spazi della USS Connecticut non sono stati interessati e rimangono pienamente operativi“. Il sottomarino danneggiato si era poi diretto verso la base militare statunitense di Guam e 11 marinai risultarono feriti.

Quando il 2 ottobre era avvenuta la collisione, più di qualcuno aveva cercato di leggerla in un clima di sospetto contro la Cina. Un servizio della CNN riportava allora che “l’incidente è avvenuto mentre le tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina sono aumentate a causa delle incursioni dell’esercito cinese nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan”.

Secondo la CNN, il Connecticut operava nelle acque intorno al Mar Cinese Meridionale “mentre gli Stati Uniti e i suoi alleati stavano effettuando un’importante dimostrazione di forza multinazionale nella regione, guidata dal Carrier Strike Group 21 del Regno Unito“.

Le operazioni in corso hanno visto esercitazioni con navi di Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Australia, Canada e Paesi Bassi, comprese tre portaerei.

Sempre la CNN riferiva che 39 aerei militari cinesi, tra cui aerei da combattimento e da trasporto, erano entrati nello spazio aereo di Taiwan, costringendo l’aeronautica taiwanese a far decollare i jet e distribuire missili di difesa antiaerea.

Due giorni dopo, la Cina aveva inviato 56 aerei nello spazio aereo di Taiwan.

“Siamo molto preoccupati per la provocatoria attività militare della RPC vicino a Taiwan” – aveva detto ai giornalisti il ​​segretario di Stato americano Tony Blinken in una conferenza stampa – “Come abbiamo detto, l’attività è destabilizzante. Rischia di fare calcoli errati e ha il potenziale per minare la pace e la stabilità regionale. Pertanto, esortiamo vivamente Pechino a cessare la sua pressione e coercizione militare, diplomatica ed economica diretta a Taiwan“.

Un mese dopo, l’inchiesta interna ha stabilito invece che “l’USS Connecticut aveva colpito un monte sottomarino che non era segnalato sulle mappe mentre operava in acque internazionali nella regione indo-pacifica”.

Martedì scorso, la Cina aveva esortato gli Stati Uniti a “fornire dettagli” sull’incidente. Washington “non ha mai fornito una chiara spiegazione delle intenzioni del sottomarino nucleare, o la posizione precisa dell’incidente“, aveva riferito ai giornalisti il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin.

Wang, invitando gli Stati Uniti a “smettere” di inviare sottomarini nucleari nel Mar Cinese, altrimenti tali incidenti diventeranno “più frequenti“. Un modo per sottolineare che le montagne sottomarine cinesi sono sempre una rogna.

La Cina, come noto, rivendica quasi tutto il Mar Cinese Meridionale e vi ha costruito avamposti militari su piccole isole e atolli, mentre gli Stati Uniti e i loro alleati contestano questa disposizione cinese pattugliando regolarmente le acque della regione per affermare il loro “diritto alla libertà di navigazione”.

Ma forse sarebbe più onesto dichiarare che si tratta esclusivamente della “loro” libertà di navigazione.

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29/08/2020

Mar Cinese, la guerra delle sanzioni

Praticamente una manciata di ore dopo la sospirata ripresa dei colloqui bilaterali sull’implementazione della prima fase dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, l’amministrazione Trump ha deciso questa settimana di imporre nuove e decisamente inconsuete misure punitive contro Pechino. L’iniziativa intende colpire decine di compagnie e individui ed è relativa alla situazione del Mar Cinese Meridionale, con ogni probabilità lo snodo più delicato della rivalità tra le due potenze, nonché il teatro potenziale di un futuro scontro armato.

Da un certo punto di vista, l’aggiunta di sanzioni per le attività cinesi in queste acque è la logica conseguenza delle ripetute provocazioni delle forze armate americane nell’area. Dal Mar Cinese Meridionale transita una parte consistente dei beni diretti da e verso la Cina, mentre l’area rappresenta anche il fronte più esposto, e per questo segnato da una crescente militarizzazione, del sistema difensivo di Pechino.

Nel Mar Cinese Meridionale si sovrappongono numerose rivendicazioni territoriali che coinvolgono, oltre alla Cina, altri paesi come Filippine, Vietnam, Brunei e Malaysia. Per decenni le dispute sono state di bassa intensità, ma l’intervento degli Stati Uniti, soprattutto a partire dalla “svolta” asiatica anti-cinese dell’amministrazione Obama, ha spesso finito per infiammare i rapporti tra i paesi coinvolti.

