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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/08/2026

La volontà belligerante cinese non va sottovalutata

Di seguito proponiamo una interessante analisi che sollecita a prendere atto – da una posizione marcatamente occidentale cui ovviamente va fatta la tara – del cambio di passo di Pechino circa la propria assertività militare.

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Quando si tratta di analizzare il potenziale militare e di predire la postura della Repubblica Popolare Cinese (RPC), spesso e volentieri si tende a raggiungere conclusioni estreme e opposte: o Pechino non è una minaccia e mai lo sarà, oppure siamo sull’orlo di un conflitto aperto. Si tende cioè a sottovalutare, o per contrario a sopravvalutare, il potenziale bellico cinese ma soprattutto la volontà della RPC di dare inizio a un conflitto. Con ogni probabilità, grazie a osservazioni e raccolte di dati durate lustri, ci troviamo in una situazione molto diversa, ma comunque per niente foriera di pace e stabilità nel corto/medio termine.

Dal punto di vista strettamente militare, la RPC ha ormai da decenni intrapreso una costruzione di forze in grado, in un futuro relativamente prossimo (orizzonte 2040), di farla diventare una potenza globale capace di affrontare – e sconfiggere – gli Stati Uniti. Si tratta di uno sforzo generale di ampia portata che non riguarda solo il numero di assetti presenti nelle diverse branche delle forze armate, ma anche il loro livello qualitativo, il cambiamento delle dottrine di impiego che ne consegue, e soprattutto afferisce a un profondo miglioramento e potenziamento delle infrastrutture militari in generale.

Un interessante articolo apparso su War on the rocks sottolinea in modo semplice ed esaustivo questo processo, mettendo in guardia sulla fallacia e pericolosità di farne un’analisi sottovalutante.

Nell’articolo, si afferma infatti che Pechino ha trascorso anni a modificare traghetti civili per la messa a mare di veicoli blindati anfibi, a sviluppare attrezzature specializzate per lo sbarco di forze senza la necessità di infrastrutture portuali convenzionali, a rafforzare decine di basi aeree e ad espandere rapidamente le forze missilistiche che potrebbero essere utilizzate per scoraggiare o sconfiggere un intervento statunitense. Eppure, allo stesso tempo, una linea di analisi ricorrente sostiene che le preoccupazioni sulle capacità militari della RPC siano esagerate e che un’invasione di Taiwan rimanga al di fuori della portata dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA – People’s Liberation Army). Queste analisi, secondo l’autore, differiscono per aspetti importanti: alcune sottolineano il carattere politico dell’esercito cinese, la mancanza di esperienza in combattimento e le carenze istituzionali; altre evidenziano gli straordinari ostacoli militari, economici, geografici e politici che un’invasione dovrebbe affrontare, oppure le purghe e altri segnali di disfunzione all’interno delle forze armate cinesi.

La realtà però, se considerata nel suo insieme temporale e avendo come punto di riferimento la nuova politica di Xi Jinping dal suo avvento sino a oggi, ci racconta una storia diversa. Certamente non siamo davanti a mistificazioni – nella stragrande maggioranza dei casi – e certe argomentazioni restano valide, ma l’incertezza sul successo della RPC in un conflitto aperto (per Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale) non equivale alla certezza della sua incapacità. Le prove disponibili non supportano un giudizio categorico secondo cui Pechino non possieda – e continuerà a non possedere – la capacità militare necessaria per conquistare e mantenere Taiwan o affrontare militarmente le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La RPC potrebbe già disporre di una strada credibile per il successo, sebbene tale successo – soprattutto di fronte a un intervento statunitense – sia tutt’altro che garantito.

L’obiezione che l’autore fa alle analisi meno allarmistiche sono le stesse che abbiamo condiviso da anni: la carenza di unità per la guerra anfibia non significa – nel caso cinese – essere incapaci di compiere un’operazione anfibia su vasta scala considerando che il PLA da almeno 3 lustri si esercita e utilizza navi civili riadattate per le operazioni militari di sbarco. Sul tema della proiezione di potenza marittima, supportata da una marina militare in ampliamento numerico e qualitativo che è già la più numerosa al mondo, non si tiene quasi mai conto della Guardia Costiera, della milizia marittima, delle forze missilistiche antinave a lungo raggio basate a terra e del trasporto marittimo civile, tutti elementi che sono rilevanti per la proiezione di potenza marittima e che sono cruciali per le operazioni in acque limitrofe, come appunto un attacco a Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale, o in quello Orientale (leggasi isole Senkaku).

Più ancora, la force building navale – perdonateci la terminologia anglosassone – è indicativa della volontà di portare il proprio potenziale bellico oltre la Prima Catena di Isole, con la prospettiva – più che chiara – di arrivare a ottenere la capacità di controllare nel medio periodo il Pacifico Occidentale sino e oltre la Seconda Catena di Isole. Lo stesso ragionamento potremmo farlo per le forze missilistiche, che annoverano un numero elevato di vettori balistici di raggio medio e intermedio in grado di colpire quasi ovunque nel medesimo teatro, oppure per le forze aeree, che si sono dotate di velivoli di quinta generazione con una vocazione da superiorità aerea in profondità, fattore che dovrebbe far pensare a un loro utilizzo non per scopi strettamente difensivi ma per avere capacità di air dominance a grande distanza.

Quello che forse è ancora più sottovalutato, e oggetto a volte di mistificazioni, è la volontà cinese di poter usare la forza militare. Anche in questo caso, le anime più “pacifiste” ci ripetono il desiderio di Pechino di cooperare a livello internazionale per ottenere “pace e stabilità” attraverso la costruzione di reti commerciali sinocentriche, oppure alcune arrivano a mistificare la storia cinese affermando che la RPC non ha mai partecipato a una guerra nella sua pluridecennale storia, dimenticando l’intervento diretto nel conflitto coreano negli anni Cinquanta, l’attacco all’India nel 1962 e i due brevi conflitti col Vietnam a cavallo tra anni Settanta e Ottanta.

La realtà, in questo caso, è notevolmente diversa e possiamo affermarlo dai segnali che leggiamo e che ci arrivano da diversi quadranti geografici e dallo stesso Politburo. Le esercitazioni militari cinesi, ad esempio, sono attagliate principalmente su un conflitto per Taiwan: non solo si simula – con tanto di modelli in grandezza naturale – la presa manu militari di Taipei, ma dal 2024 a oggi le esercitazioni aeronavali e anfibie hanno simulato diversi scenari tra cui il blocco navale dell’isola e un vero e proprio sbarco anfibio che è stato messo in scena in una porzione geografica estesa esattamente quanto l’isola di Taiwan. Esercitazioni, queste ultime, che – guarda caso – hanno utilizzato unità navali civili come i traghetti Ro-Ro (Roll On Roll Off). Cambiando scenario, nel Mar Cinese Meridionale la postura cinese si è fatta sempre più aggressiva verso le Filippine e Pechino sta utilizzando per la prima volta le sue forze armate in dimostrazioni di forza a ridosso dell’arcipelago di Manila, invece di impiegare esclusivamente la Guardia Costiera e le flottiglia paramilitare da pesca come ha fatto negli anni precedenti in azioni coercitive e aggressive.

Lo stesso presidente Xi Jinping, in occasione del vertice a Pechino col suo omologo statunitense Donald Trump, ha tenuto a ribadire – oltre alla “trappola di Tucidide” ormai nota – che la rivendicazione di Pechino sull’isola di Taiwan rimane “la questione più importante” nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e che se gestita male – ovvero qualora Washington dovesse intromettersi a difesa dell’isola – i due Paesi “si scontreranno o addirittura entreranno in conflitto, spingendo l’intera relazione sino-americana in una situazione molto pericolosa”. La RPC sta quindi dimostrando non solo di avere forze militari che stanno diventando uno strumento sempre più moderno ed efficace – nonostante le perplessità più volte evidenziate – ma anche di avere la volontà di utilizzare lo strumento militare per ottenere i propri obiettivi strategici.

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14/08/2026

Il fondatore di Anduril descrive la deterrenza pensata per Taiwan

Non la vittoria sul campo di battaglia in una conflitto aperto, bensì rendere qualsiasi operazione militare eccessivamente costosa, a livelli tali da renderla impensabile per Pechino. È questa la sintesi della strategia di Washington nei confronti di Taiwan illustrata da Palmer Luckey, fondatore della società americana di tecnologia militare Anduril Industries.

Secondo Luckey, l’obiettivo primario degli Stati Uniti non consiste nel pianificare la vittoria in un scontro diretto con la Repubblica Popolare Cinese, ma nel convincerla a cancellare dal tavolo questa ipotesi. Una dottrina di deterrenza che punta a disincentivare qualsiasi opzione militare trasformando Taiwan in un bastione inespugnabile, garantendo le sue forniture tecnologiche, non potendo sostituirle in tempi brevi con produzioni stelle-e-strisce.

Anduril Industries sta partecipando attivamente a questi piani, seguendo una tabella di marcia definita dalla linea guida strategica denominata “China-27”, che prevede un’ipotesi di lavoro secondo cui Pechino potrebbe sviluppare la capacità di intraprendere un’azione militare decisiva contro Taiwan entro il 2027, per il centenario della fondazione dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Per tradurre questa filosofia in realtà operativa, Anduril sta fornendo a Taipei un sistema difensivo ad altissimo contenuto tecnologico. Il piano si articola su due pilastri principali. Da una parte, l’interdizione marittima e anfibia, con la fornitura di missili avanzati e munizioni guidate senza pilota, progettate specificamente per intercettare e infliggere perdite devastanti alle forze di sbarco navale.

Dall’altra, la protezione delle infrastrutture critiche attraverso lo sviluppo e l’integrazione di un sistema avanzato di difesa aerea guidato da algoritmi di intelligenza artificiale, destinato a proteggere i centri di comando, i nodi energetici e le reti di comunicazione dell’isola da attacchi missilistici e incursioni aeree dalla Cina continentale.

La cooperazione tra Anduril e il governo taiwanese ha compiuto un salto di qualità con la firma, nel giugno 2026, di un accordo strategico ad ampio raggio. L’intesa stabilisce lo sviluppo congiunto di sistemi senza pilota e intelligenza artificiale tarati sulle specifiche esigenze geografiche dello Stretto di Taiwan.

Nell’arcipelago secessionista avverrà anche la produzione di componenti chiave, attraverso un significativo trasferimento tecnologico. La creazione di una catena di approvvigionamento indipendente permetterà di garantire la continuità produttiva di droni e pezzi di ricambio anche nell’eventualità di un blocco navale o aereo prolungato.

Il Ministero della Difesa di Taiwan ha confermato il recente arrivo del primo lotto di droni da combattimento Altius-600M, velivoli autonomi in grado di operare in sciami coordinati per neutralizzare bersagli marittimi e terrestri a grande distanza. Inoltre, l‘impatto economico e industriale è già tangibile: più di dieci aziende taiwanesi hanno ricevuto contratti e commissioni dirette per la produzione di prototipi e componenti di serie destinati ai sistemi autonomi di Anduril.

Il ruolo di primo piano svolto da Luckey nell’armare Taipei ha portato Pechino a comminare sanzioni personali ed economiche contro il fondatore di Anduril. Il Ministero degli Affari Esteri cinese ha condannato ripetutamente l’operato dell’azienda statunitense e l’azione di Washington. Per il Dragone, Taiwan rimane una questione di sovranità e integrità territoriale, come del resto riconosciuta da quasi tutti i paesi del mondo.

Nel frattempo, Anduril sta approfittando di un dossier di sicurezza che riguarda un’intera regione per mettere in piedi un lucroso modello di business a beneficio del complesso militare-industriale statunitense. L’invio massiccio di droni e la militarizzazione dell’isola di fatto aumentano la destabilizzazione dell’intera regione Indo-Pacifica anziché favorire la pace.

