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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/09/2026

Dal drone di Lipsia ai droni di Zelensky, il sapore amaro della disperazione

di Fulvio Scaglione

Ma davvero lo sento solo io il puzzo acre di disperazione che si leva dalle ultime finto-bellicose iniziative europee nel confronto con la Russia? Finto-bellicose perché, se davvero credi che un Paese straniero mandi droni esplosivi in uno dei tuoi principali aeroporti, vuol dire che stai subendo un’aggressione armata, un tentativo di strage. E se per di più sei membro di un’alleanza militare chiamata NATO, e il bersaglio dell’aggressione armata era un aereo carico di rifornimenti militari destinati da quell’alleanza all’Ucraina, anche la NATO (dov’è finito il famoso articolo 5?) dovrebbe intervenire, reagire. E tu reagisci chiudendo un consolato e la Casa Russia? È pur vero che sei la Germania, ovvero il Paese che si è fatto saltare sotto il sedere il gasdotto Nord Stream che ti aveva reso ricca e quasi dicevi grazie agli attentatori, ma le conclusioni possibili sono solo due.

La prima: sei una pippa. La seconda: è tutto inventato. Inventato perché i russi non avrebbero il pelo o le capacità di commettere un gesto simile? Dipende. Il pelo certamente. Le capacità… parliamone, perché in molti casi non è che si siano rivelati abilissimi. Pensiamo al “caso Litvinenko”, l’ex agente del KGB avvelenato con il polonio a Londra nel 2006, con i responsabili (Andrej Lugovoj e Dmitrij Kovtun) prontamente individuati. O al “caso Skripal”, altro ex agente del KGB colpito con il gas nervino Novichok ma sopravvissuto, e i due colpevoli (Anatolij Chepiga e Aleksandr Mishkin, agenti del servizio segreto militare) identificati. Per di più, in entrambe i casi le inchieste hanno tirato in ballo una responsabilità diretta del Cremlino, non un gran risultato per i russi.

Però quello di Lipsia sembra un pasticcio troppo grande anche per quei pasticcioni dei russi: il drone esplosivo che non esplode, il tizio che lo prende a calci, il piano molto raffinato però affidato a due pirla qualunque, i passaporti, il transito per l’Italia che invece no, e così via. Compresa la grottesca conferenza stampa dei ministri tedeschi Alexander Dobrindt (Interni) e Johann Wadephul (Esteri), i quali non dicono perché sono così sicuri che si tratti di un attentato di Mosca ma parlano cinque minuti e poi se ne vanno, senza accettare domande. È piena la Rete di Osint, di considerazioni più o meno fondate, di dubbi ragionevoli, noi qui non ci dilunghiamo. Giornali e Tv, ovviamente, hanno reagito come un sol uomo (e forse non è un modo di dire): Russia colpevole, lo dice la Germania. A mettere qualche mano avanti sulla versione dominante sono rimasti solo quelli che se ne intendono: per esempio Stephen Bryen, già fondatore dell’agenzia anti-spionaggio tecnologico del Pentagono, sentito dal nostro Roberto Vivaldelli.

Il fatto è che che tutto questo serve poco e conviene ancor meno a Vladimir Putin, che con l’invasione dell’Ucraina nel 2022 si è messo in una grana da cui può uscire solo andando avanti e sperando nella vittoria (Quale? quando? A che prezzo?), mentre conviene molto a una serie di disperati che stanno dalle nostre parti. Prendiamo il Governo tedesco. La popolarità del cancelliere Friedrich Merz ormai si conta sulle dita (tra il 13 e il 22% a seconda dei sondaggi, comunque al minimo storico: al suo confronto il povero Olaf Scholz era un gigante) mentre il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt con il rischio di vedere la destra di Alternative für Deutschland (AfD) andare al governo da sola nel land celebre per la sua industria chimica. Afd, a parte le altre caratteristiche, si distingue per aver sempre criticato lo scontro europeo con la Russia: non pare anche a voi che il caso del drone di Lipsia caschi fin troppo a fagiolo per il disperato Merz? E la disperazione dalle sue parti dev’essere enorme se il ministro della Difesa Boris Pistorius si è spinto a chiedere di aprire la procedura per mettere al bando l’AfD. Quanto dev’essere disperato, un Governo, per tentare una mossa come quella ai danni del secondo partito di Germania? Cioè per preferire il suicidio politico a un’onorevole (e poi perniciosa, ma questo è un altro discorso) sconfitta sul campo? D’altra parte, parlando sempre di disperazione. Pistorius è quello che ha inviato lettere a 298.200 diciottenni nell’ambito del nuovo programma di servizio militare volontario per il 2026 e ha raccolto 530 arruolamenti (tasso di adesione: 0,18%) e da fine politico che conosce il Paese ha subito proposto la leva obbligatoria.

Il drone di Lipsia, poi, ha rivitalizzato gli zombie del radicalismo europeo, prima fra tutti Kaja Kallas, responsabile per la politica estera Ue, e si vede. La Kallas è subito partita all’attacco con i suoi cavalli di battaglia. Per esempio: bloccare l’ingresso nella Ue ai cittadini russi che, dice lei, sono “ospiti” dei nostri Paesi ma ne approfittano per fare le loro porcherie da spie. Per carità, fate pure. Tenete però presente che i viaggiatori russi in Europa nel 2025 sono stati più di 500 mila, dei quali 161.121 in Italia, 156.547 in Francia (ma Macron non se li mangiava a colazione, i russi?) e 123,359 in Spagna (dati Die Welt). A parte alcune decine di spie acquattate nell’ombra, gli altri sono turisti paganti, non “ospiti”, e quasi sempre paganti pure bene. Glielo dice la Kallas agli operatori turistici e agli agenti di viaggio? La Kallas non lo sa ma siamo messi così bene che abbiamo la benzina a 2,039 euro al litro (se ti fai il pieno da solo fuori dalle autostrade, altrimenti vai a 2,124 se la fai in autostrada) e il diesel a 2,146, pur godendo del taglio delle accise. Sono gli stessi prezzi del 2022: quattro anni e mezzo di guerra per ritrovarci allo stesso punto.

Sempre la Kallas (mai un momento libero, la signora...) riporta in vita l’idea di prendere i 210 miliardi di asset russi “immobilizzati” (non “congelati”, tra poco vedremo perché) in Europa e passarli all’Ucraina. Anche qui il tempismo è tutto. Il 24 agosto, trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza del Paese, Volodymyr Zelensky ha detto che all’Ucraina “servono molti più soldi” per difendersi dalla Russia. Salta fuori il drone di Lipsia e la Kallas propone di passargli 210 miliardi. Un’altra mossa della disperazione: nulla di quanto intrapreso finora dall’Europa ha raggiunto lo scopo prefissato (non dimentichiamo che era: sconfiggere la Russia sul campo) e quindi adesso proviamo con i soldi.

Intanto l’idea di riversare una tale montagna di denaro in un’Ucraina che, sia più o meno simpatico dirlo, è crivellata dagli scandali di corruzione fino a lambire la porta della Presidenza, e proprio nei settori in cui quei denari dovrebbero essere impiegati, lascia almeno perplessi. Ma poi la Kallas forse ignora quanto ha detto proprio nei giorni scorsi il Primo Ministro belga Bart De Wever: “I fondi della Banca Centrale Russa sono immobilizzati, non congelati. La maggior parte di essi si trova in Belgio, presso il depositario Euroclear. Sono immobilizzati per un periodo indeterminato. Questa è stata una decisione molto importante, perché non si possono semplicemente prelevare i soldi di qualcun altro. Non siamo in guerra con la Russia. L’Europa non è in guerra con la Russia. Non si possono semplicemente confiscare i soldi di qualcuno, sarebbe un atto di guerra. Non bisogna sottovalutare queste cose. Nella storia, non ci sono precedenti simili. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, i fondi immobilizzati non sono stati confiscati. Se si facesse questo ora, sarebbe qualcosa di inaudito e comporterebbe gravi conseguenze”. A quanto pare, dunque, la Kallas vuole entrare in guerra con la Russia. Geniale.

Nel grande catino della disperazione, poi, entra anche l’unico che abbia diritto a provarne, ovvero il presidente ucraino Zelensky, che da quattro anni e mezzo fa di tutto per difendere il proprio Paese. Negli ultimi tempi ha provato ogni cosa: colpire le navi russe, e i russi hanno cominciato a colpire le sue e i suoi porti. Colpire le raffinerie russe, e i russi hanno colpito le sue centrali elettriche. Colpire i magazzini e le aziende, e i russi si sono messi a fare altrettanto. Alla fine è sbottato e ieri ha dichiarato quanto segue: “Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore e tutti coloro che utilizzano ancora i principali aeroporti russi: lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro... I giorni sicuri nei cieli della Russia sono finiti”. Ha detto comunque che non colpirà aerei civili, ma «la presenza dei droni nei cieli della Russia sarà su una scala che deve essere considerata».

Molti si sono subiti sperticati a dire che Zelensky non ha minacciato di abbattere voli civili nei cieli della Russia. Ma alla fin fine quel che Zelensky ha detto in sostanza è: Noi lanciamo i nostri droni, se ci va di mezzo un vostro aereo sono cazzi vostri. O giù di lì. Disperazione pura. Su Mosca e altre città della Russia volano compagnie turche, qatariote, cinesi, emirati, bielorusse, indiane... Glielo dice lui a Modi o a Xi Jinping che gli ha abbattuto un aereo e sono cazzi suoi?

E alla via così, spacciando per strategia rattoppi sempre più colorati ed evidenti. Il nostro ministro Crosetto prende come consulente l’ex enfant prodige della politica ucraina, Mychaylo Fedorov, appena prima che salti fuori che da ministro della Difesa questi ha aperto una voragine da 27 miliardi nel budget del ministero della Difesa. Uscito da lì, il patriota Fedorov si è fatto fare un’esenzione dal servizio militare da una Ong finanziata dagli americani, dai quali si è subito recato per mettersi in affari. Gli americani dicono che l’ex generale Vannacci è un agente della Russia e subito il vice-premier Tajani si lancia a paventare influenze russe sulle elezioni del 2027, come se non fosse dal 2016, prima elezione di Trump, che andiamo avanti con queste pagliacciate. E come se non fosse chiaro che i voti a Vannacci serviranno soprattutto a impedire la formazione di un governo politico per farci tornare a un Mario Draghi o Mario Monti d’antan.