Il governo cinese, da parte sua, ha iniziato da tempo la costruzione di isole artificiali e installazioni militari in alcune aree contese, in larga misura in risposta alla minaccia americana. Le sanzioni decise mercoledì si riferiscono appunto a queste attività e confermano come Washington abbia ormai abbandonato anche formalmente la precedente neutralità circa le dispute nel Mar Cinese Meridionale per allinearsi su posizioni contrarie a quelle della Cina. A metà luglio, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, aveva ratificato questo cambio di rotta, dichiarando ufficialmente “illegali” la gran parte delle rivendicazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Le compagnie cinesi colpite dalle sanzioni sono 24 e tutte avrebbero avuto un ruolo nelle attività di costruzione che interessano il Mar Cinese Meridionale. Per loro sarà d’ora in poi impossibile acquistare qualsiasi bene dagli Stati Uniti senza prima avere ottenuto un’improbabile licenza speciale dal dipartimento del Commercio USA. Anche un numero imprecisato di individui presumibilmente coinvolti in queste attività verranno penalizzati, in primo luogo vedendosi respinte eventuali richieste di visti d’ingresso in America.

Come già anticipato, queste ultime misure contro la Cina sono del tutto inedite e particolarmente controverse. Mentre per quanto riguarda le questioni di Hong Kong o della minoranza musulmana dello Xinjiang il governo americano poteva quanto meno nascondersi dietro i principi della democrazia e la difesa dei diritti umani, in questo caso è difficile non vedere un puro interesse strategico e militare, sia pure anche in questo caso proposto come una battaglia per la difesa della sovranità dei paesi della regione.

Inoltre, le sanzioni più recenti rappresentano un altro strumento con cui cercare di ostacolare i piani di integrazione infrastrutturale e commerciale della Cina nell’area euro-asiatica, riassunti nella definizione di “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative”. Svariate compagnie appena sanzionate sono infatti impegnate in progetti a essa riconducibili, soprattutto nel settore della costruzione di infrastrutture per le telecomunicazioni.

La concomitanza di queste misure con il vertice virtuale di inizio settimana tra i responsabili delle politiche commerciali di Washington e Pechino è la testimonianza di come la Casa Bianca non abbia nessuna intenzione di allentare le pressioni sulla Cina a poche settimane dalle elezioni presidenziali.

Le discussioni tenute nei giorni scorsi erano state le prime da molti mesi a questa parte ed erano servite a rilanciare l’impegno cinese ad aumentare le importazioni di prodotti americani secondo quanto richiesto da Trump per sospendere i dazi doganali imposti fino all’anno scorso. Il clima cordiale dei colloqui aveva ridato una certa momentanea fiducia ai mercati, ma gli sviluppi successivi hanno riconfermato la volontà USA di mantenere la linea dura contro Pechino.

Il Mar Cinese Meridionale resta dunque un’area cruciale nella rivalità sino-americana ed è infatti teatro di regolari operazioni di “pattugliamento” da parte della marina militare e dell’aviazione USA. Queste manovre vengono giustificate da Washington come indispensabili per riaffermare il principio della “libertà di navigazione” in acque internazionali, ma sono comprensibilmente viste come aperte provocazioni da parte cinese.

Proprio mercoledì, la Cina avrebbe lanciato due missili nelle acque del Mar Cinese Meridionale nel quadro di un’esercitazione militare in corso, dopo che il giorno precedente le autorità di Pechino avevano denunciato l’ingresso nel proprio spazio aereo di un aereo spia americano.

Le sanzioni di questa settimana sono solo l’ultima tranche dell’offensiva anti-cinese degli Stati Uniti. L’elenco di provvedimenti e misure punitive è talmente lungo da far pensare alla Cina come la causa di tutti i mali del pianeta. In realtà, lo zelo americano nel punire la Cina è piuttosto il sintomo della disperazione della classe dirigente USA nel tentativo di arrestare la crescita della principale potenza concorrente sullo scacchiere internazionale.

Tra le decisioni più clamorose prese dall’amministrazione Trump solo negli ultimi tempi vanno ricordate almeno l’ordine di vendita a una corporation americana della popolare applicazione TikTok, la chiusura del consolato cinese di Houston, il tentativo di compromettere la linea di approvvigionamenti di Huawei e le sanzioni contro politici e amministratori cinesi ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang.

