Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/09/2026

Una domanda scomoda sulla guerra irrompe nel confronto tra candidati rettori alla Sapienza

Mercoledì scorso come studenti e rappresentanti di Cambiare Rotta, abbiamo partecipato al dibattito tra i candidati alla carica di Rettore della Sapienza. In questi mesi avevamo già denunciato la blindatura del processo elettorale, gestito a colpi di articoli di giornale e incontri istituzionali, dove la partecipazione studentesca viene sostituita dalla burocrazia. Abbiamo scelto di fare tutto il necessario per far arrivare la voce e le rivendicazioni degli studenti, anche a costo di scontrarci con le “regole” della Sapienza.

Dopo l’ultimo mandato Polimeni, segnato da autoritarismo, chiusura, crescente militarizzazione e smantellamento del pubblico, crediamo sia necessaria una svolta profonda. Tra le tante questioni da porre, abbiamo scelto quella che più ha attraversato le lotte studentesche degli ultimi anni: “Siete d’accordo con il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane e con la rottura dei rapporti con enti e aziende legate all’industria bellica?”

Al momento dell’estrazione, però, la parte della domanda riguardante Israele è stata censurata: dopo tre anni di mobilitazioni, cortei, presidi e boicottaggi accademici nelle facoltà, parlare di Israele in Sapienza è ancora un tabù. Abbiamo quindi preso parola e posto integralmente la nostra domanda, pretendendo risposte nette su un tema rispetto al quale contestiamo da tempo le scelte dell’Ateneo.

Come hanno risposto i candidati? Come ci aspettavamo quasi tutti si sono tenuti molto vaghi aggrappandosi alla retorica della pace e dei diritti umani senza affrontare il nocciolo della questione a riprova del fatto che non ci saranno rettori amici. Crediamo tuttavia siano emersi tre elementi su cui vale la pena ragionare:

1) La governance verticistica di Polimeni ha stufato molti, non solo gli studenti. I candidati si dividono principalmente tra chi rivendica una continuità con la Rettrice e chi ne critica i metodi. Lucidi e Sarto hanno difeso le misure adottate sul tema della militarizzazione, come la riforma del CERT (un comitato consultivo che non ha nessun potere effettivo), il panel dual-use e il bando per ricercatori provenienti da zone di guerra, che ricordiamo assegnò 10 borse su 12 a scienziati israeliani.
D’Urso e Faccini ci sono sembrati i candidati che più si presentano in rottura con i metodi della precedente governance – sarà solo strategia elettorale? – anche se spesso si sono limitati a parlare di “ascolto” della comunità, più che di partecipazione politica e spazi di democrazia diretta.
È ormai chiaro che la lotta alla militarizzazione dell’università è legata a doppio filo alla questione della democrazia interna. Come ha affermato lo stesso Lucidi, unico a dichiararsi apertamente contrario al boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane, questa è una questione politica, non tecnica, come invece continuano a sostenere Carcaterra e Faccini.

2) Questa battaglia la stiamo (lentamente) vincendo. Occupazioni, tende, raccolte firme e mobilitazioni degli ultimi anni raramente hanno ottenuto nell’immediato ciò che chiedevano, anche a causa della repressione che ha cercato di mettere in difficoltà i movimenti. Ma la pazienza, la testardaggine e soprattutto l’organizzazione hanno permesso a un martellamento costante di spostare progressivamente il dibattito e costringere tutti a fare i conti con le nostre rivendicazioni.
I segnali ci sono. Il bando MAECI Italia-Israele è andato deserto. Sapienza non ha rinnovato l’accordo quadro con Leonardo. In tutta Italia si sono registrate dimissioni dal comitato tecnico-scientifico della Fondazione Med-Or. E anche nel dibattito tra i candidati questo cambiamento si è sentito: D’Urso e Faccini hanno dichiarato che non entrerebbero negli organi di aziende legate all’industria bellica; Sarto e Carcaterra hanno riconosciuto l’importanza delle mobilitazioni che hanno portato alla nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione a Ingegneria, nonostante le resistenze che avevano accompagnato quella battaglia.
Lo stesso è avvenuto a Lettere, che si è espressa a favore del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane. È ancora molto poco, ma sicuramente un riconoscimento del peso che le mobilitazioni hanno avuto.
I movimenti crescono e muoiono, le piazze si riempiono e si svuotano. L’organizzazione è ciò che permette alle lotte di durare oltre il momento della mobilitazione, accumulare forza e inceppare concretamente i meccanismi della guerra dentro le università.

