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28/02/2023

Rancho notorius (1952) di Fritz Lang - Minirece

Italia - Una famiglia su due non ha più margini economici. Chiuse 100mila attività in un decennio

Prima la pandemia, poi l’aumento dei costi dell’energia e il rialzo dell’inflazione, infine la guerra in Ucraina sono i fattori che più negli ultimi anni si sono abbattuti sulle condizioni di vita delle famiglie nel nostro paese, colpendo ambienti economici, produttivi e sociali.

Una rilevazione curata dall’Osservatorio Changing World della Nomisma (su un campione rappresentativo di italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni) svela come nell’ultimo anno l’88% delle famiglie abbia adottato opportune strategie di risparmio per far fronte al rincaro dell’energia e all’aumento generale dei costi.

Nonostante questo, il 14% degli intervistati ritiene di guadagnare meno di quanto avrebbe bisogno per sostenere le spese necessarie, mentre il 25% delle famiglie ha dovuto spendere tutto quello che guadagna solo per far fronte alle spese strettamente necessarie come utenze, affitti, imprevisti che riguardano la propria abitazione e alimentazione, senza potersi permettere altro.

Solo 1 italiano su 2 riesce a spendere meno di quello che guadagna riuscendo così a risparmiare qualcosa. Dai risultati della ricerca emerge che negli ultimi 12 mesi la capacità di risparmio è diminuita o molto diminuita per il 54% delle famiglie italiane. Guardando al futuro le famiglie temono di non riuscire a risparmiare, ma il 26% di esse teme di non riuscire neanche ad arrivare alla fine del mese.

L’indagine condotta da Nomisma evidenzia come a guidare la ricerca del risparmio sia soprattutto l’incertezza che condiziona pesantemente questa fase del ciclo economico.

Ma se sul versante delle condizioni di vita delle famiglie si avverte una sofferenza crescente, dall’ultima rilevazione Istat emerge che le vendite al dettaglio sono ulteriormente diminuire dello 0,8% in volume.

In 10 anni, tra il 2012 e il 2022, in Italia sono spariti oltre 100mila negozi. Ci sono sempre meno negozi di beni tradizionali: libri e giocattoli -31,5%; mobili e ferramenta -30,5%; abbigliamento -21,8%. E ci sono sempre più servizi e tecnologia (farmacie +12,6%; computer e telefonia +10,8%), attività di alloggio (+43,3%) e ristorazione (+4%). È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio “Demografia d’impresa nelle città italiane”. In particolare, si legge nel rapporto, sono sparite oltre 99mila attività di commercio al dettaglio e 16mila imprese di commercio ambulante. In crescita ci sono solo alberghi, bar e ristoranti (+10.275).

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PD, dare l’impressione che tutto cambi, senza cambiare niente

Prendo in prestito la citazione del famoso Gattopardo, perché esprime perfettamente il teatrino delle primarie del PD, che ieri si è finalmente concluso. L’indicazione di Elly Schlein come nuova segretaria del principale partito di opposizione è l’ennesimo esempio di come la politica di questo paese sia ormai solo la narrazione del “cambiamento”, mentre tutta la classe dirigente condivide sostanzialmente le stesse scelte politiche.

Ha vinto la vice-presidente dell’Emilia Romagna sul presidente della stessa regione, dove quello per cui ha detto di volersi battere è avallato senza batter ciglio.

Cementificazione? A tutto spiano. Lavoro povero e caporalato nei magazzini e nei campi? Al pari o peggio che nelle peggiori situazioni che si vivono nel paese.

Dismissione e privatizzazione della sanità pubblica? In piena continuità con gli anni precedenti.

Autonomia differenziata? In questi mesi sia lei sia Bonaccini hanno espresso prese di distanza, ma l’accordo preliminare tra Regione e Governo per ulteriori forme di autonomia in materia di salute fu confermato proprio a maggio 2020, quando l’operazione maquillage delle Sardine aveva già portato Schlein in viale Aldo Moro.

Ha vinto, parlando di pace, chi quasi un mese fa ha votato il decreto del governo Meloni per prorogare l’invio di armi. Del resto, la Schlein vanta forti legami non solo con Prodi e Franceschini, ma anche coi democratici statunitensi, ovvero l’attuale amministrazione guerrafondaia di Biden.

Inquadriamo un attimo la parabola del PD. Dopo essere stato tritato nell’opinione pubblica per aver incarnato il partito “governista” in tutti i primi 15 anni della sua esistenza, ed essersi assunto tutte le scelte antipopolari utili alle nostre classi dirigenti per resistere nella crisi economica del modello occidentale, lasciato alle spalle il ciclo avviato dalla scalata di Renzi in seguito al governo di larghe intese del tecnico Monti, il PD ritenta la carta del manager “rottamatore“.

Nei mesi successivi al governo del tutti-dentro guidato da Draghi, si tratta di dare una bella verniciata di marketing a leader e burocrazie poco allettanti per il loro stesso elettorato e quindi incapaci di portare avanti fino in fondo il ruolo di cinghia di trasmissione italiana del patto euroatlantico.

Il partito, o quel che ne resta, conferma così la sua natura di “super comitato elettorale” in cui agli iscritti viene lasciato il ruolo di metterci i soldi e la disponibilità del proprio attivismo.

Infatti ha votato in massa anche chi non era iscritto al partito, come la Schlein stessa fino a qualche settimana fa, e questa non è democrazia. È semmai la dimostrazione che al partito stesso non importava quale visione (solo retorica) della società ne sarebbe uscita vincitrice. Le forze che si alternano al governo, centrodestra e centrosinistra, sono ormai dei passacarte delle decisioni di Washington e di Bruxelles.

Il peggio è che Elly Schlein queste decisioni le condivide. Si tratta dell’ennesima dirigenza neoliberista, che si è ammantata di tematiche ecologiste e femministe, senza l’intenzione di fare nulla neanche su questi temi.

Ora che ci avviciniamo all’8 marzo, l’elezione della Schlein ci consegna il compito ancor più urgente di organizzarci, come donne lavoratrici, dei quartieri, sfruttate, e prenderci la nostra emancipazione. Che non passerà dai gazebo del PD, ma solo dalla lotta.

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I foreign fighters in prima linea nella guerra tra Russia e Ucraina

Il 2 febbraio 2023, l’ex marine americano Peter Reed è stato ucciso in Ucraina mentre evacuava i civili nella città di Bakhmut, in prima linea. Due giorni dopo, il 4 febbraio, i corpi di due volontari britannici, Christopher Perry e Andrew Bagshaw, sono stati restituiti come parte di un accordo di scambio di prigionieri con le forze russe. Le loro morti rappresentano alcune delle ultime vittime occidentali in Ucraina, un anno dopo che le forze russe hanno invaso il Paese nel febbraio 2022.

I combattenti stranieri sono affluiti in Ucraina dopo il primo intervento militare russo del 2014. Ma con l’invasione russa del febbraio 2022, il numero di foreign fighters che si sono diretti in Ucraina è salito alle stelle.

Dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha chiesto agli stranieri di unirsi alla Legione Internazionale di Difesa dell’Ucraina all’inizio della guerra, il 27 febbraio, circa 20.000 “volontari” provenienti da oltre 50 Paesi sono arrivati a Kiev nelle due settimane successive.

Molti si sono recati nel Paese per motivi ideologici. In contrasto con la disillusione provata da molti veterani occidentali dopo i turni di combattimento in Afghanistan e in Iraq, la convinzione di contribuire ad “alleviare le sofferenze dell’Ucraina” e di “difendere la democrazia” è stata una forte motivazione per portare migliaia di volontari a Kiev.

Tuttavia, la stragrande maggioranza degli stranieri arrivati è tornata a casa prima dell’estate del 2022 per diverse ragioni.

Alcuni non avevano un’esperienza credibile e sono stati accusati di essere “turisti di guerra” invece di dedicarsi alla liberazione dell’Ucraina. I soldati occidentali che si sono offerti volontari si sono trovati a operare senza un forte supporto aereo e senza altri vantaggi tecnologici fondamentali di cui invece godono i gruppi di contractors in Medio Oriente.

Le barriere linguistiche hanno spesso impedito ai combattenti stranieri di comunicare chiaramente con le loro controparti ucraine. Ad alcuni volontari stranieri sono state mosse accuse di criminalità, sia nei loro Paesi d’origine che in Ucraina.

Secondo la maggior parte delle stime, i combattenti stranieri che attualmente sostengono le forze ucraine sono tra i 1.000 e i 3.000, in gran parte in servizio in tre battaglioni della Legione Internazionale. Si ritiene che centinaia di volontari stranieri più professionali stiano servendo in unità più piccole, separate dalla Legione Internazionale.

Questi includono gruppi dominati da cittadini dell’ex Unione Sovietica, come la Legione Georgiana, i battaglioni ceceni e il Reggimento Kalinoŭski, un gruppo di combattenti bielorussi.

Le unità militari a prevalenza occidentale includono gruppi come Alpha, Phalanx e la Brigata Norman. Tuttavia, anche queste unità hanno dovuto affrontare delle controversie. La leadership della Brigata Norman, un’unità a guida canadese, ad esempio, è stata ripetutamente criticata da ex membri.

Anche le società militari e di sicurezza private (PMSC) occidentali sono attive in Ucraina. Il Gruppo Mozart, una compagnia privata statunitense, nata per contrastare la compagnia privata russa nota come Gruppo Wagner, è stata attiva nel conflitto ucraino nei primi giorni.

Ma quando i finanziamenti si sono esauriti e le dichiarazioni di alcuni dei suoi membri hanno attirato l’attenzione negativa dei social media, il Gruppo Mozart è andato in pezzi. La leadership rimasta sta attualmente cercando di riorganizzare le forze residue e tornare in prima linea.

Il coinvolgimento dei volontari statunitensi in Ucraina ha sollevato anche questioni relative a potenziali violazioni della legge sulla neutralità, promulgata nel 1794 per impedire ai cittadini americani di essere coinvolti in guerre straniere. Tuttavia, mentre il Dipartimento di Stato americano ha sconsigliato ai cittadini statunitensi di recarsi in Ucraina, Washington ha fatto ben poco per evitare che migliaia di suoi “cittadini” vi andassero.

Gli Stati Uniti non sono i soli ad inviare messaggi contrastanti sui combattenti stranieri. Il governo britannico ha dichiarato che è illegale per le truppe e gli ex membri del personale di servizio britannico recarsi in Ucraina per combattere, ma a pochi giorni dall’invasione russa, nel febbraio 2022, l’allora ministro degli Esteri Liz Truss ha annunciato il suo sostegno ai cittadini britannici che andavano in Ucraina per farlo.

Nel frattempo, altri governi occidentali hanno dichiarato che avrebbero scoraggiato i singoli cittadini dal recarsi in Ucraina, ma non avrebbero perseguito coloro che lo avessero fatto (solo per quelli schierati con Kiev, naturalmente).

Ciò non ha impedito che venissero intraprese azioni legali contro coloro che sono stati scoperti. Nel giugno 2022, un tribunale della regione separatista di Donetsk, controllata dalla Russia, ha condannato a morte due cittadini britannici e un marocchino per aver combattuto nell’esercito ucraino.

“Un simile trattamento dei prigionieri di guerra costituisce un crimine di guerra, ma i russi hanno sostenuto che si trattava di mercenari e che quindi le regole di guerra non si applicavano a loro”, ha dichiarato la Harvard International Review.

