Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/10/2026
Il “Project Meridian” per la guerra del futuro
Per portare a termine questo studio è stato definito una sorta di gruppo di lavoro, alla cui guida c’è il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, che ha scritto chiaro e tondo: “per mantenere il dominio globale, gli Stati Uniti devono anticipare i futuri ambienti operativi”.
Al di sotto, a fare davvero il lavoro di Project Meridian sarà un “triumvirato” che ha destato molte attenzioni: Elon Musk, che con Starlink e SpaceX rappresenta l’infrastruttura satellitare e aerospaziale statunitense; Palmer Luckey, fondatore di Anduril Industries e sostenuto dal Founders Fund di Peter Thiel; Newton Gingrich, figura storica del Partito Repubblicano ed ex Speaker della Camera, con decenni di esperienza dottrinale e politica in ambito di sicurezza nazionale.
Questo comitato, che ha il compito di trovare una sintesi tra visione geostrategica, capacità industriale e avanguardia tecnologica, avrà a disposizione 120 giorni (consegna dovuta entro il 28 gennaio) per scandagliare l’evoluzione degli scenari bellici, individuare i vuoti di competenze e indicare quali tecnologie dovranno essere integrate per mantenere la leva armata alla base delle politiche predatorie di Washington.
Con la crescente militarizzazione dello spazio orbitale e dell’orbita terrestre, il ruolo di SpaceX come fornitore chiave del Pentagono si salda con il peso politico ed economico di Musk, confermato anche dai recenti vertici alla Casa Bianca dedicati allo sviluppo della super-intelligenza e delle più avanzate tecnologie di frontiera.
Luckey incarna la nuova leva dell’industria bellica della Silicon Valley. La sua azienda è in prima linea nello sviluppo di droni, sistemi d’arma autonomi e software avanzati per la gestione del campo di battaglia, proponendo modelli produttivi e operativi agili, distanti dalla pesantezza dei colossi militari tradizionali.
Gingrich, già membro alla fine degli anni Novanta della Commission on National Security e docente alla National Defense University, nel documento del 2007 “Adapt or Die” affermava già la necessità di proteggere la leadership scientifica USA, sia a livello di nuove brevettazioni sia sul lato delle dipendenze da componenti e software stranieri nella catena di fornitura.
Gli orizzonti di studio assegnati al Project Meridian, però, dallo spazio cislunare (la regione compresa tra l’orbita terrestre e quella della Luna) si allungano anche in direzione opposta. Il comitato dovrà indagare anche possibili opzioni operative in relazione a complessi teatri sotterranei.
In generale, il lavoro del gruppo del Project Meridian si intreccia strettamente con i piani del Pentagono per l’istituzione di un Comando per la Guerra Autonoma, concepito per imprimere un’accelerazione decisiva all’integrazione di sciami di droni, veicoli senza pilota e piattaforme guidate dall’intelligenza artificiale nei dispiegamenti delle forze armate.
Il 29 settembre, Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca i rappresentanti di Alphabet, Meta, OpenAI, Anthropic, NVIDIA e X-AI, per la sottoscrizione di un accordo volontario intorno a controlli interni, alla supervisione per individuare eventuali rischi, in particolare quelli legati all’ambito della cyber e biosicurezza, e a verificare che i modelli non accedano in modo imprevisto ai sistemi informatici.
È un’intesa ben lontana dal creare una governance dell’intelligenza artificiale, e serve soprattutto a integrare le grandi aziende del settore in un quadro di standard pensati per la dimensione bellica e della sicurezza nazionale. Un terreno che è sempre più dominato dalle visioni della galassia di estrema destra che circonda Peter Thiel, e che sta modellando i tratti del nuovo establishment stelle-e-strisce.
Nella pratica del Project Meridian, il compito affidato a Musk, Luckey e Gingrich sarà quello di colmare la distanza tra le proiezioni teoriche dell’innovazione e la realtà dei conflitti moderni, provando a blindare le capacità della macchina bellica statunitense di fronte alla guerra a tutto campo che ha dichiarato al mondo multipolare.
Fonte
14/08/2026
Il fondatore di Anduril descrive la deterrenza pensata per Taiwan
Non la vittoria sul campo di battaglia in una conflitto aperto, bensì rendere qualsiasi operazione militare eccessivamente costosa, a livelli tali da renderla impensabile per Pechino. È questa la sintesi della strategia di Washington nei confronti di Taiwan illustrata da Palmer Luckey, fondatore della società americana di tecnologia militare Anduril Industries.