3) La militarizzazione degli atenei è un tema strategico dei prossimi anni. Ancora una volta, la risposta di Lucidi è stata forse la più lucida: dopo un’ora di dibattito su come aumentare di qualche decimo percentuale i finanziamenti pubblici all’università, ha posto con chiarezza una questione politica centrale: il complesso militare-industriale italiano ha risorse e vuole investirle nelle università.
In un contesto segnato dalla fine dei finanziamenti straordinari del PNRR e dall’avvio di ReArm Europe, sulle università si apre quindi una battaglia enorme: chi finanzierà ricerca e formazione, per quali obiettivi e nell’interesse di chi?

Dobbiamo continuare a martellare su questo punto per andare oltre le risposte vaghe dei candidati e strappare impegni concreti per il boicottaggio e contro la militarizzazione. Per questo riteniamo fondamentale costruire il 29 settembre un dibattito pubblico in cui studenti, docenti e ricercatori possano confrontarsi con i candidati su questi temi, come abbiamo chiesto nell’appello unitario.

Fonte

17/09/2026

Spegniamo subito il rogo sionista dei libri!

Come scrittori, ricercatori storici, poeti, editori, lavoratori dell’editoria, docenti, lettori esprimiamo il nostro più acceso dissenso e la più forte opposizione possibile al Disegno di legge S. 1004, noto come DDL Romeo.

Questo editto repressivo non è volto soltanto a tacitare ogni critica e mobilitazione dei movimenti sociali e politici nei confronti del colonialismo genocidario israeliano, ma a criminalizzare, rimuovere, cancellare ogni opera d’indagine storica, filosofica, antropologica, letteraria, lirica che avversi l’ideologia sionista fondata su razzismo, apartheid, e scientifico sterminio dei palestinesi e degli arabi che non accettano l’occupazione e l’esproprio della propria terra e delle proprie vite.

Esprimiamo vicinanza e solidarietà all’autore Francesco Lazzeri e a Sensibili alle foglie editore per la comunicazione minatoria di messa all’indice del libro “Sionismo e Nazismo facce della stessa medaglia – Un connubio storico pericoloso dalle nefaste e attuali conseguenze” da parte dell’Associazione Italiana Avvocati e Giuristi Ebrei.

Ci è ben chiaro che questa vicenda rappresenta un primo passo da parte dei poteri sionisti italiani dominanti di estrema destra (area di governo) e di centro (Partito Democratico) per strappare ai lettori e bruciare tutti i libri pubblicati e in pubblicazione che descrivano e raccontino la verità sull’occupazione e il genocidio, dapprima strisciante e da tre anni conclamato e rivendicato, subiti da quasi un secolo dal popolo palestinese da parte dei coloni israeliani.

Sappiamo molto bene che associazioni come quella che ha inviato la missiva intimidatoria a Sensibili alle Foglie dovrebbero definirsi “sioniste” o “amiche d’Israele”.

Senza scomodare l’ebraismo che viene utilizzato strumentalmente come scudo per giustificare la risibile accusa di razzismo nei confronti di autori ed editori da sempre impegnati fino all’ultima stilla d’energia contro tutte le discriminazioni etniche, razziali e religiose.

Siamo perfettamente a conoscenza che esistono sulle scrivanie di simili realtà liberticide liste di scrittori, case editrici da denunciare e processare, e soprattutto di libri da mettere al macero per cancellare la memoria storica dei crimini israeliani contro l’umanità in ogni angolo del Vicino Oriente, la memoria storica del popolo palestinese, e di chi sostiene incrollabilmente alle nostre latitudini la sua Causa e la sua liberazione.

