Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/10/2026
Il Parlamento UE vota per una presenza militare stabile a difesa di Taiwan
L’esito della votazione era piuttosto scontato, dopo che pochi giorni fa il testo era già stato licenziato dalla commissione Affari Esteri di Strasburgo con un netto consenso trasversale (44 sì, 9 no e 12 astenuti). Ad opporsi, a sinistra, sono stati soltanto il belga Marc Botenga, il pentastellato Danilo Della Valle, e il cipriota Giorgos Georgiou.
La risoluzione pone al centro la questione della reciprocità commerciale, della sicurezza della produzione e delle tecnologie europee dalle dipendenze dalle filiere cinesi, ma anche il nodo del rapporto tra il Dragone e la Russia, il rispetto dei diritti umani (che non vale per Israele, e nemmeno per Londra per quanto riguarda i tempi di detenzione degli attivisti di Palestine Action).
Ma la linea rossa evidentemente superata è quella dello status dell’arcipelago taiwanese. Il documento conferma l’adesione della UE alla politica di “Una sola Cina”, riconoscendo dunque come unico governo cinese legittimo quello di Pechino, ma allo stesso tempo rifiuta ogni azione che possa modificare lo status quo.
Per sostenere questa linea, la risoluzione sollecita gli stati membri a dispiegare una presenza marittima regolare con manovre navali coordinate nello Stretto di Taiwan, a cooperare sul piano della sicurezza con attori regionali come l’India e a fare pressione all’ONU affinché sia garantito l’accesso alle istituzioni internazionali ai cittadini con passaporto taiwanese.
Strasburgo ha così votato per rendere la propria presenza militare stabile intorno all’isola di Formosa, a difesa di Taiwan e a due passi dalle coste cinesi. Un elemento che aumenta pesantemente la tensione nello Stretto e conferma ai vertici di Pechino che, in sostanza, le rivendicazioni sulla provincia considerata secessionista sono rispettate solo sulla carta.
Più o meno dal 2020, tutta la filiera occidentale – dagli USA all’Australia – ha cominciato a mettere in discussione l’interpretazione della risoluzione ONU 2758, che escludeva le rappresentanze di Taiwan dal sistema delle agenzie delle Nazioni Unite. Tra il 2021 e il 2024 la UE ha approvato altre risoluzioni a favore di Taipei e per approfondire i legami commerciali con l’arcipelago.
La richiesta, per quanto non vincolante, di impegnarsi in maniera direttamente militare rispetto alla situazione taiwanese è un cambio di passo significativo. La Repubblica Popolare Cinese, nella dichiarazione esplicativa del documento approvato, viene indicata come “una combinazione unica di partner, concorrente e rivale sistemico”, ma è chiaro che la tendenza delle classi dirigenti europee sta virando velocemente verso l’ultima definizione.
Il testo approvato pone grande attenzione alla questione economica, ma offre anche un’elaborazione generale sul ruolo che Pechino ha come attore geopolitico globale, contrastandola in maniera diretta fino al dispiegamento bellico. Si tratta, insomma, della traslazione del braccio di ferro col gigante asiatico su di un piano completamente diverso.
Tutto ciò avviene a preludio della missione del Commissario per il Commercio UE Maroš Šefčovič nella capitale cinese, che si svolgerà proprio oggi. L’eurodeputata che ha steso il documento, Hilde Vautmans di Renew Europe, ha esplicitamente affermato: “voglio che vada lì con il mandato più forte possibile da parte di quest’aula”.
Ma nei fatti, Šefčovič si sta presentando con una dichiarazione di guerra in mano, affermando che la Cina dovrebbe tutelare le aziende europee dalla propria superiorità produttiva e tecnologica, che i “secessionisti” sono legittimi solo se hanno dietro l’Occidente, e che la Repubblica Popolare dovrebbe pure temere esercitazioni congiunte condotte a ridosso dei propri litorali. La protervia del “giardino” di Borrell ha raggiunto vette psicotiche...
Fonte
03/10/2026
02/10/2026
Trump-Xi, non è stato solo uno show
Il commento più perspicace che mi è capitato di leggere sulla visita di stato di Xi Jinping che si è conclusa ieri negli Stati Uniti è un post secco su LinkedIn, pubblicato da una donna cinese. Non riesco a ritrovarlo – dunque non posso citare l’autrice – ma ricordo che recita così: solo se sei potente vieni rispettato.
La Cina che Donald Trump ha offeso ripetutamente ai tempi del suo primo mandato (2017-2021), tra l’altro dandole dell’untrice globale durante la pandemia di Covid-19 e ribattezzando quella malattia “virus cinese”, non è la stessa Cina di cui, da giovedì a sabato, ha accolto il leader con una pompa tale da suscitare inquietudine in patria (tra i suoi stessi repubblicani) e all’estero.
Per comprendere perché il presidente Usa abbia alla fine optato per una linea più accomodante nei confronti di Pechino – che probabilmente porterà avanti fino a quando, il 20 gennaio 2029, dovrà lasciare la Casa bianca – bisogna ricordare i fattori principali che hanno determinato questa scelta che, a giudizio di chi scrive, come ben sintetizzato dal post della signora cinese, vanno ben al di là di un mero calcolo elettoralistico di Trump, atteso il 3 novembre alla prova delle urne per il Mid Term:
- la Cina è diventata, sempre più, una superpotenza commerciale. Nel 2025 ha registrato un surplus di 1.200 miliardi di dollari e monopolizza l’export di terre rare, indispensabili per l’industria elettronica e bellica degli Usa (e di altre economie avanzate);
- l’influenza internazionale di Pechino è cresciuta notevolmente, spinta dalle iniziative promosse dalla leadership cinese (Global Development Initiative e Belt and Road Initiative, tra le altre) e favorita dall’unilateralismo di Trump;
- l’esercito popolare di liberazione si è rafforzato: nel Pacifico occidentale – soprattutto nei “mari della Cina” (Mar cinese meridionale e Mar cinese orientale) – l’egemonismo statunitense ha incontrato finalmente un argine;
- l’hi-tech cinese – rappresentato dalle sue compagnie di internet e di intelligenza artificiale – ha fatto passi da gigante, con la conseguenza che il paese sta riducendo in quest’ambito cruciale le dipendenze dalle economie più avanzate, in primis quella statunitense.
Accordi e disaccordi
Tuttavia gli esiti concreti del summit rivelano che a cambiare è il metodo dell’amministrazione Trump, che, con la Cina, è diventato dialogante, non la dinamica delle relazioni tra le prime due economie del Pianeta, due superpotenze, che resta di competizione e rivalità. Questo vertice però – è importante sottolinearlo – non era stato organizzato per sottoscrivere intese di rilievo, ma, appunto, per dare continuità al nuovo corso.
Come che sia, il caso che meglio rappresenta le difficoltà di Washington e Pechino – mentre il Congresso, il Pentagono e la Cia restano ostili alla Cina – di trovare compromessi sostanziali è quello dell’intelligenza artificiale, sulla quale nei giorni scorsi si sono moltiplicati gli appelli alla cooperazione bilaterale, dopo gli allarmi lanciati dagli esperti Usa del settore sulla possibilità che la tecnologia vada fuori controllo.
Trump ha spento le speranze di chi auspica una collaborazione fruttuosa tra i due paesi leader nello sviluppo dell’IA. «La Superintelligenza sarà un tema di discussione molto importante, ma voglio lasciarla esattamente dov’è», ha tagliato corto, mentre Xi ha sostenuto che andrebbe mantenuta sotto il controllo umano e dovrebbe servire l’interesse pubblico.
Nei giorni scorsi, le aziende cinesi erano state accusate di aver sottratto e copiato modelli americani attraverso «campagne di distillazione su scala industriale». Pechino aveva reagito contro-accusando Washington di voler imporre un monopolio sulla nuova tecnologia e frenare lo sviluppo della Cina, e minacciando contromisure.
Nel Fact Sheet, non un vero e proprio comunicato, della Casa bianca, si sottolinea che Trump ha ottenuto da Xi l’ok a chiamarla “Superintelligenza” e che tra i due paesi partirà un dialogo formale sull’IA.
Di fatto, Cina e Stati Uniti andranno avanti sviluppandola ognuno a modo suo: indirizzata dallo stato, open source e forse meno performante quella cinese; in mano alle corporation, finanziarizzata e con poche regole quella statunitense. Trump e Xi non ne rallenteranno la corsa come Ronald Reagan e Michail Gorbačëv fecero con l’atomica: i modelli non hanno ancora prodotto i disastri della bomba e Trump ha illustrato con chiarezza adamantina il suo punto di vista: «Chi vince sull’IA, vince su tutto».
Anche sul commercio non c’è ancora un’intesa, nonostante le trattative mensili tra le rispettive delegazioni. Lo sbarco a Washington del segretario generale del Partito comunista è stato preceduto dall’annuncio dell’estensione di due mesi – fino al 10 gennaio – della tregua di un anno sui super-dazi, siglata dai due il 30 ottobre scorso.
È il segnale che Washington e Pechino, in questa nuova fase che i cinesi hanno etichettato come “stabilità strategica costruttiva”, vogliono confrontarsi sulle questioni più spinose, ma anche della difficoltà di raggiungere un compromesso, che il segretario al tesoro, Scott Bessent, e il vice premier e responsabile per l’economia, He Lifeng, stanno discutendo da un anno. Ieri Bessent ha dichiarato che l’amministrazione repubblicana è «disponibile sia a continuare semplicemente con l’intesa raggiunta a Busan sia a valutare un accordo più ampio», caldeggiato dai cinesi.
Raggiunta un’intesa di massima su un regime tariffario reciprocamente non penalizzante su 30 miliardi di beni “non sensibili”, in entrambe le direzioni, tra i quali rientrerà l’aumento delle importazioni cinesi di soia e altri prodotti agricoli statunitensi.
Trump ha ottenuto l’impegno della Cina a importare, nel 2027 e 2028, almeno 10 milioni di tonnellate di carbone Usa all’anno, mentre si sta ancora discutendo sul controllo dell’export di terre rare, che Pechino vuole sentirsi libera di rallentare.
È stato ufficialmente istituito il Board of Investment, ideato durante la visita di Trump in Cina a maggio.
Per quanto riguarda i dossier internazionali, la Cina ha mostrato disponibilità ad aiutare Trump a tirarsi fuori dal pantano di Hormuz, mediando tra Washington e gli amici iraniani.
È interessante notare che Xinhua ha diffuso una nota separata per approfondire il commento di Xi sulla posizione della Cina riguardo al Medio Oriente, senza fare altrettanto sulla guerra in Ucraina:
La Cina ha sempre ritenuto che la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi debbano essere rispettate. La Cina ha costantemente svolto un ruolo costruttivo nell’allentare le tensioni e riportare la situazione alla calma, incoraggiando tutte le parti a optare per la pace e a mantenere vivo lo slancio dei negoziati. La Cina sostiene il ritorno di Stati Uniti e Iran al Memorandum d’intesa di Islamabad, auspicando che entrambe le parti tornino al più presto sulla via della soluzione delle questioni attraverso il dialogo e i negoziati, giungano infine a un accordo globale che comprenda anche la questione nucleare e raggiungano quanto prima la pace.Chi la dura la vince
Xi ha intensificato la pressione sul presidente Usa per ottenere concessioni su quella che lo stesso Trump ha recentemente definito “merce di scambio”, (bargain chip), ovvero l’isola di Taiwan, la cui “riunificazione” alla madrepatria per Pechino è invece parte integrante della strategia di Grande rinnovamento della nazione cinese (Zhōnghuá mínzú wěidà fùxīng).
