Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/10/2026

Le guerre sotto copertura in Myanmar

IA, niente capitali Usa per la Cina

di Michelangelo Cocco

Il 7 ottobre 2026, il Dipartimento del tesoro ha annunciato la prima multa comminata in forza dello Outbound Investment Security Program (OISP), ovvero delle norme, in vigore dal 2 gennaio 2025, che limitano gli investimenti statunitensi – finanziari, produttivi e joint-venture – in tecnologie sensibili o avanzate nei cosiddetti “countries of concern” (paesi che destano preoccupazione), in cima alla lista dei quali gli Usa hanno messo la Cina.

La sanzione, dell’importo di 200.000 dollari, è stata inflitta ad Amidi LLC, per non aver presentato la notifica prevista dall’OISP, dopo che la sua controllata Plug and Play China aveva investito 92.478 dollari nella Shanghai Qiongche Intelligent Technology Company Limited, nota come Noematrix, il 19 aprile 2025.

La multa, notificata nel luglio scorso, è stata comunicata mercoledì sul sito del ministero. Si tratta del primo caso di applicazione dell’OISP, che vieta alcune operazioni e impone agli investitori di comunicarne al Tesoro altre. I suoi obblighi si applicano anche a determinati investimenti effettuati attraverso società estere controllate da soggetti statunitensi.

I settori interessati dall’OISP sono:
  • semiconduttori e microelettronica;
  • tecnologie dell’informazione quantistica;
  • intelligenza artificiale.
L’investimento incriminato di Amidi in Noematrix era stato effettuato attraverso la sua società Plug and Play China, specializzata in startup tecnologiche.

Il Tesoro ha spiegato di aver individuato l’operazione nell’ambito di ordinarie attività di controllo della conformità alle norme e di monitoraggio del mercato. Il comunicato non chiarisce invece come sia stato determinato l’importo della sanzione.

Noematrix, oggetto del finanziamento, sviluppa la cosiddetta “embodied AI”, l’intelligenza artificiale incarnata, modelli e software che permettono ai robot di percepire l’ambiente circostante e interagire fisicamente con esso. La compagnia di Shanghai è specializzata nell’impiego dell’IA nella logistica, nei servizi domestici e nella lavorazione degli alimenti. Ma le applicazioni di questa tecnologia promettono di essere rivoluzionarie anche per l’industria e la difesa.

Nei comunicati relativi ai finanziamenti raccolti, Noematrix ha indicato tra i propri investitori, oltre a Plug and Play China, Prosperity7 Ventures, un fondo di Aramco Ventures, e ad altre società di investimento.

Christopher Pilkerton ha affermato che l’OISP mira a contrastare i progressi compiuti da paesi considerati una minaccia nelle tecnologie strategiche, che potrebbero comportare rischi per la sicurezza nazionale. «Continueremo a vigilare affinché gli investitori rispettino gli obblighi previsti dal programma», ha dichiarato il sottosegretario al Tesoro responsabile per la sicurezza degli investimenti.

Più che a colpire una quantità di investitori, l’Outbound Investment Security Program è concepito soprattutto come uno strumento preventivo e deterrente. Il numero di potenziali destinatari è infatti relativamente ristretto: dopo anni di tensioni tra Washington e Pechino, gli investimenti americani nei settori tecnologici cinesi considerati strategici sono già fortemente diminuiti. L’obiettivo è dunque soprattutto impedire che i capitali statunitensi ancora presenti in questi settori contribuiscano allo sviluppo di tecnologie ritenute sensibili per la sicurezza nazionale, come l’intelligenza artificiale.

L’OISP è stato istituito con l’ordine esecutivo 14105 emanato dall’allora presidente Joe Biden, il 9 agosto 2023, in base allo International Emergency Economic Powers Act (“IEEPA”).

Il 28 ottobre 2024 il dipartimento del Tesoro emanò il regolamento attuativo definitivo, entrato in vigore il 2 gennaio 2025. Il 18 dicembre 2025 il il Congresso ha approvato il COINS Act, una legge che rappresenta una evoluzione dell’OISP, le cui norme restano applicabili finché (entro marzo 2027) non saranno emanati i nuovi regolamenti attuativi.

La politica Usa sugli investimenti in uscita nei settori hi-tech è bipartisan: all’interno del Congresso vi è un consenso pressoché unanime sulla “minaccia geostrategica” rappresentata dalla Cina, che giustifica il nuovo regime di controllo. In particolare, l’ascesa della Cina nei tre settori interessati dall’OISP viene dipinta come una “emergenza nazionale” perché in grado di rafforzare l’esercito, l’intelligence, la sorveglianza e le capacità cyber della Cina.

Il Comprehensive Outbound Investment National Security (COINS) Act, approvato a dicembre, ha ampliato il perimetro dello OISP, soprattutto estendendone le restrizioni a nuovi paesi (Iran, Corea del Nord, Russia, Cuba). La nuova legge inoltre include nell’elenco delle tecnologie interessate i computer ad alte prestazioni (già in larga misura contemplati dalle norme vigenti sugli investimenti in uscita) e le tecnologie ipersoniche.

Per un approfondimento sugli aspetti tecnici del COINS Act, rimandiamo a questa scheda dello studio legale Freshfields.

Fonte

12/10/2026

Il nuovo disordine mondiale / 40 – Terra, mare e colli di bottiglia

di Sandro Moiso

Antonio Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 254, 19 euro

Non poteva esserci momento migliore per fare uscire un saggio come quello di Antonio Leone, capitano di lungo corso e comandante navale, ma anche studioso di filosofia politica e geopolitica, appena pubblicato da Diarkos. Infatti, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb che da mesi costituiscono un grave rischio economico, ancor prima che militare, a livello planetario o almeno per quella parte di pianeta che interessa maggiormente l’ordine occidentale del mondo, sembrano rappresentare, alla luce di una analisi dettagliata come quella condotta dall’autore, soltanto la superficie di un problema che nel prossimo futuro potrebbe ulteriormente ampliarsi ed aggravarsi.

Così Suez, Gibilterra, Panama, Malacca, oltre ai due già citati, sono gli altri stretti e canali strategici, autentici passaggi obbligati, attraverso i quali transitano merci, energia, interessi militari e rapporti di forza. Fattori determinanti per lo sviluppo delle economie e delle prospettive degli Stati. Sia dell’Occidente e del Nord che dell’Oriente e del Sud. Soprattutto in un sistema di relazioni internazionali segnate dal ritorno dello scontro tra potenze, dalla vulnerabilità delle catene logistiche e dalla crescente centralità delle rotte marittime. Oltre tutto, a ben guardare, il numero di passaggi ristretti tra mare e terra, i cosiddetti chokepoints o colli di bottiglia, sono molti di più di quelli appena elencati, come ci ricorda lo stesso autore.

Se gli stretti consistono in passaggi naturali in cui lo specchio d’acqua si restringe in corrispondenza di due coste prospicienti, i canali marittimi sono vie di comunicazione tracciate attraverso il territorio di uno o più Stati per unire due mari o due oceani separati e consentire così un collegamento diretto, via mare, fra di essi. Gli stretti e i canali presentano, quindi, le stesse caratteristiche e svolgono le stesse funzioni, ma si differenziano per il fatto che i primi sono di origine naturale, mentre i secondi, sono frutto dell’opera dell’uomo.
I principali stretti si collocano nell’area mediorientale ed europea del mondo. Al di fuori dello stretto di Malacca, un corridoio d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, e quello di Bering tra Russia e Alaska, le altre strettoie naturali si trovano infatti nella penisola arabica (lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran e quello di Bab el-Mandeb tra Gibuti e Yemen), in Europa (gli Stretti Danesi, il canale di Corinto e Gibilterra) e a cavallo tra Europa e Asia (i Dardanelli e il Bosforo). […] I canali, a differenza degli stretti, si possono distinguere in nazionali e internazionali, a seconda che la navigazione attraverso essi sia regolata solo dal diritto interno o da norme di diritto internazionale. Canali marittimi interni sono quello di Corinto (inaugurato nel 1893) che congiunge il mar Ionio e il mar Egeo, e il canale di Kiel in funzione, fra il mar Baltico e il mar del Nord, dal 1895. Il canale di Suez, fra il Mediterraneo e il mar Rosso, e il canale di Panama fra gli oceani Atlantico e Pacifico (uno inaugurato nel 1869, l’altro aperto al traffico nel 1914), sono invece canali marittimi internazionali: il primo sulla base della convenzione di Costantinopoli del 1888; il secondo in forza dei trattati anglo-statunitensi (1901) e Stati Uniti-Panama (1903) che ne regolano il regime internazionale1.

Sulla base di quanto appena visto, occorre poi ancora rilevare, come sottolinea l’autore, che:

Una parte rilevante del commercio intercontinentale ha luogo lungo le rotte oceaniche, mettendo in collegamento i diversi continenti mediante un flusso continuo di spedizioni. I percorsi delle grandi navi da carico seguono, quasi esclusivamente, i percorsi di alto mare, dal momento che questi itinerari, essendo soggetti solo ai rischi meteorologici, vengono considerati più sicuri. Gli spazi aperti costituiscono un evidente fattore di sicurezza, tanto che le stesse compagnie di assicurazione prevedono incrementi notevoli delle polizze in caso di cabotaggio delle coste. In alcune circostanze, peraltro, i percorsi del commercio internazionale non possono prescindere dall’utilizzo dei passaggi “sotto costa” costituiti dagli stretti o dai canali. Questi itinerari permettono, infatti, di accorciare notevolmente i percorsi marittimi e consentono quindi una rilevante riduzione dei costi di trasporto2.

Facendo sì che il passaggio delle merci, considerato che quasi l’80% del commercio mondiale avviene principalmente via mare, a ridosso delle coste rappresenti, anche in assenza di guerre o minacce militari, come oggi a Hormuz o Bab el-Mandeb, un aumento dei costi di trasporto e trasferimento delle stesse. Costi ulteriormente aggravati, oggi, in termini assicurativi dal pericolo “concreto” che le navi, indifferentemente dal fatto che si tratti di petroliere, cargo o porta-container, possano essere severamente danneggiate, se non affondate, da chi controlla militarmente e politicamente gli stretti e i canali.

Se si considera infine che Cina e Asia rappresentano il baricentro dei trasporti marittimi poiché sette dei primi dieci porti mondiali per movimentazione container sono in Cina (il primo è Shanghai), mentre il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al decimo posto)3, si capirà chiaramente come, al di là delle mire imperialistiche o espansive delle singole potenze, il passaggio per tali vie diventi obbligatorio, pena il rallentamento della circolazione delle merci e delle materie prime a causa dell’allungamento, talvolta esponenziale, delle rotte percorse.