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07/07/2020

Mar Cinese, USA contro Pechino

L’esplosione dei contagi di Coronavirus negli Stati Uniti e il deterioramento dell’economia americana stanno spingendo l’amministrazione Trump ad alzare drammaticamente i toni dello scontro con la Cina. L’ultimo esempio di questa escalation si è registrato nel fine settimana con il dispiegamento di ben due portaerei in quello che è da tempo uno dei terreni di sfida più caldi e pericolosi tra le due potenze, vale a dire le acque del Mar Cinese Meridionale.

La “USS Ronald Reagan” e la “USS Nimitz” hanno iniziato esercitazioni militari in quest’area sabato scorso proprio mentre operazioni simili delle forze navali cinesi erano in corso nelle vicinanze. Le due portaerei sono state accompagnate da velivoli e navi da guerra, per un totale di oltre diecimila uomini impegnati. Secondo il New York Times, il dispiegamento anche di una sola portaerei americana serve solitamente a inviare un chiaro messaggio per far desistere paesi rivali da una qualche attività sgradita. L’invio di due portaerei rappresenta perciò una “significativa dimostrazione di forza”.

Per dare l’idea del livello di provocazione delle operazioni americane dei giorni scorsi è sufficiente ricordare come negli ultimi vent’anni la Marina militare USA abbia condotto esercitazioni di guerra con due portaerei contemporaneamente appena cinque volte. Non solo, pochi giorni prima, una terza portaerei – la “USS Roosevelt” – aveva operato nel vicino Mare delle Filippine.

Come di consueto, i vertici della Marina militare hanno ufficialmente escluso che le manovre siano dirette contro Pechino, anche perché a loro dire sarebbero state programmate da tempo. Le provocazioni americane nel Mar Cinese Meridionale avvengono inoltre sempre sotto la copertura di attività volte a riaffermare la “libertà di navigazione”. Le ultime dichiarazioni hanno lasciato tuttavia intendere che l’obiettivo è quello di testare le capacità difensive USA, ovvero di preparare la macchina da guerra americana a un conflitto con la Cina.

Nei giorni scorsi, oltretutto, il Pentagono aveva apertamente criticato le esercitazioni militari cinesi nelle acque contese al largo delle isole Paracel, condotte tra l’uno e il cinque di luglio. Il comunicato ufficiale affermava come “le esercitazioni militari in territori contesi nel Mar Cinese Meridionale non contribuiscano ad allentare le tensioni e al mantenimento della stabilità”. In tutti i casi, Washington sostiene anche di voler assicurare la sovranità e i diritti dei paesi del sud-est asiatico, molti dei quali sono appunto coinvolti in dispute territoriali e marittime con Pechino.

Al di là della legittimità delle rivendicazioni della Cina e degli altri paesi della regione, l’interesse degli Stati Uniti per quest’area ha a che fare con fattori ben diversi. Fin dai primi anni dell’amministrazione Obama, il governo e i militari americani avevano concentrato la propria attenzione sul Mar Cinese Meridionale, sia per l’importanza strategica che questa trafficatissima via navale ha per Pechino sia per la vicinanza al territorio cinese e ad alcune delle più importanti installazioni militari di questo paese.

Le pressioni sulla Cina sono poi aumentate con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Le operazioni americane nel Mar Cinese Meridionale si sono così moltiplicate e nel contempo Washington ha cercato di coinvolgere alcuni dei propri alleati nell’offensiva anti-cinese. In particolare, gli USA hanno spinto per la creazione del cosiddetto “Quad”, cioè una semi-alleanza militare diretta al contenimento della Cina e di cui fanno parte l’Australia, il Giappone e l’India.

L’interesse per il Mar Cinese Meridionale da parte americana è dunque ormai una costante nella strategia anti-Pechino. La decisione di procedere con una provocazione di portata così notevole, come quella del fine settimana, è da collegare però, oltre che alle già ricordate esercitazioni militari cinesi in corso, anche all’attitudine parzialmente cambiata di alcuni paesi dell’area in merito alle contese territoriali e, di riflesso, alla rivalità tra Washington e Pechino.

In altri termini, la Casa Bianca e il Pentagono non hanno esitato a inviare nella regione una forza di fuoco eccezionale anche per rimarcare un’evoluzione sfavorevole alla Cina nell’ultimo periodo. Un’evoluzione segnata, tra l’altro, dal riavvicinamento strategico tra USA e Filippine, dopo il tentativo di disgelo con Pechino del presidente Rodrigo Duterte parzialmente rientrato, e da una presa di posizione a favore di un accordo collettivo sulle dispute nel Mar Cinese da parte dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN). Quest’ultimo organismo aveva sempre tenuto un atteggiamento cauto in proposito per non irritare la Cina che, a sua volta, predilige negoziati e accordi bilaterali.