Non abbiamo dubbi che questo attacco a Lazzeri e Sensibili alle Foglie rappresenti un’apertura del fuoco ad alzo zero contro la cultura della verità, del dissenso, della resistenza a sostegno degli oppressi e degli ultimi. In modo da annientarla per sempre.

Questo appello per spegnere prontamente il rogo sionista dei libri vuole essere soltanto la prima azione per difendere senza tregua il diritto alla libertà di espressione e di creazione e il diritto di leggere, scrivere, pubblicare parole divergenti e di scontro contro il colonialismo genocidario israeliano e il totalitarismo che intende apertamente instaurare in Italia attraverso le sue dirette diramazioni, con la compartecipazione del governo Meloni e del Partito Democratico.

Prima che sia troppo tardi, invitiamo dunque a sottoscrivere immediatamente l’appello mandando una mail all’account controassedio@gmail.com

Fonte e firmatari dell'appello

Macklemore fuori dal tour di Ed Sheeran per la solidarietà con la Palestina

Macklemore, famoso rapper statunitense, è stato ufficialmente estromesso dalle date statunitensi del The Loop Tour di Ed Sheeran. A decretare il bando del rapper sono state le pressioni congiunte di organizzazioni filo-israeliane e dei proprietari dei grandi stadi americani, culminate nella minaccia di bloccare l’intera tournée da centinaia di migliaia di spettatori.

La rottura ha avuto origine durante i concerti del 4 e 5 settembre al MetLife Stadium nel New Jersey. Invitato ad aprire gli show di Sheeran in dieci tappe negli Stati Uniti, Macklemore ha trasformato il proprio set in una piattaforma di denuncia contro il genocidio dei palestinesi.

L’Israeli-American Council (IAC) ha lanciato quasi istantaneamente una raccolta firme per chiederne la cacciata immediata. Anche figure di spicco del pop come la cantante Pink e l’artista britannico Boy George hanno criticato Macklemore. Il miliardario Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e dello stadio Gillette Stadium di Foxborough, in Massachusetts, dove il tour avrebbe dovuto fare tappa a fine settembre, ha bandito ufficialmente il rapper dalla propria struttura, accusandolo persino di antisemitismo.

Secondo quanto denunciato da Macklemore, Kraft avrebbe fatto fronte comune con i gestori delle altre grandi arene in cui sarebbe andato a cantare, ponendo un aut-aut perentorio: se Macklemore rimane in cartellone, i concerti non si terranno. A confermare la rimozione è stato il Messina Touring Group, la società promotrice degli spettacoli americani di Ed Sheeran.

Macklemore ha deciso di pubblicare un lungo messaggio su Instagram, dove ripercorre gli eventi e le difficili conversazioni con l’amico Sheeran. Ci è sembrato utile tradurlo e pubblicarlo qui sotto, innanzitutto perché il rapper, evidentemente lontano dalle manie di grandezza di altri colleghi, ha voluto ridimensionare la portata del proprio caso personale, rifiutando ogni vittimismo.

E poi, perché con le sue parole Macklemore ha mostrato come la musica di oggi sia un’industria dove gli spazi di espressione sono rigidamente controllati, richiamando la necessità di una rottura culturale significativa. Il primo passo è quello di decidere da che parte stare, mentre l’amico Sheeran ha sempre fatto della sua “neutralità” un punto fermo della sua figura pubblica. Ovviamente, solo quando questo conveniva

“Non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso – ha scritto sui social – Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo”. O se sei nel mezzo, detto con Lenin, sei la barricata da scavalcare.

*****

Non so bene da dove cominciare. Quindi parlerò con il cuore e dirò la verità. Ed Sheeran e il suo team hanno preso la decisione di rimuovermi dal The Loop Tour. Ma prima di addentrarmi nella questione, voglio dire una cosa che dovrebbe essere ovvia. In questo momento penso che sia importante: io non sono una vittima.

