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20/07/2026

La guerra degli Stretti “gemelli”

di Alberto Negri

È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.

Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz, di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).

Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.

Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.

Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.

Nel viaggio dentro la guerra del Golfo tra sciiti iraniani, Hezbollah libanesi e seguaci dello zaydismo come gli Houthi forse è meglio sorvolare sui particolari che Trump e l’Occidente ascoltano malvolentieri perché “esotici”.

Qui si capiscono – non sempre – solo i rapporti di forza. Eccoli allora. Il capo degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi (la leadership deriva da una sola famiglia), al comando di 100mila uomini, ha minacciato l’escalation contro l’Arabia Saudita con missili e droni se Riad continua a colpire le basi aeree yemenite mentre l’Iran ha chiesto al movimento alleato di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane e quelle civili come ha cominciato a fare Trump (ieri 8 morti): ponendo quindi una nuova e concreta minaccia agli approvvigionamenti energetici globali.

Il gruppo yemenita ha completato i preparativi per attaccare le navi mercantili schierando missili e droni vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta d’accesso al Mar Rosso, sfruttando gli altipiani yemeniti che sovrastano Hodeidah e il Golfo di Aden.

Non sono minacce vane. Gli Houthi hanno già lanciato missili contro l’Arabia Saudita dopo aver accusato il regno wahabita di aver bombardato un aeroporto sotto il loro controllo, rompendo così una tregua di quattro anni.

Considerato che l’Arabia Saudita dopo la crisi di Hormuz ha dirottato il 70% delle sue esportazioni energetiche attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, contribuendo a calmierare le quotazioni petrolifere in Europa, qualsiasi attacco diretto in quella zona rappresenterebbe un grave problema anche per i mercati petroliferi. E gli Houthi hanno già attaccato gli impianti energetici sauditi due volte, nel 2019 e nel 2022, bloccando metà della produzione di Riyad.

Non sono solo i sauditi a temerli: il Pakistan, che ha fatto da mediatore tra Iran e Usa con ambizioni evidenti di ampliare la sua influenza regionale, ha le sue truppe schierate al confine tra Arabia Saudita e Yemen, per mantenere una tregua che appare sempre più fragile.

Come si vede gli Houthi, scesi dalle insidiose montagne del Nord dello Yemen come trasandati guerriglieri adolescenti ignorati da tutti, non scherzano. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la devastante campagna genocidaria israeliana a Gaza, gli Houthi hanno iniziato a sparare contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso, affermando di farlo a sostegno dei palestinesi.

Gli attacchi, terminati dopo la «tregua» a Gaza, hanno devastato il trasporto nel Mar Rosso, costringendo le più importanti compagnie a deviare le rotte intorno all’Africa, un percorso molto più lungo e costoso.

Nel Mar Rosso ci sono già tutti i presupposti per una escalation militare. Una missione guidata dagli Stati Uniti, Prosperity Guardian, per ripristinare la navigazione nel Mar Rosso ha comportato ripetuti attacchi contro obiettivi Houthi e una campagna aerea che ha abbattuto centinaia di droni e missili, colpendo anche basi yemenite sulla costa.

A quella Usa si aggiunge la missione Aspides della Ue per proteggere il naviglio mercantile dagli attacchi yemeniti. Sotto comando italiano e quartier generale in Grecia, ha natura strettamente difensiva ma non è detto che possa essere sottoposta a un “riesame strategico”.

Ma cosa succede sull’altro Stretto “gemello” a Hormuz? Al centro c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Teheran non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio.

Washington si oppone categoricamente mentre la repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20% del commercio mondiale di idrocarburi. Finché la questione non sarà risolta qualsiasi accordo Usa-Iran sembra fuori portata.

Certo resta l’incognita più pesante: cosa vuole Trump?. “Se intende raggiungere un accordo con l’Iran dovrà accettare che non ci sia, realisticamente, un ritorno alle condizioni nello stretto di Hormuz precedenti al 28 febbraio”, sottolinea Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv.

Insomma, non può pretendere la libera circolazione – convenzione del mare del resto mai ratificata da Usa e Iran. Ma se vuole ripristinare quello status quo il conflitto appare inevitabile. E con Hormuz potrebbe incendiarsi anche Bab el Mandeb.

È la guerra degli Stretti “gemelli”.

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13/01/2026

Le ambizioni globali degli Emirati Arabi Uniti

Il deciso intervento saudita in Yemen sembra aver fortemente indebolito il cosiddetto Consiglio di Transizione Meridionale (Stc), il movimento che nel dicembre scorso aveva occupato alcune regioni del sud e dell’est del paese rivendicando una sorta di indipendenza, ispirata all’esistenza dello Yemen del Sud come stato autonomo socialista fino al 1990.

Yemen, la sfida emiratina all’egemonia saudita

I bombardamenti della coalizione sunnita guidata da Riad contro alcune basi, convogli dei miliziani e un carico di armi hanno generato una grave crisi nel movimento. Il suo leader Aidarous al Zubaidi, espulso dal Consiglio Presidenziale dello Yemen e denunciato per alto tradimento, è fuggito negli Emirati Arabi passando dal Somaliland.

Nel frattempo le forze del cosiddetto “Scudo della patria” – formalmente agli ordini del cosiddetto “Consiglio presidenziale” yemenita ma in realtà controllate da Riad – sono rapidamente entrate nel governatorato di Aden e hanno preso il controllo di altre province e dell’importante città portuale di Mukalla, cacciando i miliziani dell’Stc.

Nei giorni scorsi il colpo di scena, con la delegazione dell’Stc bloccata in Arabia Saudita, dove si è recata per partecipare ad un negoziato, che annuncia lo scioglimento del movimento e altre componenti della sua leadership che la smentiscono.

Venerdì scorso il segretario del Consiglio di Transizione Meridionale, Abdulrahman Jalal al-Subaihi, ha annunciato lo scioglimento del gruppo allo scopo di preservare la pace e la sicurezza dello Yemen e con i paesi limitrofi. Subito dopo però il portavoce dell’Stc, Anwar al-Tamimi, che si trova ad Abu Dhabi (capitale degli Emirati), ha respinto l’annuncio proveniente dall’Arabia Saudita, affermando che ogni decisione deve essere adottata dalla totalità della direzione del movimento.

In attesa di capire se l’Stc sarà in grado di resistere alle pressioni e alle minacce del governo yemenita e soprattutto dell’Arabia Saudita, è indubbio che gli eventi degli ultimi giorni hanno fortemente ridimensionato la presa degli Emirati Arabi Uniti sul paese diviso e devastato da anni di guerra civile tra la componente sunnita e quella sciita, dagli attacchi dello Stati Islamico, dall’intervento della coalizione internazionale guidata da Riad e recentemente dall’avanzata dei separatisti.

In un contesto di forte frammentazione, sostenendo gli indipendentisti dello Yemen del Sud gli Emirati hanno tentato di ritagliarsi un ruolo nel paese a spese dell’egemonia saudita, puntando al controllo del Golfo di Aden attraverso l’occupazione da parte dell’Stc, foraggiato e influenzato da Abu Dhabi, di alcuni corridoi marittimi e porti strategici.

Ma l’occupazione delle regioni ricche di petrolio di Hadramout e al-Mahra da parte dell’Stc e il dilagare dei separatisti nello Yemen meridionale a spese delle truppe fedeli al governo yemenita internazionalmente riconosciuto (espressione di fatto degli interessi di Riad), ha fatto scattare la reazione dei sauditi che in pochi giorni hanno inferto un duro colpo alle ambizioni dei loro ex soci ed ora competitori emiratini.

La tenaglia di Abu Dhabi a cavallo del Golfo di Aden

Contestualmente alla crisi del “Consiglio di Transizione Meridionale” il governo emiratino ha annunciato il ritiro dallo Yemen, ma è difficile pensare che le truppe di Abu Dhabi – composte per lo più da mercenari – abbandoneranno del tutto le numerose basi disseminate sulla costa yemenita.

Dall’altra parte del Mar Rosso e del Golfo di Aden, del resto, Abu Dhabi è tenacemente impegnato in una strategia diretta ad estendere la sua influenza e il controllo del territorio attraverso il sostegno militare e finanziario a diversi movimenti armati e soggetti regionali che sfidano i loro governi, dal Sudan alla Somalia.

Per estendere il loro raggio d’azione e rafforzare la propria influenza, negli ultimi anni gli Emirati hanno stretto legami sempre più stretti con Israele e puntato a sfruttare le risorse di territori africani sempre più estesi.

Per rastrellare risorse Abu Dhabi non esita a sostenere, in Sudan, la devastante azione delle Forze di Supporto Rapido (RSF) dal generale Mohamed Hamdan Dagalo. Il movimento armato, basato sulle milizie janjaweed composte dalle componenti etniche arabe ed arabizzate dedite alla pulizia etnica, combatte una feroce guerra civile contro il governo e l’esercito del paese con cui fino al 2023 era alleato dopo aver realizzato congiuntamente un colpo di stato nel 2021. Si stima che il bilancio delle vittime sia arrivato a più di 150 mila morti e a 15 milioni di sfollati interni ed esterni in un paese di 45 milioni di abitanti.

Sebbene Abu Dhabi continui a negare ogni supporto alle RSF, ormai le prove del coinvolgimento degli Emirati sono numerosissime, a partire dai rifornimenti di armi (spacciate per aiuti umanitari) passando per l’addestramento delle milizie e i finanziamenti. In cambio le imprese emiratine sfruttano l’oro e altre risorse di cui sono ricche le regioni del sud del Sudan controllate dai miliziani di Dagalo, che a migliaia negli anni scorsi sono andati a combattere in Yemen contro gli Houthi per conto degli Emirati.

Prima di infiltrarsi in Yemen – all’interno della coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita intervenuta nel paese per bloccare l’avanzata delle tribù sciite del nord-ovest del paese – e in Sudan, gli Emirati si erano fatti le ossa in Libia. Nel paese nordafricano, grazie alla frantumazione seguita all’intervento militare occidentale contro Gheddafi, la nascente potenza emiratina ha sostenuto il generale Khalifa Haftar e le fazioni della Cirenaica contro il governo della Tripolitania.

Più recentemente, invece, Abu Dhabi ha puntato alla penetrazione nelle regioni somale in rotta col governo centrale, guarda caso in tandem con la strategia adottata da Israele. Dopo aver blandamente sostenuto la lotta del governo somalo contro le milizie jihadiste pur di estendere la propria influenza sull’altra sponda del Golfo di Aden e del Mar Rosso, il presidente della piccola petromonarchia – lo sceicco Mohammed bin Zayed – ha deciso di appoggiare le regioni separatiste del Somaliland, del Puntland e del Jubaland. Sulla costa delle due entità indipendenti dal debole governo di Mogadiscio, Abu Dhabi ha realizzato alcune basi militari e commerciali. Nel Puntland gli emiratini hanno creato la “Puntland Maritime Police Force”, realizzando a Bosaso una base militare che utilizzano per rifornire di armi le RSF sudanesi; in Somaliland hanno costruito una base militare a Berbera; in Jubaland hanno costruito una base militare nel capoluogo, Chisimaio.

Sempre nel Corno d’Africa, poi, in dal 2020 al 2022 Abu Dhabi ha sostenuto militarmente il governo etiope contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray.