Più in generale, gli USA intendono “affondare” il colpo in un punto nevralgico per gli interessi cinesi e fondamentale per le mire americane di dominio in Asia orientale, con una calcolata escalation di provocazioni che hanno caratterizzato questi ultimi mesi di emergenza sanitaria globale. La sfida di Washington a Pechino nell’ultimo anno del primo mandato di Trump si sta consumando infatti a tutto campo e include, oltre alle manovre nel Mar Cinese, le accuse per la gestione dell’epidemia di Coronavirus, la denuncia del giro di vite imposto a Hong Kong, l’aperta condanna del trattamento riservato alla minoranza Uigura nella regione dello Xinjiang e la vera e propria guerra dichiarata contro il colosso delle telecomunicazioni Huawei.

Per quanto riguarda le ultime esercitazioni americane nel Mar Cinese Meridionale, il governo cinese non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali. L’irritazione di Pechino è tuttavia nota e viene frequentemente espressa con estrema durezza. Sulla questione era ad esempio tornato qualche settimana fa un portavoce del ministero della Difesa, il quale aveva spiegato che “gli Stati Uniti, come paese situato al di fuori della regione, hanno usato la giustificazione della ‘libertà di navigazione’ per inviare provocatoriamente navi e aerei da guerra nel Mar Cinese Orientale e in quello Meridionale”. L’effetto di queste operazioni, concludeva senza mezzi termini il ministero, è quello di “compromettere seriamente la pace e la stabilità della regione”.

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29/05/2018

Navi da guerra USA in acque cinesi: cresce la tensione con Pechino

Un portavoce del Ministero della Difesa della Cina ha affermato in una dichiarazione che navi da guerra americane sarebbero entrate in acque cinesi: si tratterebbe di due navi da guerra intercettate dalla marina militare di Pechino al largo delle isole Paracel, da anni al centro di un contenzioso tra Cina, Taiwan e Vietnam.

A diffondere le prime informazioni è stata l’agenzia di stampa cinese Xinhua: la Higgins e la Antietam (questi i nomi delle due navi statunitensi) sarebbero entrate in acque territoriali cinesi – o quantomeno controllate dalle forze armate cinesi. Intercettate dalla marina cinese, si sarebbero allontanate in seguito ad una intimazione “secondo le leggi”, come recita il comunicato prontamente diffuso dal Ministero della Difesa di Pechino.

Un comunicato in cui viene chiaramente espressa irritazione: la Cina si dichiara “molto insoddisfatta” dall’azione delle due navi, ed esprime “risoluta opposizione” al passaggio di navi militari statunitensi nell’area.

Di cosa si tratta? Di certo, la recente distensione (o presunta tale) tra Corea del Nord e Stati Uniti, che secondo molti analisti è stata in qualche modo favorita da un intervento cinese, sta inevitabilmente spostando equilibri e modificando i contrappesi politico-economici che regolavano i rapporti nell’area e di conseguenza a livello mondiale; ma qui la posta in palio è molto più alta.

Siamo di fronte ad uno degli scontri globali più importanti attualmente in corso, e che sviluppano le loro conseguenze su più piani: quello economico sopratutto, quello diplomatico ma anche a livello militare, come vediamo.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti mettono in atto provocazioni di questo tipo: esattamente un anno fa – eravamo sempre a fine maggio – gli organi di stampa di tutto il mondo raccontarono della “prima operazione militare USA in acque cinesi dell’era Trump”.

In quel caso fu il cacciatorpediniere USS Dewey a navigare a poche miglia nautiche dall’arcipelago Spratly, anche quello rivendicato dalla Cina di cui però non è mai stato riconosciuto il legittimo possesso.

Tutte vicende sul filo del diritto internazionale: la Cina in realtà rivendica il possesso di gran parte del Mar Cinese Meridionale, per cui le aree a rischio di tensione sono molte.

Ma è evidente come gli Stati Uniti, a prescindere da Trump, abbiano la necessitò di mantenere alta la pressione con il loro vero competitor globale, appunto la Cina.