Però sarebbe davvero inutile qui dilungarsi ancora sugli aspetti odierni del problema, parlando approfonditamente della guerra di Hormuz tra Iran e Stati Uniti oppure della missione Aspides per difendere le navi europee che transitano per la Porta delle lacrime che mette in collegamento il Mar Rosso con l’Oceano Indiano, oppure anche soltanto sullo scontro tra Houti yemeniti e Arabia Saudita. Mentre può essere interessante analizzare il problema, come fa Leone, a partire da quanto scrisse il politologo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), in particolare nel saggio Terra e mare del 19424.

Scritto nel totale isolamento della Berlino in guerra, il saggio di Schmitt rilegge la storia del Mondo nella prospettiva di una opposizione fondamentale, quella tra terra e mare; cercando di mostrare come la terra e il mare, nella loro polarità, siano le componenti di uno dei segreti motori della storia. Per fare questo, Schmitt ripercorre millenni di storia, fino ad approdare all’evento decisivo: quella «rivoluzione spaziale planetaria» da cui è nato il nomos5 dell’Europa moderna, cercando di preconizzare gli scenari del mondo futuro.

In Terra e mare Carl Schmitt prende in esame l’iniziale prevalenza dell’elemento terrestre, all’origine della statualità, e la successiva ascesa del mare come fattore spaziale, così le ultime pagine del testo sono dedite alle riflessioni sulla trasformazione di questo elemento all’indomani della Prima guerra mondiale, come riassume Leone nel suo testo.

Nei quattro secoli precedenti, l’Inghilterra era stata in grado di trasformarsi, da isola marginale e fondata su un’economia terrestre basata sull’allevamento, in un «puro aggregato marino, in una nave o, ancora più chiaramente, in un pesce». Progressivamente, essa si rivelò in grado di creare un disegno imperiale mondiale in gran parte autonomo rispetto alla madrepatria terrestre, configurandosi come il «centro mobile di uno sconnesso impero mondiale esteso su tutti i continenti». Un’analoga trasformazione, per cui è il mare che guarda la terra e questa viene vista solo come una costa con un retroterra, ha caratterizzato gli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale. La sostituzione della pax britannica con la successiva pax americana è l’esito di un analogo processo di spostamento del baricentro operativo verso il mare. Anche gli Stati Uniti cominciarono così a essere considerati come «un vasto intermezzo insulare stretto tra due possenti oceani, più che un blocco di terraferma i cui litorali si affacciano su due mari».6.

Va qui annotato che fin dall’antichità le maggiori potenze e imperi dell’Occidente avevano basato una parte considerevole della loro forza militare ed economica sulla capacità di controllare porzioni di mare sempre più ampie: dal mar Egeo per Atene al Mediterraneo o Mare Nostrum di Roma oppure dal controllo delle rotte atlantiche e dell’oceano indiano, del Portogallo, della Spagna, che tentò però di spingersi fino al Pacifico, e dell’Olanda fino a quello esercitato più stabilmente dall’impero britannico su tutti gli oceani. Ma furono proprio gli Stati Uniti a cambiare il modo di guardare la Terra e il Mare.

Carl Schmitt considera gli Stati Uniti come un’isola. Il politologo tedesco condivide la visione di Mahan che, all’inizio del Novecento, prevede il passaggio di egemonia da un’isola ormai troppo piccola come il Regno Unito a una nuova entità, gli Stati Uniti. Questi ultimi si rivelano in grado di inaugurare un nuovo grande spazio dell’emisfero occidentale e, con la loro discesa in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, pongono le premesse per conquistare, all’indomani del 1945, il monopolio dell’ordine mondiale senza più limiti geografici.
Schmitt, essendo un fautore della politica dei grandi spazi, condivide i princìpi della politica statunitense tra le due guerre mondiali, considerandola in linea con l’evoluzione dei rapporti geopolitici. È invece più critico sulla vocazione universalista e di egemonia planetaria manifestate dagli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale. Secondo Schmitt, questa strategia è l’esito di «travisamenti imperialistici» della dottrina Monroe iniziati a fine Ottocento. Lo studioso risulta consapevole, peraltro, che «il passaggio di consegne tra Inghilterra e Stati Uniti era una conseguenza delle dinamiche di egemonia che hanno accompagnato la storia mondiale dei due ultimi millenni»7.

Da un controllo territoriale diretto della Terra, si passa dunque, in nome del business e della libertà dei commerci, come ben dimostra ogni dichiarazione di Donald Trump, ad un suo controllo parzialmente indiretto, ma fondamentalmente basato sull’egemonia marittima di un’unica potenza. Uno strumento fondamentale per la globalizzazione delle economie, dei commerci e della superiorità militare e politica dell’Occidente, ma sostanzialmente garantita dalle navi della marina statunitense.

Schmitt prende atto, peraltro, come nel Novecento si verifichi una rottura decisiva nella «sicurezza della moderna navigazione tecnicizzata». In primo luogo, diventa possibile localizzare dalla terra, con dispositivi di rilevazione radar, la presenza di una nave nell’alto mare oceanico. Ciò determina il superamento della netta separazione tra la terra e il mare su cui si fondava il nomos della prima globalizzazione marittima. In secondo luogo, l’apertura dello spazio aereo, attraversato non solo da velivoli ma anche da onde radio, modifica le modalità di esercitare la marineria civile e militare.
Una terza rottura della sicurezza della moderna navigazione è rappresentata dal ruolo assunto dal controllo degli stretti e dei canali. Schmitt rileva, infatti, che «non vi può essere un’economia pianificata a livello locale», dal momento che solo i grandi spazi risultano «adatti alla misura intrinseca del controllo e della pianificazione degli umani». La gestione dei grandi spazi marittimi trova un ostacolo, peraltro, nel fatto che alcuni passaggi chiave della navigazione sono controllati da Paesi spesso in competizione o apertamente ostili 8.

In queste ultime osservazioni, tratte ancora dal testo di Schmitt e riassunte da Leone, si cela uno dei maggiori problemi da cui è scaturita, nel corso degli ultimi decenni e i cui frutti iniziano a cogliersi oggi, l’attuale perdita di egemonia sia degli Stati Uniti che dell’Occidente, che a partire da ciò, come si è già detto in passato, inizia a rivelarsi piuttosto diviso al suo interno.

Infatti, se a quanto previsto da Schmitt si aggiunge l’attuale “semplificazione” delle tecnologie militari più avanzate che, con l’utilizzo dei droni, può mettere a disposizione di avversari meno dotati di capitali e tecnologie la possibilità di colpire duramente anche coloro che si ritenevano garantiti dalla propria supremazia economica e tecnologica, e soltanto in ultima istanza, anche se decisiva, militare, si giungerà a comprendere l’attuale allarme statunitense per il controllo degli stretti e dei mari di cui non possono più farsi carico esclusivo per la difesa dell’ordine occidentale del mondo.

Diventa dunque indispensabile comprendere tutto questo in termini estremamente materiali e concreti e non soltanto attraverso gli scarsi strumenti forniti dall’ideologia, per capire a fondo le origini sia del tentativo di Trump di trarre qualche vantaggio economico dalla situazione venutasi a creare sul fronte della disponibilità di gas e petrolio, di cui la svolta intervenuta nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa costituisce allo stesso tempo un sintomo e una conseguenza, e, più in generale, l’apparente “novità” rappresentata dalla postura assunta dal governo americano nei confronti della Russia di Putin e della Cina di Xi. Destinata a contenere o cercare di mantenere ancora a vantaggio degli Stati Uniti l’attuale evolversi di quello che anche l’autore tende a definire come nuovo ordine mondiale, soprattutto se si considera che:

cinque degli otto chokepoints marittimi principali si collocano nell’area europea-arabica. Le aree dell’Asia sud-orientale e caraibica ospitano gli altri nodi fondamentali del traffico globale, caratterizzati sia da grandi corridoi naturali posizionati a ridosso di complessi insulari, sia da vie d’acqua artificiali di primaria importanza strategica.
La localizzazione geografica e la natura di stretti e canali evidenziano come si tratti di passaggi caratterizzati da un’importanza strategica diversa dal punto di vista commerciale. L’impossibilità di percorrere gli stretti insulari asiatici o caraibici determina un allungamento solo relativo delle tratte navali. […] Una decina di stretti e canali, al contrario, risultano fondamentali per garantire che il commercio internazionale avvenga con tempi e costi sostenibili. Una chiusura del canale di Panama, ad esempio, richiederebbe la circumnavigazione dell’America Latina, così come un blocco a Gibilterra, Suez o dei Dardanelli precluderebbe l’accesso ai mari interni (il Mediterraneo e il mar Nero), rendendo impossibile raggiungere i porti localizzati sulle loro sponde.
[…] i quattro principali chokepoints a livello mondiale, per ammontare del traffico giornaliero, siano lo stretto di Hormuz, quello di Malacca, il canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. […] Il trasporto del petrolio e del gas avviene per il 60 per cento via mare e interessa otto principali chokepoints. Due di questi passaggi, lo stretto di Hormuz e lo stretto di Malacca, sono fondamentali per il transito globale dei combustibili, il primo perché permette di accedere ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente, mentre il secondo perché opera come punto di transito commerciale tra l’India e la Cina 9.

A tutto questo va poi ancora aggiunta la crescita del trasporto via mare dei prodotti alimentari che ha fatto sì che, nel 2018, 2,8 miliardi di persone siano state nutrite per mezzo del sistema di trasporto marittimo globale. Così, come la guerra in Ucraina col blocco del porto di Odessa e dei traffici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo ha dimostrato, con il possibile blocco del mais, del riso e del grano coltivati nei grandi granai russi, asiatici e americani, che costituiscono le fondamenta della sicurezza alimentare globale, insieme a quello della soia prodotta in America Latina e in Asia che rappresenta tre quarti dell’alimentazione del bestiame. Un fatto che potrebbe rappresentare non soltanto un calo drastico dei proventi derivanti dall’agricoltura condotta su larga scala, ma anche un probabilissimo motore per rivolte e ampi sommovimenti sociali.