E Trump? Gli era andata bene con il Venezuela e non ha resistito a farla fuori dal vaso. Si è cacciato in un colossale pantano con la guerra contro l’Iran e ora, non sapendo più quale panzana sparare, ricicla ai giornalisti la storia che “tre mesi fa, secondo i dati disponibili, in Iran sono stati uccisi 52.000 manifestanti. Ora sento che il numero dei morti è aumentato di altri 20-25.000. Pertanto, il numero totale dei manifestanti uccisi è di circa 65.000”. Dimostrando tra l’altro di conoscere male non solo l’Iran ma anche l’aritmetica.

Va così, facendo finta di essere sani. A proposito: tante polemiche per la presenza del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, al G20 negli Usa. Avrebbero dovuto ascoltarlo, invece. Soprattutto quando diceva: “Negli ultimi quattro anni, le spese per interessi sostenute dai Paesi del mondo per il servizio del debito pubblico sono aumentate del 50%, e i Paesi sviluppati stanno già destinando fino all’80% dei nuovi prestiti al rifinanziamento del debito esistente”. Lui ci spiega che siamo nei debiti fino alle ascelle e loro lo escludono dalla foto finale del G20, come se fossero in quinta elementare. E poi dicono il Titanic...

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11/07/2026

Vertice Nato, più affaristi che guerrieri

Il vertice NATO ad Ankara appena conclusosi, ha messo nero su bianco soprattutto gli impegni economici, in particolare il finanziamento da 140 miliardi di euro per l’Ucraina nel biennio 2026-2027, di cui 60 a carico del prestito europeo, gli altri 80 da reperire su base bilaterale dai singoli alleati, ma con gli Stati Uniti fuori dalla lista dei contribuenti.

Nella dichiarazione finale del vertice di Ankara è scritto infatti che: “Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027. A tal fine, accogliamo con favore la decisione dell’Unione europea di fornire finanziamenti pluriennali all’Ucraina attraverso il prestito di sostegno all’Ucraina”.

Secondo il sito specializzato Analisi Difesa “La sostanza dei colloqui, quella che filtra dalle cronache di questi giorni, è quella di una trattativa commerciale tra un fornitore che vuole essere pagato meglio, gli Stati Uniti, e clienti che cercano di limitare il conto, gli europei”.

Gli analisti di Analisi Difesa sottolineano giustamente come sull’Ucraina è proprio il caso di dire che la Nato ha fatto i conti senza l’oste.

“Il meccanismo di finanziamento appena concordato, presuppone implicitamente che nel 2027 esista ancora un fronte ucraino da sostenere nella sua configurazione attuale, e che Kiev possa impiegare quei fondi secondo una pianificazione pluriennale”.

Sul terreno infatti le cose stanno andando decisamente male per l’Ucraina. Lo scorso 3 luglio, il Cremlino ha annunciato la conquista di Kostiantynivka  l’ultima grande roccaforte sulla strada che porta a Kramatorsk e Sloviansk, il cuore della cosiddetta “Cintura delle Fortezze” nel Donbass, mentre la stessa sorte appare imminente anche per Krasny Lyman. Ed anche Kramatorsk e Sloviansk, le ultime grandi città del Donetsk ancora sotto controllo ucraino, sono già nel mirino dell’avanzata russa.

I bombardamenti ucraini sugli impianti energetici nel territorio russo, vanno bene per la guerra psicologia e la propaganda sui mass media occidentali, ma tutti gli osservatori più attendibili confermano come sul campo il rapporto di forza stia volgendo a favore della Russia e non il contrario.

L’altro convitato di pietra che il vertice Nato di Ankara non ha affrontato, è la credibilità o meno della agitata minaccia russa all’Europa.

La Germania, la Polonia e i paesi baltici continuano a insistere ossessivamente sulla retorica di una guerra ormai permanente contro la Russia, chiedono quindi più truppe e più deterrenza e non nuovi negoziati. Diversamente l’Amministrazione statunitense, nei suoi documenti strategici più recenti, ha smesso di considerare Mosca un nemico strategico.

La Nato è incapace di dimostrare e dichiarare esplicitamente se la minaccia russa esiste davvero oppure sia diventata essa stessa la giustificazione di un apparato che deve vendere alle opinioni pubbliche dei paesi membri il vertiginoso aumento delle spese militari.

E qui assistiamo ad un paradosso che difficilmente potrà reggere ancora nel tempo: la NATO si è convertita in parte attiva e sostanziale del conflitto russo-ucraino, continuando però a presentarsi formalmente come un soggetto non belligerante verso Mosca, cosa che al Cremlino non vedono esattamente nello stesso modo, al contrario.

Nella dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara è scritto infine che: “Per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo nuovi appalti per oltre 50 miliardi di dollari e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione”.

E qui emerge un altro paradosso. Dopo anni di finanziamenti e assistenza militare occidentale, l’Ucraina è diventato un paese la cui industria militare sta ormai esportando armi e munizioni all’estero, eppure continua contemporaneamente a chiedere agli alleati della Nato di finanziare le proprie forniture militari. Insomma gli aiuti militari all’Ucraina sembrano rispondere più alle esigenze del business che a quelle della guerra sul campo. Ha ragioni da vendere Analisi Difesa quando sottolinea che “produttori di armi europei, americani e ucraini hanno tutti interesse a che il conflitto e il relativo flusso di finanziamenti continuino”.

La guerra in Ucraina va fermata ora e l’invio di aiuti militari va bloccato, le chiacchiere sui valori europei e la minaccia russa sono del tutto strumentali ai profitti dei produttori di armamenti.

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28/06/2026

Il disastroso autoinganno della "Russia sull'orlo del collasso"

E come tutto ciò stia conducendo la politica americana nei confronti della Russia verso situazioni pericolose.

“La Russia è finita”, proclamava allegramente The Atlantic sulla copertina del numero di maggio 2001. Il titolo era sbagliato, ma si è rivelato davvero efficace. È stato ripreso per oltre due decenni da una miriade di esperti, accademici e scrittori, con regolarità. Nel frattempo, la Russia, rancorosa come sempre, non dà ascolto alle opinioni degli esperti e non sembra sul punto di crollare.

Al contrario, se qualcosa sta crollando oggi, è la capacità statunitense di comprendere la Russia, che non è mai stata granché fin dall’inizio. L’autoinganno della “Blob” della politica estera, unito all’anti-intellettualismo della seconda amministrazione Trump, alla cultura della cancellazione in tempo di guerra e accompagnato da fonti disoneste, ha creato un cocktail di pensiero di gruppo che presuppone che la Russia sia sull’orlo del collasso.

Questo cocktail è veleno per la politica di Washington nei confronti della Russia e dei russi. Ha già portato a sprechi di denaro pubblico, a una diplomazia fuorviante e persino ad attacchi alla libertà di parola sul suolo statunitense.

Le sanzioni non sono riuscite a ridurre in modo permanente “il rublo in macerie”, come l’allora presidente Biden si vantò prematuramente. La potenza combinata degli Stati Uniti e dei loro alleati non è riuscita a isolare la Russia al “collasso” dal resto del mondo.

Nel frattempo, le voci che potrebbero offrire una spiegazione più razionale della Russia all’opinione pubblica e ai politici vengono messe a tacere. Persino gli intellettuali russi più anti-Putin vengono ostracizzati nei forum americani, mentre gli esperti che cercano di sostenere una maggiore sfumatura nell’approccio americano alla Russia vengono etichettati come burattini del Cremlino dalla critica.

Alcune delle previsioni catastrofiste sulla “fine della Russia” sono motivate da vane illusioni. Non c’è dubbio che la Russia, impegnata in una guerra di aggressione sul suolo europeo dal 2014, venga facilmente dipinta come l’eterno nemico dell’Occidente.

Lo storico Yuri Slezkine ha addirittura sostenuto che l’Occidente si definisce ancora principalmente attraverso la paura e l’alterizzazione della Russia. Il Cremlino, inoltre, è fin troppo lieto di presentarsi come una minaccia per quello che i suoi propagandisti chiamano “l’Occidente in decadenza”.

Ma non c’è dubbio che questo ottimismo sia, nella migliore delle ipotesi, fuorviante. La Russia è ben lungi dall’essere sull’orlo del collasso. Gli articoli, i libri e i video-saggi che proclamano la fine della Russia spesso evidenziano difetti reali nella bizzarra struttura dell’economia russa, nella politica del Cremlino, nella corruzione dilagante e nell’inesorabile declino demografico.

Poi formulano vaghe previsioni su un ritorno al caos degli anni ’90, una disgregazione della Russia su base etnica, un collasso economico totale o una possibile rivolta popolare.

La tentazione di deridere la presunta capacità di prevedere il collasso della Russia è forte. Si potrebbero facilmente elencare tutte le ragioni oggettive per cui la Russia non crollerà presto. L’economia del paese si è dimostrata sorprendentemente resiliente, capace di resistere a sanzioni di proporzioni storiche. Mentre l’esercito russo è impantanato nel sangue e nel fango in Ucraina, ha ripetutamente dimostrato la capacità di adattarsi anziché collassare.

La diplomazia russa, tradizionalmente vista in Occidente come poco più che un insieme incoerente di grida, sta guadagnando terreno nel Sud del mondo, dove i media statali russi svolgono un ruolo importante e i programmi di scambio studentesco sono in pieno svolgimento.

In Russia, i civili conducono vite relativamente normali e probabilmente non pensano a insorgere con i forconi contro il Cremlino. Molti di loro si godono le nuove uscite di Hollywood, i caffè alla moda e le mostre. Sì, la vita continua, anche se le città russe vengono bombardate e l’economia sta rallentando.

Si crea un circolo vizioso: la Russia continua ad andare avanti e gli esperti continuano a sfornare profezie catastrofiche. Quando si produce propaganda, è allettante dipingere il nemico eletto come sull’orlo di un abisso, cui basterebbe una piccola spinta per precipitare e scomparire.

È ciò che il filosofo italiano Umberto Eco descrisse nel suo saggio “Ur-fascismo”, scrivendo che la propaganda presenta un nemico come “troppo forte e troppo debole allo stesso tempo”. Per il “blob” della politica estera, non c’è niente di meglio di un nemico perennemente debole-forte, in opposizione al quale il complesso militare-industriale e le sue associate fabbriche di contenuti possono giustificare per sempre la propria esistenza.

Come dicono ironicamente i russi, “Qualunque cosa cerchiamo di progettare, finiamo sempre per realizzare un fucile Kalashnikov”. Un problema simile affligge il campo degli studi sulla Russia negli Stati Uniti, permeato da interessi militari e di intelligence. A causa di una solida eredità della Guerra Fredda, i principali programmi e progetti di studi sulla Russia negli Stati Uniti sono collegati al Dipartimento della Difesa o addirittura finanziati da esso.