Secondo Luckey, l’obiettivo primario degli Stati Uniti non consiste nel pianificare la vittoria in un scontro diretto con la Repubblica Popolare Cinese, ma nel convincerla a cancellare dal tavolo questa ipotesi. Una dottrina di deterrenza che punta a disincentivare qualsiasi opzione militare trasformando Taiwan in un bastione inespugnabile, garantendo le sue forniture tecnologiche, non potendo sostituirle in tempi brevi con produzioni stelle-e-strisce.
Anduril Industries sta partecipando attivamente a questi piani, seguendo una tabella di marcia definita dalla linea guida strategica denominata “China-27”, che prevede un’ipotesi di lavoro secondo cui Pechino potrebbe sviluppare la capacità di intraprendere un’azione militare decisiva contro Taiwan entro il 2027, per il centenario della fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.
Per tradurre questa filosofia in realtà operativa, Anduril sta fornendo a Taipei un sistema difensivo ad altissimo contenuto tecnologico. Il piano si articola su due pilastri principali. Da una parte, l’interdizione marittima e anfibia, con la fornitura di missili avanzati e munizioni guidate senza pilota, progettate specificamente per intercettare e infliggere perdite devastanti alle forze di sbarco navale.
Dall’altra, la protezione delle infrastrutture critiche attraverso lo sviluppo e l’integrazione di un sistema avanzato di difesa aerea guidato da algoritmi di intelligenza artificiale, destinato a proteggere i centri di comando, i nodi energetici e le reti di comunicazione dell’isola da attacchi missilistici e incursioni aeree dalla Cina continentale.
La cooperazione tra Anduril e il governo taiwanese ha compiuto un salto di qualità con la firma, nel giugno 2026, di un accordo strategico ad ampio raggio. L’intesa stabilisce lo sviluppo congiunto di sistemi senza pilota e intelligenza artificiale tarati sulle specifiche esigenze geografiche dello Stretto di Taiwan.
Nell’arcipelago secessionista avverrà anche la produzione di componenti chiave, attraverso un significativo trasferimento tecnologico. La creazione di una catena di approvvigionamento indipendente permetterà di garantire la continuità produttiva di droni e pezzi di ricambio anche nell’eventualità di un blocco navale o aereo prolungato.
Il Ministero della Difesa di Taiwan ha confermato il recente arrivo del primo lotto di droni da combattimento Altius-600M, velivoli autonomi in grado di operare in sciami coordinati per neutralizzare bersagli marittimi e terrestri a grande distanza. Inoltre, l‘impatto economico e industriale è già tangibile: più di dieci aziende taiwanesi hanno ricevuto contratti e commissioni dirette per la produzione di prototipi e componenti di serie destinati ai sistemi autonomi di Anduril.
Il ruolo di primo piano svolto da Luckey nell’armare Taipei ha portato Pechino a comminare sanzioni personali ed economiche contro il fondatore di Anduril. Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha condannato ripetutamente l’operato dell’azienda statunitense e l’azione di Washington. Per il Dragone, Taiwan rimane una questione di sovranità e integrità territoriale, come del resto riconosciuta da quasi tutti i paesi del mondo.
Nel frattempo, Anduril sta approfittando di un dossier di sicurezza che riguarda un’intera regione per mettere in piedi un lucroso modello di business a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. L’invio massiccio di droni e la militarizzazione dell’isola di fatto aumentano la destabilizzazione dell’intera regione Indo-Pacifica anziché favorire la pace.
Fonte
17/03/2026
Guerra all'Iran - Come la strategia sbagliata degli USA è passata tramite la IA
È ormai consolidato il fatto che la IA è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione IA della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli di cui tenere conto.
La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’IA e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.
Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.
Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.
Sul piano strategico, la cassetta degli attrezzi concettuale era invece già stata preparata nel 2009 dalla Brookings Institution con il rapporto “Verso la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran”. Il documento, firmato da un team che includeva l’ex ambasciatore USA in Israele, analisti della CIA e consiglieri della sicurezza nazionale di quattro presidenti, delineava uno scenario sistemico articolato in capitoli che oggi sembrano una profezia: “rivoluzione di velluto” attraverso il sostegno alle proteste interne, “fomentazione della rivolta” tramite minoranze etniche, “colpo di stato” con supporto a settori militari dissidenti, isolamento strategico dell’Iran attraverso il distacco della Siria, e infine “incoraggiare o permettere a Israele di colpire”.