Xi ha invitato Trump a trattare la questione taiwanese «con attenzione» e ad adottare la «posizione corretta», opponendosi all’indipendenza dell’isola. La Cina è pronta a dare una mano in Medio Oriente, e forse anche a qualche altra concessione, se otterrà uno stop alla vendita di armamenti statunitensi (11 miliardi di dollari già approvati e 14 miliardi in attesa dell’ok di Trump) a quella che Pechino considera una provincia ribelle.
Ma è improbabile che Trump possa scostarsi dalla tradizionale politica Usa di “ambiguità strategica” e sostegno militare, a scopo “difensivo”, a Taiwan.
Fin dal momento in cui Trump, il 5 novembre 2024, è stato rieletto, la diplomazia cinese ha lanciato un’offensiva indirizzata alla Casa Bianca, utilizzando come ambasciatrici le corporation Usa, oltre ai normali canali diplomatici e ai media, che Pechino utilizza sempre meglio (non va sottovalutato, a tal proposito, il ruolo svolto, sui social, da commentatori, ricercatori, giornalisti e influencer occidentali folgorati sulla via di Pechino).
Alla carota Pechino ha alternato il bastone del blocco dell’export delle terre rare, al quale la Cina è ricorsa, per la prima volta, per rispondere ai super-dazi varati da Trump col Liberation Day, il 2 aprile 2025.
Su Taiwan in particolare l’offensiva diplomatica di Pechino nei confronti di Washington è stata martellante, perché la leadership cinese sa che quella di Trump è un’amministrazione non solo meno ideologica di quella precedente, ma anche sgangherata.
Insomma Xi è arrivato al summit della Casa Bianca al culmine di un intenso lavoro, svolto dagli organismi preposti del partito e dalla diplomazia, indirizzato a centrare i due obiettivi strategici per Pechino:
- stabilizzare le relazioni con Washington, in modo tale da rimuovere o, quantomeno, depotenziare le politiche dell’avversario che potrebbero rallentare lo sviluppo socioeconomico della Cina (dazi, restrizioni alle esportazioni, conflitti che danneggiano le catene di approvvigionamento);
- fare un passo avanti in direzione della “riunificazione pacifica” di Taiwan, traguardo più difficile da raggiungere, nonostante l’indifferenza palesata da Trump nei confronti del governo di Taipei e il ritardo nell’approvazione della seconda commessa militare record per l’isola.
Come scrisse Henry Kissinger nel 2018:
penso che Trump possa essere una di quelle figure che, di tanto in tanto, compaiono nella storia per segnare la fine di un’epoca e costringerla a rinunciare alle proprie pretese. Questo non significa necessariamente che lui ne sia consapevole o che stia pensando a una grande alternativa. Potrebbe essere semplicemente un caso.Fonte
26/08/2026
La volontà belligerante cinese non va sottovalutata
Di seguito proponiamo una interessante analisi che sollecita a prendere atto – da una posizione marcatamente occidentale cui ovviamente va fatta la tara – del cambio di passo di Pechino circa la propria assertività militare.
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Quando si tratta di analizzare il potenziale militare e di predire la postura della Repubblica Popolare Cinese (RPC), spesso e volentieri si tende a raggiungere conclusioni estreme e opposte: o Pechino non è una minaccia e mai lo sarà, oppure siamo sull’orlo di un conflitto aperto. Si tende cioè a sottovalutare, o per contrario a sopravvalutare, il potenziale bellico cinese ma soprattutto la volontà della RPC di dare inizio a un conflitto. Con ogni probabilità, grazie a osservazioni e raccolte di dati durate lustri, ci troviamo in una situazione molto diversa, ma comunque per niente foriera di pace e stabilità nel corto/medio termine.
Dal punto di vista strettamente militare, la RPC ha ormai da decenni intrapreso una costruzione di forze in grado, in un futuro relativamente prossimo (orizzonte 2040), di farla diventare una potenza globale capace di affrontare – e sconfiggere – gli Stati Uniti. Si tratta di uno sforzo generale di ampia portata che non riguarda solo il numero di assetti presenti nelle diverse branche delle forze armate, ma anche il loro livello qualitativo, il cambiamento delle dottrine di impiego che ne consegue, e soprattutto afferisce a un profondo miglioramento e potenziamento delle infrastrutture militari in generale.
Un interessante articolo apparso su War on the rocks sottolinea in modo semplice ed esaustivo questo processo, mettendo in guardia sulla fallacia e pericolosità di farne un’analisi sottovalutante.
Nell’articolo, si afferma infatti che Pechino ha trascorso anni a modificare traghetti civili per la messa a mare di veicoli blindati anfibi, a sviluppare attrezzature specializzate per lo sbarco di forze senza la necessità di infrastrutture portuali convenzionali, a rafforzare decine di basi aeree e ad espandere rapidamente le forze missilistiche che potrebbero essere utilizzate per scoraggiare o sconfiggere un intervento statunitense. Eppure, allo stesso tempo, una linea di analisi ricorrente sostiene che le preoccupazioni sulle capacità militari della RPC siano esagerate e che un’invasione di Taiwan rimanga al di fuori della portata dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA – People’s Liberation Army). Queste analisi, secondo l’autore, differiscono per aspetti importanti: alcune sottolineano il carattere politico dell’esercito cinese, la mancanza di esperienza in combattimento e le carenze istituzionali; altre evidenziano gli straordinari ostacoli militari, economici, geografici e politici che un’invasione dovrebbe affrontare, oppure le purghe e altri segnali di disfunzione all’interno delle forze armate cinesi.
La realtà però, se considerata nel suo insieme temporale e avendo come punto di riferimento la nuova politica di Xi Jinping dal suo avvento sino a oggi, ci racconta una storia diversa. Certamente non siamo davanti a mistificazioni – nella stragrande maggioranza dei casi – e certe argomentazioni restano valide, ma l’incertezza sul successo della RPC in un conflitto aperto (per Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale) non equivale alla certezza della sua incapacità. Le prove disponibili non supportano un giudizio categorico secondo cui Pechino non possieda – e continuerà a non possedere – la capacità militare necessaria per conquistare e mantenere Taiwan o affrontare militarmente le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La RPC potrebbe già disporre di una strada credibile per il successo, sebbene tale successo – soprattutto di fronte a un intervento statunitense – sia tutt’altro che garantito.
L’obiezione che l’autore fa alle analisi meno allarmistiche sono le stesse che abbiamo condiviso da anni: la carenza di unità per la guerra anfibia non significa – nel caso cinese – essere incapaci di compiere un’operazione anfibia su vasta scala considerando che il PLA da almeno 3 lustri si esercita e utilizza navi civili riadattate per le operazioni militari di sbarco. Sul tema della proiezione di potenza marittima, supportata da una marina militare in ampliamento numerico e qualitativo che è già la più numerosa al mondo, non si tiene quasi mai conto della Guardia Costiera, della milizia marittima, delle forze missilistiche antinave a lungo raggio basate a terra e del trasporto marittimo civile, tutti elementi che sono rilevanti per la proiezione di potenza marittima e che sono cruciali per le operazioni in acque limitrofe, come appunto un attacco a Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, o in quello Orientale (leggasi isole Senkaku).
Più ancora, la force building navale – perdonateci la terminologia anglosassone – è indicativa della volontà di portare il proprio potenziale bellico oltre la Prima Catena di Isole, con la prospettiva – più che chiara – di arrivare a ottenere la capacità di controllare nel medio periodo il Pacifico Occidentale sino e oltre la Seconda Catena di Isole. Lo stesso ragionamento potremmo farlo per le forze missilistiche, che annoverano un numero elevato di vettori balistici di raggio medio e intermedio in grado di colpire quasi ovunque nel medesimo teatro, oppure per le forze aeree, che si sono dotate di velivoli di quinta generazione con una vocazione da superiorità aerea in profondità, fattore che dovrebbe far pensare a un loro utilizzo non per scopi strettamente difensivi ma per avere capacità di air dominance a grande distanza.
Quello che forse è ancora più sottovalutato, e oggetto a volte di mistificazioni, è la volontà cinese di poter usare la forza militare. Anche in questo caso, le anime più “pacifiste” ci ripetono il desiderio di Pechino di cooperare a livello internazionale per ottenere “pace e stabilità” attraverso la costruzione di reti commerciali sinocentriche, oppure alcune arrivano a mistificare la storia cinese affermando che la RPC non ha mai partecipato a una guerra nella sua pluridecennale storia, dimenticando l’intervento diretto nel conflitto coreano negli anni Cinquanta, l’attacco all’India nel 1962 e i due brevi conflitti col Vietnam a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.
La realtà, in questo caso, è notevolmente diversa e possiamo affermarlo dai segnali che leggiamo e che ci arrivano da diversi quadranti geografici e dallo stesso Politburo. Le esercitazioni militari cinesi, ad esempio, sono attagliate principalmente su un conflitto per Taiwan: non solo si simula – con tanto di modelli in grandezza naturale – la presa manu militari di Taipei, ma dal 2024 a oggi le esercitazioni aeronavali e anfibie hanno simulato diversi scenari tra cui il blocco navale dell’isola e un vero e proprio sbarco anfibio che è stato messo in scena in una porzione geografica estesa esattamente quanto l’isola di Taiwan. Esercitazioni, queste ultime, che – guarda caso – hanno utilizzato unità navali civili come i traghetti Ro-Ro (Roll On Roll Off). Cambiando scenario, nel Mar Cinese Meridionale la postura cinese si è fatta sempre più aggressiva verso le Filippine e Pechino sta utilizzando per la prima volta le sue forze armate in dimostrazioni di forza a ridosso dell’arcipelago di Manila, invece di impiegare esclusivamente la Guardia Costiera e le flottiglia paramilitare da pesca come ha fatto negli anni precedenti in azioni coercitive e aggressive.
Lo stesso presidente Xi Jinping, in occasione del vertice a Pechino col suo omologo statunitense Donald Trump, ha tenuto a ribadire – oltre alla “trappola di Tucidide” ormai nota – che la rivendicazione di Pechino sull’isola di Taiwan rimane “la questione più importante” nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e che se gestita male – ovvero qualora Washington dovesse intromettersi a difesa dell’isola – i due Paesi “si scontreranno o addirittura entreranno in conflitto, spingendo l’intera relazione sino-americana in una situazione molto pericolosa”. La RPC sta quindi dimostrando non solo di avere forze militari che stanno diventando uno strumento sempre più moderno ed efficace – nonostante le perplessità più volte evidenziate – ma anche di avere la volontà di utilizzare lo strumento militare per ottenere i propri obiettivi strategici.