E’ uno scontro imponente, su più fronti: quello più caldo è quello economico-commerciale, dove lo scontro acceso è sulle innovazioni, che rappresentano la via maestra per ottenere la leadership economica del futuro.

Per comprendere il senso degli avvenimenti in corso è interessante osservare quanto avviene a livello di produzione di brevetti internazionali. La Cina si è recentemente attestata al secondo posto tra le potenze economiche produttrici di brevetti, e secondo diversi analisti nel giro di qualche anno potrebbe superare proprio gli Stati Uniti ed essere prima al mondo.

Questa corsa allo sviluppo tecnologico da parte della Cina preoccupa gli Stati Uniti, come ha esplicitamente dichiarato un consulente della Casa Bianca, Peter Navarro (autore tra l’altro di un libro intitolato “Morire di Cina”): «L’assalto della Cina alla tecnologia americana e alla proprietà intellettuale minaccia niente di meno che il futuro economico degli Stati Uniti. Se la Cina conquisterà settori che spaziano dall’intelligenza artificiale alla robotica, dai computer quantistici ai veicoli senza autista, gli Stati Uniti non avranno futuro. La proprietà intellettuale che la Cina sta cercando di acquisire è fondamentale per preservare la supremazia militare degli Stati Uniti».

Parole chiare, chiarissime, che rappresentano forse il livello più alto di uno scontro iniziato ormai anni fa, come ammesso dal Segretario al Commercio USA Wilbur Ross.

Sono due i fattori – tra i tanti che ovviamente determinano una vicenda geopolitica di portata immensa – ad aver determinato un incremento di tensione tra le due superpotenze: da un lato la virata protezionistica di Trump, dall’altro la riforma costituzionale recentemente approvata in Cina che ha eliminato il limite massimo di due mandati per il ruolo di presidente, dando all’attuale leader Xi Jinping la teorica possibilità di guidare il paese a vita.

Due cambiamenti importanti che hanno messo in discussione le reciproche certezze, la convinzione che l’uno e l’altro si sarebbero più o meno comportati “sempre nello stesso modo”: adesso non è più così, ed entrambi i competitor, nel percepire in qualche modo “spezzato” un equilibrio, incrementano l’approccio aggressivo in politica estera.

Gli Stati Uniti sono abituati a farlo, ma stavolta l’osso è particolarmente duro. Non hanno di fronte l’Iran, o la Corea del Nord, e nemmeno la Russia, che se militarmente tiene botta, non è allo stesso livello dal punto di vista economico, se non in alcuni settori.

La Cina è un avversario alla pari in tutto e per tutto, e che si sta dimostrando in grado di competere utilizzando al meglio tutte le “armi” che la competizione capitalista e liberista mondiale offre e pretende di utilizzare per vincere gli scontri.

Siamo all’inizio di un confronto epocale: una tappa interessante e a breve termine potrebbe essere la gestione e risoluzione della crisi nord coreana. Il modo in cui sarà affrontata potrà dirci qualcosa degli sviluppi di questo enorme pezzo di storia contemporanea.

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05/07/2017

Mar Cinese, Trump sfida Pechino

di Michele Paris

La politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina ha fatto registrare una chiara evoluzione negli ultimi giorni, segnati da una serie di iniziative dell’amministrazione Trump che indicano un’accelerazione su questioni estremamente delicate come la Corea del Nord e le contese territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Nel fine settimana, una nave da guerra americana, il cacciatorpediniere lanciamissili “USS Stethem”, ha varcato il limite territoriale delle dodici miglia nautiche dell’isola di Triton, nell’arcipelago delle Paracel, sotto il controllo cinese dal 1974 ma rivendicato anche da Vietnam e Taiwan. Questo limite è riconosciuto dal diritto internazionale per quanto riguarda le acque al largo di un determinato territorio, anche se la sovranità cinese sulle isole Paracel rimane contesa.

Per gli ambienti militari e il governo USA, l’operazione di domenica servirebbe ad affermare la “libertà di navigazione” nelle acque del sud-est asiatico e allo stesso tempo a respingere le pretese cinesi sulle isole in questione. Simili blitz della marina militare americana erano stati relativamente frequenti durante l’amministrazione Obama e la stessa isola di Triton era stata visitata dalla nave “USS Curtis Wilbur” nel gennaio del 2016.

Con l’avvicendamento alla Casa Bianca, Trump si era inizialmente rifiutato di autorizzare operazioni di questo genere, così da evitare segnali negativi verso Pechino in un momento nel quale stava cercando di dare l’impressione di voler promuovere un qualche dialogo con la Cina, principalmente attorno al programma nucleare nordcoreano.

