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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/10/2026

Più dell’onore potè il gasolio

La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.

Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc. – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui gli Stati Uniti controllavano e dava forma al Mondo.

Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di gasolio raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’“asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.

Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto...”).

Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del Mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato). I sondaggi dicono che ormai è troppo tardi per evitare una sconfitta che lo metterebbe in minoranza, bloccandone parte delle scelte per i prossimi due anni di mandato, ma ovviamente, Trump non lascia nulla di intentato per evitare questo destino.

Venerdì il prezzo medio del gasolio era di 6,27 dollari al gallone, in calo di 10 centesimi rispetto alla settimana precedente, ma comunque 2,60 dollari in più rispetto all’anno scorso. E per l’automobilista americano questa è quasi una violazione dei suoi “diritti costituzionali”, visto che era abituato a pagarlo 3 dollari, al massimo.

La speranza di Trump (e dei suoi candidati) è quello di veder scendere quel prezzo in pochi giorni, come del resto ammette il presidente stesso in uno dei mille post su Truth: la Russia “fornirà immediatamente” il carburante “in base alle condizioni delle proprie raffinerie di gasolio”, ha scritto. E dunque “Tra il nostro CONTROLLO TOTALE dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e, in effetti, per il mondo intero, SCENDERANNO, IN NUMERI RECORD E RAPIDAMENTE!”. Due balle colossali in poche righe, ma questo passa il convento...

Prima domanda: quanto gasolio sarà disponibile? 4.800.000 tonnellate, che valgono ai prezzi attuali circa 4,5 miliardi. Una briciola, per il bilancio russo, ma anche una briciola per i consumi statunitensi: circa 9 giorni.

Quella briciola, però, è un respiro di sollievo per i mercati finanziari – soprattutto occidentali – già sotto stress per le incertezze sulla redditività dell’iper-indebitata “banda dell’intelligenza artificiale”. Un effetto sui prezzi alla pompa (negli Usa…) ci sarà, ma piccolo e temporaneo, se non avverrà anche qualcos’altro.

E qui arriva il licenziamento pubblico di Zelenskij, reo di non aver accettato di fermare gli attacchi sulle raffinerie russe (da cui dovrebbe arrivare il gasolio per gli Usa), come gli aveva più volte chiesto-intimato il tycoon.

“Suggerisco loro [agli ucraini, ndr] di trovare un nuovo leader che sappia negoziare”, ha detto Trump ai giornalisti sabato. “E penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. Non perché questo sia scaduto da ormai due anni e mezzo, ma solo perché non sa adattarsi alle mutate esigenze dell’amministrazione americana. La sua rimozione diventa così “indispensabile” per riportare normalità sui mercati dell’energia (come se la guerra all’Iran non fosse molto più determinante, sul punto).

Politicamente, dunque, la questione diventa rilevantissima. Non siamo ancora alla sospensione dell’assistenza militare (soprattutto satellitare, in buona parte fornita dalla rete privata di Elon Musk, ossia Starlink), ma è chiaro che a questo punto la junta di Kiev, già decimata dagli scandali per la ciclopica corruzione che la caratterizza, resta appesa al solo appoggio europeo. Che sarà anche molto “volenteroso”, ma tutt’altro che efficiente, viste le innumerevoli posizioni interne alla UE (si moltiplicano le iniziative di gruppi di Stati, senza che si intravveda una strategia unitaria) e i limiti di bilancio che hanno fatto dichiarare poco accettabili le richieste ucraine di altri 70 miliardi sull’unghia.

In qualche modo questo fronte di guerra si va avviando alla conclusione, è chiaro. Ma il modo dipende da interessi miserevoli e dalla vista cortissima (quelli di Trump, dei nazisti al governo ucraino, degli squinternati “leader europei” alle prese con piazze sempre più piene ed incazzate che stanno cambiando l’agenda politica interna, fin qui affidata alle cure amorevoli dell’ultradestra padronale con la “paura del migrante”).

È quel che accade quando si accetta – come UE e come Ucraina – una guerra sul proprio territorio per compiacere il “socio di maggioranza” nella Nato. Socio lunatico, come si sa, ma soprattutto da sempre obbediente soltanto ai propri interessi, e dunque abituato a “mollare sul ciocco” tutti i propri alleati, come ben sanno in Medio Oriente.

Sul piano della “narrativa” mediatica lo sconcerto è totale. Vediamo tg e talk show che rimasticano la vecchia sceneggiatura e non sano come adattarla alla nuova fase. È comprensibile, poveretti. Avevano portato il cervello all’ammasso riducendo la complicata rete di relazioni geopolitiche alla dicotomia “aggressore-aggredito”, cancellando la storia precedente ogni evento sgradito (che fosse il majdan per l’Ucraina o l’occupazione israeliana per Gaza).

Tutto appariva semplice e chiaro: bisognava difendere i “valori europei”, la “civiltà occidentale”, “il giardino dalla giungla”, “le democrazie dalle autocrazie”, anche a costo di accettare di pagare il triplo per gas o gasolio, e tutto – di conseguenza – poteva e doveva essere giustificato. Pure il genocidio e lo sdoganamento dei neonazisti come ascetici “lettori di Kant”.

Ora devono fare i conti con scelte imperiali che rendono evidente (e ingestibile) la vera dinamica sottostante l’intero Occidente neoliberista: quella tra esecutore e mandante. E quando il mandante ti manda a quel paese, per l’esecutore sono tempi grami...

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Che cosa teme davvero il capitale dalle mobilitazioni dei giovani in Francia?

Che cosa teme davvero il capitale dalle mobilitazioni dei giovani in Francia? Non semplicemente la caduta di un governo. Non soltanto l’indebolimento di Emmanuel Macron. E nemmeno, in senso stretto, qualche punto in più di deficit o qualche miliardo aggiuntivo di spesa pubblica.

Ciò che è in gioco è molto più profondo: la possibilità che una generazione cresciuta dentro la crisi permanente del capitalismo cominci a mettere in discussione non soltanto le sue conseguenze, ma i rapporti sociali che la producono.

È questo il vero punto di rottura. Da anni il capitalismo europeo impone precarietà, salari stagnanti, pensioni sempre più lontane, servizi pubblici impoveriti e aumento delle disuguaglianze come se fossero fenomeni naturali. Come se non esistessero responsabili, interessi contrapposti, rapporti di forza.

La parola utilizzata è quasi sempre la stessa: «riforme». Ma dietro la neutralità di questa parola si nasconde una realtà molto meno neutrale.

Le riforme hanno significato trasferire sistematicamente una parte crescente del reddito dal lavoro al capitale, ridurre i margini di autonomia dello Stato sociale e subordinare le condizioni di vita della maggioranza alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. La Francia è stata uno dei terreni più importanti di questa offensiva.

Macron e la politica di classe

Emmanuel Macron non è un’anomalia del sistema. È, al contrario, una delle sue espressioni politiche più compiute. La sua ascesa ha coinciso con il tentativo di costruire un blocco politico capace di superare le vecchie appartenenze partitiche mettendo al centro gli interessi del capitale finanziario, delle grandi imprese e dei settori più dinamici dell’economia globalizzata.

Riduzione della tassazione sul capitale, trasformazioni del mercato del lavoro, indebolimento delle protezioni sociali, riforma delle pensioni: provvedimenti diversi che rispondono a una logica comune. Ridurre il costo sociale della forza-lavoro e aumentare lo spazio disponibile per l’accumulazione.

In termini marxisti, il problema è elementare: chi controlla la ricchezza sociale controlla anche il potere politico. E quando la classe dominante considera troppo costosi i diritti conquistati dal lavoro, comincia a presentarli come privilegi, rigidità, ostacoli alla competitività.

È ciò che è accaduto in Francia. Il diritto alla pensione diventa un «costo». Il salario diventa un «onere». Il welfare diventa una «spesa». Il lavoratore diventa una «risorsa umana». Il capitale, invece, viene chiamato «investimento». Non è una questione linguistica. È una questione di classe.

I giovani e la generazione della precarietà

La particolare importanza delle mobilitazioni giovanili nasce anche da qui. Una parte significativa dei giovani europei entra nel mercato del lavoro in condizioni radicalmente diverse da quelle delle generazioni precedenti: contratti precari, salari compressi, costo degli alloggi insostenibile, indebitamento, disoccupazione o sottooccupazione, progressiva privatizzazione dei servizi essenziali.

La promessa secondo cui studiare, qualificarsi e lavorare avrebbe garantito una vita migliore si è spezzata. Il capitalismo contemporaneo chiede ai giovani di essere permanentemente disponibili, flessibili, mobili e competitivi, mentre restringe continuamente la possibilità concreta di costruire un’esistenza autonoma.

Il paradosso è evidente: una società che dispone di una capacità produttiva enormemente superiore a quella del passato dichiara di non avere abbastanza risorse per garantire pensioni dignitose, sanità, istruzione, abitazioni e salari adeguati.

Il problema, quindi, non è la scarsità. È la distribuzione della ricchezza.

Quando i mercati diventano un potere politico

È qui che il debito pubblico entra nella vicenda francese. Ogni volta che un governo annuncia di voler aumentare la spesa sociale, investire nei servizi pubblici o redistribuire la ricchezza, compare lo stesso fantasma: i mercati. Bisogna «rassicurare gli investitori». Bisogna «mantenere la fiducia». Bisogna «rispettare gli impegni». Bisogna «evitare tensioni sul debito».

Ma chi ha deciso che la fiducia di un fondo d’investimento debba valere più della sicurezza economica di milioni di lavoratori? Questa è la domanda che il conflitto sociale pone, anche quando non viene formulata esplicitamente.

La finanza non è un’entità astratta che osserva neutralmente la società. È una forma concentrata di potere economico. Quando i mercati reagiscono a una scelta politica, non stanno semplicemente «valutando» un Paese: stanno esercitando, attraverso il costo del finanziamento e la circolazione dei capitali, una pressione sulle decisioni dello Stato.

Il debito diventa così uno dei dispositivi attraverso cui il capitale disciplina la politica. E la disciplina ha un destinatario preciso: il lavoro.

Il vero pericolo per la borghesia

Per la borghesia europea una protesta sociale è sopportabile finché rimane frammentata. Un corteo può essere gestito. Uno sciopero può essere negoziato. Una concessione può essere utilizzata per spegnere una mobilitazione. Ciò che diventa realmente pericoloso è la ricomposizione.

Quando la rabbia dei giovani incontra quella dei lavoratori. Quando la lotta contro la precarietà incontra quella per i salari. Quando la difesa delle pensioni si salda alla difesa della sanità e della scuola pubblica. Quando il problema del costo della vita viene ricondotto alla concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza.

A quel punto le singole vertenze possono trasformarsi in una critica complessiva dell’ordine sociale. Ed è questo che il capitale teme. Non una protesta contro Macron, ma una società che cominci a chiedersi perché Macron e i governi che lo hanno preceduto abbiano governato secondo le esigenze dei mercati.

Non una semplice opposizione a una riforma, ma la messa in discussione della necessità stessa di quelle riforme. Non soltanto più welfare, ma il diritto della maggioranza a decidere sulla ricchezza che produce.

La Francia come laboratorio europeo

La Francia può diventare perciò un laboratorio decisivo. Da una parte c’è il progetto europeo costruito sulla libera circolazione dei capitali, sulla concorrenza, sulla disciplina di bilancio e sulla compressione del costo del lavoro.

Dall’altra emerge, ancora confusamente, una domanda opposta: se la ricchezza è prodotta collettivamente, perché il potere sulle decisioni economiche deve rimanere nelle mani di una minoranza proprietaria?

Questa domanda porta inevitabilmente oltre la semplice critica al neoliberismo. Perché il neoliberismo può essere modificato. Il problema più radicale è il capitalismo stesso e il rapporto sociale che lo fonda: da una parte chi possiede o controlla i mezzi della produzione e del credito, dall’altra chi deve vendere la propria forza-lavoro per vivere.

La crisi del modello neoliberista non significa automaticamente superamento del capitalismo. Ma apre uno spazio di conflitto nel quale questa possibilità può tornare a essere pensata.

Ed è proprio questo che rende le mobilitazioni francesi così importanti. Il capitale può accettare molte cose. Può perfino accettare una sconfitta elettorale, se i rapporti economici fondamentali rimangono intatti.

Ciò che non può accettare facilmente è che milioni di persone comincino a considerare non inevitabili le regole che governano la loro vita.

Per questo la questione francese non è semplicemente: Macron sì o Macron no? La questione è molto più radicale: chi deve decidere come viene utilizzata la ricchezza prodotta dalla società?

Se la risposta continua a essere il capitale, cambieranno governi e maggioranze, ma il rapporto sociale resterà sostanzialmente intatto. Se invece quella domanda comincia a diventare una domanda collettiva del lavoro, allora il conflitto cambia natura.

Ed è precisamente questa possibilità – la trasformazione della rabbia sociale in coscienza di classe, organizzazione e potere politico – che il capitale globalizzato ha più ragione di temere.

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UE-Cina: una tregua commerciale con lo spettro della guerra

L’8 e 9 ottobre il commissario europeo per il Commercio, lo slovacco Maroš Šefčovič, è stato a Pechino per sostenere le richieste europee, ovvero la riduzione del surplus commerciale del Dragone, arrivato a circa un miliardo di euro al giorno. La visita è stata preceduta da due iniziative.

Da un lato, le pressioni di Macron e Merz, che hanno pubblicato una lettera per chiedere alla Commissione europea nuovi strumenti con cui difendere l’economia europea dall’uso del commercio come arma e dalla “distorsione sistematica del mercato”. La Cina non viene citata esplicitamente, per ragioni diplomatiche, ma la pubblicazione alla vigilia del viaggio di Šefčovič non è certo casuale.

Dall’altro, una risoluzione del Parlamento Europeo dai toni molto duri, che affronta non solo le questioni economiche, ma anche temi politici come Taiwan e i “diritti umani”, che ha portato anche a promuovere una presenza militare stabile a ridosso delle coste cinesi. Non esattamente il miglior biglietto da visita.

Eppure, dall’incontro si è usciti con una dichiarazione congiunta in 16 punti, che dovrebbe portare a tre traguardi:
  1. dimezzare le vendite di auto ibride cinesi nei paesi UE;
  2. facilitare le licenze per l’export di terre rare verso l’Europa;
  3. migliorare l’accesso reciproco ai mercati.
Al vertice dei capi di stato e di governo che è in programma a Bruxelles il 15 e 16 ottobre si discuterà questa nuova intesa, che sembra allontanare lo spettro della guerra commerciale. Ma come mai si è raggiunta questa possibile distensione, proprio mentre la UE intensifica le minacce al Dragone? Ripercorriamo i nodi strutturali dietro il rapporto tra UE e il gigante asiatico, per capirci qualcosa di più.

Poco meno di un anno fa, durante una visita a Pechino, Macron chiedeva a Xi di correggere unilateralmente gli squilibri commerciali. Prima ancora, l’allora cancelliere tedesco Scholz aveva tentato di ottenere un maggiore accesso al mercato cinese per le imprese tedesche. La situazione è paradossale: per decenni la UE, con la Germania in prima fila, ha difeso il libero scambio sulla base dell’idea che, di fronte a uno squilibrio commerciale, il problema non sia di chi esporta troppo, ma di chi esporta troppo poco.