Evitando di istigare una guerra più ampia tra la NATO e la Russia, i funzionari occidentali si sono astenuti dal mettere ufficialmente gli stivali sul terreno. Tuttavia, le forze speciali statunitensi sono state attive in Ucraina fin da prima della guerra e continuano a operare nel Paese, insieme al personale della CIA. Anche le forze speciali di Gran Bretagna, Francia, Canada, Lituania e altri alleati occidentali sono attive in Ucraina.

Oltre alla mancanza di chiarezza sulle operazioni di intelligence e delle forze speciali, è difficile confermare il numero esatto di occidentali in Ucraina, il tipo di ruolo che stanno svolgendo, dove si trovano esattamente e quanti sono morti.

Inoltre, spesso vengono fatte affermazioni apparentemente errate sulle loro vittime. Il 25 gennaio 2023, un sito web turco, citando dati attribuiti all’agenzia di intelligence israeliana Mossad, ha affermato che migliaia di soldati dei Paesi della NATO sono stati uccisi, tra cui centinaia di statunitensi e britannici. Questa affermazione è stata rapidamente smentita dalla NATO.

Nel frattempo, il Cremlino ha sottolineato come la Russia non stia combattendo solo contro l’Ucraina, ma contro la stessa NATO, e i combattenti occidentali catturati sono fondamentali per trasmettere questo messaggio sia all’opinione pubblica russa che al pubblico internazionale. Mosca ha cercato di inquadrare il conflitto come una lotta più ampia contro l’Occidente, che ritiene possa avere risonanza presso altre popolazioni del mondo.

Nel marzo 2022, il Presidente russo Vladimir Putin ha chiesto l’aiuto di combattenti stranieri per liberare il Donbass, mentre secondo il Ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, 16.000 stranieri hanno dichiarato di essere disposti a combattere a fianco delle forze russe in Ucraina, secondo Newsweek.

Yevgeny Prigozhin, il finanziatore del Gruppo Wagner, ha dichiarato sul canale Telegram della sua società nel febbraio 2023 che più di 10 milioni di cittadini statunitensi si erano iscritti al gruppo per combattere per la Russia.

Mentre Wagner ha trovato la maggior parte delle sue nuove reclute nelle prigioni russe, il Cremlino ha avuto una certa fortuna nel reclutare combattenti stranieri in Ucraina. Molte compagnie russe hanno tipicamente reclutato da Stati ex sovietici e si sospetta che combattenti dell’Asia centrale siano presenti in entrambe le parti del conflitto.

Molti serbi, inoltre, non sopportano il ruolo storico dell’Occidente negli affari del loro Paese e dal 2014 piccoli gruppi di cittadini serbi combattono a fianco delle forze russe in Ucraina.

Nel gennaio 2023, funzionari serbi hanno dichiarato di star monitorando le notizie di altri serbi al servizio della Russia in Ucraina. Anche i funzionari montenegrini stanno cercando di impedire ai loro cittadini, molti dei quali condividono sentimenti filo-serbi e filo-russi, di recarsi in Ucraina, e alcuni lo hanno già fatto dal 2014.

Soldati e personale di Teheran si trovano in Ucraina per aiutare i russi a far funzionare i droni di fabbricazione iraniana e, secondo un funzionario ucraino, 10 iraniani sono stati uccisi durante un attacco alle postazioni russe nell’ottobre 2022.

Si sospetta che anche centinaia di combattenti siriani si trovino in Ucraina, rispecchiando le dinamiche della guerra civile siriana, dove truppe iraniane, siriane e russe combattono insieme dal 2015.

La possibilità che altri volontari di altri Paesi si uniscano alla guerra da entrambe le parti rimane alta. Nell’agosto 2022, i media statali russi hanno iniziato a suggerire che fino a 100.000 volontari nordcoreani potrebbero finire a sostenere la campagna del Cremlino in Ucraina. Sebbene questo numero sia chiaramente ottimistico, i volontari nordcoreani potrebbero superare la manciata di cittadini sudcoreani noti per essersi recati in Ucraina a combattere per Kiev.

Inoltre, anche un piccolo numero di cittadini statunitensi è andato a combattere per la Russia, insieme a commando afghani addestrati dagli Stati Uniti che ora combattono per la Russia in Ucraina. Sebbene il Cremlino smentisca queste notizie, si ritiene che i soldati afghani siano stati attivamente reclutati dal Cremlino per mesi.

La guerra tra Russia e Ucraina è chiaramente più di una guerra tra due Paesi. Oltre agli aiuti materiali che sia la Russia che, soprattutto, l’Ucraina hanno ricevuto dai loro alleati, sono arrivati migliaia di combattenti stranieri da tutto il mondo per combattere al loro fianco. Con il continuo arrivo di volontari, aumenta il rischio che altri Paesi rimangano coinvolti nel conflitto. Stabilire delle salvaguardie per gestire le vittime e i prigionieri di guerra dei volontari stranieri è fondamentale per evitare che il conflitto si inasprisca ulteriormente.

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Germania - I mal di pancia dei militari per le forniture all’Ucraina

Nelle forze armate tedesche i segnali di malessere spuntano come funghi. Secondo il quotidiano Handelsblatt (l’equivalente del nostrano Sole24Ore), lo stato delle Forze armate della Germania (Bundeswehr) è peggiorato a un anno dal discorso con cui il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha dichiarato la “svolta epocale” innescata dalla guerra della Russia contro l’Ucraina e lo stanziamento di 100 miliardi di euro per le spese militari.

Scholz alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha ripetuto la frase che aveva usato per annunciare la svolta di un anno fa sul piano delle spese e della politica militare della Germania: “Abbiamo bisogno di aerei che volino, di navi che salpino e di soldati ottimamente attrezzati per le loro missioni”.

Il fondo speciale da 100 miliardi di euro per la Bundeswehr approvato dal governo federale, secondo Handesblatt, ha stabilito le “priorità sbagliate”.

Le Forze armate della Germania hanno trasferito o forniranno all’Ucraina armamenti, munizioni e mezzi, tra cui obici semoventi Pzh 2000, lanciarazzi multipli Mars II, 18 carri armati Leopard 2A6, 20 veicoli corazzati da combattimento per fanteria, nonché sistemi per la difesa aerea Iris-T e Patriot.

Ma, segnala il deputato Sebastian Schaefer dei Verdi (i più guerrafondai d’Europa), “la sostituzione di tale materiale non è ancora in vista: sebbene i fondi e la volontà politica vi siano, finora non è stato riordinato niente”.

Entro il primo trimestre del 2023, dovrebbero essere ordinati nuovi obici semoventi Pzh 2000, mentre la commessa per altri carri Leopard 2A6 “richiederà probabilmente più tempo”. Allo stesso tempo, i problemi rilevati con il mezzo corazzato per fanteria Puma, progettato per sostituire il Marder, non sono soltanto di natura tecnica, ma indicano anche deficit di addestramento nella Bundeswehr.

La situazione è aggravata dal fatto che il governo federale ha concordato con la Nato la costituzione entro il 2025 di una divisione pienamente operativa, forte di 30 mila effettivi, da schierare sul fianco orientale dell’Alleanza atlantica in 30 giorni in caso di minaccia. In questo contesto, tra le scelte errate del fondo speciale per la Bundeswehr, rientra l’aver assegnato la priorità all’aeronautica (Luftwaffe) con l’acquisto di 35 caccia F-35A dal gruppo aerospaziale statunitense Lockheed Martin.

Al riguardo, Roderich Kiesewetter, deputato dell’Unione cristiano-democratica (Cdu) al Bundestag, ha osservato che, mentre è in corso “una guerra terrestre in Europa”, l’attenzione viene rivolta ad “aeronautica, capacità di comando e digitalizzazione” della Forze armate tedesche.

Vi è poi da considerare che i partiti di maggioranza intendono aumentare le spese militari, ma a condizione che la normativa sugli approvvigionamenti venga riformata in modo tale da accelerare i tempi.

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Schlein - Il nulla con l’establishment attorno

[Contributo al dibattito] - Marx, la tendenza tendenziosa e l'antimperialismo dei lupi/agnelli (seconda parte)

Carmelo Buscema è ricercatore di sociologia dei fenomeni politici presso lUniversità della Calabria, dove insegna Geopolitica e Rapporti internazionali e si occupa di neoliberismo e processi di finanziarizzazione. Il testo che segue è la seconda parte della critica al lavoro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, La guerra capitalista (Mimesis, 2022), volume che abbiamo discusso in questa sezione (vedi qui) e del quale seguiamo il vivace dibattito che le tesi lì espresse stanno suscitando. È possibile consultare la prima parte del testo a questo indirizzo. 

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A un certo punto del suo sviluppo, l’impianto epistemologico, teorico ed euristico d’insieme che dà forma a La guerra capitalista – descritto criticamente nella prima parte del nostro intervento – si risolve in un tentativo di comprensione più ravvicinata dell’intricatissima attualità che ci muove e scombussola furiosamente. In questa seconda parte concentreremo l’attenzione sulle obiezioni analitiche che muoviamo al risultato di tale tentativo che consideriamo sfociare nella trasformazione dello studio e del riscatto della legge marxiana di movimento tendenziale, in un contributo (certamente non voluto) al rafforzamento delle inclinazioni assunte dall’immaginario collettivo occidentale che si vuole improntato a una lettura tendenziosa, e strumentalmente assai scorretta, delle intenzioni e delle attuazioni degli attori del resto del mondo. Fare emergere, affrontare direttamente e sciogliere questo nodo è assai importante, dato che – a ben vedere – l’accentuazione ogni giorno più impetuosa di questi tratti dell’immaginario collettivo propagato, è già parte della guerra capitalista e sistemica che è nostro compito comune comprendere e disinnescare. Sotto questo aspetto essa è animata dallo sforzo in tal verso orientato dalle élite euroatlantiche. Infatti, la conformazione di questo particolare senso della storia corrisponde, con tutta evidenza, all’allevamento di ciò che Sun Tzu, ne L’arte della guerra, definiva il dao fondamentale nella preparazione e nella conduzione di ogni conflitto militare: ovvero, di quel principio di «instradamento» che serve all’esercizio del governo a «fa[r] sì che il popolo sposi gli intenti dei propri superiori [finanche] di fronte alla morte e alla vita, a sprezzo di ogni pericolo». 

I due blocchi imperialistici: movimento di lettura tendenziosa.