Occorre dunque sottolineare come l’ennesimo intervento militare americano nel Medio Oriente non derivi soltanto dai timori per il business, dall’ego smisurato e bellicista di un Trump sempre sospeso tra sale da ballo faraoniche e piscine coperte destinate a silenziare i media considerati nemici, o dai possibili ricatti di Netanyhau e di Israele sul presidente americano, ma anche, e forse soprattutto, dalle conseguenze derivanti da un sempre più ampio controllo delle vie marittime in prossimità dei checkpoints più importanti da parte di paesi e potenze economiche e militari non appartenenti allo schieramento occidentale. In grado, oltre tutto, di chiuderli, bloccarli o controllarli attraverso ben modulate tattiche politico-militari e l’utilizzo di tecnologie relativamente a basso costo, realizzabili anche sul territorio nazionale o nelle sue vicinanze.

Così, se da un lato il gioco di Trump sul possesso statunitense della Groenlandia mira a creare un possibile chokepoint nel mare Artico per rendere meno “libere” le nuove rotte apertesi per cinesi e russi in conseguenza del riscaldamento globale, oppure per mantenere libero a favore delle navi e delle merci statunitensi il transito nello stretto di Bering, dall’altro la chiamata alle armi di Trump per i paesi “alleati” sembra rispondere ancor più alla impossibilità americana di gestire, come unico body guard dell’interesse economico e politico occidentale, una rete di trasporti e traffici commerciali che avvolge ormai l’intero Pianeta.

Un problema per cui, come è solito fare un certo fantasma già evocato da Marx nel 1848, l’assenza di rivolte sociali su scala globale potrebbe ben presto essere sostituito dal loro esplodere a Ovest come a Est e a Nord come a Sud. Cosicché la guerra, per il capitalismo non soltanto americano, potrebbe ancora rappresentare una possibile via di uscita, se non l’unica, come il riarmo europeo e l’allarmismo sulle iniziative russe ai confini d’Europa e in Germania sembra voler rilanciare quotidianamente.

Tutto questo per dire che oggi, in un contesto economico mondiale allo stesso tempo enormemente differenziato e unificato, la volontà dei singoli individui o di unici settori economici, ad esempio quello degli armamenti, non sono più bastevoli, ammesso che mai lo siano stati, a determinare il corso della Storia e l’avvento, o meno, di nuove guerre, mentre l’insofferenza sociale diffusa, dovuta a difficoltà di ordine economico, alimentare e lavorativo, può ancora rappresentare una forza capace di determinare o impedire nuovi devastanti conflitti. Tutto il resto è meglio che lo si lasci dire al Papa e alle anime belle del suo seguito.

Chi scrive, certamente, si è spinto ben al di là degli intenti dell’autore, ma ciò non toglie che il suo saggio, ricchissimo di dati e considerazioni, sia di carattere geografico e militare che economico e tecnico, possa rivelarsi utilissimo per tutti coloro che vogliano imbastire un ragionamento o anche solo un discorso sulle ragioni dei conflitti in corso e, soprattutto, del loro inarrestabile allargamento.

Note

  1. A. Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 116-118.
  2. A. Leone, op. cit., p. 116.
  3. Si veda: D. Vecchioni, Suez: il canale che ha cambiato la geografia del mondo, Santarcangelo di Romagna, Maggioli 2023.
  4. Oggi: C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002.
  5. Nell’antica Grecia, la legge, l’usanza vigente nelle comunità umane. Un tema cui avrebbe dedicato nel 1950 una delle sue opere più celebri e forse la più importante: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.
  6. A. Leone, op. cit., p. 136.
  7. Ivi, p. 137.
  8. ibidem, pp. 137-138.
  9. ibid., pp. 119-125.

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09/10/2026

La Cina ha un esercito di talenti nell'IA

di Michelangelo Cocco

Nel 2025 la Cina è diventata il paese col maggior numero di ricercatori di punta nel campo dell’intelligenza artificiale (il 41 per cento), davanti agli Stati Uniti (34 per cento). Il primato cinese – emerso dal rapporto Who’s Ahead in the Global AI Talent Race? – segna un’inversione di tendenza rispetto a pochi anni fa. Nel 2022 il 46 per cento dei talenti IA lavorava negli Usa e solo il 27 per cento in Cina. Gli Usa restano la destinazione preferita per i talenti IA che vanno a lavorare all’estero.

Sempre più ricercatori cinesi di punta restano in patria invece di fare rotta verso la Silicon Valley, attratti dai ricchi stipendi di player nazionali come DeepSeek e frenati dalle restrizioni alla concessione dei visti da parte degli Usa, per proteggersi dalla competizione dell’IA cinese. Delle migliaia di talenti censiti dal report, l’anno scorso il 57 per cento aveva conseguito la laurea di primo livello in Cina (+11 per cento rispetto al 2022), mentre solo il 13 per cento aveva completato gli studi universitari negli Usa.

Per la prima volta la spesa in ricerca e sviluppo in percentuale del Pil della Cina – 2,8 per cento nel 2025 – ha superato la media dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ovvero delle economie sviluppate guidate da governi democratici, che l’anno scorso si è fermata al 2,7 per cento.

Nel 2025 la spesa in R&D della Cina è stata di 3.920 miliardi di yuan (584,8 miliardi di dollari). Una crescita che riflette la strategia di autosufficienza tecnologica del governo di Pechino, accelerata dal XV Piano quinquennale (2026-2030).

Il ministro della Scienza e tecnologia, Yin Hejun, ha illustrato i piani del governo per rafforzare la ricerca scientifica di base, definendola essenziale per conseguire progressi tecnologici e affrontare le esigenze della sicurezza nazionale e altre priorità strategiche.

Yin ha aggiunto che Pechino intensificherà gli sforzi per superare i colli di bottiglia nei settori strategici, come i semiconduttori, i macchinari industriali e la strumentazione di alta gamma. Sarà inoltre rafforzato il sostegno alla ricerca nelle tecnologie di frontiera, tra cui l’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche, le biotecnologie e le tecnologie di interazione tra cervello e computer.

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08/10/2026

Il Parlamento UE vota per una presenza militare stabile a difesa di Taiwan

Ieri, 7 ottobre, il Parlamento Europeo ha votato in plenaria una risoluzione che traccia una linea intransigente verso Pechino, facendo un passo decisivo verso un’opzione muscolare anche con la Cina. In particolare, è sul dossier di Taiwan che la UE rompe gli indugi e si oppone frontalmente alle rivendicazioni cinesi.

L’esito della votazione era piuttosto scontato, dopo che pochi giorni fa il testo era già stato licenziato dalla commissione Affari Esteri di Strasburgo con un netto consenso trasversale (44 sì, 9 no e 12 astenuti). Ad opporsi, a sinistra, sono stati soltanto il belga Marc Botenga, il pentastellato Danilo Della Valle, e il cipriota Giorgos Georgiou.

La risoluzione pone al centro la questione della reciprocità commerciale, della sicurezza della produzione e delle tecnologie europee dalle dipendenze dalle filiere cinesi, ma anche il nodo del rapporto tra il Dragone e la Russia, il rispetto dei diritti umani (che non vale per Israele, e nemmeno per Londra per quanto riguarda i tempi di detenzione degli attivisti di Palestine Action).

Ma la linea rossa evidentemente superata è quella dello status dell’arcipelago taiwanese. Il documento conferma l’adesione della UE alla politica di “Una sola Cina”, riconoscendo dunque come unico governo cinese legittimo quello di Pechino, ma allo stesso tempo rifiuta ogni azione che possa modificare lo status quo.

Per sostenere questa linea, la risoluzione sollecita gli stati membri a dispiegare una presenza marittima regolare con manovre navali coordinate nello Stretto di Taiwan, a cooperare sul piano della sicurezza con attori regionali come l’India e a fare pressione all’ONU affinché sia garantito l’accesso alle istituzioni internazionali ai cittadini con passaporto taiwanese.

Strasburgo ha così votato per rendere la propria presenza militare stabile intorno all’isola di Formosa, a difesa di Taiwan e a due passi dalle coste cinesi. Un elemento che aumenta pesantemente la tensione nello Stretto e conferma ai vertici di Pechino che, in sostanza, le rivendicazioni sulla provincia considerata secessionista sono rispettate solo sulla carta.

Più o meno dal 2020, tutta la filiera occidentale – dagli USA all’Australia – ha cominciato a mettere in discussione l’interpretazione della risoluzione ONU 2758, che escludeva le rappresentanze di Taiwan dal sistema delle agenzie delle Nazioni Unite. Tra il 2021 e il 2024 la UE ha approvato altre risoluzioni a favore di Taipei e per approfondire i legami commerciali con l’arcipelago.

La richiesta, per quanto non vincolante, di impegnarsi in maniera direttamente militare rispetto alla situazione taiwanese è un cambio di passo significativo. La Repubblica Popolare Cinese, nella dichiarazione esplicativa del documento approvato, viene indicata come “una combinazione unica di partner, concorrente e rivale sistemico”, ma è chiaro che la tendenza delle classi dirigenti europee sta virando velocemente verso l’ultima definizione.

Il testo approvato pone grande attenzione alla questione economica, ma offre anche un’elaborazione generale sul ruolo che Pechino ha come attore geopolitico globale, contrastandola in maniera diretta fino al dispiegamento bellico. Si tratta, insomma, della traslazione del braccio di ferro col gigante asiatico su di un piano completamente diverso.

Tutto ciò avviene a preludio della missione del Commissario per il Commercio UE Maroš Šefčovič nella capitale cinese, che si svolgerà proprio oggi. L’eurodeputata che ha steso il documento, Hilde Vautmans di Renew Europe, ha esplicitamente affermato: “voglio che vada lì con il mandato più forte possibile da parte di quest’aula”.

Ma nei fatti, Šefčovič si sta presentando con una dichiarazione di guerra in mano, affermando che la Cina dovrebbe tutelare le aziende europee dalla propria superiorità produttiva e tecnologica, che i “secessionisti” sono legittimi solo se hanno dietro l’Occidente, e che la Repubblica Popolare dovrebbe pure temere esercitazioni congiunte condotte a ridosso dei propri litorali. La protervia del “giardino” di Borrell ha raggiunto vette psicotiche...

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04/10/2026

Criptovalute e guerra: quando la finanza entra nei conflitti

Per anni le criptovalute sono state raccontate come la promessa di una finanza libera dagli Stati, dalle banche centrali e dagli intermediari tradizionali. Una sorta di territorio digitale dove il denaro avrebbe potuto circolare senza confini e senza controlli. La realtà che emerge dai conflitti degli ultimi anni è decisamente meno libertaria: Bitcoin, stablecoin e altri criptoasset sono diventati anche strumenti della guerra, delle sanzioni e della competizione tra potenze.