14/08/2026
Il fondatore di Anduril descrive la deterrenza pensata per Taiwan
Non la vittoria sul campo di battaglia in una conflitto aperto, bensì rendere qualsiasi operazione militare eccessivamente costosa, a livelli tali da renderla impensabile per Pechino. È questa la sintesi della strategia di Washington nei confronti di Taiwan illustrata da Palmer Luckey, fondatore della società americana di tecnologia militare Anduril Industries.
Secondo Luckey, l’obiettivo primario degli Stati Uniti non consiste nel pianificare la vittoria in un scontro diretto con la Repubblica Popolare Cinese, ma nel convincerla a cancellare dal tavolo questa ipotesi. Una dottrina di deterrenza che punta a disincentivare qualsiasi opzione militare trasformando Taiwan in un bastione inespugnabile, garantendo le sue forniture tecnologiche, non potendo sostituirle in tempi brevi con produzioni stelle-e-strisce.
Anduril Industries sta partecipando attivamente a questi piani, seguendo una tabella di marcia definita dalla linea guida strategica denominata “China-27”, che prevede un’ipotesi di lavoro secondo cui Pechino potrebbe sviluppare la capacità di intraprendere un’azione militare decisiva contro Taiwan entro il 2027, per il centenario della fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.
Per tradurre questa filosofia in realtà operativa, Anduril sta fornendo a Taipei un sistema difensivo ad altissimo contenuto tecnologico. Il piano si articola su due pilastri principali. Da una parte, l’interdizione marittima e anfibia, con la fornitura di missili avanzati e munizioni guidate senza pilota, progettate specificamente per intercettare e infliggere perdite devastanti alle forze di sbarco navale.
Dall’altra, la protezione delle infrastrutture critiche attraverso lo sviluppo e l’integrazione di un sistema avanzato di difesa aerea guidato da algoritmi di intelligenza artificiale, destinato a proteggere i centri di comando, i nodi energetici e le reti di comunicazione dell’isola da attacchi missilistici e incursioni aeree dalla Cina continentale.
La cooperazione tra Anduril e il governo taiwanese ha compiuto un salto di qualità con la firma, nel giugno 2026, di un accordo strategico ad ampio raggio. L’intesa stabilisce lo sviluppo congiunto di sistemi senza pilota e intelligenza artificiale tarati sulle specifiche esigenze geografiche dello Stretto di Taiwan.
Nell’arcipelago secessionista avverrà anche la produzione di componenti chiave, attraverso un significativo trasferimento tecnologico. La creazione di una catena di approvvigionamento indipendente permetterà di garantire la continuità produttiva di droni e pezzi di ricambio anche nell’eventualità di un blocco navale o aereo prolungato.
Il Ministero della Difesa di Taiwan ha confermato il recente arrivo del primo lotto di droni da combattimento Altius-600M, velivoli autonomi in grado di operare in sciami coordinati per neutralizzare bersagli marittimi e terrestri a grande distanza. Inoltre, l‘impatto economico e industriale è già tangibile: più di dieci aziende taiwanesi hanno ricevuto contratti e commissioni dirette per la produzione di prototipi e componenti di serie destinati ai sistemi autonomi di Anduril.
Il ruolo di primo piano svolto da Luckey nell’armare Taipei ha portato Pechino a comminare sanzioni personali ed economiche contro il fondatore di Anduril. Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha condannato ripetutamente l’operato dell’azienda statunitense e l’azione di Washington. Per il Dragone, Taiwan rimane una questione di sovranità e integrità territoriale, come del resto riconosciuta da quasi tutti i paesi del mondo.
Nel frattempo, Anduril sta approfittando di un dossier di sicurezza che riguarda un’intera regione per mettere in piedi un lucroso modello di business a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. L’invio massiccio di droni e la militarizzazione dell’isola di fatto aumentano la destabilizzazione dell’intera regione Indo-Pacifica anziché favorire la pace.
Fonte
03/06/2026
Un nuovo polo hi-tech contro la Cina
Gli Stati Uniti e le Filippine hanno annunciato un importante progetto industriale ed economico: la costruzione di quella che è stata definita una Zona per la Sicurezza Economica di circa 4.000 ettari a nord della capitale Manila. Il fulcro del piano sorgerà a New Clark City, un’area strategica dell’isola di Luzon che un tempo ospitava una delle più grandi basi aeree statunitensi nel Pacifico.
L’iniziativa, nata sotto l’egida della strategia statunitense denominata Pax Silica (la coalizione globale lanciata dall’amministrazione Trump per sfidare la Cina sulle catene tecnologiche più avanzate), punta a rafforzare le filiere legate all’approvvigionamento di semiconduttori e materie prime critiche, e anche allo sviluppo di strumenti elettronici e dell’intelligenza artificiale.
Va sottolineato che le Filippine sono il secondo produttore mondiale di nickel, elemento fondamentale nelle batterie a ioni di litio e per i dispositivi di accumulo di energia. Fino a oggi, una delle principali destinazioni di questo metallo era, non a caso, la Cina, e a un recente summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è stato siglato un accordo strategico nel settore con l’Indonesia, altro attore globale del materiale.
Per Manila, l’intesa con gli USA rappresenta un’occasione di rafforzare un legame storico e anche di vedere un significativo afflusso di capitali per la costruzione di un enorme parco industriale nella Zona per la Sicurezza Economica. La quale, inoltre, si inserisce nel Luzon Economic Corridor (LEC), un più ampio quadro infrastrutturale lanciato inizialmente come progetto trilaterale dal presidente filippino Marcos Jr insieme all’ex premier giapponese Kishida e all’ex presidente USA Biden.
Il corridoio ha subito un’importante accelerazione nelle ultime settimane, con otto paesi – Australia, Canada, Danimarca, Francia, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e anche Italia – che hanno annunciato la propria adesione ufficiale al LEC attraverso le proprie industrie e istituti finanziari.
Appare chiaro che l’importanza dell’Indo-Pacifico è un dato di fatto nella proiezione internazionale dell’Occidente collettivo, al di là delle faglie apertesi tra le due sponde dell’Atlantico. E lo è sia dal punto di vista dei settori principali della competizione economica globale, sia sotto quello di contenimento militare della Cina. Il LEC è pensato per integrarsi in un circuito di relazioni che coinvolge anche Taiwan.
Ma in realtà, la postura esplicitamente predatoria assunta dall’imperialismo statunitense ha portato frizioni anche tra Washington e Manila nella firma di questo accordo. Nei giorni scorsi, indiscrezioni rilanciate dal Wall Street Journal hanno rivelato che il governo filippino avrebbe nei fatti ceduto l’intera area della Zona per la Sicurezza Economica agli Stati Uniti, garantendo immunità diplomatica e l’applicazione del common law stelle-e-strisce. In sostanza, l’area si sarebbe trasformata in una sorta di enclave USA.
Durante l’inaugurazione del progetto a New Clark City, alla presenza del sottosegretario di Stato americano Jacob Helberg, Joshua Bingcang, presidente e amministratore delegato della Bases Conversion and Development Authority (BCDA), organismo di proprietà pubblica che si occupa della conversione di basi statunitensi dismesse, ha smentito questa possibilità, ma non ha negato che fosse stata avanzata.
“È stata una loro richiesta ma non l’abbiamo accettata. Non verrà concesso alcun trattamento speciale agli Stati Uniti”. Il progetto, ha precisato Bingcang, rimarrà rigorosamente sotto le leggi e la giurisdizione filippina. Tuttavia, Helberg non sembrava così convinto, dato che, interpellato dai giornalisti, ha affermato di non voler anticipare tali discussioni, dato che Washington e Manila hanno due anni per definire i dettagli operativi del progetto.
“Avremo conversazioni più dettagliate sul modo tecnico migliore per garantire la tutela degli investitori a lungo termine, assicurandoci al contempo che il nostro approccio sia valido anche per le Filippine”, ha detto Helberg. Toni che sembrano quelli di un padrone, più che di un alleato, che è anche ben consapevole dell’interesse di importanti settori della classe dominante filippina – in particolare l’establishment militare – a cementificare ulteriormente i rapporti con la Casa Bianca.
Visto il passo importante e il dibattito mediatico alzatosi in merito, per ribadire i buoni rapporti tra Washington e Manila il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha intrattenuto una lunga chiacchierata telefonica col presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., il 31 maggio. Al centro della telefonata, oltre alla stabilità nel Mar Cinese Meridionale, vi è stato il pieno supporto americano allo sviluppo del LEC. Difficile non pensare che sia solo retorica, mentre gli Stati Uniti preparano l’ennesima trappola.
Fonte
16/05/2026
Dalla Cina con disorientamento
Certo, Pechino auspica che lo Stretto di Hormuz torni attraversabile liberamente e senza pedaggi, ma Xi ci ha tenuto a ricordare che era già così prima che Usa e Israele, l’ultimo giorno di febbraio, cominciassero “una guerra che non doveva iniziare”.
In ogni caso, la Cina ignora palesemente le “sanzioni” statunitensi. All’inizio di maggio il governo di Pechino ha ordinato alle sue raffinerie petrolifere che acquistano greggio da Teheran di non rispettare né applicare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
E in questi giorni il Ministero del Commercio cinese ha confermato che tali sanzioni “non dovrebbero essere riconosciute, attuate o rispettate“, considerandole misure unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale. Subito dopo la CNN ha riferito che Donald Trump ha annunciato di stare valutando la possibilità di revocare le sanzioni contro le aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.
Certo, cala anche la tensione su Taiwan, ma Trump si è in qualche modo impegnato a ripensare la promessa vendita di armi a Taipei per 14 miliardi di dollari. E a dichiararsi contrario a che l’isola dei nazionalisti, sconfitti da Mao nel ‘49, si dichiari indipendente. Di fatto un siluramento del Partito progressista democratico (DPP) di Lai, al potere a Taipei. Non proprio una vittoria, diciamo…
Del resto, come fanno osservare testimoni italiani dalla Cina, si sono confrontati “uno statista che esprime il minimo indispensabile della cortesia protocollare e dell’eloquenza orientale, e un mercante che usa un linguaggio semplice di luoghi comuni ed espressioni di marketing di basso livello (thank you thank you great honor fantastic day magnificent welcome)”.
Mismatch notevole, perché lo statista ragiona sui secoli, o almeno sui decenni, mentre il mercante si regola sulla tempistica tipica della “trimestrale di cassa”. Nel caso di The Donald dilatata al massimo alle prossime elezioni di midterm (meno di sei mesi).
Non era del resto il primo incontro tra i due, ma dal primo sono passati nove anni. In mezzo c’è stata la parentesi-continuità di Biden, con le sue guerre non strillate ma pericolosissime (l’Ucraina, in primo luogo).
Soprattutto, Cina e America sono cambiate parecchio in quanto a peso delle rispettive economie nel mercato mondiale. “Nel 2017, Trump ha incontrato Xi come leader di una Cina in ascesa; nel maggio 2026, sta incontrando il leader di una Cina che si vede come una superpotenza sicura e uguale”, ha sintetizzato Heidi Crebo-Rediker, senior fellow presso il Council on Foreign Relations.