A questo si aggiungevano le analisi di scenario prodotte dal Middle East Forum a ridosso dell’attacco, che il 27 febbraio – letteralmente alla vigilia – pubblicavano un’analisi dettagliata delle opzioni di risposta iraniane, dalla chiusura di Hormuz all’attivazione dei proxy in Libano e Yemen. Il documento, firmato da analisti con accesso a fonti militari, prevedeva con precisione la sequenza: attacco aereo con obiettivo di decapitazione, rappresaglia missilistica iraniana contro basi USA nel Golfo, coinvolgimento di Hezbollah, e la variabile critica dello Stretto di Hormuz come “variabile che le forze armate non hanno ancora pienamente testato”.
Nonostante la potenza di calcolo e la profondità di analisi strategica, il sistema ha mostrato almeno tre grandi zone d’ombra che i modelli non avevano catturato e che gli Usa stanno fortemente pagando sul campo e in termini di guerra finanziaria: la resilienza del sistema di potere iraniano alla decapitazione; la sottovalutazione sistematica della chiusura di Hormuz; la rapidità della reazione a catena assicurativo-logistica – si veda proprio Codice Rosso – che ha segnato un punto a favore dell’Iran nella guerra finanziaria in corso che è parallela e intrecciata alla guerra che si sta svolgendo sul campo. Inoltre, la minaccia di occupare l’isola di Kharg, per frenare le grandi difficoltà Usa dovute alla blocco di Hormuz, non rischia di risolvere la situazione ma di provocare una crisi molto grave con Pechino, visto che oltre l’80% del petrolio esportato via Kharg è destinato alla Cina.
Ma perché sia sul piano tecnologico che su quello strategico gli USA sembrano non aver tenuto conto proprio dello scenario che si è realizzato, una guerra asimmetrica nel quale il soggetto militarmente più debole mette in difficoltà strategica quello più forte?
Le fonti disponibili suggeriscono che le simulazioni non hanno previsto la chiusura di Hormuz per una combinazione di bias cognitivo umano, limiti strutturali dei modelli predittivi e – probabilmente – un’indicazione implicita dai vertici di privilegiare scenari che mantenessero aperta quella opzione.
La spiegazione più documentata emerge da fonti dell’amministrazione citate da CNN e The New Republic: i funzionari hanno tacitamente ammesso al Congresso di non aver pianificato lo scenario peggiore della chiusura dello Stretto. La motivazione addotta è sorprendente nella sua ingenuità strategica: ritenevano che l’Iran avrebbe considerato questa mossa più dannosa per sé che per gli Stati Uniti, e che quindi non l’avrebbe compiuta.
Questo rivela un primo livello di fallimento: il bias della “razionalità condivisa”. I modelli IA, addestrati su dati storici, avevano incorporato questa stessa convinzione dei funzionari. Nel giugno 2025, durante l’operazione “Midnight Hammer”, l’Iran aveva risposto con missili su basi USA in Qatar, ma non aveva chiuso Hormuz. I dati di training dicevano: “attacco USA → rappresaglia missilistica limitata → continuità del traffico attraverso Hormuz”. L’IA ha proiettato nel futuro la stessa risposta, senza cogliere il salto di qualità strategico: l’Iran invece ha capito che la vera leva non sono i missili, ma la paralisi economica.
Un ex funzionario USA, che ha servito amministrazioni sia democratiche che repubblicane, è stato invece categorico: “Pianificare per prevenire questo scenario – per quanto a lungo sia sembrato impossibile – è stato un principio cardine della politica di sicurezza nazionale USA per decenni. Sono sbalordito”. La IA, e i funzionari attuali hanno dato come risolto, o impossibile da verificarsi, proprio lo scenario ritenuto più probabile e rischioso dagli analisti USA per decenni: il blocco di Hormuz.
Il piano della selezione dei modelli. Nelle settimane precedenti l’attacco, il Pentagono stava utilizzando Claude di Anthropic per simulazioni strategiche e analisi di intelligence. Ma il 27 febbraio, poche ore prima dell’attacco, Trump ha firmato un ordine esecutivo che imponeva a tutte le agenzie federali di cessare l’uso di Claude, definendo Anthropic una “azienda di sinistra radicale” e dichiarandola “rischio per la catena di fornitura”. Il motivo? Anthropic si rifiutava di rimuovere le salvaguardie etiche che impedivano l’uso del proprio modello per operazioni letali e chiedeva garanzie contro l’impiego in sistemi d’arma autonomi.
Questo significa che il modello più sofisticato, quello che aveva processato decine di migliaia di documenti persiani e simulato fino a centomila scenari, è stato messo da parte proprio nel momento cruciale. Al suo posto, il Pentagono si è rivolto a OpenAI, il cui CEO Sam Altman aveva accettato di fornire servizi per l’analisi di documenti classificati.