Già meno di sei settimane fa, Trump aveva però dato il via libera alla prima incursione della sua presidenza all’interno dei limiti territoriali di isole contese e sottoposte all’autorità cinese. In quell’occasione, la “USS Dewey” si era avvicinata a un atollo artificiale facente parte delle isole Spratly, localizzate anch’esse nel Mar Cinese Meridionale e reclamate, oltre che da Pechino, da Filippine, Malaysia, Vietnam e Taiwan.

L’operazione era stata seguita da una dichiarazione minacciosa del segretario alla Difesa americano, generale James Mattis, il quale aveva avvertito che Washington non avrebbe accettato la militarizzazione da parte cinese di isole artificiali contese né “minacce unilaterali allo status quo”.

Il governo cinese risponde tradizionalmente in maniera molto dura alle provocazioni americane, avendo più volte chiarito di non essere disposto a rinunciare al controllo di territori e tratti di mare non solo potenzialmente ricchi di risorse energetiche, ma dai quali passano rotte commerciali di importanza fondamentale.

Dopo i fatti del fine settimana, un portavoce del ministero della Difesa cinese ha così chiesto agli USA di “mettere immediatamente fine a operazioni provocatorie che violano la sovranità e minacciano la sicurezza della Cina”. Pechino, inoltre, ha assicurato che “continuerà ad adottare tutte le misure necessarie per difendere la propria sovranità e sicurezza”.

La dichiarazione cinese ha anche fatto riferimento a quello che in molti hanno definito come un cambiamento di attitudine in Asia sud-orientale sulle contese territoriali, soprattutto nelle Filippine, definendo in sostanza l’azione americana come destabilizzante e “contraria al desiderio di stabilità” espresso dagli altri paesi della regione.

L’irritazione di Pechino è dovuta anche all’annuncio di settimana scorsa dell’approvazione da parte dell’amministrazione Trump di una fornitura di armi per 1,4 miliardi di dollari a Taiwan. Una notizia che aveva spinto il ministero degli Esteri cinese a sollecitare gli USA al rispetto della cosiddetta politica di “una sola Cina”, abbracciata ufficialmente da Washington fin dagli anni Settanta del secolo scorso.

Anche il presidente, Xi Jinping, avrebbe chiesto e, secondo la stampa cinese, ottenuto garanzie su questo punto nel corso di un colloquio telefonico con Trump proprio poche ore dopo l’operazione navale nelle isole Paracel.

Che questi sviluppi rientrino in un quadro generale caratterizzato da un possibile cambio di marcia americano nei confronti di Pechino è confermato anche dalla recente decisione di applicare sanzioni a banche cinesi che operano con la Corea del Nord, così come dall’inclusione della Repubblica Popolare in un rapporto del dipartimento di Stato che condanna i paesi meno impegnati nella lotta al traffico di esseri umani.

L’irrigidimento dei rapporti con la Cina e il ritorno di Trump ai toni che avevano caratterizzato la sua campagna elettorale rispecchierebbero la frustrazione della Casa Bianca per i mancati risultati sulla crisi in Corea del Nord. Dopo il faccia a faccia ad aprile tra Xi e Trump, quest’ultimo aveva affermato di attendersi in fretta azioni concrete da parte cinese per richiamare all’ordine l’alleato nordcoreano.

Se pure Pechino ha preso iniziative in linea con le sanzioni americane e internazionali contro Pyongyang, tra cui lo stop alle importazioni di carbone nordcoreano, la propria influenza sul regime di Kim Jong-un è limitata e, soprattutto, la strategia americana era fin dall’inizio soltanto una manovra per giustificare un aumento delle pressioni, se non addirittura un’azione militare.

Gli Stati Uniti, d’altra parte, hanno respinto nelle scorse settimane le proposte cinesi per aprire un dialogo con la Corea del Nord, restando fermi invece sulla richiesta – impossibile da accettare – che quest’ultimo paese rinunci preliminarmente al suo programma di armi nucleari.

Mentre sembrano dunque stringersi gli spazi della diplomazia e con le relazioni Washington-Pechino nuovamente in fase calante, sempre nel fine settimana Trump ha dato segnali significativi delle sue intenzioni di rafforzare l’asse dell’alleanza con Giappone e Corea del Sud.