Questo cambiamento di posizione mette in luce la dimensione politica della dottrina del libero scambio, diventata evidente quando l’Europa si è ritrovata dalla parte sbagliata dello scambio ineguale. La Germania sa bene che cosa significhi trovarsi in una posizione di surplus: per un paio di decenni ha costruito parte della propria forza economica su una strategia ordoliberista orientata alle esportazioni e alla moderazione salariale, perseguita con il consenso (o la complicità) dei sindacati.

Questa strategia ha contribuito agli squilibri interni della UE, a lungo taciuti dalla politica e da gran parte degli economisti mainstream europei. Obama iniziò a criticarla apertamente dal 2010, sostenendo che il modello tedesco contribuisse alla stagnazione europea, preoccupato ovviamente delle possibilità di esportazione degli Stati Uniti verso il mercato europeo.

Il surplus tedesco si reggeva anche su un mercato che assorbiva grandi quantità di merci tedesche, a partire dalle automobili: quello cinese. All’epoca, Merkel e Schäuble risposero alle critiche sostenendo che il surplus non derivasse da manipolazioni, ma dalla competitività e dalla qualità dell’industria tedesca.

È questa, in fondo, la logica che si continua a insegnare nei corsi di “international trade”: un paese in deficit commerciale può reagire aumentando la produttività oppure riducendo i salari. La UE, oggi, sembra aver imboccato una terza strada, fatta di suppliche e minacce. Per sostenere la propria posizione di svantaggio, insiste sulle pratiche scorrette della Cina.

L’accusa principale riguarda gli aiuti di Stato, perché la Cina ha un sistema economico in cui convivono imprese pubbliche e politiche industriali: una terribile “autocrazia” comunista che utilizza strumenti di intervento economico che fino ai primi anni '90 erano normalissimi anche per le socialdemocrazie europee.

Il surplus commerciale cinese non è nato dal nulla. Negli ultimi trent’anni, le imprese occidentali hanno delocalizzato la produzione ed esternalizzato all’estero intere fasi delle filiere, soprattutto in Cina appunto, per aumentare i margini di profitto sfruttando il differenziale salariale.

La “fabbrica del mondo” non è stata il risultato di un subdolo piano cinese concepito per conquistare i mercati occidentali: è stata in primis il prodotto delle scelte dei capitali occidentali, che hanno seguito la legge del “libero mercato” verso profitti crescenti. Per le società occidentali questo processo ha comportato una sorta di compromesso: minore occupazione manifatturiera e una riduzione della quota dei redditi destinata al lavoro, in cambio di beni importati a basso prezzo.

Il modello era sostenibile finché le imprese cinesi esportavano in Europa soprattutto beni a basso valore aggiunto, mentre la Cina acquistava beni europei ad alto valore aggiunto, in primo luogo le automobili tedesche. È stato a lungo un sistema vantaggioso per il capitale, soprattutto tedesco.

La Cina, però, ha utilizzato parte del valore generato da questi scambi per finanziare investimenti, ricerca e sviluppo, accumulazione di capacità tecnologiche. È così che gli equilibri si sono trasformati: la Cina è passata da produrre tendenzialmente solo beni a basso valore aggiunto a quella di prodotti ad alto contenuto tecnologico, dai telefoni cellulari alle infrastrutture di telecomunicazione, dai pannelli fotovoltaici alle automobili elettriche.

Il surplus cinese, dunque, non deriva dalla concorrenza sleale nei settori e nelle filiere europee, ma si concentra soprattutto in comparti che l’Europa ha progressivamente abbandonato o in settori nuovi nei quali non ha investito abbastanza.

In alcuni casi, come quello dei pannelli solari, importare a basso costo è sembrato più conveniente che sviluppare una capacità produttiva interna; in altri, come quello delle auto elettriche, la mancanza di investimenti degli ultimi decenni si combina oggi con il timore (ormai una certezza - ndR) di non riuscire a reggere la concorrenza.

Per la UE, e soprattutto per la Germania, c’è poi un ulteriore problema: non si tratta soltanto del fatto che le auto elettriche cinesi arrivino sul mercato europeo, ma anche che i consumatori cinesi inizino a preferire modelli elettrici BYD alle Volkswagen a benzina o gasolio. Queste ultime continuano a essere prodotte e vendute in Cina, anche attraverso joint venture, ma perdono quote di mercato significative.

La forte esposizione delle imprese tedesche al mercato cinese ha finora frenato una linea più aggressiva nei confronti di Pechino, ma questo equilibrio, tuttavia, appare sempre meno sostenibile per una parte del capitale tedesco.

Dazi, minacce e guerre commerciali possono essere strumenti per proteggere le imprese nazionali o per ottenere concessioni al tavolo negoziale. Ma quali imprese, filiere e settori vuole davvero difendere la UE? E che cosa accadrebbe se limitassimo le importazioni cinesi: saremmo in grado di produrre internamente quei beni? Cominceremmo a fabbricare pannelli fotovoltaici e auto elettriche su scala adeguata?

Stellantis ha appena presentato un piano industriale da 60 miliardi nel quale l’elettrico sembra avere un ruolo marginale, mentre Volkswagen ha annunciato possibili tagli fino a 100.000 posti di lavoro, addirittura con la chiusura o la vendita di stabilimenti produttivi in Germania.

Non si tratta semplicemente degli effetti della concorrenza cinese, ma anche delle conseguenze di scelte aziendali, sostenute dalla politica, che hanno privilegiato i profitti di breve periodo, puntando sulle esportazioni, sulla moderazione salariale e sul contenimento degli investimenti in ricerca e sviluppo. Il settore automobilistico è un caso emblematico, per il ruolo storico che ricopre nelle economie europee e per la crisi profonda che sta attraversando la Germania.

Ma il problema riguarda l’intera manifattura e si intreccia anche con le prospettive di riconversione industriale verso la produzione militare, in uno scenario internazionale di crescenti tensioni, in cui il riarmo europeo vuole essere usato velleitariamente come nuovo volano della crescita economica, inserendosi però anche nel quadro delle mire imperialistiche europee e rispondendo all’esplicita richiesta statunitense di una maggiore “proattività” europea.

Che cosa significa, allora, ridurre il deficit commerciale? Ricostruire le filiere che abbiamo smantellato? Crearne di nuove, nelle quali le imprese europee finora non hanno mostrato interesse a investire? Ricostituire una classe operaia dopo decenni di frammentazione del lavoro? Mentre la UE avanza le proprie richieste a Pechino, resta poco chiaro che cosa possa offrire in cambio o quali strumenti abbia a disposizione oltre ai dazi.

Questi ultimi finirebbero per colpire anche i consumatori europei e potrebbero provocare ritorsioni cinesi: non soltanto contro-dazi, capaci di danneggiare le imprese europee che esportano ancora in Cina, ma anche restrizioni all’esportazione di terre rare, uno strumento che Pechino ha già utilizzato nel confronto commerciale con Trump.

Anche un accordo che prevede una limitazione volontaria delle esportazioni cinesi (come sembra in questo caso) o un aumento dei prezzi, come già avvenuto nel settore delle auto elettriche, non risolverebbe il problema strutturale: la Cina dispone di capacità produttive che la UE, in molti settori, semplicemente non ha.

Pechino ha teso una mano, perché ha un mercato domestico in espansione per le proprie vetture e perché non ha interesse ad aumentare, ora, le tensioni sul mercato delle terre rare. Bisognerà vedere se tale mano verrà colta a Bruxelles. Continuare a puntare il dito contro la Cina rischia, in definitiva, di diventare un modo per evitare di guardare alle responsabilità europee: la deindustrializzazione, la carenza di investimenti, l’indebolimento del lavoro e l’assenza di una visione sociale e politica dell’economia.

Problemi strutturali sui quali la UE pare non avere soluzione al di fuori della militarizzazione dell’economia, dei rapporti internazionali, e del controllo sociale. Un crinale imboccato non solo da Bruxelles, ma anche da Londra, che ha deciso di sospendere ogni forma di collaborazione con il China General Technology Research Institute (CGTRI), ritenuto dai servizi segreti una copertura diretta del Ministero della Sicurezza dello Stato (MSS) di Pechino. Gli europei stanno punzecchiando un Dragone ben più grande di loro...

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09/10/2026

Il “Project Meridian” per la guerra del futuro

Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti si sta preparando a combattere le guerre del futuro, per come le stanno definendo le nuove tecnologie e le nuove tattiche osservate sui campi di battaglia, dall’Ucraina all’Asia occidentale. Dopo venti anni di fallimenti militari, il Pentagono ha deciso di varare il “Project Meridian: The Future of Warfare”, un’iniziativa mirata a ridefinire le linee guida per garantire la supremazia delle forze armate stelle-e-strisce negli anni a venire.

Per portare a termine questo studio è stato definito una sorta di gruppo di lavoro, alla cui guida c’è il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, che ha scritto chiaro e tondo: “per mantenere il dominio globale, gli Stati Uniti devono anticipare i futuri ambienti operativi”.

Al di sotto, a fare davvero il lavoro di Project Meridian sarà un “triumvirato” che ha destato molte attenzioni: Elon Musk, che con Starlink e SpaceX rappresenta l’infrastruttura satellitare e aerospaziale statunitense; Palmer Luckey, fondatore di Anduril Industries e sostenuto dal Founders Fund di Peter Thiel; Newton Gingrich, figura storica del Partito Repubblicano ed ex Speaker della Camera, con decenni di esperienza dottrinale e politica in ambito di sicurezza nazionale.

Questo comitato, che ha il compito di trovare una sintesi tra visione geostrategica, capacità industriale e avanguardia tecnologica, avrà a disposizione 120 giorni (consegna dovuta entro il 28 gennaio) per scandagliare l’evoluzione degli scenari bellici, individuare i vuoti di competenze e indicare quali tecnologie dovranno essere integrate per mantenere la leva armata alla base delle politiche predatorie di Washington.

Con la crescente militarizzazione dello spazio orbitale e dell’orbita terrestre, il ruolo di SpaceX come fornitore chiave del Pentagono si salda con il peso politico ed economico di Musk, confermato anche dai recenti vertici alla Casa Bianca dedicati allo sviluppo della super-intelligenza e delle più avanzate tecnologie di frontiera.

Luckey incarna la nuova leva dell’industria bellica della Silicon Valley. La sua azienda è in prima linea nello sviluppo di droni, sistemi d’arma autonomi e software avanzati per la gestione del campo di battaglia, proponendo modelli produttivi e operativi agili, distanti dalla pesantezza dei colossi militari tradizionali.

Gingrich, già membro alla fine degli anni Novanta della Commission on National Security e docente alla National Defense University, nel documento del 2007 “Adapt or Die” affermava già la necessità di proteggere la leadership scientifica USA, sia a livello di nuove brevettazioni sia sul lato delle dipendenze da componenti e software stranieri nella catena di fornitura.

Gli orizzonti di studio assegnati al Project Meridian, però, dallo spazio cislunare (la regione compresa tra l’orbita terrestre e quella della Luna) si allungano anche in direzione opposta. Il comitato dovrà indagare anche possibili opzioni operative in relazione a complessi teatri sotterranei.

In generale, il lavoro del gruppo del Project Meridian si intreccia strettamente con i piani del Pentagono per l’istituzione di un Comando per la Guerra Autonoma, concepito per imprimere un’accelerazione decisiva all’integrazione di sciami di droni, veicoli senza pilota e piattaforme guidate dall’intelligenza artificiale nei dispiegamenti delle forze armate.

Il 29 settembre, Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i rappresentanti di Alphabet, Meta, OpenAI, Anthropic, NVIDIA e X-AI, per la sottoscrizione di un accordo volontario intorno a controlli interni, alla supervisione per individuare eventuali rischi, in particolare quelli legati all’ambito della cyber e biosicurezza, e a verificare che i modelli non accedano in modo imprevisto ai sistemi informatici.

È un’intesa ben lontana dal creare una governance dell’intelligenza artificiale, e serve soprattutto a integrare le grandi aziende del settore in un quadro di standard pensati per la dimensione bellica e della sicurezza nazionale. Un terreno che è sempre più dominato dalle visioni della galassia di estrema destra che circonda Peter Thiel, e che sta modellando i tratti del nuovo establishment stelle-e-strisce.

Nella pratica del Project Meridian, il compito affidato a Musk, Luckey e Gingrich sarà quello di colmare la distanza tra le proiezioni teoriche dell’innovazione e la realtà dei conflitti moderni, provando a blindare le capacità della macchina bellica statunitense di fronte alla guerra a tutto campo che ha dichiarato al mondo multipolare.

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05/10/2026

Brasile: Lula-Bolsonaro, il Paese spaccato va al secondo turno all’ombra degli Stati Uniti

«Il principale scontro politico in America Latina e nei Caraibi nel 2026», il cui esito potrebbe «alterare gli equilibri di potere nella regione per gli anni a venire». È così che il giornalista brasiliano David Cavalcante ha definito l’ultima tornata elettorale nel suo Paese – celebratasi il 4 ottobre  – destinata a decidere chi occuperà il Palácio do Planalto (Palazzo Presidenziale) per i prossimi quattro anni. Un appuntamento che definisce anche i futuri governatori dei 26 Stati e del Distretto Federale e la composizione dei 513 seggi della Camera dei Deputati e dei due terzi del Senato.

La contesa elettorale – che ha visto contrapposti l’attuale ​​presidente Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei Lavoratori (PT), e il senatore di estrema destra Flávio Bolsonaro, del Partito Liberale (PL), figlio dell’ex presidente Jair  – si è chiusa con un nulla di fatto: nessuno dei due candidati ha superato la metà dei voti validi, la soglia necessaria per vincere al primo turno.

Con il 99,99% delle schede scrutinate, Flávio Bolsonaro, a sorpresa rispetto agli ultimi sondaggi, ha chiuso in testa con il 47,03%, mentre Lula si è fermato al 45,15%: uno scarto di 1,88 punti, il più ridotto mai registrato al primo turno di un’elezione presidenziale brasiliana, quella peraltro con il più alto tasso di astensione – il 21,08% – dal 1998. Il nome del prossimo presidente si conoscerà quindi solo il 25 ottobre, quando i due sfidanti si affronteranno al ballottaggio.

Il terzo mandato dell’ottantenne Lula, ex leader sindacale dei metalmeccanici che era stato guida degli scioperi dei lavoratori durante la dittatura militare, è stato caratterizzato da importanti successi economico-sociali – tra cui aumenti del salario minimo superiori all’inflazione, l’espansione della sicurezza sociale e una disoccupazione storicamente bassa – ma anche da forti resistenze politiche da parte del congresso più a destra nella storia del Brasile e da una marcata difficoltà nel trasformare i dati macroeconomici positivi in un consenso popolare omogeneo. Infatti, per quanto la maggior parte dei brasiliani stia meglio rispetto a quattro anni fa, il costo della vita è più alto, così come i livelli di indebitamento; quattro quinti delle famiglie brasiliane hanno contratto debiti, per buona parte a causa del gioco d’azzardo online, contro cui il presidente aveva varato di recente delle misure. I posti di lavoro sono sempre più precari e la sicurezza pubblica rimane un problema cruciale.