Numeri alla mano, nel 2025, la Cina è stata un partner commerciale più importante degli Stati Uniti in ben 157 paesi, ossia il 67% delle 233 aree geografiche tracciate da Trade Data Monitor.
Mentre la Cina, insomma, espande la sua influenza pacifica in tutto il mondo, riduce anche la propria esposizione commerciale e finanziaria rispetto agli Stati Uniti, mitigando così l’impatto di qualsiasi tariffa venga in testa al tycoon. Nel primo trimestre del 2026, gli Stati Uniti hanno rappresentato solo il 10% delle esportazioni totali della Cina, in calo rispetto al 18,2% del 2016 prima della prima guerra commerciale di Trump, secondo i dati doganali cinesi.
Nel frattempo, la Cina è stata quest’anno la destinazione per il 4,5% delle esportazioni totali statunitensi, in calo rispetto all’8% del 2016.
Con una sottigliezza che svuota ancor più l’impatto dei dazi Usa. Il calo dell’interdipendenza diretta tra gli Stati Uniti e la Cina è stato in parte compensato dall’aumento di canali che portano comunque merci cinesi in America ma attraverso paesi terzi. La quota del Messico come intermediario è passata dal 6,7% nel 2000 al 24% nel 2020, mentre la quota del Vietnam è passata dallo 0,3% al 7,9%. Ironicamente, forse, Xi ha portato Trump a visitare la “fabbrichetta” dove si producono anche i berretti “Maga”, vendendone milioni… negli Usa.
Non è del resto una novità storica che quando si usano sanzioni o tariffe, si indeboliscono simmetricamente le relazioni commerciali che davano “leva”, ossia possibilità di influire, sul paese partner-concorrente.
Lo dimostra anche la rarefazione degli investimenti diretti (IDE) tra i due paesi, in seguito a divieti imposti dagli Usa all’acquisto di asset ritenuti strategici (ad esempio alcuni porti) da parte di aziende cinesi. Cui sono ovviamente seguite misure analoghe nei confronti a imprese Usa.
Ma è rispetto al resto del mondo che la differenza appare notevole. Nel 2016, gli Stati Uniti sopravanzavano la Cina quanto a investimenti diretti in 56 economie, mentre Pechino era in vantaggio in appena 24 paesi.
L’anno scorso c’è stato quasi il pareggio per quanto riguarda la massa totale degli investimenti, anche se resta ancora un piccolo vantaggio nel numero dei Paesi (42 per gli Usa, 30 per la Cina).
Inoltre proprio la guerra contro l’Iran ha posto la Cina in una posizione migliore. Aggressività militare a parte, la chiara spinta statunitense per il controllo delle residue riserve petrolifere del pianeta (attacco al Venezuela, bombardamenti in Nigeria, caos nel Golfo) e quindi per una base energetica “old style”, facilita enormemente “La posizione dominante della Cina sulla tecnologia dell’energia pulita […] mentre i paesi cercano di migliorare la loro sicurezza energetica”.
L’erosione dell’egemonia è lenta, ma inesorabile.
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08/04/2026
Inizia la visita in Cina della leader dell’opposizione di Taiwan
Cheng Li-wun è stata invitata dal presidente cinese e ha risposto positivamente all’invito, che dalla leader del KMT viene visto come un’occasione per perorare la sua linea politica intorno ai rapporti col Dragone. Si tratta di una scelta significativa in un momento di acceso dibattito interno, con importanti riverberi sulle relazioni in tutta la regione dell’Indo-Pacifico.
È la prima volta in dieci anni che un presidente in carica del principale partito d’opposizione mette piede sul suolo cinese, e l’obiettivo dichiarato da Cheng Li-wun è chiaro: riaprire i canali di dialogo congelati dal 2016 per garantire rapporti stabili e amichevoli. All’interno di Taiwan si sta infatti consumando un duro scontro politico intorno alla spesa militare, e come questa debba essere intesa nella relazione con Pechino.
È innanzitutto Washington a spingere per l’approvazione di un piano di riarmo del valore di circa 39 miliardi di dollari, un po’ per motivi geostrategici, un po’ perché sa che le armi verranno acquistate dalle imprese stelle-e-strisce. Cheng Li-wun propone una spesa drasticamente minore, intorno agli 11 miliardi, sostenendo il dialogo basato sul “Consenso del 1992”.
Il “Consenso” è un’intesa non ufficiale, risalente al 1992, che vedrebbe accettata l’idea che esista “una sola Cina”, senza chiarire quale sia questa “Cina”. Bisogna ricordare che sono pochissimi i paesi che riconoscono Taiwan come stato autonomo. Per molti, il “Consenso” significa accettare la politica di “un paese, due sistemi” perorato dalla Repubblica Popolare, che significherebbe l’unità sotto Pechino, seppur mantenendo sistemi di governance specifici per specifiche regioni (come Hong Kong a Macao).
Per Cheng Li-wun, il “Consenso” è il percorso migliore per evitare l’esplosione delle tensioni e garantire benessere alla popolazioni con scambi equi tra le due economie, ma all’interno del suo stesso partito non tutti la pensano allo stesso modo. Lu Shiow-yen, sindaca della seconda città di Taiwan, Taichung, ha invocato un budget per la difesa di oltre 30 miliardi di dollari, mentre Eric Chu Li-luan, ex presidente del KMT sembra convergere su cifre simili, temendo che una linea troppo morbida possa alienare il supporto di Washington.
Inoltre, il governo di Taipei, guidato dal Partito Progressista Democratico (PPD), legge tra le righe dell’invito da parte di Xi Jinping una strategia ben più aggressiva da parte di Pechino. Il Mainland Affairs Council, agenzia dipendente dall’esecutivo dell’arcipelago, potrebbe essere il tentativo da parte della Cina di “internalizzare” la questione taiwanese, presentandola al mondo come un affare domestico cinese proprio a poche settimane dal cruciale summit tra i presidenti del Dragone e degli USA, previsto per metà maggio.
La questione di Taiwan, come ormai è evidente a tutti, è il perno intorno a cui gira la competizione nell’Indo-Pacifico, che sta assumendo sempre più i toni di uno scontro armato, non solo economico. Ad alimentare questa prospettiva è stato anche il Giappone di Sanae Takaichi, che ha più volte sostenuto che la questione di Taiwan viene considerata strategica dal punto di vista della sicurezza nazionale del Sol Levante.
Oltre alle critiche di reminiscenze dell’epoca coloniale, ciò si accompagna alla revisione della legge costituzionale che consente a Tokyo di avere solo forze di “autodifesa”, precludendo qualsiasi proiezione delle forze armate oltre i confini nazionali. Solo pochi giorni fa il PLA Daily, l’organo ufficiale dell’Esercito Popolare di Liberazione, ha accusato il Giappone di star sviluppando in maniera preoccupante la propria industria della difesa in rapporto stretto con il mondo civile.
Nel 2025, il Sol Levante ha stanziato circa 109,6 milioni di dollari per la ricerca sulla transizione tecnologica, una cifra 18 volte superiore a quella del 2022. Nel 2024 è stato istituito l’Istituto di Scienza e Tecnologia per l’Innovazione della Difesa, un ente modellato sulla statunitense DARPA, a coinvolgere aziende civili nello sviluppo di armamenti avanzati. Mitsubishi Heavy Industries ha visto quadruplicare il valore dei propri contratti con il Ministero della Difesa.
C’è un’ultima ombra allungata dall’esercito cinese: se il Giappone abbandonasse i “tre principi non nucleari” (non produrre, non possedere e non introdurre armi atomiche sul territorio), a partire dalla sua industria nucleare civile ha già oltre 44 tonnellate di plutonio pronte, e potrebbe accelerare sulla creazione della sua prima testata atomica.
Un’ipotesi piuttosto azzardata e non di così breve periodo come viene raccontato, ma che segnala il crescere delle tensioni nell’Indo-Pacifico. Per questo la visita di Chen Li-wun rappresenta uno spartiacque importante, in questa fase di guerra condotta in maniera sempre più generalizzata dagli imperialismi.
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09/03/2026
Appunti sugli indirizzi di politica estera cinese
Per 8 giorni, migliaia di delegati sono chiamati a discutere gli indirizzi politici della Cina, e in questa occasione ad approvare il piano quinquennale delineato dal Plenum del Partito Comunista a fine ottobre 2025, per il periodo 2026-2030. Significa che, in questi giorni, saranno discussi vari temi, dalla crescita allo sviluppo delle “nuove forze produttive”, fino all’autosufficienza tecnologica.
In questo frangente di escalation bellica dovuta all’aggressione imperialista all’Iran da parte di USA e Israele, risulta utile fare il punto su ciò che è stato presentato e dichiarato in merito ai settori della sicurezza, della difesa e della politica estera che vuole seguire Pechino. Il primo elemento è sicuramente l’aumento delle spese per la difesa del 7%, in linea con gli anni precedenti. In queste spese, bisogna tenere presente anche il rafforzamento dell’arsenale nucleare come forma di deterrenza.
Per quanto riguarda il primo dossier di politica estera del Dragone, ovvero Taiwan, il ministro degli Esteri Wang Yi, durante la conferenza stampa tenuta a margine dei lavori, ha affermato: “Taiwan non è mai stato, non è e mai sarà un paese. Il suo ritorno alla Cina è il risultato vittorioso della guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Seconda guerra mondiale”.
Yi ha richiamato una lunga serie di strumenti legali internazionali che sanciscono la politica di “una sola Cina”. Non bisogna inoltre dimenticare che, lo scorso 3 febbraio, si è svolto a Pechino il forum dei think tank del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang di Taiwan, oggi all’opposizione e meno propenso all’inasprimento delle tensioni, al contrario della maggioranza guidata dal Partito Progressista Democratico.
Il richiamo all’ultimo conflitto mondiale e all’imperialismo giapponese torna in un duro attacco mosso da Yi contro Tokyo. Ricordando l’appena trascorso 80esimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, il politico del Dragone ha criticato le dichiarazioni giapponesi che vogliono una “crisi di Taiwan” come una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”.
Pechino critica la rivendicazione di una possibile attivazione della “difesa collettiva”, invocata dalla leadership nipponica. “Gli affari di Taiwan sono affari interni della Cina – ha detto il ministro degli Esteri – che diritto ha il Giappone di intervenire invocando l’autodifesa?” Yi ha ricordato anche che la costituzione giapponese impedisce di avventurarsi in imprese militari esterne: la prima ministra Takaichi vuole esplicitamente modificare l’articolo in merito, e così la Cina critica l’evidente propensione bellicista del Sol Levante.
Il politico cinese, sempre l’8 marzo, ha parlato anche del rapporto con gli Stati Uniti, definendo il 2026 come un “anno cruciale” per le relazioni bilaterali. Yi ha affermato: “nessuna delle due parti può rimodellare l’altra, ma possiamo scegliere come vogliamo interagire, ovvero impegnarci in uno spirito di reciproco rispetto, mantenere la linea di fondo della coesistenza pacifica e lottare per una prospettiva di cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti”.