Una visione della Russia improntata alla sicurezza è destinata a produrre un’analisi distorta che ignora o fraintende la società russa. Ha già portato ad alcuni interventi alquanto discutibili durante l’amministrazione Biden. Si pensi al boom della “decolonizzazione” del 2022-2023, quando molte testate autorevoli, tra cui la già citata Atlantic, sostenevano che gli Stati Uniti dovessero intervenire all’estero per distruggere il mostro dell’imperialismo russo smembrando la Russia lungo le sue linee etniche.

Sarebbe stato facile, argomentavano i neo-attivisti anticolonialisti, perché la Russia era già sull’orlo del collasso.

I forum sulla decolonizzazione venivano ospitati su piattaforme come l’Hudson Institute; fondazioni e opinionisti spuntavano ovunque nel mercato delle idee. Molti erano ansiosi di sfruttare il solido sistema di sovvenzioni – come il defunto USAID – creato per promuovere il potere degli Stati Uniti nel mondo. A differenza dei movimenti anticoloniali degli anni ’70, i decolonisti erano entusiasti di collaborare con i servizi di sicurezza statunitensi, cercando apertamente finanziamenti e sostegno.

Il sostegno degli Stati Uniti, tuttavia, non ha portato a grandi risultati. La Russia non si è disgregata. Col senno di poi, probabilmente era strano aspettarsi risultati concreti da gruppi che cercavano di ottenere il sostegno occidentale promuovendo i separatisti manciuriani durante un evento a Kyoto; o a un evento a Washington che invocava la formazione di una Novgorod indipendente (attualmente una città situata nella Russia occidentale), con un’economia basata sul “commercio con la Lega Anseatica”, estinta dal 1669.

Qualsiasi antropologo o sociologo specializzato in Russia potrebbe probabilmente spiegare l’assurdità palese del tentativo di smembrare il Paese. Potrebbe far notare che i sostenitori della decolonizzazione godono di scarso o nullo sostegno all’interno della nazione e che i russi di etnia russa costituiscono la maggioranza nella maggior parte delle regioni considerate “a maggioranza etnica”, mentre le élite delle minoranze dipendono strettamente dal Cremlino.

Potrebbe citare, ad esempio, il ministro della Difesa russo, originario della regione turca della Tuva, dove la sua famiglia ha a lungo goduto di uno status privilegiato. E che molti appartenenti alle minoranze etniche russe traggono profitto dalla guerra del Cremlino. Ma chi vuole dare ascolto agli antropologi?

Il ritorno di Trump e il conseguente smantellamento dell’USAID, insieme ad altre istituzioni finanziatrici, non hanno migliorato la situazione. I finanziamenti potrebbero essersi interrotti per iniziative palesemente bizzarre, ma si sono interrotti anche per studi rigorosi, a causa dell’evidente inclinazione anti-intellettuale della nuova amministrazione.

Nell’era di una competizione geopolitica senza precedenti, sarebbe sensato per Washington investire in seri dipartimenti di studi sulla Russia presso think tank e università. Eppure, la competenza americana sulla Russia è ormai in declino, poiché molti di questi dipartimenti stanno chiudendo o subendo tagli ai finanziamenti, mentre i think tank sono afflitti da problemi finanziari.

Alcuni dei principali centri di ricerca sulla Russia, come il Wilson Center, sono stati chiusi dal DOGE (Defense of Government Equality). In particolare, l’amministrazione ha tagliato i finanziamenti del FLAS (Fair Labor Studies and Assessment), spingendo persino le prestigiose università della Ivy League a ridimensionare la loro ricerca sulla Russia.

Anche la Russia stessa si è progressivamente isolata dai ricercatori occidentali, una tendenza iniziata nel 2014 e peggiorata ulteriormente nel 2022. Le istituzioni di entrambi i Paesi hanno interrotto i contatti: le istituzioni russe hanno appoggiato l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin (volontariamente o meno), cosa che le istituzioni occidentali non potevano tollerare.

Ciò ha portato allo status quo in cui molti studiosi russi occidentali sono stati di fatto (e spesso ufficialmente) banditi dal paese che studiano. La Russia ha persino bandito l’Association for Slavic, East European, and Eurasian Studies, la principale conferenza statunitense per questo tipo di ricerca.

Oggigiorno pochissimi esperti americani possono viaggiare in Russia in sicurezza. Mosca scoraggia i funzionari e gli esperti russi dal parlare con gli americani. A meno che, ovviamente, questi americani non siano influencer dell’alt-right come Candace Owens o Andrew Tate.

Le istituzioni americane, come l’Università di Yale o persino il Wild Salmon Studies Center (sì, avete capito bene), sono state designate come “indesiderabili”. Ciò significa che qualsiasi interazione con esse potrebbe comportare un procedimento penale. Mosca sta attivamente costruendo una cortina di ferro della conoscenza.

Ciò non significa che il clima politico occidentale sia favorevole a un dibattito libero e aperto. Chi sostiene la necessità di studiare la Russia più a fondo rischia di essere etichettato come portavoce del Cremlino per non aver assunto una posizione sufficientemente intransigente.

Nel frattempo, gli accademici russi in esilio che riescono a raggiungere l’Occidente vengono spesso emarginati e discriminati non tanto per le loro posizioni politiche, quanto per il semplice fatto di essere russi.

Questa forma di “cancel culture” in tempo di guerra è ovviamente più diffusa nell’UE, e soprattutto negli Stati baltici. Si pensi all’Estonia, che ha espulso senza motivo un rispettato storico russo-australiano, a quanto pare per aver tenuto una conferenza in lingua russa sulla Corea del Nord.

L’idea di respingere automaticamente anche i russi più pacifisti riemerge occasionalmente anche negli Stati Uniti, come al PEN America del 2023, dove un panel di scrittori russi in esilio è stato cancellato per timore di un boicottaggio ucraino, spingendo il giornalista americano M. Gessen a dimettersi dal consiglio di amministrazione del PEN per protesta.

Di conseguenza, gli studiosi di Russia che l’opinione pubblica e i politici americani potrebbero ancora ascoltare non solo sono sottofinanziati, ma si sentono anche politicamente limitati da un pensiero di gruppo che esclude chiunque sia russo, o persino chiunque abbia una posizione sfumata sulla Russia.

Le fonti “politicamente corrette” di conoscenza sulla Russia si riducono quindi a un gruppo sempre più ristretto di esuli intransigenti o, ancor più, di europei dell’Est fortemente intransigenti, disposti a seguire alla lettera la linea del partito e ad abbracciare posizioni massimaliste sulla Russia, mescolate alla speranza di un suo imminente collasso.

Gli esperti dell’Europa orientale, come gli ucraini o i baltici, spesso affermano di possedere una competenza unica sulla Russia, dovuta al fatto di essere stati per molti anni vittime dell’imperialismo del Cremlino. Non nascondono il loro desiderio, forse comprensibile, di vedere la Russia crollare.

L’approccio agli studi russi, oggi diffuso nell’Europa orientale, mira a “decentrare” la prospettiva russa, e un ritornello ricorrente è che per comprendere la Russia bisogna ascoltare non i russi, ma gli ucraini o altre vittime del regime russo. Quanto questo approccio sia analiticamente valido è discutibile: dopotutto, non ci aspettiamo che i vietnamiti o gli iraniani abbiano una profonda conoscenza degli affari interni americani.

I russi che a volte vengono ascoltati in questo contesto sono una particolare tipologia di esuli. Questi esperti, che potrebbero godere dell’attenzione dei politici occidentali, sono spesso attivisti apertamente anti-Cremlino. Non c’è da stupirsi, visto che hanno assistito al trascinamento del loro paese nell’autoritarismo da parte di Putin e dalla sua cerchia.

Ma le loro carriere, in molti casi, dipendono di fatto dal crollo del putinismo – e forse con esso della Russia – entro la loro vita. Sanno di avere poco o nessun sostegno all’interno della Russia. Come ha affermato il politico in esilio Ilya Ponomarev, possono tornare in Russia solo “con le baionette”, intendendo un intervento militare occidentale. Poiché le baionette non arriveranno presto, non resta molto all’opposizione russa in esilio, sottofinanziata, divisa e demoralizzata, se non la speranza, che, come dicono i russi, “è l’ultima a morire”.

Questa speranza porta ad affermazioni sull’inevitabile crollo del regime di Putin. In realtà, naturalmente, i piani degli esuli per porre fine al regime di Putin si limitano a cercare un’occasione favorevole. L’analisi razionale è viziata da obiettivi politici.

Gli Stati Uniti sono quindi scoraggiati dall’apprendere qualcosa sulla Russia, mentre gli intellettuali russi sono scoraggiati dall’aiutare gli Stati Uniti a conoscere meglio la Russia. Ciò crea un terreno fertile per speculazioni infondate e vane speranze di un imminente collasso.

Infine, la proliferazione di previsioni sul collasso della Russia è emblematica di una vulnerabilità fondamentale del panorama intellettuale occidentale: una generale incapacità e riluttanza a concepire un modello alternativo sostenibile alla democrazia liberale capitalista, quello che il filosofo britannico Mark Fisher ha definito realismo capitalista.

Ciò non significa che la Russia di Putin sia in qualche modo anticapitalista o addirittura filosoficamente antitetica all’Occidente. La guerra russa è ora guidata principalmente da meccanismi ipercapitalisti di enormi indennizzi e cancellazione del debito per i soldati al fronte, integrati da un’economia che premia gli investimenti nel complesso militare-industriale in continua espansione.

Gli intellettuali russi contemporanei, persino quelli filo-Cremlino come Alexander Dugin, si considerano in definitiva parte di una tradizione intellettuale europea.

Come se non bastasse, sebbene gli Stati Uniti mantengano l’economia più grande del pianeta, l’americano medio non la percepisce affatto in questo modo. Tra infrastrutture fatiscenti, prezzi alle stelle e un clima di ansia generalizzata, è facile per gli americani lasciarsi ipnotizzare dalla scintillante facciata che Mosca può offrire. Personaggi influenti del movimento MAGA come Tucker Carlson o Candace Owens sono ben disposti a cascarci quando visitano ossequiosamente supermercati o chiese in Russia.

Vista da Washington, la stessa esistenza della Russia al di fuori di un ordine mondiale liberale guidato dagli Stati Uniti equivale a una resistenza a tale ordine. Per coloro che ancora credono di vivere alla fine della storia, la continua esistenza di Mosca è un anatema perché minaccia il nucleo stesso della loro visione del mondo.