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03/06/2026

Un nuovo polo hi-tech contro la Cina

Gli Stati Uniti e le Filippine hanno annunciato un importante progetto industriale ed economico: la costruzione di quella che è stata definita una Zona per la Sicurezza Economica di circa 4.000 ettari a nord della capitale Manila. Il fulcro del piano sorgerà a New Clark City, un’area strategica dell’isola di Luzon che un tempo ospitava una delle più grandi basi aeree statunitensi nel Pacifico.

L’iniziativa, nata sotto l’egida della strategia statunitense denominata Pax Silica (la coalizione globale lanciata dall’amministrazione Trump per sfidare la Cina sulle catene tecnologiche più avanzate), punta a rafforzare le filiere legate all’approvvigionamento di semiconduttori e materie prime critiche, e anche allo sviluppo di strumenti elettronici e dell’intelligenza artificiale.

Va sottolineato che le Filippine sono il secondo produttore mondiale di nickel, elemento fondamentale nelle batterie a ioni di litio e per i dispositivi di accumulo di energia. Fino a oggi, una delle principali destinazioni di questo metallo era, non a caso, la Cina, e a un recente summit dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) è stato siglato un accordo strategico nel settore con l’Indonesia, altro attore globale del materiale.

Per Manila, l’intesa con gli USA rappresenta un’occasione di rafforzare un legame storico e anche di vedere un significativo afflusso di capitali per la costruzione di un enorme parco industriale nella Zona per la Sicurezza Economica. La quale, inoltre, si inserisce nel Luzon Economic Corridor (LEC), un più ampio quadro infrastrutturale lanciato inizialmente come progetto trilaterale dal presidente filippino Marcos Jr insieme all’ex premier giapponese Kishida e all’ex presidente USA Biden.

Il corridoio ha subito un’importante accelerazione nelle ultime settimane, con otto paesi – Australia, Canada, Danimarca, Francia, Corea del Sud, Svezia, Regno Unito e anche Italia – che hanno annunciato la propria adesione ufficiale al LEC attraverso le proprie industrie e istituti finanziari.

Appare chiaro che l’importanza dell’Indo-Pacifico è un dato di fatto nella proiezione internazionale dell’Occidente collettivo, al di là delle faglie apertesi tra le due sponde dell’Atlantico. E lo è sia dal punto di vista dei settori principali della competizione economica globale, sia sotto quello di contenimento militare della Cina. Il LEC è pensato per integrarsi in un circuito di relazioni che coinvolge anche Taiwan.

Ma in realtà, la postura esplicitamente predatoria assunta dall’imperialismo statunitense ha portato frizioni anche tra Washington e Manila nella firma di questo accordo. Nei giorni scorsi, indiscrezioni rilanciate dal Wall Street Journal hanno rivelato che il governo filippino avrebbe nei fatti ceduto l’intera area della Zona per la Sicurezza Economica agli Stati Uniti, garantendo immunità diplomatica e l’applicazione del common law stelle-e-strisce. In sostanza, l’area si sarebbe trasformata in una sorta di enclave USA.

Durante l’inaugurazione del progetto a New Clark City, alla presenza del sottosegretario di Stato americano Jacob Helberg, Joshua Bingcang, presidente e amministratore delegato della Bases Conversion and Development Authority (BCDA), organismo di proprietà pubblica che si occupa della conversione di basi statunitensi dismesse, ha smentito questa possibilità, ma non ha negato che fosse stata avanzata.

“È stata una loro richiesta ma non l’abbiamo accettata. Non verrà concesso alcun trattamento speciale agli Stati Uniti”. Il progetto, ha precisato Bingcang, rimarrà rigorosamente sotto le leggi e la giurisdizione filippina. Tuttavia, Helberg non sembrava così convinto, dato che, interpellato dai giornalisti, ha affermato di non voler anticipare tali discussioni, dato che Washington e Manila hanno due anni per definire i dettagli operativi del progetto.

“Avremo conversazioni più dettagliate sul modo tecnico migliore per garantire la tutela degli investitori a lungo termine, assicurandoci al contempo che il nostro approccio sia valido anche per le Filippine”, ha detto Helberg. Toni che sembrano quelli di un padrone, più che di un alleato, che è anche ben consapevole dell’interesse di importanti settori della classe dominante filippina – in particolare l’establishment militare – a cementificare ulteriormente i rapporti con la Casa Bianca.

Visto il passo importante e il dibattito mediatico alzatosi in merito, per ribadire i buoni rapporti tra Washington e Manila il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha intrattenuto una lunga chiacchierata telefonica col presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., il 31 maggio. Al centro della telefonata, oltre alla stabilità nel Mar Cinese Meridionale, vi è stato il pieno supporto americano allo sviluppo del LEC. Difficile non pensare che sia solo retorica, mentre gli Stati Uniti preparano l’ennesima trappola.

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16/05/2026

Dalla Cina con disorientamento

Quella dei mercati è stata una sentenza. Dal lato statunitense (che coincide poi con il punto di vista degli altrimenti anonimi “mercati”) l’incontro di Trump con Xi Jinping non ha prodotto i risultati sognati. Qualche Boeing civile in più da vendere, forse un po’ di prodotti agricoli oltre quelli già acquistati dai cinesi, ma poca sostanza economica e soprattutto geopolitica. Troppo poco per festeggiare, e quindi le borse hanno perso parecchio terreno.

Certo, Pechino auspica che lo Stretto di Hormuz torni attraversabile liberamente e senza pedaggi, ma Xi ci ha tenuto a ricordare che era già così prima che Usa e Israele, l’ultimo giorno di febbraio, cominciassero “una guerra che non doveva iniziare”.

In ogni caso, la Cina ignora palesemente le “sanzioni” statunitensi. All’inizio di maggio il governo di Pechino ha ordinato alle sue raffinerie petrolifere che acquistano greggio da Teheran di non rispettare né applicare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.

E in questi giorni il Ministero del Commercio cinese ha confermato che tali sanzioni “non dovrebbero essere riconosciute, attuate o rispettate“, considerandole misure unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale. Subito dopo la CNN ha riferito che Donald Trump ha annunciato di stare valutando la possibilità di revocare le sanzioni contro le aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.

Certo, cala anche la tensione su Taiwan, ma Trump si è in qualche modo impegnato a ripensare la promessa vendita di armi a Taipei per 14 miliardi di dollari. E a dichiararsi contrario a che l’isola dei nazionalisti, sconfitti da Mao nel ‘49, si dichiari indipendente. Di fatto un siluramento del Partito progressista democratico (DPP) di Lai, al potere a Taipei. Non proprio una vittoria, diciamo…

Del resto, come fanno osservare testimoni italiani dalla Cina, si sono confrontati “uno statista che esprime il minimo indispensabile della cortesia protocollare e dell’eloquenza orientale, e un mercante che usa un linguaggio semplice di luoghi comuni ed espressioni di marketing di basso livello (thank you thank you great honor fantastic day magnificent welcome)”.

Mismatch notevole, perché lo statista ragiona sui secoli, o almeno sui decenni, mentre il mercante si regola sulla tempistica tipica della “trimestrale di cassa”. Nel caso di The Donald dilatata al massimo alle prossime elezioni di midterm (meno di sei mesi).

Non era del resto il primo incontro tra i due, ma dal primo sono passati nove anni. In mezzo c’è stata la parentesi-continuità di Biden, con le sue guerre non strillate ma pericolosissime (l’Ucraina, in primo luogo).

Soprattutto, Cina e America sono cambiate parecchio in quanto a peso delle rispettive economie nel mercato mondiale. “Nel 2017, Trump ha incontrato Xi come leader di una Cina in ascesa; nel maggio 2026, sta incontrando il leader di una Cina che si vede come una superpotenza sicura e uguale”, ha sintetizzato Heidi Crebo-Rediker, senior fellow presso il Council on Foreign Relations.

Numeri alla mano, nel 2025, la Cina è stata un partner commerciale più importante degli Stati Uniti in ben 157 paesi, ossia il 67% delle 233 aree geografiche tracciate da Trade Data Monitor.

Mentre la Cina, insomma, espande la sua influenza pacifica in tutto il mondo, riduce anche la propria esposizione commerciale e finanziaria rispetto agli Stati Uniti, mitigando così l’impatto di qualsiasi tariffa venga in testa al tycoon. Nel primo trimestre del 2026, gli Stati Uniti hanno rappresentato solo il 10% delle esportazioni totali della Cina, in calo rispetto al 18,2% del 2016 prima della prima guerra commerciale di Trump, secondo i dati doganali cinesi.

Nel frattempo, la Cina è stata quest’anno la destinazione per il 4,5% delle esportazioni totali statunitensi, in calo rispetto all’8% del 2016.

Con una sottigliezza che svuota ancor più l’impatto dei dazi Usa. Il calo dell’interdipendenza diretta tra gli Stati Uniti e la Cina è stato in parte compensato dall’aumento di canali che portano comunque merci cinesi in America ma attraverso paesi terzi. La quota del Messico come intermediario è passata dal 6,7% nel 2000 al 24% nel 2020, mentre la quota del Vietnam è passata dallo 0,3% al 7,9%. Ironicamente, forse, Xi ha portato Trump a visitare la “fabbrichetta” dove si producono anche i berretti “Maga”, vendendone milioni… negli Usa.

Non è del resto una novità storica che quando si usano sanzioni o tariffe, si indeboliscono simmetricamente le relazioni commerciali che davano “leva”, ossia possibilità di influire, sul paese partner-concorrente.

Lo dimostra anche la rarefazione degli investimenti diretti (IDE) tra i due paesi, in seguito a divieti imposti dagli Usa all’acquisto di asset ritenuti strategici (ad esempio alcuni porti) da parte di aziende cinesi. Cui sono ovviamente seguite misure analoghe nei confronti a imprese Usa.

Ma è rispetto al resto del mondo che la differenza appare notevole. Nel 2016, gli Stati Uniti sopravanzavano la Cina quanto a investimenti diretti in 56 economie, mentre Pechino era in vantaggio in appena 24 paesi.

L’anno scorso c’è stato quasi il pareggio per quanto riguarda la massa totale degli investimenti, anche se resta ancora un piccolo vantaggio nel numero dei Paesi (42 per gli Usa, 30 per la Cina).

Inoltre proprio la guerra contro l’Iran ha posto la Cina in una posizione migliore. Aggressività militare a parte, la chiara spinta statunitense per il controllo delle residue riserve petrolifere del pianeta (attacco al Venezuela, bombardamenti in Nigeria, caos nel Golfo) e quindi per una base energetica “old style”, facilita enormemente “La posizione dominante della Cina sulla tecnologia dell’energia pulita […] mentre i paesi cercano di migliorare la loro sicurezza energetica”.

L’erosione dell’egemonia è lenta, ma inesorabile.

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08/04/2026

Inizia la visita in Cina della leader dell’opposizione di Taiwan

Comincia oggi la visita di cinque giorni di Cheng Li-wun, leader del Kuomintang (KMT), nella Repubblica Popolare Cinese. La guida dell’opposizione parlamentare a Taiwan è in missione diplomatica nella Cina continentale, dove visiterà il Jiangsu e Shanghai, e potrebbe incontrare faccia a faccia anche il presidente cinese Xi Jinping, anche se ciò potrebbe essere visto come un’ingerenza eccessiva nella politica di Taipei.

Cheng Li-wun è stata invitata dal presidente cinese e ha risposto positivamente all’invito, che dalla leader del KMT viene visto come un’occasione per perorare la sua linea politica intorno ai rapporti col Dragone. Si tratta di una scelta significativa in un momento di acceso dibattito interno, con importanti riverberi sulle relazioni in tutta la regione dell’Indo-Pacifico.

È la prima volta in dieci anni che un presidente in carica del principale partito d’opposizione mette piede sul suolo cinese, e l’obiettivo dichiarato da Cheng Li-wun è chiaro: riaprire i canali di dialogo congelati dal 2016 per garantire rapporti stabili e amichevoli. All’interno di Taiwan si sta infatti consumando un duro scontro politico intorno alla spesa militare, e come questa debba essere intesa nella relazione con Pechino.