L’irritazione dell’Algeria

Dalle recenti proteste e minacce del governo algerino, inoltre, sembra che i tentacoli di Abu Dhabi si estendano fino al Maghreb. A dicembre, infatti, un organo di stampa ufficiale algerino ha avvisato che il governo della repubblica nordafricana starebbe valutando l’opportunità di interrompere le proprie relazioni con gli Emirati come forma di ritorsione per il sostegno da essi accordato al “Movimento per l’Autonomia della Cabilia” (Mak, basato in Francia e sostenuto anche da Israele e Marocco) che recentemente ha lanciato una campagna per l’indipendenza. Il quotidiano El-Khabar, noto per la sua vicinanza all’esecutivo algerino, ha esplicitamente accusato Abu Dhabi di interferire negli affari interni del paese mettendone a rischio l’unità nazionale e la stabilità.

Inoltre, secondo l’organo di stampa, l’Algeria sarebbe preoccupata per la crescente presenza militare emiratina nel continente africano, per il suo sostegno al Marocco e per lo sviluppo di crescenti relazioni con Israele.

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08/01/2026

I separatisti dello Yemen sono stati quasi cancellati dai sauditi

L’escalation che ha interessato lo Yemen nell’ultimo mese sembra si stia risolvendo velocemente con una resa dei conti interna che porterà alla cancellazione delle forze secessioniste del Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenute dagli Emirati Arabi Uniti (EAU). Tra la fine di dicembre e l’inizio del nuovo anno le iniziative militari dei sauditi, che sostengono il governo riconosciuto internazionalmente, hanno in sostanza annichilito le forze e le conquiste dei separatisti.

Riyad ha risposto con fermezza e Abu Dhabi sembra aver abbandonato i propri proxies. Dopo i bombardamenti sulle postazioni del STC e anche quelli condotti contro navi che trasportavano armi emiratine, gli EAU hanno accettato di ritirare i propri uomini dallo Yemen, con la fine di fatto dell’alleanza anti-Houthi. Lunedì, inoltre, si sono svolte esercitazioni congiunte tra tutti i paesi del Golfo Persico.

La frattura originatasi in Yemen è andata ricomponendosi molto velocemente, e questo sarebbe dovuto essere già un segnale molto chiaro per i vertici del STC… e forse Aidarous al-Zubaidi lo ha capito per tempo. Il leader dei separatisti sarebbe dovuto volare a Riyad martedì, ma non è mai partito, mentre si susseguono voci di una sua fuga tra le montagne di al-Dhale, nonostante le smentite categoriche dei suoi uomini.

Il paradosso è che il STC era anch’egli parte del governo “legittimo”, e difatti mercoledì al-Zubaidi è stato sollevato dai suoi incarichi ed è stato accusato di alto tradimento. Inoltre, sono stati rimossi e deferiti alla procura generale yemenita sia il ministro dei Trasporti sia quello della Cooperazione Internazionale.

Nella stessa giornata del 7 gennaio si è consumato un vero e proprio giallo diplomatico. Infatti, insieme ad al-Zubaidi, doveva esserci una delegazione formata da oltre una cinquantina di alti funzionari del STC. Questa è effettivamente arrivata a Riyad nelle prime ore di mercoledì, ma è letteralmente scomparsa, ed è probabilmente in stato di fermo.

Amr al-Bidh, uno dei responsabili degli affari esteri dei separatisti, ha denunciato a Middle East Eye l’impossibilità di contattare i propri colleghi: sono stati fatti salire su di un autobus, e da quel momento i loro telefoni squillano a vuoto. Nel frattempo, sempre mercoledì, i sauditi hanno lanciato diversi attacchi aerei sulla regione di Dhale, che è appunto una delle roccaforti del STC.

Mentre le forze filo-saudite e i loro sostenitori riprendono il controllo di Aden, appare evidente che l’iniziativa dei secessionisti, i quali si erano persino appena dati una costituzione, è stato un passo molto più lungo della propria gamba. E appare abbastanza chiaro che questo gioco azzardato da parte di Abu Dhabi verso la frantumazione dello Yemen non poteva essere sacrificata per un’implosione regionale. Gli Emirati, che effettivamente avevano invitato alla calma fin dall’inizio, hanno semplicemente osservato la reazione di Riyad.

L’altra ipotesi è che il STC si sia in realtà accordato con la principale causa di destabilizzazione della regione: Israele. Lo scorso settembre al-Zubaidi ha rilasciato un’intervista a un quotidiano emiratino, nella quale aveva già accennato alla possibile proclamazione di uno stato meridionale dello Yemen, e alla volontà di farlo unire agli Accordi di Abramo.

Un tentativo così spregiudicato era certamente già sul piatto delle opzioni due mesi prima dell’offensiva di inizio dicembre. E il parallelo riconoscimento del Somaliland da parte di Tel Aviv, chiudendo il cerchio di alleanze intorno al Golfo di Aden, appare come il quadro entro cui comprendere le ultime vicissitudini. L’indebolimento dei sauditi avrebbe anche assestato un colpo a uno dei più riottosi competitor regionali dei sionisti, mentre l’alleanza anti-Houthi appariva già incapace di procedere.

Insomma, i secessionisti probabilmente verranno “liquidati”, in maniera nemmeno tanto diplomatica, dal governo yemenita sostenuto da Riyad, e gli Emirati perderanno un po’ della propria influenza nella penisola araba. Una battuta d’arresto anche per Israele, che è tuttavia evidente come stia preparando un’ulteriore escalation nel complesso quadrante dell’Asia occidentale e del Corno d’Africa.

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07/01/2026

Bombardamenti sauditi in Yemen, destituito il leader dei separatisti

Almeno venti persone sarebbero rimaste uccise a causa dei bombardamenti aerei condotti dalla coalizione sunnita a guida saudita contro obiettivi del “Consiglio di transizione del Sud” nella provincia di Ad Dali, nel sud-ovest dello Yemen.

Le informazioni sulle vittime sono state fornite da una fonte del governo provinciale ai media russi, precisando che gli attacchi hanno interessato convogli e mezzi militari in movimento. Nel bilancio delle vittime, è stato riferito, figurano anche civili, comprese donne e bambini.

Riadh ha dato una versione diversa degli eventi. Il portavoce della coalizione Turki al Maliki ha affermato che le forze saudite, in coordinamento con il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale (e di fatto strumento degli interessi sauditi) avrebbero condotto “diverse operazioni preventive e mirate” per impedire azioni militari che avrebbero potuto far degenerare ulteriormente la situazione sul terreno. Secondo al Maliki, l’operazione militare è stata lanciata dopo la mobilitazione notturna di forze armate legate al leader del CTS, Aidarous al Zubaidi, dotate di veicoli blindati e armamenti pesanti, in movimento da campi militari verso Ad Dali.

Il “Consiglio di transizione del Sud” si è formato nel 2017 e mantiene proprie formazioni armate e un controllo significativo su aree strategiche del sud, in particolare ad Aden, pur facendo formalmente parte dell’assetto politico sostenuto dalla coalizione a guida saudita.

Nell’ultimo mese, le forze del CTS sostenute dagli Emirati Arabi Uniti hanno assunto “manu militari” il controllo delle province di Hadramaut (ricca di petrolio) e al Mahra, minacciando la secessione dello Yemen meridionale (che fino al 1990 costituiva uno stato indipendente) e scatenando la dura reazione dell’Arabia Saudita.

Secondo quanto riferito da fonti della coalizione araba, il leader del Consiglio di transizione del Sud, Aidarous al Zubaidi, avrebbe lasciato Aden dirigendosi verso una località non nota. Successivamente, il Consiglio presidenziale yemenita ne ha annunciato la destituzione dai propri ranghi e il deferimento alla magistratura, accusandolo di aver minato l’unità e la stabilità del Paese.

Nei giorni scorsi l’Arabia Saudita e il governo yemenita avevano imposto un ultimatum alle forze militari degli Emirati, che dopo poche ore hanno annunciato il loro abbandono del paese.

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05/01/2026

I secessionisti yemeniti sostenuti dagli EAU si danno una costituzione e preparano l’indipendenza

Venerdì scorso, 2 gennaio, il Consiglio di Transizione del Sud (STC), il movimento separatista yemenita sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, ha compiuto un passo formale verso la secessione: l’annuncio di una nuova Costituzione e la presentazione di una tabella di marcia che mira all’indipendenza definitiva attraverso un referendum da tenersi entro i prossimi due anni.

Il governo riconosciuto internazionalmente, di cui faceva parte anche lo stesso STC, si sta trovando nella difficile condizione di dover riconquistare i territori persi a inizio dicembre, col sostegno anche militare dei sauditi. I secessionisti rivendicano la ricostruzione di uno stato indipendente nel sud del paese, come c’è stato tra il 1967 e il 1990 (anche se all’epoca l’allineamento strategico era ben diverso: con l’Unione Sovietica).

Abu Dhabi ha progressivamente spostato il proprio sostegno dal governo centrale ai gruppi armati locali, vedendo nel STC un interlocutore più affidabile per i propri interessi strategici nell’area del Golfo di Aden. Questi si stanno cementando sempre di più con quelli israeliani, mentre aumenta la pressione su Ryad affinché accetti di aderire alla normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv.

Mentre le potenze regionali giocano la loro partita a scacchi, lo Yemen resta intrappolato in una guerra civile che dura da oltre un decennio e che ha già causato una delle peggiori crisi umanitarie del secolo. Al solito, l’ago della bilancia rimane il ruolo destabilizzante del sionismo, come braccio, armato e non, dell’imperialismo occidentale nell’area.

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02/01/2026

Yemen - Dopo il bombardamento saudita, gli Emirati annunciano il ritiro

Nelle ultime settimane il Consiglio di transizione del Sud (Cts), sostenuto da Abu Dhabi e che mira a far rivivere l’ex stato indipendente dello Yemen del Sud, ha invaso ampie zone del Paese mediorientale espellendo le forze governative e i loro alleati, mettendo a dura prova i legami tra Arabia Saudita ed Emirati, che sostengono gruppi rivali all’interno del governo yemenita.

Dopo l’intervento saudita, gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di mettere fine alla loro presenza militare in Yemen, mentre resta aperta la spaccatura tra il governo di Aden riconosciuto dalle Nazioni Unite (e di fatto espressione degli interessi di Riad) e il Consiglio di transizione del sud che all’inizio di dicembre ha preso il controllo di ampie aree nelle province di Hadhramaut e Al Mahra.

A seguito dell’ultimatum del capo del Consiglio di leadership presidenziale yemenita, Rashad al Alimi, il ministero della Difesa emiratino ha annunciato il ritiro completo delle proprie forze armate dallo Yemen, inviate formalmente per sostenere “il contrasto al terrorismo”.

Lo Yemen e gli Emirati avevano stipulato un accordo di difesa congiunta nell’ambito della coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita, intervenuta nel 2015 per sostenere il governo yemenita nella guerra contro il movimento sciita noto come “Houthi”, che attualmente controlla ancora porzioni di territorio nell’ovest del Paese, tra cui la capitale Sana’a.

L’accordo ha consentito alle forze emiratine di operare nello Yemen meridionale e orientale per attività di antiterrorismo e sicurezza portuale, nonché per missioni di supporto in coordinamento con i partner della coalizione araba. Con il suo ultimatum di 24 ore, Al Alimi ha però annunciato la fine di questo accordo. Il capo del Consiglio di leadership presidenziale ha definito la decisione come una misura volta a proteggere i civili e a preservare l’unità e la sovranità nazionale.

