Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/10/2026
“Deve scapparci il morto”. È in preparazione una operazione “False flag” per fare la guerra alla Russia?
Una riunione di diplomatici della Ue svoltasi a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, “la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni” riferiva una fonte diplomatica europea a Politico. A dare un quadro d’insieme della possibile azione della Nato contro la Russia era stato qualche giorno prima il segretario dell’alleanza Mark Rutte.
Poi, l’11 ottobre, è arrivato il Financial Times a suscitare l’allarme “wet work”, una espressione che indica operazioni murder or assassination, in particolare omicidi su commissione. Secondo il FT l’allarme è alto tra le intelligence occidentali sull’intensificarsi di sforzi da parte della Russia per assassinare i responsabili della difesa europei.
La stessa Ansa registra come “la coincidenza vuole che proprio nelle scorse ore il primo ministro polacco Donald Tusk abbia dichiarato che un uomo accusato di aver minacciato un attentato contro di lui e il suo ministro della Difesa è stato arrestato”. Ignota ovviamente sia l’origine della minaccia che l’identità dell’uomo arrestato.
Il Financial Times, dopo aver sentito funzionari di cinque diverse agenzie di intelligence, fa riferimento ad assassinii di obiettivi civili europei. In sostanza si tratterebbe degli amministratori delegati, dei Ceo e di altri dipendenti di alto livello di aziende impegnate nel settore militare come obiettivi degli agenti del Cremlino.
Nel mirino ci sarebbero anche i dirigenti delle aziende più piccole, soprattutto quelli delle imprese impegnate nella produzione di droni o dei loro componenti.
Si tratta di accuse pesantissime e allarmanti contro la Russia, fatte di illazioni, ipotesi, congetture e senza ulteriori prove a sostenerle, ma che creano la cornice dentro cui può accadere di tutto – da un omicidio a una strage – che può essere strumentalizzato ai fini della propaganda di guerra o diventare lo stesso casus belli che si va cercando da tempo. In sostanza stanno creando il clima per una o più operazioni False flag (1).
A conferma di questa ipotesi ci sono già le operazioni False flag sul territorio britannico, in questo caso però in funzione anti-iraniana.
Il 27 settembre ci sono stati i cinque uomini – poi diventati sette – arrestati vicino alla base aerea di Fairford – appartenente alla Raf inglese ma in concessione agli Usa per il traffico dei bombardieri che hanno bombardato l’Iran – che non erano affatto “terroristi persiani”, visto che si trattava di giovani inglesi scarcerati dopo poche ore. Aggiornamenti su questa strana vicenda sono ormai introvabili anche sui mass media britannici da almeno quindici giorni.
Non contenti di questo primo fiasco, i britannici si sono ripetuti qualche giorno dopo. L’8 ottobre altri due uomini vengono arrestati all’interno però della base militare di Molesworth, anch’essa della Raf ma ospitante hub di intelligence statunitensi e della NATO.
Al contrario dei cinque poveretti di cui sopra sorpresi e arrestati ad una certa distanza dalla base militare di Fairford, questi due erano proprio dentro, visto che non erano passati dagli ingressi ufficiali ma erano entrati da un buco nella recinzione perimetrale della base.
Il problema è che si tratta di due lettoni, ossia di due cittadini europei di un paese membro della Nato e alleato della Gran Bretagna, tra i più determinati e guerrafondai in Europa nello scatenare la guerra contro la Russia. La notizia di questi arresti ormai è scomparsa dai mass media britannici e occidentali da almeno cinque giorni.
In compenso sappiamo che il 12 ottobre è stato convocato l’ambasciatore iraniano a Londra per chiarire che “la Gran Bretagna non tollererà minacce sul nostro territorio” dopo l’incidente dello scorso mese alla RAF Fairford.
Il ministro degli Esteri britannico Milliband ha affermato che i “continui tentativi” dell’Iran di minare la sicurezza del Regno Unito “attraverso le sue reti criminali, gruppi per procura e attività maligne sostenute dallo Stato sono inaccettabili”.
Anche qui senza alcuna prova viene accusato un paese, ma è l’accusa stessa – nonostante la fattualità si sia smontata da sola – a fare da volano alla propaganda di guerra.
Ci assumiamo la responsabilità di mettere sull’avviso i nostri lettori sin da adesso. L’escalation in corso nei paesi europei verso lo scontro con la Russia è seria.
L’unico ostacolo che stanno incontrando i governi guerrafondai – e le classi dominanti di cui sono espressione – è il fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica non intende affatto “morire per Kiev”, è contraria al riarmo e alla guerra, non trova alcun motivo per continuare a sostenere militarmente ed economicamente l’Ucraina e la prosecuzione del conflitto.
E questo fattore da un lato rende isterici i governi guerrafondai, dall’altro crea la cornice per rendere necessario “un fatto scioccante” – una strage, uno o più omicidi – che scuota e destabilizzi l’opinione pubblica cercando di piegarla a dare consenso alla guerra. Magari cominciando con qualche avventura militare sul territorio russo di Kalinigrad o inviando contingenti militari europei sul territorio ucraino per “testare la capacità di reazione nemica”.
In Italia purtroppo abbiamo una lunga esperienza di come le stragi di stato o alcuni omicidi siano serviti a tale scopo sul “fronte interno”.
In termini militari si chiamano – in inglese – operazioni False flag, in termini storici – in latino – vengono definiti come casus belli, le loro conseguenze, come noto, sono le guerre che la gente non voleva combattere.
Note
(1) Le operazioni di False flag (falsa bandiera) sono delle tattiche usate in ambito militare e di intelligence; l’obiettivo è quello di, una volta compiuta una certa azione, far ricadere la colpa su un altro soggetto. L’operazione, quindi, consiste nel tentativo di un agente A che, dopo aver portato a compimento una certa azione, cerca di addossare la colpa ad un agente B.
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09/10/2026
Due “terroristi” in un’altra base inglese. Ma sono lettoni…
E visto che la Russia si ostina a non invadere l’Europa, ecco che dei “volenterosi” provano a produrre “fatti” adatti a far salire la temperatura guerrafondaia.
In gergo militare e diplomatico si tratta di piccole provocazioni “false flag” – falsa bandiera, ossia prodotte in loco ma attribuite ai russi (o all’Iran), una specialità molto occidentale, per chi ricorda un ex generale con una boccetta in mano all’assemblea dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003.
La miriade di “droni russi” segnalati tutti i giorni non fanno danni, come i fantasmi. E i “disturbi elettronici” della cosiddetta “guerra ibrida” non sono abbastanza convincenti, forse perché non arrivano a spegnare la televisione durante la partita serale.
Abbiamo tutti capito facilmente, per esempio, che i cinque – poi sette – arrestati vicino alla base aerea di Fairford, appartenente alla Raf inglese ma in concessione agli Usa per i bombardieri che andavano sull’Iran, non erano affatto “terroristi persiani”, visto che si trattava di giovani inglesi scarcerati dopo poche ore. Però il giochino era stato sufficiente a convincere gli americani a spostare altrove quei bombardieri, visto che quella base non garantiva abbastanza “sicurezza”.