La domanda sorge spontanea: perché silurare proprio il modello che aveva la maggiore capacità predittiva? Una possibile risposta è che Claude, con le sue simulazioni, stesse producendo scenari sgraditi – magari proprio quelli che includevano la chiusura di Hormuz e le sue conseguenze catastrofiche. Sostituirlo con modelli più “accomodanti” (o semplicemente meno sofisticati) potrebbe essere stata una scelta politica, non tecnica.
Il piano delle fonti di intelligence utilizzate. Le simulazioni non lavorano nel vuoto: si nutrono dei dati che gli analisti umani forniscono. Se i vertici hanno chiesto agli analisti di “focalizzarsi” su certi scenari e “depriorizzarne” altri, l’IA ha semplicemente riflesso quel bias a monte. L’ammissione dei funzionari al Congresso – “non abbiamo pianificato lo scenario peggiore” – suggerisce che il bias era culturale e politico prima che algoritmico.
Il piano delle opzioni presentate al presidente. Un alto funzionario del Tesoro è stato letteralmente “strappato” da un’intervista televisiva per essere portato alla Situation Room. Al suo ritorno, appariva visibilmente scosso e ha offerto rassicurazioni poco plausibili sulle sorti della guerra. Questo episodio suggerisce che qualcosa, nei piani, non stava funzionando come previsto – e che le simulazioni non avevano preparato nessuno alla reale concatenazione degli eventi.
Al di là delle ipotesi sul bias deliberato, esiste un problema strutturale che nessuna regolazione degli input può risolvere. Come emerge da un’analisi approfondita pubblicata su una piattaforma cinese, l’IA militare americana ha un tallone di Achille: la “data boundary” (confine dei dati).
I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati in guerra – dai droni autonomi ai modelli predittivi – funzionano sulla base di dati storici e parametri predefiniti. Le loro capacità operative (tempi di reazione, raggio di rilevamento, logiche di riconoscimento) sono “bloccate” in fabbrica e non possono essere aggiornate in tempo reale durante il combattimento.
Questo crea un paradosso: più l’IA è sofisticata, più è vulnerabile una volta che i suoi parametri vengono esposti. Facciamo un esempio: se un drone americano con tempi di reazione di 0,32 secondi viene catturato o analizzato, il nemico può sviluppare contromisure con tempi di reazione di 0,27 secondi, rendendolo obsoleto. Per questo motivo gli Stati Uniti hanno “congelato” l’uso di gran parte della loro robotica avanzata in Iran: non possono rischiare che Cina e Russia acquisiscano i dati operativi.
Applicato alle simulazioni strategiche, questo significa che, usciti dalla “fabbrica”, i modelli predittivi lavorano su scenari “noti” e comportamenti “già visti”. L’Iran non aveva mai chiuso completamente Hormuz in risposta a un attacco USA. Non c’erano dati su cui addestrare la previsione. L’IA non poteva “immaginare” una mossa che non era nei suoi archivi.
L’ironia è che l’IA statunitense aveva gli strumenti per immaginare scenari non lineari. Claude, in particolare, è stato progettato con architetture di “reasoning” avanzato che permettono di esplorare possibilità anche in assenza di dati storici. Ma è stato proprio quel modello a essere messo da parte per motivi politici e commerciali. Il fallimento tecnologico e politico degli scenari di simulazione USA non è, quindi, un errore tecnico, ma un errore politico ed epistemologico accelerato da una tecnologia, la IA, che ha velocemente gettato l’Iran nella distruzione e gli Usa in un pantano.
I modelli di simulazione algoritmica, gli scenari dei think-tank, le decisioni politiche hanno trattato la guerra come un problema lineare di ottimizzazione dei bersagli, quando era invece un ecosistema complesso fatto di retroazioni, emergenze e tipping points. Attraverso la IA passa anche tutto questo, bisogna esserne consapevoli.
Naturalmente, c’è un’altra IA che ha capito benissimo cosa stava accadendo: quella legata alla guerra finanziaria intesa come estrazione di profitto nei mercati legati alle crisi. E questo avviene nella più classica divisione del lavoro capitalistico. La lezione più profonda è che l’IA addestrata a distruggere valore (quella militare) ha fallito la previsione, mentre l’IA addestrata a catturare valore (quella finanziaria) ha anticipato correttamente la crisi. La differenza non sta nella potenza di calcolo, ma nell’architettura cognitiva: la prima cerca conferme dei propri piani, la seconda cerca anomalie che possano generare profitto. In un sistema complesso, entro la divisione capitalistica del lavoro, la seconda si rivela più efficace.