Quel tentativo si risolve nella formulazione della tesi di punta che il libro reca come sua lancia avvelenata in resta: dallo sviluppo del regime di competizione mondializzata chiamata globalizzazione, che si è affermato sulle ali «dolci» e violente del neoliberalismo, sono scaturiti e si sono via via sedimentati profondi squilibri tra le macroregioni, di natura produttiva, commerciale e finanziaria; nel corso degli ultimi lustri specialmente, questi si sono incancreniti talmente tanto da essere diventati le decisive linee di frattura attorno a cui hanno preso ad articolarsi – in forme sempre più nette, incalzanti e brusche – coalizioni, istanze e progetti di ristrutturazione del sistema internazionale, assai divergenti e contese, tali da investire e travolgere gli assetti dati non solo sotto l’aspetto economico, bensì anche politico e militare. Secondo Brancaccio, Giammetti e Lucarelli, in questo quadro, a fronteggiarsi sono soprattutto: da una parte, «il vecchio blocco imperialista definibile “dei debitori”, a guida americana», e dall’altra, «un emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese». Il primo blocco reagisce all’affermazione economica, politica, tecnologica e demografica dei nuovi soggetti ascendenti – che, di fatto, ha riconfigurato profondamente gli equilibri globali – pretendendo ancora di agire nel solco di un tradizionale atteggiamento di arroganza orientato alla imposizione unilaterale delle regole internazionali unicamente sulla base della considerazione della propria esclusiva convenienza. L’Occidente, infatti, adesso, rinnega e revoca il principio del liberoscambismo propugnato e imposto per decenni, urbi et orbi, in punta di fucili, bombardieri e (think) tanks, e svolta su posizioni nettamente chiusuriste, che si articolano nella strategia politico-economica emblematicamente denominata del friend-shoring che declina il protezionismo nella forma delle sanzioni applicate contro le altrui pretese di far valere ragioni di scambio più equilibrate. Essa, nella sostanza, mira a rompere il terreno su cui la dinamica della centralizzazione si dispiega – la dimensione di mondialità degli scambi – subordinando il criterio economicistico della «mera» utilità nella convenienza (certamente sempre costruito anche politicamente), all’affermazione di un principio marcatamente esogeno all’interno del mercato: la divisione degli attori tra amici e nemici, che, a ben vedere, è il cardine su cui ruota la sfera del politico. Infatti, è su un tale nomos che le élite occidentali hanno deciso di improntare e orientare la complessiva dinamica in atto di ristrutturazione delle filiere di approvvigionamento e produzione animate dalle proprie imprese (re-shoring), e così il relativo impatto conseguente sulla struttura della divisione internazionale del lavoro. Questa nuova svolta strategica, decisa inopinatamente dal blocco dei grandi debitori, è letta da parte dei nostri autori senz’altro nei termini di una determinazione meramente difensiva, nella misura in cui «impedisce ai creditori orientali di esportare e centralizzare il capitale, e li induce a una sorprendente reazione militare in un mondo che si credeva dominato dalla sola violenza dell’imperialismo occidentale». In particolare, i nostri – ancora più esplicitamente – interpretano la cosiddetta «svolta imperialista dei creditori russi – che non a caso gode delle simpatie dei creditori cinesi –» (p. 154) come il segno dell’apertura di una nuova fase, caratterizzata dall’escalation della violenza guerresca, il cui onere, dunque, verrebbe fatto cadere praticamente per intero su quelle potenze espressione dei popoli «orientali», ree – evidentemente – di non persistere nel ruolo di succubi soggetti passivi dell’altrui sistematica violenza continuata. Con un clamoroso capitombolo, gli autori imputano, sostanzialmente, in capo all’intero blocco dei Paesi da essi ridotti al mero statuto di creditori, e assunti come mossi da foga di mero accaparramento, la responsabilità di una presunta «decisione di rispondere al protezionismo dei debitori con una scompaginante aggressione militare che sfida il feroce monopolio della guerra imperialista lungamente detenuto dagli Stati Uniti e dagli alleati occidentali» (pp. 11-12, corsivo nostro).

In un altro passaggio emblematico del testo, l’eziopatogenesi del nostro male epocale è ribadita ancora in questi termini geograficamente fin troppo ben connotati, eppure euristicamente e politicamente assai controversi: «Proprio da queste difficoltà di esportazione dei capitali nasce la tentazione dei grandi creditori orientali di dare nuovi sbocchi ai loro flussi finanziari attraverso la forza, a mezzo di interventi militari. Sorgono i primi cenni di un imperialismo emergente da parte dei creditori orientali, incoraggiati anche dai limiti di espansione dell’imperialismo militare del grande debitore americano. Giungiamo così al cospetto di due forme, una conseguente all’altra, di quella che possiamo definire una nuova fase di “centralizzazione imperialista” del capitale» (p. 154, corsivo nostro).

Diremo – parafrasando la famosa massima ottocentesca – che questa tesi, per noi, irricevibile, sia peggio di un «errore» scientifico: sia una bella e buona ingiustizia politica!

Innanzitutto, perché questa parte dell’argomentazione è essenzialmente fondata – come i corsivi da noi apposti alle citazioni cercano di enfatizzare – nient’altro che su un processo a delle intenzioni divinate. Anzi, di più, o di meno: un processo a delle mere tentazioni tendenziali di aprire varchi commerciali con la forza, che sarebbero già riconoscibili ai primi cenni della loro manifestazione largamente immaginata. L’evidenza, d’altronde, mostra come la «quota» russa d’impiego della forza nel particolare e assai complesso contesto ucraino, al contrario, venga usato dagli occidentali come pretesto piuttosto per chiuderli i varchi già esistenti – precedentemente aperti innanzitutto nel loro proprio, oltreché altrui, interesse – nonché per disattivare, soprattutto, quei crediti maturati dagli «orientali» come contropartita di beni e servizi principalmente a «noi» erogati.

In secondo luogo, perché l’applicazione della medesima bollante etichetta dell’imperialismo ai due casi supposti come equipollenti e simmetrici, è storicamente, e anche geopoliticamente, scorretta. Infatti, è possibile ricorrere a essa solo a costo di fare colpevole astrazione di ogni caratterizzante distinzione che il tempo abbia fissato negli schemi gerarchici che strutturano le relazioni lungo gli assi Occidente/Oriente e Nord/Sud del mondo, e all’interno delle dimensioni più spiccatamente imperiali delle stratificazioni dello spazio; tra soggetti dominanti e soggetti subordinati, e territori ancora funzionalmente coloniali e madrepatrie; tra i centri di comando e di accumulazione del valore, e le periferie teatro della sua violenta depredazione; tra le culture politiche elitarie e violente, forgiate da vergognose iniziative di perpetrazione attiva e sistematica del saccheggio, e i progetti strategici fondati, per resistenza, reazione e culturale compulsione, sull’obiettivo della ricostruzione di percorsi collettivi di cooperazione, autonomia e riscatto.

Inoltre, solo a costo di una esagerata e falsante semplificazione è possibile schiacciare la complessa situazione russo-ucraina sulla mera causazione della dinamica finanziaria; per di più ascrivendola senz’altro alla presunzione di una pressoché assoluta coerenza nella logica d’azione condivisa dall’intero blocco dei «creditori orientali»; e infine, disconoscendo del tutto, per giunta, la rilevanza cruciale che in tale vicenda rivestono le questioni di sicurezza nazionale e internazionale, e la spiccata esigenza di contenere la crescente aggressività, con sistematica continuità espressa, dalle organizzazioni occidentali – che per altro, nell’interno gioco, restano gli attori pivotali. Questioni di sicurezza – e relativi strumenti e azioni intraprese per affrontarle – che non bisogna necessariamente condividere per essere in grado di riconoscere come sussistenti, effettive e cogenti. È quindi il caso di sottolineare come la ignobile guerra in Ucraina, prima che colpevolmente rilanciata dalla Russia su un piano di scontro ancor più elevato, in realtà è stata accuratamente preparata, provocata, scatenata e condotta innanzitutto dagli Stati Uniti e dai loro più stretti referenti politico-strategici nella regione – segmento assai cruciale di quella arzigogolata cerniera Est/Ovest che nel corso degli ultimi lustri si sta pericolosamente lacerando. Tale conflitto, a ben vedere, non interrompe affatto la serie di prestazioni del circuito militar-monetario statunitense, attraverso cui, nei decenni, la potenza nordamericana ha implementato e puntellato spericolatamente il proprio modello essenzialmente spettacolar-finanziario di dominio sul mondo. Anzi, esso rappresenta la manifestazione e l’esito, nella decadenza, del suo penultimo atto azzardato e disperato, volto a piegare, con le maniere forti e cattive, ma per il momento piuttosto indirette e sottili, la curvatura di ciò che Qiao Liang chiama L’arco dell’impero. Da questa prospettiva, infatti, la guerra russo-ucraina, della logica funzionale propria di quel circuito militar-monetario comandato da Washington, lungi dall’esserne il punto di crisi, ne è l’apoteosi oltreché la prosecuzione con altri mezzi – proprio nel senso della prosecuzione coi mezzi degli altri: essa è condotta, infatti, sacrificando non solo, in primis, l’interposta «persona» del martoriato popolo ucraino; non solo le classi popolari d’Europa e del mondo, che pesantemente, in tante e svariate forme, qui mezzi li stanno abbondantemente già pagando; ma anche, addirittura, impiegando, per leva e carambola, le risorse dell’esercito e del popolo russo, trascinati dentro la trappola dell’escalation vorticosa di una contesa ormai pluridecennale con la perfidia della sistematica provocazione, e con la profferta minacciosa che (nel quadro delle regole del gioco, da rompere!) non si può proprio rifiutare.

Questo perverso capolavoro realizzato dai malefici strateghi del Pentagono, è l’apice abietto di un percorso d’innovazione dell’arte della guerra a stelle-e-strisce che affonda le sue radici nella visione – tra gli altri – del cinico Robert McNamara, e in quella profonda riforma delle funzioni, delle capacità e del ruolo d’impulso che l’apparato militare doveva prendere a svolgere sistematicamente all’interno della società nordamericana, con cui si è inteso reagire e «curare» il trauma rappresentato dalla «lezione» vietnamita (da cui quelli, con tutta evidenza, hanno imparato praticamente tutto, fuorché certamente l’essenziale). Un percorso che passando attraverso forme sempre più ibride, asimmetriche, fantasmagoriche e performanti di guerra – per la tutela umanitaria, l’esportazione della democrazia, la prevenzione del terrorismo, l’assicurazione del sistema finanziario, la deposizione dei satrapi dittatori (ovviamente solo di quelli insubordinati all’Occidente e quindi invisi) – oggi arriva alla guerra fatta combattere, in vece propria, dagli altri; laddove gli altri sono in certi casi, addirittura, finanche i propri stessi avversari! 

Il fiume del valore, il credito in dollari, il lupo e l’agnello

Infine, la nostra più scottante obiezione alla tesi di punta del libro è forse quella relativa alla considerazione della natura dei crediti e dei debiti che animerebbero i comportamenti degli attori contendenti di questa battaglia campale. Consideriamo, infatti, fallace ogni interpretazione che tenda a leggere queste due entità (i crediti e i debiti internazionali) come meramente astratte, speculari e simmetriche; e che quindi non tenga conto, invece, delle effettive consistenze e circostanze in cui esse, nella realtà globale, si trovano molto praticamente incarnate. In definitiva, contestiamo che nel passare dall’analisi logico-teorica del processo di centralizzazione, all’apprezzamento empirico-politico dei rapporti di debito e credito, gli autori restino ancorati a una determinazione degli elementi soggettivi e oggettivi della disputa, che risulta insufficiente se non del tutto assente, dal punto di vista storico ed epistemologico. Le complesse strutture demografiche, socioeconomiche e di potere che soggiacciono alle diverse posizioni apicali emergenti dalla configurazione articolata e gerarchica dell’attuale sistema mondo, infatti, risultano negate e cancellate dall’operazione intellettuale che riduce astrattamente i termini della questione a una lotta semi-automatica e quasi-deterministica tra soggettività-appendici delle «quote di controllo di [un’unica indistinta forma globale di] capitale», che a un certo punto non può che trascendere, indistintamente, nella forma della contrapposizione tra due fondamentali blocchi imperialistici sostanzialmente equipollenti. Il vizio di questa formula consiste non solo nella declinazione del soggetto principale (il capitale) al singolare (laddove – per esempio – l’ultimo Giovanni Arrighi ci abbia insegnato come questo possa significativamente assumere articolazione industriale o industriosa), ma anche nella conseguente implicazione, consistente nella ingiustificata assunzione secondo la quale alle posizioni definite dalle condizioni di credito o di debito, corrisponda sempre necessariamente una certa, presumibile, invarianza nelle intenzioni, nelle attuazioni e nei modi dei rispettivi attori, e quindi anche dei complessivi esiti.

