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05/09/2026

Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul offre le proprie ricchezze minerarie agli USA

Nel “grande gioco” di questo millennio l’Afghanistan dei talebani, forti della vittoria sulla maggiore potenza militare del mondo, ha la possibilità di agire con una certa autonomia su vari tavoli, come dimostra la proposta diretta agli Stati Uniti con cui Kabul si rende disponibile ad accogliere le imprese americane per lo sfruttamento dei giacimenti minerari del paese.

Per essere precisi, bisognerebbe dire che la direzione di questa autonomia è, al solito, determinata dall’aggressività imperialistica: qualche mese fa avevamo pubblicato un articolo che sottolineava come Washington continuasse a usare gruppi estremistici per rendere impossibile qualsiasi stabilizzazione del paese e, dunque, anche la funzionalità di qualsiasi accordo con la Cina per le sue ricchezze sotterranee.

Circa un anno fa, Trump aveva parlato di riprendersi la base militare di Bagram, nel paese centro-asiatico. La sparata sembrava certo esagerata, allora, ma avevamo già sottolineato come l’Afghanistan fosse sempre più un crocevia strategico, sia a livello commerciale sia militare, nel crescente tentativo degli imperialisti occidentali di impedire l’ascesa di un mondo multipolare.

Insomma, i motivi per cercare un’intesa tra la Casa Bianca e il governo di Kabul erano reali, e c’erano anche gli elementi per uno scambio: le riserve della banca centrale afghana, più di 9 miliardi di dollari complessivi, di cui 7 attualmente depositati e congelati presso istituzioni finanziarie negli Stati Uniti.

Questa potrebbe essere la contropartita nell’offerta fatta dai talebani. A tracciare i contorni dell’iniziativa è stato il ministro afghano degli Esteri, Amir Khan Muttaqi, in un’intervista concessa al Financial Times. Muttaqi ha sottolineato che l’Afghanistan accoglierebbe senza riserve i capitali statunitensi, estendendo l’invito dal comparto estrattivo allo sviluppo delle infrastrutture, all’agricoltura e al commercio.

Il ministro non ha tuttavia specificato se vi siano stati contatti formali diretti con l’amministrazione Trump per discutere dei dettagli. Al centro dell’offerta vi sarebbe dunque un sostanziale sostegno allo sviluppo e alla stabilizzazione del paese, oltre allo sblocco degli asset finanziari congelati e alla cancellazione delle sanzioni, anche se su questi punti il ministro di Kabul non ha proferito parola.

Nella logica predatoria che ha imboccato l’imperialismo statunitense la proposta di sfruttare un patrimonio geologico stimato in almeno mille miliardi di dollari è davvero allettante. L’eccezionale entità di queste riserve era stata certificata già nel 2007 da una valutazione preliminare condotta congiuntamente dallo US Geological Survey (USGS) e dall’Afghanistan Geological Survey nell’ambito di un programma finanziato dall’USAID.

I rilievi avevano mappato concentrazioni massicce di litio, cobalto, rame e altri minerali indispensabili per la produzione di batterie e lo sviluppo delle più avanzate tecnologie; ma c’è anche oro, argento, rubini, smeraldi, lapislazzuli e altre risorse non metalliche che sono di grande interesse per il padronato stelle-e-strisce.

Bisogna dire che vari analisti hanno evidenziato come si tratti ancora di una ricchezza prevalentemente teorica. Decenni di conflitti bellici hanno lasciato i depositi quasi intonsi, mentre il Paese sconta una gravissima carenza di strade, reti elettriche e impianti per l’estrazione su scala industriale. È proprio l’impegno sulla costruzione di questo tipo di infrastrutture che i talebani chiedono a Washington, in cambio dei diritti di sfruttamento dei giacimenti.

Bisognerà vedere fino a quanto Kabul rinuncerà a parte delle filiere in ambito domestico, ma sicuramente la proposta indica un certo spostamento degli indirizzi politici, dopo che il governo afghano aveva concesso centinaia di licenze per l’estrazione dei suoi minerali dopo il 2021 sia alla Cina sia all’Iran, per un valore di oltre 7 miliardi di dollari.

Non si può ignorare che nel paese operano anche consorzi del Pakistan e della Turchia, che hanno da poco stretto un’alleanza con i sauditi. Condizione che, certamente, non ha reso felice Tel Aviv. Una massiccia presenza statunitense sarebbe un modo per tenere in scacco uno snodo centrale della competizione globale e rinforzare la leva rispetto a qualsiasi azione mossa contro il principale alleato di Washington nella regione.

A lungo andare, i talebani, che cercano legittimazione dalla comunità internazionale e stabilizzazione del paese, hanno deciso di fare un passo significativo verso gli States. Non sono mancate le occasioni in cui le potenze imperialiste hanno cominciato a dare legittimazione al governo di Kabul, anche se le Nazioni Unite hanno confermato che nessun processo di normalizzazione diplomatica o revoca delle sanzioni potrà compiersi senza progressi concreti e misurabili sui diritti umani.

I tempi della deriva guerrafondaia imperialista, però, non aspettano l’ONU. La pressione occidentale sembra aver maturato la possibilità di un cambiamento significativo, anche se non determinante, negli equilibri dell’area, e la proposta afghana lo conferma. Bisognerà vedere se andrà concretizzandosi.

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