Fra un mese Trump visiterà la Cina, ed è evidente come i dossier sul tavolo saranno resi più delicati dall’andamento dell’aggressione all’Iran. In merito, Wang Yi ha ribadito la condanna dell’attacco statunitense e israeliano, ma cosa stia facendo davvero Pechino è oggetto di dibattito.
La CNN parla di fonti di intelligence sicure che la Cina sia pronta a fornire aiuti finanziari e militari a Teheran, altri analisti hanno parlato di un “sostegno orbitale”. Allo stesso tempo bisogna sottolineare che il gigante dell’Estremo Oriente si rifornisce di greggio per il 50% dai paesi arabi, e nell’anno appena passato ha importato più petrolio dai sauditi che dagli iraniani.
Se la guerra all’Iran ha come ultimo obiettivo la Cina, per la Cina è innanzitutto fondamentale mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Golfo. Ma lo Stretto di Hormuz è un corridoio fondamentale per il petrolio di tutti questi paesi, e anche per i prezzi globali del greggio. Le tensioni in questo settore avranno ripercussioni dirette anche sull’economia cinese.
È invece più interessante nell'ottica in una trasformazione generale della governance globale, che può attirare tanto l’Iran quanto i paesi del Golfo, la visione espressa sullo sviluppo di un nuovo multilateralismo. Questo appare lo strumento prediletto attraverso cui minare definitivamente, anche senza sostituirla ancora, l’egemonia globale stelle-e-strisce, evitando il coinvolgimento in scontri più o meno diretti.
La Cina ha rilanciato la sua Global Governance Initiative, che ha già raccolto il sostegno di oltre 150 tra paesi e organizzazioni internazionali, ha dichiarato Wang Yi. L’iniziativa cinese punta a un rafforzamento del ruolo cardine delle Nazioni Unite, opponendosi fermamente alla creazione di blocchi esclusivi o strutture parallele.
Da una parte, dunque, l’attacco è tanto all’unilateralismo trumpiano, quanto alla creazione di organismi di “sicurezza” selettivi come sono il QUAD e l’AUKUS, alleanze palesemente create da Washington in funzione anti-cinese. Dall’altra, c’è la volontà di rivitalizzare il sistema di agenzie costruito intorno alla Carta delle Nazioni Unite, ma riformandolo in maniera che rifletta in maniera più aderente la realtà del terzo millennio (compreso il peso e gli interessi dei paesi in via di sviluppo).
Il sunto delle indicazioni di politica estera è questo, ma è chiaro che, per quanto Pechino giochi una complessa partita storica con l’imperialismo, gli sviluppi del conflitto in Iran non potranno non inficiare gli scenari che si troverà a discutere con Trumpd il prossimo aprile.
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19/02/2026
La Cina minacciata: città e postazioni militari a tiro di missile da Taiwan
Il quotidiano ha riportato che c’è la volontà di portare il sistema HIMARS sulle isole di Penghu e Dongyin e, mettendolo in combinazione con i missili ATACMS, minacciare direttamente l’entroterra della Repubblica Popolare. Con una gittata che si aggirerebbe intorno ai 300 chilometri, Taipei potrebbe colpire porti, aeroporti e postazioni dell’esercito del Dragone nelle regioni del Fujian e dello Zhejiang.
La notizia è arrivata poco dopo le esercitazioni taiwanesi svoltesi alla fine di gennaio. Dopo un lungo e strano silenzio, alla fine lo scorso 10 febbraio il Ministero della Difesa di Pechino ha lanciato un monito molto duro. Il portavoce del dicastero, Jiang Bin, ha dichiarato che questo tipo di iniziative sono pericolose e provocatorie, e possono portare a un “disastro devastante”.
La scorsa estate Taipei ha usato il sistema HIMARS in esercitazioni militari, mentre lo scorso dicembre Washington ha dato il via libera alla vendita di ulteriori 420 ATACMS all’arcipelago secessionista. Si tratta di armamenti facenti parte di quello che dovrebbe essere il più grande pacchetto militare fornito dagli USA a Taiwan, di cui l’approvazione è ancora in corso in tutti i suoi dettagli.
Vi sono elementi che preoccupano la sicurezza cinese. Gli ATACMS sono missili che superano di tre volte la velocità del suono, e il cui il profilo di volo raggiunge altitudini che permettono di eludere la maggior parte dei sistemi convenzionali di difesa aerea.
Nell’accordo appena citato, inoltre, è previsto anche il possibile acquisto di 82 HIMARS, piattaforme mobili che segnalano la volontà taiwanese di privilegiare lanciatori spostabili in maniera relativamente veloce rispetto a grandi piattaforme statiche, più vulnerabili a possibili attacchi.
Il giorno successivo alla conferenza stampa di Jiang Bin, il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ne ha tenuta una a sua volta per sostenere il significativo aumento delle spese militari, fino a oggi bloccato dalle opposizioni. “Anche i vicini dell’Indo-Pacifico – ha detto Lai – hanno aumentato la spesa per la difesa in risposta alla crescente aggressione militare della Cina”.
Ma il Dragone non sta minacciando nessuno: l’arcipelago guidato da Taipei è riconosciuto come paese indipendente da una manciata di capitali, mentre gli stessi Stati Uniti seguono la dottrina del riconoscimento internazionale di “una sola Cina”. Inoltre, il dispiegamento di tali armamenti da parte di Taiwan sembra in contrasto anche con il Taiwan Relations Act del 1979, che regola i rapporti tra il paese e Washington.
Secondo il trattato, gli Stati Uniti si impegnano a fornire esclusivamente “armi di carattere difensivo”. La natura degli ATACMS e il loro posizionamento rappresentano un evidente superamento dei termini dell’accordo. L’asse imperialismo guidato dalla Casa Bianca sta accentuando le tensioni lungo tutta la First Island Chain, rischiando di rendere l’Indo-Pacifico un settore ipermilitarizzato, più di quello che è già ora.
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28/12/2025
Risposta cinese alla vendita di armi a Taiwan: sanzioni all’industria bellica USA
Le misure prevedono il congelamento di tutti i beni detenuti in Cina dalle società e dai singoli individui indicati, oltre al divieto assoluto per organizzazioni e cittadini cinesi di intrattenere rapporti d’affari con loro. Tra i giganti colpiti figurano la divisione di St. Louis della Boeing, la Northrop Grumman Systems Corporation, L3Harris Maritime Services e Lazarus AI.
Sul fronte individuale, le sanzioni colpiscono dieci figure chiave, tra cui il fondatore della società di difesa Anduril Industries, Palmer Luckey, e altri nove vertici aziendali. Per loro scatta anche il divieto di ingresso nel territorio cinese. Le autorità statunitensi si sono opposte a questa ritorsione sull’industria bellica, e il Dipartimento di Stato ha invitato la Cina a sedersi a un tavolo con Taiwan.
In una nota ufficiale, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha usato toni perentori: “la questione di Taiwan è il cuore degli interessi fondamentali della Cina e rappresenta la prima linea rossa che non può essere superata nelle relazioni sino-americane. Qualsiasi azione provocatoria incontrerà una risposta vigorosa”. Pechino ha inoltre esortato Washington a cessare immediatamente gli sforzi per armare Taipei.
Gli Stati Uniti riconoscono la politica di “Una sola Cina”, ma sono allo stesso tempo vincolati per legge (il Taiwan Relations Act) a fornire all’arcipelago i mezzi necessari per la propria difesa. Il sostegno militare a Taiwan rischia però di far nuovamente precipitare le relazioni col Dragone, dopo la tregua seguita agli accordi stretti con l’incontro di Seoul di fine ottobre.
Bisogna dire che per ora la risposta cinese appare però molto misurata, più un avvertimento in vista del voto del Congresso sul pacchetto militare che non una ritorsione con un impatto concreto sugli States. I rapporti tra Pechino e il complesso militare-industriale stelle-e-strisce sono del resto sostanzialmente inesistenti, e l’attenzione riguardante la Boeing conferma l’oculatezza cinese.
Le sanzioni sono state poste solo sul braccio militare della compagnia, quello di St. Louis, dove gli stabilimenti hanno visto anche scioperi significativi nell’ultimo anno. Rimane dunque sul piatto il possibile accordo, da più voci accennato, che voleva la vendita di circa 500 velivoli commerciali alla Chinese Airlines, con un importante ritorno per la società statunitense.
Per ora, i messaggi rimangono politici e diplomatici, ma il terreno della tregua commerciale potrebbe presto tornare a tremare, se la Casa Bianca deciderà di riprendere la propria pressione sul Dragone.
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21/12/2025
Vendita monstre di armi a Taiwan, Washington rafforza il cordone intorno a Pechino
Sia Washington sia Taipei confermano che è in corso il dialogo su di un pacchetto enorme di armamenti da vendere a Taiwan: ben 11,1 miliardi di dollari. Si tratta del secondo accordo del genere annunciato dalla seconda amministrazione Trump, ma il precedente accordo di novembre valeva “solo” 330 milioni.
La lista di armamenti è impressionante, anche e soprattutto perché si tratta di dispositivi che aumentano nettamente le capacità belliche di Taiwan: 82 sistemi HIMARS e 420 missili tattici ATACMS (oltre 4 miliardi di dollari), 60 obici semoventi (4 miliardi di dollari), droni kamikaze Altius e software militari avanzati (oltre 2 miliardi di dollari), missili anticarro Javelin e TOW, e infine kit di ammodernamento per i missili Harpoon.
Se passerà così com’è al Congresso, si sta parlando, in sostanza, del più grande pacchetto militare approvato per l’arcipelago, considerato una regione secessionista da Pechino e di cui la sovranità è riconosciuta da una manciata di paesi. Anche gli States riconoscono la politica di “Una sola Cina”, ma continuano ad armare Taiwan, e ad accogliere i suoi ministri, come è successo con quello degli Esteri, Lin Chia-lung, appena prima dell’annuncio del pacchetto militare.
Trump, a fine ottobre, aveva congelato la guerra commerciale con la Cina, seguendo in linea di massima anche le raccomandazioni della Rand Corporation: per porre le basi della competizione egemonica con il Dragone, serve un terreno stabile su cui condurre la lotta. Aveva poi redarguito Sanae Takaichi per le dichiarazioni bellicose contro Pechino, proprio al riguardo del dossier Taiwan.
Se la prima ministra del Giappone aveva bisogno di parole altisonanti per far contenti i proprio sostenitori nazionalistici, a Trump non interessa “parlare” di Taiwan: gli interessa armarlo. E in un certo senso, si può dire che gli interessa farlo innanzitutto per le opportunità di profitto del complesso militare-industriale stelle-e-strisce.
Il governo taiwanese, guidato dal presidente Lai Ching-te, ha recentemente proposto un budget supplementare per la difesa da 40 miliardi di dollari per il periodo 2026-2033. La portavoce presidenziale Karen Kuo ha aggiunto che l’isola intende aumentare la spesa per la difesa fino al 3% del PIL nel prossimo anno, con l’obiettivo di raggiungere il 5% entro il 2030.
Nulla di diverso da quello che The Donald sta imponendo a tutti gli alleati: se volete protezione, dovete pagarla. A guadagnarne saranno le industrie militari USA. Ma allo stesso tempo, chi pensava che Washington avrebbe rinunciato a Taipei come baluardo del contenimento della Cina entro la linea strategica denominata First Island Chain, che va dalla Melesia al Giappone, non aveva calibrato bene la posta in gioco.