È innanzitutto Washington a spingere per l’approvazione di un piano di riarmo del valore di circa 39 miliardi di dollari, un po’ per motivi geostrategici, un po’ perché sa che le armi verranno acquistate dalle imprese stelle-e-strisce. Cheng Li-wun propone una spesa drasticamente minore, intorno agli 11 miliardi, sostenendo il dialogo basato sul “Consenso del 1992”.

Il “Consenso” è un’intesa non ufficiale, risalente al 1992, che vedrebbe accettata l’idea che esista “una sola Cina”, senza chiarire quale sia questa “Cina”. Bisogna ricordare che sono pochissimi i paesi che riconoscono Taiwan come stato autonomo. Per molti, il “Consenso” significa accettare la politica di “un paese, due sistemi” perorato dalla Repubblica Popolare, che significherebbe l’unità sotto Pechino, seppur mantenendo sistemi di governance specifici per specifiche regioni (come Hong Kong a Macao).

Per Cheng Li-wun, il “Consenso” è il percorso migliore per evitare l’esplosione delle tensioni e garantire benessere alla popolazioni con scambi equi tra le due economie, ma all’interno del suo stesso partito non tutti la pensano allo stesso modo. Lu Shiow-yen, sindaca della seconda città di Taiwan, Taichung, ha invocato un budget per la difesa di oltre 30 miliardi di dollari, mentre Eric Chu Li-luan, ex presidente del KMT sembra convergere su cifre simili, temendo che una linea troppo morbida possa alienare il supporto di Washington.

Inoltre, il governo di Taipei, guidato dal Partito Progressista Democratico (PPD), legge tra le righe dell’invito da parte di Xi Jinping una strategia ben più aggressiva da parte di Pechino. Il Mainland Affairs Council, agenzia dipendente dall’esecutivo dell’arcipelago, potrebbe essere il tentativo da parte della Cina di “internalizzare” la questione taiwanese, presentandola al mondo come un affare domestico cinese proprio a poche settimane dal cruciale summit tra i presidenti del Dragone e degli USA, previsto per metà maggio.

La questione di Taiwan, come ormai è evidente a tutti, è il perno intorno a cui gira la competizione nell’Indo-Pacifico, che sta assumendo sempre più i toni di uno scontro armato, non solo economico. Ad alimentare questa prospettiva è stato anche il Giappone di Sanae Takaichi, che ha più volte sostenuto che la questione di Taiwan viene considerata strategica dal punto di vista della sicurezza nazionale del Sol Levante.

Oltre alle critiche di reminiscenze dell’epoca coloniale, ciò si accompagna alla revisione della legge costituzionale che consente a Tokyo di avere solo forze di “autodifesa”, precludendo qualsiasi proiezione delle forze armate oltre i confini nazionali. Solo pochi giorni fa il PLA Daily, l’organo ufficiale dell’Esercito Popolare di Liberazione, ha accusato il Giappone di star sviluppando in maniera preoccupante la propria industria della difesa in rapporto stretto con il mondo civile.

Nel 2025, il Sol Levante ha stanziato circa 109,6 milioni di dollari per la ricerca sulla transizione tecnologica, una cifra 18 volte superiore a quella del 2022. Nel 2024 è stato istituito l’Istituto di Scienza e Tecnologia per l’Innovazione della Difesa, un ente modellato sulla statunitense DARPA, a coinvolgere aziende civili nello sviluppo di armamenti avanzati. Mitsubishi Heavy Industries ha visto quadruplicare il valore dei propri contratti con il Ministero della Difesa.

C’è un’ultima ombra allungata dall’esercito cinese: se il Giappone abbandonasse i “tre principi non nucleari” (non produrre, non possedere e non introdurre armi atomiche sul territorio), a partire dalla sua industria nucleare civile ha già oltre 44 tonnellate di plutonio pronte, e potrebbe accelerare sulla creazione della sua prima testata atomica.

Un’ipotesi piuttosto azzardata e non di così breve periodo come viene raccontato, ma che segnala il crescere delle tensioni nell’Indo-Pacifico. Per questo la visita di Chen Li-wun rappresenta uno spartiacque importante, in questa fase di guerra condotta in maniera sempre più generalizzata dagli imperialismi.

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09/03/2026

Appunti sugli indirizzi di politica estera cinese

Dal 5 al 12 marzo si svolgono le “due sessioni” cinesi, appuntamento fondamentale della vita politica del Dragone. Con “due sessioni” si intendono le plenarie annuali di due organi centrali dell’architettura istituzionale della Repubblica Popolare, ovvero l’Assemblea Nazionale del Popolo e la Conferenza Consultiva del Popolo.

Per 8 giorni, migliaia di delegati sono chiamati a discutere gli indirizzi politici della Cina, e in questa occasione ad approvare il piano quinquennale delineato dal Plenum del Partito Comunista a fine ottobre 2025, per il periodo 2026-2030. Significa che, in questi giorni, saranno discussi vari temi, dalla crescita allo sviluppo delle “nuove forze produttive”, fino all’autosufficienza tecnologica.

In questo frangente di escalation bellica dovuta all’aggressione imperialista all’Iran da parte di USA e Israele, risulta utile fare il punto su ciò che è stato presentato e dichiarato in merito ai settori della sicurezza, della difesa e della politica estera che vuole seguire Pechino. Il primo elemento è sicuramente l’aumento delle spese per la difesa del 7%, in linea con gli anni precedenti. In queste spese, bisogna tenere presente anche il rafforzamento dell’arsenale nucleare come forma di deterrenza.

Per quanto riguarda il primo dossier di politica estera del Dragone, ovvero Taiwan, il ministro degli Esteri Wang Yi, durante la conferenza stampa tenuta a margine dei lavori, ha affermato: “Taiwan non è mai stato, non è e mai sarà un paese. Il suo ritorno alla Cina è il risultato vittorioso della guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese e della Seconda guerra mondiale”.

Yi ha richiamato una lunga serie di strumenti legali internazionali che sanciscono la politica di “una sola Cina”. Non bisogna inoltre dimenticare che, lo scorso 3 febbraio, si è svolto a Pechino il forum dei think tank del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang di Taiwan, oggi all’opposizione e meno propenso all’inasprimento delle tensioni, al contrario della maggioranza guidata dal Partito Progressista Democratico.

Il richiamo all’ultimo conflitto mondiale e all’imperialismo giapponese torna in un duro attacco mosso da Yi contro Tokyo. Ricordando l’appena trascorso 80esimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, il politico del Dragone ha criticato le dichiarazioni giapponesi che vogliono una “crisi di Taiwan” come una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”.

Pechino critica la rivendicazione di una possibile attivazione della “difesa collettiva”, invocata dalla leadership nipponica. “Gli affari di Taiwan sono affari interni della Cina – ha detto il ministro degli Esteri – che diritto ha il Giappone di intervenire invocando l’autodifesa?” Yi ha ricordato anche che la costituzione giapponese impedisce di avventurarsi in imprese militari esterne: la prima ministra Takaichi vuole esplicitamente modificare l’articolo in merito, e così la Cina critica l’evidente propensione bellicista del Sol Levante.

Il politico cinese, sempre l’8 marzo, ha parlato anche del rapporto con gli Stati Uniti, definendo il 2026 come un “anno cruciale” per le relazioni bilaterali. Yi ha affermato: “nessuna delle due parti può rimodellare l’altra, ma possiamo scegliere come vogliamo interagire, ovvero impegnarci in uno spirito di reciproco rispetto, mantenere la linea di fondo della coesistenza pacifica e lottare per una prospettiva di cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti”.

Fra un mese Trump visiterà la Cina, ed è evidente come i dossier sul tavolo saranno resi più delicati dall’andamento dell’aggressione all’Iran. In merito, Wang Yi ha ribadito la condanna dell’attacco statunitense e israeliano, ma cosa stia facendo davvero Pechino è oggetto di dibattito.

La CNN parla di fonti di intelligence sicure che la Cina sia pronta a fornire aiuti finanziari e militari a Teheran, altri analisti hanno parlato di un “sostegno orbitale”. Allo stesso tempo bisogna sottolineare che il gigante dell’Estremo Oriente si rifornisce di greggio per il 50% dai paesi arabi, e nell’anno appena passato ha importato più petrolio dai sauditi che dagli iraniani.

Se la guerra all’Iran ha come ultimo obiettivo la Cina, per la Cina è innanzitutto fondamentale mantenere buoni rapporti con tutti i paesi del Golfo. Ma lo Stretto di Hormuz è un corridoio fondamentale per il petrolio di tutti questi paesi, e anche per i prezzi globali del greggio. Le tensioni in questo settore avranno ripercussioni dirette anche sull’economia cinese.

È invece più interessante nell'ottica in una trasformazione generale della governance globale, che può attirare tanto l’Iran quanto i paesi del Golfo, la visione espressa sullo sviluppo di un nuovo multilateralismo. Questo appare lo strumento prediletto attraverso cui minare definitivamente, anche senza sostituirla ancora, l’egemonia globale stelle-e-strisce, evitando il coinvolgimento in scontri più o meno diretti.

La Cina ha rilanciato la sua Global Governance Initiative, che ha già raccolto il sostegno di oltre 150 tra paesi e organizzazioni internazionali, ha dichiarato Wang Yi. L’iniziativa cinese punta a un rafforzamento del ruolo cardine delle Nazioni Unite, opponendosi fermamente alla creazione di blocchi esclusivi o strutture parallele.

Da una parte, dunque, l’attacco è tanto all’unilateralismo trumpiano, quanto alla creazione di organismi di “sicurezza” selettivi come sono il QUAD e l’AUKUS, alleanze palesemente create da Washington in funzione anti-cinese. Dall’altra, c’è la volontà di rivitalizzare il sistema di agenzie costruito intorno alla Carta delle Nazioni Unite, ma riformandolo in maniera che rifletta in maniera più aderente la realtà del terzo millennio (compreso il peso e gli interessi dei paesi in via di sviluppo).

Il sunto delle indicazioni di politica estera è questo, ma è chiaro che, per quanto Pechino giochi una complessa partita storica con l’imperialismo, gli sviluppi del conflitto in Iran non potranno non inficiare gli scenari che si troverà a discutere con Trumpd il prossimo aprile.

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19/02/2026

La Cina minacciata: città e postazioni militari a tiro di missile da Taiwan

La tensione nel Mar Cinese Meridionale raggiunge nuovi picchi dopo le indiscrezioni arrivate da ambito politico e militare al giornale di Taipei Liberty Times: le forze armate di Taiwan starebbero valutando di dispiegare missili statunitensi fino a poche decine di chilometri di distanza dalla costa cinese.

Il quotidiano ha riportato che c’è la volontà di portare il sistema HIMARS sulle isole di Penghu e Dongyin e, mettendolo in combinazione con i missili ATACMS, minacciare direttamente l’entroterra della Repubblica Popolare. Con una gittata che si aggirerebbe intorno ai 300 chilometri, Taipei potrebbe colpire porti, aeroporti e postazioni dell’esercito del Dragone nelle regioni del Fujian e dello Zhejiang.

La notizia è arrivata poco dopo le esercitazioni taiwanesi svoltesi alla fine di gennaio. Dopo un lungo e strano silenzio, alla fine lo scorso 10 febbraio il Ministero della Difesa di Pechino ha lanciato un monito molto duro. Il portavoce del dicastero, Jiang Bin, ha dichiarato che questo tipo di iniziative sono pericolose e provocatorie, e possono portare a un “disastro devastante”.

La scorsa estate Taipei ha usato il sistema HIMARS in esercitazioni militari, mentre lo scorso dicembre Washington ha dato il via libera alla vendita di ulteriori 420 ATACMS all’arcipelago secessionista. Si tratta di armamenti facenti parte di quello che dovrebbe essere il più grande pacchetto militare fornito dagli USA a Taiwan, di cui l’approvazione è ancora in corso in tutti i suoi dettagli.

Vi sono elementi che preoccupano la sicurezza cinese. Gli ATACMS sono missili che superano di tre volte la velocità del suono, e il cui il profilo di volo raggiunge altitudini che permettono di eludere la maggior parte dei sistemi convenzionali di difesa aerea.