Ora la replica, con schizzi di materiale organico sgradevole. Due uomini sono stati arrestati all’interno della base militare di Molesworth, nel sud-est dell’Inghilterra, anch’essa della Raf ma ospitante hub di intelligence statunitensi e della NATO. Erano entrati con il classico buco nella recinzione perimetrale.
Al contrario dei cinque poveretti sorpresi ad una certa distanza da Fairford, questi due erano proprio dentro, con presumibili “cattive intenzioni” visto che non erano passati dagli ingressi ufficiali.
Il problema è che si tratta di due lettoni, ossia di due cittadini europei di un paese membro della Nato. Alleati a tutti gli effetti, insomma. Anche se di quella fetta baltica di alleanza (Estonia, Lettonia, Lituania) che sta facendo da tempo carte false per scatenare una guerra alla Russia che loro, da soli, non si possono proprio permettere. E quindi provano a “convincere” tutti gli altri a farsene finalmente da fare.
Basti ricordare le farneticazioni quotidiane della sedicente “alta rappresentante per la politica estera UE”, la svalvolata Kaja Kallas, o il suo connazionale Tarmo Kundla, neo capo del sedicente “esercito” estone (4.500 uomini in tutto, solo un terzo “professionisti”), che sposta le truppe al confine e vaneggia di “vittorie” da ottenere rapidamente sul campo...
I due lettoni, di 36 e 32 anni, sono attualmente detenuti con l’accusa di violazione di domicilio e di essere entrati in un luogo vietato “per uno scopo pregiudizievole per il Regno Unito”, secondo l’elegante formula riservata ai terroristi “alleati”.
“Siamo ben consapevoli del recente aumento dell’interesse e della preoccupazione attorno ai siti militari”, ha dichiarato il comandante Helen Flanagan, a capo della Polizia Antiterrorismo di Londra. “Ma in questa fase non c’è nulla che suggerisca che questo incidente sia collegato agli eventi della RAF Fairford”.
L’unico collegamento è la pretesa di far partire una guerra vera e propria – “breve ma intensa”, come i conflitti nucleari – a forza di far finta di condurre una “guerra ibrida”.
Anche se è sempre meno ibrida e più “classica”, visto che il Comitato militare che assiste e fornisce consulenza al Consiglio Atlantico, al Comitato di pianificazione della difesa e al Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, guidato dal generale italiano Cavo Dragone, si è recato ufficialmente in questi giorni a Kiev.
Il ruolo principale di questo Comitato militare è quello di fornire indicazioni e consulenza in materia di politica e strategia militare all’Ucraina. Di fatto, un’entrata in guerra vera e propria, perché ogni “consulenza” si fa inviando “consulenti”, ossia contingenti militari con le competenze specifiche ritenute indispensabili.
Vedremo probabilmente la notizia dei due lettoni entrati nottetempo in una base inglese sparire dai giornali (su quelli italiani non c’è proprio arrivata, nonostante ne parlino BBC e CNN, e altre fonti occidentali autorevoli), ma resta il fatto che si va costruendo il clima che prima o poi sfocia in una guerra.
Le piccole provocazioni “false flag”, infatti, sono la spia di una volontà politica ancora minoritaria e per nulla supportata dall’opinione pubblica europea, in nessun paese. È quindi gioco forza inevitabile che queste provocazioni salgano di livello, trasformandosi in azioni vere e proprie, probabilmente con morti e feriti, in modo da vincere quelle “stupide resistenze pacifiste”.
Nel paese delle stragi di Stato, di Piazza Fontana e della Stazione di Bologna, ecc., non c’è neanche bisogno di spiegare come sia possibile...
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30/09/2026
Parata unionista di Portadown bloccata dalle proteste degli irlandesi repubblicani
Il caso è diventato subito un termometro della politica britannica di portata molto più ampia rispetto alla dimensione della cittadina irlandese. Fin dalle prime luci dell’alba, i manifestanti repubblicani hanno presidiato in massa la via formando cordoni umani a braccetto, determinati a non consentire il transito della delegazione unionista nel proprio quartiere.
Consapevoli dell’elevato rischio di disordini, le autorità avevano vincolato la manifestazione, approvata per un vizio di forma, a restrizioni specifiche: solo 35 persone, il divieto totale di accompagnamento con bande musicali e la partenza fissata alle prime ore del mattino. Ma il tema non era di persone e decibel, bensì politico.
Centinaia di irlandesi hanno di fatto bloccato la strada e il transito dell’Orange Order. La vicenda ha assunto un peso significativo per la presenza nel presidio opposto agli unionisti di Michelle O’Neill, prima ministra dell’Irlanda del Nord ed esponente del partito repubblicano Sinn Féin.
O’Neill ha definito “vergognosa” la sentenza del tribunale che ha permesso una marcia “storicamente intrisa d’odio, violenza settaria e omicidi”. La scelta di passare attraverso le aree cattoliche risale alla metà degli anni Novanta, dopo il cessate il fuoco con l’IRA, quando l’Orange Order promuoveva questo percorso con un chiaro intento provocatorio, causando disordini e anche morti.
I partiti unionisti hanno accusato O’Neill di contravvenire ai propri doveri istituzionali e, di fronte all’inasprirsi dei toni, è intervenuto persino il primo ministro britannico Andy Burnham, rivolgendo un appello formale alla calma. La vicenda arriva inoltre in una fase molto complessa della vita politica delle isole britanniche.
I leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno parlato di separarsi dal Regno Unito, mentre l’Irlanda del Nord è diventato anche il terreno su cui promuovere non solo retoriche unioniste ma anche razziste, finalizzate alla polarizzazione politica e alla crescita della fascistizzazione della società, esemplificata dai pogrom contro i migranti condotti a Belfast lo scorso giugno.
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29/09/2026
Affoga nel ridicolo “l’attentato” alla base aerea inglese
La notizia del presunto attentato alla base aerea di Fairford, nel sud dell’Inghilterra, vicino Oxford, era sembrata da subito piuttosto stramba. Per le modalità, se non altro, perché in una guerra sporchissima come quella che Usa, Israele e Nato stanno conducendo contro l’Iran (e la Russia) una risposta “asimmetrica” ci può anche stare.
I sospetti erano altrettanto logici, visto che negli ultimi mesi non passa giorno senza che venga lanciato un allarme sui “droni russi” che poi si rivelano ucraini, stormi di uccelli, oppure su “disturbi elettronici” ascrivibili d’ufficio a qualche “guerra ibrida”.