Il presidente americano ha ricevuto venerdì alla Casa Bianca il neo-presidente sudcoreano, Moon Jae-in, mentre lunedì ha discusso telefonicamente con il primo ministro giapponese, Shinzo Abe. Il vertice di Washington ha dato quanto meno segnali di un maggiore allineamento di Moon alle posizioni USA sulla Corea del Nord dopo le preoccupazioni dovute a un’attitudine considerata più conciliante verso Pyongyang rispetto ai suoi due predecessori.

Abe, a sua volta, avrebbe assicurato l’impegno di Tokyo a garantire l’unità degli alleati per spingere il regime nordcoreano “a cambiare il proprio pericoloso atteggiamento”. Trump sarebbe riuscito anche a convincere i leader di Giappone e Corea del Sud a partecipare a un incontro trilaterale sulla Corea del Nord a margine del G20 di Amburgo che prenderà il via venerdì prossimo.

La collaborazione e il dialogo tra Seoul e Tokyo risultano fondamentali per la strategia cinese e nordcoreana degli USA, visto che negli ultimi anni i due alleati americani si erano scontrati su varie questioni legate al periodo coloniale e bellico, con il risultato di permettere alla Cina di intensificare i legami diplomatici ed economici soprattutto con la Corea del Sud.

I segnali delle ultime settimane suggeriscono quindi che all’interno dell’amministrazione Trump sia in atto una revisione delle relazioni con Pechino. L’ostentata collaborazione sulla Corea del Nord o la presunta alchimia personale tra Trump e Xi sono sempre state peraltro il tentativo della nuova amministrazione americana di confondere le acque nel quadro di un’agenda internazionale con al centro il contenimento della Cina, anche attraverso il confronto militare.

Il passaggio a politiche più apertamente aggressive nei confronti di Pechino, in primo luogo tramite l’escalation delle pressioni su Pyongyang, comporta inevitabilmente un aumento dei rischi di uno scontro diretto tra le due potenze nucleari, sia su questioni di primaria importanza, come appunto la crisi nella penisola di Corea, sia apparentemente minori, come dimostra la recente provocazione americana nel Mar Cinese Meridionale.

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21/12/2016

USA-Cina, la disputa del drone

di Michele Paris

Le tensioni tra Cina e Stati Uniti, che stanno caratterizzando le settimane precedenti l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, si sono intensificate nuovamente nei giorni scorsi dopo la vicenda del drone sottomarino americano requisito dalle forze navali di Pechino. Il nuovo incidente è sembrato avviarsi verso una risoluzione pacifica nel fine settimana, ma ha mostrato il chiaro deterioramento delle relazioni già problematiche tra le due potenze, entrambe impegnate a sfruttare l’episodio per rafforzare le rispettive posizioni.

La marina cinese aveva intercettato il mezzo sottomarino americano venerdì scorso durante un’operazione che gli USA hanno definito di natura scientifica nel Mar Cinese Meridionale. Il ministero della Difesa di Pechino ha affermato che il drone è stato sequestrato per evitare pericoli alla navigazione, per poi invitare gli Stati Uniti a mettere fine alle loro “attività di sorveglianza” in queste acque.

Il drone finito nelle mani cinesi, assieme a un secondo recuperato dagli americani, era operato dalla USNS Bowditch in acque internazionali a circa 50 miglia nautiche a nord-ovest della base filippina di Subic Bay, dove gli USA hanno mantenuto a lungo una propria installazione militare.

Il governo americano ha presentato una protesta formale a quello cinese, sostenendo che quest’ultimo ha agito “illegalmente” nel requisire il drone della propria marina militare. Pechino e Washington hanno però fatto sapere sabato di avere raggiunto un accordo per la restituzione, in maniera “appropriata”, del mezzo sottomarino.

Il governo cinese ha tenuto comunque a denunciare il tentativo degli USA di “amplificare” l’incidente. Da parte americana, è stato il presidente eletto Trump a rilasciare dichiarazioni provocatorie, come al solito attraverso Twitter, invitando ad esempio Pechino a “tenersi” il drone “rubato”.

Le rassicurazioni americane sugli scopi dell’operazione condotta con i due droni non lontano dalle acque rivendicate dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale sono da prendere quanto meno con le molle. Come hanno ricordato anche i media occidentali, per cominciare, l’impiego principale di questi mezzi è infatti quello di sorveglianza.