Come detto, la Casa Bianca vuole semmai riorganizzare i carichi di lavoro e le funzioni. Maggior impegno del Giappone, e in prospettiva anche della Corea del Sud, sulla Prima Catena, maggior preparazione di Taipei a una guerra asimmetrica, come ha chiesto il Segretario alla Guerra USA Pete Hegseth (anche se le armi di questo pacchetto sembrano più adatte a prevenire uno sbarco).
Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina, Guo Jiakun, ha condannato duramente l’accordo, mostrando di avere ben chiaro come Washington stia usando l’arcipelago: “il tentativo degli Stati Uniti di usare la forza per sostenere l’indipendenza di Taiwan si ritorcerà contro di loro e il loro tentativo di contenere la Cina usando Taiwan non avrà assolutamente successo”.
L’arcipelago si conferma come un punto fermo della politica di Washington, volta a mantenere il primato nella competizione globale. E non potrebbe essere altrimenti se l’obiettivo è quello di sganciarsi da una proiezione globale, e concentrarsi sull’emisfero occidentale, che racchiude sì le Americhe, ma anche il Pacifico.
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01/12/2025
Chi gioca alla guerra su Taiwan?
di Michelangelo Cocco
Una doverosa premessa. Quella dei taiwanesi di preservare l’indipendenza del proprio governo e la loro democrazia è un’aspirazione ammirevole. Tuttavia Pechino avanza rivendicazioni storiche su un territorio il cui status è indefinito secondo il diritto internazionale.
La contraddizione tra aspirazioni taiwanesi e rivendicazioni cinesi era stata risolta lasciandola irrisolta, con Pechino fautrice nei rapporti con Taipei del cosiddetto “consenso del 1992”, raggiunto tra rappresentanti cinesi e taiwanesi e, in quelli bilaterali, del principio “una Cina”, al riconoscimento del quale ha subordinato l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con il resto del mondo.
Sia il “consenso del 1992” che “una Cina” (mai accettati dal Partito progressista democratico che governa Taiwan dal 2016), nella sostanza, riconoscono che esiste una sola Cina (seppur con opposte interpretazioni, a Pechino e Taipei, su chi ne sia il legittimo rappresentante).
I principali attori coinvolti avrebbero dovuto preservare questa ambiguità politica, invece il prepotente riemergere dei nazionalismi ha fatto sì che si sia intrapresa la strada opposta, quella di un pericoloso tira e molla sull’isola, trasformata in un terreno di scontro di interessi contrapposti. Alcuni in particolare hanno preso letteralmente a “picconare” in maniera irresponsabile quel prezioso compromesso.
Quelli del Partito progressista democratico (Dpp) di William Lai e del Partito liberal democratico (Ldp) di Sanae Takaichi sono due governi che hanno molto in comune: entrambi esecutivi di minoranza, stanno fomentando la paura della Cina per provare a rafforzarsi e hanno sposato senza riserve le politiche degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale per contrastare quello che percepiscono come un minaccioso vicino, la Cina di Xi Jinping, che ha reso la “riunificazione” di Taiwan parte della sua strategia di “grandioso risveglio della nazione cinese”.
Da quando, il 21 ottobre scorso, la leader ultra-nazionalista è diventata la prima donna premier del Giappone, la strategica “prima catena di isole” (Taiwan, Giappone, Filippine) è interamente guidata da governi ostili a Pechino.
E quello nipponico si è presentato alla Cina con la dichiarazione in parlamento di Takaichi del 7 novembre scorso, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi».
Pechino ha messo in campo una reazione a 360 gradi: convocazione dell’ambasciatore giapponese a cui ha presentato proteste, boicottaggio economico (turismo cinese in Giappone e pescato nipponico in Cina soprattutto) e una massiccia campagna di propaganda anti-giapponese in Cina.
Martedì scorso il governo di Tokyo ha adottato una risposta scritta a un’interrogazione parlamentare sulle osservazioni di Takaichi, sottolineando che esse «non cambiano la posizione coerente del governo».
Ma a Pechino questa parziale marcia indietro sembra non bastare: «è ben lontana dall’essere sufficiente», ha affermato il giorno successivo Mao Ning. Secondo la portavoce del ministero degli esteri cinese, «ciò che la Cina e la comunità internazionale vogliono chiarito è: qual è esattamente la cosiddetta posizione coerente del Giappone? Il Giappone aderisce ancora al principio di una sola Cina?».
La verità è che Takaichi ha fatto cadere un tabù e – nonostante il comunicato del suo esecutivo – non ha fatto dietrofront. La premier nipponica non riconosce Taiwan e la Cina continentale come un’unica entità e si è detta pronta a far intervenire il suo paese a difesa dell’isola. E lo scontro diplomatico che ha così scatenato con Pechino le sta giovando politicamente: in crescita nei sondaggi, secondo i media locali sarebbe tentata di sciogliere il parlamento per consolidare il proprio potere cercando di ottenere una maggioranza parlamentare con nuove elezioni.
La linea su Taiwan del governo giapponese si può intuire non solo dall’esternazione di Takaichi, ma anche, più concretamente, dai movimenti delle Forze di auto-difesa del Giappone (alleato che ospita 60.000 militari Usa).
Durante un’ispezione a Yonaguni, sabato scorso il ministro della difesa, Shinjiro Koizumi, ha annunciato che nell’isola giapponese a 110 chilometri da Taiwan saranno presto installate batterie di missili a medio raggio. Una mossa che, secondo Mao, «unita alle osservazioni errate della premier Sanae Takaichi su Taiwan, è estremamente pericolosa e dovrebbe destare seria preoccupazione tra i paesi vicini e la comunità internazionale».
Da Yonaguni è possibile colpire facilmente le navi della marina militare dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) che, dalla visita a Taipei dell’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi (2 agosto 2022), hanno aumentato frequenza e complessità delle esercitazioni per circondare Taiwan in vista di un possibile blocco navale o di un’invasione.
E attorno a Yonaguni è ruotato, nell’aprile scorso, un war game Giappone-Stati Uniti che ha simulato lo scenario di un attacco cinese alle basi Usa di Sasebo (Nagasaki) e Iwakuni (Yamaguchi) e uno sbarco dell’Epl proprio a Yonaguni.
Tokyo non ha classificato l’ipotetica offensiva cinese come “attacco diretto al Giappone”, che consentirebbe di esercitare il diritto all’autodifesa secondo la costituzione pacifista del dopoguerra (che impone tuttora rigidi limiti all’impiego delle forze armate), ma come una “situazione minacciosa per la sopravvivenza”, nella quale le Forze di Autodifesa del Giappone (SDF) sono autorizzate a usare la forza in virtù del diritto alla difesa collettiva.
Il concetto di “situazione minacciosa per la sopravvivenza” del Giappone – previsto dal diritto internazionale e che consente ad altri stati di intervenire in aiuto di uno stato attaccato – è lo stesso utilizzato da Takaichi a proposito della sua controversa uscita su Taiwan in parlamento.
A Taiwan intanto, martedì scorso, il premier Cho Jung-tai ha osservato che «dobbiamo sottolineare ancora una volta che la Repubblica di Cina (il nome ufficiale di Taiwan) è un Paese pienamente sovrano e indipendente». Pertanto, ha aggiunto Cho, «per i 23 milioni di abitanti della nostra nazione, la “riunificazione” non è un’opzione, questo è molto chiaro».
Il giorno successivo il presidente, William Lai Ching-te, ha fatto una “gaffe” in conferenza stampa, dichiarando che Pechino sta perseguendo l’obiettivo di «completare l’unificazione con Taiwan con la forza entro il 2027», un’affermazione senza alcun fondamento corretta in seguito sui suoi canali ufficiali per chiarire che si tratterebbe della preparazione a tale opzione e non di un attacco programmato entro il 2027.
Karen Kuo, portavoce dell’ufficio di Lai, ha dovuto chiarire che il 2027 non rappresenta una «data confermata di invasione», bensì di una previsione citata in valutazioni del Congresso e di think tank statunitensi.
La conferenza stampa in questione era quella in cui Lai ha presentato il budget per la difesa più massiccio della storia di Taiwan, 40 miliardi di dollari, anticipato con un editoriale sul Washington Post nel quale il presidente ha spiegato che la sua politica è ispirata alla reaganiana “Peace through strength”.
Le minacce della Cina a Taiwan e alla regione dell’Indo-Pacifico stanno aumentando. Di recente si sono verificate varie forme di intrusioni militari, oltre a campagne marittime nella gray zone e di disinformazione in Giappone, nelle Filippine e nello Stretto di Taiwan, causando profonda inquietudine e disagio a tutte le parti della regione. Taiwan, come parte più importante e cruciale della prima catena di isole, deve dimostrare la propria determinazione e assumersi una maggiore responsabilità nell’autodifesa. La sovranità nazionale e i valori fondamentali di libertà e democrazia sono le basi stesse della nostra nazione.
Lai ha annunciato un bilancio speciale per la difesa di 1.250 miliardi di dollari taiwanesi (39,9 miliardi di dollari statunitensi), che include finanziamenti per un sistema di difesa aerea “Taiwan dome” con capacità avanzate di rilevamento e intercettazione.
I fondi saranno distribuiti nell’arco di otto anni, a partire dal prossimo anno fino al 2033.
In precedenza, Lai aveva promesso di aumentare la spesa per la difesa fino al 5 per cento del Pil, rispondendo alla necessità degli Stati Uniti di scaricare in parte il peso della difesa dell’isola sull’isola stessa e proprio come il Giappone, che quest’anno, con due anni di anticipo, raggiungerà la soglia del 2 per cento, per puntare oltre.
Mentre gli Stati Uniti, il 30 ottobre scorso, hanno siglato con la Cina una tregua commerciale di un anno, iniziando un’evidente distensione nelle relazioni bilaterali, su Taiwan si è riaccesa la tensione per le mosse di Tokyo e Taipei, due tra i loro più importanti alleati nel Pacifico occidentale.
Si tratta, ovviamente, di mosse (come quella dell’installazione di missili a Yonaguni) che non possono essere state fatte all’insaputa di Washington.
Trump se l’è cavata con la doppia telefonata, lunedì a Xi e il giorno successivo a Takaichi, con la quale ha ufficialmente provato a gettare acqua sul fuoco dello scontro sino-nipponico.
A Xi Trump ha assicurato che «gli Usa comprendono quanto la questione di Taiwan sia importante per la Cina». Mentre a Takaichi, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, ha consigliato di abbassare i toni.
A Taiwan c’è un grande dibattito (ne abbiamo parlato nel podcast Taiwan alla prova di Trump) sulla politica di Trump, che le ha tolto lo “scudo di silicio” e che sostiene meno il Dpp rispetto alla precedente amministrazione.
Anche se è probabile – ma bisogna aspettare per tirare le somme – che Trump non sostenga Taiwan come il suo predecessore, seguendo una linea che punta anzitutto agli affari, non ideologica, è tuttavia chiaro che la strategia degli Stati Uniti è comunque quella di un contenimento della Cina.