A sfidare Lula è Flávio Bolsonaro, 45 anni, figlio dell’ex presidente Jair, già deputato e poi senatore dello Stato di Rio de Janeiro, candidato alla guida del Partito Liberale. Nel suo programma di governo figura, tra l’altro, l’amnistia per il padre e per i condannati per il tentato golpe dell’8 gennaio 2023. Secondo parlamentari statunitensi e l’intelligence brasiliana, la sua campagna ha ricevuto il sostegno attivo dell’amministrazione Trump, storicamente vicina a Jair Bolsonaro. Lo scorso maggio Flávio è stato ricevuto alla Casa Bianca. Stando a quanto da lui dichiarato, si è parlato di criminalità organizzata, dazi, terre rare e minerali critici.

Come in altri Paesi della regione, cresce il timore che sull’esito del voto pesino sempre più gli algoritmi dei social e le interferenze esterne. A pochi giorni dal voto, Meta ha bloccato il profilo social di Lula e disattivato i suoi annunci pubblicitari. Se Flávio Bolsonaro vincesse, in America Latina si rafforzerebbe un blocco di destra allineato con gli Stati Uniti di Trump.

Un voto all’ombra di Washington

Non è un caso che quella del 2026 sia stata definita un’elezione diversa dalle precedenti per due ragioni, secondo il politologo Leonardo Barreto della società di consulenza Think Policy. La prima è l’esplicito interesse degli Stati Uniti per l’esito della tornata elettorale. La seconda è un sistema giudiziario indebolito, proprio nel momento in cui potrebbe essere chiamato a dirimere una competizione serrata. In merito al primo tema, i maggiori quotidiani internazionali – tra cui Le Monde, The Guardian, Al Jazeera e Página12 – hanno sottolineato come le elezioni si siano svolte all’ombra delle interferenze statunitensi, come peraltro avevamo scritto su InsideOver, raccontando l’esistenza del piano Prosperity Partnership di André Marinho, che prevede lo sfruttamento da parte di Washington delle terre rare brasiliane; la denuncia da parte di un altro candidato alla presidenza, Renan Santos, riguardante i finanziamenti della rete Rockbridge, fondata da J.D. Vance, alla campagna di Bolsonaro; e la diffusione del rapporto dell’intelligence brasiliana (ABIN), che segnalava un rischio «critico», citando anche i dazi del 25% imposti dagli Stati Uniti e la designazione di PCC e Comando Vermelho come organizzazioni terroristiche. 

Peraltro lo scorso 2 ottobre, l’amministrazione Trump ha sospeso improvvisamente tutti i servizi consolari in Brasile citando generiche «questioni di sicurezza», decisione interpretata dalle autorità e dall’intelligence brasiliane come un tentativo di generare instabilità alla vigilia delle elezioni. 

Cosa c’è in gioco: risorse, alleanze e un continente in bilico

L’interesse delle potenze internazionali e dell’estrema destra globale per l’esito elettorale brasiliano è strettamente legato al peso economico, ecologico e minerario del colosso sudamericano nell’emisfero occidentale. Il Brasile è il paese più grande dell’America Latina e rappresenta uno snodo cruciale per l’economia globale, detenendo il 60% del bioma amazzonico, il 12% delle risorse mondiali di acqua dolce, il 23% delle riserve mondiali di terre rare e oltre 17,5 miliardi di barili di petrolio.

Il voto brasiliano si inserisce in un’onda lunga: dopo la Colombia con Abelardo De la Espriella e il Perù con Keiko Fujimori, la destra aveva già vinto in Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador e Honduras. Molti di questi governi hanno rinsaldato la cooperazione militare con gli Stati Uniti, che restano molto presenti in Venezuela.

«Il popolo dovrà scegliere tra rafforzare il sistema democratico o la barbarie, tra sviluppo o arretratezza», ha affermato Lula dopo la pubblicazione dei risultati. Bolsonaro resta, tuttavia, il favorito. Bisognerà attendere altri venti giorni per sapere se il gigante latinoamericano si arrenderà all’ondata ultraconservatrice che sta travolgendo la regione. «I bolsonaristi si preparino perché li sconfiggeremo» è stata la promessa del leader del Partido dos Trabalhadores.

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Piazze in collera, la vera “unità europea”

L’autunno europeo è cominciato alla grande, come sempre inatteso. Spagna, Francia, Germania, le prime avvisaglie in Italia, segnalano che – anche se su temi parzialmente diversi – il lungo sonno delle classi popolari sembra arrivato al termine.

I temi segnano il campo di battaglia tra classi sociali nettamente definite, al di là del sogno liberista dell’individualizzazione totale e della “società liquida” (cioè, liquidata...).

In Spagna lo sfratto di una 87enne in barella, da sempre abitante in quella casa e da sempre in regola con i pagamenti, ha improvvisamente rotto l’indifferenza sociale per le tante piccole ingiustizia quotidiane. Quell’anziana buttata per strada solo perché uno dei tanti “fondi avvoltoio” aveva comprato lo stabile in cui viveva, pretendendo di quintuplicare l’affitto, ha visivamente svelato la condizione in cui tutti viviamo: dentro un sistema economico che produce sempre meno e dove i profitti si fanno con la speculazione (immobiliare, ma non solo), la truffa, la prepotenza.

Un trattamento al di là dell’inumano del tutto simile – per l’indifferenza con cui si distruggono le vite – a quanto accade a Gaza o in Libano. Cambiano i metodi, ovviamente, non i risultati.

Così ora le piazze strabordano di gente che fa rumore, agitando le chiavi o suonando le pentole. Oltre mezzo milione a Madrid, decine di migliaia ovunque nel paese (Bilbao, Malaga, Alicante, Palma de Maiorca, Canarie). A Valencia la polizia – ideologicamente di destra, come ovunque – ha attaccato il corteo che aveva circondato il Palau de las Artes, dov’era in corso un congresso di avvoltoi immobiliaristi. “Sciopero generale” è la richiesta immediata, perché anche in Spagna i sindacati hanno i riflessi lenti... 

La politica di palazzo ne esce stravolta. Tutti fin qui rassegnati all’avanzata irresistibile delle destre, trainate da un tema semi-finto come quello dell’immigrazione (in cui la parte di “realtà” è dovuta alla esibita assenza di politiche inclusive e quindi alla creazione della “percezione di insicurezza”), scoprono che le questioni di classe sono determinanti. Persino tra gli elettori di destra, secondo gli ultimissimi sondaggi spagnoli, oltre il 55% è favorevole a mettere un tetto agli affitti, perché le tasche vuote cominciano a pesare più dell’allarmismo sul “nemico esterno”.

È la stessa dinamica che in Francia contrappone un governo di banchieri senza neanche la maggioranza in parlamento a piazze stracolme di giovanissimi che hanno chiara solo una cosa: il loro futuro sarà di merda, se non cambiano ora il corso della Storia.

Anche lì, per l’establishment, la soluzione parafascista è una prospettiva accettabile, meglio ancora se con Marine Le Pen al posto dell’“antisemita da giovane”, Jordan Bardella. Mentre il nemico assoluto è La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, l’unica forza capace di dare una prospettiva a quel popolo.

In Germania, tra riarmo, foia guerrafondaia, crisi industriale, appoggio al genocidio dei palestinesi, tutto sembra spingere tranquillamente verso una deriva neonazista – anche lì – che usa i migranti come specchio per allodole invecchiate.

Poi Berlino dice che si può percorrere un’altra strada – anche lì a partire dalla casa, dalla speculazione immobiliare, dai servizi sociali in ritirata – e una legge che reintroduce il servizio militare obbligatorio (un po’ alla volta, perché si credono furbi) fanno capire a tutti che se si resta fermi ci si può aspettare solo povertà e guerra. E quindi in piazza... 

Il neoliberismo vincente per oltre 30 anni ha eroso i fondamenti della coesione sociale in Europa. L’austerità di bilancio ha spostato il timone degli Stati dalle mani di una classe politica obbligata a render conto alla popolazione in quelle di “mercati finanziari” che badano soltanto alla trimestrale di cassa. E con l’orizzonte dei prossimi tre mesi, senza futuro né grandi strategie, se non incassare il più possibile il prima possibile.

È l’ora dei poveri e dei popoli che devono tornare a farsi sentire per poter sopravvivere ed evitare, magari, il genocidio silenzioso nascosto sotto le vesti del “gelo demografico”, conseguente a salari ormai sotto il livello della “riproduzione della forza lavoro”.

E come sempre il potere reagisce con l’ultimo strumento che gli resta, dopo aver eliminato il welfare (e la democrazia): la polizia.

Non sarà un autunno breve... E in fondo è l’anno più caldo di sempre, no?

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04/10/2026

La crisi strutturale globale del capitale

di John Bellamy Foster

Credo che non ci sia dato parlare in termini di secoli futuri..... non abbiamo tempo da perdere; la sfida è salvare le condizioni della vita su questo Pianeta, salvare la specie umana, cambiare il corso della Storia, cambiare il Mondo.

 Hugo Chávez [1]


Il concetto di “crisi strutturale globale del capitale” che caratterizza la nostra epoca fu introdotto per la prima volta da István Mészáros nella terza edizione del suo libro, Marx’s Theory of Alienation [La teoria dell’alienazione in Marx] del 1971, e nella sua Isaac Deutscher Memorial Lecture [conferenza in memoria di Isaac Deutscher], intitolata The Necessity of Social Control [La necessità del controllo sociale], tenutasi nello stesso anno.[2] Nel 1995 in Oltre il Capitale, Mészáros distinse l’emergente crisi strutturale epocale del capitale dalle crisi cicliche e congiunturali che costituiscono il «modo naturale di esistere del capitale». La crisi strutturale odierna, spiegò, si manifesta in quattro aspetti principali che la contraddistinguono storicamente, concentrandosi soprattutto sulle sue dimensioni economiche:

  1. Il suo carattere universale  e non limitato a un solo settore (per esempio, finanziario o commerciale, o relativo a un particolare settore della produzione, o che tocchi un tipo o l'altro di lavoro, con i gradi specifici di abilità e di livello di produttività).
  2. Il suo obiettivo è veramente globale (nel senso più letterale e minaccioso del termine), e non confinato a un particolare gruppo di paesi (come le grandi crisi del passato).
  3. La sua scala temporale è estesa, continua – se preferite, permanente – e non limitata e ciclica, come tutte le crisi precedenti del capitale.
  4. Il suo modo di svolgimento si potrebbe dire strisciante – in contrasto con eruzioni e collassi più spettacolari e drammatici del passato – ma con la riserva che non si possono escludere a priori convulsioni violente e travolgenti nel futuro, cioè quando non riuscirà più a reggere il complesso meccanismo ora attivamente impegnato nella gestione della crisi e nella dislocazione più o meno provvisoria delle contraddizioni crescenti.[3]

Tutto ciò indica che l'attuale modo di produzione si sta avvicinando ai limiti assoluti della sua modalità di riproduzione metabolica sociale, evidente non solo nelle sue crescenti contraddizioni economiche – dato che produzione, consumo e circolazione ne definiscono la struttura interna – ma anche in ogni aspetto della realtà materiale. Una crisi strutturale entra in gioco quando sono in discussione non solo i “limiti immediati” del sistema ma anche i suoi “limiti ultimi”, poiché ciò investe la “totalità del complesso sociale”.[4] Ciò è particolarmente evidente in ambito ambientale: nel perseguire un’accumulazione illimitata, il capitale considera l’ambiente come un insieme di semplici ostacoli da superare o come una discarica per i propri rifiuti, anziché rispettare i limiti planetari e le leggi naturali.[5]

La crisi strutturale del capitale si riflette in perturbazioni croniche e fallimenti del sistema in tutti gli aspetti della riproduzione metabolica sociale, non solo in termini di condizioni materiali immediate (sia economiche o ecologiche) ma anche nei rapporti di classe e di proprietà, nello Stato, nei rapporti familiari e di genere e nelle strutture di controllo razziali/razziste endemiche del capitalismo consolidatesi nel corso dei secoli. La disgregazione dell’intero complesso sociale si estende alla distruzione di una cultura unificata e degli strumenti della ragione – tutto ciò si riflette nella crescita dell’irrazionalismo e nella riemersione di forze regressive.[6]

Le crescenti e sempre più profonde contraddizioni dell’ordine metabolico sociale del capitale devono in ultima analisi essere affrontate a livello del sistema mondiale imperialista. La suddivisione dell’economia capitalista mondiale in stati-nazione in competizione tra loro è una caratteristica insormontabile del sistema. Nel 2001 Mészáros in Socialism or Barbarism scriveva che il mondo si trovava ormai di fronte alla «fase potenzialmente più letale dell’imperialismo»: gli Stati Uniti cercavano di mantenere e persino estendere la propria egemonia globale nel contesto di un ordine economico mondiale in declino, ricorrendo sempre più spesso a mezzi militari e coercitivi. Ciò sollevava la questione di una guerra permanente destinata a sfociare in un conflitto nucleare, se non si fosse individuata una via rivoluzionaria e socialista capace di andare oltre il capitale. Seguendo la tesi di Rosa Luxemburg, egli affermava che ci troviamo di fronte ad una scelta tra «socialismo o barbarie» – aggiungendovi però una precisazione: «barbarie se siamo fortunati». Ciò significava che, nell’epoca attuale, la barbarie avrebbe potuto facilmente condurre allo «sterminio dell’umanità» sia attraverso un conflitto termonucleare generalizzato, che attraverso una crisi ecologica planetaria. Veniva così sottolineata l’estrema gravità della crisi strutturale epocale che l’umanità si trovava ad affrontare.[7]

Il capitalismo monopolistico, secondo Mészáros, ha assunto sempre più la forma di “capitalism gangster” a causa dell’enorme e crescente concentrazione e centralizzazione del capitale e della conseguente perdita di controllo sociale da parte dello Stato, con le normali misure correttive del sistema che si rivelavano sempre meno efficaci.[8] L’ordine capitalista mondiale è diventato sempre più dipendente dall’avventurismo militare e finanziario, a testimonianza del fatto che il centro non regge più. La sovraccumulazione, l’eccesso di capacità produttiva e lo spreco sono arrivati a caratterizzare l’intero sistema.[9]

Sincretismo superficiale come forma di negazionismo

Naturalmente, di fronte a una crisi strutturale globale del capitale del tipo descritto da Mészáros, ci si potrebbe aspettare che gli attuali interessi costituiti, per quanto miopi, ne siano in qualche misura consapevoli, e che ciò trovi riscontro nella teoria sociale del nostro tempo. Tuttavia, il carattere apologetico e alienato dell’analisi sociale prevalente fa si che tale riconoscimento si manifesti solo indirettamente sotto forma di percezione di particolari contraddizioni e convulsioni, scollegate dal sistema politico-economico dominante e dal suo rapporto con l’ambiente circostante. È così emerso, negli ultimi anni, il concetto di policrisi, ovvero molteplici crisi provenienti da ogni direzione, che costituiscono un insieme di crisi, concepito in termini latouriani e postumanisti, privo di un nesso organico. Un principio fondamentale alla base dell'odierno e prevalente concetto di “policrisi” – promosso da influenti studiosi di scienze sociali come Adam Tooze e da istituzioni come il World Economic Forum, la Banca Mondiale, e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) – è che essa viene considerata priva di qualsiasi legame con il capitalismo stesso.