E se la Russia riesce non solo a esistere, ma anche a presentare un’immagine fiorente rispetto agli Stati Uniti o al più ampio Occidente, questo rappresenta un’offesa gravissima.

Accettare che la Russia possa esistere e persino, occasionalmente, riuscire a competere con l’Occidente in modo più incisivo rispetto alle sue potenzialità, sia attraverso operazioni segrete in Africa che con interferenze politiche in Europa, significa confrontarsi con l’idea che il modello liberaldemocratico non sia l’unica conclusione logica per ogni regime al mondo.

E, nell’ipotesi che questo scenario non si verifichi, gli Stati Uniti si ritrovano con un gruppo di esperti e politici russi che si abbandonano all’illusione di un collasso spontaneo della Russia, che non comprendono e, in primo luogo, non vogliono comprendere.

Come dicono i russi, “si dividono la pelle di un orso non catturato”. Che lo facciano per mancanza di immaginazione o curiosità, o spinti da secondi fini, il risultato è lo stesso: politiche sbagliate e declino intellettuale.

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29/05/2026

“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”

L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa

Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.

Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.

Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.

Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?

Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.

Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.

Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.

E l’altro?

Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.

La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?

Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.

Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.

Vale a dire?

Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.

Eppure...

Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.

E per quanto riguarda il supporto americano?

Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.

Con quali potenziali effetti?

Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.

La difesa europea?

È e resterà un miraggio.

C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?

I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).

Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.

Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?

Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.

Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?

La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.

L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.

Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?

Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.

Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?

Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.

Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.

In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.

Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.

Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?

Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.

In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.

Sono dati all’apparenza contraddittori.

Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.

A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?

È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.

Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.

È un esito estremo del sentimento antirusso?

Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.

Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?

E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.

Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.

Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.

La tua previsione?

Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.

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10/05/2026

9 maggio

Il dispositivo è ormai evidente. L’Unione Europea è una costruzione cosi fragile e paradossale che per sussistere deve appoggiarsi a un nemico assoluto: la Russia appunto.

Una idea tutt’altro che condivisa da popoli sempre più scettici e impoveriti, ma ormai di granitica consistenza sia presso le elité liberali che le tristi dirigenze di larga parte delle sinistre. Queste ultime ormai dissociate dalle classi lavoratrici e totalmente dimentiche di quella coscienza internazionalista che si fondava sulla solidarietà delle classi sfruttate e dei popoli oppressi dall’imperialismo.

Se nella crisi della prima guerra mondiale larga parte dei socialisti rifluì (votando i crediti di guerra) sul nazionalismo, ora lo sconcerto identitario si manifesta come una isterica, quanto acritica, adesione all’Europa e all’Occidente. Con tutta la foga neofitica tipica degli ultimi venuti e/o dei nuovi convertiti.

Una invenzione senza tradizione. Un pater noster elevato all’Europa, pervicace più di ogni sciovinismo conosciuto. Un delirio più grave della peggiore alienazione religiosa. Un noi che non esiste.

Questa piega nevrotica era già presente in Altiero Spinelli, il quale sconfessando ogni idea irenica sul suo conto, nel suo diario scrisse «...che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono».

Dunque la guerra come levatrice dell’identità. Per una Europa alienata, inceppata nei suoi farraginosi quanto ferrei meccanismi, in più soggetta alla supremazia atlantica al punto da accettare penose umiliazioni, questo ‘momento buono’ sembra arrivato.

Si pensi ai ‘volenterosi’ nelle mani delle cricche ‘liberali’ con le sinistre, persino ‘radicali’, come ruota di scorta: una alleanza fra le fu nazioni impero che per due secoli si sono fronteggiate per la supremazia in Europa, sino all’ecatombe di ben due guerre mondiali, ora alleate nel voler far guerra alla Russia.

Anche Jean Monnet, un altro architetto dell’integrazione europea, aveva idee non distanti dal retropensiero spinelliano: “L’Europa – disse – si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per risolverle”. La crisi come prodromica a ogni cambiamento. Vale per ogni situazione socio-politica e da sempre nella storia. Ma se la crisi la si va a cercare e la si produce in proprio difficile che l’esito sia progressivo. L’autolesionismo non è certo una buona cura.

Nel frattempo questa ansiogena e paranoica vocazione bellica sta già marcando un clamoroso retroflusso interno che ammorba lo spazio pubblico resecando le promesse democratiche del ‘sogno europeo’. Ormai un incubo autosanzionatorio. Una fustigazione.

Nel mentre si comminano alla Russia sanzioni che tornano indietro come boomerang, si fa di Israele, uno Stato genocida, la propria ‘ragion di stato’, rovesciando in chiave proiettiva il proprio senso di colpa. Comunismo e nazismo vengono ipocritamente equiparati, arrivando ad elevare i banderisti ucraini ad alfieri della libertà.

Una cappa di conformismo persecutorio e una massa immodica di falsità sono dilagate come un cancro nei media e nelle istituzioni, limitando le libertà democratiche di espressione e finanche quelle politiche. Come si è espressa la Von der Leyen, “Possiamo, dobbiamo limitare lo svolgimento delle elezioni nei Paesi con una democrazia instabile. Questo riguarda sia le elezioni presidenziali che quelle parlamentari. È nostro diritto difendere l’unità dell’Unione Europea”.

Terra e mare. Le nazioni-impero dell’Europa occidentale si fronteggiarono sul mare: Inghilterra, Francia e Spagna. Conflitto che vide uscire vincitore il Regno Unito (un’isola). Con il mare dominato dal Regno Unito le aspirazioni continentali all’impero potevano trovare sbocco solo nello spazio tellurico, cioè a Est, dove persisteva il gigante russo.

Napoleone e Hitler. Due modi diversi dello spirito di conquista. L’espansione del diritto napoleonico, erede della rivoluzione, nello spazio occupato dalle formazioni dinastiche dell’ancien regime. La cui conseguenza inintenzionale è stato la diffusione del revanchismo nazionalistico. Il suprematismo razziale del nazismo con la sua smodata ricerca della lebensraum.

Entrambi predoni, come già il Regno Unito nelle guerre marittime. Entrambi gli eserciti che invasero la Russia erano europei e plurinazionali, sia l’armata napoleonica (600.000 uomini, dei quali solo un terzo francesi), sia quella hitleriana, composta di quattro milioni, nucleo tedesco ma con dentro altri stati vassalli (Ungheria, Slovacchia, Finlandia, Romania, Italia) e corpi aggiunti da ogni dove, con le SS come ricettacolo cosmopolita.

In entrambi i casi i più maestosi corpi di spedizione che la storia abbia conosciuto. E in entrambi i casi queste guerre hanno sancito la rovina degli invasori, come già fu per l’armata di Carlo XII che a Poltava sancì la fine dell’impero svedese. In entrambi i casi fatale è stata una supponenza di superiorità e una penosa sottovalutazione della Russia.

Sarà cosi anche stavolta. Dipende se ci si arriva, al “momento giusto” spinelliano. Un conto è inviare droni e missili per i corridoi baltici, un conto gli attentati terroristici gestiti in proprio o per procura. Altro conto mettere gli stivali sul terreno. Un terreno che è presidiato dalla più grande potenza atomica del mondo. Vale per Trump in Iran, e vale a maggior ragione per l’Europa rispetto alla Russia.

Perciò azzardo improbabile, anche se i preparativi per la guerra dureranno a lungo, essendo ormai incardinati al nuovo ciclo di crescita. Un allarme permanente, una guerriglia ibrida e a bassa intensità combattuta su più piani ma mai in campo aperto. Un automatismo infernale: sempre più allarme per una guerra che non può essere combattuta sino alle estreme conseguenze.

Cosi l’Unione è destinata ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni sino a che si sgretolerà da sé medesima sotto la ferma guida della sua imbelle e isterica dirigenza. Non sarà necessario che la Russia torni a issare la bandiera sul Reichstag. Sarà comunque una nuova liberazione. Se non altro dalla stupidità.

Oggi, 9 di Maggio, sulla piazza rossa la Russia celebra l’eroismo del popolo sovietico nella vittoria sul nazifascismo, mentre nei salotti dell’Europa le burocrazie celebrano nell’indifferenza più generale non si sa cosa.

Fonte

08/02/2026

Le radici della russofobia occidentale svelate da un nostalgico della ostpolitik

di Carlo Formenti

Hauke Ritz è un giovane (Kiel 1975) filosofo tedesco che si occupa di relazioni fra Europa e Russia (ha insegnato, fra le altre, all'Università Statale di Mosca) e, più in generale, del conflitto Est-Ovest. Il suo Perché l'Occidente odia la Russia? (appena uscito per i tipi di Fazi) è, assieme alla Sconfitta dell'Occidente di Emmanuel Todd (ancora Fazi), uno dei libri più interessanti che mi sia capitato di leggere sul tema (del resto hanno pochi concorrenti, visto che la cultura europea sforna propaganda più che ragionare). La sua analisi è articolata, complessa, a tratti convincente ma presenta anche limiti, contraddizioni e illusioni utopistiche. Per esporne le linee essenziali, organizzerò l'argomentazione in sei sezioni, nelle quali tratterò, fra gli altri temi: similitudini e differenze fra cultura e storia russa e cultura e storia europea (con particolare attenzione al permanere dell'influenza sovietica sulla Russia contemporanea); differenze radicali fra Usa ed Europa, mascherate dal costrutto artificiale del cosiddetto "Occidente collettivo"; la perdita di memoria storica che ha favorito l'americanizzazione di intellettuali, politici e media europei; filosofia neocons e miti fondativi americani; la guerra fredda culturale e i successi del soft power Usa; la Ostpolitik come modello utopistico di un'Europa sovrana e indipendente, capace di assumere il ruolo di mediatore dei conflitti globali.

I.

Non è possibile capire i motivi dell’odio antirusso, argomenta Ritz, se non si tiene conto del fatto che l’Occidente che nutre tale sentimento è un’entità geopolitica storicamente recente, nata dopo la Seconda guerra mondiale e frutto della rimozione delle differenze di civiltà fra Stari Uniti ed Europa. È vero che i primi hanno origini europee, ma è altrettanto vero che, fin dalle origini, ne hanno preso le distanze, costruendo la propria identità sul rifiuto di una civiltà e di una cultura che li aveva espulsi, sia perché ne perseguitava le idee religiose (sette protestanti) , sia perché opprimeva certe minoranze etniche (irlandesi, ebrei, ecc.), sia perché marginalizzava certi gruppi sociali. I primi coloni paragonavano questo esodo di massa a quello degli Ebrei dall’Egitto, e lo interpretavano come la fondazione di una nuova Terra Promessa, un'impresa messianica che avrebbe cambiato il mondo intero, Europa compresa. Questo mito si è progressivamente secolarizzato, trasformandosi in religione laica della democrazia liberale (identificata con il peculiare modello che tale sistema ha assunto oltreoceano), non ha tuttavia rinunciato alla convinzione di agire al servizio dell’umanità, di essere dalla parte del bene che lotta contro l’altrui male: “l'America è grande perché è buona” ebbe a dire Hillary Clinton in campagna elettorale. Una visione, scrive Ritz “che rende ancora oggi molti americani ciechi di fronte al livello di violenza della politica estera del loro Paese”.