Ed Sheeran non è una vittima. Pink non è una vittima. Abbiamo carriere, denaro, opportunità, sicurezza e un pubblico in tutto il mondo. Qualunque siano le conseguenze che ciascuno di noi deve affrontare per ciò che dice, noi possiamo tornare a casa dalle nostre famiglie.

Le vittime sono il popolo palestinese. Gli uomini, le donne e i bambini che sono stati uccisi, affamati, sfollati e costretti a vivere attraverso una violenza inimmaginabile. Più di 20.000 bambini sono stati uccisi solo a Gaza. Ci sono persone che vengono uccise oggi, e persone che verranno uccise domani. Voglio assicurarmi che, nel raccontare questa storia, non perdiamo di vista questo.

Ed è un mio amico. Lo conosco da 13 anni. Abbiamo condiviso notti fino a tardi, sessioni in studio e palcoscenici. Ha una magia contagiosa che ho imparato ad amare. Lo considero un fratello. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo avuto conversazioni difficili. Quel tipo di discorsi radicati nell’affetto e nel rispetto reciproco che però finiscono comunque in un punto di disaccordo fondamentale.

Nulla di ciò che scrivo qui è dettato dal rancore o dal desiderio di infangare la sua persona. Ma, come ho detto a Ed più volte al telefono, la nostra amicizia non può cancellare la mia responsabilità di dire la verità su ciò che è successo. Lunedì scorso, nel bel mezzo dell’attenzione mediatica attorno a Pink e a ciò che avevo detto al MetLife, Ed mi ha detto che Robert Kraft lo ha chiamato. Questo mese avevamo in programma di esibirci al Gillette Stadium, di proprietà del Kraft Group.

Ed mi ha riferito che Kraft ha dichiarato che non mi sarebbe stato permesso di esibirmi nel suo stadio. Ed mi ha anche detto che Kraft aveva mobilitato alcuni degli altri proprietari di stadi e che, collettivamente, gli avevano dato un ultimatum: se Macklemore rimane nel tour, non ti sarà permesso di suonare nelle nostre strutture.

Ed si è trovato in una posizione davvero difficile. Lo sapeva. La sua solita posizione apolitica veniva messa in discussione come mai prima d’ora. Mi ha detto che le parole “Free Palestine” e l’immagine della bandiera palestinese ferivano molte delle persone con cui aveva parlato.

Gli ho risposto che se quelle parole risultavano più offensive di decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi da Israele, allora c’era una divergenza fondamentale tra la posizione di quelle persone e la mia. Ma lui non è riuscito a superare la sua facciata pubblica del “Io non prendo posizione”.

E capisco perché le persone non lo facciano. Prendere una posizione può costare caro. Soldi, contratti con i brand, sponsorizzazioni, festival, esibizioni private, relazioni e opportunità. Ho perso tutte queste cose. Ma non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e l’oppresso. Quando una parte ha le bombe e un sostegno finanziario e militare sconfinato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere posizione non ti colloca nel mezzo.

Ciò che ho detto al MetLife lo vado dicendo sui palchi di tutto il mondo da quasi tre anni. Perché allora è un problema adesso? Perché ora sto condividendo il palco con uno degli artisti più grandi del mondo, in alcuni dei più grandi stadi d’America. A un certo livello di visibilità, dire “Free Palestine” diventa un rischio troppo alto.

Se avessi continuato a fare i concerti, dicendo “Free Palestine“, con Ed che implicitamente lo appoggiava, con il pubblico che si faceva sentire e mostrava un innegabile sostegno per la liberazione palestinese, quale artista si sarebbe fatto avanti dopo? Il palcoscenico diventa resistenza. Forse è per questo che questa volta è diventato così importante ridurmi al silenzio.

E uno dei modi più efficaci per imporre quel silenzio è stato strumentalizzare l’accusa di antisemitismo. L’antisemitismo esiste davvero. Ed è esattamente per questo che il termine ha un peso troppo grande per essere usato come scudo contro le critiche allo Stato di Israele. Quando criticare Israele, opporsi al sionismo o dire “Free Palestine” viene confuso con l’odio verso gli ebrei, non si protegge il popolo ebraico. Si protegge Israele dalle proprie responsabilità.