Uscendo da questo schema, la svolta protezionistica inopinatamente compiuta dalle potenze occidentali – che si manifesta, senza riuscire a esaurirne gli scopi, nella strategia più generale del friend-shoring – andrebbe letta non semplicemente come istanza di freno e difesa opposta dal corteo degli Stati (paladini dei) grandi debitori alle velleità percepite come economicamente aggressive imputate ai creditori; bensì, anche, nella sua natura di strumento ulteriore per perpetrare la subordinazione, l’oppressione e l’estrazione di valore – in misura differita, o addirittura retroattiva – ai danni della maggioranza più povera dell’umanità. Questo è, infatti, il risultato sostanziale dell’effetto di confinamento che tale forma di protezionismo avversivo determina per le immani quantità di liquidità espresse soprattutto in dollari statunitensi, destinate a stagnare e a diventare putrescenti all’interno di quelle secche o pantani macroregionali risultanti dalle liste nemiche o, semplicemente, non amiche, definite dalle élite occidentali. E ciò avviene per imperiosa decisione di quella stessa potenza – gli Stati Uniti d’America – che, negli ultimi decenni, si è dedicata a scambiare tutto il sudore e il sapere, le risorse e il sangue delle altre popolazioni del mondo, con i propri pagherò puramente fiduciari – sostanza dei famigerati crediti qui in questione – il cui valore internazionale si è retto e si regge pressoché soltanto sull’inerzia, sul ricatto e sulle mosse più aggressive orientate al controllo, diretto o indiretto, soprattutto dei gangli del mercato energetico, operate, o minacciate, dall’esercito più ingombrante e imponente non solo della Terra, ma anche dell’intera storia.

Ciò che si aggredisce attraverso il confinamento di tale immane quantità di dollari all’interno dei nuovi perimetri improvvisamente tracciati attorno a questa immensa quota di mondo unilateralmente qualificato come non-amico e immondo, sono le fondamenta stesse su cui è cresciuto il sistema internazionale negli ultimi decenni, nonché il suo dispositivo cardinale: la consistenza di quei biglietti verdi, o digitali, in quanto strumenti riserva di valore anche fiduciario; l’onorevole impegno assunto con i possessori dei loro corrispettivi in bit e carta, che questi ultimi avrebbero mantenuto la propria essenziale natura di moneta/monito: cioè di segno del titolo a ricevere di nuovo indietro, nel futuro, un’effettiva contropartita equivalente all’originaria partita già ceduta in cambio temporaneamente di quella stessa valuta. Revocando tale promessa collettiva, dismettendo l’istituzione mondiale su cui essa si era retta, l’effetto risultante è il trasferimento presso i Paesi direttamente o indirettamente colpiti da questo enmity-shoring, delle conseguenze della crisi di performatività del sistema occidentale, sotto forma di esternalità che diventano i colpi severi di inflazione, crisi economiche, politiche e sociali, e distruzione, geopoliticamente tele-pilotate. Tale nuovo unilaterale atto con cui l’Occidente disconosce il valore delle altrui vite e la valenza di ogni patto, corrisponde quindi all’attivazione di una nuova ondata di saccheggio proprio da parte di quelle stesse potenze che sistematicamente, durante l’ultimo millennio hanno via via guadagnato il centro del mondo ai danni di tutto quanto il mondo stesso.

Non andrebbe dimenticato, infatti, che se i dollari rappresentano pressoché l’unica sostanza del monte del credito internazionale che nel corso dei lustri si è concentrato sempre più in Oriente, è perché essi sono stati i secchi con cui gli Stati Uniti hanno imperiosamente preteso che tutti gli altri Paesi attingessero, conservassero, e si scambiassero l’acqua scorrente lungo il fiume del valore dell’intera economia mondo, che si andava così arricchendo di sempre nuovi immissari. Tuttavia, con il passare del tempo, questi secchi sono risultati sempre più sfondati, tanto da determinare la dispersione della gran parte del valore che essi prendevano e trasportavano per conto dei tributari che se ne servivano, lungo il corso di quello stesso fiume che convoglia il valore dalle sue mille sorgenti sparse per la Terra, presso i mari e gli oceani dei centri di potere del sistema più affluenti. Per di più, adesso, con il friend-shoring, alle economie più popolose del mondo, viene imposto di rifornirsi esclusivamente entro i confini di tratti di fiumi che si vorrebbero sempre più rimaneggiati e asciutti, e quindi di tenere sempre più lontani sia dalla sorgente che dalle foci, quei loro cumuli di carcasse sfondate a cui sono ridotti i secchi (i dollari «orientali»).

Chi sono, in definitiva, tra il creditore e il debitore, il lupo e l’agnello, quando è la moneta internazionale comandata da Washington a esprimere il credito e il debito? Gli argomenti che nel corso degli ultimi decenni di finanziarizzazione della società globale, abbiamo ampiamente usato per difendere il sacrosanto diritto dei poveri alla consapevole insolvenza rispetto al loro debito, erano lance di una lotta di classe esercitata dal basso verso l’alto; che assolutamente non si possono, adesso, riciclare – implicitamente, e per riflesso inconsapevole – per dare man forte al progetto di uno scontro di civiltà già in atto, che è esattamente il contrario della lotta di classe; o, anche peggio, che è la lotta di classe al contrario. Il lupo, travestito da agnello, non ha smesso l’abitudine di pretendere di essere il solo a poter bere e sporcare l’acqua alla fonte che attraversa il mondo; ma neppure ha smesso sadicamente di infierire incolpando l’agnello, che beve molto più in basso, di comportarsi come uno sporco lupo gradasso. Per tentare – magari, chissà – di lavarsi la coscienza dall’angoscia con il sangue del capro che si vorrebbe espiatorio. 

Scarti epistemologici + In/conclusione

Alla radice della rottura problematica che a un certo punto riscontriamo nello sviluppo del libro, giace – riteniamo – ciò che a noi appare come un vizio epistemologico fondamentale, che si rivela manifestamente, non a caso, quando dall’astrazione logico-numerica atterriamo al livello della qualificazione politica e categoriale dei processi realmente in atto. E cioè, un’implicita idea eccessivamente fantasmagorica e automatica del capitale: tutta incentrata sulla auscultazione della sua fenomenologia meramente finanziaria, e tuttavia scambiata per la consistenza tout court del capitale. (Distorsione frutto, forse, dell’applicazione, operata senza mediazione, dei dati ricavati osservando pressoché soltanto la struttura del mercato azionario, allo sforzo di comprensione delle assai più vaste conformazioni sociali, storiche e geografiche del sistema. O magari, invece, di una concezione che concede alla sfera del politico una rilevanza fortemente dimidiata rispetto a quella effettiva e reale).

Nostra persuasione generale è che schiacciare tanto la riflessione sullo schema di ragionamento numerario (pur cruciale), frustri la capacità di cogliere le determinazioni essenziali del capitale per come esso è veramente incastrato, all’interno del sistema mondo – di cui esso non è tutto, bensì determinante parte. A questo modo, se ne perde infatti: la sua consistenza di effettiva e dinamica attualità, forte però dell’abilità di riuscire a inglobale e metabolizzare continuamente la sempre disponibile inattualità; il suo essere struttura relazionale tendenzialmente onnicomprensiva di produzione e riproduzione del mondo, ma costantemente articolata in fuochi dialettici di polarità; il suo essere rapporto sociale totale mediato da cose, materiali e immateriali, che – sotto la forma prevalente della merce – sono e veicolano anche dispositivi di natura tecnica ed elementi ordinanti (e disfacenti) le specifiche configurazioni culturali e politiche delle società.

Scrivono gli autori: «Piuttosto, sarebbe il caso di focalizzare che nell’economia di guerra prossima ventura la classe lavoratrice di tutti i Paesi coinvolti sarà inevitabilmente sottoposta a più intensi tassi di sfruttamento, tra ulteriori rischi di declino dei salari reali e delle quote salari, accentuata precarietà, nuove militarizzazioni dei luoghi di lavoro. Un destino da carne industriale e da cannone, a meno di non ricostruire un autonomo punto di vista del lavoro nella contesta tra nazioni e classi: un “pacifismo conflittualista”, all’altezza dei durissimi tempi a venire» (p. 155).

Sottoscriviamo punto per punto questo passaggio, ma aggiungiamo un’imprescindibile chiosa: la definizione di una linea di fronte politico orientata all’esercizio di tale auspicato pacifismo conflittualista non può, però, più procedere lungo il cammino intrapreso nel corso degli ultimi due decenni: quel sentiero che, anche quando cerca di liberarsi delle sue odiose tare nazionaliste e razziste, lo fa nel nome di una xenofobiarinnovata, a ben vedere, sul terreno esiziale dell’assioma dello «scontro di civiltà» permanente. Ovvero quel cammino che, ormai sistematicamente, declina il pacifismo nei rapporti coi «nostri» padroni e ceti dirigenti, e invece destina il conflittualismo nei confronti soltanto dei padroni e dei dirigenti delle altre popolazioni. Com’è già avvenuto in Europa circa un secolo fa, oggi di nuovo, soprattutto in seno alle istanze della galassia socialista, l’opzione del conflitto sociale orientato anche a costruire le condizioni e la pratica della pace internazionale, incorre, s’imbatte e cade, concretamente, proprio nei momenti topici, nella sua coniugazione rovesciata, indotta dall’alto: la pacificazione sociale (forzata dall’alto) votata a sfogarsi anche nell’alimentazione dei termini del conflitto internazionale. Perché il conflitto per la pace – che, sia chiaro, è l’opposto del romano para bellum si vis pacem – va esercitato ogni giorno, in coalizione solidale, ciascuno contro i propri despoti e padroni, invece che contro i despoti e padroni degli altri; o anzi, peggio: contro i loro simulacri! D’altronde, non è stato forse Marx ad averci insegnato che prima viene la soggettività forgiata nei concreti rapporti di cui consiste il conflitto sociale; che poi viene la coalizione delle parti subordinate e vessate, che si manifestano nel «partito»; e che solo dopo arriva lo sforzo scientifico volto a orientarne lo sviluppo e il cammino? La conoscenza che si dipana, invece, pur seguendo il rigore del metodo, ma a partire dalle determinazioni di inimicizia fondamentali che ci fornisce il nostro stesso nemico, affogano nel disastro ogni possibilità di vita giusta e piena – ogni possibilità di comunismo.

Fonte

Il PCI tra storia orale e riflessioni anti-agiografiche

di Marco Gabbas

Introduzione

Questo articolo ha l’obiettivo di presentare alcuni spunti di storia orale sul Pci e di collegarli ad alcune riflessioni più ampie sulla storia e l’eredità di un partito che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia d’Italia. In realtà la storia dei due intervistati, che sono stati attivi nel Pci in una cittadina del Sud Italia, è più lunga, perché va a toccare parzialmente anche le esperienze politiche che si possono definire post-Pci, e che arrivarono sino agli anni 2000. Le due interviste fatte a questi ex militanti sono di particolare interesse anche per la diversa classe sociale di appartenenza degli intervistati. Mentre Donato era un medico benestante, Giacomo, figlio di un artigiano, ha svolto sempre la professione di impiegato (entrambi i nomi sono di fantasia). Questo articolo, però, ha anche un obiettivo più ambizioso. Le due interviste, infatti, vogliono essere un punto di partenza per fare un ragionamento più ampio sulla parabola del Partito comunista italiano, il cui centenario è caduto solo un paio di anni fa.