Questa è d’altra parte l’interpretazione data dal governo cinese alla vicenda, mentre vari analisti hanno rilevato come la mossa decisa da Pechino di impossessarsi del drone americano sia un chiaro messaggio, diretto soprattutto all’amministrazione Repubblicana entrante a Washington, dopo le frizioni seguite alle presidenziali dell’8 novembre scorso.

Bonnie Glaser, del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, ha spiegato che Pechino intende far capire a Trump che “gli USA non possono mettere in discussione gli interessi cruciali cinese senza conseguenze”. Inoltre, l’iniziativa di venerdì non può essere stata presa individualmente da un comandante della marina militare cinese, ma deve avere avuto l’input dai massimi livelli dello stato, visto anche il controllo sempre più stretto sulle forze armate esercitato dal presidente, Xi Jinping.

Ad ogni modo, l’incidente sembra essere il primo di questo genere tra USA e Cina e, come già ricordato, si inserisce in un’escalation di provocazioni seguite all’elezione di Trump alla presidenza. In particolare, quest’ultimo aveva accettato una telefonata di congratulazioni della presidente di Taiwan, Tsai-Ing-wen, facendo registrare il primo contatto diretto ad altissimo livello tra i due paesi a partire dal 1979, quando Washington riconobbe ufficialmente quello di Pechino come l’unico e solo governo legittimo della Cina.

Trump era poi giunto a mettere in discussione la politica di “una sola Cina”, sposata per quattro decenni da tutte le amministrazioni americane, suscitando la durissima reazione di Pechino. Questa svolta strategica, secondo il neo-presidente, potrebbe essere clamorosamente implementata se non ci saranno concessioni da parte di Pechino su vari fronti, tra cui quello commerciale, della svalutazione della valuta cinese o della “militarizzazione” del Mar Cinese.

Il governo del Partito Comunista ha immediatamente ricordato come Taiwan e la sovranità cinese siano questioni di importanza assoluta per il regime e la loro messa in discussione minacci la stabilità dei rapporti con gli USA, ma anche della stessa regione asiatica e del Pacifico, se non dell’intero pianeta.

Gli scambi di accuse e le provocazioni americane sembrano essere anche tentativi di assestare le rispettive posizioni in vista della transizione alla Casa Bianca, con un’amministrazione che prospetta l’implementazione di misure ancora più rigide nei confronti di Pechino rispetto all’amministrazione Obama.

A Pechino, il messaggio è stato indubbiamente recepito e sugli organi di stampa ufficiali non sono mancati ad esempio gli appelli a un’accelerazione delle capacità militari della Cina, così da rispondere adeguatamente alle provocazioni o a eventuali attacchi da parte americana.

Proprio qualche giorno fa era apparsa sulla stampa occidentale una rivelazione sull’installazione da parte cinese di nuovi impianti militari anti-aerei sulle isole Spratly, situate nel Mar Cinese Meridionale e controllate da Pechino ma rivendicate anche da Filippine, Vietnam, Malaysia e Brunei.

Il governo cinese non ha smentito la notizia e ha anzi definito “legittime” le azioni intraprese in un territorio su cui proclama la propria sovranità in maniera incontestabile. Soprattutto, il rafforzamento delle strutture militari è stata definita necessaria dal ministero della Difesa cinese, alla luce della “arroganza” degli Stati Uniti, protagonisti negli ultimi quattordici mesi di almeno tre operazioni di pattugliamento nelle acque rivendicate dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale.

Che la rivalità tra USA e Cina possa scivolare ben oltre i livelli di guardia già nei prossimi mesi, a causa di fattori oggettivi legati al declino economico statunitense e all’agenda nazionalista dell’amministrazione Trump, è apparso chiaro infine anche dalle parole del presidente uscente Obama in una recente conferenza stampa incentrata sulla presunta interferenza russa nel processo elettorale americano.

Malgrado la prudenza che aveva sempre caratterizzato a livello formale l’amministrazione Democratica sulle questioni riguardanti gli interessi cruciali cinesi, Obama ha lasciato intendere che le posizioni di Trump sulla politica di “una sola Cina” non vanno respinte del tutto, poiché in questo frangente è necessario una sorta di ripensamento della politica estera USA.

Allo stesso tempo, Obama ha avvertito però che qualsiasi mossa provocatoria in questo senso dovrà essere valutata con estrema attenzione, visto che implicherebbe la messa in discussione dell’identità e dei cardini della sicurezza cinese, provocando inevitabilmente, da parte di Pechino, reazioni “molto significative”.

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