Spero che questa non sia la fine del mio rapporto con Ed. Tredici anni di amicizia non spariscono a causa di un disaccordo doloroso. Spero che entrambi continueremo ad ascoltare, a documentarci su ciò che sta accadendo in Palestina e a fare i conti con ciò che la neutralità significa in un momento come questo. La mia porta sarà sempre aperta per portare avanti quella conversazione.

Quando mio fratello Omar stava inserendo i sottotitoli al video che ho pubblicato dal MetLife, l’ho ringraziato. Mi ha detto che c’è una frase in arabo: لا شكر على واجب “La shukra ala wajeb”: “Non si ringrazia per un dovere”. Mi è rimasto impresso. Perché è questo ciò che è diventato, per me e per milioni di altre persone nel mondo. Un dovere. Non qualcosa che merita elogi o gratitudine. Non un atto di coraggio. Semplicemente umano.

Chi sta vincendo sul web, chi viene cancellato, chi suona negli stadi e chi no: tutto questo diventa infinitamente piccolo rispetto a ciò di cui siamo effettivamente testimoni a Gaza e in Cisgiordania. Un intero popolo che viene sfollato, affamato e ucciso mentre il mondo dibatte su quali parole ci sia concesso usare per descriverlo, su come quelle parole ci facciano sentire e se il nostro disagio valga più delle persone che stanno subendo un genocidio.

Non avevo bisogno di 10 concerti con Ed. Ne avevo bisogno di 2. Due occasioni per stare davanti a 90.000 persone e pronunciare le parole che, in qualche modo, sono diventate troppo pericolose da dire. “Free Palestine“. Ma se quelle parole mi sono costate il palco, riportando al contempo la discussione sulla Palestina, allora questo è stato il tour di maggior successo a cui io abbia mai preso parte.

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16/09/2026

La Ue blinda l’informazione, in nome delle guerre ibride. La politica italiana si frantuma

Come ha ben spiegato recentemente Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estensibile a seconda dei momenti e senza confini”.

Il Parlamento europeo ha approvato ieri in plenaria con 420 voti a favore, 220 contrari e 26 astenuti, una relazione sulle conclusioni della Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia (Euds), con raccomandazioni concrete su come l’Ue possa difendere le proprie istituzioni democratiche dalle ingerenze esterne nelle cosiddette “guerre ibride”.

Negli ultimi anni l’imbrigliamento dell’informazione è nel mirino dell’involuzione autoritaria che sta caratterizzando l’Unione Europea e i governi aderenti, Italia inclusa.

Nel voto di ieri al Parlamento di Strasburgo sullo European Democracy Shield, la politica italiana si è letteralmente frantumata. Forza Italia, ha sostenuto il documento insieme agli europarlamentari del Partito Democratico, dei Verdi e di Azione che hanno votato a favore del provvedimento liberticida, mentre – e piuttosto paradossalmente – Fratelli d’Italia e Lega hanno votato contro, insieme al Movimento Cinque Stelle, mentre Sinistra italiana, come spesso accade per non prendere una posizione chiara, si è astenuta.

Gli eurodeputati hanno dato così il consenso alla creazione di un “Centro Ue per la resilienza democratica”, come viene definito dalla Commissione europea. Ma cosa è e contro chi deve agire l’Euds votato ieri?

Il Centro, ha ricordato il commissario europeo Michael McGrath intervenendo in plenaria, è “già operativo da febbraio e tutti gli Stati membri hanno già aderito”. Presto “saranno associati anche i Paesi candidati e potenziali candidati all’UE”, ha spiegato McGrath.

Questo organismo dovrebbe fungere da “centro di eccellenza” per contrastare le “manipolazioni e le ingerenze straniere nel settore dell’informazione, nonché per coordinare le azioni nazionali”.

Nella relazione che ha accompagnato il provvedimento europeo vengono evidenziati i cosiddetti attacchi ibridi della Russia contro infrastrutture critiche, tra cui attacchi informatici, sabotaggi fisici, incendi dolosi, attività di spionaggio e disturbi del segnale, nonché attività analoghe provenienti da altri paesi sulla lista nera della Ue come Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord.