È una delle tante contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Una tecnologia presentata come alternativa al sistema finanziario esistente viene progressivamente incorporata nelle sue dinamiche più brutali: finanziare apparati militari, aggirare sanzioni, acquistare equipaggiamenti e trasferire capitali oltre frontiera.

Il primo terreno è quello dell’elusione delle sanzioni. Le sanzioni economiche sono diventate uno degli strumenti centrali attraverso cui le grandi potenze esercitano pressione su Stati considerati ostili. Congelamento di attività, esclusione dai circuiti bancari, limitazioni all’accesso al dollaro e al sistema finanziario internazionale possono colpire pesantemente un’economia.

In questo scenario le criptovalute offrono un canale alternativo. Non sono una bacchetta magica capace di rendere invisibili i capitali – le blockchain possono essere analizzate e le transazioni ricostruite – ma possono complicare il lavoro delle autorità e permettere il trasferimento di valore attraverso reti che sfuggono, almeno in parte, ai circuiti bancari tradizionali.

Le autorità statunitensi hanno individuato e sanzionato reti finanziarie accusate di utilizzare criptovalute in operazioni collegate all’Iran. Il dato politicamente interessante è che la stessa infrastruttura può essere utilizzata da soggetti diversi e per finalità opposte: ciò che per un investitore è un asset speculativo, per un’organizzazione sottoposta a sanzioni può diventare uno strumento per mantenere aperti i propri canali finanziari.

La guerra in Ucraina ha mostrato un’altra faccia del fenomeno: la raccolta immediata di denaro attraverso le criptovalute. Dopo l’invasione russa del febbraio 2022, il governo ucraino e organizzazioni collegate allo sforzo bellico hanno diffuso indirizzi blockchain per ricevere donazioni. Sono stati raccolti decine di milioni di dollari in criptovalute, contribuendo a finanziare diverse necessità legate alla guerra.

Il meccanismo è semplice e politicamente significativo: un soggetto situato in un Paese può trasferire direttamente fondi a un destinatario dall’altra parte del continente senza utilizzare necessariamente un bonifico bancario tradizionale. La frontiera finanziaria si assottiglia, mentre il denaro può essere mobilitato quasi in tempo reale.

Ed è proprio la velocità uno degli aspetti più interessanti per chi opera in un contesto di guerra. Trasferimenti internazionali che attraverso i canali bancari possono richiedere procedure, verifiche e tempi tecnici possono essere sostituiti, in determinate circostanze, da transazioni digitali molto più rapide. Questo rende le criptovalute particolarmente utili quando occorre reperire risorse con urgenza.

Il passaggio successivo è quello dagli asset digitali alle merci. Il denaro raccolto può essere convertito in valuta tradizionale e utilizzato per acquistare attrezzature, dispositivi tecnologici, droni e materiali di varia natura. La criptovaluta diventa così soltanto l’anello iniziale di una catena che termina nel mondo materiale della guerra.

La retorica secondo cui la blockchain avrebbe inaugurato una nuova era di libertà finanziaria mostra allora il suo rovescio. La finanza non viene abolita: viene digitalizzata, accelerata e adattata alle nuove forme della competizione geopolitica.

Questo non significa che le criptovalute siano “la causa” delle guerre. Le guerre nascono da rapporti di potere, interessi economici, rivalità geopolitiche e strategie degli Stati. Ma le infrastrutture finanziarie che permettono di sostenerle cambiano insieme al capitalismo.

Ed è proprio qui che sta la questione politica. Mentre una parte della propaganda cripto continua a presentare la decentralizzazione come sinonimo di emancipazione, la realtà mostra che anche questa tecnologia può essere assorbita dalle logiche dell’accumulazione, delle sanzioni e della guerra. Il capitale non ha bisogno che il denaro sia tradizionale o digitale: ha bisogno che continui a circolare.

La blockchain non ha cancellato l’imperialismo. In alcuni casi, gli ha semplicemente fornito un nuovo strumento.

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02/10/2026

Trump-Xi, non è stato solo uno show

di Michelangelo Cocco

Il commento più perspicace che mi è capitato di leggere sulla visita di stato di Xi Jinping che si è conclusa ieri negli Stati Uniti è un post secco su LinkedIn, pubblicato da una donna cinese. Non riesco a ritrovarlo – dunque non posso citare l’autrice – ma ricordo che recita così: solo se sei potente vieni rispettato.

La Cina che Donald Trump ha offeso ripetutamente ai tempi del suo primo mandato (2017-2021), tra l’altro dandole dell’untrice globale durante la pandemia di Covid-19 e ribattezzando quella malattia “virus cinese”, non è la stessa Cina di cui, da giovedì a sabato, ha accolto il leader con una pompa tale da suscitare inquietudine in patria (tra i suoi stessi repubblicani) e all’estero.

Per comprendere perché il presidente Usa abbia alla fine optato per una linea più accomodante nei confronti di Pechino – che probabilmente porterà avanti fino a quando, il 20 gennaio 2029, dovrà lasciare la Casa bianca – bisogna ricordare i fattori principali che hanno determinato questa scelta che, a giudizio di chi scrive, come ben sintetizzato dal post della signora cinese, vanno ben al di là di un mero calcolo elettoralistico di Trump, atteso il 3 novembre alla prova delle urne per il Mid Term:
  • la Cina è diventata, sempre più, una superpotenza commerciale. Nel 2025 ha registrato un surplus di 1.200 miliardi di dollari e monopolizza l’export di terre rare, indispensabili per l’industria elettronica e bellica degli Usa (e di altre economie avanzate);
  • l’influenza internazionale di Pechino è cresciuta notevolmente, spinta dalle iniziative promosse dalla leadership cinese (Global Development Initiative e Belt and Road Initiative, tra le altre) e favorita dall’unilateralismo di Trump;
  • l’esercito popolare di liberazione si è rafforzato: nel Pacifico occidentale – soprattutto nei “mari della Cina” (Mar cinese meridionale e Mar cinese orientale) – l’egemonismo statunitense ha incontrato finalmente un argine;
  • l’hi-tech cinese – rappresentato dalle sue compagnie di internet e di intelligenza artificiale – ha fatto passi da gigante, con la conseguenza che il paese sta riducendo in quest’ambito cruciale le dipendenze dalle economie più avanzate, in primis quella statunitense.
Di fronte a questa ascesa – apparentemente inarrestabile, ma non priva di contraddizioni – alla strada dello scontro Trump ha preferito quella del dialogo, inaugurata col faccia a faccia di Busan, in Corea del Sud (30 ottobre 2025) e proseguita col summit di Pechino (13-15 maggio 2026). A questo approccio – che quest’anno vedrà i due incontrarsi ancora in occasione del vertice dell’Apec a Shenzhen (18-19 novembre) e, per la quarta volta, del summit del G20 a Miami (14-15 dicembre) – negli ultimi giorni si è voluto dare il massimo risalto mediatico, con Trump e consorte che sono andati a ricevere gli ospiti cinesi fin sulla pista della base di Andrews, gli affettuosi messaggi di benvenuto e lo sfarzoso cerimoniale riservato dalla Casa bianca a Xi e sua moglie, Peng Liyuan.

Accordi e disaccordi

Tuttavia gli esiti concreti del summit rivelano che a cambiare è il metodo dell’amministrazione Trump, che, con la Cina, è diventato dialogante, non la dinamica delle relazioni tra le prime due economie del Pianeta, due superpotenze, che resta di competizione e rivalità. Questo vertice però – è importante sottolinearlo – non era stato organizzato per sottoscrivere intese di rilievo, ma, appunto, per dare continuità al nuovo corso.

Come che sia, il caso che meglio rappresenta le difficoltà di Washington e Pechino – mentre il Congresso, il Pentagono e la Cia restano ostili alla Cina – di trovare compromessi sostanziali è quello dell’intelligenza artificiale, sulla quale nei giorni scorsi si sono moltiplicati gli appelli alla cooperazione bilaterale, dopo gli allarmi lanciati dagli esperti Usa del settore sulla possibilità che la tecnologia vada fuori controllo.

Trump ha spento le speranze di chi auspica una collaborazione fruttuosa tra i due paesi leader nello sviluppo dell’IA. «La Superintelligenza sarà un tema di discussione molto importante, ma voglio lasciarla esattamente dov’è», ha tagliato corto, mentre Xi ha sostenuto che andrebbe mantenuta sotto il controllo umano e dovrebbe servire l’interesse pubblico.

Nei giorni scorsi, le aziende cinesi erano state accusate di aver sottratto e copiato modelli americani attraverso «campagne di distillazione su scala industriale». Pechino aveva reagito contro-accusando Washington di voler imporre un monopolio sulla nuova tecnologia e frenare lo sviluppo della Cina, e minacciando contromisure.

Nel Fact Sheet, non un vero e proprio comunicato, della Casa bianca, si sottolinea che Trump ha ottenuto da Xi l’ok a chiamarla “Superintelligenza” e che tra i due paesi partirà un dialogo formale sull’IA.

Di fatto, Cina e Stati Uniti andranno avanti sviluppandola ognuno a modo suo: indirizzata dallo stato, open source e forse meno performante quella cinese; in mano alle corporation, finanziarizzata e con poche regole quella statunitense. Trump e Xi non ne rallenteranno la corsa come Ronald Reagan e Michail Gorbačëv fecero con l’atomica: i modelli non hanno ancora prodotto i disastri della bomba e Trump ha illustrato con chiarezza adamantina il suo punto di vista: «Chi vince sull’IA, vince su tutto».

Anche sul commercio non c’è ancora un’intesa, nonostante le trattative mensili tra le rispettive delegazioni. Lo sbarco a Washington del segretario generale del Partito comunista è stato preceduto dall’annuncio dell’estensione di due mesi – fino al 10 gennaio – della tregua di un anno sui super-dazi, siglata dai due il 30 ottobre scorso.

È il segnale che Washington e Pechino, in questa nuova fase che i cinesi hanno etichettato come “stabilità strategica costruttiva”, vogliono confrontarsi sulle questioni più spinose, ma anche della difficoltà di raggiungere un compromesso, che il segretario al tesoro, Scott Bessent, e il vice premier e responsabile per l’economia, He Lifeng, stanno discutendo da un anno. Ieri Bessent ha dichiarato che l’amministrazione repubblicana è «disponibile sia a continuare semplicemente con l’intesa raggiunta a Busan sia a valutare un accordo più ampio», caldeggiato dai cinesi.