Come è stato possibile che la tradizione illuminista e razionalista della civiltà europea abbia progressivamente rinnegato la propria differenza da questa mitologia, ingenua e aggressiva ad un tempo? La tragedia dell’Europa, secondo Ritz, inizia con lo scoppio della Prima guerra mondiale, ma soprattutto diventa irreversibile con la pace di Versailles che, con la sua cieca volontà punitiva nei confronti della Germania, ha creato i presupposti della Seconda guerra mondiale, come previsto da Keynes. La sconfitta della Germania nazista, un mostro suscitato dalla cecità delle scelte appena esposte, è stata possibile solo grazie dal concorso degli eserciti americano e sovietico, eppure il contributo dell’Unione Sovietica è stato immediatamente ridimensionato e oggi si cerca di cancellarne persino la memoria. La Germania, in particolare, sembra avere dimenticato di avere condotto una guerra coloniale di annientamento per decimare la popolazione sovietica e asservire i sopravvissuti (e oggi dimentica di dover ringraziare l’URSS per la propria riunificazione). Nella stagione della lunga guerra civile europea, come alcuni hanno definito le due guerre mondiali, e nel corso delle guerre coloniali di conquista in Asia e Africa, le potenze imperiali del Vecchio Continente erano lucidamente – e cinicamente – consapevoli di agire come colonizzatori, di lottare cioè per acquisire il monopolio di determinate risorse naturali e umane (“il fardello dell’uomo bianco” evocato da Kipling era una mera copertura ideologica). Viceversa, l’imperialismo americano che ne prende il posto, dopo averle salvate, è convinto di espandersi al servizio della libertà, per cui la fine della Seconda guerra mondiale coincide con l’inizio della Guerra Fredda e con il progetto di estendere il dominio occidentale (identificato col dominio statunitense) sull’intero continente eurasiatico.

Gli europei non capiscono subito – o fingono di non capire – che cosa implica anche per loro l’accettazione di una cultura liberale d’impronta americana che avrebbe plasmato lo sviluppo globale, occidentalizzato il mondo e imposto un’unica concezione di modernità. Se lo avessero capito, secondo Ritz, si sarebbero resi conto che non era troppo tardi per imboccare la via della coesistenza pacifica, invece di quella della Guerra Fredda. Ma la paura dell’Unione Sovietica era troppo forte, per cui si sono allineati alla paura ancora maggiore che gli Stati Uniti provavano nei confronti di quella minaccia.

La paura americana era più forte a causa della peculiare natura di un sistema politico solo apparentemente simile a quello delle democrazie europee: ciò che è determinante negli Stati Uniti, scrive Ritz, è infatti l’influenza che potenti gruppi di interesse, riconducibili a ristretti gruppi di singole persone e famiglie molto ricche, esercitano sul processo decisionale. In America, la ricchezza va di pari passo con il potere politico, per cui la libertà da proteggere è quella dei super ricchi e delle loro reti sociali. Ecco perché la minaccia comunista (che dopo la Seconda guerra mondiale si è aggravata con la rivoluzione cinese) è, per l’oligarchia americana ancor più che per le élite borghesi europee, una minaccia esistenziale. Per questo il “fronte culturale” della Guerra Fredda non ha diviso solo Occidente e Sistema Socialista, ma anche Stati Uniti ed Europa.

II:

Secondo Ritz, la Guerra Fredda culturale, ovvero l'irresistibile – fino alla recente crisi che lo ha ridimensionato – fascino che il soft power Usa esercita sul resto del mondo, è stato il fattore che più d’ogni altro ha determinato il crollo del Muro e del sistema socialista. Personalmente, ritengo che questa tesi sottovaluti altri elementi. Ritengo inoltre che sia più fondata nel caso del processo di americanizzazione dell'Europa Occidentale, piuttosto che nel caso della guerra culturale contro i Paesi socialisti. Per questo motivo discuterò prima il processo di americanizzazione dell’Europa occidentale (decisivo per capire come gli Usa sono riusciti ad arruolare l’Europa nella crociata antirussa), poi, nell’ultima parte dell’articolo, l’attacco alla Russia e la sua reazione.

Sono sempre stato refrattario alle teorie complottiste, per cui non credo che la progressiva neutralizzazione, non solo dei partiti e delle organizzazioni comuniste, ma anche delle velleità riformiste delle socialdemocrazie nell’Europa Occidentale, siano da attribuire esclusivamente ai diabolici piani e all’azione coordinata di think tank, servizi, media e governi d’oltreoceano. Ciò detto, e aggiunto che sono convinto che la dissoluzione della cultura europea di sinistra non sarebbe avvenuta in assenza di precise cause socioeconomiche e politico–culturali endogene, confesso di essere rimasto impressionato dalla quantità e dalla rilevanza dei dati che il libro di Ritz offre in merito allo sforzo americano di indurre una profonda trasformazione della cultura e della civiltà europee occidentali. La penetrazione in Europa delle idee, dei valori etici, dei concetti teorici, delle visioni del mondo e delle aspettative individuali che caratterizzano la civiltà nordamericana è stata promossa con uno schieramento impressionante di mezzi: fondazioni, riviste, convegni, scambi interuniversitari, media, ong, il tutto con finanziamenti colossali da parte della CIA e altri servizi , oltre che dei colossi dell’economia e della finanza. Da alcuni documenti, oggi desecretati, emergono in particolare due obiettivi: scommettere sulle giovani generazioni per diffondere un’immagine positiva della cultura e della civiltà americane, costruire una sinistra non marxista. Al primo contribuiscono potentemente i prodotti dell’industria culturale (film, tv, musica ecc.) e le mode, al secondo i principi e i valori libertari della New Left, che scalzano progressivamente l'influenza comunista e ispirano i nuovi movimenti europei a partire dal 1968.

Autori come Boltanski e Chiapello (1) hanno descritto, ancora meglio di Ritz, il divorzio fra critica sociale e critica di tutte le forme di autoritarismo (che evolvono in critica dell’autorità in quanto tale) che caratterizza i movimenti post sessantottini. L’attenzione si sposta progressivamente dal conflitto di classe al conflitto di genere, al conflitto fra uomo e natura, alla critica della morale cattolica che limita la libertà sessuale cristallizzando ruoli e identità, preparando la grande mutazione che culminerà nel nuovo millennio con la nascita della sinistra “woke”.

Ancora più spettacolari i cambiamenti in campo filosofico-accademico e ideologico-politico. In Francia Sartre viene rimpiazzato dai vari Glucksmann, Henry Levy, Deleuze, Guattari mentre Foucault diventa, assai più di Marx, il punto di riferimento obbligato di ogni riflessione critica. Hegel, sul quale le femministe invitano a sputare (2), lascia il posto a Nietzsche, un pensatore di destra che, benché odiasse i ceti inferiori e i socialisti ed inneggiasse all’antichità classica e ai suoi valori elitari e razzisti, viene reinterpretato dallo stesso Foucault e dai teorici del pensiero debole (3) come il nuovo maestro della sinistra filosofica: non a caso, Adorno e Lukács vedono in questa svolta i sintomi della distruzione della ragione (4). La fine dei grand récit teorizzata da Lyotard (5) inaugura, assieme al pensiero decostruzionista che rimbalza fra le università americane e francesi, la stagione che decreta, dopo la morte di Dio, la morte della verità, degradata a opinione.

Parallelamente a questi processi culturali, avanzano quelli ideologici. Assumendo il concetto di totalitarismo di Hannah Arendt (6) (che avvia il processo di progressiva identificazione fra fascismo e comunismo, sancito dalla recente, infame delibera del Parlamento europeo) i partiti europei di sinistra cercano legittimazione nella presa di distanza dal socialismo reale (vedi Berlinguer sull'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e sulla garanzia di sicurezza offerta dall’ombrello della Nato). E ancora più dure nei confronti dell’URSS appaiono le prese di posizione della sinistre radicali, a partire dai movimenti operaisti e post operaisti che si ispirano alle teorie di Antonio Negri. La sintesi finale ed estrema di questi mutamenti è la parabola dei Verdi tedeschi, partiti come movimento ecologista e approdati a posizioni liberal fasciste in politica estera (7). Tutto ciò, osserva Ritz, è stato possibile solo oscurando l’effetto della Rivoluzione d’Ottobre sul mondo capitalistico stesso, rimuovendo cioè sia il fatto che la mera esistenza dell’URSS aveva costretto i Paesi occidentali a pacificare i conflitti di classe attraverso le politiche sociali, sia il supporto sovietico ai movimenti di liberazione del Terzo Mondo.

Queste regressioni sono soprattutto il prodotto della guerra fredda culturale, come sembra ritenere Ritz? Non credo: chi scrive al pari di tantissimi altri, si è impegnato per anni ad analizzare, da un lato, le contraddizioni socioeconomiche generate dal processo di unificazione europea, dall’altro, gli effetti dei processi di ristrutturazione tecnologica e organizzativa e del decentramento produttivo che hanno disarticolato la composizione di classe e distrutto i rapporti di forza degli strati popolari europei, assieme alle scelte delle organizzazioni tradizionali che, dopo avere a lungo rappresentato gli interessi di tali strati, hanno cercato nuovi referenti elettorali negli strati superiori delle classi medie, concentrati nei maggiori centri metropolitani (8). È tuttavia innegabile che tali scelte siano ampiamente ispirate ai modelli ideologici e culturali elaborati dalle sinistre liberal americane (il caso dei Dem italiani è paradigmatico). Così come è innegabile che l’adesione a tale modello ha comportato la perdita pressoché totale di un orizzonte storico. Accettando l’annuncio di “fine della storia” (9), la cultura europea ha accettato di ridursi a ricerca di stili di vita e differenze personali (do you remember lo slogan “il personale è politico”?) e di sfumature estetiche in un mondo occidentale sempre più uniforme. Ma questo esito conclusivo è stato preceduto e accompagnato dalla radicalizzazione del disegno americano di egemonia globale, che ha fatto seguito al crollo dell’URSS. Un disegno che ha ricevuto la propria espressione più coerente nella filosofia neocons.