L’annuncio di Al Alimi è arrivato dopo che la coalizione sunnita guidata dall’Arabia Saudita ha colpito nella notte tra lunedì e martedì una spedizione militare presso il porto yemenita di Mukalla, che si affaccia sul Golfo di Aden. Secondo quanto reso noto dal portavoce della coalizione araba, Turki al Maliki, due navi provenienti dal porto emiratino di Fujairah erano attraccate lo scorso fine settimana senza autorizzazione, dopo aver disattivato i sistemi di tracciamento. Dalle due imbarcazioni, secondo quanto affermato da Al Maliki, sono state trasferite grandi quantità di armi e veicoli militari per i separatisti del Consiglio di transizione del sud (Cts), sostenuto dagli Emirati. Il bombardamento, realizzato su richiesta del capo del Consiglio di leadership presidenziale, ha preso di mira le armi e alcuni veicoli militari.

Il leader yemenita ha poi annunciato un blocco aereo, terrestre e marittimo di 72 ore su tutti i punti di ingresso nel Paese, dichiarando lo stato di emergenza per 90 giorni.

Quattro degli otto membri del Consiglio di leadership presidenziale dello Yemen, tra i quali figura Aidarus al Zubaidi, a capo dei separatisti del Cts, hanno accusato Al Alimi di aver preso “decisioni unilaterali”, compresa quella relativa all’ultimatum per il ritiro delle forze degli Emirati.

Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, aveva esortato il Cts a ritirarsi dai governatorati di Hadramout e Al Mahra, e a cedere il potere alle autorità locali. Dopo il raid, l’Arabia Saudita ha espresso il proprio rammarico per le azioni intraprese dagli Emirati in Yemen nell’ambito del loro sostegno al Cts, “da considerare come una minaccia per la sicurezza nazionale del Regno e per la sicurezza e la stabilità della Repubblica dello Yemen e della regione”.

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30/12/2025

Netanyahu a Mar-a-Lago, tra Palestina, Somaliland e Yemen

Gli equilibri sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden si evolvono velocemente, palesando che la precipitazione bellica è una tendenza generale di questa fase storica, non un accidente dovuto a qualche “criminale”. Una tendenza che si nutre della crisi dell’imperialismo occidentale e, dunque, del “cane pazzo” israeliano che ne è l’avamposto nel Vicino Oriente.

I criminali, semmai, sono i rappresentanti di questa tendenza bellicista, e ieri il ricercato per crimini di guerra e primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era a Mar-a-Lago, residenza del presidente USA Donald Trump, per discutere della situazione palestinese, ma anche degli altri nodi regionali.

Per ciò che riguarda la Siria, Trump si è limitato a dire che spera che Tel Aviv e Damasco vadano d’accordo. Intanto, continuano le violenze contro gli alawiti sulla costa. Sul fronte del paese dei cedri, non toccato nell’incontro ma accennato ai media da Trump, il disarmo di Hezbollah non è stato raggiunto entro la fine dell’anno, come voleva Tel Aviv.

Il problema, del resto, è che Israele continua a bombardare il sud del Libano, mostrando come le armi del gruppo sciita sono le uniche a poter garantire un minimo di deterrenza verso il terrorismo sionista, mentre Beirut è incapace di difendere i libanesi.

Per quanto riguarda l’Iran, Netanyahu sta premendo per riattaccare Teheran e il suo programma missilistico, e garantirsi anche un largo consenso in vista della grazia chiesta al presidente Herzog e alle prossime elezioni. Interpellato dalla stampa sul tema, il tycoon ha detto che se continuerà a procedere sul dossier dei missili, e soprattutto del nucleare, l’Iran verrà colpito di nuovo.

Su Gaza, è stata ribadita la farsa per cui il cessate il fuoco ha retto e funzionato, nonostante i centinaia di morti causati da Israele. Ad ogni modo, nonostante sia stato ripetuto che tutto è pronto per la fase 2 della tregua, rimane il convitato di pietra: Hamas. Trump lega questo passaggio al disarmo di Hamas, e il disarmo non avverrà senza l’autodeterminazione dei palestinesi, cosa contro cui Tel Aviv ha scatenato un genocidio.

Se, dunque, la situazione sul campo nella Striscia rende impossibile la fase 2, e getta ombre sul fatto che l’unico modo per avviarla sarebbe quello di completare l’opera genocidiaria, l’unico dossier su cui Trump ha voluto dare gli “ordini” a Netanyahu è stato quello della Cisgiordania.

Fonti statunitensi hanno detto ad Axios che Trump è preoccupato della violenza dei coloni contro i civili palestinesi, dell’instabilità finanziaria dell’Anp e dell’espansione degli insediamenti israeliani. Ovviamente, non perché abbia a cuore la causa palestinese, ma perché è convinto che ciò mette a repentaglio sia gli affari a Gaza, sia l’estensione degli Accordi di Abramo ad altri paesi.

Netanyahu avrebbe confermato che si occuperà della questione secondo i desiderata di Trump, ma questo sarebbe come spaccare il proprio governo con i rappresentanti dei coloni, come Smotrich e Ben Gvir. Perdere i 13 voti dei loro due schieramenti nella Knesset significherebbe una crisi di governo irreversibile, perciò ora la palla passa a loro. Rimane il fatto che la colonizzazione della Cisgiordania continua, contro ogni ipotesi di stato palestinese.

Se il cardine intorno al quale ruotano gli eventi dell’area è la questione palestinese, certo per l’impatto umanitario di un genocidio, ma soprattutto dal lato geopolitico e strategico, non bisogna ignorare le propaggini di un conflitto che è regionale. Pochi giorni fa abbiamo reso conto delle frizioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sono riesplose nello scontro tra proxy che operano nello Yemen.

Il 26 dicembre l’aviazione saudita ha colpito le postazioni del Consiglio di Transizione del Sud (STC), il gruppo secessionista che mira alla proclamazione di uno stato dello Yemen meridionale. Per quanto gli emiratini, padrini del STC, abbiano cercato di gettare acqua sul fuoco, la distanza con Riad è evidente ed è stata sancita dai recenti bombardamenti.

Il controllo delle coste yemenite risponde alle volontà strategiche degli Emirati, che vogliono gestire lo stretto di Bab al-Mandab, accesso al Mar Rosso, e i traffici delle zone circostanti. Questo non farebbe che indebolire l’Arabia Saudita, costretta a guardarsi dai suoi confini meridionali, e indebolendo dunque la sua forza relativa nei confronti di Israele.

Gli Accordi di Abramo hanno sancito la convergenza tra le visioni di Tel Aviv e Abu Dhabi, e Netanyahu ha deciso un’ulteriore mossa per rafforzare la propria presenza a ridosso dello Stretto e allo stesso tempo minacciare gli Houthi nella parte nord-occidentale dello Yemen. Il tutto, però, a discapito definitivo della logora stabilità del Corno d’Africa.

Il governo israeliano ha infatti riconosciuto ufficialmente il Somaliland come stato indipendente. Quest’area aveva dichiarato la propria secessione dalla Somalia nel 1991, ma fino ad oggi non era mai stata riconosciuto sovrana da alcun membro delle Nazioni Unite. Questo getta benzina sul fuoco di un paese già “spezzetato” tra varie fazioni, e dove i raid statunitensi, insieme alle vittime civili, si contano a decine solo nel 2025.

È Netanyahu stesso ad aver detto che il riconoscimento del Somaliland si inserisce nello “spirito degli Accordi di Abramo”, ricollegando la scelta politica all’asse creato a livello regionale con gli Emirati. La promessa è quella di portare avanti la cooperazione in settori chiave come tecnologia, agricoltura e salute. Ma è evidente a tutti che la valenza è soprattutto militare e geostrategica, anche contro gli investimenti turchi nell’area.

Una maggiore presenza in un Somaliland indipendente e alleato offrirebbe a Israele e ai suoi partner un accesso privilegiato al porto di Berbera, completando la morsa sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden. Il 27 dicembre una dichiarazione congiunta di 21 paesi musulmani e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha condannato il riconoscimento israeliano del Somaliland. Gli Emirati non erano tra i firmatari.

Molto netta anche la presa di posizione del leader di Ansarallah, Abdul-Malik al-Houthi (appunto, il movimento degli “Houthi”). I media hanno diffuso un discorso in cui viene dichiarato che qualsiasi presenza israeliana nel Somaliland è una minaccia alla sicurezza regionale e sarà considerata un obiettivo militare dalle forze yemenite.

Il 29 dicembre anche il ministro degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione condannando il riconoscimento del Somaliland, subito dopo che il suo omologo di Taiwan ha affermato che l’arcipelago, Israele e il Somaliland sono “partner democratici che condividono i valori della democrazia, della libertà e dello stato di diritto”. Taipei e Tel Aviv stanno stringendo i rapporti quali avamposti dell’imperialismo statunitense in due aree del globo che per Washington sono strategiche.

La secessione del sud dello Yemen e quella del Somaliland sembrano ora due facce della stessa medaglia, che si collegano ai progetti coloniali su Gaza: un disegno strategico che mira a ridisegnare i confini della regione per porre una pietra tombale sull’autodeterminazione dei palestinesi e garantire il controllo delle rotte marittime globali, a costo di innescare nuovi e sanguinosi focolai di guerra.

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20/12/2025

Nello Yemen si ridisegna la mappa dell’Arabia meridionale

di Elfadil IbrahimThe Arab Weekly

Mentre le capitali mondiali osservano con ansia le rovine fumanti di Gaza, un importante cambiamento sta sconvolgendo l’equilibrio di potere nell’Arabia meridionale. All’inizio di dicembre, in un’offensiva lampo soprannominata “Il futuro promettente”, le forze fedeli al Consiglio di transizione meridionale (STC) hanno invaso Seiyun, la capitale amministrativa della vasta regione di Hadramout in Yemen. Il gruppo ha giustificato l’azione come una campagna per reprimere le rotte del contrabbando di armi verso gli Houthi, combattere i gruppi estremisti (tra cui lo Stato Islamico e al-Qaeda nella penisola arabica) e ripristinare la stabilità nella regione.

Grazie al sostegno della potenza di fuoco degli Emirati, i secessionisti non solo hanno rafforzato la loro presa sul sud fino al confine con l’Oman, ma hanno anche messo in sicurezza il polmone economico del Paese, che ospita l’80 percento delle sue riserve petrolifere. Nella polvere dell’avanzata, i soldati issarono la bandiera della Repubblica Popolare Democratica dello Yemen (PDRY), lo stato socialista che si sciolse e si fuse con lo Yemen settentrionale nel 1990. Così facendo, non solo dichiararono morta l’unione, ma portarono anche alla luce le tensioni latenti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Per comprendere la disgregazione dello Yemen meridionale, bisogna guardare oltre le schermaglie locali e concentrarsi sulle capitali del Golfo. Quando la coalizione guidata dall’Arabia Saudita intervenne nel 2015, l’obiettivo era ripristinare il governo centrale e cacciare gli Houthi dalla capitale dello Yemen, Sana’a. Dieci anni dopo, gli Houthi rimangono trincerati nel nord, mentre il sud è diventato una scacchiera per le ambizioni divergenti della coalizione.

L’Arabia Saudita, che condivide un confine lungo e poroso con lo Yemen, brama stabilità. Considera Hadramout il suo cortile di casa, una zona cuscinetto contro il caos e un potenziale corridoio per un oleodotto verso il Mar Arabico, aggirando la morsa dello Stretto di Hormuz.