Raggiunta un’intesa di massima su un regime tariffario reciprocamente non penalizzante su 30 miliardi di beni “non sensibili”, in entrambe le direzioni, tra i quali rientrerà l’aumento delle importazioni cinesi di soia e altri prodotti agricoli statunitensi.

Trump ha ottenuto l’impegno della Cina a importare, nel 2027 e 2028, almeno 10 milioni di tonnellate di carbone Usa all’anno, mentre si sta ancora discutendo sul controllo dell’export di terre rare, che Pechino vuole sentirsi libera di rallentare. 

È stato ufficialmente istituito il Board of Investment, ideato durante la visita di Trump in Cina a maggio.

Per quanto riguarda i dossier internazionali, la Cina ha mostrato disponibilità ad aiutare Trump a tirarsi fuori dal pantano di Hormuz, mediando tra Washington e gli amici iraniani.

È interessante notare che Xinhua ha diffuso una nota separata per approfondire il commento di Xi sulla posizione della Cina riguardo al Medio Oriente, senza fare altrettanto sulla guerra in Ucraina:
La Cina ha sempre ritenuto che la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi debbano essere rispettate. La Cina ha costantemente svolto un ruolo costruttivo nell’allentare le tensioni e riportare la situazione alla calma, incoraggiando tutte le parti a optare per la pace e a mantenere vivo lo slancio dei negoziati. La Cina sostiene il ritorno di Stati Uniti e Iran al Memorandum d’intesa di Islamabad, auspicando che entrambe le parti tornino al più presto sulla via della soluzione delle questioni attraverso il dialogo e i negoziati, giungano infine a un accordo globale che comprenda anche la questione nucleare e raggiungano quanto prima la pace.
Chi la dura la vince

Xi ha intensificato la pressione sul presidente Usa per ottenere concessioni su quella che lo stesso Trump ha recentemente definito “merce di scambio”, (bargain chip), ovvero l’isola di Taiwan, la cui “riunificazione” alla madrepatria per Pechino è invece parte integrante della strategia di Grande rinnovamento della nazione cinese (Zhōnghuá mínzú wěidà fùxīng).

Xi ha invitato Trump a trattare la questione taiwanese «con attenzione» e ad adottare la «posizione corretta», opponendosi all’indipendenza dell’isola. La Cina è pronta a dare una mano in Medio Oriente, e forse anche a qualche altra concessione, se otterrà uno stop alla vendita di armamenti statunitensi (11 miliardi di dollari già approvati e 14 miliardi in attesa dell’ok di Trump) a quella che Pechino considera una provincia ribelle.

Ma è improbabile che Trump possa scostarsi dalla tradizionale politica Usa di “ambiguità strategica” e sostegno militare, a scopo “difensivo”, a Taiwan.

Fin dal momento in cui Trump, il 5 novembre 2024, è stato rieletto, la diplomazia cinese ha lanciato un’offensiva indirizzata alla Casa Bianca, utilizzando come ambasciatrici le corporation Usa, oltre ai normali canali diplomatici e ai media, che Pechino utilizza sempre meglio (non va sottovalutato, a tal proposito, il ruolo svolto, sui social, da commentatori, ricercatori, giornalisti e influencer occidentali folgorati sulla via di Pechino). 

Alla carota Pechino ha alternato il bastone del blocco dell’export delle terre rare, al quale la Cina è ricorsa, per la prima volta, per rispondere ai super-dazi varati da Trump col Liberation Day, il 2 aprile 2025.

Su Taiwan in particolare l’offensiva diplomatica di Pechino nei confronti di Washington è stata martellante, perché la leadership cinese sa che quella di Trump è un’amministrazione non solo meno ideologica di quella precedente, ma anche sgangherata.

Insomma Xi è arrivato al summit della Casa Bianca al culmine di un intenso lavoro, svolto dagli organismi preposti del partito e dalla diplomazia, indirizzato a centrare i due obiettivi strategici per Pechino:
  • stabilizzare le relazioni con Washington, in modo tale da rimuovere o, quantomeno, depotenziare le politiche dell’avversario che potrebbero rallentare lo sviluppo socioeconomico della Cina (dazi, restrizioni alle esportazioni, conflitti che danneggiano le catene di approvvigionamento);
  • fare un passo avanti in direzione della “riunificazione pacifica” di Taiwan, traguardo più difficile da raggiungere, nonostante l’indifferenza palesata da Trump nei confronti del governo di Taipei e il ritardo nell’approvazione della seconda commessa militare record per l’isola.
In definitiva, anche se il summit Trump-Xi alla Casa Bianca non ha prodotto grandi risultati concreti, esso riflette il consolidamento della nuova fase delle relazioni bilaterali, che i cinesi hanno chiamato “stabilità strategica costruttiva” e che Pechino preferisce di gran lunga rispetto all’abbozzo di contenimento che ha caratterizzato la politica cinese dell’amministrazione guidata da Joe Biden.

Come scrisse Henry Kissinger nel 2018:
penso che Trump possa essere una di quelle figure che, di tanto in tanto, compaiono nella storia per segnare la fine di un’epoca e costringerla a rinunciare alle proprie pretese. Questo non significa necessariamente che lui ne sia consapevole o che stia pensando a una grande alternativa. Potrebbe essere semplicemente un caso.
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26/09/2026

Il fronte cibernetico del porto

Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.

A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.

La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di lavoratori viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi dell'intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.

Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.

Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economica risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.

Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.

Il problematico dominio di ZPMC

Il caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.

Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.

Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.

E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia statunitense.

Normali gru o spie cyber?

Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.

Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica statunitense o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.

Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.

Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua catena di fornitura (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).

Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.

Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.

Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.

Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.

È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.

Il paradosso della globalizzazione

Ed è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.

Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.

Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.

ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.

Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.

La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale.  La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.

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25/09/2026

Usa e Cina non si scontrano, per fortuna

Dar conto di un vertice tra i presidenti delle due maggiori superpotenze mondiali è il classico esercizio di giornalismo “al buio”. Quel che si dicono i due è ovviamente filtrato dai rispettivi uffici stampa, quasi sempre anche concordato tra loro. Qualche dettaglio in più, altrettanto pilotato, arriva ai giornalisti che hanno qualche “contatto” tra i funzionari che assistono agli incontri.

La parte sostanziale viene peraltro discussa tra gli “sherpa”, ovvero i dirigenti dei vari settori economici, politici, militari che costituiscono il vero focus di ogni vertice. Da lì arriva poco o nulla, e quel poco richiede in genere una conoscenza approfondita dei problemi, il che esclude la quasi totalità della stampa, ormai ridotta a “porgitori di microfono” che solo raramente si sente in dovere di fare anche domande.

La valanga di articoli e servizi televisivi che ne discende sono quindi in genere “interpretazioni” del linguaggio diplomatico, che ha una serie di termini standard per indicare lo stato delle relazioni tra i due paesi, sia sul piano “storico” che immediato. Un “confronto franco” sta ad indicare un dialogo tra sordi ai confini della rissa verbale, uno “costruttivo” sta invece per qualche avanzamento in alcuni settori, e così via.

Ovviamente, anche le interpretazioni sono diverse a seconda degli interessi nazionali, aziendali (i media hanno dei proprietari che quasi sempre sono industriali con il core business in altri comparti), la stagione politica, ecc..

Tutta la premessa serve a dire che il confronto tra Trump e Xi, in quel di Washington, nel mentre all’Onu prosegue la passerella dei leader del resto del mondo, si va svolgendo sotto il segno del “bel tempo”. “I nostri rapporti mai così buoni”, “un nuovo modello di convivenza”, e giù grandi sproloqui sul sostegno alla “collaborazione” anziché alla “competizione”.

La realtà è naturalmente assai più complessa. Per esempio è certamente vero che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – secondo due modelli ormai decisamente differenti, di cui quello “autoritario e centralista” è paradossalmente la versione Usa – è uno dei capitoli più importanti ed urgenti di questo vertice.

È sicuramente vero che Trump è accompagnato dalla nutrita pattuglia dei “chief executive officer” statunitensi – Elon Musk di X-Grok, Jeff Bezos di Amazon, Zuckerberg di Meta, Huang di Nvidia e Altman di OpenAi – ma è altrettanto vero che ai “pari grado” cinesi è stato negato il visto necessario ad entrare negli Stati Uniti.

Buona parte dei grandi capitani d’impresa della Repubblica Popolare è infatti inserita nelle liste nere commerciali statunitensi, e nessuno si è preoccupato per l’evidente e pesante sgarbo fatto alla controparte. Per capirci: personaggi di spicco come Liang Wenfeng (fondatore di DeepSeek) e Yang Zhilin (fondatore di Moonshot AI) sono rimasti a casa. Mentre alcuni industriali cinesi di altri settori sono arrivati solo in un secondo momento.

Non mancano nella delegazione di Pechino funzionari espertissimi in materia, ma è chiaro che l’ostilità Usa verso i “concorrenti” è ai massimi livelli.

Lo sconfinato pragmatismo cinese è in grado di assorbire “scortesie” anche più gravi, ma certamente in qualche altro comparto arriverà prima o poi una reazione uguale e contraria, sicuramente costosa anche in termini economici.

Xi, come al solito, non ha fatto un plissè, limitandosi a ribadire che “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo sia la capacità che la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e serva al benessere delle persone”. Una mezza frecciata, insomma, alle recenti “evasioni” avvenute durante esperimenti nell’AI statunitense e alle conseguenti paure diffuse dai “ceo”... 

Anche sul piano delle relazioni economiche il mismatch esistente evidenzia le “chiusure” e i divieti americani, con Xi Jinping pronto a ricordare che “La cooperazione tra Cina e Stati Uniti potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza la nostra cooperazione sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel nostro paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la lista delle aree di cooperazione e ridurre la lista dei problemi”.

Fino a fornire un avvertimento e un richiamo alle antiche prassi stravolte proprio dall’unilateralismo statunitense: “Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda”.

In conclusione, i “buoni rapporti” sono all’insegna della massima vigilanza reciproca, con qualche calcetto sugli stinchi tirato sotto il tavolo.

E comunque, per un mondo sull’orlo della guerra, questa è una mezza buona notizia, perché quanto meno non accelera le dinamiche negative.

Chi appare fuori dai giochi, e anche fuori di testa, è comunque la classe dirigente europea. L’insistenza dei media – e di alcuni politici – sulla questione di Taiwan è indicativa di un orientamento guerrafondaio su tutti i fronti.