Però neanche noi, notoriamente scettici su certe cose, potevamo immaginare una pochade così mal congegnata. E dire che tutto doveva sembrare credibile – anche allo sguardo più diffidente – grazie al fatto che comunque c’erano stati ben cinque arresti. La testimonianza di una “agricoltrice” – l’impagabile sforzo politically correct dei media importanti – prontamente protetta dall’anonimato sembrava in un primo momento vaga ma plausibile.
Poi la narrazione ha preso la via della catastrofe. I cinque arrestati sono risultati giovani londinesi tra 23 e i 25 anni, non pregiudicati né noti “estremisti”.
I media hanno subito provato a correggere il tiro senza cambiare bersaglio (“C’è dietro l’Iran”, o “forse la Russia”), spiegando agli ignari spettatori che “spesso le dittature si servono di manovalanza locale per condurre azioni di guerra ibrida”. In pratica quel che l’Occidente fa in modo più professionale per provocare “rivoluzioni colorate”...
Col passare delle ore è crollato tutto. I cinque giovani sono stati scarcerati dopo neanche 24 ore. E non si può neanche dire che sia intervenuto l’antico habeas corpus del diritto liberale inglese (“restar libero fino al processo”), perché è una consuetudine seppellita da tempo.
Per fare giusto un esempio: gli attivisti di Palestin Action, un’associazione contro il genocidio che pratica anche l’“azione diretta” ma pacifica (blocco di alcune aziende che fabbricano armi per Israele, o direttamente contro aziende militari israeliane come Elbit System) vengono arrestati e tenuti in carcere molto a lungo. Ed anche i manifestanti che chiedono la loro liberazione (proprio ieri, guarda caso, sono finiti in guardina 50 partecipanti ad un presidio fuori da una convegno del Partito Laburista, a Liverpool).
Gli autori di una azione a Filton, nell’agosto del 2024, con danneggiamento di materiale, sono stati tenuti prigionieri per oltre 18 mesi prima di essere processati, assolti in primo grado e poi condannati in appello.
Dunque, se i cinque di Fairford sono stati scarcerati subito vuol serenamente dire che non stavano facendo nulla. Anche il “grande quantitativo di esplosivi” è sparito nel nulla. Restano tra le frasche i tre furgoni bianchi, di incerta proprietà ed utilizzo.
Naturalmente, per cercare di continuare a sostenere l’ipotesi di “Attentato! Attentato!” la polizia britannica ha spiegato che sono in corso verifiche e interrogatori approfonditi, ma che questo “non significa che l’inchiesta sia chiusa”. I cinque, accusati di sospetta “pianificazione di un attacco terroristico”, restano sottoposti a “severe restrizioni nei movimenti o contatti con altri”. Ma se ci fosse stato davvero anche un solo grammo di esplosivo restavano dentro anni...
Anche la povera “agricoltrice” ci ha messo del suo (se davvero esiste e non è solo un avatar per giornalisti creduloni). Racconta di aver visto nella notte e in piena campagna “Un folto gruppo di uomini incappucciati”, il che appare quanto meno insensato per dei “terroristi” che di solito cercano di non farsi notare.
Subito dopo aggiunge che “Quando mi hanno visto sono scappati”, il che – altrettanto – stona parecchio con la condotta di chi va ad attaccare nientemeno che una base della Raf da cui partono i bombardieri Usa diretti in Iran.
La comica prende il sopravvento quando rivela che “Ho chiamato immediatamente il ministero della difesa”, mentre qualsiasi cittadino – se proprio decide di far qualcosa – normalmente chiama la polizia, che poi avvertirà chi di dovere.
Fino allo straordinario “Nel giro di 10 minuti il villaggio pullulava di agenti armati”, come se le forze speciali di sua maestà non facessero altro che precipitarsi ad ogni telefonata di sconosciuti nella notte.
Non poteva mancare l’idiota di turno – Nigel Farage – che, fidandosi (unico al mondo!) di quel che dice Trump (“Li seguivamo da tempo, è stata un’operazione eccezionale”) si era precipitato scrivere sui social che i cinque arrestati erano “cittadini iraniani”. Post poi cancellato e ridotto a “enorme problema di sicurezza nazionale”.
Più sobria e vagamente ironica la risposta iraniana che, oltre a smentire qualsiasi rapporto con la vicenda, ha minacciato di far causa nel tribunali inglesi contro il governo britannico, i media e quant’altro. Non sappiamo ancora con quale accusa, ma ci sembra plausibile che possa essere per “circonvenzione di incapace”.
Ovvero il popolo britannico, da cui si salvano certamente i solidali con Palestine Action...
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03/09/2026
Germania - La paura di perdere le elezioni scatena l’escalation contro la Russia
La “crisi dei droni” all’aeroporto di Lipsia, capitale del Land della Germania orientale in cui si vota domenica, è venuta crescendo di giorno in giorno, con il chiaro obiettivo di indicare nella “guerra ibrida” della Russia il convitato di pietra di un risultato elettorale che nei sondaggi vede in testa la formazione di destra AfD e il crollo dei partiti della coalizione di governo (Cdu e Spd).
Del resto, come scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estendibile a seconda dei momenti e senza confini”. Talmente estendibile che può essere giocata anche in una campagna elettorale in salita per le attuali classi dirigenti e utilizzata contro i propri avversari politici.
Oggi tutto il fronte europeo guerrafondaio saluta l’ulteriore escalation di ostilità scatenata dal cancelliere Merz contro la Russia, augurandosi che questa metta in difficoltà sia la destra in ascesa nei lander tedeschi ma anche chi si oppone allo scatenamento della guerra in Europa che proprio i servizi di intelligence tedeschi – e la Nato – prevedono entro il 2030.
L’alleanza di guerra ha dichiarato di essere solidale con la Germania “dopo l’attacco ibrido della Russia”, ha scritto il Segretario Generale NATO Mark Rutte.
La Russia dal canto suo ha negato il coinvolgimento nell’incidente di Lipsia e vede una provocazione che “serve esclusivamente gli obiettivi di Kiev e dell’ala militarista della classe politica europea”.
“Mosca mostra una “aperta ostilità” verso la Germania e nessuna volontà di compromessi”, ha dichiarato ieri a Berlino il ministro degli Esteri tedesco Wadephul. “Al contrario, con l’attacco con droni a Lipsia, la leadership russa aveva deciso consapevolmente di danneggiare ulteriormente il rapporto”.
“Sono spariti i mormorii sulle potenze straniere” – scrive il quotidiano economico Handesblatt – ora la colpa ufficiale del fallito attacco all’aeroporto di Lipsia è ufficialmente la Russia. “In Germania, i partiti AfD e BSW stanno già facendo un favore al governante del Cremlino chiedendo la cessazione degli aiuti all’Ucraina. Vengono applauditi sui social network dai troll di Putin” chiosa il giornale portavoce del crescente complesso militare-industriale tedesco.