E le mosse sul terreno, a partire dai preparativi militari di tutte le parti coinvolte, dicono che il pericolo di un conflitto su Taiwan non è affatto scongiurato.
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26/11/2025
Il Giappone provoca la Cina. Missili a medio raggio a poca distanza da Taiwan
La diatriba di inizio mese era arrivata persino all’ONU lo scorso venerdì, con il rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, Fu Cong, che ha scritto una lettera al Segretario Generale, Antonio Guterres, affermando: “se il Giappone osasse tentare un intervento armato nella situazione delle due sponde dello Stretto, sarebbe un atto di aggressione”.
La nuova mossa del Sol Levante non è un’aggressione in senso stretto, ma di certo mira a infuocare la regione. È sull’isola di Yonaguni, infatti, che verranno posizionati missili “di Tipo 03, in grado di intercettare minacce balistiche”, riporta l’ANSA. Il ministro della Difesa giapponese, Shinjiro Koizumi, ha definito non corrette le opinioni secondo cui ciò aumenterà le tensioni regionali. Anche perché i sistemi missilistici possono colpire bersagli aerei solo fino a 48 km di distanza.
Ma non si capisce cosa dovrebbero difendere se non i cieli intorno all’isola di Formosa, dato che il Giappone non è di certo un obiettivo del Dragone. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato che la Cina “non permetterà mai alle forze di estrema destra giapponesi di invertire il corso della storia, non permetterà mai l’interferenza di forze esterne negli affari taiwanesi, né la rinascita del militarismo giapponese”.
Takaichi è conosciuta per le sue posizioni nazionaliste, ma anche per il suo profilo che risponde perfettamente alla tendenza alla guerra che l’imperialismo occidentale e i suoi alleati hanno imboccato. Ed è chiaro che sta promuovendo un braccio di ferro con Pechino per mantenere con le promesse fatte nella corsa alla guida del suo schieramento (il Partito Liberaldemocratico).
Ma anche perché gli ultimi sviluppi sul conflitto in Ucraina mostrano che il baricentro della politica mondiale si sta spostando sempre più verso l’Indo-Pacifico. La UE è al momento un nano nello scenario globale, e Trump sta evidentemente spostando l’attenzione di Washington verso l’America Latina e la “West Coast”.
Takaichi ha ricevuto The Donald a fine ottobre, e si è accordata per investimenti e accordi sulle terre rare in cambio della stabilizzazione dei rapporti commerciali. Ora la politica nipponica vuole provare a riguadagnare per il proprio paese un ruolo di primo piano nello scenario del Pacifico.
Il tutto, ovviamente, pone pressione alla Cina, sul tema considerato imprescindibile della riunificazione dell’arcipelago considerato ribelle al paese. E appunto, Tokyo si comporta come se il Dragone stesse preparando la conquista del mondo, e non stesse rivendicando un territorio la cui indipendenza non è formalmente riconosciuta quasi da nessuno, nemmeno dal Giappone stesso.
Un dossier che Trump aveva sapientemente glissato durante l’incontro con Xi Jinping che, meno di un mese fa, ha permesso di ristabilire un quadro di competizione dura, ma comunque normata in maniera prevedibile.
La “linea rossa” tra i due presidenti si è concretizzata in una telefonata, alla fine della quale la parte cinese ha ribadito il ritorno di Taiwan alla Cina come parte dell’ordine post-bellico. Mentre la parte stelle-e-strisce ha evitato l’argomento: sul social Truth, Trump ha parlato di economia e sostegno cinese alla pace nel conflitto ucraino.
Non sembra dunque assurdo che, mentre la Casa Bianca stabilisce il terreno della competizione egemonica, lasci alla guerrafondaia giapponese il compito di premere l’acceleratore sulla dimensione militare.
Fonte
20/11/2025
Che succede tra Cina e Giappone?
Shanghai non può più essere colpita con missili Tomahawk dalla base dei marine di Iwakuni. I lanciatori Usa Typhon – rimasti nella prefettura giapponese di Yamaguchi ben oltre la durata del war game Usa-Giappone “Resolute Dragon 2025”, per il quale vi erano stati installati a settembre – sono stati infine rimossi, ha annunciato l’altro ieri il ministero della difesa di Tokyo nel bel mezzo della crisi diplomatica scoppiata tra Cina e Giappone.
I missili Usa di medio raggio, testati per la prima volta in Giappone (e già provati nelle Filippine), così come la risposta di Pechino all’esternazione su Taiwan della neopremier nipponica Sanae Takaichi, sono un sintomo delle cause profonde di questa crisi: nel Pacifico occidentale l’egemonia Usa sta subendo forti scossoni, sia per l’ascesa economico-militare della Cina, sia per la scelta di Washington di delegare in parte agli alleati la difesa dei suoi interessi e i relativi oneri.
La dichiarazione che ha dato il via alla controversia, pronunciata dall’ultra-nazionalista Takaichi il 7 novembre scorso in parlamento, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi», non è che l’epifenomeno di un malessere più diffuso, da Pechino a Tokyo, Manila, Taipei e Seul: quello della diffidenza reciproca e il conseguente riarmo a tappe forzate, che evidenziano quanto sia concretamente percepito il rischio di una prossima guerra nel Pacifico.
Mentre l’Europa è concentrata sulla guerra di logoramento della Russia all’Ucraina e (decisamente molto meno) sull’annosa questione palestinese, è nell’Asia-Pacifico, l’area economicamente più dinamica del Pianeta, nella quale sta crescendo l’influenza cinese, che si registrano i cambiamenti in grado di produrre una drammatica rottura tra la potenza in ascesa e quella egemone.
Queste trasformazioni sono innanzitutto economiche, con le compagnie cinesi che, per la prima volta nella storia, rosicchiano alle concorrenti delle economie avanzate fette di mercati di beni di consumo ad alto valore aggiunto, contribuendo così a un ulteriore avanzamento della Cina.
Alla diffusione della narrazione sulla Cina che vuole “conquistare il mondo” si accompagna un riarmo a tappe forzate. Da anni il tasso d’incremento delle spese militari di Pechino supera quello del prodotto interno lordo, e con la gigantesca parata del 3 settembre in piazza Tiananmen, nonché la più recente entrata in servizio della terza portaerei made in China, sono apparse chiare la qualità e la rapidità dell’ammodernamento dell’Esercito popolare di liberazione.
E gli alleati Usa nella regione non stanno a guardare. Le Filippine hanno dato maggiore accesso all’arcipelago ai militari Usa, provato il sistema Typhon, e stretto una cooperazione militare con il Giappone; quest’ultimo ha portato le spese militari al 2 per cento del Pil con un paio d’anni d’anticipo sulle previsioni, rafforzato l’alleanza con gli Usa e avviato lo smantellamento della Costituzione pacifista; la Corea del Sud ha ottenuto l’ok da Washington per dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare.
Di questioni irrisolte ed esplosive, potenziali casus belli, nella regione ce ne sono almeno tre. Taiwan, con la Cina di Xi che insiste sulla necessità della “riunificazione”, senza escludere l’uso della forza per portarla a compimento; il Mar cinese meridionale, nel quale Pechino ha contenziosi territoriali con diversi vicini, a cominciare dalle Filippine; il Mar cinese orientale, con l’arcipelago delle Diaoyu-Senkaku conteso tra Cina e Giappone.
Ovviamente non c’è alcun automatismo tra queste dispute e lo scoppio di una guerra. Pechino, ad esempio, sostiene di voler risolvere le controversie nel Mar cinese meridionale col dialogo bilaterale o attraverso l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean), mentre ritiene quella di Taiwan una questione “interna”, rispetto alla quale respinge ogni ingerenza.
Tuttavia a spingere nella direzione dello scontro è il cambiamento del quadro regionale. Con il riarmo della Cina, soprattutto navale, a sostegno delle rivendicazioni di Pechino su Taiwan e nei “suoi” mari. E, in egual misura, con il nuovo containment Usa, una riedizione di quello della Guerra fredda che, come contro l’URSS, vede ogni iniziativa cinese – politica, economica, militare – come una minaccia, alla quale opporre contromisure per frenarne l’espansione.
E poi c’è il vento del nazionalismo, che soffia forte a Pechino come a Tokyo. In Cina il 90 per cento della popolazione non si fida dei giapponesi e viceversa, secondo un recente sondaggio incrociato, mentre negli ultimi mesi ci sono stati attacchi a cittadini giapponesi in Cina e cinesi in Giappone.
Ipotizzando un intervento militare del Giappone a difesa di quella che Pechino considera una sua provincia (occupata dal Giappone dal 1895 al 1945), la leader del partito liberaldemocratico ha scavalcato il principio al quale si attengono ufficialmente sia il suo paese sia gli Usa, la cosiddetta “ambiguità strategica”.
Takaichi ha fatto un clamoroso pasticcio all’esordio del suo governo? No, la sessantaquattrenne erede di Shinzo Abe ha sostenuto da premier ciò che il suo mentore aveva detto mentre non ricopriva l’incarico: il Giappone si riarma anche per fronteggiare la Cina. È un cambiamento strategico, non una gaffe, per questo Takaichi si rifiuta di ritrattare la sua dichiarazione, come chiede Pechino.
L’altro elemento che riflette la magnitudo dei cambiamenti in corso è l’ampiezza e la fermezza della reazione che Pechino ha scatenato dopo l’uscita di Takaichi, che lascia immaginare due cose, dalle conseguenze molto profonde: che la Cina percepisca le politiche degli Usa e dei loro alleati regionali proprio come un containment da spezzare; che la Cina si senta ormai una grande potenza, pronta a tutelare i suoi interessi con ogni mezzo.
La prima risposta alle dichiarazioni di Takaichi è stata quella classica, la convocazione dell’ambasciatore giapponese a Pechino, per porgergli proteste presentate come provenienti direttamente dalla leadership, come ad accrescerne la solennità. Immediatamente è stata attivata l’oliata e sempre più pervasiva macchina della propaganda, soprattutto attraverso i social, che ha presentato Takaichi come un mostro che vuole far rivivere gli orrori del militarismo imperiale nipponico.
Per inciso, la storia dell’occupazione e dei massacri giapponesi in Cina in questa vicenda conta. Dal massacro di Nanchino alle nefandezze dell’Unità 731 comandata da Shiro Ishii, quella memoria viene tramandata da decenni sia a tutela della legittimità del partito che (assieme al Kuomintang) ha liberato il paese dagli occupanti, sia per contrastare ogni nuova tentazione militarista di Tokyo.
Poi è arrivato l’invito del governo a studenti e tour operator a non andare in Giappone (a poco più di un mese dal Capodanno cinese, per l’economia nipponica si profilano perdite pesanti), perché il paese sarebbe “pericoloso”. Su questo fronte – quello economico-commerciale – nei prossimi giorni la Cina potrebbe esercitare ulteriori pressioni sul Giappone, per ottenere il dietrofront di Takaichi. Navi della guardia costiera di Pechino si sono dirette verso le isole contese Diaoyu-Senkaku.