Per non farla lunga. Lo status di Taiwan è ritenuto dai cinesi una “questione interna” (l’isola è sostanzialmente indipendente e staccata dalla Cina continentale dal 1949, quando vi si rifugiarono le truppe di Chiang-Kai Schek, sconfitto dalla Rivoluzione). Mentre gli Stati Uniti, che hanno riconosciuto la Repubblica Popolare solo nel 1979, mantengono una posizione storicamente ambigua. Da un lato ufficialmente adottano la linea che ammette esistere “una sola Cina”, dall’altro però Washington prende atto della rivendicazione cinese su Taiwan senza però riconoscerne formalmente la sovranità territoriale. Di fatto, vende armi a Taipei…

Insistere in questa fase sulla “necessità” occidentale di “proteggere Taiwan” significa accentuare fortemente la contraddizione con Pechino. Che sarebbe comunque un problema, per un continente che si va sfaldando economicamente, ma appare anche un’idiozia strategica senza pari in una fase in cui l’“alleato” americano si dimostra ogni giorno un avversario, le relazioni con la Russia sono ad un passo del conflitto aperto a causa della “guerra per procura” fatta combattere dall’Ucraina e i mercati si vanno chiudendo da tutte le parti.

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Paura dell’IA, o paura dell’IA cinese?

Nelle ultime settimane, il dibattito globale sull’intelligenza artificiale ha assunto toni sempre più apocalittici. Ricercatori che si dimettono con accuse drammatiche, CEO che firmano appelli per rallentare lo sviluppo, persino il Re d’Inghilterra che invoca “controlli sufficienti prima che sia troppo tardi”. Eppure, sotto la superficie di questa apparente preoccupazione per il futuro dell’umanità, emerge una dinamica più complessa e, per certi versi, più sospetta.

Le dimissioni di Jacob Coxon da Anthropic, seguite dalle dichiarazioni allarmistiche di altri ricercatori e dall’inedita convergenza tra Sam Altman, Elon Musk e Dario Amodei sulla necessità di “rallentare”, nascondono qualcosa sotto la patina di genuino campanello d’allarme. La domanda che sorge spontanea è se questa ondata di “paura dell’IA” non sia, in realtà, una paura dell’IA cinese, mascherata da preoccupazione esistenziale per l’umanità.

Lo spettro dell’IA cinese

Qualche indicazione la fornisce la politica di Washington. Il presidente Trump ha respinto con veemenza ogni ipotesi di rallentamento, definendo le paure di una catastrofe globale una “bufala” e ribadendo che “chi vince l’IA, vince tutto”. Lo speaker della Camera, Mike Johnson, ha avvertito che un intervento regolatorio affrettato significherebbe “perdere la corsa contro la Cina”. Il messaggio è chiaro: la vera minaccia non è l’IA in sé, ma l’IA sviluppata a Pechino.

Questa narrazione non è nuova. Da anni, figure come Dario Amodei di Anthropic sostengono che la Cina rappresenti il pericolo più grave legato all’IA e che qualsiasi rallentamento americano avvantaggerebbe Pechino. La sua proposta di “rallentare” è in realtà condizionata: gli Stati Uniti possono rallentare solo dopo aver consolidato un vantaggio incolmabile su chi resta indietro, con sanzioni, restrizioni sulle esportazioni di chip e controllo delle catene di fornitura.

Un vantaggio cinese che spaventa

E la preoccupazione degli imperialisti stelle-e-strisce non è infondata. Un rapporto del Congressional advisory body statunitense ha riconosciuto che la Cina sta costruendo un “ciclo auto-rinforzante” grazie a modelli open source sempre più performanti e a un’integrazione unica con il proprio apparato industriale.

Il deputato americano che presiede il comitato consultivo ha parlato di un divario che si sta “allargando” nel campo dell’IA fisica, quella dei robot e dei veicoli autonomi. Il CEO di Google DeepMind, Demis Hassabis, ha ammesso che i modelli cinesi potrebbero essere “indietro solo di alcuni mesi”.

Questa è la vera partita. L’IA non è una tecnologia come le altre: è il terreno su cui si giocherà l’egemonia tecnologica del prossimo decennio. E la Cina, nonostante le restrizioni sui semiconduttori, sta dimostrando che l’innovazione non si ferma con i dazi.

Verso un autoritarismo tecnologico

La risposta statunitense a questa sfida sta assumendo contorni preoccupanti per i principi e i valori che le “democrazie” occidentali dicono di proteggere. Trump ha dichiarato che l’unico “controllo” di cui l’IA ha bisogno è “un presidente forte e intelligente”.

In nome dell’emergenza tecnologica, si invoca un accentramento decisionale che bypassi i normali contrappesi parlamentari. L’idea, già emersa in ambienti vicini alla Silicon Valley, è che la “guerra dell’IA” richieda comando unificato e rapidità d’azione, non dibattito pubblico.

È un paradosso che merita attenzione: mentre si invoca la “democrazia” contro “l’autoritarismo cinese”, si prospetta un modello decisionale che di democratico ha ben poco. La paura dell’IA cinese rischia così di diventare il pretesto per un autoritarismo tecnologico interno.

Il nodo della “sicurezza”, quando si parla di IA, è legittimo, ma è traviato rispetto a quello che dovrebbe essere il suo contenuto. Quando chi ha spinto lo sviluppo senza limiti dei loro modelli e algoritmi per anni improvvisamente scopre il valore della cautela – ora che un concorrente si avvicina pericolosamente – qualche domanda sulle reali motivazioni è d’obbligo.

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22/09/2026

Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo

L’Occidente collettivo sta alzando i toni anche quando non dovrebbe, in particolare sulla situazione nello Yemen. “Gli Houthi nello Yemen devono cessare immediatamente tutte le loro azioni militari, minacce e attacchi contro il trasporto marittimo”. Questo è il tono di un comunicato dei ministri degli Esteri del G7 diffuso a margine dell’Assemblea generale dell’ONU.

“Le loro azioni riprovevoli delineano una pericolosa traiettoria di escalation che rischia di esacerbare ulteriormente il conflitto, di compromettere il commercio internazionale e di generare instabilità economica su scala globale”, hanno aggiunto i rappresentanti delle maggiori potenze capitaliste occidentali, ribadendo “la necessità assoluta di garantire una sicurezza marittima permanente, nonché i diritti e le libertà di navigazione in tutto il mondo”.  Inoltre hanno esortato l’Iran a porre fine alla fornitura di armi e al sostegno ai ribelli yemeniti.

A scatenare la ripresa del conflitto è stata l’Arabia Saudita

Come noto, dopo il fallimento dell’offensiva militare scatenata dall’Arabia Saudita nello Yemen nei mesi scorsi, i miliziani yemeniti del movimento Ansarallah (più conosciuti in occidente come Houthi) hanno consolidato il loro controllo sullo strategico stretto di Bab el-Mandeb, ma soprattutto stanno incidendo pesantemente sulle esportazioni saudite.

L’aver colpito l’oleodotto terrestre saudita che bypassa lo stretto di Bab el Mandeb e sfocia direttamente nel Mar Rosso, ha portato al blocco delle esportazioni petrolifere saudite. Inevitabili le ripercussioni su tutta la geografia mondiale del petrolio e sui prezzi del greggio. Si tratta indubbiamente di una preoccupazione vitale e strategica per l’Europa, ma che potrebbe avere una soluzione pratica che eviti una escalation militare che aggraverebbe la situazione.

L’allarme delle potenze occidentali sul blocco delle Stretto appare invece decisamente strumentale e funzionale a creare il clima per una spedizione militare europea contro i miliziani yemeniti. Semmai occorrerebbe portare a più miti consigli l’Arabia Saudita per disinnescare le tensioni nell’area, evitando per esempio che la competizione sul campo con gli Emirati Arabi Uniti provochi ulteriori disastri politici e militari nello Yemen.

“Come si può porre fine a questa ultima escalation? Ansar Allah, che governa su oltre il 70% della popolazione yemenita, insiste che la guerra può essere fermata revocando il blocco saudita vecchio da 12 anni” sottolinea il Middle East Eye. Mohammed al-Bukhaiti, un portavoce Houthi di alto rango, ha detto a Sky News che Sanaa cerca “di porre fine al blocco e di porre fine all’aggressione contro gli yemeniti... La palla è nel campo dei sauditi, è loro la decisione di fermare questa guerra”.

Ma l’Unione Europea vuole “mostrare i muscoli”

Ma l’occidente collettivo vive la frenesia di “mostrare i muscoli” nel Mar Rosso, avendo avuto un ruolo del tutto marginale nella guerra statunitense contro l’Iran e nella gestione della crisi nello Stretto di Hormuz.

Mentre l’Italia del ministro Crosetto si batte bellicosamente il petto, dando ordine ad una fregata militare di scortare un mercantile italiano che nessuno ha minacciato dentro il Mar Rosso, la Francia si è detta pronta a lavorare alla “messa in sicurezza delle infrastrutture energetiche saudite prese di mira dagli Houthi, adottando un approccio strettamente difensivo”.

L’attacco yemenita sulla base militare saudita di Taif che ha danneggiato un caccia Typhoon italiano, pone il problema della legittimità della presenza militare italiana in quel posto. Inoltre va rammentato che l’Italia in questi anni ha riempito di armamenti l’Arabia Saudita e funzionato da hub logistico per il transito di armi verso Riad, come hanno ripetutamente denunciato i portuali italiani.

Ma, nonostante queste contraddizioni in pancia, la svalvolata Kallas, responsabile della politica estera europea, ha raccolto il grido di Crosetto e sollecitato ufficialmente il rafforzamento della missione navale militare Aspides già operativa nella regione a ridosso del Mar Rosso.

Gli attacchi alle navi in transito sono cessati da un pezzo

In realtà sono molti mesi che i miliziani di Ansarallah non attaccano navi che transitano nello Stretto di Bab el Mandeb. Il fatto che controllino lo Stretto non significa automaticamente che le navi siano state attaccate. L’ultimo attacco dei miliziani yemeniti ad un nave risale infatti all’11 agosto 2026, quando presero di mira una piccola nave mercantile chiamata “Tihamah” (battente bandiera della Tanzania) che transitava nello Stretto di Bab el-Mandeb. Dopodiché non sono stati registrati altri attacchi a navi in transito. In più dichiarazioni pubbliche i miliziani yemeniti hanno affermato di non avere – per ora – intenzione o ragione di attaccare navi italiane o statunitensi che transitano nello Stretto.

L’allarme sollevato dal G7, da Crosetto o dalla Francia contro i miliziani yemeniti appare dunque del tutto strumentale.