Il termine policrisi fu coniato per la prima volta dal filosofo e sociologo francese Edgar Morin e dalla sua collaboratrice Anne Brigitte Kern negli anni ’90 ed è stato successivamente approfondito e reso popolare da Tooze e altri. Nel libro di Morin e Kern, Homeland Earth, la policrisi fu introdotta come categoria volta a negare l’idea che fosse possibile «individuare un problema numero uno a cui tutti gli altri sarebbero subordinati» o persino stilare una gerarchia delle criticità globali. Il capitalismo è pressoché assente dalla prospettiva di Morin, caratterizzata da una visione reazionaria tipica dell'era della Guerra Fredda e del periodo successivo. Tutti i problemi sono vagamente associati alla modernità o alla “tecnoscienza”, cioè svincolati sia dalla struttura che dall’agire umano, dai rapporti sociali di produzione, oltreché da qualsiasi prospettiva storica coerente. Per Morin, non vi è via di fuga (se non nella sfera dello “spirito”, da lui definita «prima resistenza»).[10] 

Tooze è oggi il principale sostenitore del concetto di policrisi. È titolare di una cattedra alla Columbia University, ha scritto diversi articoli per la New Left Review, è editorialista di Foreign Policy – importante testata statunitense che tratta della "nuova Guerra Fredda" – e ha collaborato con il National Intelligence Council degli Stati Uniti, organo dell'apparato di sicurezza nazionale statunitense. Oggi si definisce un «liberal di sinistra di stampo latouriano».[11] Nel mettere in evidenza il concetto di policrisi, egli rifiuta l'idea che l'attuale epoca di catastrofi sia intrinsecamente legata al capitalismo o addirittura suscettibile di una critica razionale:

«Con disappunto dei suoi numerosi critici, il concetto di policrisi è privo di quella nobile genealogia intellettuale e di quella solidità analitica che un buon teorico critico si aspetterebbe. A mio avviso, è proprio per questo che appare adatto al nostro tempo. Nella sua scarsa definizione, il concetto di policrisi ci ricorda l’indeterminatezza, l’incertezza e la complessità che abbiamo smarrito tra le audaci, nuove certezze del "Capitalocene"... La policrisi è un concetto poco definito. È una teoria debole. Tuttavia, chi muove critiche in nome di una maggiore chiarezza o di una teoria più solida sottovaluta la portata del caos in cui ci troviamo.»[12]

Secondo Tooze, coloro che nella tradizione marxiana si concentrano sulla crisi strutturale globale del capitale (definita qui con tono sprezzante «le audaci nuove certezze del 'capitalocene»), «sottovalutano la portata del caos» che il mondo si trova ad affrontare. La sua dichiarata preferenza per la policrisi come «teoria debole» – in linea con la filosofia postumanista di Bruno Latour – la considera vantaggiosa perché manca di chiarezza, rappresentando un insieme di crisi «sottospecificate» che riflettono accuratamente l'incertezza, la confusione e la paralisi del nostro tempo.[13] Nella migliore delle ipotesi, egli propone quello che Karl Marx definiva un «sincretismo esamine» come sostituto di un'analisi materialistica, storica e dialettica volta ad affrontare le crescenti contraddizioni del capitale.[14] In letteratura, la sua analisi è stata definita come fenomenologica, incentrata su interazioni e descrizioni dense, a scapito della causalità.[15]

Una simile evasività e un analogo rifiuto di qualsiasi collegamento tra la policrisi e il capitalismo emergono dai rapporti diffusi dal World Economic Forum, dalla Banca Mondiale e dall'OCSE. Nell'articolo "We’re on the Brink of a ‘Polycrisis’ – How Worried Should We Be?" [Siamo sull'orlo di una "policrisi": quanto dovremmo preoccuparci? N.d.T.], Simon Torkington, senior writer del World Economic Forum, suddivide la policrisi in cinque potenziali categorie: economica, ecologica, geopolitica, sociale e tecnologica. Di queste, egli afferma, solo le ultime quattro sarebbero state determinanti per la policrisi. Il rallentamento secolare dell'economia mondiale viene così spiegato da un insieme ibrido di fattori che, in qualche modo, le sono esterni. Infatti il capitalismo, quale principale categoria teorica per concettualizzare l'economia mondiale, non compare affatto nel Global Risks Report 2023 del World Economic Forum dedicato proprio alla policrisi.[16]

Un risultato analogo si riscontra nel rapporto del 2024 della Banca Mondiale: Pathways Out of the Polycrisis. I lettori attenti vi  troveranno solo vaghi accenni alla “policrisi” e nessuna vera e propria “via d’uscita”. Qui la policrisi assume rilevanza soprattutto per i suoi effetti sull’economia e viene quindi ritenuta responsabile delle «prospettive di crescita lenta e degli elevati livelli di indebitamento», insieme ad un «aumento dell’incertezza, della fragilità e della polarizzazione economica». Nella definizione più concreta fornita dalla Banca Mondiale, si afferma che la policrisi indica «crisi multiple e interconnesse che si verificano simultaneamente, in cui le interazioni amplificano l'impatto complessivo». È significativo notare come, in tutto il rapporto [della Banca Mondiale] sulla policrisi, non vi sia alcun riferimento al capitalismo o al capitale inteso come relazione sociale dominante.[17]

L'OCSE affronta il tema della policrisi nel suo rapporto States of Fragility 2025. Viene segnalata la «crescente diffusione delle policrisi – una convergenza di sfide globali – [che] colpiscono in modo sproporzionato i paesi interessati da conflitti, già alle prese con significative vulnerabilità» e costretti a subire l'impatto maggiore di «crisi a cascata». La soluzione proposta è un «cambio di paradigma» a livello concettuale che enfatizzi l’intero «spettro di fragilità», richiedendo una maggiore «resilienza» – ciò implica che l'onere di rispondere ai crescenti disastri non ricada sul sistema, bensì su singoli individui o entità, costretti a farvi fronte autonomamente. Il capitalismo in quanto tale non viene menzionato ne associato in alcun modo alla policrisi, sebbene il rapporto critichi il «capitalismo autoritario» e il «capitalismo clientelare».[18]

Tutte queste interpretazioni della policrisi possono essere considerate risposte ideologiche alla crisi strutturale globale del capitale, pur negando l’esistenza di una crisi strutturale del sistema o qualsiasi legame tra la policrisi e il capitalismo stesso. Tuttavia, il fatto stesso che il concetto di policrisi sia ormai così centrale nelle discussioni ai vertici dell’economia mondiale è di per sé un’ammissione indiretta del fatto che il denominatore comune dell’attuale e multiforme malessere globale sia proprio la crisi strutturale del tardo capitalismo (monopolistico).

Gli incantesimi fuori controllo dello stregone

È una delle ironie della storia che i concetti di socialismo e comunismo siano anteriori a quello di capitalismo. Così, nel Manifesto del Partito Comunista (1848) di Marx ed Engels, non si fa menzione del capitalismo, termine apparso per la prima volta in inglese nel romanzo di William Makepeace Thackeray, The Newcomes (pubblicato a puntate nel 1853-1855) e comparso, più o meno nello stesso periodo, in francese e tedesco. (Marx non utilizzò il concetto di capitalismo, a differenza di quelli di capitale e di capitalista, nella sua opera maggiore, Il capitale [1867]).[19] Invece, Marx ed Engels nel Manifesto scrissero dell’ascesa della borghesia (la classe capitalista), identificando questa classe direttamente con il capitale inteso come rapporto sociale.[20]

La Prima Parte del Manifesto, intitolata "Borghesi e Proletari", consiste di due sezioni. Poco meno della metà della Prima Parte è dedicata a quello che Joseph Schumpeter avrebbe poi definito un «panegirico delle conquiste borghesi che non ha eguali nella letteratura economica».[21] Qui Marx ed Engels esaltano le conquiste rivoluzionarie della borghesia nel superare il feudalesimo e, nel farlo, di trasformare il mondo intero. Pochi passaggi del Manifesto sono stati più citati, negli ultimi decenni, dell'affermazione: «Spinta dal bisogno di sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, la borghesia corre, per invaderlo, tutto il globo terracqueo. Deve annidarsi e stabilirsi dappertutto, dappertutto deve stabilire relazioni».[22] Passaggi come questo hanno portato a designare Marx ed Engels come i primi teorici della globalizzazione.[23]

Tuttavia, il panegirico si conclude verso la metà della prima parte del Manifesto, a partire dalle frasi: «Sotto i nostri occhi si va compiendo un processo analogo [al passaggio dalla società feudale a quella borghese]. Le condizioni borghesi di produzione e di scambio, i rapporti di proprietà borghesi, insomma la moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così colossali mezzi di produzione e di scambio, assomiglia allo stregone incapace di dominare le potenze infernali da lui stesso evocate».[24] Segue un’analisi delle contraddizioni e delle crisi del capitale, sia congiunturali che strutturali, che evidenzia la sovrapproduzione, il ciclo economico con le sue periodiche recessioni, gli squilibri ambientali (la divisione tra città e campagna), il supersfruttamento di donne e bambini, la dissoluzione dei rapporti familiari e, soprattutto, l’ascesa del proletariato, una nuova classe rivoluzionaria, come becchino del capitalismo. La prima parte del Manifesto stabilisce così un rapporto dialettico tra le fasi ascendenti e quelle alla fine discendenti del capitale come modo di produzione. Per Marx ed Engels, era una certezza storica il fatto che la borghesia, alla fine, non sarebbe stata in grado di controllare pienamente le «potenze infernali» che aveva evocato: è questo il punto di svolta della prima parte del Manifesto.

Almeno a partire dal momento in cui scrisse la sua tesi di dottorato sulla filosofia materialista di Epicuro, Marx fu attratto dall'opera del grande satirico greco Luciano [di Samosata] (nato intorno al 117 d.C.).[25] Nel suo dialogo L'amante della menzogna, Luciano raccontò la storia di un apprendista stregone che aveva osservato più volte il proprio maestro travestire manici di scopa, pestelli e maniglie delle porte per poi lanciare incantesimi su di essi al fine di trasformarli in lavoratori pronti ad eseguire i suoi ordini, come andare a prendere acqua, acquistare provviste e preparare pasti, tutto ciò che normalmente sarebbe stato richiesto ad uno schiavo. Un giorno, in assenza del maestro, l'apprendista decise di cimentarsi nell'incantesimo, trasformando un pestello in un lavoratore incaricato di andare a prendere l'acqua. Ma quando il pestello-lavoratore ebbe riempito la giara d'acqua e l'ebbe portata in casa, l'apprendista stregone non riuscì a farlo smettere né a ritrasformarlo in un semplice pestello. Al contrario, questi continuò a portare acqua, a «versarla all’interno» della casa e quindi ad allagarla. In preda alla disperazione, l'apprendista prese un'ascia e tagliò in due il pestello-lavoratore. Il risultato, però, fu quello di creare due pestelli-lavoratori, ciascuno dei quali continuava a portare ripetutamente una giara d’acqua e ad allagare la casa. L’allagamento avrebbe travolto non solo la casa ma l’intero villaggio, poiché non c’era modo di fermarli; fortunatamente arrivò lo stregone che ritrasformò i pestelli in legno.[26] La storia di Luciano fu ripresa da Johann Wolfgang von Goethe nella Germania dell'inizio del XIX secolo nella sua ballata L'apprendista stregone, anche se in questa versione l'incantesimo viene lanciato su manici di scopa, le giare sono secchi, mentre le acque incontrollabili «irrompono con fragore e strepito».[27]

Se Luciano e Goethe furono la fonte di ispirazione per l’allegoria di Marx ed Engels, nel Manifesto non è presente alcuno stregone onnipotente in grado di annullare gli incantesimi incontrollati dell’apprendista. Piuttosto, gli incantesimi sfuggiti al controllo dello stregone rappresentano qui le impreviste conseguenze dell’intromissione ultraterrena del singolo borghese (la personificazione del capitale) nella natura delle cose. Privo di ogni freno, il capitale non è in grado di annullare i suoi incantesimi una volta che ha evocato le «potenze infernali», generando crisi e contraddizioni, ed evocando nel proletariato il proprio becchino. I lavoratori non sono manici di scopa o pestelli di legno, ma esseri umani, che alla fine oppongono resistenza. Già nell'antichità Aristotele aveva immaginato automi che sostituissero gli schiavi, ma qualsiasi tentativo di rimpiazzare i lavoratori in carne ed ossa con automi (o di trasformare gli stessi lavoratori in automi) non fa che intensificare la lotta di classe.[28]

Nella sua essenza più profonda, il capitalismo è un sistema di sfruttamento basato sulle classi, guidato dall'accumulazione di capitale a beneficio di pochissimi. Il capitalista, in quanto personificazione del capitale, è costantemente spinto in avanti, rivoluzionando continuamente i mezzi di produzione. Tuttavia, un sistema sociale organizzato su queste basi si muove solo per contraddizioni, sfruttando internamente ed espropriando esternamente tutto ciò che non appartiene al suo essere alienato e feticizzato. Di conseguenza, l'accumulazione di capitale è anche l'accumulazione del potenziale di catastrofe. Un tale sistema può esistere e persino prosperare su piccola scala, ma più assume una dimensione globale, più i suoi limiti interni ed esterni diventano evidenti. Si tratta di un esempio estremo di sistema dissipativo che si appropria di tutto ciò che può e scarica i suoi detriti [gli “scarti” materiali ed umani] nell'ambiente circostante.[29] In questo modo, attraverso la sua costante espansione, il capitale erige barriere al proprio avanzamento, finendo per generare una sorta di equilibrio punteggiato, in cui il sistema diventa sempre più instabile e ogni reale controllo sociale si dissolve, per essere sostituito da meccanismi sempre più coercitivi e inefficaci che moltiplicano lo stato di disordine, generando un «impero del caos».[30]

Ciò che è stato definito «il regime del capitale» è evidente nella formula generale del capitale di Marx, D–M–D′, dove D sta per denaro, M per Merci, e D′ per D più Δd, ovvero una quantità maggiore di denaro, vale a dire il plusvalore. L’obiettivo ultimo della produzione capitalistica è generare plusvalore per un'accumulazione illimitata, così che il plusvalore ottenuto in un singolo ciclo produttivo, ad esempio in un anno, venga reinvestito, dando luogo alla sequenza D′–M–D′′ nel secondo anno, D′′–M–D′′′ nel terzo anno, e così via, negli anni successivi.[31] Questo è ciò che Marx intendeva riferendosi al capitale come «valore che si valorizza» [o valore che si espande autonomamente]. «Accumulate, accumulate! Questo è Mosè e i profeti!», per il capitale.[32] Il risultato è la concentrazione di enormi quantità di capitale in poche mani. Questo processo è ulteriormente accelerato da ciò che Marx chiamava la centralizzazione del capitale, attraverso lo sviluppo del sistema creditizio/debitorio o finanziario, compreso il mercato dei titoli industriali, dando vita a grandi conglomerati di capitale emersi «in un batter d'occhio».[33]

L'accumulazione di capitale è il prodotto dello sfruttamento dei lavoratori, che lavorano oltre il limite necessario per riprodurre il valore della loro forza-lavoro e creano così plusvalore per i capitalisti, i quali poi – nella misura in cui il processo di accumulazione funziona correttamente – investono questo plusvalore nell'ulteriore espansione della produzione. Tuttavia, l'accumulazione basata sullo sfruttamento dei lavoratori nel processo produttivo è anche invariabilmente accompagnata da un più ampio processo di espropriazione basato sulla rapina sia del lavoro che della natura, che contribuisce ulteriormente all'accumulazione di ricchezza. Ciò che Marx chiamava «il lato negativo, cioè distruttivo» dell'interazione del capitale con la natura «dal punto di vista delle scienze naturali», è quindi costantemente presente come rovescio [della medaglia] del processo di accumulazione.[34] L'accumulazione di capitale è inevitabilmente accompagnata dall'accumulazione di catastrofi, sia reali che potenziali.