A tal fine, Riad sostiene il Consiglio Presidenziale di Leadership (PLC), l’organismo composto da otto membri creato nel 2022 per governare le aree frammentate dello Yemen non controllate dagli Houthi. Il consiglio è stato concepito per riunire sotto un unico tetto signori della guerra e pesi massimi della politica, rafforzando il ruolo del governo nei negoziati con gli Houthi e riportando il Paese verso la stabilità.

Gli Emirati Arabi Uniti, al contrario, vedono lo Yemen da una prospettiva completamente diversa. Hanno scarso interesse per il caotico e popoloso nord; Abu Dhabi, invece, cerca di controllare la costa meridionale per assicurarsi le rotte di navigazione e proiettare il suo potere nell’Arabia meridionale e nel Corno d’Africa, un’ambizione dimostrata dall’occupazione di fatto e dalla militarizzazione dell’arcipelago di Socotra. Per perseguire i suoi obiettivi, ha rafforzato l’STC, una forza laica e secessionista che deve la sua esistenza alla generosità degli Emirati e si allinea all’implacabile ostilità di Abu Dhabi verso l’Islam politico.

I recenti eventi a Seiyun hanno rappresentato il culmine di questa strategia. Per anni, la “Prima Regione Militare”, una forza fedele al vecchio stato unificato e allineata agli interessi sauditi, ha controllato l’interno dell’Hadramout, mentre il CST, sostenuto dalle “Forze d’élite” finanziate dagli Emirati, controllava la costa. Ora, il CST si è spinto verso l’interno, espellendo i resti dell’esercito nazionale e conquistando i giacimenti petroliferi, conferendo alla forza separatista una leva economica e la contiguità territoriale.

Mentre i funzionari degli Emirati Arabi Uniti sostengono formalmente che la loro posizione è “in linea con quella dell’Arabia Saudita nel sostenere un processo politico”, la reazione di importanti voci emiratine è stata trionfante. Abdulkhaleq Abdulla, un politologo che spesso riflette il pensiero di Abu Dhabi, ha scritto che “il Sud arabo sta vivendo un momento storico”, esortando il Golfo a riconoscere lo “Stato dell’Arabia Meridionale” come un fatto compiuto.

Ciò lascia il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, incarnato dal Consiglio di Sicurezza Nazionale (PLC), in uno stato di farsa. L’organismo è una caotica alleanza di fazioni rivali (secessionisti, tribalisti del nord, islamisti, salafiti) unite solo dall’odio per gli Houthi. Il capo del PLC e presidente yemenita riconosciuto a livello internazionale, Rashad al-Alimi, si trovava ad Aden quando è iniziata l’offensiva, ma mentre i suoi partner del Consiglio di Sicurezza Nazionale (STC) assaltavano le strutture governative, al-Alimi ha fatto le valigie ed è volato a Riyadh. Da lì, ha rilasciato una dichiarazione in cui respingeva le “azioni unilaterali”, un eufemismo diplomatico per un colpo di Stato all’interno del suo stesso campo.

Nello Yemen settentrionale, gli Houthi osservano con un misto di giubilo e calcolo. Per anni hanno giustificato la loro espansione e il loro dominio sostenendo di difendere lo Yemen dalle aggressioni straniere. La vista di forze sostenute da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che si contendono i pozzi petroliferi nell’est è un regalo di propaganda, che rafforza la loro narrativa secondo cui il PLC è un burattino incapace di governare. Mohammed Al-Farah, membro dell’ufficio politico degli Houthi, ha sfruttato le lotte intestine per liquidare le fazioni rivali come semplici “strumenti affiliati agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita” che “non rappresentano un progetto nazionale”.

Sul piano interno, gli Houthi stanno affrontando una grave crisi finanziaria, le entrate portuali sono evaporate sotto la duplice pressione degli attacchi aerei israeliani e delle conseguenze del loro stesso assalto alle navi mercantili del Mar Rosso. Eppure, il fratricidio tra i loro nemici nominali offre un’ancora di salvezza. I ribelli bramano da tempo le ricchezze di idrocarburi di Marib e Hadramout, risorse che avrebbero dovuto essere condivise nell’ambito di una roadmap delle Nazioni Unite, ma che il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha ora di fatto incenerito. Se la coalizione anti-Houthi dovesse ulteriormente frammentarsi, i ribelli potrebbero decidere che è giunto il momento di spingersi verso est.

Per le Nazioni Unite e la comunità internazionale, che ha trascorso un decennio cercando di rimettere insieme lo Yemen, questi sviluppi sono catastrofici e vanificano un decennio di diplomazia. La roadmap di pace delle Nazioni Unite si basa su negoziati binari tra gli Houthi a Sana’a e un governo unificato ad Aden. Alla luce dell’offensiva del Consiglio di Sicurezza Nazionale (STC), i mediatori si chiedono senza dubbio come negoziare un cessate il fuoco a livello nazionale quando la parte governativa sta attivamente dividendo la nazione che afferma di rappresentare.

Quindi, l’unità dello Yemen è definitivamente perduta? La mappa e l’umore sul campo suggeriscono che non ci sia ritorno. Una squadra militare congiunta saudita-emiratina è atterrata frettolosamente ad Aden, apparentemente incaricata di respingere le recenti avanzate del Consiglio di Sicurezza Nazionale (STC) e di mettere insieme una de-escalation che salvasse la faccia. Invece, il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha raddoppiato gli sforzi, lanciando una nuova offensiva militare nella provincia di Abyan per schiacciare le rimanenti sacche di resistenza. Contemporaneamente, il suo braccio mediatico, l’AIC, sta trasmettendo scene di giubilo da Aden, proiettando una narrazione di liberazione irreversibile.

La retorica dall’alto è altrettanto esplicita. Aidarous al-Zubaidi, il leader dell’STC, ha informato i vertici del gruppo sulla costruzione di istituzioni nel “futuro Stato dell’Arabia Meridionale”. Sul campo, nel Wadi appena conquistato, il generale di brigata Saleh bin al-Sheikh Abu Bakr (noto come Abu Ali al-Hadrami), comandante delle forze di “Supporto alla Sicurezza” dell’STC, è stato ancora più dettagliato, proponendo una visione del futuro pensata per placare i timori locali di un’eventuale dominazione da parte di Aden.

Rivolgendosi agli anziani delle tribù, ha promesso una rottura con il passato centralizzato: “All’interno dell’Arabia Meridionale, sarà federale. Ogni governatorato si autogestisce... le forze di polizia saranno locali in ogni governatorato”.

Sebbene la visita saudita-emiratina ad Aden non abbia portato al ritiro dell’STC, ciò che è davvero interessante dell’episodio è che sauditi ed emiratini mantengono una parvenza di cooperazione nonostante una chiara frattura sul terreno. La partecipazione degli Emirati Arabi Uniti alla delegazione congiunta è indubbiamente calibrata, consentendo ad Abu Dhabi di proteggere i guadagni territoriali dell’STC evitando al contempo una rottura diplomatica pubblica e totale con Riad. Gli Emirati sono senza dubbio desiderosi di preservare l’unità visiva della coalizione contro gli Houthi e i loro protettori iraniani, anche se stanno attivamente smantellando lo Stato che la coalizione avrebbe dovuto restaurare.

Nel frattempo, il regno è stato messo alle strette dalla pazienza strategica degli Emirati Arabi Uniti e dalla fragilità dei suoi stessi alleati. I suoi principali partner sul territorio, la Prima Regione Militare, un residuo del vecchio esercito nazionale, e le Forze Scudo Nazionale, un’unità salafita creata da Riyadh appositamente per contrastare l’STC, sono crollati durante l’offensiva, cedendo territorio e basi con una resistenza minima. Le notizie secondo cui le truppe saudite si sarebbero ritirate da posizioni simboliche chiave, tra cui il palazzo presidenziale di Aden, sottolineano quanto l’influenza del regno sia svanita.

Con la tabella di marcia delle Nazioni Unite per la pace in fase di supporto vitale e nessuna intenzione da parte di Riyadh di riavviare una costosa guerra di terra contro i delegati del vicino, il regno sarà probabilmente costretto a ingoiare una pillola amara, accettando un sud dominato dagli Emirati Arabi Uniti come un fatto compiuto.

Ciò non porta all’unità, ma all’effettiva ripartizione del Paese. Il risultato è quello che un analista ha definito “due Yemen e mezzo”: un nord controllato dagli Houthi, un sud controllato dall’STC e un governo residuo impotente, ridotto a controllare solo Marib e Taiz, territori assediati dagli Houthi a nord e dall’STC e dalle forze del generale di brigata Tariq Saleh a sud e a est.

La questione non è più se Riad riuscirà a rimettere insieme lo Yemen, ma quale nuovo equilibrio riuscirà a negoziare per sé stessa in un Paese che non controlla più.

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29/08/2025

Medio Oriente, Israele alza la posta

Tra Siria e Yemen, Israele alza la posta delle sue operazioni militari fuori dalla Palestina a un livello non più visto dopo la fine della guerra dei dodici giorni con l’Iran.

Nella giornata di ieri, la Siria e lo Yemen sono stati teatro di estesi attacchi da parte dell’Israel Defense Force, volti a consolidare la proiezione di Tel Aviv nello scenario mediorientale: nel Paese confinante, i caccia e i missili israeliani hanno colpito nella prossimità di Damasco, ed è andato in scena un inedito raid di forze di terra trasportate in elicottero che hanno colpito per due ore sul suolo siriano una base militare dell’esercito di Ahmad al-Sharaa.

Bombe sullo Yemen, decapitato il governo Houthi

In Yemen pesanti raid hanno colpito la capitale Sana’a controllata dai ribelli Houthi, portando all’uccisione del primo ministro del governo del gruppo militante sciita che contende la leadership sul Paese della penisola arabica a quello internazionalmente riconosciuto, Ahmed al-Rahawi.

“Il quotidiano Aden Al-Ghad aggiunge che Rahawi è stato ucciso insieme ad alcuni dei suoi compagni”, nota il Times of Israel, aggiungendo che “dai resoconti sembrerebbe che si sia trattato di un attacco seguito a quello iniziale che avrebbe preso di mira 10 ministri senior degli Houthi, tra cui il ministro della Difesa Mohamed al-Atifi, mentre si erano radunati in un luogo fuori Sanaa per ascoltare un discorso programmato dal leader del gruppo, Abdul Malik al-Houthi”. Non ci sono notizie circa la sorte di Muhammad Al-Ghamari, capo di Stato Maggiore degli Houthi, che sarebbe stato tra i bersagli di Tel Aviv, anche se alcuni canali Osint parlano sia della sua morte che di quella di al-Atifi come probabile.

La mossa è significativa perché si tratta di un salto di qualità degli strike di Israele contro gli ultimi esponenti dell’asse sciita filo-iraniano capaci di esercitare una credibile deterrenza militare contro Tel Aviv e i suoi alleati, di colpire il traffico marittimo nel Mar Rosso e di condizionare gli scenari regionali. Inoltre, dall’inizio dei raid anglo-americani del gennaio 2024 si tratta dei colpi più duri inflitti alla leadership Houthi dagli attacchi di Londra, Washington e Tel Aviv.