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IA, dalla soluzione del problema matematico del millennio ai riders, senza sicurezza

L’8 settembre OpenAI ha annunciato di aver prodotto una soluzione al problema dell’esistenza e regolarità delle equazioni tridimensionali di Navier-Stokes, uno dei sette Millennium Prize Problems.

Se la dimostrazione supererà definitivamente il vaglio della comunità matematica, si tratterà di un risultato storico, non soltanto perché riguarda una questione rimasta aperta per circa novant’anni, ma anche per il modo in cui sarebbe stato raggiunto, attraverso un sistema interno di intelligenza artificiale e una dimostrazione successivamente formalizzata in Lean.

Quasi contemporaneamente è nato un conflitto sull’attribuzione del risultato. Tristan Buckmaster e Levent Alpöge stavano infatti lavorando su problemi strettamente collegati, mentre Buckmaster aveva utilizzato intensamente Codex durante la propria ricerca.

OpenAI sostiene, dopo una verifica interna, che quelle interazioni non possano aver contribuito al sistema che ha prodotto la soluzione e riconosce al gruppo concorrente la priorità su un risultato relativo alle equazioni di Euler; Buckmaster, da parte sua, ha contestato il modo in cui la vicenda è stata gestita e ha sollevato il problema dell’accesso ai materiali inseriti nel sistema durante il proprio lavoro.

Non vi sono elementi sufficienti per trasformare questa controversia in una prova di appropriazione, ma proprio per questo la questione più interessante sembra stare altrove: nel fatto che diventi sempre più difficile attribuire in modo semplice una conoscenza quando essa viene prodotta attraverso strumenti che concentrano al proprio interno quantità crescenti di sapere accumulato socialmente.

La formula secondo cui “l’IA ha risolto Navier-Stokes” tende infatti a trasformare il sistema tecnico in un nuovo soggetto della produzione scientifica, mentre dietro quel risultato continuano a trovarsi decenni di matematica, informatica e fisica, ricerca pubblica e privata, software, infrastrutture materiali e lavoro di programmatori e ricercatori.

Più che un’intelligenza comparsa improvvisamente accanto a quella umana, ciò che abbiamo di fronte sembra quindi una forma particolarmente avanzata di intelligenza sociale oggettivata.

È un processo che Marx aveva già intravisto nei Grundrisse, quando osservava come il sapere sociale tendesse a incorporarsi nel sistema delle macchine, e poi sistematizzato nel primo libro de Il Capitale.

Con l’intelligenza artificiale, tuttavia, questo movimento investe direttamente il lavoro mentale, ed è qui che le riflessioni di Guglielmo Carchedi risultano particolarmente utili. Progettare, programmare, produrre una dimostrazione matematica o trasformare determinate conoscenze in conoscenze nuove NON costituisce infatti un’attività “immateriale” nel senso di estranea al processo produttivo, ma un lavoro nel quale vengono impiegati tempo, capacità e forza-lavoro.

Ciò che il capitale aveva compiuto storicamente nei confronti di molte forme di lavoro manuale, osservandole, scomponendole e incorporandone progressivamente le capacità nella macchina, può quindi estendersi ad una parte crescente del lavoro mentale.

Non ogni interazione con un sistema di intelligenza artificiale produce direttamente valore, così come non ogni contenuto viene automaticamente utilizzato per addestrare un modello. Quando però questi strumenti vengono impiegati su scala di massa, costituiscono anche un enorme spazio di sperimentazione sociale nel quale diventano progressivamente visibili problemi, procedure, errori, criteri di valutazione e forme di conoscenza pratica che fino a ieri rimanevano disperse nell’attività di milioni di individui.

Da questo punto di vista, quanto sta avvenendo presenta una continuità con la storia del software libero. GNU/Linux aveva già mostrato come una comunità distribuita potesse produrre e perfezionare un’infrastruttura estremamente complessa mettendo in comune codice e conoscenze.

Il movimento del software libero aveva cercato consapevolmente di impedire l’appropriazione esclusiva del codice, fino a costruire strumenti come il copyleft, ma la proprietà comune del software non comportava quella comune dei server, delle fabbriche, delle piattaforme o della ricchezza prodotta attraverso quella base tecnica. Il capitale poteva quindi utilizzare una conoscenza rimasta comune per ridurre i propri costi e produrre profitto altrove, socializzando una parte dei costi della produzione del sapere senza rinunciare all’appropriazione privata dei risultati.

Con l’intelligenza artificiale il meccanismo si amplia ulteriormente, perché non riguarda più soltanto comunità relativamente ristrette di sviluppatori che scelgono consapevolmente di mettere in comune il proprio lavoro.

Quando questi strumenti entrano nella produzione, il progettista che corregge una soluzione, il programmatore che riformula una richiesta, il ricercatore che verifica un risultato o il tecnico che individua un errore, rendono indirettamente formalizzabili parti della propria attività, cosicché una quota del loro sapere può essere incorporata nel mezzo tecnico e ripresentarsi successivamente come capacità appartenente all’impresa che controlla quell’infrastruttura.

Se il caso Navier-Stokes pone quindi il problema dell’origine sociale della conoscenza incorporata nella macchina, un secondo episodio recente consente di guardare alla stessa questione dal lato dell’autonomia operativa dei sistemi.

Durante una valutazione di cybersicurezza condotta da OpenAI, un agente che avrebbe dovuto operare all’interno di un ambiente controllato è riuscito a sfruttare una vulnerabilità per raggiungere Internet, utilizzare un’infrastruttura esterna come base e arrivare successivamente a compromettere sistemi di Hugging Face.

La ricostruzione tecnica pubblicata da quest’ultima descrive una sequenza prolungata di azioni attraverso cui il sistema ha oltrepassato il perimetro originario e utilizzato risorse esterne nel tentativo di raggiungere l’obiettivo assegnato.

La lettura più immediata sarebbe quella della macchina che “sfugge al controllo”, ma rischierebbe di essere anche la meno utile. Non occorre infatti attribuire agli agenti una volontà di ribellione: il problema nasce proprio perché la capacità di trovare percorsi non interamente prescritti in anticipo costituisce una delle ragioni della loro utilità. Quanto maggiore diventa questa autonomia operativa, tanto più difficile risulta prevedere tutti i mezzi attraverso cui l’obiettivo assegnato verrà perseguito.

La tensione sembra quindi collocarsi meno tra una macchina obbediente e una macchina ribelle e molto di più tra l’autonomia necessaria al funzionamento di questi sistemi e la necessità di mantenerne sotto controllo gli effetti.

È anche in questo quadro che possono essere lette le dichiarazioni allarmate provenienti da alcuni dirigenti delle maggiori imprese del settore. Dario Amodei di Anthropic ha recentemente proposto di rallentare la crescita delle capacità dei modelli, accompagnando questa richiesta con l’ipotesi di maggiore coordinamento tra le imprese della frontiera e con la necessità di mantenere il vantaggio statunitense rispetto alla Cina, anche attraverso controlli più stretti sull’accesso alle tecnologie avanzate.

Sarebbe riduttivo leggere queste posizioni soltanto come una presa di coscienza dei rischi tecnologici, così come sarebbe altrettanto riduttivo considerarle una semplice costruzione strumentale. Il rischio può essere reale e, nello stesso tempo, assumere una funzione precisa nella competizione tra capitali e tra Stati.

Lo si vede proprio quando la questione incontra la Cina, perché se lo sviluppo dei sistemi più potenti richiede effettivamente maggiore cautela, un rallentamento unilaterale può trasformarsi immediatamente in uno svantaggio strategico.

Non a caso le richieste di maggiore sicurezza convivono con una competizione sempre più aspra sul controllo dei semiconduttori, della capacità di calcolo, dei modelli e delle infrastrutture digitali, mentre anche in Europa le proposte americane di rallentamento vengono lette da alcuni attori industriali come un possibile consolidamento del vantaggio già acquisito dalle imprese statunitensi.

Ogni blocco avrebbe così interesse a ridurre i rischi senza perdere la propria posizione relativa, o facendo in modo che siano gli altri a sopportare il costo maggiore del rallentamento. Una questione presentata come “universalmente umana” assume quindi inevitabilmente la forma concreta dei rapporti di forza tra Stati (peraltro con un peso interno delle società private assai diverso).

A questa contraddizione geopolitica se ne aggiunge però un’altra, interna allo stesso processo di accumulazione. La corsa all’IA richiede quantità enormi di capitale immobilizzato in data center, chip, energia e reti, mentre la rapidità con cui si succedono nuove generazioni di modelli tende ad abbreviare la vita economica degli investimenti appena realizzati.

La Banca dei Regolamenti Internazionali ha stimato che le cinque maggiori imprese tecnologiche possano investire oltre mille miliardi di dollari nell’IA nel solo biennio 2025-2026, richiamando nello stesso tempo l’attenzione sull’aumento del debito, sull’opacità di parte dei finanziamenti e sul rischio che i rendimenti futuri non siano sufficienti a giustificare la massa di capitale anticipata.

Per il singolo capitale, tuttavia, rallentare autonomamente non costituisce una soluzione, perché se un’impresa rinuncia alla generazione successiva mentre un concorrente continua a investire rischia semplicemente di perdere la propria posizione. Ciò che appare razionale dal punto di vista di ogni singola impresa può quindi produrre, una volta generalizzato, una massa crescente di capitale fisso da valorizzare e, nello stesso tempo, esposta a una rapida obsolescenza.

È una dinamica che ricorda, almeno formalmente, quanto accaduto agli agenti artificiali: viene assegnato un obiettivo locale, mentre il suo perseguimento può produrre un risultato complessivo che nessun singolo soggetto aveva pianificato. Nel capitalismo ogni impresa cerca razionalmente di difendere la propria redditività, ma dalla combinazione di queste decisioni possono emergere sovraccumulazione, capacità produttiva eccedente, svalutazione e crisi, proprio perché nessun capitale può sottrarsi individualmente alla pressione della concorrenza.

È in questo spazio che in genere interviene lo Stato, tentando di imporre standard, limiti o forme di coordinamento che le singole imprese non potrebbero adottare unilateralmente senza esporsi ai concorrenti. Ciò che può disciplinare almeno temporaneamente la concorrenza all’interno di un blocco tende però, sul piano internazionale, a trasformarsi in uno strumento della competizione tra blocchi, mentre dietro il linguaggio della “sicurezza” torna la questione di chi controllerà la nuova gerarchia produttiva mondiale.