A questo proposito è utile esaminare ciò che lo storico William McNeill in The Global Condition (1992) ha definito la legge della «conservazione della catastrofe». McNeill applicò tale concetto in particolare alla crisi ecologica, sostenendo che «la catastrofe è il rovescio [della medaglia] della condizione umana, un prezzo che paghiamo per la nostra capacità di alterare gli equilibri naturali e di trasformare il volto della Terra attraverso lo sforzo collettivo e l’uso di strumenti». Più diventiamo abili nella produzione umana o nella trasformazione del nostro rapporto con la natura, più la società umana diventa vulnerabile a catastrofi che «si ripetono perpetuamente su una scala sempre maggiore di pari passo con la crescita delle nostre abilità e delle nostre conoscenze».[35] Il potenziale di catastrofe, dunque, non solo si conserva, ma si può dire – tenendo conto della spinta del capitale verso un’accumulazione esponenziale illimitata – che sia cumulativo, riapparendo in forme sempre più colossali all’interno di un ambiente sempre più alienato.

Sotto molti aspetti, il capitale ha raggiunto il punto di attivazione dei suoi «limiti assoluti», come modalità praticabile di riproduzione metabolica sociale.[36] L’epoca dell’Antropocene, ampiamente riconosciuta nella scienze naturali (sebbene respinta come denominazione ufficiale dalla conservatrice International Union of Geological Sciences), indica che, a partire dagli anni ’50, se non prima, l’umanità è emersa come forza trainante dei cambiamenti del sistema Terra in seguito alla Grande Accelerazione iniziata proprio in quegli anni.[37] Sono stati ormai superati sette dei limiti planetari che definiscono un ambiente sicuro per l'umanità.[38] Oggi, la portata dei processi economici umani rivaleggia con i cicli biogeochimici del sistema Terra, aprendo la strada alla possibilità di molteplici eventi catastrofici.[39] In questo secolo il cambiamento climatico stesso minaccia la vita e/o i mezzi di sussistenza di miliardi di persone, nonché la civiltà umana, rappresentando una minaccia esistenziale per l'umanità. L'accelerazione del cambiamento climatico, dovuta al superamento di vari tipping points [punti di non ritorno N.d. T.], rischia di innescare catastrofi ecologiche a cascata, degradando ogni sistema ecologico sulla Terra.

Nel Capitale, Marx analizzò come il capitale generi una «incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale, prescritto dalle leggi naturali della vita», vale a dire la frattura metabolica.[40] Ai suoi tempi, ciò si manifestava come una frattura nella fertilità del suolo, poiché i nutrienti del suolo – come azoto, fosforo e potassio – venivano trasportati sotto forma di alimenti e fibre per centinaia, e persino migliaia di chilometri verso le nuove città industriali, dove gli ex nutrienti chimici finivano per inquinare gli ambienti urbani anziché tornare al suolo. Oggi viviamo in un mondo in cui la sovraccumulazione di capitale e un sistema mondiale imperialista hanno dato vita a una logica catastrofica: la costante diffusione di fratture metaboliche.[41] La pandemia di COVID-19 è stata essa stessa il prodotto dell’eccessiva espansione capitalista sulla Terra, poiché l'agroindustria cerca di abbattere tutte le barriere naturali che ostacolano la sua espansione, distruggendo così ecosistemi e habitat con controlli minimi o inesistenti, favorendo così l’insorgenza di nuove zoonosi. La pandemia si è diffusa a livello globale lungo i percorsi tracciati dalle catene del valore capitalistiche, lanciando un monito su sviluppi simili in futuro.[42]

Nel XIX secolo, i macchinisti e i fuochisti, sottoposti a pressioni temporali estreme derivanti dall'incessante accelerazione dei ritmi imposta dal capitale, a volte ricorrevano a incastrare o fissare le valvole di sicurezza delle locomotive, bloccandole in modo che non si aprissero da sole. Ne conseguiva un rischio molto maggiore, in quanto la pressione nelle caldaie saliva ben oltre i limiti di sicurezza per cui erano state progettate. In diverse occasioni, i macchinisti – rendendosi conto improvvisamente del pericolo man mano che la pressione della caldaia aumentava, raggiungendo livelli critici – si trovavano nell’impossibilità di forzare manualmente, in tempo, l’apertura delle valvole di sicurezza bloccate, con conseguenti esplosioni e deragliamenti. Ciò portò Engels ad affermare metaforicamente che la classe capitalista era «una classe sotto la cui guida la società corre verso la rovina, come una locomotiva il cui macchinista è troppo debole per aprire le valvole di sicurezza che si sono bloccate». L’incapacità del capitale di controllare «le forze produttive [che] si sono sottratte al suo controllo», ivi compresi gli effetti distruttivi imposti all’ambiente naturale e sociale, stava conducendo «tutta la società borghese alla rovina o al rovesciamento».[43]

Maturità capitalistica e crisi strutturale

L’attuale crisi strutturale globale del capitale non è semplicemente un prodotto astratto delle pulsioni interiori del capitale, ma si manifesta concretamente anche nell'affermazione della maturità capitalistica: l'epoca del capitale monopolistico-finanziario, del tardo imperialismo e del neoliberismo/neofascismo. Da tempo esiste un ampio accordo tra i marxisti – sebbene non ci sia un consenso completo – sul fatto che la storia del capitalismo sia stata caratterizzata da tre fasi.[44] La prima di queste è stata il mercantilismo (o capitalismo mercantile), sorta tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo e protrattasi fino a gran parte del XVIII secolo; associata, a livello di produzione, al periodo della manifattura nel senso originario di produzione artigianale organizzata in un sistema di fabbrica, che ha consentito lo sviluppo della divisione del lavoro, come spiegato da Adam Smith all'inizio di La ricchezza delle nazioni. Sotto il mercantilismo, ciò che Marx nei suoi schemi di riproduzione nel secondo volume del Capitale ha definito "Parte I" (produzione di mezzi di produzione) – in contrapposizione alla "Parte II" (produzione dei mezzi di consumo) – era ancora di dimensioni ridotte, sia in termini assoluti che in relazione all'economia nel suo complesso.[45] La produzione e la ricerca della ricchezza avvenivano principalmente nel commercio, nell'agricoltura e nell'estrazione mineraria. Questo è stato il periodo delle enclosures* delle terre comuni, che ha reso possibile un'enorme concentrazione della proprietà terriera insieme all'inizio della conquista coloniale del mondo – un processo inscindibile dal capitalismo fin dal suo inizio.

La seconda fase dello sviluppo capitalistico, spesso definita (in senso lato) "capitalismo competitivo", è stata associata, verso la fine del XVIII secolo, all'avvio della Rivoluzione Industriale. Ciò è stato reso possibile dalla precedente espropriazione della terra attraverso le enclosures e dall'espropriazione della ricchezza e del lavoro – compresa la tratta transatlantica degli schiavi – del mondo non capitalistico, in quella che gli economisti classici come Smith definivano «accumulazione originaria», e che Marx, in modo molto più critico, definiva «cosiddetta accumulazione primitiva [originaria]» – o, più esattamente, «espropriazione originaria».[46] Questa era l'era della "industria moderna" o machinofattura, in opposizione alla manifattura. In questo periodo, nel nucleo capitalistico, il cambiamento era orientato verso l'accumulo di mezzi di produzione, ovvero la "Parte I", non solo sotto forma di fabbriche di macchinari, ma di una vasta infrastruttura di trasporti simboleggiata da ferrovie, telegrafi e navi a vapore. Come nei periodi precedenti, ci sono state numerose guerre tra gli Stati capitalisti. Tuttavia, la Gran Bretagna, grazie alla sua industrializzazione precedente, "dominava i mari", affermandosi come potenza capitalistica egemonica con un vasto sistema coloniale da cui estraeva plusvalore.

La terza fase, generalmente definita “capitalismo monopolistico”, è emersa nell'ultimo quarto del XIX secolo, come risultato di ciò che Marx ha definito «concentrazione e centralizzazione del capitale» e dalla moderna ascesa della forma societaria di organizzazione aziendale, così come si è manifestata nel mercato finanziario dei titoli industriali.[47] In questa fase, l'espansione della "Parte I" ha gettato le basi per una vasta espansione della "Parte II", con il raggiungimento da parte di entrambe di un maturo stato di industrializzazione. Ne è risultata «una tendenza alla sovraccumulazione» in cui l'espansione della "Parte I" è diventata sempre più dipendente dall'espansione della "Parte II", con la condizione complessiva di una saturazione del mercato. In ultima analisi, questo blocco può essere ricondotto ai limiti imposti ai salari e ai consumi dei lavoratori, e all'accumulo di una ricchezza incommensurabile ai vertici della società.[48]

La tendenza intrinseca verso la maturità capitalistica e il sovraccumulo è stata ulteriormente intensificata dalla supremazia del capitale monopolistico dovuto alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale sociale. Un numero relativamente ridotto e in costante diminuzione di imprese è giunto a rappresentare la maggior parte della produzione e dei profitti. Ciò ha portato a un allontanamento dalla centralità della concorrenza sui prezzi, che era servita come principale forza di equilibrio del sistema durante la fase di libera concorrenza del capitalismo. Con il consolidamento della fase monopolistica, l'autentica concorrenza dei prezzi tra le società è stata di fatto vietata, portando al predominio di una oligopolistica politica dei prezzi nei settori maturi. Il risultato è che il livello generale dei prezzi, per gran parte del XX e del XXI secolo, ha seguito un’unica direzione: quella al rialzo.[49] Una spietata concorrenza sui prezzi continuava a verificarsi nel settore delle piccole imprese e nei mercati emergenti durante il processo di assestamento che precedeva il consolidamento di un settore sotto il controllo di poche imprese. Inoltre, continuava a imperversare una feroce concorrenza tra le grandi entità monopolistiche per conquistare una posizione di basso costo, e nell’ambito delle attività di vendita (marketing). Ma la messa al bando della concorrenza sui prezzi, nei settori maturi dominati da poche società monopolistiche, ha fatto sì che le grandi imprese beneficiassero di un maggiore potere monopolistico/di mercato rispetto all’economia nel suo complesso. Queste enormi corporation non sono state costrette a massimizzare la produzione e gli investimenti sotto la pressione della concorrenza sui prezzi. Al contrario, sono state in grado di ridurre la produzione a fronte alla debole domanda effettiva, mantenendo i loro margini di profitto e conservando al contempo una notevole capacità in eccesso. Questo ha portato a un’atrofia degli investimenti netti e a un calo del trend di crescita secolare dell’economia. Il capitalismo monopolistico è quindi stato caratterizzato da una tendenza all’eccesso di accumulazione ed alla stagnazione (investimenti netti deboli, crescita lenta, capacità in eccesso ed elevata disoccupazione/sottoccupazione).[50]

Sebbene Marx avesse teorizzato la concentrazione e la centralizzazione del capitale, ed Engels fosse riuscito ad arricchire tale concetto nei suoi ultimi anni, la teoria del capitalismo monopolistico in quanto tale si presentò per la prima volta con Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding (1910), L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di V. I. Lenin (1916), La teoria dell’impresa (1904) e Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times (1923) di Thorstein Veblen.[51] Nell’analisi di tutti e tre i pensatori, il capitalismo monopolistico era caratterizzato dal predominio di gigantesche corporation monopolistiche, dall’ascesa della finanza e dalla crescita dell’imperialismo. Per Lenin, il capitalismo monopolistico costituiva una fase distinta del capitalismo, che era anche lo stadio imperialista (da distinguersi dall’imperialismo in senso più generale, che, per Lenin, comprendeva il colonialismo, presente in tutta la storia del capitalismo).[52] «Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo», ha scritto Lenin, «si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo».[53] L’analisi di Lenin si concentrava sulla divisione del mondo intero tra le grandi potenze capitalistiche: Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Giappone.[54] Le guerre delle grandi potenze imperialistiche per il dominio globale hanno portato alla Prima Guerra Mondiale (e infine alla Seconda Guerra Mondiale). Nello sviluppare la sua complessa teoria storica dell’imperialismo, Lenin sottolineava ripetutamente quella che definiva «l’essenza economica e politica dell’imperialismo», ovvero la divisione del mondo in paesi “oppressori” e “oppressi”, dai quali le nazioni imperialiste e le loro corporazioni monopolistiche estraevano “superprofitti”. La chiave della rivoluzione, sosteneva, si era spostata dal centro imperiale alla periferia del sistema.[55]

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti emersero come la potenza egemonica indiscussa del sistema capitalistico. Le altre grandi potenze imperiali – Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Giappone – erano state tutte devastate dalla guerra. Gli Stati Uniti contribuirono alla loro ricostruzione, relegandole – come osservò Paul A. Baran in Il "surplus economico" e la teoria marxista dello sviluppo, (1957) – allo status di «associati minori» nell'impero statunitense.[56] Oggi gli Stati Uniti e i loro associati minori tra le storiche "grandi potenze", più il Canada, costituiscono il G7, che rappresenta il nucleo dominante del sistema mondiale imperialista, con Washington alla sua guida.