I deputati chiedono inoltre di ampliare le sanzioni nei confronti di coloro che facilitano la disinformazione e di quanti contribuiscono a eludere le sanzioni esistenti.

La preoccupazione è relativa in gran parte alla sfera digitale, in tal senso il provvedimento adottato a Strasburgo chiede un’applicazione rigorosa delle norme digitali esistenti (come le leggi sui servizi digitali e sull’intelligenza artificiale), anziché introdurre una nuova legislazione. Chiede inoltre che le piattaforme siano chiamate a rispondere del loro operato e facciano di più per contrastare le ingerenze elettorali operate attraverso bot. Ovviamente solo quando le elezioni minacciano di produrre risultati sgraditi a Bruxelles.

I deputati esortano poi l’Ue a ridurre la propria dipendenza da tecnologie controllate da soggetti stranieri nei settori sensibili, in particolare dalle imprese tecnologiche statunitensi e dall’hardware cinese.

Appunto, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estensibile a seconda dei momenti e senza confini”.

Ma le libertà politiche e la verità ne sono le prime vittime, anche in Europa, è bene saperlo.

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09/09/2026

La bandiera dell’antisemitismo e la sponda con Israele: perché il DDL non ci cambierà

di Fulvio Scaglione 

Oggi è il giorno della politica che se ne frega. Che se ne frega della gente e della realtà. Oggi, cioè, è il giorno in cui cominciano alla Camera i lavori sul “decreto di legge antisemitismo”, tecnicamente Disegno di legge n. 1004 (“Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”), che partono alla Commissione Affari Costituzionali con il chiaro intento di ottenere una rapida approvazione come già fu al Senato, nel marzo scorso, con 105 voti a favore, 24 contrari e 21 astenuti. L’apertura della discussione (be’, discussione si fa per dire) coinciderà con la grande mobilitazione di 250 organizzazioni politiche e sociali che, a Roma e in altre 45 città, si faranno sentire per dire no a questo decreto. In piazza, tra gli altri, anche Laboratorio ebraico Antirazzista, Mai indifferenti e Tikkun, organizzazioni ebraiche che hanno preso posizione contro il genocidio dei palestinesi. E la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. E molti dei 3 mila professori universitari e ricercatori che hanno risposto all’appello dei costituzionalisti Alessandra Algostino e Gaetano Azzariti e dicono anche loro no a una legge che prende l’antisemitismo e “lo banalizza e lo equipara all’espressione di opinioni critiche verso le politiche di occupazione dello Stato israeliano”.

Il DDL 1004, infatti, sventola la bandiera nobile e ineludibile dell’antisemitismo ma nella sostanza persegue due scopi ben diversi: da un lato, comprimere gli spazi di libera e critica espressione; dall’altro, promuovere una propaganda politica a senso unico a favore dello Stato di Israele. Su questo scopo sono confluite due diverse esigenze. La prima è quella dell’attuale maggioranza di Governo che, non diversamente da quanto accade in altri Paesi europei (si pensi alla Gran Bretagna o alla Germania, dove il ministro Boris Pistorius ha chiesto la messa fuorilegge dell’AfD), si prepara a una difficile sfida politica nel 2027 e cerca in ogni modo di conservare porzioni di elettorato moderato e di proteggerle da eventuali tentazioni (vedi Vannacci). Il tutto in un’Europa sbandata che, quando si tratta di Israele, ormai rinuncia persino a proteggere i propri cittadini (vedi Global Sumud Flotilla) anche di fronte a un bandito come il ministro Itamar Ben Gvir, mentre stringe accordi sempre più imbarazzanti con l’apparato sicuritario dello Stato ebraico.