L’utilizzo sul fronte interno del pretesto della guerra ibrida è diventato ormai spudorato. La logica del nemico all’interno manovrato dagli agenti esteri è un format classico di tutte le guerre e delle misure repressive che di conseguenza vengono adottate all’interno dei paesi coinvolti. Secondo questo schema, come scrive Olimpio sul Corriere della Sera, “sono gli agenti di influenza stranieri quelli che commissionano compiti sul campo come campagne di disinformazione, gesti per suscitare polemiche interne ai Paesi considerati ostili”.
In pratica ogni critica ai governi in carica, alle loro alleanze internazionali, alle loro leggi, non è più esercizio della lotta politica ma diventa “intelligenza con il nemico”.
Questa visione – e le misure repressive che ne conseguono – del resto erano state illustrate fin troppo esplicitamente anche nel dossier sulle guerre ibride che il ministro Crosetto ha consegnato nel novembre scorso fa al Consiglio Supremo della Difesa al Quirinale.
Come nei bui anni Trenta del secolo scorso, anche oggi in Europa è quanto accade in Germania a dare il ritmo.
Ci siamo detti spesso che la storia non si ripete se non come farsa, ma qui abbiamo davanti agli occhi delle classi dirigenti in Europa che non hanno né il senso della storia né quello della farsa. Al contrario siamo in presenza di quell’avventurismo delle classi dirigenti che ha sempre trascinato i popoli dentro il baratro. Fermiamoli!
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28/08/2026
L’ansia di guerra, a cervelli spenti
Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”.
Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal tranquillo incarico di sindaco di Manchester a quello più stressante di gestore di un paese con nostalgie imperiali e un presente da servi impoveriti, dice che “la Russia attaccherà, è inevitabile”, “è solo questione di quando, non di se”.
Entrambi stanno in un’alleanza militare chiamata Nato, e in molti altri organismi sovranazionali di intelligence, parlano la stessa lingua (niente lost in translation, insomma) e condividono gli stessi “valori” che poi è uno solo: “il mercato è sovrano”, lo dice pure Tajani.
La distonia è troppo evidente per essere nascosta, ma i media mainstream ci provano lo stesso, magari alludendo al fatto che Trump non ci sta troppo con la testa – in effetti si occupa di scemenze come rinominare l’Ontario in “lago America” – oppure che è “putiniano” perché non apprezza la stessa democrazia che lo ha selezionato. Come se Burnham fosse stato eletto o Macron avesse una maggioranza parlamentare...
Se si guarda al panorama europeo la situazione è invece uniforme. Tutti i cosiddetti leader (della UE o dei singoli paesi) gridano che bisogna riarmarsi, e di corsa, perché la Russia attaccherà presto. “È solo questione di quando, non di se”.
In testa, come decibel, ci sono quattro nanerottoli ringhiosi confinanti appunto con la Russia (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia, da poco entrata nella Nato ma già lobotomizzata quanto basta da farsi dirigere da un certo Stubb).
I quattro invocano la guerra ogni giorno, fanno transitare nel loro spazio aereo i droni ucraini che devono colpire la Russia “nel profondo” (qualcuno sospetta che in realtà ospitino direttamente i lanciatori) e pressano la Nato perché agisca al più presto perché loro – giurano – voglio “la pace” e naturalmente “la sicurezza”.
I paesi più grandi – Francia, Germania, la stessa Gran Bretagna, la Polonia – sono d’accordo sul risultato finale (la guerra contro Mosca) molto meno su tempi e modi. Parigi e Londra scalpitano per “manovre congiunte con l’esercito ucraino”, presumibilmente in territorio ucraino per “non sguarnire le difese di Kiev” impegnate a combattere sul serio, mentre Berlino e Varsavia preferiscono accelerare la preparazione. Pardon, il riarmo.
Dell’Italia è inutile parlare, perché non sanno quel che vogliono né quel che fanno. Ed è quasi una fortuna...
Tutti, però, condividono la “narrativa”: la Russia ci vuole invadere. Il paese più esteso del mondo, ma con appena 130 milioni di abitanti, ricchezze naturali dalle dimensioni ancora semi-sconosciute ma ciclopiche, saldamente collegato con la prima economia del mondo (la Cina, a parità di potere d’acquisto), vorrebbe insomma “allargarsi” inglobando un territorio frammentato e abitato da quasi 500 milioni di persone, in profonda crisi economica e “di senso”, pressoché privo di materie prime ed ormai anche di tecnologie di punta.
Realistico, no? Più probabile – a naso – il contrario...
Ma se si parla di guerra, si incrementano i dispositivi (e la spesa) militari, si provoca sistematicamente l’avversario armando con sistemi sempre più “offensivi” il suo attuale antagonista sul campo – l’Ucraina – in modo da massimizzarne il logoramento... prima o poi la guerra arriva.
Perché non puoi seriamente parlare di “guerra ibrida russa” per ogni drone non identificato che cade sui confini e far finta che i “tuoi” missili, gentilmente regalati all’Ucraina, con in più il supporto radar e satellitare per indirizzarli con efficacia, siano invece un “semplice risultato commerciale” di cui non sei responsabile per l’utilizzo.
Se si parla di guerra, insomma, e la si fa pure facendo finta del contrario, la guerra vera prima o poi arriva... Per un “incidente” mal calcolato, un missile su un obbiettivo “troppo sensibile”, oppure per la decisione della controparte di non attendere che il futuro “aggressore europeo” si sia organizzato abbastanza da poterlo fare davvero.
Perché in tutta questa follia guerrafondaia c’è un solo piccolissimo problema: per “sdraiare” le velleità europee non serve “invaderne” i territori confinanti – processo costoso in uomini e mezzi, dai risultati incerti e con prospettive invalidanti sul medio-lungo periodo (la legittima “resistenza” degli invasi). Bastano un paio di “atomiche tattiche”, quelle meno potenti ma egualmente micidiali.
Lo sanno tutti, tanto che l’ineffabile Corsera affida al suo direttore tuttofare – Giuseppe Sarcina – il compito di stilare un lungo elenco, e relativa mappa, degli “obbiettivi sensibili” sul territorio europeo. Come se dovesse avvenire domattina...
Ovvio – per chi non ha portato il cervello in discarica – che neanche i più “falchi” tra i dirigenti russi vogliano far passare i rapporti con i guerrafondai europei dall’attuale “tensione” alla guerra totale, che in quel caso coinvolgerebbe probabilmente anche gli Stati Uniti (che di atomiche ne hanno altrettante).
In tre quarti d’ora sarebbe tutto finito. Superati tutti i problemi che affliggono l’umanità... per estinzione della stessa.
Lo sappiamo tutti, meno – sembra – qual piccolo branco di idioti che popola le stanze delle “cancellerie”, da Bruxelles a Londra e dintorni.
La domanda è perciò: quanto è grave la crisi che li attanaglia se non riescono ad immaginare altro che la guerra come “soluzione”?
Ogni giorno che restano al loro posto rende il pericolo maggiore...