Se però la contraddizione viene rappresentata esclusivamente come un conflitto tra “umanità” e “intelligenza artificiale”, rischia di passare in secondo piano il fatto che quella macchina abbia proprietari, che gli obiettivi assegnati ai sistemi siano definiti all’interno di determinati rapporti produttivi e che qualcuno decida quali attività automatizzare e come distribuire i guadagni di produttività.

È sul terreno del lavoro che questo problema appare con maggiore chiarezza. Per la singola impresa, sostituire una parte del lavoro vivo attraverso sistemi automatici può essere perfettamente razionale. Se dieci lavoratori riescono a produrre quanto quindici, diminuisce il costo individuale della produzione e, almeno finché la nuova tecnologia non si diffonde, può comparire un vantaggio rispetto ai concorrenti.

Quando però l’innovazione si generalizza, il nuovo livello di produttività diventa la norma e quel vantaggio tende a scomparire, lasciando un processo produttivo che mette in movimento una quantità crescente di mezzi tecnici attraverso una quantità relativamente minore di lavoro vivo.

L’intelligenza artificiale non crea, in questo senso, una contraddizione radicalmente nuova, quanto piuttosto estende al lavoro mentale una dinamica che accompagna la grande industria da molto tempo.

Nella teoria marxiana la macchina non produce autonomamente nuovo valore, ma trasferisce progressivamente ai prodotti quello già incorporato in essa, mentre il nuovo valore continua a dipendere dal lavoro vivo. Eppure la concorrenza spinge ogni capitale a ridurre continuamente proprio la quantità relativa di quel lavoro necessaria alla produzione.

Questo non significa che l’automazione debba produrre immediatamente una crisi, perché l’aumento della produttività può accrescere il plusvalore relativo, ridurre il costo dei mezzi di produzione e creare nuovi settori.

Resta però una tensione strutturale, nella misura in cui la stessa dinamica che accresce la produttività tende anche a restringere relativamente la base di lavoro vivo sulla quale poggia il processo di valorizzazione.

Sarebbe difficile sostenere che i dirigenti delle imprese tecnologiche ragionino consapevolmente in questi termini quando chiedono di rallentare lo sviluppo dell’IA. Più plausibilmente, la contraddizione emerge attraverso questioni apparentemente separate – sicurezza, occupazione, investimenti, stabilità sociale e competizione geopolitica – che rinviano tutte alla difficoltà di governare una forza produttiva che il capitale è nello stesso tempo costretto a sviluppare.

Per questo la scelta tra accelerare e rallentare rischia di essere posta male. Il capitale deve accelerare perché la concorrenza lo impone, ma deve anche tentare di controllare gli effetti di quella stessa accelerazione; deve sviluppare una tecnologia prima dei concorrenti e contemporaneamente impedire che essi possano svilupparla con la stessa rapidità; deve ridurre il lavoro necessario alla produzione e continuare nello stesso tempo a trovare lavoro vivo sufficiente alla valorizzazione.

Ma il passaggio dal lavoro mentale alla macchina non produce effetti soltanto sui lavoratori che svolgono direttamente attività cognitive. Quando vengono incorporate nei sistemi digitali, infatti, anche funzioni come pianificare, coordinare, distribuire compiti, calcolare tempi, misurare prestazioni e assumere decisioni possono tornare a esercitare un comando sul lavoro manuale.

Da questo punto di vista la separazione tra lavoro mentale e manuale – peraltro mai assoluta, perché anche per usare le mani si pensa – non scompare, ma viene riorganizzata.

Una parte delle attività cognitive che servono a governare il processo di lavoro viene trasferita al sistema tecnico, mentre chi continua a eseguire materialmente la prestazione si trova sempre più spesso subordinato alle decisioni prodotte da quel sistema.

Il precedente storico più evidente è il taylorismo, che aveva cercato di separare il sapere dell’operaio dall’esecuzione, concentrando nella direzione la conoscenza del processo, dei tempi e dei metodi per restituire poi al lavoratore una sequenza di operazioni prescritte.

Con la gestione algoritmica questo movimento può spingersi oltre, perché una parte della stessa funzione organizzativa viene oggettivata nel mezzo tecnico. Il comando non deve più necessariamente presentarsi con il volto del caporeparto, perché può assumere quello di un’applicazione che assegna un ordine, stabilisce un percorso, registra un ritardo, costruisce un ranking o determina l’accesso alle successive occasioni di lavoro.

È proprio per questo che il caso dei rider, pur riguardando un lavoro evidentemente materiale, permette di comprendere bene cosa significhi l’oggettivazione del lavoro mentale. Il rider continua a pedalare, ritirare e consegnare fisicamente una merce, mentre una quota crescente del lavoro cognitivo necessario a coordinare quella prestazione – incrociare domanda e disponibilità, assegnare la consegna, calcolare tempi e percorsi, monitorare la prestazione – viene concentrata nella piattaforma. La conoscenza organizzativa incorporata nel software si presenta così al lavoratore come una forza esterna che contribuisce a determinare le sue condizioni concrete di lavoro.

USB ha descritto questa trasformazione parlando di una subordinazione esercitata attraverso strumenti digitali, sottolineando come algoritmi, sistemi di valutazione e meccanismi di disconnessione possano svolgere funzioni che appartengono pienamente al potere datoriale.

Nei propri materiali sulla logistica ha inoltre indicato nella gestione algoritmica una forma di controllo che investe tanto i rider quanto altre figure del settore, mentre nel confronto sul recepimento della Direttiva europea 2024/2831 ha considerato insufficiente il semplice richiamo alla trasparenza degli algoritmi se non accompagnato dal riconoscimento effettivo dei diritti e della subordinazione.

La direttiva europea, pur senza mettere in discussione la proprietà delle piattaforme, riconosce del resto che i sistemi automatizzati possono svolgere direttamente funzioni di organizzazione e gestione del lavoro e prevede, oltre all’informazione, forme di supervisione umana, possibilità di contestazione delle decisioni e informazione e consultazione dei rappresentanti quando sistemi automatizzati vengono introdotti o modificati in modo sostanziale.

È in questo passaggio che la questione va oltre la richiesta di una piattaforma genericamente “più giusta”. Se l’algoritmo organizza concretamente il lavoro, conoscere i criteri con cui assegna incarichi e valuta le prestazioni, poterne contestare le decisioni e partecipare alla verifica dei suoi effetti significa iniziare a sottrarre il mezzo digitale alla condizione di scatola nera riservata all’impresa. La “trasparenza” acquista così un significato più forte quando diventa il presupposto di una capacità collettiva di intervento sul funzionamento della piattaforma.

Da qui deriva anche il significato politico dell’alfabetizzazione digitale. Se una parte crescente del sapere e del comando viene incorporata nei mezzi tecnici, una soggettività del lavoro che non sia in grado di comprenderne almeno il funzionamento essenziale rischia infatti di chiedere il controllo di strumenti sui quali non possiede alcuna autonomia conoscitiva.

La questione presenta, pur dentro condizioni storiche completamente differenti, una stretta parentela con la battaglia condotta dal movimento operaio per l’istruzione e per l’accesso dei figli dei lavoratori alla conoscenza. Anche allora il problema non consisteva semplicemente nell’acquisire competenze più utili al mercato del lavoro, ma nel sottrarre almeno una parte del sapere al monopolio delle classi dominanti.

Oggi comprendere come funzionano un algoritmo, un sistema di classificazione o una piattaforma non significa trasformare ogni rider in un programmatore, quanto piuttosto costruire gli strumenti collettivi che permettano ai lavoratori e alle loro organizzazioni di non dipendere integralmente dalla spiegazione fornita dall’impresa sul funzionamento del mezzo che li dirige.

L’alfabetizzazione digitale assume così un significato molto diverso dalla formazione aziendale all’uso di un software. Quest’ultima insegna a utilizzare più efficacemente uno strumento deciso da altri; la prima può mettere i lavoratori nelle condizioni di comprenderne abbastanza la logica da poterla discutere, contestare e, attraverso le proprie organizzazioni, intervenire sulle regole attraverso cui quella tecnologia organizza il lavoro. La questione politica torna allora anche sul tempo.

Se una nuova tecnologia consente di produrre la stessa quantità di beni o servizi con meno lavoro umano, la riduzione del lavoro necessario potrebbe tradursi in una riduzione generalizzata dell’orario. Nel rapporto capitalistico, invece, quella stessa possibilità tende a presentarsi al lavoratore nella forma del licenziamento, della dequalificazione o dell’aumento dell’intensità della prestazione di chi rimane.

È per questo che la riduzione dell’orario a parità di salario può assumere un significato che va oltre la semplice redistribuzione, perché pone direttamente la domanda su chi debba appropriarsi del tempo che la società non è più costretta a spendere nella produzione. Appropriarsi del tempo liberato, ricostruire una conoscenza autonoma sui mezzi tecnici e trasformare quella conoscenza in capacità collettiva di intervento sul processo produttivo non appaiono allora come tre questioni separate.

Sono passaggi dello stesso problema, perché una forza produttiva costruita attraverso una crescente socializzazione della conoscenza può diventare realmente emancipatrice soltanto se la sua capacità di ridurre il lavoro necessario non rimane proprietà esclusiva di chi controlla l’infrastruttura.

La soluzione delle Navier-Stokes, gli agenti che oltrepassano i confini previsti dai loro progettisti, la competizione internazionale sull’intelligenza artificiale, le enormi masse di capitale investite nei data center e un rider governato da una piattaforma possono sembrare fenomeni molto lontani. Eppure ciascuno, da un’angolazione differente, mostra come per sviluppare le proprie forze produttive il capitale abbia bisogno di una cooperazione e di una socializzazione della conoscenza sempre maggiori, mentre il controllo sulle infrastrutture e sulla destinazione della ricchezza prodotta continua a concentrarsi.

Più che chiederci se la macchina sia diventata “troppo intelligente”, potrebbe allora essere utile porre il problema al contrario: che cosa accade quando l’intelligenza necessaria alla produzione diventa sempre più sociale, mentre rimane privato il potere di decidere come utilizzarla?

È dentro questa contraddizione che la questione del controllo sulla produzione può acquistare un contenuto concreto. Decidere quali tecnologie sviluppare, con quali ritmi e per quali bisogni significa infatti anche appropriarsi del tempo che esse liberano e costruire la capacità autonoma del lavoro di comprenderne il funzionamento, fino a poter intervenire su quella “scatola nera” digitale dentro cui tende a essere incorporata una parte crescente non soltanto del sapere sociale, ma dello stesso comando sul lavoro.

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