III.

Per spiegare fino a che punto l’URSS era considerata dagli Usa una minaccia esistenziale, Ritz cita quei piani militari americani del secondo dopoguerra che non escludevano, per impedire che l’Unione Sovietica ascendesse al rango di superpotenza concorrente, il ricorso a una guerra nucleare preventiva e aggiunge che analoghi piani rimasero in vigore perlomeno fino alla crisi dei missili cubani dei primi anni Sessanta, allorché si prese atto che l’URSS era sua volta dotata di un poderoso deterrente atomico (per inciso, andrebbe aggiunto che il progetto era condiviso da quel criminale di guerra (10) che fu Churchill, così come andrebbe aggiungo che, durante la Guerra di Corea, il generale Mc Arthur chiese a Truman, senza ottenerlo, il permesso di usare le atomiche contro la Cina comunista).

Trent’anni dopo, il famigerato consigliere per la sicurezza militare di Carter, il polacco naturalizzato americano Zbigniew Brzezinski, anticipava la visione neocons della geopolitica come gioco a somma zero, rilanciando l’obiettivo di impedire la comparsa di un rivale in grado di competere alla pari con gli Stati Uniti. È a lui, fra gli altri, che risale il progetto di usare l’Ucraina (e la Georgia) come strumento per indebolire la Russia e come testa di ponte per appropriarsi delle enormi risorse naturali dell’Asia Centrale.

Quanto al ruolo dell’Europa in questo grande gioco geopolitico per il controllo del continente eurasiatico, scrive Ritz, l’appoggio Usa alla nascita della Ue e al suo successivo allargamento a Est era funzionale all’espansione della Nato e alla trasformazione economica degli ex Paesi socialisti dell’Europa Orientale. Gli Usa contavano sul fatto che l’allargamento avrebbe frenato, se non reso impossibile, la nascita di una sovranità europea autonoma e acquisito alleati anticomunisti e antirussi da sfruttare come testa di ponte per destabilizzare una Russia in crisi dopo il crollo del sistema socialista.

La filosofia neocons, refrattaria alla diplomazia e al compromesso, che considera segni di debolezza e di riduzione del potere e dell’autorità, ispira gli slogan dell’immediato dopo Guerra Fredda: fine della storia, nuovo ordine mondiale, momento unipolare, nuovo secolo americano; ma soprattutto interpreta come una vittoria irreversibile il crollo dell’URSS, finendo per ripetere gli errori commessi da Francia e Inghilterra con la pace di Versailles del 1919. Molti “esperti” occidentali davano per scontato che la Russia, ormai esclusa dal novero delle potenze globali, sarebbe decaduta a livello di semicolonia come i Paesi dell’America Latina. Per gli Usa si apriva dunque una nuova frontiera paragonabile all’Ovest ottocentesco, un “Oriente selvaggio” in cui sarebbe stato possibile spostare sempre più a Est il confine. A partire dalla guerra jugoslava le guerre preventive senza mandato Onu divengono la regola: gli Stati Uniti rivendicano per sé i ruoli di legislatore globale, accusatore globale, giudice globale, poliziotto globale (11). Con il ritiro dal trattato antimissili balistici nel 2001, si riaffaccia lo spettro del progetto di sferrare un primo colpo nucleare contro una Russia privata della sua capacità di deterrenza (due decenni dopo, l’entrata in funzione dei missili ipersonici russi imporrà un duro risveglio a coloro che avevano accarezzato tale sogno).

Assieme al tasso di aggressività sui teatri di guerra globali, crescono le richieste nei confronti degli alleati europei di fedeltà e partecipazione attiva a ogni nuova impresa imperiale. E il prezzo economico e di immagine di tali pretese aumenta a mano a mano che le “vittorie” si rovesciano in sconfitte, vale a dire a mano a mano che i processi paralleli di finanziarizzazione e deindustrializzazione, al pari dell’aumento illimitato del debito, sia pubblico che privato, che si basa sulla presunta inscalfibilità del signoraggio del dollaro, rivelano l’altra faccia della medaglia, aumentando le disuguaglianze e i conflitti sociali, favorendo l’ascesa della Cina e la nascita dello schieramento antimperialista dei Brics, mentre l’inattesa ripresa economica e politico-militare della Russia sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale. È a questo punto che la strategia neocons si converte in politica del caos, favorendo rivoluzioni arancione, primavere arabe (12) e tentativi di regime change a ripetizione, a prescindere dalle conseguenze disastrose che puntualmente accompagnano simili eventi. Così l’odio antirusso, mai sopito nemmeno dopo la caduta del socialismo, aumenta ulteriormente.

Prima di analizzare come il bersaglio di tanto livore reagisce alla sfida, occorre porsi un’altra domanda: come e perché, ammesso che la sua civiltà e la sua cultura differiscano da quelle americane, l’Europa si è lasciata trascinare in questa direzione priva di sbocco?

IV.

Nel titolo definisco Hauke Ritz come un nostalgico della Ostpolitik. Del resto è lui stesso a legittimare tale definizione laddove afferma che, dopo il 1989, l’Europa ha avuto un’occasione unica per realizzare la promessa di un’Europa unica da Lisbona a Vladivostok, latrice di pace e democrazia. Il nostro fonda tale utopia retrospettiva su due considerazioni: da un lato, cita l’elenco di leader politici tedeschi, da Brandt a Schroeder passando per Schmidt e Kohl, che hanno sognato di creare un rapporto di collaborazione e scambio pacifici con la Russia, attraverso quella che è stata appunto definita la Ostpolitik; dall’altro lato, sostiene che, per quasi vent’anni, la diplomazia estera russa ha teso la mano al’Occidente. Ad onta del devastante impatto socioeconomico della shock terapy liberista, argomenta Ritz, le élite postsovietiche sembravano avere riscoperto le tradizionali aspirazioni russe (rimuovendo le altrettanto tradizionali ragioni di conflitto, di cui ci occuperemo più avanti) a vedere riconosciuta la propria appartenenza al concerto delle nazioni europee, tanto che si arrivò a ipotizzare l’ingresso (che Washington non avrebbe mai permesso!) di Mosca nella Nato.

Non solo questa eventualità non si è mai realizzata ma, con la fine della stagione della Ostpolitik, coincisa con l’ascesa al potere della Merkel, le relazioni russo tedesche sono progressivamente peggiorate, in sintonia con le esigenze americane di sfruttare il momento di debolezza della Russia per ridurla a semicolonia dell’Occidente. La svolta è stata così radicale che la Germania non ha di fatto reagito di fronte all’attentato al gasdotto del Baltico (che pure ne ha gravemente danneggiato gli interessi), mentre la Merkel ha ammesso pubblicamente (al pari di Hollande) che gli accordi di Minsk sono serviti solo a guadagnare tempo per armare l’Ucraina, ha cioè ammesso che l’Europa si è posta al servizio del vecchio progetto americano di Brzezinski e dei neocons che mira a strappare l’Ucraina all’area di influenza russa per usarla come testa di ponte per penetrare in Asia Centrale. In altre parole: Ritz sostiene che la caduta del socialismo sovietico ha determinato, nel contempo, anche la caduta delle socialdemocrazie europee, sgombrando così il campo dagli ultimi ostacoli al progetto di americanizzazione e conversione al neoliberalismo dell’Europa.

In quale misura i rapporti di forza fra le due sponde dell’Atlantico fossero sbilanciati a favore degli Usa era del resto già chiaro negli anni Novanta, allorché gli europei non furono minimamente coinvolti nello sviluppo delle nuove tecnologie digitali, totalmente monopolizzate dalle industrie americane di un settore strategico sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico-militare. Dopo una breve e timida resistenza europea, la capitolazione è apparsa totale. Mi è parso che, nell’analizzare le ragioni di tale resa, Ritz dia un peso insufficiente ad alcuni fattori essenziali: dalla massiccia presenza di basi e truppe americane sul territorio europeo, al pesante condizionamento dell’economia del Vecchio Continente da parte di una finanza globale caratterizzata dal signoraggio del dollaro. Mi pare che dia al contrario peso eccessivo a fattori ideologici e sovrastrutturali: per esempio, scrive che era arrivata al potere una generazione di politici cresciuti senza principi né valori ideologici, che si sentono responsabili solo della propria carriera, una generazione priva di solide competenze culturali, “che si fa spiegare il mondo dalla tv e dai giornali”. Sottoscrivo, ma resta da spiegare come è perché questa banda di politici europei incompetenti, corrotti e mediocri sia potuta giungere al potere. Ritz associa tutto ciò soprattutto agli effetti che la Guerra Fredda culturale ha avuto anche nei nostri Paesi (vedi paragrafo II) ma, come ho già detto, mancano all’appello i fattori più direttamente connessi alle trasformazioni socioeconomiche e della composizione di classe. In questa sede non intendo approfondire tale aspetto, per cui passo ad occuparmi di quella che considero la maggiore debolezza del libro di Ritz, vale a dire il sogno di un “risveglio” europeo che cambi le regole del gioco geopolitico globale.

V.

È possibile pensare a un’Europa che rilegga criticamente il proprio passato, sopravviva alla crisi dell’Occidente e si reinventi come civiltà? Questo l’interrogativo con cui Ritz introduce il suo sogno di un mondo pacificato sotto l’egida di una rianimata cultura europea. Se fosse coerente con tutti gli argomenti da lui stesso esposti, dovrebbe rispondere con un sonoro no. Ma le vie dell’idealismo culturalista sono infinite: basta rimuovere tutti gli ostacoli materiali (interessi economici, rapporti di forza fra le classi, sottomissione a un “alleato” che dispone di un soverchiante potere militare e può affossare la tua economia perché detiene il monopolio della moneta che domina lo scambio globale ecc.) dopodiché, nel mondo della storia intesa come storia delle idee, tutto diventa possibile.