La Prima e la Seconda Guerra Mondiale – e la Grande Depressione nel periodo intermedio – avevano allentato il controllo sulle colonie, e ondate di rivoluzione e decolonizzazione travolsero il mondo, innescate dalla Rivoluzione Russa del 1917.[57] Tutti e sette i membri dell'attuale G7 presero parte a interventi militari nella Russia sovietica, sia durante la sua Guerra civile, sia, nel caso della Germania nazista, in un'invasione su vasta scala dell'URSS durante il Terzo Reich. Questi interventi, tuttavia, furono tutti sconfitti, e l'URSS emerse dopo la Seconda Guerra Mondiale – vinta in Europa quasi interamente dall'Armata Rossa da sola – come superpotenza nucleare, al di fuori dell'ordine imperiale occidentale. Si instaurò una divisione da Guerra Fredda tra gli Stati Uniti/NATO e l’Unione Sovietica (che portò a una corsa agli armamenti nucleari), e tra gli Stati Uniti e la Cina, in seguito alla sua rivoluzione del 1949. In realtà, la Guerra Fredda, perseguita aggressivamente dagli Stati Uniti, riguardò più la repressione imperialista delle rivoluzioni in tutto il mondo che il cosiddetto "contenimento" dell'Unione Sovietica (che si era dedicata al "socialismo in un solo paese").[58] Numerosi interventi militari furono condotti dagli Stati Uniti, e in misura minore da Gran Bretagna e Francia, nel tentativo di arginare l'ondata di decolonizzazione e rivoluzione socialista, al fine di garantire la dipendenza del Terzo Mondo e il continuo "drenaggio" imperialista del surplus economico dalla periferia.[59]

La lunga emergenza [60]

A metà degli anni '60, Baran e Sweezy, basandosi sui lavori di Marx, Lenin e Luxemburg, nonché sugli studi contemporanei degli economisti marxisti Michał Kalecki e Josef Steindl, scrissero Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana.[61] Baran e Sweezy sostenevano che nel capitalismo monopolistico esistesse una tendenza alla stagnazione dell’accumulazione dovuta alla sovraccumulazione del surplus economico (plusvalore), che non riusciva a trovare sbocchi redditizi per gli investimenti. Scrivendo al culmine della Guerra del Vietnam, affermarono che l'economia fosse sostenuta dalla spesa militare, da una seconda ondata di motorizzazione, da un enorme campagna di vendite e da uno spreco economico in generale, e dall'espansione del credito/finanza.[62] Ma poiché questi e altri fattori storici a sostegno dell'accumulazione diminuivano o incontravano ostacoli alla loro espansione, il risultato sarebbe stato inevitabilmente il ritorno dello spettro della crisi economica e l'aggravarsi della stagnazione. Il capitalismo monopolistico, sostenevano, era un «sistema irrazionale», visibile non solo a livello macro, ma anche, e soprattutto, a livello micro, nello sfruttamento di tutti i lavoratori nell'industria; nel supersfruttamento delle donne; nel razzismo; nell'imperialismo; e in un generale appiattimento culturale – con l'emergere di un apparato culturale che enfatizzava la quantità sulla qualità, le vendite sui contenuti significativi. La resistenza a queste condizioni, sostenevano, era inevitabile su scala mondiale, ma era più forte, e di carattere più rivoluzionario, nella periferia del sistema, e nelle lotte degli oppressi razziali coinvolti nella diaspora coloniale.[63]

All'inizio degli anni '70, pochi anni dopo la pubblicazione del libro di Baran e Sweezy, si verificarono una serie di cambiamenti epocali all'interno dell'economia capitalistica mondiale. La sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam mise in luce i limiti del loro potere, mentre le enormi spese all'estero per basi militari e guerre senza fine – segnate da due grandi conflitti regionali in Asia – portarono alla proliferazione del dollaro all'estero, ponendo fine al sistema del dollar-gold standard, sostituendolo con la più fragile egemonia del dollaro (supportata dall'emergere del sistema del petrodollaro in cui tutte le vendite di petrolio erano denominate in dollari). Il calo della spesa militare statunitense in percentuale del PIL a seguito della Guerra del Vietnam contribuì a una profonda recessione economica – indotta anche da un rallentamento della "automobilizzazione" dell'economia, dalla crisi energetica di quegli anni (associata alla guerra arabo-israeliana del 1973), e da un generale venir meno di alcune delle condizioni straordinarie (elevata liquidità dei consumatori, la ricostruzione dell'Europa e del Giappone, e lo stimolo al commercio mondiale nei primi anni dell'egemonia statunitense) che avevano stimolato la crescita economica in quello che oggi gli economisti definiscono «l’età d’oro del capitalismo».[64]

Già negli anni ’70, e in modo molto più marcato negli anni ’80, la stagnazione economica nel settore produttivo ha dato origine alla finanziarizzazione dell’economia, con l’inizio dell’atrofia degli investimenti netti nella produzione, mentre il capitale cercava sempre più di preservare ed estendere il proprio surplus economico (plusvalore) accumulando ricchezza attraverso mezzi puramente finanziari, con il risultato che la finanza è cresciuta rapidamente e in modo sproporzionato rispetto alla produzione. L’esplosione finanziaria ha generato una maggiore fragilità e instabilità finanziaria, minacciando l’intero sistema.[65] Sul piano politico, la finanziarizzazione ha dato origine al neoliberismo, nato inizialmente come risposta alla crisi economica degli anni ’70, ma che si è rapidamente evoluto in un regime politico-economico governato dal trionfo del capitale monopolistico-finanziario, ovvero dalla fusione del capitale monopolistico – basato sulla produzione – con la finanziarizzazione.[66] Tutti gli aspetti dell'esistenza sociale e dei mezzi di sussistenza – assistenza sanitaria, assicurazioni, istruzione, pensioni, alloggi, trasporti e comunicazioni – sono stati sottoposti all’implacabile logica della finanziarizzazione, accelerata dal private equity, con un aumento dei costi e una riduzione dei benefici per la popolazione. Oggi, proprio nelle economie capitalistiche sviluppate, i lavoratori stanno vivendo una crescente «crisi di accessibilità economica», mentre il capitale monopolistico-finanziario cerca di utilizzare ogni mezzo possibile per sottrarre ai poveri e dare ai ricchi.[67] Il capitale dell’Intelligenza Artificiale (IA), costituito da “hyperscalers” come Microsoft, Amazon, Google (Alphabet) e Meta, sta investendo massicciamente in data center, che promettono di eliminare decine di milioni di posti di lavoro, sostituendoli con automi basati sull’IA, mentre robotizzano i lavoratori rimanenti.[68]

Di fronte al rallentamento economico tra la fine degli anni ‘60 e i primi anni '70, gli Stati Uniti cercarono di sfruttare il dissenso geopolitico tra l’Unione Sovietica e la Cina – nota come rottura sino-sovietica – e di ottenere l’accesso all’immenso mercato cinese, isolando ulteriormente l’URSS. Sotto la presidenza di Richard Nixon, Washington avviò l’apertura dell’economia mondiale capitalista alla Cina, dando il via alla parziale apertura di Pechino al mercato mondiale. Questo portò alla rapida crescita dell’economia cinese. La globalizzazione della produzione – alla ricerca di bassi costi unitari del lavoro – si accelerò con il massiccio trasferimento della produzione da parte delle multinazionali statunitensi ed europee verso la Cina e il Sud globale nel suo complesso. Le multinazionali svilupparono un sistema più esteso di scambio ineguale (in cui le differenze salariali sono maggiori delle differenze di produttività) attraverso le catene del valore globali, grazie alle quali le megacorporation del Nord globale hanno realizzato superprofitti, aggravando la tendenza alla sovraccumulazione nel loro centro.[69] Nel frattempo, la Cina è emersa come motore dell'economia mondiale, soppiantando il ruolo degli Stati Uniti come potenza manifatturiera mondiale. La Cina, un'economia ibrida a guida socialista e semi-pianificata con un ampio settore statale, rappresenta oggi circa il 29% del valore aggiunto manifatturiero globale, mentre gli Stati Uniti ne rappresentano circa il 17%. Circa il 70% dei paesi del mondo intrattiene, attualmente, rapporti commerciali più intensi con la Cina che con gli Stati Uniti, anche se la Cina è ancora un paese povero in termini pro capite, con salari molto al di sotto di quelli dei principali paesi capitalisti.[70]

La caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 produsse un vuoto geopolitico e un breve momento unipolare durante il quale gli Stati Uniti avviarono un “naked imperialism”**, finalizzato al cambio di regime nelle nazioni dell’Asia occidentale, dei Balcani, del Nord Africa e altrove, prendendo di mira paesi che in precedenza facevano parte della sfera d’influenza sovietica e/o che erano riusciti a distaccarsi in una certa misura dall’economia mondiale capitalista, opponendosi all’impero statunitense.[71] Washington scatenò una serie senza precedenti di interventi militari volti a ripristinare la propria egemonia economica ormai in declino e ad affermarsi come forza dominante de facto nell’ordine capitalista mondiale. La grande strategia imperiale comprendeva l'espansione della NATO fino all'Ucraina con l'obiettivo di destabilizzare e smantellare la Russia, che era riemersa come grande potenza all'inizio del ventunesimo secolo. Questo culminò nel 2014 con il colpo di stato di Maidan sostenuto dagli Stati Uniti, che rovesciò il presidente democraticamente eletto in Ucraina, e nell'inizio della guerra civile ucraina. A ciò, seguì la guerra per procura tra Ucraina/NATO e Russia, iniziata nel 2022, che ha portato il mondo sull'orlo di una guerra nucleare.[72]

La Grande Crisi Finanziaria del 2007-2009, scoppiata negli Stati Uniti, dimostrò quanto fosse diventata instabile l’economia altamente finanziarizzata nel nucleo del sistema capitalista, soggetta a massicci tracolli degli asset.[73] Ciò ha avuto effetti politici colossali, sia a livello nazionale che internazionale. A livello nazionale, negli Stati Uniti (così come altrove), ha innescato un passaggio dal neoliberismo al neofascismo. Quest'ultimo trovava le sue radici nella mobilitazione della classe medio-bassa – definita da C. Wright Mills come la «retroguardia» del sistema – da parte di capitalisti finanziari e tecnologici al vertice del capitale monopolistico-finanziario.[74] Ciò si è manifestato dapprima nell’ascesa del movimento Tea Party, e poi nel movimento “Make America Great Again” (MAGA) guidato da Donald Trump. Trump è arrivato per la prima volta alla Casa Bianca nel 2017, con il sostegno di miliardari della Silicon Valley, nei settore high tech, finanza e combustibili fossili, facendo al contempo affidamento su una base all’interno della classe medio-bassa bianca revanscista.[75] Come aveva sostenuto Kalecki nei primi anni ’60, all’epoca di Barry Goldwater, il fascismo è un «cane al guinzaglio» tenuto dalla classe dominante negli Stati Uniti.[76] Dopo la Grande Crisi Finanziaria che l’aveva scossa nel profondo, la classe dominante statunitense, guidata dai suoi elementi più reazionari, ha infine deciso che era giunto il momento di allentare il guinzaglio.

A livello internazionale, la Grande Crisi Finanziaria ha fatto scattare un altro allarme. La Cina, che, come tutti gli altri paesi del mondo, aveva subìto un declino economico a causa della crisi finanziaria globale, registrava una ripresa quasi immediata, con un andamento a V, mentre l’Occidente continuava a soffrire di una recessione profonda e di lunga durata. Questo evidenziava che la Cina, con la sua economia ibrida, a orientamento socialista, era relativamente immune alle recessioni e al contagio finanziario, e che la sua crescita economica era quindi praticamente inarrestabile. Nel 2011 questo ha portato al “Pivot to Asia” di Barack Obama, seguito dall'avvio della Nuova Guerra Fredda incentrata sulla Cina durante la successiva amministrazione Trump. Washington aveva deciso che, avendo perso l’egemonia produttiva, doveva ricorrere al proprio potere finanziario e militare per frenare Pechino.[77] L’alta tecnologia statunitense, in particolare, era minacciata dalla supremazia tecnologica cinese, specialmente nel campo dell’Intelligenza Artificiale, mettendo a rischio i piani statunitensi per un nuovo «capitalismo della sorveglianza».[78]

La Nuova Guerra Fredda ha portato a interventi militari statunitensi più aggressivi e a guerre di assedio economico, come si è visto di recente nel crescente sostegno diretto degli Stati Uniti (e dell’Occidente) al genocidio perpetrato da Israele in Palestina; nel rapimento militare da parte di Washington di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela; nella guerra statunitense-israeliana contro l’Iran; e nel tentativo di strangolamento economico di Cuba, insieme alle minacce di un’invasione statunitense dell’isola. L’amministrazione Trump, nel suo bilancio del Pentagono per il 2027, sta aumentando la spesa militare ufficiale degli Stati Uniti da quasi 1.000 miliardi di dollari attuali – sebbene l’importo reale sia di gran lunga superiore – a 1.500 miliardi di dollari.[79] Questo massiccio potenziamento militare – con l’aumento proposto da un anno all’altro, pari all’incirca alla somma dei bilanci militari di Cina e Russia – viene giustificato principalmente in vista di una potenziale “guerra nucleare limitata” con la Cina per il controllo di Taiwan (riconosciuta a livello internazionale come parte della Cina).[80] A corredo di questo potenziamento militare vi è una massiccia “modernizzazione” dell’arsenale nucleare statunitense, con un aumento del numero di testate nucleari che senza dubbio oltrepasserà la scadenza – febbraio 2026 – dell’accordo New START che limita le armi nucleari. Soprattutto a causa dell’aggressività degli Stati Uniti, gli scienziati nucleari stanno ora riportando in auge il dibattito sull’inverno nucleare: la realtà del potenziale annientamento dell’umanità sulla Terra nel caso di uno scontro termonucleare generalizzato.[81]

Certo, ci sono alcuni segnali che indicano che Washington potrebbe temporaneamente allontanarsi dal confronto diretto con la Cina. La seconda amministrazione Trump, nell’ambito della sua Nuova Guerra Fredda, aveva introdotto nel 2025 un dazio del 145% nei confronti di Pechino. Tuttavia, è stata costretta a fare marcia indietro quando in risposta, la Cina ha imposto restrizioni alle esportazioni di sette elementi di terre rare pesanti e medie – samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio e ittrio – per i quali la Cina costituisce il 99% dell’offerta mondiale, minacciando la produzione dell’intero settore high-tech e quello delle forze armate statunitensi.[82] Tuttavia, questa ritirata da una posizione apertamente offensiva ha semplicemente significato che Washington, nell’ambito della sua strategia imperiale globale, sta ora concentrando il proprio fuoco su quelli che considera gli alleati naturali della Cina, al fine di indebolirla geopoliticamente. L’obiettivo di ricolonizzare il mondo – in alleanza con l’Europa – in risposta a quella che viene percepita come la crescita di un mondo multipolare, è stato apertamente articolato dal Segretario di Stato statunitense Marco Rubio in un importante discorso tenuto in Europa nel febbraio 2026.[83] 

Gli Stati Uniti – insieme ad altri importanti stati capitalisti e multinazionali – hanno ormai di fatto abbandonato la transizione energetica volta a sostituire i combustibili fossili nel tentativo di mitigare i cambiamenti climatici.[84] Questo cambiamento è in parte dovuto ai nuovi data center su vasta scala che stanno sorgendo nella corsa per il dominio dell’Intelligenza Artificiale. Uno di questi data center, Stratos, la cui costruzione è stata approvata nello Utah, avrà dimensioni pari a diverse volte quelle di Manhattan, ovvero all’incirca quelle di Washington DC. Si prevede che consumerà più del doppio dell’energia attualmente utilizzata nell’intero Stato dello Utah (che conta una popolazione di tre milioni e mezzo di abitanti), e che richiederà circa 63 miliardi di litri all’anno di carburante.[85] L’amministrazione MAGA di Trump ha trattato la scienza del clima e la scienza in generale come un nemico, licenziando scienziati che lavoravano per il governo degli Stati Uniti e accantonando le leggi federali relative all’ambiente e alla salute. Ha eliminato l’Endangerment Finding, che costituiva la base di tutta la legislazione statunitense sul clima.[86] L’amministrazione Trump si è ritirata dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015, accelerando al contempo l'estrazione di combustibili fossili. Il capitalismo finanziario monopolistico statunitense è, oggi, il modello stesso di un sistema sterminista, uno sterminismo guidato dalla ricerca di un’accumulazione illimitata.[87] La temperatura media globale continua ad aumentare mentre gli eventi meteorologici estremi minacciano miliardi di persone (così come innumerevoli altre specie sul Pianeta). Le attuali tendenze in materia ambientale mettono a rischio l’esistenza umana sulla Terra sotto molteplici aspetti.[88]

Una rivoluzione della Terra

Oggi, l’umanità nel suo insieme si trova ad affrontare una crisi esistenziale. Nella sua irrazionale ricerca di accumulazione fine a sé stessa, il capitale, intrappolato in una crisi strutturale da esso provocata, sta distruggendo sia le proprie condizioni di produzione sia le condizioni di vita sul Pianeta. Come affermava Mészáros, la crisi strutturale del capitale ha carattere universale, portata globale, durata estesa o permanente e un andamento strisciante – ormai sempre più marcato – nel suo modo di operare. Nel 2026, nessun serio osservatore può negare che lo stato attuale del capitalismo globale corrisponda a questa descrizione.

