di Fulvio Scaglione
Oggi è il giorno della politica che se ne frega. Che se ne frega della gente e della realtà. Oggi, cioè, è il giorno in cui cominciano alla Camera i lavori sul “decreto di legge antisemitismo”, tecnicamente Disegno di legge n. 1004 (“Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”), che partono alla Commissione Affari Costituzionali con il chiaro intento di ottenere una rapida approvazione come già fu al Senato, nel marzo scorso, con 105 voti a favore, 24 contrari e 21 astenuti. L’apertura della discussione (be’, discussione si fa per dire) coinciderà con la grande mobilitazione di 250 organizzazioni politiche e sociali che, a Roma e in altre 45 città, si faranno sentire per dire no a questo decreto. In piazza, tra gli altri, anche Laboratorio ebraico Antirazzista, Mai indifferenti e Tikkun, organizzazioni ebraiche che hanno preso posizione contro il genocidio dei palestinesi. E la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. E molti dei 3 mila professori universitari e ricercatori che hanno risposto all’appello dei costituzionalisti Alessandra Algostino e Gaetano Azzariti e dicono anche loro no a una legge che prende l’antisemitismo e “lo banalizza e lo equipara all’espressione di opinioni critiche verso le politiche di occupazione dello Stato israeliano”.
Il DDL 1004, infatti, sventola la bandiera nobile e ineludibile dell’antisemitismo ma nella sostanza persegue due scopi ben diversi: da un lato, comprimere gli spazi di libera e critica espressione; dall’altro, promuovere una propaganda politica a senso unico a favore dello Stato di Israele. Su questo scopo sono confluite due diverse esigenze. La prima è quella dell’attuale maggioranza di Governo che, non diversamente da quanto accade in altri Paesi europei (si pensi alla Gran Bretagna o alla Germania, dove il ministro Boris Pistorius ha chiesto la messa fuorilegge dell’AfD), si prepara a una difficile sfida politica nel 2027 e cerca in ogni modo di conservare porzioni di elettorato moderato e di proteggerle da eventuali tentazioni (vedi Vannacci). Il tutto in un’Europa sbandata che, quando si tratta di Israele, ormai rinuncia persino a proteggere i propri cittadini (vedi Global Sumud Flotilla) anche di fronte a un bandito come il ministro Itamar Ben Gvir, mentre stringe accordi sempre più imbarazzanti con l’apparato sicuritario dello Stato ebraico.
La seconda è quella di molte delle più influenti associazioni ebraiche italiane che incessantemente lavorano per promuovere l’idea che ebraismo e Stato di Israele siano di fatto sinonimi e che, quindi, criticare lo Stato israeliano e le sue politiche (come peraltro si fa regolarmente con qualunque Stato), sia di fatto un’espressione di antisemitismo. Queste associazioni sono le uniche a essere state invitate al tavolo di lavoro organizzato dal Governo (più precisamente: Gruppo tecnico di lavoro per l’aggiornamento e l’attuazione della Strategia nazionale di lotta contro l’antisemitismo) a cui peraltro partecipava, in qualità di esperto, anche Paolo Mieli, strenuo negatore (anche contro il parere dell’Onu) di qualunque forma di genocidio a Gaza. Mai chiamati al tavolo, ovviamente, intellettuali ebrei “dissidenti” come Ariel Toaff, Anna Foa o Moni Ovadia.
La definizione dell’IHRAConsiderate queste due spinte, dunque, non è un caso che alla fine i promotori del decreto abbiano deciso di assumere la definizione di antisemitismo più consona a tali esigenze, ovvero quella dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). L’IHRA, che ha la sede centrale a Berlino, è un’organizzazione relativamente recente, essendo stata fondata nel 1998. E ancor più recente, cioè del 2016, è la sua definizione di antisemitismo. Già a questo punto incontriamo una stranezza: si tratta, come precisarono gli estensori, di una “definizione operativa e non giuridicamente vincolante” e che tale è stata adottata da Paesi come Austria, Bulgaria, Canada, Francia, Germania, Israele, Lituania, Macedonia del Nord, Regno Unito, Stati Uniti e nel 2020 anche dall’Italia. Che però è l’unico Paese, insieme con la Romania che l’ha già fatto, a voler tramutare tale definizione “non operativa” in una norma di legge, cioè in qualcosa di operativo per 60 milioni di persone.