Ecco quindi che il no diventa un sì, a condizione, argomenta Ritz, che l’Europa rivendichi il proprio universalismo. Certo la civiltà e la cultura americane si presentano come l’ultima incarnazione dell’universalismo europeo, ma la verità è che il loro universalismo si fonda sulla narrazione mitico-religiosa del presunto destino che affida all’America la missione di esportare il bene (ciò che l’America considera il bene) in tutto il mondo, con le buone o con le cattive. Niente a che vedere con l’universalismo europeo che è figlio dell’illuminismo, ma soprattutto della rinuncia, sancita dalla pace di Vestfalia, di imporre alle altre nazioni i propri valori e i propri principi. Ma già qui Ritz inciampa: sottovaluta cioè il fatto che la rinuncia in questione valeva esclusivamente per i rapporti fra Paesi europei, laddove le conquiste coloniali europee sono state il frutto della violenza e della sopraffazione, rese possibili non dalla superiore civiltà europea, bensì dalla sua maggiore efficienza tecnico militare. Sorvola poi sul fatto che i crimini contro l’umanità commessi dall’imperialismo europeo in tutte le sue varianti (Inglese, Francese, Spagnolo, Italiano, Belga, ecc.) non hanno nulla da invidiare a quelli della Germania nazista (13). Ciò che conta, scrive, è che “solo gli europei sono stati capaci di unire in una storia universale tutte le culture e si sono eletti a rappresentanti di tutta l’umanità”. Peccato che quella storia sia divenuta “universale” negando le storie altrui (spesso ben più antiche della nostra) e che quella auto elezione a rappresentati dell’umanità intera sia ormai rifiutata dalla schiacciante maggioranza dell’umanità.

Che dire infine della Cina? I Cinesi, risponde Ritz, erano sì consapevoli di essere portatori di una civiltà più antica – nonché economicamente più ricca e tecnicamente più sviluppata dell’Europa fino alla fine del XVIII secolo (14) – ma “non pensavano di essere portatori di una verità universale” perché “non erano cristiani”. Affermazione, che ha il merito di ribadire che cristianesimo e universalismo fanno rima con eurocentrismo, per cui nessun “ripensamento critico” indurrà l’Europa a rinunciare al proprio mal riposto senso di superiorità, nemmeno se ridotta a semicolonia americana, nemmeno se declassata a comparsa del grande gioco che oppone Usa, Russia e Cina.

Liquidata l’utopia di Ritz, il suo sogno di un’Europa che, liberandosi degli Usa e delle proprie velleità imperialiste, potrebbe fungere da mediatore globale, svolgendo il ruolo di una specie di “grande Svizzera”, mi avvio a concludere esponendo quelli che considero i suoi argomenti più convincenti, contenuti nella parte finale del libro, laddove spiega perché la Russia è indissociabile da un’eredità civile, culturale, religiosa e politica che la condannano a essere il bersaglio dell’inestinguibile odio occidentale.

VI.

Ignoro se chi mi legge abbia avuto la stessa sensazione che il sottoscritto ha provato vedendo che sulle torrette di alcuni carri armati russi in azione sul fonte ucraino sventolavano bandiere dell’Armata Rossa. È probabile che qualcuno le abbia ingenuamente associate al fatto che quei carristi si erano fatti convincere dalla narrazione di Putin, il quale, fra le varie giustificazioni addotte per l’intervento del 2022, aveva inserito l’obiettivo di “de-nazificare” l’Ucraina. Dimentichiamo pure il fatto – inoppugnabile e documentato – che molti reparti dell’esercito ucraino erano effettivamente formati da militanti neonazisti. Dimentichiamo poi che la guerra, come ormai tutte le persone oneste e informate riconoscono, non è iniziata nel 2022, bensì nel 2014, con un golpe di estrema destra (appoggiato dai servizi occidentali) contro un governo democraticamente eletto e che, subito dopo, il nuovo governo e le sue milizie hanno scatenato una guerra civile contro la popolazione russofona delle regioni orientali del Paese. Dimentichiamo infine che la “nuova” Ucraina ha eletto a eroe nazionale tale Bandera, un boia che si è schierato con il Terzo Reich e macchiato di crimini orrendi.

Certo è tanta roba da dimenticare, ma si tratta di una operazione necessaria, perché aiuta a porre le domande giuste: perché l’argomento di Putin è apparso tanto convincente a centinaia di migliaia di giovani russi, spingendoli ad arruolarsi volontari e a rischiare la propria vita, in quanto consideravano doveroso battersi per la patria, convinti che quest’ultima si trova di fronte alla stessa sfida esistenziale e allo stesso nemico che i loro nonni avevano respinto, al prezzo di spaventosi sacrifici? E ancora: perché, come giustamente osserva Ritz nel suo libro, a partire dalla guerra con l’Ucraina, lo Stato russo ha iniziato a riconoscersi maggiormente nel passato sovietico?

Evidentemente, scrive ancora Ritz, tutte le grandi rivoluzioni non spariscono mai del tutto dalla memoria storica dei popoli che le hanno fatte, citando in merito il rapporto fra la memoria della Rivoluzione Francese e la perdurante disponibilità dei cittadini francesi a scendere in piazza ogniqualvolta sono scontenti dell’operato di chi li governa.

Non si era detto che la Russia postsovietica aveva riscoperto l’antica aspirazione a essere riconosciuta come parte integrante dell’Europa, e più in generale del mondo occidentale? Non si era poi detto che il soft power di Washington – grazie ai rutilanti prodotti della industria culturale americana – aveva fatto breccia nei cuori e nelle menti delle giovani generazioni russe? Per l’Occidente è un doloroso mistero la resilienza che l’economia e l’industria bellica russa hanno saputo dimostrare già prima, ma ancor più durante questa guerra, ma è un mistero ancora più doloroso l’improvviso dileguarsi del fascino di quel soft power.

Ritz spiega il mistero con il fatto che la Russia non ha solo molti elementi comuni, ma anche molte differenze rispetto all’identità culturale e civile europea: dall’impronta religiosa ortodossa, che la accomuna all’antica Bisanzio più che alla Chiesa cattolica romana (per tacere del protestantesimo) alla summenzionata memoria storica del 1917, che fa sì che l’opinione pubblica russa ammiri assai meno la ricchezza di quella occidentale (la popolarità di Putin è indubbiamente levitata a mano a mano che liquidava il potere degli oligarchi) e valuti assai più preziosa l’idea di giustizia sociale. Anche Todd (15) ha sottolineato questi aspetti, aggiungendovi la distanza fra una tradizione culturale comunitaria e patriarcale di origine contadina e l’individualismo borghese occidentale (non a caso la cultura woke è assai meno apprezzata in quei lidi). Per inciso, mi pare significativo che la Guerra Fredda culturale abbia riscosso più successo negli altri Paesi del blocco socialista, laddove storia e tradizioni erano assai più affini a quelle dei Paesi dell’Europa Occidentale e laddove la vicinanza geografica e la penetrazione dei media incideva più a fondo (16).

Né va dimenticata la geopolitica: dal risorgere della potenza politico-militare russa che sbarra l’accesso alle risorse dell’Asia Centrale, alla continuità – anche questa eredità del passato sovietico – di una politica antimperialista che vede la Russia schierata con i Brics a fianco di tutti i Paesi che si sentono minacciati dagli Stati Uniti. Se prima gli strateghi americani pensavano che la Russia andasse “punita” per il suo passato comunista, e pensavano di essere vicini a riuscirci, oggi tornano a paventare l’insopportabile sfida di una potenza che, soprattutto se alleata con la Cina – è in grado di contrastarne il disegno egemonico. Ecco perché il sogno di terzietà europea accarezzato da Ritz non ha la minima possibilità di realizzarsi.

Prima di concludere, aggiungo due parole su un tema che sia Ritz che Todd ignorano, o almeno sottovalutano. Non sono state solo le differenze antropologiche: sono stati anche i conflitti di classe a frustrare le strategie della Guerra Fredda culturale. Se è vero, come argomenta Rita Di Leo (17) che le classi medie russe sono state la quinta colonna che ha potentemente contribuito al crollo del socialismo, è altrettanto vero che le classi popolari, immiserite dalla shock terapy liberista imposta dai vincitori della Guerra Fredda, hanno vissuto nella nostalgia di un passato sovietico che garantiva a tutti una sopravvivenza dignitosa. Lo testimonia l’ampio consenso che continua a riscuotere il Partito Comunista Russo (se nessuno rimpiangesse il passato sarebbe sparito) e lo testimonia il consenso plebiscitario a Putin, che lo premia per avere restituito dignità, potere e prestigio al Paese. Per tutti questi motivi, cari amici che vi professate di sinistra, non posso più ascoltare chi parla della guerra fra l’Ucraina fascista (spalleggiata da Nato e Ue) e Russia come di uno “scontro fra imperialismi”. Se vi resta un po’ di sale in zucca provate a farlo funzionare prima di sparare simili idiozie.

Note

(1) L- Boltanski, L. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(2) Cfr. C. Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, La Tartaruga 2023.

(3) Cfr. G. Vattimo, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano 1985.

(4) Cfr. rispettivamente T. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino 2010 e G. Lukács, La distruzione della ragione, Mimesis, Milano-Udine 2011.

(5) J-F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.

(6) H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2009.

(7) A sancire la svolta reazionaria dei Verdi in politica estera fu l’allora ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, allorché legittimò l’aggressione della Nato alla Serbia e la prima partecipazione tedesca a operazioni belliche dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi i Verdi sono fra i più accaniti sostenitori del riarmo ucraino in funzione antirussa ma soprattutto, come nota Sahra Wagenknecht nel suo libro Contro la sinistra neoliberale (Fazi), da un lato, promuovono politiche ambientali che pesano sui bilanci dei cittadini più deboli, dall’altro, esibiscono una presunta superiorità etica dovuta al fatto che acquistano cibi biologici, biciclette elettriche, e installano nelle proprie case pompe di calore e pannelli solari. Tipico esempio di sinistra “alla moda”, questi movimenti sono caratterizzati, oltre che dall’ambientalismo d’élite, dalle politiche dell’identità e dall’uso manicheo del linguaggio politicamente corretto.

(8) Il processo di gentrificazione dell’elettorato di sinistra è oggetto di numerosi studi: vedi fra gli altri, il concetto di postdemocrazia elaborato da Colin Crouch (Laterza, Roma-Bari 2013) e le analisi di C. Guilluy sul conflitto di classe fra centri metropolitani e periferie in Francia: La France périphérique (Flammarion 2014) e La fin de la classe moyenne occidentale (Flammarion 2018).

(9) Cfr. F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET 2023.

(10) Sulla carriera di criminale di guerra di Churchill vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza, Einaudi, Torino 2024.

(11) Dal processo a Milosevic davanti a una Corte Internazionale di Giustizia che esegue gli ordini di Washington benché gli Usa non ne riconoscano la giurisdizione sui propri crimini di guerra, fino al sequestro di Maduro, ultimo anello di una lunga catena di esecuzioni, carcerazioni, guerre illegali e altre palesi violazioni del diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno ininterrottamente espresso la propria volontà di arrogarsi, come scrive appunto Ritz, il ruolo esclusivo di legislatore, accusatore, giudice e poliziotto globali.