L’approccio è di tipo critico. Purtroppo, sembra che il centenario sia stata più occasione di condanne moraleggianti o di agiografie acritiche che di seri ragionamenti critici (in linea, bisogna dirlo, coll’andazzo generale che persiste al di là di specifiche ricorrenze) [1].  Dato che questo articolo parte dalla storia orale, è bene dire due parole di introduzione in materia. La storia orale è nata negli Stati Uniti come modo per registrare la storia dei senza storia, per esempio di persone subalterne e analfabete che non avevano modo di lasciare traccia di sé. Un esempio dei primi studi di storia orale sono stati quelli sugli ex schiavi neri, o sugli ultimi pionieri. La storia orale si è in seguito diffusa anche in Italia, dove vanta ormai una lunga tradizione e studiosi noti e tradotti anche all’estero. Più in generale, la storia orale è spesso usata per raccontare la vita di particolari gruppi politici, sociali o etnici. Un esempio classico è la storia orale fatta intervistando i militanti di partiti e sindacati, gli immigrati in un dato paese, ecc. ecc. Naturalmente, proponendosi come una narrazione dal basso, la storia orale vuole spesso proporre una realtà alternativa a quella dominante. Da cui la particolare attenzione rivolta alla fonte orale, alla sua narrazione e ai suoi punti di vista.

Questo approccio soggettivo, però, può anche avere il rovescio della medaglia. Talvolta, c’è la tendenza di fare storia orale solo sui gruppi o le comunità di cui si fa parte o verso le quali si prova simpatia. Qui c’è un rischio: la storia orale non può trasformarsi in mera agiografia, senza alcun approccio critico? La questione è complessa, e non può essere certo esaurita in queste pagine. In breve, penso che per essere più preziosa, la storia orale non può sottrarsi ad alcune regole base della Storia in generale. Alcune di queste regole fondamentali sono l’attenzione e l’approccio critico verso qualunque fonte scritta o orale che sia, e il confronto continuo con altre fonti. Anche se la Storia non può pretendere di raggiungere una Verità unica e incontrovertibile, ci si può avvicinare il più possibile solo con il confronto tra fonti diverse, e più sono meglio è. Come qualcuno ha giustamente notato, la storia orale fornisce spesso una “verità psicologica” molto utile per capire perché certe persone la pensano in un certo modo [2]. In altre parole, la storia orale non sempre e non necessariamente fornisce dei fatti completamente veritieri. Il compito di chi analizza la fonte orale è quello di confrontarla con altre fonti (anche scritte) per separare il grano dal loglio, il fatto oggettivo e incontrovertibile dalla sua interpretazione personale (per es., il fatto che il Pci si sia dissolto nel 1991 è un fatto oggettivo; diverse interpretazioni personali ci diranno se ciò sia stato un bene o un male, perché è successo, ecc.).

Fare questo è indice di serietà e di un approccio sanamente critico. Non significa assolutamente, contrariamente a quanto pensa qualcuno, non valorizzare o non rispettare la fonte orale (questo viene talvolta sostenuto ricorrendo a delle citazioni semplicistiche di Marc Bloch) [3]. Si è ritenuto opportuno fare queste precisazioni introduttive perché, in ultima analisi, ogni storia è una storia del presente. Questo vale, nel suo piccolo, anche per questo articolo, che infatti contiene nelle conclusioni delle considerazioni sull’eredità di un piccolo pezzo di storia del Pci; azzardando altresì l’ipotesi che anche un piccolo caso-studio come questo può essere un elemento utile per portare a delle conclusioni più generali.

«Sembrava una così brava persona!»

Donato, oggi un ultraottantenne, si ricorda di essere entrato nel Pci dopo aver maturato dei «convincimenti sindacali, che poi son diventati anche espressione di scelte politiche». In un certo senso, Donato ci racconta di un rapporto tra sindacalismo e politica partitica che alcuni ritengono morto o mai esistito (la c.d. “cinghia di trasmissione”, secondo qualcuno). È interessante che l’intervista con Donato, però, ha ben presto iniziato ad assumere un tono comico, dato che i ricordi sono andati al suo «mondo del lavoro che era in quel momento completamente controllato, in mano ai democristiani. Quelli che con sfregio chiamavamo i democristiani. Anche se, li dovessi valutare oggi, li valuterei molto meglio che non i forzisti cosiddetti, eh! Cioè un Brunetta non c’era allora» [4]. Quindi, l’attività politica di Donato (caso poi, se ci si pensa, non tanto strano) è iniziata non per, ma contro. Donato ricorda alcuni di quelli che lui chiama i «vecchi democristiani» locali e la differenza con alcuni democristiani giovani che, pur essendo tenuti in spregio dai «vecchi», erano introdotti nella DC con un metodo molto particolare che si potrebbe definire di cooptazione, anche se Donato preferisce esprimersi in dialetto. Letteralmente, queste persone venivano “raccolte”: «Però come si raccoglie l’immondezza, capito?». In un certo senso, Donato ricorda tra lo scandalizzato e il comico la lottizzazione politica tipica dell’era democristiana tragicamente criticata nel film di Elio Petri Todo modo (1976). «Eri […] il buonissimo datore di lavoro che ti preoccupavi del benessere della popolazione, panem et circenses […] Loro diventavano o funzionari o direttori di qualche ente mutualistico, no?». In una canzone comico-satirica composta sui democristiani locali, Donato aveva così riassunto questi comportamenti: «Al popolo diamo le caramelle da succhiare, nel mentre questi fanno […] i loro comodi».

Tra le risate, Donato fa l’esempio di un personaggio locale («senza arte né parte», «una persona che difficilmente potevi collocare nella specie umana […] un sottoprodotto») che la DC locale avrebbe voluto cooptare in un ente. Per ottenere il posto, però, «doveva superare un tema di italiano. E allora i democristiani vecchi […] l’avevano aiutato dicendogli il titolo del tema […] “Parlami di un animale domestico”». Il quale tema il candidato avrebbe svolto parlando… «del leone»! «E questo faceva ridere – continua Donato – lo dicevano dappertutto. Era una cosa continua». Donato ricorda altresì che la DC locale spesso pubblicizzava un proprio candidato con un curriculum “creativo” («pieno di cagate»), come quello di un personaggio che «era diventato, l’avevano fatto venire qui come direttore di un ente in sostanza... di cui non conosceva» nemmeno «l’indirizzo [...] Poi con potere decisionale su altri».

Donato ricorda che la sua decisione di candidarsi col Pci provocò delle reazioni nell’ospedale dove lavorava: «Quando è venuto fuori il fatto che io mi fossi candidato con i comunisti, eh, è successo mezzo finimondo. Mezzo finimondo... Per quello che poteva essere in ospedale. Le suore: “Ma guarda quel dottor [...]! Sembrava una così brava persona”. E si svegliavano con me che ero comunista». Per aggiungere ancora comicità alla Storia, il succitato personaggio del tema di italiano, ignaro dell’impegno preso da Donato, gli aveva proposto di candidarsi con la DC in un comune della provincia. Donato ricorda che la proposta di candidarsi col Pci a consigliere comunale gli venne fatta in un giorno di festa da due persone, benché lui prima non si fosse mai occupato di politica: «Io gli avevo detto: ma scusate, perché venite a propormi? E perché sappiamo, conosciamo le tue idee». Si riferivano, appunto, all’attivismo sindacale di Donato: «Io fino ad allora di politica vera e propria non mi ero interessato. Mi interessavo di sindacato […] E facendo il sindacato dovevi prendere anche delle posizioni, e quando le prendevi, erano sempre posizioni contrarie ai democristiani. Se non per altro perché era quelli che gestivano l’ospedale». Donato fa risalire questa proposta all’inizio degli anni ’70, ma non ricorda l’anno preciso.

I successivi ricordi di Donato sono particolarmente interessanti, perché vanno a toccare una questione fondamentale, cioè il suo status economico agiato in contraddizione al fatto che andava a rappresentare un partito che diceva di voler fare gli interessi delle classi disagiate: «Una volta che son stato, che sono entrato nel giro, già mi aspettavo un’accoglienza abbastanza fredda perché allora comunisti erano, diciamo, i lavoratori, ma poveri […] Mentre invece sarà stato merito mio, non lo so, sarà stato merito dei comunisti che ho conosciuto. Sono stato accolto bene». Oltre a questa accoglienza positiva ma inaspettata, Donato ricorda con piacere delle visite che faceva con altri compagni di partito a un quartiere popolare della periferia della sua città. Donato precisa che non si trattava esattamente di giri propagandistici pre-elettorali: «Più che campagna elettorale erano... neanche di indottrinamento, ma, diffusione della buona novella, diciamo». Se da un lato il riferimento è alla pratica evangelizzatrice cristiana, è interessante come compaia, sembra, un elemento pedagogico che ricorda vagamente l’approccio leniniano (v. Che fare?) e che certamente sarebbe condannato come “elitista” dagli odierni populismi [5]. In quel quartiere, precisa Donato, «trovavi però terreno fertile, perché erano già, molti, lo erano già», essendo un quartiere abitato da «quelli che si chiamavano allora i lavoratori. La classe operaia in senso lato», tra i quali «molti erano artigiani. D’altra parte, anche la composizione del gruppo comunista era un pochino espressione di questo» (come parentesi comico-politica, Donato ricorda anche che l’accoglienza era talmente buona che una volta tornò a casa sulla Vespa miracolosamente guidata da un cugino, dato che avevano bevuto un’intera bottiglia di Vermuth Gancia: «Io non ero abituato a bere, ne sono uscito che non sapevo neanche dov’ero»).

Parlando invece dell’attività politica istituzionale, Donato non ricorda particolari successi dato che il Pci si trovò sempre in minoranza (pur aumentando, nel tempo, il numero di consiglieri da 3 a 11). Ricorda inoltre, con un po’ di tristezza, che i numeri della politica facevano sì che spesso le maggioranze in Comune si reggessero su pochissimi voti, talvolta appartenenti a partiti minori. Pertanto, per poter andare avanti, era necessario mettersi preventivamente d’accordo con l’ago della bilancia di turno concedendogli qualche favore. Una volta fatto, il voto era garantito e si poteva andare avanti. Donato ricorda anche un atteggiamento del Pci eccessivamente attaccato a una visione superficiale del prestigio istituzionale. «Istituzionalmente la provincia valeva di più, avere una provincia comunista era più importante che avere un comune, anche se» quel comune «era capoluogo. E quindi per la provincia si sono mollati un sacco di cose».

Complessivamente, Donato ricorda che la sua militanza attiva nel partito è durata all’incirca dal 1975 al 1990, ma non ha un buon ricordo degli ultimi anni, dal 1985 al 1990: «Son stati cinque anni che peggiori non potevano essere. Perché c’era una decadenza, un decadimento complessivo, generale […] Del partito, degli esponenti […] E... per me, non vedevo l’ora di uscirne». Alla domanda se si trattasse di un decadimento solo locale o anche generale, Donato risponde: «Io credo a livello anche generale. Localmente sicuramente. Ma credo che fosse un riflesso della decadenza generale che si stava manifestando». È interessante che, subito dopo aver fatto menzione di questa decadenza, Donato sente il bisogno di parlare di Enrico Berlinguer: «Berlinguer per me è stato il mio idolo». Forse perché, essendo Berlinguer morto nel 1984, può darsi che Donato associ la sua morte alla decadenza finale del Pci. Donato non ha conosciuto Berlinguer personalmente, ma ricorda di essere stato ai suoi funerali.