Un messaggio ad Ankara e Teheran

Lette in parallelo, le due manovre sono da vedere come una proiezione militare di Israele oltre il teatro di Gaza, che per Tel Aviv rischia di trasformarsi in un pantano e in un buco nero politico, e come un chiaro messaggio ai due maggiori rivali regionali: Turchia e Iran. Colpendo l’esercito di Damasco Israele vuole esercitare la deterrenza militare su una forza armata percepita come una proiezione politica di Ankara, con cui una partita a scacchi regionale è in atto dopo la caduta di Bashar al-Assad. Attaccando in Yemen, invece, Israele potenzia la sua strategia di contenimento della sfera regionale di Teheran dopo la guerra di giugno e rinverdisce la strategia di eliminazione mirata dei leader vicini alla Repubblica islamica sciita, mostrando inedite capacità di proiezione e identificazione obiettivi.

Nel quadro di un confronto a distanza che dopo la guerra sta riassumendo la forma della guerra-ombra, Israele manda un messaggio: è ancora ampiamente capace di attacchi mirati e operazioni di decapitazione, come a sottolineare che potrebbe esser pronta a finire il lavoro interrotto a giugno in una guerra dove la supremazia tattica si è tramutata in uno scacco strategico. Nel quadro di un contesto geopolitico critico che spinge nella direzione di un secondo conflitto tra Teheran e Tel Aviv, mosse come questa hanno il ruolo di preparare grandi manovre future.

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11/08/2025

Il colonialismo glamour della “famiglia reale” inglese

La Regina Elisabetta non è stata un semplice simbolo del passato coloniale, non è stata un residuo, un’ombra sbiadita di un’epoca buia, ne è stata parte attiva, lucida, presente, complice.

La morte non dovrebbe trasformare nessuno in una figura intoccabile o santa, nemmeno, e forse soprattutto, i sovrani. Non può cancellare la responsabilità, né riscrivere la storia, non può coprire il sangue con la seta del silenzio.

Questa è una fotografia della Regina Elisabetta ad Aden, nel 1954, sorridente, regale, in visita a quella che allora era una colonia britannica. Negli anni successivi, sotto il suo regno, il Sud dello Yemen avrebbe conosciuto l’orrore: oltre 200.000 yemeniti deportati o uccisi nel tentativo di soffocare le spinte indipendentiste.

Nello stesso tempo, in Kenya, l’Impero costruiva campi di concentramento per schiacciare la ribellione dei Mau Mau, una generazione di africani spezzata, torturata, umiliata.

E ancora, in Nigeria, si compiva uno dei più grandi orrori del Novecento, il genocidio del popolo Igbo: più di tre milioni di vite cancellate, un milione di donne, trecentomila bambini. Tutto per impedire l’indipendenza del Biafra, tutto per proteggere interessi petroliferi. Il sangue innocente è sempre il prezzo più alto del potere.

E mentre questi crimini si consumavano, l’Operazione Legacy cancellava le prove, distruggeva archivi, eliminava ogni traccia del colonialismo più crudele. In Canada, sotto l’egida della Corona, le scuole residenziali indottrinavano, abusavano, uccidevano bambini indigeni.

E a Buckingham Palace, fino alla fine degli anni ’60, le persone appartenenti a minoranze etniche venivano escluse dal lavoro, non per caso, per legge, per razza.

Questo è il vero lascito della Regina Elisabetta, non solo corone e cavalli, tè e parate, ma un’eredità di violenza coloniale e saccheggio, di razzismo istituzionalizzato e memoria negata.

E mentre il mondo si inginocchia davanti al sangue blu, io scelgo di ricordare un altro sangue, quello rosso, quello che non ha mai avuto una voce, né una lapide degna.

Il sangue dei bambini Igbo, delle donne yemenite, degli anziani kikuyu, dei popoli indigeni cancellati dalla storia.

Per favore, ricorda: la Regina Elisabetta non è stata un residuo del colonialismo, ne è stata parte attiva. E noi, oggi, dobbiamo ancora fare i conti con le sue cicatrici.

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16/06/2025

La guerra tra Israele e Iran e i possibili sviluppi strategici

(Aggiornato alle ore 23,55)

Mentre pubblichiamo questo articolo, alle ore 16 del 15 giugno, una nuova ondata di missili iraniani si sta abbattendo su Israele dopo gli attacchi nel cuore di Teheran, dove sono state avvertite numerose esplosioni.

Nella mattina di oggi, per la seconda giornata consecutiva il 14 giugno l’Iran ha risposto con una pioggia di missili agli attacchi israeliani che hanno preso di mira installazioni militari e legate al programma nucleare. Uno scambio di colpi che nelle scorse ore ha provocato 8 morti, 150 feriti (forse 200) e 35 dispersi tra i civili secondo le fonti israeliane (l’agenzia di soccorso Magen David Adom – MDA) che ovviamente non fanno cenno a perdite militari umane e materiali.

Numerose le esplosioni a Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme e presso installazioni militari a conferma che i missili balistici iraniani continuano a perforare i diversi livelli della difesa aerea israeliana. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha parlato di “mattina triste e difficile”, esprimendo cordoglio alle famiglie colpite.

La sera del 14 giugno oltre 40 missili balistici sono stati lanciati dall’Iran verso l’area di Haifa e la Galilea. Secondo Channel 12, diversi missili non sono stati intercettati e hanno colpito i propri obiettivi. La televisione iraniana ha riferito di oltre 100 missili lanciati la sera del 14 giugno contro Israele.

Più tardi l’IDF ha rilasciato un comunicato in cui parlava di 70 missili e decine di droni lanciati dall’Iran. La TV siriana ha riferito invece di decine di missili lanciati dall’Iran caduti in Siria, conferma indiretta che molte intercettazioni avvengono nello spazio aereo di Damasco: del resto l’IDF ha fatto sapere che l’aviazione israeliana ha intercettato dozzine di missili, anche al di fuori dello spazio aereo israeliano, vale a dire nei cieli di Siria e Giordania.

Secondo fonti militari, i missili usati da Teheran non sono manovrabili né ipersonici, smentendo le rivendicazioni iraniane sull’impiego del missile guidato “Haj Qassem”. Resta però il fatto che fin dagli attacchi iraniani dell’aprile 2024 un numero crescente di ordigni iraniani colpisce i bersagli in Israele, dove le autorità sono sempre molte attente nel non rivelare dettagli su obiettivi colpiti e perdite subite.

Anche le milizie yemenite Houthi hanno rivendicato il lancio di due missili balistici ipersonici Palestine 2 su Tel Aviv, in coordinamento con gli alleati iraniani. Lo riporta la stampa israeliana, secondo la quale alle Israel Defense Forces non risultano tuttavia lanci di missili dallo Yemen nelle ultime 24 ore.

Si è trattato di “un’operazione militare contro obiettivi sensibili del nemico israeliano” nel centro di Israele, si legge in un comunicato stampa della milizia yemenita. Secondo le IDF l’Iran aveva lanciato circa 200 missili balistici e da crociera contro Israele in diverse salve. La maggior parte dei missili è stata intercettata dalle difese aeree e solo 22 avrebbero colpito il territorio israeliano secondo l’IDF che in precedenza aveva affermato che circa il 25%, meno di 50, non è stato intercettato consentendo agli iraniani di colpire aree disabitate senza causare danni a infrastrutture critiche.

Un “piccolo numero” di missili è riuscito a superare le difese aeree, afferma l’IDF, e ha causato vittime e danni, anche in aree residenziali di Tel Aviv, Ramat Gan e Rishon Lezion, nel centro di Israele. Nell’impatto dei missili tre israeliani sono rimasti uccisi e circa 70 sono rimasti feriti. Diversi droni lanciati contro Israele durante la notte del 13 giugno sono stati abbattuti anche dall’Aeronautica e dalla Marina israeliane. Questo dopo che 100 droni lanciati dall’Iran venerdì sono stati intercettati.

Come di consueto si tratta di dati non al momento verificabili. Israele non riferisce né i danni né le perdite subite mentre lo stato maggiore iraniano ha minacciato di usare 2.000 missili nei suoi prossimi attacchi contro Israele.

Numero da prendere con le molle ma forse credibile considerato che lo US Central Command valutava nel 2023 in circa 3mila il numero di missili balistici iraniani, in parte utilizzati negli scontri degli ultimi 20 mesi o ceduti a milizie alleate (come gli Houthi) anche se non si può escludere che la produzione sia stata potenziata, secondo fonti occidentali anche per rifornire la Russia impegnata nella guerra in Ucraina, così come non si può escludere che Israele sia davvero riuscito a distruggere un gran numero di rampe, missili balistici e un deposito sotterraneo nella regione di Kermanshah, nell’Iran Occidentale. Ieri l’IDF aveva reso noto su X di aver continuato a colpire “decine di postazioni di lancio di missili superficie-superficie” in Iran.

L’agenzia di stampa Sabreen ha riferito ieri che un grande incendio è scoppiato dopo “scontri aerei” sopra la città di Kermanshah.

Poco prima di lanciare gli attacchi missilistici, nella serata del 14 giugno, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane aveva avvertito che gli attacchi contro Israele diventeranno “più pesanti ed estesi” se Israele continuerà a colpire l’Iran.

Sul fronte opposto le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato di aver attaccato gli uffici del Ministero della Difesa a Teheran e la sede centrale dell’Organizzazione per l’Innovazione e la Ricerca sulla Difesa (SPND), oltre ad altri obiettivi “legati al progetto di armi nucleari del regime iraniano”.

Nella notte, oltre 70 caccia israeliani hanno lanciato un attacco significativo contro obiettivi a Teheran e il cuore del regime. “La strada per Teheran è stata spianata“, ha dichiarato un portavoce dell’IDF.

I media iraniani come Press TV e l’agenzia di stampa Tasnim hanno anche riportato un incendio nella raffineria di Shahran, vicino a Teheran, anch’essa colpita ma fonti citate dall’agenzia Mehr hanno negato più tardi che la raffineria sia stata danneggiata dagli ultimi attacchi israeliani precisando che l’incendio scoppiato nell’area ha interessato un deposito di carburante nelle vicinanze che ha una capacità di stoccaggio di 260 milioni di litri, suddivisa in 11 tanker e che fornisce fino a 7 milioni di litri di carburante al giorno alla regione della capitale.

Ieri l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha reso noto che un drone israeliano ha colpito una raffineria strategica nella città portuale di Kangan, nel sud dell’Iran, provocando una potente esplosione e un vasto incendio. È stata colpita la sezione 14 del giacimento di gas South Pars, uno dei più importanti impianti energetici del Paese. Anche l’agenzia Tasnim ha confermato l’attacco, parlando di un’esplosione violenta e di un incendio in corso. Il sito si trova nella provincia costiera di Bushehr.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che l’IDF “colpirà i siti e continuerà a spellare il serpente iraniano a Teheran e ovunque, privandolo delle capacità nucleari e dei sistemi d’arma”. Inoltre l’IDF ha invitato i civili iraniani ad allontanarsi dalle aree “vicine alle installazioni militari”.

“Teheran brucia” aveva detto ieri Katz annunciando di aver colpito il ministero della Difesa, il quartier generale del programma nucleare iraniano, laboratori e impianti petroliferi situati nei pressi della capitale.

Avichay Adraee, portavoce di lingua araba delle Israel Defence Forces, in un comunicato su X ha “chiesto l’evacuazione immediata di tutti coloro che si trovano attualmente nelle vicinanze o all’interno di installazioni militari in Iran”, aggiungendo che “le loro vite sono in pericolo”.