Nell’accordo appena citato, inoltre, è previsto anche il possibile acquisto di 82 HIMARS, piattaforme mobili che segnalano la volontà taiwanese di privilegiare lanciatori spostabili in maniera relativamente veloce rispetto a grandi piattaforme statiche, più vulnerabili a possibili attacchi.

Il giorno successivo alla conferenza stampa di Jiang Bin, il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, ne ha tenuta una a sua volta per sostenere il significativo aumento delle spese militari, fino a oggi bloccato dalle opposizioni. “Anche i vicini dell’Indo-Pacifico – ha detto Lai – hanno aumentato la spesa per la difesa in risposta alla crescente aggressione militare della Cina”.

Ma il Dragone non sta minacciando nessuno: l’arcipelago guidato da Taipei è riconosciuto come paese indipendente da una manciata di capitali, mentre gli stessi Stati Uniti seguono la dottrina del riconoscimento internazionale di “una sola Cina”. Inoltre, il dispiegamento di tali armamenti da parte di Taiwan sembra in contrasto anche con il Taiwan Relations Act del 1979, che regola i rapporti tra il paese e Washington.

Secondo il trattato, gli Stati Uniti si impegnano a fornire esclusivamente “armi di carattere difensivo”. La natura degli ATACMS e il loro posizionamento rappresentano un evidente superamento dei termini dell’accordo. L’asse imperialismo guidato dalla Casa Bianca sta accentuando le tensioni lungo tutta la First Island Chain, rischiando di rendere l’Indo-Pacifico un settore ipermilitarizzato, più di quello che è già ora.

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28/12/2025

Risposta cinese alla vendita di armi a Taiwan: sanzioni all’industria bellica USA

Il Ministero degli Esteri cinese ha annunciato venerdì 26 dicembre l’imposizione di severe sanzioni contro 20 aziende del settore della difesa statunitense e 10 alti dirigenti. La mossa è una rappresaglia diretta contro il recente pacchetto di vendita di armi a Taiwan del valore di 11,1 miliardi di dollari, il più imponente mai autorizzato dagli Stati Uniti nella storia delle relazioni bilaterali con l’arcipelago.

Le misure prevedono il congelamento di tutti i beni detenuti in Cina dalle società e dai singoli individui indicati, oltre al divieto assoluto per organizzazioni e cittadini cinesi di intrattenere rapporti d’affari con loro. Tra i giganti colpiti figurano la divisione di St. Louis della Boeing, la Northrop Grumman Systems Corporation, L3Harris Maritime Services e Lazarus AI.

Sul fronte individuale, le sanzioni colpiscono dieci figure chiave, tra cui il fondatore della società di difesa Anduril Industries, Palmer Luckey, e altri nove vertici aziendali. Per loro scatta anche il divieto di ingresso nel territorio cinese. Le autorità statunitensi si sono opposte a questa ritorsione sull’industria bellica, e il Dipartimento di Stato ha invitato la Cina a sedersi a un tavolo con Taiwan.

In una nota ufficiale, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha usato toni perentori: “la questione di Taiwan è il cuore degli interessi fondamentali della Cina e rappresenta la prima linea rossa che non può essere superata nelle relazioni sino-americane. Qualsiasi azione provocatoria incontrerà una risposta vigorosa”. Pechino ha inoltre esortato Washington a cessare immediatamente gli sforzi per armare Taipei.

Gli Stati Uniti riconoscono la politica di “Una sola Cina”, ma sono allo stesso tempo vincolati per legge (il Taiwan Relations Act) a fornire all’arcipelago i mezzi necessari per la propria difesa. Il sostegno militare a Taiwan rischia però di far nuovamente precipitare le relazioni col Dragone, dopo la tregua seguita agli accordi stretti con l’incontro di Seoul di fine ottobre.

Bisogna dire che per ora la risposta cinese appare però molto misurata, più un avvertimento in vista del voto del Congresso sul pacchetto militare che non una ritorsione con un impatto concreto sugli States. I rapporti tra Pechino e il complesso militare-industriale stelle-e-strisce sono del resto sostanzialmente inesistenti, e l’attenzione riguardante la Boeing conferma l’oculatezza cinese.

Le sanzioni sono state poste solo sul braccio militare della compagnia, quello di St. Louis, dove gli stabilimenti hanno visto anche scioperi significativi nell’ultimo anno. Rimane dunque sul piatto il possibile accordo, da più voci accennato, che voleva la vendita di circa 500 velivoli commerciali alla Chinese Airlines, con un importante ritorno per la società statunitense.

Per ora, i messaggi rimangono politici e diplomatici, ma il terreno della tregua commerciale potrebbe presto tornare a tremare, se la Casa Bianca deciderà di riprendere la propria pressione sul Dragone.

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21/12/2025

Vendita monstre di armi a Taiwan, Washington rafforza il cordone intorno a Pechino

Se qualcuno pensava davvero che ci fosse accondiscendenza da parte di Trump verso la Cina, come purtroppo si è sentito da alcuni media orfani del padrone statunitense dopo la pubblicazione della Strategia di Sicurezza Nazionale, non ha ben capito in che mondo ci stiamo avventurando.

Sia Washington sia Taipei confermano che è in corso il dialogo su di un pacchetto enorme di armamenti da vendere a Taiwan: ben 11,1 miliardi di dollari. Si tratta del secondo accordo del genere annunciato dalla seconda amministrazione Trump, ma il precedente accordo di novembre valeva “solo” 330 milioni.

La lista di armamenti è impressionante, anche e soprattutto perché si tratta di dispositivi che aumentano nettamente le capacità belliche di Taiwan: 82 sistemi HIMARS e 420 missili tattici ATACMS (oltre 4 miliardi di dollari), 60 obici semoventi (4 miliardi di dollari), droni kamikaze Altius e software militari avanzati (oltre 2 miliardi di dollari), missili anticarro Javelin e TOW, e infine kit di ammodernamento per i missili Harpoon.

Se passerà così com’è al Congresso, si sta parlando, in sostanza, del più grande pacchetto militare approvato per l’arcipelago, considerato una regione secessionista da Pechino e di cui la sovranità è riconosciuta da una manciata di paesi. Anche gli States riconoscono la politica di “Una sola Cina”, ma continuano ad armare Taiwan, e ad accogliere i suoi ministri, come è successo con quello degli Esteri, Lin Chia-lung, appena prima dell’annuncio del pacchetto militare.

Trump, a fine ottobre, aveva congelato la guerra commerciale con la Cina, seguendo in linea di massima anche le raccomandazioni della Rand Corporation: per porre le basi della competizione egemonica con il Dragone, serve un terreno stabile su cui condurre la lotta. Aveva poi redarguito Sanae Takaichi per le dichiarazioni bellicose contro Pechino, proprio al riguardo del dossier Taiwan.

Se la prima ministra del Giappone aveva bisogno di parole altisonanti per far contenti i proprio sostenitori nazionalistici, a Trump non interessa “parlare” di Taiwan: gli interessa armarlo. E in un certo senso, si può dire che gli interessa farlo innanzitutto per le opportunità di profitto del complesso militare-industriale stelle-e-strisce.

Il governo taiwanese, guidato dal presidente Lai Ching-te, ha recentemente proposto un budget supplementare per la difesa da 40 miliardi di dollari per il periodo 2026-2033. La portavoce presidenziale Karen Kuo ha aggiunto che l’isola intende aumentare la spesa per la difesa fino al 3% del PIL nel prossimo anno, con l’obiettivo di raggiungere il 5% entro il 2030.

Nulla di diverso da quello che The Donald sta imponendo a tutti gli alleati: se volete protezione, dovete pagarla. A guadagnarne saranno le industrie militari USA. Ma allo stesso tempo, chi pensava che Washington avrebbe rinunciato a Taipei come baluardo del contenimento della Cina entro la linea strategica denominata First Island Chain, che va dalla Melesia al Giappone, non aveva calibrato bene la posta in gioco.

Come detto, la Casa Bianca vuole semmai riorganizzare i carichi di lavoro e le funzioni. Maggior impegno del Giappone, e in prospettiva anche della Corea del Sud, sulla Prima Catena, maggior preparazione di Taipei a una guerra asimmetrica, come ha chiesto il Segretario alla Guerra USA Pete Hegseth (anche se le armi di questo pacchetto sembrano più adatte a prevenire uno sbarco).

Il portavoce del Ministero degli Esteri della Cina, Guo Jiakun, ha condannato duramente l’accordo, mostrando di avere ben chiaro come Washington stia usando l’arcipelago: “il tentativo degli Stati Uniti di usare la forza per sostenere l’indipendenza di Taiwan si ritorcerà contro di loro e il loro tentativo di contenere la Cina usando Taiwan non avrà assolutamente successo”.

L’arcipelago si conferma come un punto fermo della politica di Washington, volta a mantenere il primato nella competizione globale. E non potrebbe essere altrimenti se l’obiettivo è quello di sganciarsi da una proiezione globale, e concentrarsi sull’emisfero occidentale, che racchiude sì le Americhe, ma anche il Pacifico.

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01/12/2025

Chi gioca alla guerra su Taiwan?

di Michelangelo Cocco

Una doverosa premessa. Quella dei taiwanesi di preservare l’indipendenza del proprio governo e la loro democrazia è un’aspirazione ammirevole. Tuttavia Pechino avanza rivendicazioni storiche su un territorio il cui status è indefinito secondo il diritto internazionale.

La contraddizione tra aspirazioni taiwanesi e rivendicazioni cinesi era stata risolta lasciandola irrisolta, con Pechino fautrice nei rapporti con Taipei del cosiddetto “consenso del 1992”, raggiunto tra rappresentanti cinesi e taiwanesi e, in quelli bilaterali, del principio “una Cina”, al riconoscimento del quale ha subordinato l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con il resto del mondo.

Sia il “consenso del 1992” che “una Cina” (mai accettati dal Partito progressista democratico che governa Taiwan dal 2016), nella sostanza, riconoscono che esiste una sola Cina (seppur con opposte interpretazioni, a Pechino e Taipei, su chi ne sia il legittimo rappresentante).

I principali attori coinvolti avrebbero dovuto preservare questa ambiguità politica, invece il prepotente riemergere dei nazionalismi ha fatto sì che si sia intrapresa la strada opposta, quella di un pericoloso tira e molla sull’isola, trasformata in un terreno di scontro di interessi contrapposti. Alcuni in particolare hanno preso letteralmente a “picconare” in maniera irresponsabile quel prezioso compromesso.

Quelli del Partito progressista democratico (Dpp) di William Lai e del Partito liberal democratico (Ldp) di Sanae Takaichi sono due governi che hanno molto in comune: entrambi esecutivi di minoranza, stanno fomentando la paura della Cina per provare a rafforzarsi e hanno sposato senza riserve le politiche degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale per contrastare quello che percepiscono come un minaccioso vicino, la Cina di Xi Jinping, che ha reso la “riunificazione” di Taiwan parte della sua strategia di “grandioso risveglio della nazione cinese”.

Da quando, il 21 ottobre scorso, la leader ultra-nazionalista è diventata la prima donna premier del Giappone, la strategica “prima catena di isole” (Taiwan, Giappone, Filippine) è interamente guidata da governi ostili a Pechino.

E quello nipponico si è presentato alla Cina con la dichiarazione in parlamento di Takaichi del 7 novembre scorso, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi».

Pechino ha messo in campo una reazione a 360 gradi: convocazione dell’ambasciatore giapponese a cui ha presentato proteste, boicottaggio economico (turismo cinese in Giappone e pescato nipponico in Cina soprattutto) e una massiccia campagna di propaganda anti-giapponese in Cina.

Martedì scorso il governo di Tokyo ha adottato una risposta scritta a un’interrogazione parlamentare sulle osservazioni di Takaichi, sottolineando che esse «non cambiano la posizione coerente del governo».