La menzione di Berlinguer è stata l’occasione per Donato di spiegare la particolare ideologia della quale si sentiva e si sente convinto: «Io ero, sono nato e rimango berlingueriano». Per essere precisi, questo “berlinguerismo” significava «essere, se non antisocialista quanto meno inviso ai socialisti», e avere una buona opinione del cosiddetto “compromesso storico”: «Compromesso storico ero d’accordo allora, che non era il compromesso che c’è oggi» (l’intervista è stata registrata durante il governo Renzi-Berlusconi del 2014-2016, con tanto di “Patto del Nazareno”) [6].

Alla richiesta di arrischiare delle ragioni per questo decadimento del Pci, Donato nomina Berlusconi, benché il suo primo governo risalga al 1994, cioè alcuni anni dopo lo scioglimento del Pci. Ma, nota Donato: «Perché Berlusconi nasce prima. Nasce con Craxi, col craxismo. Il berlusconismo […] Ma può darsi, o forse meglio, che sia nato prima il berlusconismo che ha prodotto Berlusconi poi». Qui, è importante notare che l’impero televisivo berlusconiano, che certamente contribuì in misura preponderante alle vittorie politiche del suo proprietario, fu stabilizzato grazie a una legge, la legge Mammì del 1990, che fu approvata con forti responsabilità del Pci. In buona sostanza, il Pci si mise d’accordo per far passare la legge Mammì (ironicamente definita dai giornalisti di allora la «legge fotografia» o «legge polaroid», dato che si limitava a “fotografare” e legalizzare l’anomala situazione allora esistente) in cambio di una sua influenza politica sulla terza rete della Rai [7].

Sempre sulla decadenza del Pci, Donato nota che «questa che chiamiamo la cupio dissolvi è esistita sempre» all’interno del partito, pur non precisandone in significato. Il termine cupio dissolvi merita una precisazione. Si tratta di un termine religioso proveniente da San Paolo, e che esprime il desiderio di autodistruzione del corpo e di resurrezione dell’anima (bene tenere a mente questo particolare). Sui rapporti del Pci con l’Urss e paesi satelliti, Donato dice che sono stati improntati nel tempo a diverse sfumature: «C’è stato, c’è stato sicuramente, tutte queste cose […] ci sono state. La sudditanza. La critica. Ebbe’! Oh, la critica si è resa evidente, io dico anche molto prima, ma già con i fatti di Ungheria [del 1956] ci sono stati... c’è stata parte del partito che si è dissociato. Mentre parte ha avallato. Un fatto è certo: che in quei tempi il partito era monolitico. Doveva essere il verbo».

Questo monolitismo, secondo Donato, non è sinonimo di centralismo democratico, anzi: «Centralismo democratico sul quale io ero e sono d’accordo se è gestito, come dice il nome, democraticamente. Se tutti hanno la parola, la possibilità di parlare, di essere ascoltati e di ascoltare, per me è la forma migliore di democrazia quella». Interessante, poi, che secondo Donato il centralismo democratico sia perfettamente compatibile con l’idea di democrazia espressa da Stefano Rodotà nel suo libro Il diritto di avere diritti: «In questa frase secondo me c’è tutta la democrazia. Tutti abbiamo il diritto di avere diritti. Se tu riconosci questo, hai fatto già un passo molto lungo nella ginnastica, direbbe De Andrè, dell’obbedienza. La chiamava De Andrè» [8]. Donato parafrasa un verso della canzone «Nella mia ora libertà», contenuta nell’album Storia di un impiegato (1973). È difficile interpretare le parole di Donato. Nella canzone, la «ginnastica d’obbedienza» viene vista come una cosa negativa. Forse, Donato intende che bisogna allontanarsi da una concezione arrogante ed egoista del potere. Oppure, che un minimo di limitazione o “ginnastica” dell’obbedienza è indispensabile per poter garantire il convivere civile.

A una domanda sulle letture che Donato e suoi compagni facevano all’epoca, la risposta è stata: «Tex, Capitan Miki». Per la musica, invece, Donato ricorda di essersi appassionato a Fabrizio De Andrè, incontrando però le obiezioni di un prete locale, forse per motivi moralistici. Anche se questo stesso prete, nella memoria di Donato, veniva apostrofato pubblicamente nella via principale della città come «Don […] minchia d’oro» da una prostituta locale (un evidente complimento per sue le doti fisiche). La menzione di questo esimio religioso è stata l’occasione per una domanda sui rapporti fra il Pci e il clero. Secondo Donato, i comunisti «non sono mai stati anticlericali», dato che l’anticlericalismo «non fa parte della dottrina comunista». O meglio, l’attitudine del Pci non era del tipo «io ce l’ho con te perché sei prete […] Ce l’ho contro il fatto che tu sostieni una tua filosofia che la mia filosofia non ammette […] tant’è vero che, soprattutto in Italia, ma non solo in Italia, la maggior parte dei comunisti sono tutti “credenti” fra virgolette, non anti, anticlericali voglio dire».

Questa menzione del clero e della religione è importante, perché permette di fare una riflessione sull’atteggiamento in materia del Pci (soprattutto dell’ultimo Pci) e dell’ideologia comunista in genere. Una cosa è certa: basta avere delle conoscenze anche molto superficiali per sapere che nella dottrina comunista hanno sempre avuto una parte molto importante non solo la critica al clero, come vedremo, ma anche alla religione in quanto tale. Naturalmente, Marx è stato un autore estremamente prolifico, ma per sapere le sue opinioni in materia di religione non è necessario andare a cercare testi sconosciuti o inediti. Ricorriamo a una edizione del Manifesto comunista tradotta e introdotta da Palmiro Togliatti. A p. 73 leggiamo: «Le leggi, la morale, la religione, sono per lui [per il proletario] altrettanti pregiudizi borghesi, dietro ai quali si nascondono altrettanti interessi borghesi» [9].

Marx ed Engels non potrebbero essere più chiari: la religione altro non è che un pregiudizio borghese. Non solo. Poche pagine dopo, i due si fanno beffe delle obiezioni della borghesia contro il comunismo: «nel corso dell’evoluzione storica […] la religione, la morale, la filosofia, la politica, il diritto […] si mantennero sempre […] Ci sono, inoltre, verità eterne, come la libertà, la giustizia, ecc., che sono comuni a tutte le situazioni sociali. Il comunismo, invece, abolisce le verità eterne, abolisce la religione, la morale» [10]. Marx ed Engels notano sprezzanti che il comunismo significa infatti «la rottura più radicale con le idee tradizionali», con buona pace della religione [11].  Ma già nel 1844 Marx aveva precisato, nella sua Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico: «La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli» [12]. Alcuni interpreti dicono che Marx in realtà non avesse un’attitudine negativa verso la religione, considerandola un riflesso di determinati rapporti sociali. In questa visione, con il cambiamento dei rapporti sociali (rivoluzione) la religione non sarebbe stata più necessaria e sarebbe scomparsa. Al di là di quale sia l’interpretazione giusta, non c’è dubbio che negli scritti marxiani la critica verso la religione è chiaramente presente, ed è forte. Negarlo significa negare l’evidenza. Inoltre, non risulta che con il suo esempio personale Marx abbia mostrato che bisognasse adattarsi alla religione, per esempio nell’educazione dei figli (diversamente da quanto fecero molti membri del Pci e Berlinguer in prima persona) [13].

Questo per quanto riguarda il marxismo, ideologia alla quale, almeno inizialmente, il Pci riteneva di ispirarsi. Ma che dire dell’Urss, il paese che per lungo tempo fu il principale punto di riferimento del Pci? Qui il discorso si farebbe complicato, perché andrebbe a investire una contraddizione fondamentale del Pci che certamente ha contribuito alla sua fine, cioè il fatto che un partito interno alla democrazia parlamentare si ispirasse a una dittatura monopartitica instaurata con una rivoluzione armata, giusta o sbagliata che fosse. Fin dal 1917 i bolscevichi al potere mostrarono sempre antipatia e ostilità verso la religione, con campagne antireligiose continue e talvolta violente che hanno avuto una battuta d’arresto solo con l’avvento di Gorbachëv nel 1985. La loro opera fu sempre ispirata a un laicismo e ad un ateismo radicali, tant’è che l’ateismo scientifico veniva insegnato in tutte le scuole e università. La letteratura in materia, del resto, è sterminata [14]. Il dato storico interessante, però, è che dalla svolta di Salerno in poi, il Pci ha progressivamente attenuato la critica marxista alla religione, sino a eliminarla quasi del tutto con Berlinguer.

Sempre dentro, sempre critici

Giacomo è un po’ più giovane di Donato, dato che nel 1973-74, quando si avvicinò al Pci, aveva 25-26 anni. Anche Giacomo fu avvicinato al Pci da persone che frequentavano il partito, quando lui già lavorava come impiegato per un ente pubblico: «Il mio interesse per la politica è nato più o meno insieme all’attività lavorativa. Perché fino ad allora mi definivo un po’ anarcoide, con libro di Bakunin nella valigia». Giacomo ricorda di essersi avvicinato a Bakunin (ma senza seguito) durante alcuni anni di università frequentati al Politecnico di Torino, tra il 1967 e il 1968 (anche, se, dice, «per la verità al Politecnico non ci si è quasi accorti […] di quello che stava succedendo nel resto del mondo»). Poi, dice: «Guardavo verso sinistra. Quindi mi è sembrato quasi naturale aderire [al Pci]. Inizialmente andare a curiosare». Inizialmente senza tessera del partito ma iscritto alla CGIL, Giacomo fu progressivamente coinvolto da colleghi più politicizzati, assieme ai quali rivitalizzò «la sezione Lenin» che «era abbastanza attiva». Interessante punto di contatto tra l’intervista di Giacomo e quella di Donato è che anche Giacomo ricorda le visite al quartiere popolare periferico, anche se con l’obiettivo di distribuire l’Unità: «Ricordo che fra le altre cose non c’era domenica senza che noi andassimo a vendere l’Unità, a distribuire l’Unità nel quartiere […] Quindi sai […] Ci facevamo tutte le stradette, le case – non solo di quelli che sapevamo l’avrebbero presa, ma anche… ovviamente si tentava di darla anche a uno che magari qualche volta la prendeva qualche volta no».