Da quando Israele ha lanciato la sua vasta offensiva contro l’Iran, la notte tra il 12 e il 13 giugno, più di 100 persone sono morte in Iran a causa degli attacchi, tra cui una decina di alti ufficiali e 9 scienziati nucleari che lavorano ai progetti di arricchimento dell’uranio del Paese.

Le immagini satellitari scattate la mattina del 14 giugno da Maxar Technologies rivelano danni a diversi edifici nel sito nucleare iraniano di Natanz (nella foto sotto) a seguito degli attacchi israeliani, come riporta la BBC. L’immagine mostra gravi danni a tre edifici e segni di bruciature intorno ad altre due strutture, una delle quali sembra essere una sottostazione elettrica.
Ieri il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha detto al Consiglio di sicurezza dell’Onu che “la parte in superficie dell’impianto pilota di arricchimento del combustibile, dove l’Iran produceva uranio arricchito fino al 60% di U-235, è stata distrutta”.

Le difese aeree sono entrate in azione nella città di Bandar Abbas, sulla costa meridionale dell’Iran, a causa di “una nuova ondata di attacchi israeliani”. Lo riporta l’emittente iraniana Press Tv. Il 14 giugno la rappresentanza iraniana all’ONU ha reso noto un bilancio delle vittime degli attacchi israeliani di 78 morti e oltre 320 feriti, salito il giorno dopo secondo il ministero della Sanità ad almeno 128 i morti tra cui 40 donne e circa 900 feriti.

Funzionari israeliani e statunitensi hanno dichiarato alla CNN che le operazioni contro l’Iran dureranno “settimane, non giorni” e procedono con l’approvazione implicita degli Stati Uniti. Approvazione ma non coinvolgimento, secondo quanto riportato da Axios “Israele ha chiesto agli Usa di unirsi alla guerra e ha esortato l’amministrazione Trump a partecipare alla guerra con l’Iran per eliminare il suo programma nucleare”.

Lo ha scritto su X il giornalista Barak Ravid di Axios, aggiungendo che “un funzionario statunitense mi ha detto che al momento l’amministrazione non sta prendendo in considerazione una simile iniziativa”.

Ieri l’IDF ha annunciato di aver eliminato oltre 20 alti comandanti appartenenti alle forze militari e di sicurezza iraniane dall’inizio dell’operazione Rising Lion.

Oggi le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato in un comunicato che 7 comandanti di alto rango della loro forza aerospaziale sono stati uccisi, insieme al comandante in capo delle forze Amirali Hajizadehm, morto venerdì. Nel comunicato si legge che tra i comandanti figurano Mahmoud Bagheri, Davoud Sheikhan, Mohammad-Bagher Taherpour, Mansour Safarpour, Masoud Tayyeb, Khosro Hassani e Javad Jarsara. La morte di Hajizadeh è stata annunciata venerdì.

Le IDF hanno condotto nella notte tra sabato e domenica una serie di raid mirati in Yemen, nel tentativo di colpire Muhammad Abd al Karim al Ghamari, capo di Stato Maggiore delle milizie Houthi. Lo ha confermato oggi una fonte militare israeliana al quotidiano Jerusalem Post. “Presto sapremo se l’operazione ha avuto successo”, ha dichiarato una fonte israeliana citata dal giornale. I bombardamenti sull’obiettivo in Yemen sono avvenuti in parallelo ad altre operazioni condotte dall’aeronautica israeliana contro postazioni iraniane a Teheran.

L’Iran ha attivato le difese aeree nella città portuale di Bandar Abbas e in sei altre regioni: Hormozgan, Kermanshah, Lorestan, Qom, Azerbaigian orientale e Khuzestan, secondo quanto riferito dai media iraniani.

Nel primo pomeriggio del 15 giugno l’Aeronautica Israeliana ha detto di aver intercettato circa 20 droni che sono stati lanciati dall’Iran in appena un’ora mentre in un nuovo bilancio aggiornato l’IDF ha riferito di aver attaccato in meno di tre giorni più di 170 obiettivi e oltre 720 infrastrutture militari.

In serata l’aeronautica israeliana ha affermato di aver attaccato e distrutto siti di produzione di missili terra-terra, siti radar e lanciamissili terra-aria intorno a Teheran. Il portavoce dell’IDF ha affermato che l’attacco è stato effettuato sotto la direzione della Direzione dell’Intelligence.

Secondo un bilancio redatto dall’organizzazione Human Rights, gli attacchi israeliani in Iran hanno causato almeno 406 morti e 654 feriti. I numeri sono riportati anche dall’Associated Press. L’organizzazione, che ha sede a Washington, ha verificato le notizie locali con una rete di fonti che ha sviluppato nel paese. Il governo iraniano non ha fornito dati complessivi sulle vittime causate da tre giorni di attacchi nel paese. Spesso sono le autorità locali a fornire dati parziali.

In seguito agli attacchi missilistici iraniani, particolarmente intensi intorno ad Haifa e nel nord di Israele l’Autorità israeliana per l’aviazione civile ha annunciato la chiusura totale dello spazio aereo nazionale e di tutti gli aeroporti, in risposta all’attacco in corso.

L’IDF ha ribadito che “la difesa non è ermetica”, ammettendo di fatto che Israele si conferma ancora una volta vulnerabile nonostante i diversi avanzati sistemi di difesa aerea adottati. Alle 20 l’annuncio dell’imminente arrivo di una nuova ondata di missili balistici iraniani.

In tarda serata l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha confermato che il capo del dipartimento di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Kazemi, e altri due ufficiali sono stati uccisi a Teheran dalle incursioni israeliane. Per sottrarsi alle uccisioni mirate compiute dagli israeliani secondo Iran International, che cita due fonti informate, la Guida Suprema, Ali Khamenei, “è stato trasferito in un bunker sotterraneo a Levizan, a nord-est di Teheran, poche ore dopo l’inizio degli attacchi israeliani su Teheran venerdì mattina”. Secondo il rapporto tutti i familiari di Khamenei, incluso il figlio Mojtaba, sarebbero con lui.

Il rischio di coinvolgimento dell’Occidente

Alla CNN un funzionario statunitense ha detto che “l’amministrazione Trump è fermamente convinta che la situazione possa essere risolta continuando i negoziati con gli Stati Uniti” aggiungendo che gli Stati Uniti non hanno intenzione di ordinare a Israele di fare altro che difendersi.

Interessante il linguaggio utilizzato con un’espressione che sottintende il concetto di “difesa preventiva” così caro a tanti a Washington e che riprende concetti datati ma periodicamente rilanciati. Sono almeno 30 anni che statunitensi e israeliani lanciano l’allarme per la bomba atomica che l’Iran potrebbe possedere “in pochi mesi” ed evocano e compiono attacchi al programma nucleare, non necessariamente cinetici come il cyber-attack StuxNet che nel 2010 sembra abbia paralizzato le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.

L’ambiguità, se non l’imbarazzo, di Trump e della sua amministrazione sono evidenti. Prima si è dissociato dagli attacchi alla vigilia di un nuovo round di negozia tra USA e Iran sul programma nucleare di Teheran. Poi ha difeso la decisione di Benjamin Netanyahu negando un ruolo militare americano nell’operazione. Successivamente Trump ha plaudito ai raid israeliani e alla eliminazione dei vertici militari iraniani auspicando che inducano l’Iran ad accettare la rinuncia al nucleare. Infine è emerso che lo US Central Command statunitense, responsabile per l’area mediorientale, avrebbe fornito supporto di intelligence, aerei radar e da rifornimento in volo ai velivoli da combattimento israeliani. Elementi che lasciano aperto il dubbio se Trump nell’attacco all’Iran sia alleato di Israele valutando che un Iran indebolito accetterà un negoziato, oppure se sia “ostaggio” delle decisioni israeliane.

Il rischio è che il risultato possa essere opposto a quanto auspicato da Washington. Cioè che l’Iran non si fidi più degli Stati Uniti e dell’Occidente (come la Russia dopo gli accordi di Minsk per la guerra in Donbass), rifiuti di negoziare sotto attacco israeliano e persegua direttamente l’acquisizione di armi nucleari per garantirsi una deterrenza che la metta al riparo da ogni minaccia.

Esattamente lo stesso percorso intrapreso a suo tempo dalla Corea del Nord oggi “inattaccabile” grazie alle sue 30 o più testate nucleari. Con la differenza che l’Iran non è isolato come lo era la Corea del Nord e tra i suoi amici e alleati vi sono almeno due potenze nucleari, Russia e Cina.

Araghchi ha espresso gratitudine alla Russia per la posizione assunta nei confronti delle azioni militari israeliane contro l’Iran. Lo ha riferito il ministero degli Esteri iraniano in una nota diffusa oggi, dopo un colloquio telefonico tra Araghchi e il suo omologo russo, Sergej Lavrov.

“Araghchi ha ringraziato la Russia e gli altri Paesi che hanno condannato le azioni ostili di Israele e ha messo in guardia sui rischi che tali aggressioni possano destabilizzare l’intera regione e farla precipitare in una profonda crisi”, si legge nella dichiarazione. Nel corso della conversazione, il capo della diplomazia iraniana ha sottolineato che i raid israeliani contro il territorio della Repubblica islamica rappresentano un serio pericolo per l’intero Medio Oriente e ha ribadito che Teheran risponderà in modo deciso a qualsiasi ulteriore attacco.

La Cina “condanna con fermezza la violazione da parte di Israele della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran, si oppone con fermezza ai brutali attacchi contro funzionari iraniani e vittime civili e sostiene l’Iran nella salvaguardia della propria sovranità nazionale, nella difesa dei propri diritti e interessi legittimi e nella sicurezza della vita delle persone”, ha reso noto il ministro degli Esteri Wang Yi, in una telefonata con Araghchi. “L’attacco agli impianti nucleari” di Teheran ha creato “un precedente pericoloso e potrebbe avere conseguenze catastrofiche” ha aggiunto il ministro cinese.

L’Iran fa inoltre parte della Shangai Cooperation Organization (con India, Cina, Russia e altre nazioni) e difficilmente Mosca e Pechino potrebbero accettare un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti negli attacchi all’Iran.

Tema di cui hanno parlato anche Trump e Vladimir Putin la sera del 14 giugno. “Il Presidente Putin mi ha chiamato stamattina per farmi gli auguri di buon compleanno con grande gentilezza, ma soprattutto per parlare dell’Iran, un Paese che conosce molto bene. Abbiamo parlato a lungo. Molto meno tempo è stato dedicato a parlare di Russia/Ucraina, ma questo sarà per la prossima settimana. Sta portando avanti gli scambi di prigionieri programmati: un gran numero di prigionieri viene scambiato immediatamente da entrambe le parti. La chiamata è durata circa un’ora. Lui, come me, ritiene che questa guerra tra Israele e Iran debba finire, e a cui ho spiegato che anche la sua guerra dovrebbe finire” ha scritto Trump su Truth Social.

Del resto se gli iraniani valutassero che alcune nazioni occidentali sostengono militarmente Israele negli attacchi i rischi di rappresaglia contro le basi americane, francesi e britanniche nel Golfo aumenterebbero anche se Teheran non ha alcun interesse ad avere tensioni con i paesi arabi che ospitano tali basi, che peraltro hanno tutti condannato l’attacco israeliano.

Gli Stati Uniti possono contare su oltre 50mila militari nella regione dislocati in 19 siti in Kuwait, Bahrain, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. La Gran Bretagna ha una base navale a Manama, in Bahrein, e una aerea a Muscat, in Oman: il primo ministro britannico Keir Sturmer ha annunciato ieri l’invio di mezzi militari, compresi aerei da combattimento, in Medio Oriente, al fine di “fornire sostegno in tutta la regione”.