Ma a Pechino questa parziale marcia indietro sembra non bastare: «è ben lontana dall’essere sufficiente», ha affermato il giorno successivo Mao Ning. Secondo la portavoce del ministero degli esteri cinese, «ciò che la Cina e la comunità internazionale vogliono chiarito è: qual è esattamente la cosiddetta posizione coerente del Giappone? Il Giappone aderisce ancora al principio di una sola Cina?».

La verità è che Takaichi ha fatto cadere un tabù e – nonostante il comunicato del suo esecutivo – non ha fatto dietrofront. La premier nipponica non riconosce Taiwan e la Cina continentale come un’unica entità e si è detta pronta a far intervenire il suo paese a difesa dell’isola. E lo scontro diplomatico che ha così scatenato con Pechino le sta giovando politicamente: in crescita nei sondaggi, secondo i media locali sarebbe tentata di sciogliere il parlamento per consolidare il proprio potere cercando di ottenere una maggioranza parlamentare con nuove elezioni.

La linea su Taiwan del governo giapponese si può intuire non solo dall’esternazione di Takaichi, ma anche, più concretamente, dai movimenti delle Forze di auto-difesa del Giappone (alleato che ospita 60.000 militari Usa).

Durante un’ispezione a Yonaguni, sabato scorso il ministro della difesa, Shinjiro Koizumi, ha annunciato che nell’isola giapponese a 110 chilometri da Taiwan saranno presto installate batterie di missili a medio raggio. Una mossa che, secondo Mao, «unita alle osservazioni errate della premier Sanae Takaichi su Taiwan, è estremamente pericolosa e dovrebbe destare seria preoccupazione tra i paesi vicini e la comunità internazionale»

Da Yonaguni è possibile colpire facilmente le navi della marina militare dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) che, dalla visita a Taipei dell’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi (2 agosto 2022), hanno aumentato frequenza e complessità delle esercitazioni per circondare Taiwan in vista di un possibile blocco navale o di un’invasione.

E attorno a Yonaguni è ruotato, nell’aprile scorso, un war game Giappone-Stati Uniti che ha simulato lo scenario di un attacco cinese alle basi Usa di Sasebo (Nagasaki) e Iwakuni (Yamaguchi) e uno sbarco dell’Epl proprio a Yonaguni.

Tokyo non ha classificato l’ipotetica offensiva cinese come “attacco diretto al Giappone”, che consentirebbe di esercitare il diritto all’autodifesa secondo la costituzione pacifista del dopoguerra (che impone tuttora rigidi limiti all’impiego delle forze armate), ma come una “situazione minacciosa per la sopravvivenza”, nella quale le Forze di Autodifesa del Giappone (SDF) sono autorizzate a usare la forza in virtù del diritto alla difesa collettiva.

Il concetto di “situazione minacciosa per la sopravvivenza” del Giappone – previsto dal diritto internazionale e che consente ad altri stati di intervenire in aiuto di uno stato attaccato – è lo stesso utilizzato da Takaichi a proposito della sua controversa uscita su Taiwan in parlamento.

A Taiwan intanto, martedì scorso, il premier Cho Jung-tai ha osservato che «dobbiamo sottolineare ancora una volta che la Repubblica di Cina (il nome ufficiale di Taiwan) è un Paese pienamente sovrano e indipendente». Pertanto, ha aggiunto Cho, «per i 23 milioni di abitanti della nostra nazione, la “riunificazione” non è un’opzione, questo è molto chiaro».

Il giorno successivo il presidente, William Lai Ching-te, ha fatto una “gaffe” in conferenza stampa, dichiarando che Pechino sta perseguendo l’obiettivo di «completare l’unificazione con Taiwan con la forza entro il 2027», un’affermazione senza alcun fondamento corretta in seguito sui suoi canali ufficiali per chiarire che si tratterebbe della preparazione a tale opzione e non di un attacco programmato entro il 2027.

Karen Kuo, portavoce dell’ufficio di Lai, ha dovuto chiarire che il 2027 non rappresenta una «data confermata di invasione», bensì di una previsione citata in valutazioni del Congresso e di think tank statunitensi.

La conferenza stampa in questione era quella in cui Lai ha presentato il budget per la difesa più massiccio della storia di Taiwan, 40 miliardi di dollari, anticipato con un editoriale sul Washington Post nel quale il presidente ha spiegato che la sua politica è ispirata alla reaganiana “Peace through strength”.

Le minacce della Cina a Taiwan e alla regione dell’Indo-Pacifico stanno aumentando. Di recente si sono verificate varie forme di intrusioni militari, oltre a campagne marittime nella gray zone e di disinformazione in Giappone, nelle Filippine e nello Stretto di Taiwan, causando profonda inquietudine e disagio a tutte le parti della regione. Taiwan, come parte più importante e cruciale della prima catena di isole, deve dimostrare la propria determinazione e assumersi una maggiore responsabilità nell’autodifesa. La sovranità nazionale e i valori fondamentali di libertà e democrazia sono le basi stesse della nostra nazione.

Lai ha annunciato un bilancio speciale per la difesa di 1.250 miliardi di dollari taiwanesi (39,9 miliardi di dollari statunitensi), che include finanziamenti per un sistema di difesa aerea “Taiwan dome” con capacità avanzate di rilevamento e intercettazione.

I fondi saranno distribuiti nell’arco di otto anni, a partire dal prossimo anno fino al 2033.

In precedenza, Lai aveva promesso di aumentare la spesa per la difesa fino al 5 per cento del Pil, rispondendo alla necessità degli Stati Uniti di scaricare in parte il peso della difesa dell’isola sull’isola stessa e proprio come il Giappone, che quest’anno, con due anni di anticipo, raggiungerà la soglia del 2 per cento, per puntare oltre.

Mentre gli Stati Uniti, il 30 ottobre scorso, hanno siglato con la Cina una tregua commerciale di un anno, iniziando un’evidente distensione nelle relazioni bilaterali, su Taiwan si è riaccesa la tensione per le mosse di Tokyo e Taipei, due tra i loro più importanti alleati nel Pacifico occidentale.

Si tratta, ovviamente, di mosse (come quella dell’installazione di missili a Yonaguni) che non possono essere state fatte all’insaputa di Washington.

Trump se l’è cavata con la doppia telefonata, lunedì a Xi e il giorno successivo a Takaichi, con la quale ha ufficialmente provato a gettare acqua sul fuoco dello scontro sino-nipponico.

A Xi Trump ha assicurato che «gli Usa comprendono quanto la questione di Taiwan sia importante per la Cina». Mentre a Takaichi, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, ha consigliato di abbassare i toni.

A Taiwan c’è un grande dibattito (ne abbiamo parlato nel podcast Taiwan alla prova di Trump) sulla politica di Trump, che le ha tolto lo “scudo di silicio” e che sostiene meno il Dpp rispetto alla precedente amministrazione.

Anche se è probabile – ma bisogna aspettare per tirare le somme – che Trump non sostenga Taiwan come il suo predecessore, seguendo una linea che punta anzitutto agli affari, non ideologica, è tuttavia chiaro che la strategia degli Stati Uniti è comunque quella di un contenimento della Cina.

E le mosse sul terreno, a partire dai preparativi militari di tutte le parti coinvolte, dicono che il pericolo di un conflitto su Taiwan non è affatto scongiurato.

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26/11/2025

Il Giappone provoca la Cina. Missili a medio raggio a poca distanza da Taiwan

Tra Pechino e Tokyo c’erano state scintille solo pochi giorni fa, dopo che la nuova prima ministra Sanae Takaichi aveva accennato alla possibilità di intervento militare nel caso in cui si aprisse uno scontro tra la Cina e Taiwan. Ora, i nipponici hanno deciso di posizionare dei missili terra-aria a medio raggio a poca distanza da Taiwan.

La diatriba di inizio mese era arrivata persino all’ONU lo scorso venerdì, con il rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, Fu Cong, che ha scritto una lettera al Segretario Generale, Antonio Guterres, affermando: “se il Giappone osasse tentare un intervento armato nella situazione delle due sponde dello Stretto, sarebbe un atto di aggressione”.

La nuova mossa del Sol Levante non è un’aggressione in senso stretto, ma di certo mira a infuocare la regione. È sull’isola di Yonaguni, infatti, che verranno posizionati missili “di Tipo 03, in grado di intercettare minacce balistiche”, riporta l’ANSA. Il ministro della Difesa giapponese, Shinjiro Koizumi, ha definito non corrette le opinioni secondo cui ciò aumenterà le tensioni regionali. Anche perché i sistemi missilistici possono colpire bersagli aerei solo fino a 48 km di distanza.

Ma non si capisce cosa dovrebbero difendere se non i cieli intorno all’isola di Formosa, dato che il Giappone non è di certo un obiettivo del Dragone. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato che la Cina “non permetterà mai alle forze di estrema destra giapponesi di invertire il corso della storia, non permetterà mai l’interferenza di forze esterne negli affari taiwanesi, né la rinascita del militarismo giapponese”.

Takaichi è conosciuta per le sue posizioni nazionaliste, ma anche per il suo profilo che risponde perfettamente alla tendenza alla guerra che l’imperialismo occidentale e i suoi alleati hanno imboccato. Ed è chiaro che sta promuovendo un braccio di ferro con Pechino per mantenere con le promesse fatte nella corsa alla guida del suo schieramento (il Partito Liberaldemocratico).

Ma anche perché gli ultimi sviluppi sul conflitto in Ucraina mostrano che il baricentro della politica mondiale si sta spostando sempre più verso l’Indo-Pacifico. La UE è al momento un nano nello scenario globale, e Trump sta evidentemente spostando l’attenzione di Washington verso l’America Latina e la “West Coast”.

Takaichi ha ricevuto The Donald a fine ottobre, e si è accordata per investimenti e accordi sulle terre rare in cambio della stabilizzazione dei rapporti commerciali. Ora la politica nipponica vuole provare a riguadagnare per il proprio paese un ruolo di primo piano nello scenario del Pacifico.

Il tutto, ovviamente, pone pressione alla Cina, sul tema considerato imprescindibile della riunificazione dell’arcipelago considerato ribelle al paese. E appunto, Tokyo si comporta come se il Dragone stesse preparando la conquista del mondo, e non stesse rivendicando un territorio la cui indipendenza non è formalmente riconosciuta quasi da nessuno, nemmeno dal Giappone stesso.

Un dossier che Trump aveva sapientemente glissato durante l’incontro con Xi Jinping che, meno di un mese fa, ha permesso di ristabilire un quadro di competizione dura, ma comunque normata in maniera prevedibile.

La “linea rossa” tra i due presidenti si è concretizzata in una telefonata, alla fine della quale la parte cinese ha ribadito il ritorno di Taiwan alla Cina come parte dell’ordine post-bellico. Mentre la parte stelle-e-strisce ha evitato l’argomento: sul social Truth, Trump ha parlato di economia e sostegno cinese alla pace nel conflitto ucraino.

Non sembra dunque assurdo che, mentre la Casa Bianca stabilisce il terreno della competizione egemonica, lasci alla guerrafondaia giapponese il compito di premere l’acceleratore sulla dimensione militare.

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20/11/2025

Che succede tra Cina e Giappone?

di Michelangelo Cocco

Shanghai non può più essere colpita con missili Tomahawk dalla base dei marine di Iwakuni. I lanciatori Usa Typhon – rimasti nella prefettura giapponese di Yamaguchi ben oltre la durata del war game Usa-Giappone “Resolute Dragon 2025”, per il quale vi erano stati installati a settembre – sono stati infine rimossi, ha annunciato l’altro ieri il ministero della difesa di Tokyo nel bel mezzo della crisi diplomatica scoppiata tra Cina e Giappone.

I missili Usa di medio raggio, testati per la prima volta in Giappone (e già provati nelle Filippine), così come la risposta di Pechino all’esternazione su Taiwan della neopremier nipponica Sanae Takaichi, sono un sintomo delle cause profonde di questa crisi: nel Pacifico occidentale l’egemonia Usa sta subendo forti scossoni, sia per l’ascesa economico-militare della Cina, sia per la scelta di Washington di delegare in parte agli alleati la difesa dei suoi interessi e i relativi oneri.