Giacomo ricorda quei quartieri come «molto estesi, c’era tanta gente. Infatti, noi impegnavamo… eravamo diversi gruppetti nella sezione. Andavamo generalmente in due. E impegnavamo tutta la mattinata». Gli abitanti di questi quartieri provenivano prevalentemente dai paesi dei dintorni, ed erano soprattutto «impiegati, operai. Certo non cosiddetta classe medio-alta. Erano tutte persone che si erano un po’ arrangiate a farsi la casa da soli, quindi insomma muratori… ma anche tanti impiegati». Giacomo aggiunge: «E devo dire che quegli anni li ricordo anche con piacere, perché quasi dappertutto ci invitavano ad entrare, si scambiavano quattro parole. C’erano persone anche anziane, vecchi. C’erano molti comunisti lì, eh! […] ai quali faceva piacere. Anzi, era motivo d’onore prendere il giornale. Qualcuno ci offriva il caffè». Alla mia domanda di giovane ingenuo – perché andavate a distribuire il giornale? Non c’era un’edicola? – Giacomo risponde: «Ma era un modo per far politica, per star vicino alla gente. Non era solo il fatto […] di portare il giornale. Era un modo per anche sentire i problemi, eventualmente riportarli, discuterne. Cioè era un modo vivo, diverso da quello… Oggi ci si guarda attraverso la televisione. Cioè uno guarda e l’altro si fa guardare. E lì c’era proprio il contatto fisico, lo scambio di idee […] di prima mano. I malumori, ma anche gli apprezzamenti per quello che succedeva». Giacomo ricorda anche: «Abbiamo avuto anche il piacere, per diverso tempo, di dare, portare il giornale» a un ingegnere azionista che era stato veterano della Guerra di Spagna. All’epoca «era già molto anziano […] E ricordo che un paio di volte ci siamo anche seduti, con lui, a bere il caffè a casa sua. Così a chiacchierare». A differenza di Donato, Giacomo ricorda di essersi tenuto lontano dalle avventure alcoliche, accettando al massimo un caffè ma rifiutando il bicchiere di vino che qualcuno gli offriva.

Giacomo distribuiva in quel quartiere periferico anche perché era il quartiere cui faceva capo la sua sezione, una delle cinque o sei presenti nella sua cittadina, e che ricorda come «abbastanza vivace». Oltre alle discussioni talvolta accese, Giacomo ricorda anche con un pizzico di ironia una caratteristica peculiare delle riunioni di sezione settimanali: «La cosa singolare era che a quei tempi, anche se si doveva parlare magari di un argomento della città, del quartiere, come regola il segretario di sezione […] partiva sempre con una sorta di relazione […] Introduttiva. Partiva […] dalle questioni internazionali [ride], quindi Russia, Stati Uniti e […] poi si avvicinavano i tempi dello strappo con la Russia […] e si partiva di là, poi si passava all’Europa, poi si passava all’Italia, poi alla» nostra regione, «e alla fine quando tutti eravamo esausti [M.G. ride] si arrivava magari al problemino di quartiere. Che era poi quello che magari» interessava maggiormente «chi abitava nel quartiere, che magari era meno interessato ai problemi internazionali e più al fatto che il quartiere non aveva ancora tutte le strade asfaltate, non aveva per niente servizi, e che… e così via. Però questa era la consuetudine, sia delle riunioni di sezioni, sia delle riunioni poi che si facevano periodicamente».

Col senno di poi, secondo Giacomo un’impostazione del genere era troppo dispersiva, «troppo pesante». È vero che lunghe e ricorrenti riunioni di questo tipo possono ben stancare delle persone già stanche dal lavoro, e certamente l’odierna politica digitale si serve di ben altri mezzi per tenere i contatti col popolo. La politica faccia a faccia di cui parla Giacomo, però, presenta anche innumerevoli vantaggi che il mondo del web non offre [15]. Inoltre, riunioni di questo tipo potevano essere positive ed istruttive, parlando di questioni di politica internazionale anche ai militanti di una piccola cittadina del Sud Italia, che così potevano sentirsi parte di un movimento internazionale. Del resto, Giacomo sente il bisogno di aggiungere: «Magari in una certa fase storica può anche essere che questo sia stato anche opportuno, necessario, perché contribuiva comunque a tenere accesa l’attenzione su problematiche che, anche se da lontano, ci riguardavano tutti».

«Poi piano piano», però, «le sezioni hanno iniziato a soffrire la mancanza di militanza. E quindi si sono un po’ ridotte di numero, di attività, e poi in fase successiva» le sezioni sono «quasi praticamente sparite». Per quanto riguarda la democrazia interna al partito, Giacomo ricorda che vi fossero sì degli attriti tra opinioni diverse, ma che la libertà di espressione fosse sostanzialmente garantita: «Ciascuno di noi diceva liberamente quello che pensava», anche se magari c’era chi diceva «ciò che conveniva per fare poi carriera». Nello specifico, Giacomo dice di aver fatto parte di un gruppo interno al Pci locale che aveva degli screzi con i dirigenti più ortodossi, i quali li accusavano di «fughe in avanti, che i tempi non erano maturi», appellandosi al «famoso, maledetto, “rinnovamento nella continuità”». Ma quale era l’oggetto del contendere? Secondo Giacomo, la «democrazia interna al partito», alcune «scelte urbanistiche», ma anche la lottizzazione politica della quale parla anche Donato. Allora, infatti, «era molto più apertamente politicizzata la sanità. Il presidente [delle Asl] veniva scelto. Oggi è la stessa cosa però si fa in maniera subdola. Prima era pacifico che c’era un accordo fra democristiani e comunisti per dire: questo ecco, questo fa il presidente della Asl. […] C’era un’alternanza. C’è chi prendeva quello, la camera di commercio. Quindi sai, queste battaglie le abbiamo fatte tutte. Col privilegio, l’orgoglio di essere sempre in minoranza». Giacomo precisa anche che questa «spartizione» degli enti pubblici è sempre esistita, a prescindere dal fatto che il Pci fosse maggioranza o meno.

Sempre su questo gruppo di “dissidenti”, Giacomo aggiunge che «soprattutto noi eravamo tutte persone che avevamo il nostro lavoro, non eravamo funzionari di partito. Quindi eravamo indipendenti da tutti i punti di vista […] Ragionavamo con la nostra testa», cosa che non tutti vedevano di buon occhio, tanto da arrivare a qualche tiro mancino. Giacomo è stato più volte candidato alle elezioni locali, ma «non son stato eletto perché i miei compagni di partito, dopo che passavo io a fare il giro della mia zona, della zona che mi era stata assegnata […] passavano a dare diverse indicazioni. Quindi […] “vota quest’altro” […] succedevano anche di queste cose». Nonostante questo, però «siamo andati avanti lo stesso, abbiamo fatto le nostre battaglie interne». Del resto, Giacomo precisa che la politica di «carriera» non l’ha mai interessato.

Questo gruppo di dissidenti si trovò poi a formare una rivista bimestrale alternativa che voleva essere «la coscienza critica del Pci […] ci apprezzavano quasi tutti, fuorché quelli della classe dirigente del Pci» che infatti tentò di sabotarla «in tutti i modi». «Soprattutto nei primi anni, quando eravamo molto motivati, molto impegnati […] abbiamo saltato anche le mille copie, siamo arrivati che vendevamo sulle 1200 copie ad uscita, che insomma, per questa zona non sono poche». Complessivamente, la rivista è durata dal 1987 al 2005.

Complessivamente, Giacomo dice di essersi orientato politicamente in modo autonomo: «Io non ho mai respirato aria di politica qui a casa mia […] Non se ne parlava, quindi io ho avuto la possibilità di orientarmi per i fatti miei». A una domanda su quali fossero i simboli politici che lo attiravano, Giacomo cita Berlinguer, come Donato: «Simboli in carne e ossa sicuramente c’era Berlinguer, che già da allora era un simbolo. Perché sia da quando era in vita sia dopo ha sempre rappresentato il modo corretto di intendere il comunismo, di intendere la sinistra […] quei continui richiami, inascoltati per lo più, alla correttezza […] La questione morale insomma. E lui li faceva […] Per tantissimi, direi per la maggior parte, era un simbolo. Poi vabe’, non so gli altri simboli. Il… quello che ha dato il nome alla mia sezione [Lenin] non l’ho mai visto come un simbolo in effetti […] Uno sicuramente dei padri fondatori, però era già… cioè non era, non aveva quel richiamo». Berlinguer, invece, «sicuramente era la personalità di maggior spicco, e che ti, proprio ti dava un… solo a sentirlo parlare delle vibrazioni particolari, ecco». A una domanda se anche Gramsci rappresentasse un simbolo, Giacomo risponde: «Gramsci sì. Vabe’ di Gramsci poi, non è che abbia letto tutto, ma avevo già letto allora diverse cose. Quindi anche Gramsci, ma non come Berlinguer». Anche Giacomo, come Donato, ha partecipato ai funerali di Berlinguer: «È stata una emozione grandissima proprio».

Conclusioni

Le due interviste con Donato e con Giacomo, messe a confronto, ci possono permettere di fare alcune conclusioni che esulano dal carattere strettamente locale, con l’aiuto di una letteratura selezionata. Banalmente, entrambe le interviste presentano delle scene di politica novecentesca che nell’odierno mondo “post-ideologico” possono sembrare lontane anni luce come la politica faccia a faccia, le visite, la distribuzione dei giornali, le sezioni. Altra cosa che oggi può sembrare lontana anni luce è che sia Giacomo sia Donato fanno esplicito riferimento a un partito che aveva un riferimento di classe (per quanto ampiamente inteso), cosa ben diversa dall’odierna politica. I quartieri che sia Giacomo sia Donato visitavano erano quelli periferici e popolari, abitati dai lavoratori. Un altro punto in comune delle due interviste è che in entrambe si fa riferimento a un impegno politico nato da stimoli etico-morali più che prettamente ideologici (l’antipatia verso le spartizioni o lottizzazioni partitiche).

Alcune questioni più generali si intrecciano ai temi toccati nelle interviste. Che cos’era il Pci? Il Pci ha fatto bene a sciogliersi come ha fatto? Era una scelta inevitabile? Esiste oggi una sinistra in Italia? Se esiste, perché è cambiata tanto da diventare irriconoscibile? Il marxismo è morto? Sulla questione dell’inevitabilità della storia, sarebbe bene fare tesoro della lezione di Richard Pipes, che notava come certe cose possano facilmente apparire inevitabili a posteriori, ma ciò non significa che il paradigma dell’inevitabilità della storia sia sempre utile e giusto [16]. In generale, sappiamo da Lucio Magri che la decisione di sciogliere il Pci fu presa d’imperio per bypassare l’opposizione di buona parte della base [17]. Tuttavia, è indubbio che lo scioglimento fu la conseguenza di una profonda crisi, della quale qui non è possibile indagare completamente la genesi e le cause.

Come si accennava, si possono solo offrire alcuni spunti critici. Parlando dell’ammirazione per Enrico Berlinguer, molti ex militanti del Pci assumono toni nostalgici, quasi commossi. Se per qualcuno era addirittura un «idolo», per altri era comunque un «simbolo», anche ben più importante di Gramsci. La cosa che colpisce è la scarsità o assenza di resoconti critici su questa importante figura, che lasciano spesso il posto a una agiografia più o meno marcata. E il problema non è affatto facilitato dal fatto che molti dei commentatori appartengono all’area (post)Pci [18]. C’è di più: una agiografia di parte su una figura così importante potrebbe anche non stupire, ma stupisce e preoccupa il fatto che la simpatia e l’ammirazione sembrino universali, unendo anche personaggi lontani da quella tradizione politico-culturale, come Gianroberto Casaleggio e Marco Travaglio [19].

Un possibile approccio critico potrebbe partire da un esame più obiettivo di alcuni miti fondanti del “berlinguerismo” (termine giustificato sia dalla forte identificazione degli ex Pci con la figura di Berlinguer, sia dall’oggettiva differenza tra quest’ultimo e la precedente tradizione marxista), come per esempio il Compromesso Storico. Un tentativo è stato fatto da Lucio Magri e Paolo Persichetti, che nei loro libri notano che il Compromesso Storico fu in realtà una strategia molto mitizzata ma in un’ultima analisi irrealistica e fallimentare, per una serie di motivi [20]. La c.d. “questione morale” berlingueriana sarebbe un altro mito da rivedere criticamente. Quasi nessuno, infatti, fa notare che questa “questione morale” si riduce a un richiamo all’onestà, privandosi di qualunque elemento ideologico alternativo come l’emancipazione delle classi subalterne [21]. Usando la metafora del mercato politico, un consumatore/elettore sceglie una merce in base a delle caratteristiche che la differenziano dalle altre merci. Se le differenze non ci sono o non sono sostanziali, perché dovrebbe sceglierla? Senza contare che (naturalmente questo Berlinguer non poteva saperlo, essendo morto prima) dopo Tangentopoli questione morale e giustizialismo si sono mescolate creando un mix esplosivo, in gran parte responsabile dell’ascesa degli odierni populismi.