La Francia schiera aerei e navi in due basi negli Emirati Arabi Uniti, dove in base a un accordo intergovernativo firmato nel 2008 i francesi possono schierarvi fino a 700 militari e civili.

Di fronte alla cautela di molte nazioni europee, che chiedono una rapida de-escalation (preoccupati forse anche dall’aumento del prezzo di petrolio e gas che potrebbe diventare shock energetico con l’apertura delle Borse la mattina del 16 giugno), il presidente francese Emmanuel Macron è riuscito a inanellare l’ennesima “defaite” difendendo “il diritto di Israele a proteggersi” affermando che l’Iran ha continuato il programma nucleare, arricchendo quasi fino a una fase critica uranio sufficiente per la produzione di armi nucleari.

“È vergognoso, Israele prende di mira impianti nucleari pacifici, bombarda case e uccide iraniani a sangue freddo in chiara violazione del diritto internazionale. Eppure il presidente francese Emmanuel Macron ora decide di attaccare il programma nucleare iraniano in queste circostanze” ha detto la sera del 14 giugno il portavoce del ministero degli Esteri iraniano. “Questa quantità di ipocrisia è sconcertante”, ha aggiunto in un messaggio su X.

Teheran si è detta disposta a negoziare un nuovo accordo sul nucleare, purché non implichi la rinuncia ai propri diritti sovrani, come ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervenendo davanti a un gruppo di diplomatici stranieri. “Siamo pronti a qualsiasi intesa che miri a garantire che l’Iran non possegga armi nucleari” ma ha escluso che Teheran possa accettare condizioni considerate lesive della propria sovranità tecnologica: “Non accetteremo nessun accordo che privi l’Iran dei suoi diritti nucleari”, ha ribadito.

“Il regime israeliano non conosce limiti nella violazione del diritto internazionale. Non solo sono stati uccisi bambini e donne innocenti in Palestina, ma a Gaza sono stati violati i diritti umani e tutte le norme internazionali. Questa volta il regime ha superato una nuova linea rossa nel diritto internazionale, con l’attacco a impianti nucleari, vietato in qualsiasi circostanza”, ha detto Araghchi, riferendosi alle raccomandazioni dell’AIEA di evitare attacchi a siti atomici onde evitare il rischio di fuga radioattiva.

“Purtroppo, ciò è stato accolto con indifferenza dal Consiglio di sicurezza” dell’Onu, “ringrazio i Paesi che hanno condannato questa aggressione, ma ci sono stati Paesi che si definiscono civili in Europa che hanno condannato l’Iran invece di condannare Israele”, ha aggiunto Araghchi, che ha denunciato apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti negli attacchi israeliani, definendoli come un’aggressione condotta con il sostegno americano.

“Abbiamo prove concrete che le forze americane nella regione hanno supportato gli attacchi israeliani. Abbiamo monitorato attentamente e raccolto numerose evidenze di come gli Stati Uniti abbiano aiutato il regime israeliano. L’America è partner di questi attacchi e deve assumersi la propria responsabilità”.

Araghchi ha quindi esortato gli Stati Uniti a prendere una posizione chiara e pubblica, sottolineando che le comunicazioni private non sono sufficienti per giustificare o negare tali accuse. Il ministro ha aggiunto che Israele “ha sempre cercato di impedire i negoziati” tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare iraniano ed è “abbastanza chiaro che non vuole alcun accordo. Oggi avremmo dovuto presentare il nostro piano per un accordo con gli Stati Uniti”, ha ricordato Araghchi, facendo riferimento al sesto round di colloqui programmato in Oman e cancellato da Teheran dopo l’attacco israeliano.

Il vero obiettivo è il cambio di regime a Teheran?

Il Times of Israel riporta oggi le dichiarazioni di un funzionario secondo cui “eliminare la guida suprema iraniana, Alì Khamenei, è per Israele una possibilità”. L’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei, non è “off limits”, scrive il giornale israeliano che cita il WSJ ma è evidente che un conto è eliminare i leader di milizie quali Hamas, Houthi o Hezbollah e un conto è uccidere un capo di stato riconosciuto, azione che in ogni contesto verrebbe considerata puro terrorismo.

Dopo le anticipazioni dei media americani, ieri anche da Teheran è arrivata la conferma della morte in ospedale dell'alto consigliere dell’Ayatollah Ali Khamenei, Ali Shamkhani, per le ferite riportate nei primi attacchi aerei israeliani.

Shamkhani è stato per un decennio il più alto funzionario iraniano per la sicurezza nazionale e aveva rappresentato l’Iran nei colloqui di riavvicinamento con l’Arabia Saudita, facilitati dalla Cina.

Il portavoce delle IDF, il generale di Brigata Effie Defrin, ha detto ieri che Israele ha colpito oltre 150 obiettivi e oltre 400 componenti diversi nell’Operazione Rising Lion ma non ha rivelato se Khamenei sia uno degli obiettivi degli attacchi israeliani, quando gli è stato chiesto da un giornalista.

Secondo la testata iraniana Nour news, nel corso degli attacchi sarebbe stato ucciso anche Khosro Hasani, vicecomandante dell’intelligence dell’aeronautica delle Guardie rivoluzionarie islamiche.

“L’obiettivo di Israele è il cambiamento di regime” ha detto Shahram Akbarzadeh, analista di origine iraniana, direttore del Forum per gli studi sul Medio Oriente all’Alfred Deakin Institute, in Australia, intervistato dall’agenzia di stampa italiana Dire.

Lo dimostra anche l’appello rivolto dal primo ministro Benjamin Netanyahu al “coraggioso popolo dell’Iran” in cui il premier (ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza), si è proposto come alleato dei cittadini desiderosi di libertà contro il governo degli ayatollah emerso dalla rivoluzione del 1979. “È giunto il momento per il popolo iraniano di unirsi attorno alla sua bandiera e alla sua eredità storica, battendosi per la propria libertà dal regime malvagio e oppressivo”, ha detto Netanyahu. “Il regime islamico, che vi ha oppresso per quasi 50 anni, minaccia di distruggere il nostro Paese”.

Akbarzadeh valuta che “ci sono molte possibilità di un allargamento del conflitto all’intera regione e di un coinvolgimento americano. Israele punta sul fatto che, una volta cominciato un conflitto, gli Stati Uniti sono tenuti a rispettare il loro impegno verso la sicurezza del loro alleato”.

Abbattuti gli F-35?

Che l’operazione contro l’Iran risulti prioritaria nello sforzo bellico israeliano è confermato anche ufficialmente dall’IDF che ieri ha reso noto che Gaza è diventata un fronte secondario nella guerra. La decisione è legata anche ai rischi di escalation. La Israeli Air Force (IAF) ha reso noto che la sua operazione contro l’Iran sta “procedendo secondo i piani” e finora tutto sta “funzionando bene” spiegando di poter ora sorvolare Teheran con i suoi jet da combattimento, risultato definito “significativo”.

Tuttavia l’IAF invita gli israeliani a prepararsi a un’ulteriore escalation improvvisa dicendosi impegnata a contrastare i tentativi dell’Iran di lanciare massicci attacchi con missili balistici. Con il passare del tempo, la capacità dell’Iran di lanciare missili contro Israele diminuirà gradualmente, ha assicurato l'Aeronautica Israeliana.

L’Iran ieri ha annunciato di aver abbattuto un terzo aereo da combattimento israeliano F-35 nell’Ovest del paese e di averne catturato il pilota. Lo si legge sul Teheran Times. Ieri sera le forze iraniane avevano riferito dell’abbattimento di altri due F-35 e della cattura della pilota di uno dei due velivoli oltre ad aver abbattuto “un gran numero di micro veicoli aerei”.

La notizia era stata smentita da Israele ma con una nota ufficiale, lo stato maggiore Difesa iraniano ha affermato che si tratta della “prima volta al mondo che due aerei da combattimento di quinta generazione F-35 vengono abbattuti”.

I due velivoli, secondo Teheran, avrebbero preso parte ai raid israeliani di ieri contro obiettivi strategici in Iran, tra cui centri di comando militari, impianti nucleari e abitazioni civili. Il comunicato aggiunge che il destino dei piloti sarebbe “al momento ignoto” e che sono in corso indagini. Molti i dubbi.

Una delle foto pubblicate mostra un velivolo distrutto con l’ugello del motore ancora incandescente, ma gli analisti hanno notato incongruenze. Secondo l’esperto di sicurezza Lion Udler, ex comandante di un’unità speciale antiterrorismo dell’IDF, si tratterebbe con tutta probabilità di una fake-news. “Il regime iraniano è disperato nel portare risultati al proprio pubblico esaltato e ha diffuso la notizia dell’abbattimento di un F-35I israeliano con una foto generata o manipolata con intelligenza artificiale”, scrive su Telegram.

“I veri F-35I portano la stella di David ben visibile nella parte anteriore della fusoliera, non nella zona posteriore come si vede nella foto. Nessun jet è stato abbattuto”, ha concluso Udler.

Valutazioni

In assenza di improbabili sviluppi terrestri, le operazioni in atto potrebbero risolversi in una guerra aerea d’attrito in cui il primo che finisce i missili balistici o quelli da difesa aerea allenta la presa sull’avversario.

Proprio il timore che Israele necessiti presto (e pretenda) ampie forniture di Patriot e altri sistemi di difesa contro i missili balistici e i droni iraniani preoccupa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che già da tempo vede le sue truppe soffrire forti carenze di armi e munizioni, incluso il settore della difesa aerea.

Sul piano politico la pretesa di Israele e degli Stati Uniti di colpire l’Iran per indurlo a rinunciare all’atomica appare ben poco credibile lasciando intuire che il vero obiettivo sia far cadere il regime degli ayatollah.

Non si spiega in modo diverso il fatto che Israele abbia attaccato Natanz e gli altri centri di ricerca nucleari col via libera o il nulla osta degli Stati Uniti mentre i negoziati tra USA e Iran erano in corso. La narrazione di Tel Aviv e Washington (con le solite ricadute sui media “allineati” in Italia ed in Europa) ricorda da vicino quella degli Stati Uniti di George W. Bush junior circa le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein alla vigilia dell’invasione dell’Iraq.

Forse è il caso di ricordare come le pretese di “regime change” nell’Afghanistan dei Talebani, nell’Iraq di Saddam Hussein e nella Libia di Muammar Gheddafi non si sono rivelate dei grandi successi.

Anche l’evocazione israeliana dell’attacco all’Iran per prevenire la distruzione di Israele ricorda la “guerra preventiva” statunitense con qualche limite in più. Non è certo che l’Iran possa disporre presto di armi atomiche (Israele lo annuncia con toni drammatici da decenni) ma è certo che Israele ne schieri almeno 200 con missili balistici Jericho IV (intercontinentale tri-stadio) in grado di raggiungere i 10 mila chilometri di distanza nella versione a raggio più esteso. Altre armi nucleari con potenziale più limitato sarebbero imbarcate sui sottomarini israeliani.