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22/07/2026
Il caso Roggero. E allora si chieda la grazia anche per Cesare Battisti
A questo punto – e in modo relativamente paradossale – sarebbe legittimo chiedere la grazia anche per Cesare Battisti, scombinando lo schema di gioco che abbiamo davanti agli occhi e buttando la questione tra i piedi della destra e dei forcaioli, costringendoli a balbettare e ad arrampicarsi sugli specchi.
È decisivo precisare che non stiamo parlando di una campagna sui prigionieri politici, come molti potrebbero equivocare. Si tratta di altra cosa. Per quella è dal 1984 che sosteniamo l’ipotesi di una amnistia per i prigionieri come fatto politico.
Stiamo parlando di un’altra questione e cioè di come non piegarsi alle onde lunghe della invasiva e aggressiva propaganda della destra in questa materia, di non limitarci a ripiegare continuamente sugli interstizi della difesa della legalità e dello stato di diritto di fronte a forze che se ne fregano dell’una e dell’altro, ma sul come invece scombinare le carte anche sul loro melmoso terreno.
Se qualche pezzo della sinistra o dell’intellettualità in Italia trovasse il coraggio politico di giocare d’attacco su questo terreno, potremmo assistere a scenari inediti e ai quali la destra – abituata a passarla liscia troppo facilmente – si troverebbe in difficoltà, in Parlamento come nei dibattiti televisivi, negli incontri pubblici come nei bar di quartiere.
Il contesto dei casi Roggero-Battisti parla infatti di gioiellieri condannati perché hanno sparato e ucciso e di chi è stato condannato per aver ideato di sparare e uccidere i gioiellieri che sparano e uccidono. Nel caso Torreggiani Battisti infatti è stato condannato per aver ideato il delitto del gioielliere milanese ma non per averlo commesso materialmente.
A ben guardare si tratta di una montagna di merda comunque la si guardi e di due casi diversi tra loro che non hanno certo provocato simpatie diffuse.
La destra, forcaiola oltre misura nei confronti di Cesare Battisti, cerca invece di creare consenso e simpatia per il gioielliere omicida Roggero, sparando paradossi assurdi e addirittura proposte di legge per far ottenere la grazia a Roggero.
Piuttosto che balbettare di fronte a queste paradossali e vergognose argomentazioni, sarebbe più efficace gettarne altrettante tra i piedi della destra, costringendo loro – in questo caso – a dover fare le precisazioni, a rifugiarsi dietro le sentenze, a fare i distinguo tra caso e caso, a balbettare, in ogni modo a doversi mettere sulla difensiva per affermare che la loro grazia a Roggero sarebbe giusta e quella a Battisti no. E sui doppi standard sappiamo che la partita la perdono.
Con questa destra non si può più giocare pulito né, soprattutto, giocare sulla difensiva.
Come spieghiamo nel nostro editoriale siamo ormai entrati nell’epoca della barbarie, influenzata indubbiamente da una logica suprematista e da un clima di guerra incombente – che dunque prevede sia un fronte esterno che un fronte interno – ma anche dal degrado della stessa civilizzazione capitalistica così come l’abbiamo conosciuta.
Dunque, per dirla con Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”.
Fonte
09/07/2026
Killer israeliani “in vacanza” vandalizzano Cagliari
Nei giorni scorsi, al Parco di Monte Claro, è stata gravemente danneggiata la targa che ricorda le vittime dell’eccidio di Sabra e Shatila: più di 3000 palestinesi, in gran parte donne, anziani e bambini, martirizzate a Beirut nel settembre 1982 dall’esercito israeliano e dai falangisti collaborazionisti cristiano-maroniti. Con colpi d’arma da fuoco, coltelli e asce. Eccidio rivendicato orgogliosamente dagli stessi occupanti israeliani, assassini di massa.
Il danneggiamento è stato denunciato alle autorità.
Negli stessi giorni, in Piazza del Carmine, una coppia con una bandiera palestinese è stata minacciata da due persone che si sono dichiarate israeliane. Hanno intimato loro di ritirare la bandiera gridando “terroristi di Hamas andatevene a casa”.
Questi episodi caratterizzano le vacanze dei riservisti dell'Idf in Italia. Ospitati spesso in resort (come in Sardegna), sotto scorta, a spese dei cittadini di questo disgraziato Paese, delle forze dell’ordine.
Le autorità italiane non paiono interessate a compiere ciò che è previsto dal diritto internazionale, dalla Corte Penale Internazionale, oltre che dal buon senso e dalla costituzione italiana: ossia verificare se, tra chi entra in Italia da “Israele”, siano presenti assassini di massa raggiunti da mandati di arresto o con accertate responsabilità per crimini di guerra o contro l’umanità.
Fonte
23/06/2026
Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo
È accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché l'americano Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.
In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.
Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. è inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.
Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.
Lavrov, in compenso, allora come oggi, non ha dovuto far altro che pubblicare il testo dell’intervista cestinata sulla pagina web del suo ministero.
Di seguito la traduzione.
Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale
In occasione di un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque condizioni preliminari affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.
Contesto
Oltre due decenni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: coinvolgere la Russia nel dialogo è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto della NATO e dell’Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.
La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino, e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.
Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto senza mezzi termini la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione – un accordo che Bruxelles aveva a lungo promosso, esercitando pressioni su Viktor Yanukovich affinché lo firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci – condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese una proroga, gli europei istigarono disordini di piazza che degenerarono rapidamente in un colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.
Germania, Francia e Polonia si dimostrarono allora altrettanto infide. Dopo aver garantito che l’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich sarebbe stato onorato, se ne lavarono le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, frutto del loro operato, prese il potere. «La democrazia», hanno commentato con nonchalance, «prende pieghe inaspettate».
Da allora l’Europa ha dato il proprio sostegno alle nuove autorità. Il 2 maggio 2014, a Odessa, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.
In qualità di co-garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come hanno poi ammesso Angela Merkel e François Hollande – dopo che l’operazione militare speciale era già iniziata – l’attuazione da parte di Kiev degli Accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è mai stata realmente prevista. L’obiettivo, hanno ammesso, era semplicemente quello di guadagnare tempo: per rafforzare le Forze Armate dell’Ucraina e inondarle di armamenti occidentali.
La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproche giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno attivamente appoggiato tale rifiuto.
In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha dato il proprio sostegno agli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, limitatevi a combattere» – ha chiuso la porta a una vera diplomazia per il prossimo futuro.
Situazione attuale
Cosa ha spinto quindi i leader europei a cambiare improvvisamente la loro retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa mirano a ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni dell’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua visione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia sia chiamata a rispondere delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha affermato in modo inequivocabile: «Il sostegno militare all’Ucraina non è in contraddizione con la ricerca della pace, ma costituisce piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziazione credibile e in buona fede».
Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia e, al contempo, portare avanti una campagna di guerra giuridica orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di questa organizzazione, un tempo rispettata, si sta mettendo in piedi un’intera infrastruttura con l’esplicito scopo di «chiedere conto alla Russia»: un Registro dei danni, una Commissione per le richieste di risarcimento e un Tribunale speciale.