Come uno stregone i cui incantesimi sfuggono al suo controllo, l’accumulazione del capitale è accompagnata dall’accumulo di catastrofi su scala planetaria. Eppure, come hanno indicato Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista, il capitale evoca involontariamente dal «mondo degli inferi», non solo ogni sorta di crisi e contraddizioni che destabilizzano il suo dominio, ma anche, in concomitanza con la propria ascesa, le forze della resistenza: un proletariato rivoluzionario. La base oggettiva della rivoluzione nel ventunesimo secolo si è notevolmente ampliata a livello globale, abbracciando ampie comunità della classe operaia con i loro contesti sociali – senza escludere i poveri, i contadini, i lavoratori di sussistenza, le persone oppresse per motivi razziali e di genere, le popolazioni indigene e altri – tutti sempre più uniti dalle tendenze sterministe del sistema. Il movimento verso il socialismo è più forte nel Sud globale, ma la resistenza si sta espandendo ovunque, ed è visibile in tutto il mondo nelle attuali lotte di centinaia di milioni di persone per la dignità umana, per un lavoro utile, la comunità e l'ecologia. Un proletariato ambientale ancora nascente viene spinto, consapevolmente o meno, verso la creazione di una civiltà ecologica, una nuova comunità di produttori associati in piena armonia con la terra, radicata nell’uguaglianza sostanziale e nella sostenibilità ecologica: che presenta lo spettro del socialismo completo. Il futuro dell'umanità rimane aperto.

Note

* Con il termine enclosures, l'autore si riferisce soprattutto alla recinzione dei terreni comuni – effettuata dal XVI secolo in Inghilterra – da parte dei proprietari terrieri della piccola nobiltà e dalla borghesia mercantile, al fine di appropriarsi unilateralmente di terre comuni. (N.d.T.)

** Letteralmente "imperialismo crudo"; indica una forma di dominio geopolitico ed economico esercitata in modo aggressivo, senza il ricorso a giustificazioni ideologiche. Il concetto ha trovato particolare diffusione nel dibattito politico e sociologico contemporaneo grazie al libro di John Bellamy Foster, Naked Imperialism: America's Pursuit of Global Dominance, Monthly Review Press, New York, 2006. (N.d.T.)

*** Noto anche come "Svolta asiatica", è la strategia di politica estera e militare con cui gli Stati Uniti – sotto l'amministrazione Obama – hanno spostato il proprio baricentro geostrategico dal Medio Oriente e dall'Europa all'area dell'Asia-Pacifico, per contrastare la crescente influenza cinese. (N.d.T.)


[1] Hugo Chávez, Discorso di chiusura del sesto Forum Sociale Mondiale, 27 gennaio 2006, citato da István Mészáros, The Structural Crisis of Capital, Monthly Review Press, New York, 2010, p. 140.

[2] István Mészáros, Marx’s Theory of Alienation, Merlin Press, Londra, 1971, p. 10; István Mészáros, The Necessity of Social Control, Merlin Press, Londra, 1971, p. 13.

[3] I. Mészáros,  Beyond Capital, Monthly Review Press, New York, 1995, pp. 680-681; tr. it., Oltre il capitale, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2021, 1995, p. 413.

[4] I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 413-414.

[5] Karl Marx, Grundrisse, Penguin, Londra, 1973, pp. 334-335, 409-410.

[6] Si veda I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 100–175; István Mészáros, Beyond Leviathan, Monthly Review Press, New York, 2022, pp. 124-163; John Bellamy Foster, Capitalism Has Failed—What Next?, in "Monthly Review", 70, n. 9, febbraio 2019, pp. 1-24; John Bellamy Foster, “The New Irrationalism, in "Monthly Review", 74, n. 9, febbraio 2023, pp. 1-24; tr.it., Il nuovo irrazionalismo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/360-il-nuovo-irrazionalismo, 14.02.2023; Brett Clark e John Bellamy Foster, “The Destruction of Reason and the Rise of Ecofascism in the United States, in "Monthly Review", 78, n. 2, giugno 2026, pp. 1-16.

[7] I. Mészáros, Socialism or Barbarism, Monthly Review Press, New York, 2001, p. 80.

[8] I. Mészáros, Critique of Leviathan: The Dialectics of the State, prossima uscita, Monthly Review Press, 2027.

[9] I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 354-365. Per un trattamento sistematico del concetto di spreco economico nel capitalismo monopolistico, si veda Henryk Szlajfer, Waste, Marxian Theory, and Monopoly Capital: Toward a New Synthesis, in The Faltering Economy, a cura di. John Bellamy Foster e Henryk Szlajfer, Monthly Review Press, New York, 1984, pp. 297-321.

[10] Edgar Morin e Anne Brigitte Kern, Homeland Earth, Hampton Press, Cresskill, New Jersey, 1999, pp. 73-75; Edgar Morin Faced with the Polycrisis HumanityIs Going Through, the First Resistance is that of the Spirit, Le Monde, 24.01.2024. Alcune parti dell'analisi in questo e nei prossimi paragrafi sono tratte da Notes from the Editors, in "Monthly Review", 77, n. 6, novembre 2025, redatte dal sottoscritto.

[11] Adam Tooze, Wilson Center, wilsoncenter.org; Adam Tooze, In Memoriam: Bruno Latour, Chartbook 162 (blog), Substack, 17.10.2022, adamtooze.substack.com; Adam Tooze, Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World, Viking, New York, 2018.

[12] Adam Tooze, Polycrisis and the Critique of Capitalocentrism, Chartbook 343 (blog), Substack, 06.01.2025, adamtooze.substack.com.

[13] Per quanto concerne la negazione della critica di Latour, si veda Why Has Critique Run Out of Steam?: From Matters of Fact to Matters of Concern, in "Critical Inquiry", 30, n. 2, 2024, pp. 225-248; Bruno Latour, On the Modern Cult of the Factish Gods, Duke University Press, Durham, 2010, pp. 9-12.

[14] Karl Marx, Capital, vol. 1, Penguin, Londra, 1976, p. 98; tr. it., Il capitale, Libro 1, Einaudi, Torino, 2024, p. 13.

[15] Louis Delannoy, Jean-Charles Leveugle, Sofia Manitakou e Peter Søgaard Jørgensen, More than a Buzzword?: Mapping Interpretations of the ‘Polycrisis, in "Sustainability Science", 21, 29.12.2025, pp. 1177-1191.

[16] Simon Torkington, We’re on the Brink of a ‘Polycrisis’ - How Worried Should We Be?, World Economic Forum, 13.01.2023, weforum.org; World Economic Forum, Global Risks Report 2023, 11.01.2023.

[17] World Bank, Poverty, Prosperity, and Planet Report 2024: Pathways Out of the Polycrisis, World Bank, Washington DC, 2024, pp. xxiii-xxvi, 4, 190.

[18] Organisation for Economic Co-operation and Development, States of Fragility 2025, 18.01.2025, pp. 29, 172, 177.

[19] William Makepeace Thackeray, The Newcomes, Penguin, Londra, 1996), pp. 48, si vedano anche pp. 42-44, 110, 422, 521; Capitalism, in "Oxford English Dictionary: The Compact Edition", Oxford University Press, Oxford, 1971, vol. 1, p. 334; John Bellamy Foster, Capitalism in the Anthropocene, Monthly Review Press, New York, 2022, pp. 15-16. Nell'opera di Marx, l’enfasi posta sul capitale piuttosto che sul capitalismo riveste un’importanza tutt’altro che secondaria. Per Marx, l’attenzione è rivolta al capitale inteso come sistema di valore che si autoespande, spinto dalla logica dell’accumulazione. Sebbene la concezione originaria del capitalismo assumesse questa forma, il suo significato fu in seguito trasformato dall’ideologia dominante in una concezione molto più amorfa e priva di significato di "sistema di mercato", il che portò in seguito alla sostituzione della nozione di sistema di mercato, o semplicemente di mercato, con la nozione stessa di capitalismo - ciò che John Kenneth Galbraith avrebbe definito una «frode non proprio innocente». Nell’opera di Mészáros, l’enfasi sul capitale viene mantenuta al punto che egli sosteneva che le società di tipo sovietico fossero postcapitaliste ma non fossero tuttavia sfuggite al sistema capitalistico nella sua interezza, il che determinò il carattere contraddittorio e il fallimento finale di tali società. John Kenneth Galbraith, The Economics of Innocent Fraud, Houghton Mifflin, Boston, 2004; I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., p. 15-16; I. Mészáros, The Structural Crisis of Capital, cit., p. 95.

[20] Karl Marx e Friedrich Engels, The Communist Manifesto, Monthly Review Press, New York, 1964, p. 13; tr. it. Il Manifesto del Partito Comunista, in K. Marx e F. Engels, Opere, Vol. 6, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2021, p. 473.

[21] Joseph A. Schumpeter, Essays, Addison-Wesley Press, Cambridge, Massachuetts, 1951, p. 292.

[22] K. Marx e F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, cit., p. 475; Si veda anche Harry Magdoff, A Note on The Communist Manifesto, in "Monthly Review", 50, n. 1, maggio 1998, pp. 11-13.

[23] Karl Marx, Marx on Globalisation, Dave Renton (a cura di), Lawrence and Wishart, Londra, 2001. Concentrarsi esclusivamente sul panegirico di Marx ed Engels alla borghesia, e quindi alla spinta all’accumulazione di capitale, ha portato alcuni pensatori a concludere erroneamente che ciò significasse un loro sostegno a un “prometeismo” meccanicistico, in cui lo sviluppo dei mezzi di produzione e l’industrializzazione costituissero l’obiettivo ultimo della società. Sugli aspetti ecologici del Manifesto del Partito Comunista, in contrapposizione alla visione che lo considera meccanicistico, "prometeico", si veda John Bellamy Foster, The Ecological Revolution, Monthly Review Press, New York, 2009, pp. 213-232. Sul concetto di prometeismo nel marxismo, si veda John Bellamy Foster, Ecological Marxism and Prometheus Unbound, in "Monthly Review" 77, n. 6, novembre 2025, pp. 1-17; tr. it. Ecomarxismo e Prometeo liberato, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/803-ecomarxismo-e-prometeo-liberato, 29.11.2025.

[24] K. Marx e F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, cit., p. 476.

[25] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, International Publishers, New York, 1975, vol. 1, pp. 185, 190; tr. it., K. Marx, Scritti e lettere giovanili, 1835-1843, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 1, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2020, pp. 219-220, 224; L’attrazione di Marx per Luciano era dovuta in parte alla forte identificazione di quest’ultimo con il materialismo epicureo, che conferiva alla sua satira un carattere pungente e anti-mistico. Si veda John Bellamy Foster, Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx, Monthly Review Press, New York, 2026, pp. 113-114, 223-224.

[26] Luciano di Samosata, Lucian, vol. 3, Loeb Classical Library, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 1921, pp. 371-381.

[27] Johann Wolfgang von Goethe, The Goethe Treasury: Selected Prose and Poetry, a cura di Thomas Mann, Dover Publications, Mineola, New York, 2006, pp. 26-29.

[28] Aristotle, The Politics of Aristotle, tr. ingl. di Ernest Barker, Oxford University Press, Oxford, 1958, p. 10 (1253b).

[29] Ilya Prigogine and Isabelle Stengers, Order Out of Chaos, Bantam Books, New York, 1984.

[30] Samir Amin, Empire of Chaos, Monthly Review Press, New York, 1992.

[31] Robert L. Heilbroner, The Nature and Logic of Capitalism, W. W. Norton, New York, 1985, pp. 53-77; Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, Stagnation and the Financial Explosion,  Monthly Review Press, New York, 1987, pp. 153-162; K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 247-257.

[32] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 577, 606. 

[33] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., p. 638.

[34] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 511, n.325.

[35] William McNeill, The Global Condition, Princeton University Press, Princeton, 1992, pp. 135-149; John Bellamy Foster, Capitalism and the Accumulation of Catastrophe, in "Monthly Review" 63, n. 7, dicembre 2011, pp. 1-3.

[36] I. Mészáros, Oltre il capitale, cit., pp. 142-253.

[37] J. R. McNeil e Peter Engelke, The Great Acceleration, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 2014; tr.it., La Grande Accelerazione, Einaudi, Torino, 2018;  Ian Angus, Facing the Anthropocene, Monthly Review Press, New York, 2016, pp. 38–47; tr.it., Anthropocene. Capitalismo fossile e crisi del sistema Terra, Asterios, Trieste, 2020; John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York, The Ecological Rift, Monthly Review Press, New York, 2010, pp. 13-19.

[38] Stockholm Resilience Center, Planetary Boundaries: The Safe Operating Space for Humanity, s.d., stockholmresilience.org.

[39] John Bellamy Foster, The Vulnerable Planet, Monthly Review Press, New York, 1999, p. 108.

[40] Karl Marx, Capital, vol. 3, Penguin, Londra, 1981, p. 949; tr. it., K. Marx, Il capitale, Libro 3, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2022, p. 836; John Bellamy Foster, Marx’sEcology, Monthly Review Press, New York, 2000, pp. 141-177.

[41] Ian Angus, Metabolic Rifts, Monthly Review Press, New York, 2026.