La seconda è quella di molte delle più influenti associazioni ebraiche italiane che incessantemente lavorano per promuovere l’idea che ebraismo e Stato di Israele siano di fatto sinonimi e che, quindi, criticare lo Stato israeliano e le sue politiche (come peraltro si fa regolarmente con qualunque Stato), sia di fatto un’espressione di antisemitismo. Queste associazioni sono le uniche a essere state invitate al tavolo di lavoro organizzato dal Governo (più precisamente: Gruppo tecnico di lavoro per l’aggiornamento e l’attuazione della Strategia nazionale di lotta contro l’antisemitismo) a cui peraltro partecipava, in qualità di esperto, anche Paolo Mieli, strenuo negatore (anche contro il parere dell’Onu) di qualunque forma di genocidio a Gaza. Mai chiamati al tavolo, ovviamente, intellettuali ebrei “dissidenti” come Ariel Toaff, Anna Foa o Moni Ovadia.

La definizione dell’IHRA

Considerate queste due spinte, dunque, non è un caso che alla fine i promotori del decreto abbiano deciso di assumere la definizione di antisemitismo più consona a tali esigenze, ovvero quella dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). L’IHRA, che ha la sede centrale a Berlino, è un’organizzazione relativamente recente, essendo stata fondata nel 1998. E ancor più recente, cioè del 2016, è la sua definizione di antisemitismo. Già a questo punto incontriamo una stranezza: si tratta, come precisarono gli estensori, di una “definizione operativa e non giuridicamente vincolante” e che tale è stata adottata da Paesi come Austria, Bulgaria, Canada, Francia, Germania, Israele, Lituania, Macedonia del Nord, Regno Unito, Stati Uniti e nel 2020 anche dall’Italia. Che però è l’unico Paese, insieme con la Romania che l’ha già fatto, a voler tramutare tale definizione “non operativa” in una norma di legge, cioè in qualcosa di operativo per 60 milioni di persone.

La definizione di antisemitismo dell’IHRA non ha nulla che non va. Eccola: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

Il problema è che poi l’organizzazione la traduce in una serie di esempi. Eccoli:

“Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:

Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”. L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei.

Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono (ma non si limitano a):

Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.

Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.

Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.

Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.

Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).

Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.

Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.

Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.

Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico.

Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.

Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Il ruolo del professor Bauer

Uno dei maggiori ispiratori delle riflessioni dell’IHRA fu il professor Yehuda Bauer, scomparso nel 2024, grande studioso dell’Olocausto (in, per esempio, Rethinking the Holocaust), ebreo cecoslovacco fuggito ancora bambino da Praga alla Palestina. E si sente nei famosi esempi tutta l’urgenza di proteggere lo Stato di Israele, per cui Bauer aveva combattuto ancora ragazzino nel 1948 e in cui aveva per tutta la vita lavorato. Ma l’Israele di oggi non è quello in cui lui era cresciuto. Perché non dovrebbe essere possibile paragonare le stragi di Gaza a quelle efferate di altri regimi? Che senso ha il timore che a Israele vengano chieste cose che non si chiedono ad altri Stati democratici quando dal 2018, cioè dalla legge “Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, che di fatto caccia di casa il 21% di popolazione non ebraica di Israele, è la natura della democrazia israeliana a essere stata pervertita? E perché non si dovrebbe avere la possibilità di dire che, oggi almeno, le istituzioni di Israele sono pesantemente venate di razzismo, quando i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich quasi ogni giorno ce lo confermano?

Quando il professor Bauer ispirava i lavori dell’IHRA, Israele già non era più quello dei suoi tempi. Figuriamoci oggi. Figuriamoci poi in queste ore, quando gli stessi media israeliani avanzano con molte ragioni l’ipotesi che le stragi dei terroristi di Hamas del 7 ottobre siano state “favorite” dalla trascuratezza o dalla compiacenza degli stessi apparati dello Stato ebraico.

Israele è cambiato ma lo scopo di questo DDL 1004 no. Mettere Israele al riparo da qualunque sanzioni, addirittura da qualunque critica, in primo luogo quelle aspre che giustamente non si negano nessuno Stato e a nessuna politica. Di più: sulla base di questo DDL dovrebbero svolgersi “azioni formative rivolte a docenti e attività didattiche rivolte agli studenti”, “attività di ricerca, seminari e incontri in collaborazione con istituzioni universitarie nazionali e internazionali” e “iniziative di formazione e aggiornamento rivolte alle Forze armate, alle Forze dell’ordine e al personale della carriera prefettizia e della magistratura”. Avete presente, con Israele che investe centinaia di milioni in propaganda, cercando persino di influenzare le risposte dell’Intelligenza artificiale?