La dichiarazione che ha dato il via alla controversia, pronunciata dall’ultra-nazionalista Takaichi il 7 novembre scorso in parlamento, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi», non è che l’epifenomeno di un malessere più diffuso, da Pechino a Tokyo, Manila, Taipei e Seul: quello della diffidenza reciproca e il conseguente riarmo a tappe forzate, che evidenziano quanto sia concretamente percepito il rischio di una prossima guerra nel Pacifico.

Mentre l’Europa è concentrata sulla guerra di logoramento della Russia all’Ucraina e (decisamente molto meno) sull’annosa questione palestinese, è nell’Asia-Pacifico, l’area economicamente più dinamica del Pianeta, nella quale sta crescendo l’influenza cinese, che si registrano i cambiamenti in grado di produrre una drammatica rottura tra la potenza in ascesa e quella egemone.

Queste trasformazioni sono innanzitutto economiche, con le compagnie cinesi che, per la prima volta nella storia, rosicchiano alle concorrenti delle economie avanzate fette di mercati di beni di consumo ad alto valore aggiunto, contribuendo così a un ulteriore avanzamento della Cina.

Alla diffusione della narrazione sulla Cina che vuole “conquistare il mondo” si accompagna un riarmo a tappe forzate. Da anni il tasso d’incremento delle spese militari di Pechino supera quello del prodotto interno lordo, e con la gigantesca parata del 3 settembre in piazza Tiananmen, nonché la più recente entrata in servizio della terza portaerei made in China, sono apparse chiare la qualità e la rapidità dell’ammodernamento dell’Esercito popolare di liberazione.

E gli alleati Usa nella regione non stanno a guardare. Le Filippine hanno dato maggiore accesso all’arcipelago ai militari Usa, provato il sistema Typhon, e stretto una cooperazione militare con il Giappone; quest’ultimo ha portato le spese militari al 2 per cento del Pil con un paio d’anni d’anticipo sulle previsioni, rafforzato l’alleanza con gli Usa e avviato lo smantellamento della Costituzione pacifista; la Corea del Sud ha ottenuto l’ok da Washington per dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare.

Di questioni irrisolte ed esplosive, potenziali casus belli, nella regione ce ne sono almeno tre. Taiwan, con la Cina di Xi che insiste sulla necessità della “riunificazione”, senza escludere l’uso della forza per portarla a compimento; il Mar cinese meridionale, nel quale Pechino ha contenziosi territoriali con diversi vicini, a cominciare dalle Filippine; il Mar cinese orientale, con l’arcipelago delle Diaoyu-Senkaku conteso tra Cina e Giappone.

Ovviamente non c’è alcun automatismo tra queste dispute e lo scoppio di una guerra. Pechino, ad esempio, sostiene di voler risolvere le controversie nel Mar cinese meridionale col dialogo bilaterale o attraverso l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean), mentre ritiene quella di Taiwan una questione “interna”, rispetto alla quale respinge ogni ingerenza.

Tuttavia a spingere nella direzione dello scontro è il cambiamento del quadro regionale. Con il riarmo della Cina, soprattutto navale, a sostegno delle rivendicazioni di Pechino su Taiwan e nei “suoi” mari. E, in egual misura, con il nuovo containment Usa, una riedizione di quello della Guerra fredda che, come contro l’URSS, vede ogni iniziativa cinese – politica, economica, militare – come una minaccia, alla quale opporre contromisure per frenarne l’espansione.

E poi c’è il vento del nazionalismo, che soffia forte a Pechino come a Tokyo. In Cina il 90 per cento della popolazione non si fida dei giapponesi e viceversa, secondo un recente sondaggio incrociato, mentre negli ultimi mesi ci sono stati attacchi a cittadini giapponesi in Cina e cinesi in Giappone.

Ipotizzando un intervento militare del Giappone a difesa di quella che Pechino considera una sua provincia (occupata dal Giappone dal 1895 al 1945), la leader del partito liberaldemocratico ha scavalcato il principio al quale si attengono ufficialmente sia il suo paese sia gli Usa, la cosiddetta “ambiguità strategica”.

Takaichi ha fatto un clamoroso pasticcio all’esordio del suo governo? No, la sessantaquattrenne erede di Shinzo Abe ha sostenuto da premier ciò che il suo mentore aveva detto mentre non ricopriva l’incarico: il Giappone si riarma anche per fronteggiare la Cina. È un cambiamento strategico, non una gaffe, per questo Takaichi si rifiuta di ritrattare la sua dichiarazione, come chiede Pechino.

L’altro elemento che riflette la magnitudo dei cambiamenti in corso è l’ampiezza e la fermezza della reazione che Pechino ha scatenato dopo l’uscita di Takaichi, che lascia immaginare due cose, dalle conseguenze molto profonde: che la Cina percepisca le politiche degli Usa e dei loro alleati regionali proprio come un containment da spezzare; che la Cina si senta ormai una grande potenza, pronta a tutelare i suoi interessi con ogni mezzo.

La prima risposta alle dichiarazioni di Takaichi è stata quella classica, la convocazione dell’ambasciatore giapponese a Pechino, per porgergli proteste presentate come provenienti direttamente dalla leadership, come ad accrescerne la solennità. Immediatamente è stata attivata l’oliata e sempre più pervasiva macchina della propaganda, soprattutto attraverso i social, che ha presentato Takaichi come un mostro che vuole far rivivere gli orrori del militarismo imperiale nipponico.

Per inciso, la storia dell’occupazione e dei massacri giapponesi in Cina in questa vicenda conta. Dal massacro di Nanchino alle nefandezze dell’Unità 731 comandata da Shiro Ishii, quella memoria viene tramandata da decenni sia a tutela della legittimità del partito che (assieme al Kuomintang) ha liberato il paese dagli occupanti, sia per contrastare ogni nuova tentazione militarista di Tokyo.

Poi è arrivato l’invito del governo a studenti e tour operator a non andare in Giappone (a poco più di un mese dal Capodanno cinese, per l’economia nipponica si profilano perdite pesanti), perché il paese sarebbe “pericoloso”. Su questo fronte – quello economico-commerciale – nei prossimi giorni la Cina potrebbe esercitare ulteriori pressioni sul Giappone, per ottenere il dietrofront di Takaichi. Navi della guardia costiera di Pechino si sono dirette verso le isole contese Diaoyu-Senkaku.

Infine, il Quotidiano del popolo, ha esortato le nazioni asiatiche a restare “in massima allerta” di fronte al potenziale “pericoloso” orientamento strategico del Giappone, tracciando un paragone tra Takaichi e il militarismo imperiale nipponico.

Insomma una risposta molto dura, mentre il ministero degli esteri ha fatto sapere che il premier, Li Qiang, non ha intenzione di incontrare Takaichi al summit del G20 in Sudafrica del 22-23 novembre.

In Occidente la reazione di Pechino può apparire esagerata. In fondo la premier nipponica ha “semplicemente” ipotizzato un intervento militare del Giappone nel caso che un’azione di Pechino nei confronti di Taiwan rappresentasse una minaccia esistenziale.

Per chi governa la Cina ininterrottamente dal 1949 invece si è trattato di una risposta necessaria, in linea con la costante, quotidiana riaffermazione della sovranità di Pechino su Taiwan. Che piaccia o no, siamo di fronte a una grande potenza che rivendica sovranità sull’isola, che giudica storicamente sua e geopoliticamente strategica, che ha come obiettivo la “riunificazione” di quel territorio, e che non può tollerare che la premier di un paese vicino, membro del G7 e alleato degli Stati Uniti, metta in dubbio tale sovranità.

Dal ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, di Donald Trump, i diplomatici e funzionari cinesi hanno letteralmente martellato l’amministrazione repubblicana, avvertendola di non superare le cosiddette “linee rosse” su Taiwan (sostegno all’indipendentista Partito progressista democratico e massicci armamenti a Taipei), confidando, con Trump, in un relativo “disinteresse” di Washington per quella che resta comunque una postazione strategica da difendere, ma che Trump è meno propenso ad armare e alla quale ha tolto il cosiddetto “scudo di silicio” ottenendo massicce localizzazioni negli Stati Uniti di TSMC, la compagnia taiwanese leader globale nella produzione di microchip.

Se Pechino da decenni condiziona le relazioni diplomatiche al riconoscimento (e alla continua riaffermazione) da parte dei propri partner del principio “una sola Cina” e dedica un’attenzione ossessiva alle mosse di Washington su Taiwan, per scrutarne ogni possibile, minimo mutamento che potrebbe esser letto come a favore di Taiwan, nei confronti di un paese del G7, alleato e satellite degli Usa, non ci si poteva aspettare che una simile reazione.

E Pechino non si fermerà fin quando non avrà ottenuto la retromarcia ufficiale di Takaichi, o qualcosa che le somigli molto.

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30/10/2025

Incontro Trump-Xi Jinping: guerra commerciale congelata, per ora…

Si è concluso da poche ore il tanto atteso confronto tra il presidente USA Donald Trump e quello cinese Xi Jinping. Il tycoon parla di un accordo in arrivo, ed effettivamente qualche apertura si è vista da ambo le parti (a partire dai dazi e dalle terre rare). Ma non si tratta della composizione dei conflitti, quanto piuttosto di “stabilizzare la rivalità” tra le due maggiori potenze mondiali, come ha suggerito la Rand Corporation.

Ma andiamo con ordine. Il faccia a faccia è durato poco meno di due ore, e non si è concluso con una dichiarazione congiunta finale. Date le condizioni con cui si è arrivati a questo incontro non sembra una sconfitta: previsto da tempo a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Community (APEC), Trump sembrava vicino a farlo saltare con il rilancio della guerra commerciale promosso nelle ultime settimane.

Ma al solito, abbiamo visto in azione i capisaldi della politica TACO (Trump always chicken out, ovvero ‘Trump si tira sempre indietro’), formula diffusa sui media oltreoceano che fa infuriare The Donald, perché – e diremmo noi, stavolta giustamente – è chiara la logica delle sue dichiarazioni poi spesso ritrattate o ammorbidite: minacciare per poi ottenere un accordo più vantaggioso. Forse è sul carattere intimidatorio di una tale prassi che dovrebbero concentrarsi i giornalisti, ma tant’è... 

I contenuti: “su una scala da 1 a 10, l’incontro con Xi è stato 12”, dice Trump. Il presidente USA parla di dettagli ancora da limare, ma un accordo complessivo sarebbe in arrivo. Intanto, Trump ha annunciato la riduzione dei dazi sulle merci cinesi dal 57% al 47%, abbassando dal 20% al 10% la tariffa che aveva imposto sui prodotti di Pechino in virtù del supposto ruolo nel traffico di fentanyl.

In cambio, la Cina si impegna a collaborare contro i flussi di questo stupefacente, a tornare ad acquistare grandi quantità di soia stelle-e-strisce, e anche a sospendere per un anno le restrizioni all’esportazione di terre rare, con un’intesa rinnovabile poi annualmente. Un lasso di tempo molto breve, ma di questi tempi rappresenta una boccata d’aria per la complessità dello scenario geopolitico.

Questa stabilizzazione dei rapporti era stata auspicata dalla Rand Corporation, uno dei think tank principali degli States, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborare indirizzi di politica estera per decenni. Nel 2016 ipotizzava vari scenari di guerra con la Cina, entro una decina d’anni, mentre oggi parla di come rendere una lotta senza regole per l’egemonia una competizione su binari prevedibili.

Traducendo dal sito della Rand, leggiamo in un recentissimo rapporto che per limitare i pericoli, pur in un contesto di intensa competizione, è possibile “individuare meccanismi limitati di stabilizzazione in diverse aree problematiche specifiche”, e in particolare gli analisi “offrono raccomandazioni specifiche sia per la stabilizzazione generale della rivalità sia per tre aree problematiche: Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e la competizione in ambito scientifico e tecnologico”.

Le terre rare sono un elemento centrale dell’ultimo punto, ma Washington non sembra seguire in tutto e per tutto le indicazioni della Rand. Ad esempio, l’annuncio fatto da Trump tramite il social Truth del rilancio dei test nucleari non si allinea troppo bene con “l’accettazione reciproca della deterrenza nucleare strategica”.