La definizione di antisemitismo dell’IHRA non ha nulla che non va. Eccola: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Il problema è che poi l’organizzazione la traduce in una serie di esempi. Eccoli:
Il ruolo del professor Bauer“Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:
Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”. L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei.
Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono (ma non si limitano a):
Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.
Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.
Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.
Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.
Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).
Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.
Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.
Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.
Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico.
Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.
Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.
Uno dei maggiori ispiratori delle riflessioni dell’IHRA fu il professor Yehuda Bauer, scomparso nel 2024, grande studioso dell’Olocausto (in, per esempio, Rethinking the Holocaust), ebreo cecoslovacco fuggito ancora bambino da Praga alla Palestina. E si sente nei famosi esempi tutta l’urgenza di proteggere lo Stato di Israele, per cui Bauer aveva combattuto ancora ragazzino nel 1948 e in cui aveva per tutta la vita lavorato. Ma l’Israele di oggi non è quello in cui lui era cresciuto. Perché non dovrebbe essere possibile paragonare le stragi di Gaza a quelle efferate di altri regimi? Che senso ha il timore che a Israele vengano chieste cose che non si chiedono ad altri Stati democratici quando dal 2018, cioè dalla legge “Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, che di fatto caccia di casa il 21% di popolazione non ebraica di Israele, è la natura della democrazia israeliana a essere stata pervertita? E perché non si dovrebbe avere la possibilità di dire che, oggi almeno, le istituzioni di Israele sono pesantemente venate di razzismo, quando i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich quasi ogni giorno ce lo confermano?
Quando il professor Bauer ispirava i lavori dell’IHRA, Israele già non era più quello dei suoi tempi. Figuriamoci oggi. Figuriamoci poi in queste ore, quando gli stessi media israeliani avanzano con molte ragioni l’ipotesi che le stragi dei terroristi di Hamas del 7 ottobre siano state “favorite” dalla trascuratezza o dalla compiacenza degli stessi apparati dello Stato ebraico.
Israele è cambiato ma lo scopo di questo DDL 1004 no. Mettere Israele al riparo da qualunque sanzioni, addirittura da qualunque critica, in primo luogo quelle aspre che giustamente non si negano nessuno Stato e a nessuna politica. Di più: sulla base di questo DDL dovrebbero svolgersi “azioni formative rivolte a docenti e attività didattiche rivolte agli studenti”, “attività di ricerca, seminari e incontri in collaborazione con istituzioni universitarie nazionali e internazionali” e “iniziative di formazione e aggiornamento rivolte alle Forze armate, alle Forze dell’ordine e al personale della carriera prefettizia e della magistratura”. Avete presente, con Israele che investe centinaia di milioni in propaganda, cercando persino di influenzare le risposte dell’Intelligenza artificiale?
La Dichiarazione di GerusalemmeL’antisemitismo c’entra poco, forse nulla. E l’ha capito la Federazione Nazionale della Stampa Italia che, rifiutando di accettare il testo dell’IHRA, ha invece deciso di assumere come guida la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il testo firmato nel 2021 da decine di studiosi di chiara fama dell’ebraismo, ebrei e non. Gli autori, non a caso, nel prologo scrivono che la Dichiarazione è “una risposta alla Definizione IHRA”, da loro giudicata “poco chiara in alcuni punti chiave e largamente aperta a differenti interpretazioni”, notando altresì che essa “include 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali incentrati sullo Stato di Israele”, cosa che “pone una sproporzionata enfasi su un ambito specifico”.
E infatti la Dichiarazione è anche più dura della Definizione IHRA sul tema specifico dell’antisemitismo. Ma non ha paura di aggiungere che NON è antisemita “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo”. Che “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite”. Che “Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita”.
Una cosa buona sul DDL, però, possiamo dirla. Sono state eliminate le norme più liberticide, quelle contro le manifestazioni o sull’azione penale. Il Decreto passerà, questo, è sicuro. Come dicevamo, se ne fregano. Ma anche se loro se ne fregano di noi e della ragione, noi non dobbiamo cedere al nemico più insidioso: l’autocensura. È lì che ci vogliono. Ed è lì che rifiuteremo di andare.
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