[42] Rob Wallace, Dead Epidemiologists: On the Origins of COVID-19, Monthly Review Press, New York, 2020; Richard Levins, Is Capitalism a Disease?, in "Monthly Review", 52, n. 4, settembre 2000, pp. 8-33.

[43] Charles H. Hewison, Locomotive Boiler Explosions, David and Charles, Newton Abbot, UK, 1983; K. Marx e F. Engels, Collected Works, vol. 25, cit., pp. 145-146, 153, 270; tr. it., F. Engels, Antidüring, in K. Marx, F. Engels, Opere, vol. 25, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2022, pp. 189, 195; K. Marx e F. Engels, Ireland and the Irish Question, Progress Publishers, Mosca, 1971, p. 142.

[44] Questo e i due paragrafi seguenti si basano su Paul M. Sweezy, Four Lectures on Marxism, Monthly Review Press, New York, 1981, pp. 36-40.

[45] Karl Marx, Capital, vol. 2, Penguin, Londra, 1978, p. 444; tr. it., K. Marx, Il capitale, Libro 2, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 31, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2022, p. 353. 

[46] K. Marx, Il capitale, Libro 1, cit., pp. 721-723 ; K. Marx e F. Engels, Collected Works, vol. 20, p. 129; tr. it., K. Marx, Salario, prezzo e profitto, in K. Marx, F. Engels, Opere, Vol. 20, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI), 2019, p. 169; Ian Angus, The Meaning of ‘So-Called Primitive Accumulation, in "Monthly Review", 74, n. 11, aprile 2023, pp. 54-58.

[47] Thomas R. Navin e Marian V. Sears, The Rise of a Market for Industrial Securities, cit., pp. 1887-1902, in "Business History Review", 29, n. 2, giugno 1955, pp. 105-138. Per un'analisi storica dell'ascesa del capitale monopolistico negli Stati Uniti, compreso il ruolo della finanza in tale processo, si veda Richard B. DuBoff, Accumulation and Power, M. E. Sharpe, Armonk, New York, 1989. Per una riflessione critica sull’attuale rifiuto del concetto di capitalismo monopolistico in alcuni circoli marxisti fondamentalisti, si veda la Nota della Redazione, Notes from the Editors, in "Monthly Review", 78, n. 2, giugno 2026.

[48] P. Sweezy, Four Lectures on Marxism, cit., p. 36.

[49] La teoria della determinazione dei prezzi in un mercato oligopolistico fu sviluppata per la prima volta da Sweezy nella sua “teoria della curva di domanda ad angolo”. Paul M. Sweezy, Demand Under Conditions of Oligopoly, in "Journal of Political Economy", 47, n. 4, 1939, pp. 568-573. Si veda anche Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, The End of Prosperity, Monthly Review Press, New York, 1977, pp. 15-20.

[50] Per quanto riguarda la disoccupazione reale, si veda Fred Magdoff e John Bellamy Foster, Grand Theft Capital: What Workers Should Know About the Affordability Crisis, Monthly Review Press, New York, 2026, pp. 24-25.

[51] Rudolf Hilferding, Finance Capital: A Study in the Latest Phase of Capitalist Development, Routledge and Kegan Paul, Londra, 1981; tr. it., Il capitale finanziario, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2011; Vladimir. I. Lenin, Imperialism, The Highest Stage of Capitalism, International Publishers, New York, 1939; tr.it., L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma, 1974; Thorstein Veblen, The Theory of Business Enterprise, Charles Scribners Sons, New York, 1904; tr. it., La teoria dell'impresa, Franco Angeli, Milano, 1970; Thorstein Veblen, Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times, B. W. Huebsch, New York, 1923.

[52] V. I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 31.

[53] V. I. Lenin, L'imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., pp, 128.

[54] V. I. Lenin, Collected Works, Progress Publishers, Mosca, s.d., vol. 30, pp. 151, 158; tr. it., Opere, vol. 30, Editori Riuniti, 1967, p. 168. 

[55] V. I. Lenin, Collected Works, vol. 21, cit., p. 409; V. I. Lenin, Collected Works, vol. 23, cit., pp. 110, 115; V. I. Lenin, Collected Works, vol. 39, cit., pp. 736-738; J. M. Blaut, Evaluating Imperialism, in "Science & Society", 61, n. 3, autunno 1997, pp. 382-391; John Bellamy Foster, The New Denial of Imperialism on the Left, in "Monthly Review", 76, n. 6, novembre 2024, pp. 2-8; tr. it., La sinistra e la nuova negazione dell'Imperialismo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/648-la-sinistra-e-la-nuova-negazione-dellimperialismo, 29.11.2026.

[56] Paul A. Baran, The Political Economy of Growth, Monthly Review Press, New York, 1957, p. vii; tr. it., Il "surplus economico" e la teoria marxista dello sviluppo, Feltrinelli, 1970, p. 9.

[57] Si veda L. S. Stavrianos, Global Rift: The Third World Comes of Age, William Morrow and Co., New York, 1981.

[58] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital, Monthly Review Press, New York, 1966, pp. 178-186; tr. it., Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, pp. 151-157.

[59] P. A. Baran, Il "surplus economico" e la teoria marxista dello sviluppo, cit., p. 263.

[60] James Howard Kunstler, The Long Emergency: Surviving the Converging Catastrophes of the Twenty-First Century, Atlantic Monthly Press, New York, 2005; tr. it., Collasso. Sopravvivere alle attuali guerre e catastrofi in attesa di un inevitabile ritorno al passato, Nuovi Mondi Media, Bologna, 2005.

[61] P. A. Baran e P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico, cit. Baran morì nel 1964, due anni prima della pubblicazione del libro. Si veda anche John Bellamy Foster, The Theory of Monopoly Capitalism, Monthly Review Press, New York, 2014 [1986]; Jan Toporowski, Kalecki and Steindl in the Transition to ‘Monopoly Capital,' in "Monthly Review", 68, n. 3, luglio-agosto 2016, pp. 39-48; Ramaa Vasudevan, Digital Platforms: Monopoly Capital Through a Classical-Marxian Lens, in "Cambridge Journal of Economics", 46, 2022, pp. 1269-1288. In un articolo che nel complesso risulta estremamente prezioso per lo sviluppo di un’analisi di ciò che potrebbe essere definito "monopolio reale", Vasudevan - basandosi sia sugli scritti classici di Marx sia sulla teoria del capitale monopolistico di Baran, Sweezy e altri e attingendo alle interpretazioni dei critici della teoria del capitale monopolistico quali Anwar Shaikh e John Weeks - afferma ad un certo punto (p. 1276) che "la scuola del capitale monopolistico" considera certi sviluppi moderni, come l’attività di vendita, come "una sospensione o un’invalidazione della teoria marxiana del valore e della concorrenza". Tuttavia, come ha sottolineato Sweezy, né a Baran né a lui stesso è mai venuto in mente di abbandonare la teoria marxiana del valore. Ritenevano piuttosto che il funzionamento delle leggi del valore e del monopolio fosse modificato in modo significativo nell’ambito del capitale monopolistico. Si veda Paul M. Sweezy, Monopoly Capital and the Theory of Value, in J. B. Foster e H. Szlajfer ( acura di), The Faltering Economy, cit., pp. 25-26; John Bellamy Foster, A Missing Chapter of ‘Monopoly Capital’: Introduction to Baran and Sweezy’s ‘Some Theoretical Implications', in "Monthly Review" 64, n. 3, luglio-agosto, 2012, pp. 17-21.

[62] L’espansione finanziaria come mezzo per stimolare il sistema non è stata messa in risalto in Monopoly Capital, ma è stata comunque trattata in una sezione a sé stante nel capitolo dedicato all’attività di vendita. Si veda P. A. Baran e P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico, cit., pp. 119-120.

[63] P. A. Baran e P. M. Sweezy, Il capitale monopolistico, cit., pp. 281- 306. Sulla critica dell'apparato culturale sotto il capitalismo monopolistico, si veda P. A. Baran e P. M. Sweezy, The Quality of Monopoly Capitalist Society: Culture and Communications, in "Monthly Review", 65, n. 3, luglio-agosto 2013, pp. 43-64.

[64] Stephen Marglin e Juliet B. Schor (a cura di), The Golden Age of Capitalism: Reinterpreting the Postwar Experience, Oxford University Press, Oxford, 1990.

[65] Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, Stagnation and the Financial Explosion, Monthly Review Press, New York, 1987. Si veda anche Costas Lapavitsas, Profiting Without Producing: How Finance Exploits Us All, Verso, Londra, 2013; Jan Toporowski, The Wisdom of Property and the Politics of the Middle Classes, in "Monthly Review", 62, n. 4, settembre 2010, pp. 10-15.

[66] Paul M. Sweezy, The Triumph of Financial Capital, in "Monthly Review", 46, n. 2, giugno 1994, pp. 1-11; John Bellamy Foster, “Monopoly-Finance Capital, in "Monthly Review", 58, n. 7, dicembre 2006, pp. 1-14.

[67] H. Magdoff e J. B. Foster, Grand Theft Capital: What Workers Should Know About the Affordability Crisis, cit.

[68] Bernie Sanders,The Big Tech Oligarchs’ War Against Workers: AI and Automation Could Destroy Nearly 100 Million U.S. Jobs in a Decade, Ranking Member Minority Staff Report, Health, Education, Labor and Pensions Committee, Washington DC, 06.10.2025.

[69] Si veda John Bellamy Foster e Brett Clark, Introduction, in Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange, Monthly Review Press, New York, 2025, pp. xxxiii-lxii; Intan Suwandi, Value Chains: The New Economic Imperialism, Monthly Review Press, New York, 2019.

[70] Felix Richter, China Is the World’s Manufacturing Superpower, Statista, 16.04.2025, statista.com; Roland Rajah e Ahmed Albayrak, China versus America on Global Trade, Lowy Institute, gennaio 2025, interactives.lowyinstitute.org.

[71] John Bellamy Foster, Naked Imperialism, Monthly Review Press, New York, 2006.

[72] Thomas I. Palley, The War in Ukraine - A History: How the U.S. Exploited Fractures in the Post-Soviet Order, in "Monthly Review", 77, n. 2, giugno 2025, pp. 27-47; John Bellamy Foster, The U.S. Quest for Nuclear Primacy: The Counterforce Doctrine and the Ideology of Moral Asymmetry, in "Monthly Review", 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 1-21; tr. it., La ricerca del primato nucleare da parte degli Stati Uniti: la dottrina della Counterforce e l’ideologia dell’asimmetria morale, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/489-la-ricerca-del-primato-nucleare-da-parte-degli-stati-uniti-la-dottrina-della-counterforce-e-lideologia-dellasimmetria-morale, 29.02.2024.

[73] John Bellamy Foster e Fred Magdoff, The Great Financial Crisis, Monthly Review Press, New York, 2009.

[74] C. Wright Mills, White Collar, Oxford University Press, Oxford, 1951, pp. 353-354.

[75] John Bellamy Foster, Trump in the White House, Monthly Review Press, New York, 2017.

[76] Michał Kalecki, The Last Phase in the Transformation of Capitalism, Monthly Review Press, New York, 1972, p. 104; John Bellamy Foster, The MAGA Ideology and the Trump Regime, in "Monthly Review", 77, n. 1, maggio 2025, pp. 1-24; John Bellamy Foster, The Trump Doctrine and the New MAGA Imperialism, in "Monthly Review", 77, n. 2, giugno 2025, pp. 1-25.

[77] Si veda John Bellamy Foster e Brett Clark, Imperialism in the Indo-Pacific - An Introduction, in "Monthly Review", 76, n. 3, luglio-agosto 2024, pp. 6-13; tr. it., Imperialismo nell'Indo-Pacifico: un'introduzione, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/540-imperialismo-nellindo-pacifico-unintroduzione, 26.07.2024; Immanuel Wallerstein, The Politics of the World-Economy, Cambridge University Press, Cambridge, 1984, pp. 37-46.

[78] John Bellamy Foster e Robert W. McChesney, Surveillance Capitalism: Monopoly-Finance Capital, the Military-Industrial Complex, and the Digital Age, in "Monthly Review", 66, n. 3, luglio-agosto, 2014, pp. 1-31.

[79] Gisela Cernadas e John Bellamy Foster, Actual U.S. Military Spending Reached $1.53 Trillion in 2022 - More Than Twice Acknowledged Level, in "Monthly Review", 75, n. 6, novembre 2023, pp. 18-26; C. Todd Lopez, $1.5 Trillion Budget Request Prioritizes Service Members, Modernization, U.S. Department of War, 21.04.2026, war.gov.

[80] Xiao Liang et al., Trends in World Military Expenditure 2025, SIPRI, aprile 2026, sipri.org; J. B. Foster, The U.S. Quest for NuclearPrimacy, cit. 

[81] Owen Brian Toon e Alan Robock, Earth in Flames, Oxford University Press, Oxford, 2025. Si veda anche la serie dedicata all’inverno nucleare lanciata dal "Bulletin of Atomic Scientists" nel maggio 2026.

[82] Gracelin Baskaran e Meredith Schwartz, The Consequences of China’s New Rare Earths Export Restrictions, Center for Strategic and International Studies, 14.04.2025, csis.org.

[83] S. Secretary of State Marco Rubio at Munich Security Conference, 14.02.2026, state.gov. Sulla natura della ricolonizzazione economica ai nostri giorni, si veda Prabhat Patnaik, On the Economic Crisis of Capitalism, in "Monthly Review", 78, n. 3, luglio-agosto 2026; tr. it., Sulla crisi economica del capitalismo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/876-sulla-crisi-economica-del-capitalismo, 28.08.2026.

[84] Si veda Editors, Notes from the Editors, in "Monthly Review", 76, n. 10, marzo 2025.

[85] Devin B. Martinez, Massive AI Data Center Transforms Utah into a National Flashpoint, People’s Dispatch, 09.05.2026, peoplesdispatch.org.

[86] Editors, Notes from the Editors, in "Monthly Review", 77, n. 11, aprile 2026; B. Clark e J. B. Foster, The Destruction of Reason and the Rise of Ecofascism in the United States.

[87] Sul concetto di "sterminismo", si veda E. P. Thompson, Beyond the Cold War, Pantheon, New York, 1982, pp. 41-79. Si veda anche Edward Thompson et al., Exterminism and Cold War, Verso, Londra, 1982; Rudolf Bahro, Avoiding Social and Economic Disaster, Gateway Books, Bath, 1994, pp. 19-25; John Bellamy Foster, Notes on Exterminism’ for the Twenty-First Century Ecology and Peace Movements, in "Monthly Review", 74, n. 1, maggio 2022, pp. 1-17; tr. it. “Note sullo sterminismo” per i movimenti ecologisti e pacifisti del ventunesimo secolo, Antropocene Ecologia Socialismo, https://antropocene.org/index.php/545-note-sullo-sterminismo-per-i-movimenti-ecologisti-e-pacifisti-del-ventunesimo-secolo, 30.08.2024

[88] United Nations Environmental Programme, Global Environment Outlook 7: A Future We Choose, 09.12.2025, pp. 503-531.

Fonte