L’Unione Europea ha inoltre dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi incidenti si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate dell’Ucraina nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.
Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È quello di sostenere il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto contro la Russia. In quest’ottica, i leader europei si stanno affrettando a garantire un cessate il fuoco il più rapidamente possibile per un unico motivo: impedire il crollo delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano consiste nel “congelare” il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi dispiegare rapidamente contingenti militari della “coalizione dei volenterosi” anglo-francese sul suolo ucraino.
È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, riversando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e potenziare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intendono guadagnare tempo con ogni mezzo a loro disposizione. In un’osservazione sorprendentemente schietta lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo».
L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, attirando al contempo l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Per quanto riguarda l’Ucraina, viene sempre più considerata il «pugno d’acciaio» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.
Rischi per la sicurezza globale
Questo stato di cose pone gravi minacce alla sicurezza globale. Un confronto diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.
Sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, l’Europa sta assistendo a un significativo potenziamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il proprio “ombrello nucleare” a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei destinatari della sua cosiddetta protezione.
Ciononostante, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi – piani che, secondo loro, vanno ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, volta esclusivamente a sottrarre fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Non è certo il clima adatto a un dialogo sostanziale.
La posizione della Russia
Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna delle parti. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte determinata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, quindi, non può essere condotto come se si trattasse di un osservatore terzo e imparziale.
La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.
Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la loro lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è in contrasto con gli imperativi di un mondo multipolare.
I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso di decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ripristinato. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza a livello continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.
Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può trovare espressione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.
Il punto chiave è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa come parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso misure concrete che dimostrino un impegno sincero ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello lanciato alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.
P.S. È degno di nota il fatto che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro tenutosi presso il Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026 – un incontro che essi avevano richiesto con tanta insistenza. Quello era l’unico scopo della loro visita al ministero.
Fonte
18/06/2026
I “liberali” son più matti di Trump
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc.), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.
Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.
Cosa c’è in comune?
Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Teheran. È la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.
La loro critica, insomma, è una critica “da destra”, intendendo con questo termine “geometrico” il suo significato politico reale: è una critica guerrafondaia, ossia una pretesa di continuare l’attacco invece di cercare un (difficile) equilibrio che eviti la guerra almeno per qualche tempo.
A ben guardare si tratta di un comportamento perfettamente identico a quello della cosiddetta “opposizione” parlamentare israeliana, persino di sedicente “sinistra” come i laburisti. Attaccano Netanyahu perché “si è fatto comandare dall’America” e non ha ottenuto il genocidio completo che aveva promesso (a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Siria, in Iran, ecc.).
Di fatto i “liberali” occidentali condividono con la destra fascista e reazionaria una visione complessiva del mondo e del ruolo della “civiltà occidentale” che porta implacabilmente alla stessa conclusione: guerra e sterminio. E la “Democrazia”? Non pervenuta...
È la visione – autorappresentata in forme retoriche diverse – che poggia sul suprematismo occidentale bianco, esattamente come agli albori del colonialismo. “Noi” siamo civili e sviluppati, “noi” abbiamo “cultura e storia” (vero Galli Della Loggia?), “noi” siamo la democrazia e la libertà, “noi” abbiamo il diritto di imporre a chiunque altro la nostra organizzazione della vita e le istituzioni che abbiamo creato.
Gli altri sono incivili, selvaggi, bestie da domare se riottose ai nostri comandi. Così come fecero Pizarro e Cortez in America Latina, i cento generali Custer agli albori degli States, inglesi e boeri nell’Africa centromeridionale e i francesi in quella del nord, e tutti insieme in varie parti dell’Asia.
Anche i “sinistri moderati” condividono questa subcultura di fondo, così incistata nel dna occidentale da risultare inconsapevole, ma che traspare quando si ragiona di “diritti” senza neanche curarsi di collocarli in una evoluzione storica che – notoriamente – non è stata uguale e tantomeno sincrona per tutte le aree del mondo; in strutture sociali millenarie che sono certamente in trasformazione – con l’affermarsi ovunque dei moderni modi di produzione – ma che fisiologicamente evolvono ognuna a proprio modo.
Che però non è il “nostro” e soprattutto non tollerano l’imposizione improvvisata di modelli socio-culturali e valoriali percepiti come “estranei” anche quando condivisi da una parte di quelle società.
L’ansia di “omologare il diverso” è parte integrante della spinta capitalistica a superare tutte le “concezioni venerate e di veneranda età” e tutte le gerarchie feudali, sostituendole con il “nudo interesse” e il “freddo pagamento in contanti”. Il tutto in poco tempo, quasi per decreto di un’autorità esterna, che pretende di sintetizzare in pochi passi il percorso – lungo e doloroso – fatto per arrivare alla modernità capitalistica.
Ma tutto questo castellare “culturalmente”, questo cianciare di “valori” eterni fuori da Storia e Geografia, copre il buon vecchio appetito coloniale per le risorse. E Trump, nella sua incommentabile rozzezza, ha rotto il velo di “sacri princìpi” che nascondeva – malamente, certo – la fame di ricchezza e risorse possedute da altri.
Quindi criticare Trump è facilissimo, persino doveroso. Ma per proporre cosa?
Se non si accetta neanche questo fragilissimo “memorandum di intesa”, cosa si fa? Si prosegue con la guerra, ovvio.
Per quali obbiettivi? Il “regime change” a Teheran – come a Mosca, a Pechino e altrove – è sempre meno facile, se si prendono di mira paesi di certe dimensioni, industrialmente sviluppati (e l’Iran lo è, contrariamente alle “narrazioni” di comodo), sufficientemente coesi all’interno (l’unanimità non esiste da nessuna parte), disposti a battersi per mantenere la propria indipendenza e capacità di scelta.
La verifica delle assurdità raccontate in stizzose articolesse e interminabili talk show si può fare in una attimo. Prendiamo i “volenterosi” del G7 che si offrono ora – ad accordo firmato – di inviare navi militari a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.
Quello Stretto è già sbloccato proprio in base all’accordo contestato. Il fatto che in fondo a quel braccio di mare siano state piazzate mine non impedisce – come si è visto già in queste prime ore – la navigazione e il ritorno alla normalità (con i tempi non brevi che ci vogliono quando si rimette in moto una fisiologia bloccata per quattro mesi).
Quelle mine sono infatti “attivabili” per scelta politico-militare, non galleggiano liberamente in superficie.
Possono essere rimosse – e sarebbe bene che lo fossero, per evitare incidenti – solo da chi esercita la “sovranità” territoriale su quel braccio di mare, secondo il diritto internazionale e le convenzioni Onu.