(12) Le cosiddette Primavere Arabe, gabellate dai media occidentali (e celebrate dai gonzi delle sinistre, sempre occidentali) come un risveglio democratico del mondo arabo, secondo Ritz furono in realtà una serie di rivoluzioni colorate pianificate e preparate da Washington. Un giudizio che condivido pienamente.

(13) Sulla storia dei mostruosi crimini di guerra perpetrati dall’Impero britannico in tutti i continenti in cui stabilì le proprie colonie Cfr. C. Elkins, op. cit.

(14) Di ciò era consapevole Adam Smith, come spiega Arrighi nel suo Adam Smith a Pechino (Feltrinelli 2007) e come confermano storici di lunga durata come Fernand Braudel (Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll. Einaudi) e Kenneth Pomeranz (La grande divergenza, il Mulino).

(15) Cfr. E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.

(16) Particolarmente impressionante fu lo sbarco in massa di migliaia di cittadini albanesi sulle coste del nostro Paese, dove, suggestionati dalle trasmissioni tv che avevano captato per anni, credevano di trovare il paradiso in terra. Personalmente, ho vissuto l’esperienza di visitare Budapest poco prima della caduta del Muro e di assistere allo spettacolo delle code interminabili di fronte ai negozi che vendevano prodotti occidentali (carissimi per gli autoctoni). Ma fra i Paesi dell’Est Europa esistevano grandi differenze. Ad esempio, per la stragrande maggioranza dei cittadini occidentali la DDR è stata un orribile campo di concentramento in cui milioni di tedeschi sono rimasti imprigionati dopo la fine della Seconda guerra mondiale, un incubo totalitario che il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri, santificato da un Oscar, ha descritto con toni claustrofobici. Ma la realtà era davvero questa? In verità, sostiene il penultimo presidente del Consiglio della DDR Hans Modrow (cfr., di questo autore, Costruttori di ponti, Meltemi 2022) la maggioranza dei cittadini di quel Paese, almeno fino agli anni Settanta, ha convintamente sostenuto il governo, anche perché le loro condizioni di lavoro e di vita erano decisamente migliori rispetto a quelle di tutti gli altri Paesi dell’Est Europa. In quegli anni, contrariamente a quanto sostenuto dai media occidentali, l’opposizione rappresentava una frazione minoritaria della popolazione, ma soprattutto non voleva abbattere il socialismo, bensì riformarlo.

(17) Cfr. R. Di Leo, L'esperimento profano, Futura, Roma 2011.

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02/01/2026

La democrazia che taglia la lingua al 40% del paese

Quando ti magnificano la democrazia UE e la sua inclusività, soppesa questo suono di fanfare con una novità che entra in vigore ora nel nuovo anno 2026.

Immagina di vivere in un Paese dove quasi una persona su due parla una certa lingua fin da sempre. È la lingua usata in famiglia, per strada, al mercato, tra amici. È la lingua in cui si pensa e si ricordano le cose importanti. A un certo punto però lo Stato decide che quella lingua deve sparire dagli spazi pubblici: non la si studia più a scuola, non la si sente più nei media pubblici, i libri diventano per legge molto più cari e più difficili da trovare.

Questo sta accadendo in Lettonia, dove il russo non è una lingua marginale. È parlata da circa il 40% della popolazione e, in luoghi come Riga, la capitale, addirittura da più della metà delle persone. Non si tratta di visitatori o di comunità isolate, ma di cittadini che vivono lì da generazioni, anche se una parte di loro viene umiliata da decenni con uno status di non-cittadini che viene persino stampato sul passaporto.

Qualche personaggio con 64 denti ipocriti come quelli della Ursula o della Kaja sfoggerà un bel sorriso passivo-aggressivo per dire che nessuno vieta di parlare russo nella vita privata. Ed è vero. Ma le lingue non vivono solo nelle case. Vivono nella scuola, nei libri, nella televisione, nei luoghi condivisi. Quando una lingua viene tolta da questi spazi, non viene proibita: viene lentamente spinta ai margini. Resta, ma come qualcosa di tollerato, non più riconosciuto. Lo abbiamo visto con le lingue tagliate anche dallo Stato italiano.

Il punto più delicato è quando tutto questo viene giustificato con la “sicurezza nazionale”. In quel momento una lingua smette di essere un semplice strumento per parlare e diventa un sospetto. Chi la usa viene visto come qualcuno da controllare, non come una parte normale della comunità. La responsabilità di eventi politici lontani viene fatta scivolare, in modo silenzioso ma inesorabile su persone comuni.

Uno Stato dovrebbe tenere insieme ciò che esiste già, non separarlo. Quando una lingua parlata da una parte enorme della popolazione viene trattata come un problema da ridurre, il messaggio è chiaro: non tutti appartengono allo stesso modo.

E questa frattura, anche se presentata con i soliti trucchi dell’Europeismo Reale, cioè come una questione “tecnica” o “necessaria”, lascia segni profondi che durano molto più a lungo delle decisioni che l’hanno prodotta.

È un altro tassello vergognoso di questo tempo. Il Partito del Riarmo tace, e con esso tacciono quasi tutti i giornali, impegnati a non disturbare il clima di mobilitazione permanente che cresce sotto i nostri occhi. Così ai cittadini viene sottratta una cosa essenziale: la possibilità di capire davvero che cosa si sta cucinando nei pestilenziali fornelli del revanscismo baltico che alimenta il centro della politica estera europea, e quanto questa pietanza velenosa stia già prendendo forma.

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24/12/2025

“Il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile”

Riceviamo e pubblichiamo chiedendo massima diffusione questo comunicato del Prof. Angelo d’Orsi sui fatti intercorsi durante la Conferenza all’Università Federico II di Napoli nella giornata di lunedì 22 dicembre 2025.

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Comunicato di Angelo D’Orsi (23 dicembre 2025)

Ieri 22 dicembre, all’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara”, si è svolta la mia prevista conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, quella che era stata boicottata per due volte, in parte ricuperata a Roma all’Istituto di Cultura e Lingua Russa sabato 20, che aveva comunque un titolo diverso.

Oltre a me, era invitato Alessandro Di Battista, che ha parlato per primo, con un intervento breve e appassionato. A me toccava disegnare il quadro storico dei due opposti concetti (filia e fobia, in relazione al mondo russo).

Alla fine chi coordinava (il presidente della Sezione ANPI, Franco Specchio) ha dato la parola al pubblico. Si alza in piedi urlando a squarciagola un giovane, mentre si toglie la camicia ostentando una maglietta inneggiante all’Ucraina.

Contemporaneamente il medesimo gesto compiono un manipolo di suoi sodali che occupavano due file di sedie (mentre molte decine di persone erano in piedi, o sdraiate sul pavimento), e si sparpagliano per l’aula cercando di infilare nei vestiti dei presenti una spilletta con coccarda ucraina. Ovviamente il pubblico (quello venuto per ascoltare ed eventualmente interloquire) non l’ha presa bene.

Segue parapiglia, il giovane energumeno che aveva dato inizio alle ostilità si precipita verso la cattedra e vi sale sopra cercando di strapparmi il microfono dalle mani, fino a romperlo, mentre i suoi amici si avventano verso di me e il presidente Specchio, cercando ripetutamente di infilare le loro spillette nelle nostre camicie, un gesto violento e arrogante che noi respingiamo.

Il clima si surriscalda e un paio di amici cercano di farmi uscire, ma veniamo inseguiti da colui che appare manifestamente il capo della banda, che correndomi dietro, cerca di provocarmi con domande alla Calenda o alla Picierno (cosa ci faceva in Russia?! Et similia...). Non aspetta risposte, manifestamente, perché se le dà da solo accusandomi di essere “complice” di non so quali nefandezze.

L’inseguimento dura un paio di minuti, finché i simpatici ragazzi vengono fermati da un improvvisato servizio d’ordine, il che mi consente, guidato da un paio di amici, di guadagnare attraverso un percorso alternativo un’uscita secondaria, perché gli ammiratori di Zelensky (mi si riferisce) mi aspettano all’ingresso principale della Federico II.

Aggiungo che l’impianto microfonico, che era stato opportunamente testato qualche ora prima, stranamente non funzionava e dopo infruttuosi tentativi, si è dovuto provvedere a un nuovo microfono e a un altoparlante alternativo.

Grazie a tutto lo scompiglio, il sottoscritto non è riuscito a raggiungere in tempo utile la stazione di Piazza Garibaldi dove avrebbe dovuto salire su un treno per Roma, ed è stato costretto a fare un altro biglietto per un diverso treno.

È il caso di ricordare che negli scorsi giorni Carlo Calenda aveva lanciato una ridicola petizione contro la conferenza, di concerto con una aspirante assegnista dell’ateneo napoletano, con il medesimo obiettivo. E il giorno prima a Napoli l’onorevole Pina Picierno si è esibita mentre accendeva il candelabro ebraico, e alla piccola festicciola sembra fossero presenti alcuni degli stessi giovani energumeni che hanno interrotto con violenza il dibattito.

A distanza di pochi minuti essi hanno inviato un comunicato ripreso dall’ANSA nel quale ribaltano i ruoli, spacciandosi per vittime. I firmatari sono i soliti, ben noti provocatori della politica nazionale: Azione, Europa, Radicali, e altra cianfrusaglia.

Mentre uscivo inseguito e accusato di “rifiutare il confronto”, la mia risposta è stata semplicemente: “Non parlo con i fascisti”. Già, perché a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato, che nulla ha a che fare con il “dialogo”, con il rispetto di un luogo “sacro” come l’Università, e con quello che si deve, o si dovrebbe, a chi ha passato la vita a studiare, insegnare, pubblicare, e che si cerca di intimidire con azioni squadriste.

Conclusione: il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile. E io mi sento costretto ad annunciare che ANNULLO TUTTE LE CONFERENZE PROGRAMMATE e NON NE ACCETTO ALTRE, se gli organizzatori non sono in grado di:
a) assicurare spazi capienti a sufficienza con posti a sedere sulla base di una ragionevole previsione delle presenze;
b) adeguati impianti di amplificazione, verificati prima di ogni conferenza;
c) servizio d’ordine interno;
d) informativa alla Digos e alle forze dell’ordine, per evitare di esporre i relatori, nella fattispecie il sottoscritto, alla mercè di ucronazi locali e dei loro supporters.

Prego perciò tutti coloro che mi abbiano rivolto inviti, o intendano farlo, di inviare (alla mail ormai nota) una comunicazione precisa in relazione ai quattro punti sopraelencati. Altrimenti considero appunto annullati tutti gli impegni. GRAZIE.

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