Come nota un commentatore USA, “ogni incidente militare locale è ora visto come un marker di rischio sistemico, capace di cambiare il comportamento degli investitori”. L’IA finanziaria aveva capito che Hormuz non era un problema militare, ma un nodo di una rete globale di dipendenze. Colpire quel nodo avrebbe innescato reazioni a catena che nessun modello lineare poteva catturare. E su quelle reazioni a catena, ha costruito le sue strategie di profitto.
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23/04/2025
USA - SpaceX, Palantir e Anduril in corsa per il nuovo scudo missilistico
Qualche giorno fa, infatti, l’agenzia britannica Reuters ha diffuso la notizia per cui, stando alle informazioni ottenute da sei fonti rimaste anonime, si sono da poco svolti degli incontri tra i rappresentanti delle tre società e alti ufficiali del Pentagono e dell’amministrazione di cui lo stesso Elon Musk fa parte.
Al centro del confronto vi sarebbe stata la partecipazione allo sviluppo del progetto “Golden Dome”, ovvero lo scudo missilistico pensato per proteggere gli USA dalle minacce di missili balistici intercontinentali (ICBM) e armi ipersoniche. Lo scorso 27 gennaio Trump aveva firmato un ordine esecutivo proprio a questo scopo.
Già a inizio mese era emerso che il Dipartimento della Difesa di Washington stesse cercando oltre la solita platea di affermati appaltatori delle forze armate stelle-e-strisce (Boeing, Loockeed Martin, Northrop Grumman) e SpaceX, Palantir e Anduril rappresentano i candidati ideali. Non senza critiche per il doppio ruolo rivestito da Musk alla Casa Bianca.
Una delle fonti di Reuters ha detto che nella comunità della sicurezza nazionale statunitense si sta affermando un atteggiamento definito di “deferenza” nei confronti del Dipartimento guidato dal magnate sudafricano. Nessuno degli attori coinvolti ha rilasciato dichiarazioni o ha risposto puntualmente alle domande, e solo Musk ha scritto su X semplicemente che “non è vero”.
Ad ogni modo, anche l’agenzia stampa britannica ha fatto presente che il percorso del Golden Dome è ancora alle fasi iniziali, e il modo in cui evolverà è ancora tutto da definire. Ci sono più di 180 aziende che hanno espresso interesse per un progetto di cui il direttore operativo della Lockheed Martin ha detto: “in termini di importanza per la difesa della nazione, è simile al Progetto Manhattan”.
Di certo, SpaceX sembra il candidato ideale per il tipo di infrastruttura da mettere in campo. Si parla di una costellazione che dovrebbe contare tra i 400 e i 1.000 satelliti, con i quali creare una rete capace di segnalare e tracciare operazioni missilistiche dirette verso il territorio statunitense.
Una flotta di circa altri 200 satelliti, armati di missili o laser, sarebbe invece preposta alla neutralizzazione di queste eventuali minacce. In quest’ultimo caso, tuttavia, le fonti hanno indicato che SpaceX non sarebbe coinvolta nell’armamento di questi strumenti, lasciando spazio ad altri attori.
Questo rimane tuttavia uno dei nodi più spinosi: questi 200 satelliti potrebbero essere considerati non conformi al Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico, firmato nel 1967. Questo accordo vieta di collocare o stazionare armi di distruzione di massa o simili nella zona extra-atmosferica, e gli equipaggiamenti di tali satelliti potrebbe essere considerati tali.
C’è inoltre anche un altro tema che ha sollevato il dibattito intorno alle forme della sicurezza nazionale statunitense in questa nuova fase della competizione globale. Sembrerebbe che SpaceX abbia proposto lo stesso approccio tenuto dalla NASA: cioè il governo pagherebbe per il servizio e l’accesso alla tecnologia, ma senza possederla.
Questo sarebbe il primo caso di un accordo del genere per il Pentagono, che velocizzerebbe così alcune procedure. Ma due delle fonti di Reuters hanno sottolineato come, nella difesa statunitense, alcune voci abbiano espresso criticità per un sistema del genere (che di fatto resterebbe di proprietà privata) quando si parla di un’infrastruttura di questa importanza critica e portata strategica.
Intanto, altri esperti hanno già valutato che il Golden Dome potrebbe richiedere centinaia di miliardi di appalti per i prossimi anni. La Casa Bianca ha già fissato alcune scadenze, la prima all’inizio del 2026. Non dovremo aspettare molto per capire come evolverà questo dossier e il tentativo di affermare di queste nuove società nel complesso militare-industriale USA.
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