Mandare navi militari da parte di paesi fin qui complici con il “nemico” – e non c’è dubbio alcuno che i paesi europei o il Giappone abbiamo quantomeno sostenuto in silenzio sia Israele che gli Usa – è di per sé una provocazione che può produrre soltanto un risultato opposto a quello dichiarato.
Hormuz è riaperto. Se lo “invadi” si richiude.
Ma il suprematismo occidentale bianco non appare più in grado di accettare o metabolizzare una sconfitta che, a ben pensarci, lascia comunque campo aperto a una ripresa del business globale, con potenziali benefici per tutti.
E qui sorge il legittimo sospetto che proprio quella “normalità”, quella “competizione pacifica tra sistemi diversi”, sia ormai una condizione temuta nelle capitali dell’Occidente imperialista.
Ma se temi la pace, significa che sei già finito, però non te ne sei accorto o non sai come “correggerti” per restare in vita.
È come per la “transizione energetica”, in fondo. Costa troppo, o mette in discussione i profitti di qualcuno, riconvertire l’industria dall’energia basata sugli idrocarburi in un mix di altre fonti, magari rinnovabili? Si va avanti facendo finta di niente, anzi negando che il Pianeta stia preparando la tua espulsione dalle specie viventi.
I sedicenti “liberali”, anche in questo, sono indistinguibili dai “fascisti veri”. Anzi, preparano al meglio il loro avvento. Ossia la fine.
Fonte
12/06/2026
La Ue gioca con il fuoco nel Mediterraneo e l’Ucraina danneggia i propri alleati
Non sarà senza conseguenze l’ultima decisione con cui l’Unione Europea intende aumentare la pressione economica contro la Russia.
L’Unione ha infatti autorizzato le proprie navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. L’annuncio è arrivato dalla solita Kaja Kallas, una degli esponenti europei più guerrafondai in qualità di Alta rappresentante dell’UE per la politica estera. L’obiettivo, secondo la Kallas, è ridurre le entrate con cui Mosca finanzia le proprie operazioni militari in Ucraina.
È bene ricordare che l’operazione IRINI era stata lanciata dalla Ue nel Mediterraneo nel 2020 ma con il compito di monitorare il rispetto dell’embargo sulle armi dirette alla Libia. Con questa decisione il mandato dell’operazione europea viene ampliato, ciò consentirà alle unità navali europee di abbordare e controllare anche le navi sospettate di aggirare le sanzioni energetiche imposte alla Russia. Sempre che quest’ultima accetti di farsi abbordare le proprie navi senza reagire.
La decisione fa il paio con la proposta di estensione del mandato dell’altra missione navale militare europea – Aspides – la quale, dopo il Mar Rosso, vorrebbe intervenire anche nello Stretto di Hormuz, nonostante l’Iran abbia fatto sapere chiaramente che non gradirà la presenza di navi militari straniere.
Insomma nel Mediterraneo come nel Golfo Persico la UE continua a giocare con il fuoco. E “l’incidente” è sempre più a portata di mano, quanto cercato con ossessiva determinazione.
Contestualmente, l’Unione Europea continua a mostrare totale complicità verso le operazioni – e i danni – che l’Ucraina continua a infliggere ai propri alleati europei.
È il caso del sabotaggio al gasdotto North Stream in Germania nel 2022 e del danneggiamento nel Mediterraneo della nave metaniera russa Arctic Metagaz – colpita dai droni marini ucraini e mandata alla deriva lo scorso marzo, per poi approdare in Libia. Adesso sono i droni ucraini che continuano a provocare problemi alla “alleata” Romania (membro della Ue e della Nato).
Dopo la manipolazione smascherata sul caso del drone russo intercettato dagli ucraini e poi caduto in Romania qualche settimana fa, un nuovo caso sta esacerbando la pazienza degli alleati con l’Ucraina.
L’ultimo episodio, di sei giorni fa, è quello del drone marino esploso nel porto rumeno di Costanza che – in questo caso – non era russo, ma ucraino. Anche in questa occasione ad affermarlo è stato il presidente della Romania Nicușor Dan, che non è certo un amico del Cremlino.
Il Ministero della Difesa rumeno il 5 giugno ha riferito che quattro droni sono sfuggiti al controllo delle Forze Armate ucraine. Uno di essi è esploso nel porto di Costanza, il secondo in mare aperto vicino al porto, altri due – a circa 145 km a est della città della Romania.
Pare che l’obiettivo dei droni marini ucraini fosse la petroliera Safeen Elona diretta da Costanza al porto russo di Novorossik dove doveva imbarcare petrolio.
Fonte
06/06/2026
In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia
Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali.
Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l’importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa.
Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada.
Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta.
Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l’attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa».
Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all’ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell’Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L’Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz’ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d’Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c’è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d’argilla”.
Avanti alla guerra; l’Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d’anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr’otto.
Popoli d’Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza il Mascellone” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.
Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po’ di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa.
Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall’Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni.
Perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l’Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l’Ucraina guadagni tempo... Se all’Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra».
Tra l’altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l’immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l’Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei.
Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij.
In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l’aggressione yankee-sionista all’Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell’aggressione all’Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili.
Per l’afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O’Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell’Ucraina.
Ma, per l’appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell’agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare.
A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte.
Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l’attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L’alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.
Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull’afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo.
Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.
E, comunque, nel caso che – non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l’Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l’Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico.
Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest’isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una “portaerei” svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati.
Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell’area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini.
Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un’ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia».
Non sono da meno a Varsavia: l’Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul “sabotaggio russo” nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad.
Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».
In ogni caso, l’area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l’ex maggiore dell’esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente.
Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c’è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne».
Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l’utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all’Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».
Negli stessi termini si esprime anche l‘ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti.
Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L’esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?... una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L’Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all’Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».
E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all’arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l’osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l’Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all’inizio.
La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c’è via di ripresa; l’unica opzione possibile è la guerra».
Bruxelles e le cancellerie europee l’hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte.
La guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un’organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all’aria i loro piani.
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08/05/2026
Gli Usa sparano e tirano indietro la mano
Le agenzie di stampa iraniane hanno riferito inizialmente che “l’aggressivo e terroristico esercito statunitense ha violato il cessate il fuoco e ha preso di mira una petroliera iraniana che si stava spostando dalle acque costiere iraniane nella regione di Jask verso lo Stretto di Hormuz”.
Subito dopo un’altra nave è stata presa di mira mentre entrava nello Stretto di Hormuz, di fronte al porto emiratino di Fujairah.
Ma gli attacchi non si sono limitati a prendere di mira due navi che “cercavano di forzare il blocco imposto dagli Stati Uniti”, secondo le versioni Usa, perché hanno investito obbiettivi in diverse aree del paese. Le aree civili lungo le coste di Bandar Khamir, Sirik e dell’isola di Qeshm sono state oggetto di attacchi aerei americani.
Contemporaneamente le batterie di difesa aerea a ovest di Teheran sono state attivate per contrastare l’arrivo di alcuni piccoli droni, e si erano uditi i colpi della difesa aerea intorno alla capitale.