Ma l’aver lasciato da parte, nel confronto a Busan, temi scottanti come Taiwan allontana un confronto militare più o meno diretto. Anduril ha stretto importanti accordi per l’industria bellica con Taipei, ad esempio, ma il rapporto con Washington si è spostato da una difesa senza condizioni a una difesa da pagare profumatamente. Magari anche con il trasferimento, almeno parziale, delle filiere dei chip sul suolo statunitense.

Soprattutto, la Rand ha scritto di “ripristinare diverse linee di comunicazione affidabili tra alti funzionari” e di “migliorare le pratiche di gestione delle crisi, i collegamenti e gli accordi tra le due parti”. L’incontro appena svoltasi va evidentemente in questa direzione: c’era una pletora di figure di spicco di entrambe le amministrazioni accanto ai due presidente.

Xi Jinping ha avallato questo abbassamento dei toni, e la possibilità di intese specifiche su dossier di interesse comune. “La Cina e gli Stati Uniti – ha detto all’inizio dell’incontro – possono assumersi congiuntamente le loro responsabilità di grandi potenze e lavorare insieme alla realizzazione di progetti più ambiziosi e concreti, per il bene dei nostri due paesi e del mondo intero”.

Trump ha già annunciato che si recherà in Cina il prossimo aprile, mentre Xi Jinping farà lo stesso negli Stati Uniti poco dopo, e sembra ci sarà un canale diretto per la negoziazione sulle questioni commerciali. Non un ‘telefono rosso’ come durante la Guerra Fredda, ma è chiaro che questo incontro è stato fatto perché i risultati che ne sono venuti fuori durassero. TACO permettendo.

Un ultimo paio di appunti vanno fatti. Washington e Pechino non sono gli unici attori in gioco. Trump ha annunciato anche nuovi accordi con la Corea del Sud, mentre un paio di giorni fa Cina e ASEAN hanno finalizzato un nuovo accordo commerciale al 47esimo summit dell’organizzazione del Sud-Est asiatico, tenutosi in Malesia. Intanto, l’Indonesia ha emesso per la prima volta obbligazioni sovrane prevalentemente in yuan.

Quello che abbiamo di fronte è un mondo che va cambiando profondamente, e il multipolarismo è un’evidente realtà. Le opportunità di alternative vanno colte anche alle nostre latitudini.

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19/09/2025

Scintille intorno a Taiwan, la NATO schiera le sue navi e alza la tensione

Qualche giorno fa abbiamo riportato come la strategia per la sicurezza nazionale del Pentagono abbia spostato il suo focus dal ‘resto del mondo’ al ‘cortile di casa’ latinoamericano. Ma i punti di tensione nell’Indo-Pacifico rimangono, e lo dimostra l’ennesimo braccio di ferro avvenuto con la Cina intorno a Taiwan.

Questa volta, in maniera più esplicita, è la NATO l’attore che si confronta con Pechino. Infatti, sia un cacciatorpediniere USA sia una fregata britannica hanno seguito il percorso della portaerei Fujian, vicino alle coste dell’arcipelago taiwanese, che pochi giorni fa ha attraversato lo Stretto di Formosa.

La Fujian è la terza portaerei varata dal Dragone, è stata presentata nel 2022 e dal 2024 sta portando avanti collaudi ed esercitazioni. Il passaggio per lo stretto che separa la Cina continentale da Taiwan era parte di queste attività, “coerenti con il diritto internazionale e prive di riferimenti a Paesi o obiettivi specifici”, ha specificato Jiang Bin, portavoce del ministero della Difesa.

L’azione è stata però intesa come una dimostrazione di potenza verso l’arcipelago considerato come provincia ribelle, e non riconosciuto come Stato indipendente da quasi nessuno paese al Mondo. Soprattutto, perché si è svolta mentre gli USA stanno portando avanti col Giappone delle esercitazioni con i sistemi missilistici Typhon nell’isola di Okinawa, che proseguiranno fino al 25 settembre.

Taiwan ha risposto annunciando, lo stesso giorno del passaggio della Fujian, che il ministero della Difesa sta lavorando a un bilancio straordinario settennale, separato da quello annuale, che dovrebbe impegnare ulteriori fondi per un totale che varia tra i 22 e i 28 miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare la propria deterrenza contro la Cina.

Nel frattempo, è stato annunciato un accordo per il quale l’azienda stelle-e-strisce Anduril – parte del nuovo blocco di aziende che ha acquistato peso nel complesso militare-industriale statunitense, in particolare con Trump – produrrà il missile da crociera Barracuda-500 e un drone sottomarino in collaborazione col National Chung-Shan Institute of Science and Technology (NCSIST) di Taiwan: è la prima volta che si raggiunge un’intesa simile.

Dopo aver tenuto un incontro online col segretario alla Difesa Pete Hegseth la scorsa settimana, il ministro della Difesa di Pechino ha ribadito ieri che il ritorno di Taiwan alla Cina “è parte integrante dell’ordine post-bellico”. Lo stesso ha ribadito, in sostanza, il portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese.

Che la linea di faglia tra Washington e Pechino passi per Taiwan è risaputo, e tali eventi non fanno che confermarlo. Inoltre, alcune recenti dichiarazioni di Trump dimostrano che lo spostamento dell’attenzione verso l’America Latina non può prescindere dal mantenere una cintura di sicurezza intorno al Dragone.

In una conferenza stampa congiunta con Keir Starmer, durante la sua visita nel Regno Unito, The Donald ha rivelato l’intenzione di riportare in mano statunitense la base aerea di Bagram, in Afghanistan. Uno degli hub militari fondamentali degli USA, durante l’invasione ventennale del paese, viene nominato quasi dal nulla da parte del tycoon, con un nemico chiaro: la Cina.

Trump ha infatti ricordato che la base si trova “a circa un’ora di distanza da dove la Cina sta sviluppando le sue armi nucleari”. Parole che non possono passare inosservate, perché palesano lo sguardo vigile sull’arsenale nucleare del Dragone, e persino l’idea di puntarvi contro aerei e bombe. Una dichiarazione che, ancora una volta, stride con la figura di pacificatore che vuole affibbiarsi il presidente degli Stati Uniti.

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28/07/2025

Taiwan - Il tentativo di rimuovere 24 deputati considerati ‘filo-cinesi’ è fallito

Sabato si è svolto un voto particolare a Taiwan, che segna una dura sconfitta per la linea dura verso Pechino. La tornata elettorale indetta per rimuovere 24 deputati appartenenti al partito del Kuomintang (KMT), che si trova su posizioni più concilianti nel rapporto con la Cina, non ha portato alla destituzione di alcun parlamentare.

Alle elezioni presidenziali svoltesi l’anno scorso nell’arcipelago, considerato dalla Cina come una provincia separatista e non riconosciuto come paese indipendente da quasi nessun governo al mondo, a risultare vincitore era stato Lai Ching-te, del DPP, il Partito Progressista Democratico. La maggioranza relativa del Parlamento era però andata al KMT.

Il DPP aveva dunque cominciato immediatamente una campagna per denunciare la volontà dell’opposizione di paralizzare la vita politica del paese. E anche quella di indebolire gli sforzi per assicurarsi una deterrenza adeguata alla spesso sbandierata ‘minaccia’ cinese, poiché il KMT, insieme ai deputati di un altro partito, il TPP, volevano congelare dei fondi destinati alla difesa.

Per mesi si è sviluppato un movimento di protesta contro queste due forze, che insieme detengono la maggioranza assoluta dell’Aula di Taipei. In questo contesto è stata lanciata una raccolta firme per indire il voto di revoca di 24 parlamentari. Principale promotore di questa iniziativa è stato Robert Tsao.

Tsao è un miliardario famoso per aver dato vita al colosso dei chip United Microelectronics Corporation (UMC). In passato c’era stata qualche tensione tra lui e il governo di Taiwan, poiché aveva deciso di portare alcune attività nella Cina continentale. Negli ultimi anni, invece, si è impegnato nettamente in iniziative finalizzate alla lotta contro Pechino e alla militarizzazione della società del paese.

La raccolta firme è stata un’altra mossa in questa direzione. Ovviamente, la rimozione dei parlamentari aveva trovato il sostegno del presidente Lai. In un recente discorso aveva affermato: “attraverso le elezioni e i voti di revoca, volta dopo volta, elimineremo le impurità come si fa con il ferro per ottenere l’acciaio, ed è così che difenderemo Taiwan”.

Una retorica dai tratti autoritari e bellicisti, che aveva suscitato reazioni di critica anche sui media statali cinesi. Il DPP ha giocato la carta di una serrata della dialettica politica interna, usando la questione dell’atteggiamento verso la Repubblica Popolare Cinese quale terreno su cui raccogliere forze.

In nessuno dei 24 casi, però, questa strategia ha funzionato, con qualche sorpresa anche per lo stesso KMT. Il 23 agosto ci sarà un’altra tornata elettorale contro altri 7 parlamentari, ma è evidente che la sconfitta di sabato potrebbe far desistere da questa iniziativa. Il voto ha mostrato una società polarizzata e, comunque, non una grande volontà a esacerbare i rapporti con Pechino.

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01/06/2025

Su Taiwan cresce la tensione tra Stati Uniti e Cina

Poche settimane fa era stata la rivista statunitense Foreign Affairs a mettere in guardia contro i rischi di una guerra nel Pacifico intorno alla questione di Taiwan. Adesso sono i pezzi grossi dell’amministrazione Trump a suonare sul tamburo con un ritmo inquietante.

Intervenendo alla Conferenza intergovernativa sulla sicurezza che si svolge ogni anno a Singapore, il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth aveva dato voce alle indiscrezioni sulla imminente e concreta “minaccia” rappresentata dalla volontà della Cina di affermare con la forza il proprio dominio nella regione indopacifica. “Non c’è motivo di indorare la pillola. La minaccia rappresentata dalla Cine è reale, e potrebbe essere imminente”. “Pechino si sta preparando in modo credibile a usare potenzialmente la forza militare per alterare l’equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico”, ha sottolineato il capo del Pentagono secondo cui le forze armate cinesi, rispondendo al comando del presidente Xi Jinping, “si stanno addestrando ogni giorno” per essere in grado di invadere Taiwan entro il 2027.

Uno scenario, secondo Hegseth, che deve convincere gli alleati regionali ad aumentare le spese militari. “Chiediamo, e anzi insistiamo, che i nostri alleati e partner facciano la loro parte”, ha detto Hegseth portando ad esempio l’aumento delle spese per la difesa “fino al 5 per cento del prodotto interno lordo” come stanno facendo i partner della Nato.

La risposta della Cina non si è fatta attendere. “Gli Stati Uniti farebbero bene a non scherzare col fuoco” ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese rispondendo al segretario alla Difesa degli Stati Uniti. “Gli Stati Uniti non dovrebbero cercare di usare la questione di Taiwan come merce di scambio per contenere la Cina e non devono giocare col fuoco”, ha fatto sapere Pechino accusando gli Usa di essere “il principale fattore che mina la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico”. Il governo cinese ha affermato di aver “presentato solenni rimostranze alla parte statunitense” in merito ai commenti di Hegseth, aggiungendo di “deplorare fermamente” le sue osservazioni.

Secondo il ministero degli Esteri cinese, gli Stati Uniti sono “la vera potenza egemonica mondiale e il principale fattore che mina la pace e la stabilità nella regione Asia-Pacifico”. Per mantenere la propria egemonia e promuovere la cosiddetta “Strategia indo-pacifica”, gli Stati Uniti hanno schierato armi offensive nel Mar Cinese Meridionale, alimentato le tensioni e creato instabilità, trasformando la regione in una “polveriera” e suscitando profonda preoccupazione tra i paesi della regione.