Infine, il Quotidiano del popolo, ha esortato le nazioni asiatiche a restare “in massima allerta” di fronte al potenziale “pericoloso” orientamento strategico del Giappone, tracciando un paragone tra Takaichi e il militarismo imperiale nipponico.
Insomma una risposta molto dura, mentre il ministero degli esteri ha fatto sapere che il premier, Li Qiang, non ha intenzione di incontrare Takaichi al summit del G20 in Sudafrica del 22-23 novembre.
In Occidente la reazione di Pechino può apparire esagerata. In fondo la premier nipponica ha “semplicemente” ipotizzato un intervento militare del Giappone nel caso che un’azione di Pechino nei confronti di Taiwan rappresentasse una minaccia esistenziale.
Per chi governa la Cina ininterrottamente dal 1949 invece si è trattato di una risposta necessaria, in linea con la costante, quotidiana riaffermazione della sovranità di Pechino su Taiwan. Che piaccia o no, siamo di fronte a una grande potenza che rivendica sovranità sull’isola, che giudica storicamente sua e geopoliticamente strategica, che ha come obiettivo la “riunificazione” di quel territorio, e che non può tollerare che la premier di un paese vicino, membro del G7 e alleato degli Stati Uniti, metta in dubbio tale sovranità.
Dal ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, di Donald Trump, i diplomatici e funzionari cinesi hanno letteralmente martellato l’amministrazione repubblicana, avvertendola di non superare le cosiddette “linee rosse” su Taiwan (sostegno all’indipendentista Partito progressista democratico e massicci armamenti a Taipei), confidando, con Trump, in un relativo “disinteresse” di Washington per quella che resta comunque una postazione strategica da difendere, ma che Trump è meno propenso ad armare e alla quale ha tolto il cosiddetto “scudo di silicio” ottenendo massicce localizzazioni negli Stati Uniti di TSMC, la compagnia taiwanese leader globale nella produzione di microchip.
Se Pechino da decenni condiziona le relazioni diplomatiche al riconoscimento (e alla continua riaffermazione) da parte dei propri partner del principio “una sola Cina” e dedica un’attenzione ossessiva alle mosse di Washington su Taiwan, per scrutarne ogni possibile, minimo mutamento che potrebbe esser letto come a favore di Taiwan, nei confronti di un paese del G7, alleato e satellite degli Usa, non ci si poteva aspettare che una simile reazione.
E Pechino non si fermerà fin quando non avrà ottenuto la retromarcia ufficiale di Takaichi, o qualcosa che le somigli molto.
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30/10/2025
Incontro Trump-Xi Jinping: guerra commerciale congelata, per ora…
Ma andiamo con ordine. Il faccia a faccia è durato poco meno di due ore, e non si è concluso con una dichiarazione congiunta finale. Date le condizioni con cui si è arrivati a questo incontro non sembra una sconfitta: previsto da tempo a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Community (APEC), Trump sembrava vicino a farlo saltare con il rilancio della guerra commerciale promosso nelle ultime settimane.
Ma al solito, abbiamo visto in azione i capisaldi della politica TACO (Trump always chicken out, ovvero ‘Trump si tira sempre indietro’), formula diffusa sui media oltreoceano che fa infuriare The Donald, perché – e diremmo noi, stavolta giustamente – è chiara la logica delle sue dichiarazioni poi spesso ritrattate o ammorbidite: minacciare per poi ottenere un accordo più vantaggioso. Forse è sul carattere intimidatorio di una tale prassi che dovrebbero concentrarsi i giornalisti, ma tant’è...
I contenuti: “su una scala da 1 a 10, l’incontro con Xi è stato 12”, dice Trump. Il presidente USA parla di dettagli ancora da limare, ma un accordo complessivo sarebbe in arrivo. Intanto, Trump ha annunciato la riduzione dei dazi sulle merci cinesi dal 57% al 47%, abbassando dal 20% al 10% la tariffa che aveva imposto sui prodotti di Pechino in virtù del supposto ruolo nel traffico di fentanyl.
In cambio, la Cina si impegna a collaborare contro i flussi di questo stupefacente, a tornare ad acquistare grandi quantità di soia stelle-e-strisce, e anche a sospendere per un anno le restrizioni all’esportazione di terre rare, con un’intesa rinnovabile poi annualmente. Un lasso di tempo molto breve, ma di questi tempi rappresenta una boccata d’aria per la complessità dello scenario geopolitico.
Questa stabilizzazione dei rapporti era stata auspicata dalla Rand Corporation, uno dei think tank principali degli States, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborare indirizzi di politica estera per decenni. Nel 2016 ipotizzava vari scenari di guerra con la Cina, entro una decina d’anni, mentre oggi parla di come rendere una lotta senza regole per l’egemonia una competizione su binari prevedibili.
Traducendo dal sito della Rand, leggiamo in un recentissimo rapporto che per limitare i pericoli, pur in un contesto di intensa competizione, è possibile “individuare meccanismi limitati di stabilizzazione in diverse aree problematiche specifiche”, e in particolare gli analisi “offrono raccomandazioni specifiche sia per la stabilizzazione generale della rivalità sia per tre aree problematiche: Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la competizione in ambito scientifico e tecnologico”.
Le terre rare sono un elemento centrale dell’ultimo punto, ma Washington non sembra seguire in tutto e per tutto le indicazioni della Rand. Ad esempio, l’annuncio fatto da Trump tramite il social Truth del rilancio dei test nucleari non si allinea troppo bene con “l’accettazione reciproca della deterrenza nucleare strategica”.
Ma l’aver lasciato da parte, nel confronto a Busan, temi scottanti come Taiwan allontana un confronto militare più o meno diretto. Anduril ha stretto importanti accordi per l’industria bellica con Taipei, ad esempio, ma il rapporto con Washington si è spostato da una difesa senza condizioni a una difesa da pagare profumatamente. Magari anche con il trasferimento, almeno parziale, delle filiere dei chip sul suolo statunitense.
Soprattutto, la Rand ha scritto di “ripristinare diverse linee di comunicazione affidabili tra alti funzionari” e di “migliorare le pratiche di gestione delle crisi, i collegamenti e gli accordi tra le due parti”. L’incontro appena svoltasi va evidentemente in questa direzione: c’era una pletora di figure di spicco di entrambe le amministrazioni accanto ai due presidente.
Xi Jinping ha avallato questo abbassamento dei toni, e la possibilità di intese specifiche su dossier di interesse comune. “La Cina e gli Stati Uniti – ha detto all’inizio dell’incontro – possono assumersi congiuntamente le loro responsabilità di grandi potenze e lavorare insieme alla realizzazione di progetti più ambiziosi e concreti, per il bene dei nostri due paesi e del mondo intero”.
Trump ha già annunciato che si recherà in Cina il prossimo aprile, mentre Xi Jinping farà lo stesso negli Stati Uniti poco dopo, e sembra ci sarà un canale diretto per la negoziazione sulle questioni commerciali. Non un ‘telefono rosso’ come durante la Guerra Fredda, ma è chiaro che questo incontro è stato fatto perché i risultati che ne sono venuti fuori durassero. TACO permettendo.
Un ultimo paio di appunti vanno fatti. Washington e Pechino non sono gli unici attori in gioco. Trump ha annunciato anche nuovi accordi con la Corea del Sud, mentre un paio di giorni fa Cina e ASEAN hanno finalizzato un nuovo accordo commerciale al 47esimo summit dell’organizzazione del Sud-Est asiatico, tenutosi in Malesia. Intanto, l’Indonesia ha emesso per la prima volta obbligazioni sovrane prevalentemente in yuan.
Quello che abbiamo di fronte è un mondo che va cambiando profondamente, e il multipolarismo è un’evidente realtà. Le opportunità di alternative vanno colte anche alle nostre latitudini.
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19/09/2025
Scintille intorno a Taiwan, la NATO schiera le sue navi e alza la tensione
Questa volta, in maniera più esplicita, è la NATO l’attore che si confronta con Pechino. Infatti, sia un cacciatorpediniere USA sia una fregata britannica hanno seguito il percorso della portaerei Fujian, vicino alle coste dell’arcipelago taiwanese, che pochi giorni fa ha attraversato lo Stretto di Formosa.
La Fujian è la terza portaerei varata dal Dragone, è stata presentata nel 2022 e dal 2024 sta portando avanti collaudi ed esercitazioni. Il passaggio per lo stretto che separa la Cina continentale da Taiwan era parte di queste attività, “coerenti con il diritto internazionale e prive di riferimenti a Paesi o obiettivi specifici”, ha specificato Jiang Bin, portavoce del ministero della Difesa.
L’azione è stata però intesa come una dimostrazione di potenza verso l’arcipelago considerato come provincia ribelle, e non riconosciuto come Stato indipendente da quasi nessuno paese al Mondo. Soprattutto, perché si è svolta mentre gli USA stanno portando avanti col Giappone delle esercitazioni con i sistemi missilistici Typhon nell’isola di Okinawa, che proseguiranno fino al 25 settembre.
Taiwan ha risposto annunciando, lo stesso giorno del passaggio della Fujian, che il ministero della Difesa sta lavorando a un bilancio straordinario settennale, separato da quello annuale, che dovrebbe impegnare ulteriori fondi per un totale che varia tra i 22 e i 28 miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la propria deterrenza contro la Cina.
Nel frattempo, è stato annunciato un accordo per il quale l’azienda stelle-e-strisce Anduril – parte del nuovo blocco di aziende che ha acquistato peso nel complesso militare-industriale statunitense, in particolare con Trump – produrrà il missile da crociera Barracuda-500 e un drone sottomarino in collaborazione col National Chung-Shan Institute of Science and Technology (NCSIST) di Taiwan: è la prima volta che si raggiunge un’intesa simile.
Dopo aver tenuto un incontro online col segretario alla Difesa Pete Hegseth la scorsa settimana, il ministro della Difesa di Pechino ha ribadito ieri che il ritorno di Taiwan alla Cina “è parte integrante dell’ordine post-bellico”. Lo stesso ha ribadito, in sostanza, il portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese.
Che la linea di faglia tra Washington e Pechino passi per Taiwan è risaputo, e tali eventi non fanno che confermarlo. Inoltre, alcune recenti dichiarazioni di Trump dimostrano che lo spostamento dell’attenzione verso l’America Latina non può prescindere dal mantenere una cintura di sicurezza intorno al Dragone.
In una conferenza stampa congiunta con Keir Starmer, durante la sua visita nel Regno Unito, The Donald ha rivelato l’intenzione di riportare in mano statunitense la base aerea di Bagram, in Afghanistan. Uno degli hub militari fondamentali degli USA, durante l’invasione ventennale del paese, viene nominato quasi dal nulla da parte del tycoon, con un nemico chiaro: la Cina.
Trump ha infatti ricordato che la base si trova “a circa un’ora di distanza da dove la Cina sta sviluppando le sue armi nucleari”. Parole che non possono passare inosservate, perché palesano lo sguardo vigile sull’arsenale nucleare del Dragone, e persino l’idea di puntarvi contro aerei e bombe. Una dichiarazione che, ancora una volta, stride con la figura di pacificatore che vuole affibbiarsi il presidente degli Stati Uniti.
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