In risposta, le forze armate della Repubblica islamica hanno immediatamente attaccato tre navi da guerra statunitensi a est dello Stretto di Hormuz e a sud del porto di Chabahar.
La risposta è stata confermata dal Comando centrale Usa, riconoscendo che l’Iran “ha lanciato missili, droni e piccole imbarcazioni mentre i cacciatorpediniere statunitensi transitavano nella via navigabile”.
Subito dopo la precisazione “all’israeliana”: “Ribadiamo che non cerchiamo un’escalation, ma restiamo in uno stato di prontezza e preparazione per proteggere le forze americane”. Gli attacchi “non significano la fine del cessate il fuoco con l’Iran”.
Anche Trump cominciava a distribuire tweet nel suo stile sbrasone, senza aggiungere altro che enfasi, ma confermando che “il cessate il fuoco resta in vigore”.
Non troppo stranamente, nelle stesse ore alcune fonti dell’amministrazione hanno riferito a Reuters che gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a raggiungere un accordo limitato e temporaneo per porre fine alla guerra tra i due Paesi, attraverso una bozza di accordo quadro volta a fermare i combattimenti, mentre le questioni più controverse (nucleare, ecc.) restano irrisolte.
Di fatto, insomma, gli attacchi statunitensi – indubitabilmente una violazione non provocata della tregua – costituirebbero nelle intenzioni dell’amministrazione Trump una nuova forma di pressione per produrre una risposta positiva a quel memorandum che, evidentemente, non deve essere troppo convincente.
Si deve sottolineare qui una differenza forte con lo stile israeliano, che pratica la stessa violazione degli accordi per conquistare terreno. Mentre gli Usa “si accontentano” di mostrarsi dominanti per arrivare al tavolo delle trattative con una posizione un po’ più forte.
Il gioco, come sempre, è rischioso, perché può produrre l’effetto esattamente opposto, radicalizzando le posizioni e spingendo a risposte militari più dure e potenzialmente incontrollabili (la guerra o la pace si fanno in due...).
Il tutto è stato immediatamente colto nel suo vero significato dai “mercati”, con le piazze asiatiche che sono tornate negative e quelle europee subito in scia, all’apertura delle contrattazioni. Meno mosso il prezzo del petrolio, comunque in rialzo, mentre già cominciano ad essere cancellati voli in Europa a causa della scarsità – o del prezzo eccessivo – del carburante aeronautico.
L’amministrazione Usa appare sempre aggrovigliata in una serie di problemi e difficoltà che ha creato con le proprie mani. Ogni mossa, in qualsiasi senso, provoca danni e peggiora la situazione.
Nessuno degli obbiettivi dichiarati per la guerra – tutti temporanei, ballerini, buttati lì tanto per giustificarla – è stato raggiunto. L’unico “spendibile”, secondo diversi media, sarebbe la distruzione della marina militare di Teheran, che già prima non risultava particolarmente attrezzata.
Un rapporto della Cia rivela che le capacità missilistiche iraniane sono rimaste pressoché intatte, a parte il “consumo” nei giorni di guerra, e che la maggior parte delle piattaforme di lancio e dei missili non sono stati distrutti.
La spiegazione, dicono i funzionari dell’intelligence, è che “Israele e gli Stati Uniti hanno adottato una strategia di chiusura, concentrando gli attacchi sugli accessi alle strutture sotterranee”. Questa “era una soluzione efficace in tempo reale per impedire all’Iran di portare i missili fuori dai propri ricoveri per il lancio, ma i missili stessi sono rimasti illesi all’interno dei rifugi fortificati”. Con la tregua, ovviamente, gli iraniani “stanno lavorando per superare i blocchi e rimettere in servizio le piattaforme di lancio”.
Quanto all’efficacia del blocco Usa sul piano economico, l’Iran “sarà in grado di resistere al blocco navale americano nello Stretto di Hormuz e nel Golfo dell’Oman per almeno tre o quattro mesi, e forse anche più a lungo, prima di trovarsi ad affrontare difficoltà tali da minare la stabilità del regime”.
In pratica, l'aggressione statunitense-sionista potrebbe risultare efficace sul lungo periodo. Ma così lungo che l’intera economia mondiale si troverebbe quasi nelle stesse condizioni, tra prezzi dell’energia oltre l’immaginabile e la contrazione della produzione.
In effetti gli Usa cominciano a somigliare a King Kong preso nelle reti. Urla, mena fendenti, si agita... ma nella rete resta. Ovviamente serve cautela nel trattarlo, perché sempre un King Kong è...
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30/04/2026
La Brigata ebraica. Nata male, finita peggio
Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.
In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.
Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.
I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.
La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.
Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.
Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.
Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.
Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.
La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.
Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.
Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.
Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.
C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.
Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.
La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.
La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.
Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.
Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.
Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.
Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.
Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.
La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).
Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.
Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.
Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.
Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.
Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.
Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.
Fonte
29/04/2026
Individuato lo sparatore del 25 aprile a Roma: è della Brigata ebraica
I fatti sono avvenuti nei pressi di Parco Schuster, lo scorso 25 aprile dove era in corso la conclusione del corteo per la Festa della Liberazione dal nazifascismo, organizzata dall’Anpi.
Il ragazzo a bordo di uno scooter bianco e vestito un giubbotto verde militare, è accusato di essersi avvicinato a una coppia di militanti dell’Anpi e di aver sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Le vittime sono marito e moglie, Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 62 anni. L’uomo è stato colpito vicino al collo e alla guancia, la donna invece alla spalla. I due non indossavano la kefiah palestinese tanto odiata dai sionisti ma il fazzoletto dei partigiani dell’Anpi.
Il giovane, Eithan Bondi, è stato raggiunto dalla Digos nella serata di ieri presso la sua abitazione ed è stato perquisito. L’accusa è di tentato omicidio e porto d’armi abusivo. Bondi avrebbe dichiarato di far parte della Brigata Ebraica di Roma. Gli investigatori sono riusciti ad individuarlo grazie alle telecamere di sorveglianza che hanno seguito la sua fuga dalla Basilica di San Paolo prima verso Piramide, poi per via del Porto Fluviale e infine per il Lungotevere. Durante il tragitto il ragazzo aveva gettato la pistola softair in un cassonetto.
Gli interrogativi posti da questa vicenda sono parecchi. La zona di Roma in cui è avvenuto l’attentato – Ostiense/Marconi – è da tempo oggetto di ripetute aggressioni e attentati attribuiti ai gruppi di ultrà sionisti della Capitale contro attivisti o locali filopalestinesi. Ultima in ordine di tempo la vandalizzazione dell’aula studenti all’università di Roma Tre due giorni fa.
Alla particolare aggressività di questi settori della comunità ebraica romana va connesso anche l’alto numero di cittadini con doppio passaporto italiano-israeliano che sono andati a combattere in questi tre anni in Israele nelle forze armate. Degli 828 individuati, molti infatti sono romani.
Fonte
La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
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