L’Iran invece non possiede missili balistici intercontinentali e la sua nutrita forza balistica ha un raggio d’azione che raggiunge al massimo i 2.000 chilometri di distanza, sufficienti a raggiungere Israele e il Mediterraneo sud orientale (vedi la mappa del CSIS qui sotto) ma non il cuore dell’Europa., anche se sono allo studio vettori con raggio d’azione più esteso.
Con buona pace dell’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled, che ha sottolineato come Israele stia rimuovendo la minaccia iraniana non solo per la propria sicurezza ma anche per quella dell’Europa poiché oltre al programma nucleare, “l’Iran ha accelerato anche il suo programma di missili balistici: ne ha centinaia che possono raggiungere anche Roma, Parigi, Londra”, ha spiegato l’ambasciatore sottolineando che “un’altra cosa che dovrebbe preoccupare gli europei è l’alleanza tra l’Iran e la Russia”.

Insomma Israele combatte per noi, come l’Ucraina.

Vale la pena ricordare che un accordo sul nucleare iraniano ritenuto da tutti (tranne Israele) soddisfacente, era già stato raggiunto e firmato nel luglio 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA) ma venne denunciato nel 2018 proprio dalla prima amministrazione Trump, su pressione del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, con l’imposizione di nuove sanzioni e l’esclusione dell’Iran dai circuiti finanziari internazionali. Non c’è da stupirsi se dal 2019 l’Iran ha ripreso progressivamente ad arricchire l’uranio.

Più fonti israeliane, incluso Netanyahu, hanno dichiarato che il rapporto dell’Agenzia Internazionale sull’energia atomica che evidenziava le resistenze iraniane a consentire le ispezioni dell’AIEA hanno indotto Israele ad attaccare gli impianti atomici perché l’Iran potrebbe produrre 9 bombe nucleari utilizzando il materiale fissile arricchito di cui dispone.

Ma Israele, che non ha mai reso noto di essere una potenza nucleare, non ha mai aderito al Trattato per la non proliferazione atomica e non ha mai accolto un solo ispettore dell’AIEA nei suoi centri nucleari militari con quale faccia può muovere guerra all’Iran?

La sua ampia deterrenza nucleare non aiuta lo Stato ebraico a vincere contro Hamas ma gli offre la garanzia di non poter perdere una guerra e il proprio territorio.

Stupefacente poi rilevare che raid aerei contro siti che contengono uranio arricchito, quindi in grado di sviluppare un grave incidente radioattivo, non abbiamo portato a dure critiche a Israele, redarguito solo da una blanda lamentela di Grossi all’ONU.

Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, si tratta già di un passo avanti rispetto a quando politica e media in Italia ed Europa condannavano i russi per i supposti bombardamenti sulla centrale atomica Energodar nella regione di Zaporizhia, quando in realtà la centrale era in mano ai russi e a bombardarla erano gli ucraini.

Tornando al conflitto Iran-Israele appare difficile credere che il mondo di oggi possa tollerale ancora l’arroganza con cui la più grande potenza nucleare del mondo (Stati Uniti) e la più grande potenza nucleare “clandestina” (Israele) muovono guerra all’Iran che dell’arma nucleare potrebbe avere bisogno a scopo deterrente, considerato che tra i suoi vicini anche Russia e Pakistan sono potenze nucleari.

Il rischio è che i raid contro i suoi impianti atomici rafforzino la convinzione degli stati maggiori iraniani che la “bomba” è necessaria.

Se l’Iran raggiungesse lo status di potenza nucleare con Israele si potrebbe creare un equilibrio simile a quello instauratosi tra India e Pakistan, che a volte si confrontano in scaramucce o battaglie ma tengono sempre sotto controllo l’escalation. Anche la Corea del Nord, da quando ha la bomba, non viene più minacciata di attacco dagli Stati Uniti.

Inoltre, in un’epoca di multipolarismo, non è più accettabile che da decenni USA e Israele violino confini, sovranità, leggi nazionali diritto internazionale uccidendo ovunque chiunque considerino un loro nemico, anche potenziale.

Continuare ad esercitare questo ruolo carico di arroganza rischia di portare USA e Israele (e tutto l’Occidente se si accoderà in modo acritico) a trovarsi isolati da un mondo che cambia e in cui stiamo rimanendo indietro fino a diventare il fanalino di coda.

Una riflessione che dovrebbe riguardare soprattutto noi europei. Siamo già l’area industrializzata che paga i costi più alti per l’energia (anche a causa delle scelte suicide assunte circa la guerra in Ucraina), e l’attacco israeliano all’Iran sta già portando a una brusca impennata dei prezzi di gas e petrolio.

Se Teheran per rappresaglia chiudesse lo Stretto di Hormuz, sarebbe l’Europa la prima a pagare un prezzo elevatissimo in termini economici. Che rappresenterebbe probabilmente il colpo di grazie alla nostra agonizzante industria.

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10/05/2025

Il sorprendente cessate il fuoco di Trump in Yemen: un’ammissione del fallimento degli Stati Uniti

Mentre gli attacchi missilistici yemeniti contro Israele si intensificavano, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato a sorpresa un “cessate il fuoco” con il governo di Sana’a, sostenendo che Ansar Allah avesse espresso la volontà di porre fine alle ostilità. Tuttavia, gli osservatori hanno interpretato la mossa di Trump come un tentativo di liberare Washington da un conflitto sempre più costoso, anche a scapito della sicurezza dei suoi alleati israeliani e forse europei.

L’improvviso cessate il fuoco evidenzia il fallimento della campagna aerea statunitense originariamente intesa a indebolire le capacità di Ansar Allah, che Washington considera una minaccia diretta alla sicurezza di Israele e del Mar Rosso. Secondo alti funzionari statunitensi che comunicano tramite l’app crittografata “Signal”, gli attacchi, lanciati a metà marzo, sono stati pianificati frettolosamente e scarsamente coordinati con i principali alleati britannici e israeliani. Ciononostante, l’amministrazione Trump ha pubblicamente descritto gli attacchi come una “storia di successo”, nonostante una realtà sul campo nettamente diversa.

Israele è stato il più duramente colpito dalla decisione degli Stati Uniti, in quanto viene ora lasciato solo ad affrontare la minaccia yemenita, di cui Washington si era fatta carico durante tutta la guerra israeliana a Gaza. Un funzionario israeliano ha dichiarato al Jerusalem Post di essere “completamente scioccato” per non aver ricevuto alcuna notifica preventiva della decisione di Trump, apprendendola invece dai media. Questa rivelazione ha suscitato notevole preoccupazione interna, con il sospetto che questo incidente non sia stato né il primo né l’ultimo caso di occultamento di informazioni cruciali da parte dell’amministrazione Trump.

I continui attacchi dello Yemen contro gli assets statunitensi e la sua inaspettata resilienza hanno radicalmente modificato gli equilibri di potere, costringendo l’amministrazione Trump a riconsiderare la sua fallimentare strategia militare. Riconoscendo che nessuno dei suoi obiettivi iniziali era stato raggiunto e non volendo sostenere crescenti costi politici e materiali, Washington ha avviato negoziati indiretti per un cessate il fuoco attraverso la mediazione dell’Oman. Diversi fattori chiave hanno influenzato questa decisione.

L’incapacità di indebolire le consolidate capacità militari dello Yemen o di influenzare la sua posizione politica a sostegno di Gaza, nonostante i prolungati attacchi aerei. Incapacità di formare una coalizione araba efficace (Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) disposta a condurre un’invasione terrestre, lasciando Washington sempre più dipendente – e vulnerabile – da paesi non disposti a combattere una guerra guidata dagli Stati Uniti per conto di Israele.

1) Inadeguata prontezza delle fazioni locali sostenute da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ad aprire fronti terrestri efficaci contro Ansar Allah, complicando così le operazioni militari.

2) Aumento della popolarità e della legittimità regionale di Ansar Allah, rafforzate dal loro attivo sostegno a Gaza e dal successo nel colpire le risorse militari statunitensi nel Mar Rosso.

3) Comprovata capacità dello Yemen di abbattere aerei statunitensi, inclusi 22 droni MQ-9 e tre caccia F-18, unita ai timori all’interno del Comando Centrale degli Stati Uniti di potenziali attacchi diretti alle navi da guerra americane, che pongono gravi rischi e umiliazioni per le forze statunitensi.

4) Crescente pressione politica interna negli Stati Uniti, esacerbata dalle crescenti vittime civili in Yemen a causa dei bombardamenti indiscriminati statunitensi, che intensifica le critiche a Trump a livello nazionale.

In definitiva, Trump si è trovato di fronte a opzioni limitate e poco attraenti. L’estensione del conflitto con forze di terra contraddiceva il suo dichiarato desiderio di porre fine alle guerre in Medio Oriente, mentre il proseguimento di attacchi aerei inefficaci si è rivelato politicamente e finanziariamente insostenibile. Di conseguenza, come riportato da The Atlantic, Trump ha scelto di disimpegnarsi dal conflitto attivo, pienamente consapevole che lo Yemen avrebbe continuato a sostenere la resistenza di Gaza.

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28/04/2025

Medio Oriente senza pace. Missile israeliano su Beirut, bombardamenti a casaccio degli USA sullo Yemen

Mentre su Gaza si rincorrono voci di possibili nuove tregue ma piovono bombe, anche il resto del Medio Oriente non conosce certo pace. E a bombardare sono ancora una volta Israele e Stati Uniti.

Un missile ha colpito domenica pomeriggio un edificio nella periferia sud di Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, per cui l’esercito israeliano (Idf) aveva emesso poco prima un avvertimento di evacuazione.

L’esplosione è stata udita a chilometri di distanza, secondo media locali, mentre nella zona si possono ancora udire spari e droni in sorvolo. La protezione civile libanese ha dichiarato di non avere trovato vittime, dopo che le fiamme sono state spente.

Un’ora prima dell’attacco il portavoce delle Forze armate israeliane aveva diffuso un ‘avvertimento urgente’ su X, invitando i residenti della zona nel raggio di 300 metri dall’obiettivo di evacuare immediatamente. L’edificio, contrassegnato in rosso su una mappa, ospitava secondo il portavoce israeliano “strutture appartenenti a Hezbollah”.

Gli Stati Uniti e la Francia “devono assumersi le loro responsabilità e costringere” Israele a fermare “immediatamente” i propri attacchi in Libano, “in quanto garanti dell’intesa sulla cessazione delle ostilità” nell’accordo in vigore, ha dichiarato il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun.

Nello Yemen invece almeno 68 persone sono morte e 47 sono rimaste ferite negli attacchi aerei statunitensi lanciati all’alba. I raid hanno colpito anche un centro di detenzione per migranti a Sa’da, nell’area nord-occidentale del Paese.

Stando alla emittente Al Masirah, la struttura colpita ospitava circa 100 migranti africani. Secondo Al Masirah, in precedenza gli Usa avevano preso di mira il distretto di Kitaf, nel governatorato di Sa’da, con altri raid.

A Gaza fonti mediche hanno riferito ad Al Jazeera che 53 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani che hanno preso di mira diverse aree della Striscia dall’alba di domenica, mentre fonti mediche hanno detto ad Al Jazeera che 17 palestinesi sono stati uccisi in raid israeliani in diverse aree di Gaza dalla mezzanotte di lunedì.

Hamas ha intanto aperto una finestra sulla possibilità di liberare tutti gli ostaggi in cambio di una tregua di cinque anni. Anche secondo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che ha parlato in conferenza stampa congiunta nel Qatar con l’emiro Al-Thani, i colloqui con il gruppo palestinese dimostrerebbero che Hamas è più disposta ad accettare un accordo che vada oltre il cessate il fuoco a Gaza e miri a una soluzione duratura alla crisi con Israele.

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