Del rapporto con la religione e di una lettura parziale del berlusconismo come causa primaria della crisi del Pci si è già detto. Il fatto che le letture di alcuni quadri del Pci fossero Tex e Capitan Miki merita un’ulteriore riflessione. Con tutto il rispetto per l’arte del fumetto, sembra che il Pci non curasse molto la formazione dei suoi quadri locali. Da dei membri di un certo livello di un partito che diceva di voler fare gli interessi della classe lavoratrice ci si aspetterebbe qualche incursione anche in autori come Marx e Gramsci, del resto ampiamente disponibili e ricchi di sistematicamente ignorati insegnamenti (il travisamento del quale Gramsci è stato vittima dalla sua morte a oggi meriterebbe un discorso a parte) [22]. Questo carattere negativamente “nazionalpopolare” (populista?) del Pci viene talvolta presentato dai suoi agiografi come prova di una grande vicinanza alla classe lavoratrice. Eppure non si direbbe, dato che l’evoluzione della sinistra italiana negli ultimi decenni è andata in un senso sempre più anti-popolare, elitista, post-ideologico e iperliberista.

Di fronte alla gravissima crisi che il marxismo ha vissuto verso la fine del XX secolo, vi sono stati vari approcci. Quello scelto dalla maggior parte delle élite di sinistra e da molti militanti è stato quello di appiattirsi sulle posizioni dell’ideologia avversaria, annacquare sempre di più la propria storia, le proprie origini e la propria specificità, presentando il tutto – è il colmo! – come una dolorosa necessità o addirittura come un impavido atto di coraggio [23]. Questo ha portato a una involuzione nella quale l’elettorato storico della sinistra, lasciato solo e disorientato, è stato facilmente captato dai partiti di vecchie e nuove destre, talvolta con sfumature rossobrune o neofasciste [24]. Del resto, la cosa sembra non essere compresa dalle élite di sinistra, ma è compresa benissimo dalle suddette destre [25].

Bisogna però dire che in questo desolante appiattimento capitolardo c’è stata una eccezione interessante, lo storico Domenico Losurdo (1941-2018). Nonostante alcune sue cadute stalinoidi e la sua visione eccessivamente realpolitik e campista della storia del movimento comunista e delle relazioni internazionali passate e presenti, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Losurdo ha avuto un atteggiamento diverso da quello di tanti suoi (ex) compagni. Eppure, proveniva dall’area culturale Pci! Anzi, si può dire che ne fu un intellettuale organico! Già negli anni ’90, infatti, mise in chiaro che c’era una bella differenza tra autocritica e autofobia, e la sinistra già da allora era purtroppo in preda alla seconda, con un atteggiamento religioso paragonabile a quello del primo messaggio cristiano: il mio regno non è di questo mondo! [26] Notò, inoltre, come l’Italia e non solo fosse ormai in preda a un vero e proprio monopartitismo competitivo, animato da leader di vari partiti che rappresentavano sostanzialmente gli stessi interessi socioeconomici [27]. Già nel XXI secolo e poco prima della morte, scrisse anche un libro eloquentemente intitolato La sinistra assente, dove documentava e si interrogava su questa grave assenza (o metamorfosi?) [28]. Fino alla fine, non smise mai di ribadire la necessità della rinascita del marxismo in Occidente [29]. Questo atteggiamento più critico, serio, e non agiografico, forse, potrebbe aiutarci a capire meglio la crisi in cui ci troviamo, e ad ideare le vie per uscirne fuori.

Note

[1] Come esempio di agiografia in occasione del centenario: Fabrizio Rondolino, Il nostro Pci, 1921-1991. Un racconto per immagini (Milano: Rizzoli, 2021). Purtroppo, anche una rivista che si occupa di storia orale e che ha l’ambizioso intento di occuparsi del «mondo popolare e proletario» come Il De Martino, ha pubblicato in occasione del centenario un contributo meramente agiografico e senza nessuna riflessione critica: Maria Luisa Righi et al., «Storie e memorie del Pci: voci, suoni e miti del comunismo Italiano», Il De Martino 23 (2021).

[2] Alessandro Portelli, «What Makes Oral History Different» in The Oral History Reader, a cura di R. Perks e A. Thomson (London: Routledge, 1998): p. 68.

[3] Nel suo libro L’ uccisione di Luigi Trastulli: Terni, 17 marzo 1949. La memoria e l’evento (Foligno: Il Formichiere, 2021), Alessandro Portelli fa una lunga e interessante riflessione sul perché un nutrito gruppo di operai si erano collettivamente sbagliati sulla data e sulle circostanze della morte di un loro compagno. Come spiega bene Portelli, ciò non era causato dal fatto che gli operai volevano “mentire” allo storico, ma dal fatto che la loro memoria si era sedimentata collettivamente in un certo modo per ragioni precise.

[4] Per opere generali sulla storia della DC, vedasi: Agostino Giovagnoli, Il partito italiano: la Democrazia Cristiana dal 1942 al 1994 (Bari: Laterza, 1996); Nico Perrone, Il segno della DC (Bari: Dedalo, 2002); Luciano Radi, La Dc da De Gasperi a Fanfani (Soveria Manelli, Rubbettino, 2005); Giorgio Galli, Storia della Dc (Kaos edizioni, 2007).

[5] Vladimir Ilʹič Lenin, Che fare? (Roma: Editori Riuniti, 1970).

[6] Massimo Parisi, Il patto del Nazareno (Soveria Mannelli: Rubettino, 2016).

[7] Giuseppe Fiori, Il venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest (Milano: Garzanti, 1995).

[8] Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti (Roma-Bari, Laterza, 2012).

[9] Karl Marx e Friederich Engels, Manifesto del partito comunista (Roma: Editori riuniti, 1980).

[10] Ibid., pp. 86-87.

[11] Ibid., p. 87.

[12] Karl Marx, Scritti politici giovanili (Einaudi, Torino, 1975), p. 395.

[13] Nello Ajello, Il lungo addio. Intellettuali e Pci dal 1958 al 1991 (Roma-Bari: Laterza, 1997).

[14] Qui si dà solo qualche sintetico accenno: Dimitry V. Pospielovsky, A History of Marxist-Leninist Atheism and of Soviet Anti-religious Policies (New York: Palgrave, 1987); Felix Corley, Religion in the Soviet Union (London: Macmillan, 1996); Paul Froese, «Forced Secularization in Soviet Russia: Why an Atheistic Monopoly Failed», Journal for the Scientific Study of Religion, Vol. 43, No. 1 (Mar., 2004), pp. 35-50; M. Sherwood, The Soviet War on Religion (London: Modern Books); Sabrina Petra Ramet (a cura di), Religious Policy in the Soviet Union (Cambridge: Cambridge University Press, 1993); Victoria Smolkin, A Sacred Space is Never Empty. A History of Soviet Atheism (Princeton: Princeton University Press, 2018).

[15] Giovanni Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero (Roma: Laterza, 2011); Neil Postman, Amusing Ouselves to Death. Public Discourse in the Age of Show Business (London: Penguin, 2005).

[16] Richard Pipes, A Concise History of the Russian Revolution (New York: Vintage Books, 1996), pp. 383-384. In realtà, Pipes contraddice la sua saggia riflessione poche pagine dopo, quando dice che la fine dell’Urss era inevitabile (p. 405).

[17] Lucio Magri, Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci (Milano: Il Saggiatore, 2012).

[18] Giuseppe Fiori, Vita di Enrico Berlinguer (Roma: Laterza, 2004). V. anche il documentario di Walter Veltroni Quando c’era Berlinguer (2014). In Enrico Berlinguer e la fine del comunismo (Torino: Einaudi, 2006), Silvio Pons fa un tentativo (per quanto insoddisfacente) di uscire dal paradigma agiografico.

[19] V. Gianroberto Casaleggio intervistato da Marco Travaglio, https://www.youtube.com/watch?v=OWsaWMcPkMo,https://www.youtube.com/watch?v=8ZmulG8z5iI. È anche significativo che Travaglio concluda il suo spettacolo del 2009 Promemoria con le famose parole di Enrico Berlinguer sulla questione morale.

[20] Magri, op. cit. V. anche Paolo Persichetti, La polizia della storia (Roma: DeriveApprodi, 2022).

[21] Salvo Lo Galbo, «Le stelle che si frantumano e la caduta delle meteore», Unità di classe n. 9, marzo 2021, pp. 4-5.

[22] V. Marco Gabbas, «Guerrilla War and Hegemony: Gramsci and Che», Tensões Mundiais/World Tensions v. 13, n. 25 (July-December 2017): pp. 53-76, https://revistas.uece.br/index.php/tensoesmundiais/article/view/346). Sull’”operazione Gramsci” v. anche: Nello Ajello, Intellettuali e PCI: 1944-1958 (Roma: Laterza, 1997). Anche Aurelio Lepre fa saggiamente notare nel suo libro Che c’entra Marx con Pol Pot? (Roma: Laterza, 2001 – versione ebook) che Gramsci perorava la “guerra di posizione” in Occidente, ma «[Q]uesto non significa che fosse diventato un socialdemocratico o un riformista: come affermò esplicitamente nella sua analisi dei rapporti di forza, anche per lui il momento dello scontro militare era decisivo. […] In realtà, Gramsci aveva della democrazia una concezione ben diversa da quella liberaldemocratica e, pur criticando Stalin (ma non Lenin), rimase sempre un comunista. […] Gramsci voleva una “democrazia organica”, che doveva realizzarsi non sul piano individuale, ma all’interno della “personalità collettiva” delle classi». Interessante che in tempi recenti anche Diego Fusaro abusi del concetto gramsciano del nazionalpopolare per i suoi fini populistici.

[23] Naturalmente, le tante folgorazioni sulla via di Damasco sono state alimento anche per una letteratura comico-satirica. V. Ilya Kuriakin, Il compagno Veltroni. Dossier sul più abile agente della Cia (Roma: Stampa alternativa, 2000). V. anche: Denis Jeambar e Yves Roucaute, Éloge de la trahison. De l’art de gouverner par reniement (Paris: Seuil, 1988).

[24] Alessandro Dal Lago, Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra (Milano: Raffaello Cortina Editore, 2017); Thomas Picketty, Capital and Ideology (Cambridge: Harvard University Press, 2020).

[25] Adriano Chiarelli, Capitan Selfie. Eccessi, contraddizioni e manie nelle dichiarazioni di Matteo Salvini (Roma: Nutrimenti, 2020).

[26] Domenico Losurdo, Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi (Napoli: La scuola di Pitagora, 2005).

[27] Domenico Losurdo, La seconda repubblica. Liberismo, federalismo, postfascismo (Torino: Bollati Boringhieri, 1994).

[28] Domenico Losurdo, La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra (Roma: Carocci, 2014).

[29] Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere (Roma: Laterza, 2017).

Fonte