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18/05/2025

I rischi di una guerra per Taiwan sono alti, occhio “agli errori di calcolo”

Mentre molti osservatori si concentrano sui conflitti in Ucraina e Medio Oriente, un interessante e inquietante articolo sulla rivista statunitense Foreign Affairs suona invece l’allarme sul rischio di una guerra con la Cina intorno alla questione di Taiwan.

Con il titolo: “I rischi di una guerra nello Stretto di Taiwan sono alti”, il lungo articolo di Bonny Lin, John Culver e Brian Hart, evidenzia soprattutto il pericolo di un “errore di calcolo” da parte di Pechino sulla possibile reazione Usa ad un attacco cinese verso l’isola.

Gli autori del saggio su Foreign Affairs scrivono tale proposito:
“Gli interlocutori cinesi notano che il team di sicurezza nazionale di Trump non è ricettivo alle preoccupazioni cinesi su Lai, e temono che quando si tratta della politica quotidiana di Taiwan, questa amministrazione probabilmente rafforzerà le relazioni con Taipei attraverso una cooperazione approfondita e un aumento delle vendite di armi.
Queste valutazioni contrastanti lasciano Pechino meno certa che gli Stati Uniti difenderanno Taiwan da attacchi su larga scala o scenari di minore intensità. Ma i funzionari cinesi ritengono che, se lasciati incontrollati, è probabile che gli Stati Uniti si avvicinino ancora di più a Taiwan. Ciò crea una dinamica matura per errori di calcolo”.

Le tensioni nello Stretto di Taiwan stanno infatti crescendo. La Cina ha manifestato una forte opposizione al nuovo presidente taiwanese, l’ultranazionalista Lai, definendolo un “separatista” e un “istigatore di guerra”. A metà marzo, il portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan della Cina aveva etichettato Lai come un “distruttore della pace tra le due sponde dello Stretto” e lo ha accusato di spingere Taiwan verso “il pericoloso orlo della guerra”.

Ma la preoccupazione degli autori è concentrata soprattutto sulla possibile errata valutazione da parte della Cina delle posizioni prevalenti dentro l’amministrazione Trump.

Da un lato la riduzione dei dazi contro le merci cinesi ha rivelato il bluff di Trump, indicando un cambiamento della linea aggressiva annunciata fino ad ora. Dall’altra le contraddizioni e l'imprevedibilità degli orientamenti dentro la nuova amministrazione USA non lasciano però trapelare una linea di condotta univoca nei rapporti con la Cina.

Osservando come gli analisti di Pechino guardano agli Stati Uniti, gli autori del saggio su Foreign Affairs segnalano che:

“Mentre la Cina aumenta le sue attività militari contro Taiwan, molti a Pechino non sanno da che parte sta Washington. Pechino è relativamente fiduciosa che l’amministrazione Trump voglia intensificare la concorrenza con la Cina, con particolare attenzione alle relazioni economiche. Anche gli analisti cinesi ritengono generalmente che Trump cercherà di usare Taiwan come carta in questa competizione, ma non c’è consenso su come lo farà. Gli esperti cinesi valutano che Trump e la sua squadra sono divisi su Taiwan. Molti credono che Trump voglia negoziare accordi con la Cina e che lui e molti dei suoi sostenitori vogliano evitare coinvolgimenti militari stranieri.
(...)
La Cina potrebbe decidere che ha bisogno di trattare Taiwan in modo più aggressivo per chiarire al team di sicurezza nazionale di Trump che non tollererà né i crescenti legami tra Stati Uniti e Taiwan né le mosse di Taiwan che considera provocatorie. Nel frattempo, la percezione della Cina che Trump non sia del tutto disposto a difendere Taiwan potrebbe portare Pechino a prendere in considerazione ulteriori azioni di escalation contro l’isola”.
Per gli analisti di Foreign Affairs l’amministrazione USA dovrebbe contrastare più apertamente la politica cinese su Taiwan prima del 2027, perché questa sarebbe la scadenza per una decisione assertiva della Cina se procedere alla soluzione di forza della questione Taiwan.

“Lo stesso Xi ha fissato la scadenza del 2027 affinché l’EPL abbia la capacità di prendere con la forza Taiwan. Data la spinta di Xi ad accelerare la modernizzazione dell’EPL, è improbabile che i suoi leader militari gli dicano nel 2027 che la Cina non è in grado di eseguire con successo operazioni militari su larga scala contro Taiwan, il che significa che Xi potrebbe sentirsi più sicuro di sé e disposto a provocare una crisi o un conflitto” scrivono gli autori sottolineando come: “La diminuita pazienza di Pechino e l’indurimento delle intenzioni rendono ancora più importante per l’amministrazione Trump garantire che la Cina comprenda chiaramente la determinazione degli Stati Uniti e la sua volontà di contrastare l’aggressione cinese”.

L’appello ad una postura più minacciosa da parte degli Stati Uniti verso la Cina diventa più esplicito verso le conclusioni del saggio ospitato da Foreign Affairs, ribadendo il pericolo che “un errore di calcolo” da parte di Pechino sulle intenzioni statunitensi, potrebbe portare ad un fatto compiuto sulla crisi di Taiwan.
“Poiché gli Stati Uniti si stanno muovendo rapidamente su più fronti, sarà importante prestare attenzione a come Pechino potrebbe collegare i punti delle diverse politiche statunitensi per mettere insieme una più ampia comprensione della strategia e delle intenzioni americane. Nella misura in cui la Cina sta fraintendendo gli Stati Uniti, sarà fondamentale per l’amministrazione Trump correggere e respingere le narrazioni cinesi, sia in pubblico che in privato. Se l’amministrazione Trump non vuole una crisi tra le mani, non dovrebbe lasciare una porta del genere aperta a Pechino”.
L’articolo di Foreign Affairs va letto e interpretato con la dovuta attenzione per almeno tre motivi:

a) il quadrante asiatico è indubbiamente diventato il più strategicamente rilevante nelle nuove relazioni internazionali. Qui si muovono le fonti e la circolazione dell’accumulazione capitalistica globale e qui le linee di faglia tra interessi contrapposti sono più profonde.

b) le priorità politiche della nuova amministrazione USA non sono sempre così decifrabili e costanti da consentire una realistica analisi tra costi e benefici di una eventuale forzatura.

c) l’insistenza con cui gli analisti di Foreign Affairs sottolineano il rischio di un errore di calcolo sulle eventuali reazioni statunitensi verso una forzatura della Cina su Taiwan, evocano molti dei fatti compiuti della storia passata che hanno reso irreversibili scelte che hanno innescato le guerre.

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11/04/2025

L'esercito Usa puntato sulla Cina

Un rapporto segreto del Pentagono, pubblicato dal Washington Post, spiega come sono state rivoluzionare le strategie militari degli Stati Uniti. «L’esercito statunitense riorientato per dare priorità alla prevenzione dell’occupazione di Taiwan da parte della Cina. Assumendosi rischi in Europa e in altre parti del mondo».

Linee della ‘Heritage Foundation’

Un promemoria interno segreto che porta l’impronta della conservatrice Heritage Foundation. Compresi alcuni passaggi che sono quasi duplicazioni, parola per parola, del testo pubblicato dal think tank l’anno scorso (Progetto 2025 n.d.r.). Certo, gli analisti internazionali si erano già orientati, interpretando in questa chiave i vistosi cambiamenti della ‘foreign policy’ americana. Ora, il rilancio del nuovo modello di difesa (tutto da verificare) fatto dal WP, conferma lo spostamento dell’interesse statunitense verso l’Asia e la perdita di interesse per il Vecchio Continente.

L’invasione di Taiwan

«La guida di Hegseth – aggiunge il Postè straordinaria nella sua descrizione della potenziale invasione di Taiwan, come scenario animatore esclusivo, che deve essere prioritario rispetto ad altri potenziali pericoli, riorientando la vasta architettura militare statunitense verso la regione indo-pacifica oltre la sua missione di difesa della patria». E così, quasi come una reazione pavloviana, nello Stretto di Taiwan, a soli 24 miglia dall’isola, è ricomparsa minacciosa la sagoma imponente della portaerei cinese Shandong. È la prima volta che la formidabile nave d’assalto s’avvicina, così tanto, alle coste della ‘provincia autonoma’ rivendicata da Pechino. Allarme rosso? Anche se nella complessità dello scenario geopolitico contemporaneo, non puoi mai dare niente per scontato, a prima vista, si tratta di imponenti ‘esercitazioni dimostrative’.

New York Times

O, almeno, così le interpreta il New York Times, attribuendo il loro svolgimento alla volontà del governo di Pechino di mandare un preciso segnale, a Washington e a Taipei, e cioè un avvertimento al Presidente taiwanese, Lai Ching-te, che aveva bollato la Cina come «forza straniera ostile». «A volte – scrive il Timesl’esercito cinese non spiega perché tiene esercitazioni. In questo caso, però, i funzionari e i resoconti dei media statali sono stati chiari: “Questa è una punizione severa per le dilaganti provocazioni pro-indipendenza dell’Amministrazione Lai Ching-te”», ha affermato il portavoce dell’Ufficio del governo cinese per gli affari di Taiwan. E scava scava, ci si accorge che lo spettacolare show militare di Pechino, attuato in questa fase nello Stretto di Taiwan, ha sicuramente calcoli geopolitici molto più ampi alle spalle.

Niente si muove per caso

Il colosso asiatico offre una dimostrazione di potenza, e lancia quasi un guanto di sfida, proprio mentre Trump è impegnato con tutte le sue forze in altri scacchieri. Nel muro contro muro di Taiwan c’entra di tutto, dal controllo dell’Indo-Pacifico alla competizione strategica, fino alla più prosaica concorrenza commerciale. Dazi doganali compresi. Fa tutto parte di un unico pacchetto diplomatico e Pechino gioca le sue carte in modo spregiudicato. Così, secondo il South China Morning Post di Hong Kong, non è un caso se il dispiegamento della potenza di fuoco cinese, questa volta, raggiunga livelli quasi record. Vuole essere una risposta, precisa e ‘parallela’, alle mosse della Casa Bianca, che sta accelerando la dottrina del ‘containment’. Il vecchio principio del ‘cordone sanitario’, una sorta di cortina geopolitica di Stati-cuscinetto, piazzati tutti intorno all’avversario per isolarlo e tenerlo a bada.

Risposta in proporzione alla sfida

La reazione cinese è stata amplificata a conclusione della prima visita ufficiale del Segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, nelle Filippine e in Giappone, sostiene il Morning Post. Durante il viaggio, conclusosi domenica, Hegseth ha chiesto un’alleanza più forte «per contrastare l’aggressione della Cina nella regione». Ora, sembra di capire, a Pechino temono che la forte caratterizzazione anti-cinese dell’Amministrazione Trump, di cui parlavamo all’inizio, possa sostenere le velleità indipendentiste del nuovo Presidente taiwanese Lai. Lo ribadisce anche l’analisi del Financial Times, che spiega come, negli ultimi mesi, Lai abbia adottato misure «per rafforzare la posizione difensiva di Taiwan, organizzando le esercitazioni di mobilitazione per la difesa civile più impegnative degli ultimi decenni. Inoltre, ha annunciato piani per ripristinare i processi militari in tempo di pace e per contrastare le operazioni di infiltrazione e influenza cinesi».

‘Pechino agitatore internazionale’

«Il Ministero della Difesa di Taiwan – prosegue il giornale londinese – ha affermato che l’escalation delle attività militari della Cina nella regione sta sfidando l’ordine internazionale e la stabilità regionale, aggiungendo che Pechino sta diventando il più grande ‘agitatore’ agli occhi della comunità internazionale». Addirittura, quasi a spiegare la complessità delle motivazioni che stanno dietro il contenzioso per l’isola, gli analisti del Financial Times ricordano che il governo di Taiwan accusa i produttori di chip cinesi, di «bracconaggio illegale di ingegneri».

Resta il fatto che il quasi contemporaneo arrivo al potere di Lai e Trump ha cambiato molti equilibri, nel Mar Cinese meridionale. E che l’effetto domino di questo processo si scaricherà, a cascata, su tutte le crisi internazionali, dall’Ucraina al Medio Oriente.

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