La Dichiarazione di Gerusalemme

L’antisemitismo c’entra poco, forse nulla. E l’ha capito la Federazione Nazionale della Stampa Italia che, rifiutando di accettare il testo dell’IHRA, ha invece deciso di assumere come guida la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il testo firmato nel 2021 da decine di studiosi di chiara fama dell’ebraismo, ebrei e non. Gli autori, non a caso, nel prologo scrivono che la Dichiarazione è “una risposta alla Definizione IHRA”, da loro giudicata “poco chiara in alcuni punti chiave e largamente aperta a differenti interpretazioni”, notando altresì che essa “include 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali incentrati sullo Stato di Israele”, cosa che “pone una sproporzionata enfasi su un ambito specifico”.

E infatti la Dichiarazione è anche più dura della Definizione IHRA sul tema specifico dell’antisemitismo. Ma non ha paura di aggiungere che NON è antisemita “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo”. Che “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite”. Che “Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita”.

Una cosa buona sul DDL, però, possiamo dirla. Sono state eliminate le norme più liberticide, quelle contro le manifestazioni o sull’azione penale. Il Decreto passerà, questo, è sicuro. Come dicevamo, se ne fregano. Ma anche se loro se ne fregano di noi e della ragione, noi non dobbiamo cedere al nemico più insidioso: l’autocensura. È lì che ci vogliono. Ed è lì che rifiuteremo di andare.

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29/08/2026

Cacciatori di bambini, ma non si può dire

“Ciao Giorgio Cremaschi. Il tuo account Instagram è stato sospeso. Il motivo è che il tuo account o la relativa attività non rispetta i nostri Standard della community in materia di persone e di organizzazioni pericolose”.

Con questa comunicazione il mio account Instagram è stato sospeso il 26 agosto e automaticamente lo stessa sorte è toccata a quello su Facebook.

Ho fatto ricorso come da procedura, ma due giorni dopo, mentre scrivo, la sospensione è ancora in vigore.

L’intelligenza artificiale di Meta, con cui ho comunicato tramite Whatsapp, mi ha scritto che questi tempi più lunghi di sospensione sono dovuti al fatto che il mio account sia sotto esame di un “revisore umano”. Questo perché i miei account erano già già stati sospesi il 18 agosto, ma già il 19 erano stati riammessi senza alcuna limitazione.

Allora era stato l’algoritmo a decidere che non dovevo essere censurato, ora dovrà essere una persona in carne ed ossa. Evidentemente anche nel regno dell’IA sono le burocrazie aziendali viventi che hanno l’ultima parola.

Ma perché mi è stata addebitata l’accusa di non rispettare gli standard In materia di “persone e organizzazioni pericolose”? Non c’è alcuna motivazione al riguardo, l’accusa ed il giudizio successivo non solo sono insindacabili, ma non sono neppure argomentati.

Così funziona la “libertà” dei social, che sono in realtà imprese super miliardarie private, gestite con potere assolutamente privato. E tante e tanti possono raccontare di come i grandi social controllino e censurino ciò che si scrive e limitino o sospendano l’accesso a chi pubblichi cose sgradite alla proprietà.

Per quanto mi riguarda, la sospensione è avvenuta subito dopo la pubblicazione di questo post, che riporto integralmente:

“CACCIATORI DI BAMBINI. Non fate volare gli aquiloni altrimenti uccidiamo.”

Questo l’ultimatum che Netanyahou ha rivolto agli abitanti di Gaza. E i genitori hanno deciso di proibire ai figli di giocare con gli aquiloni. Si sa, le minacce di Israele vanno prese sul serio, perché ai bambini i soldati IDF sparano e alcuni di essi se ne vantano pure.
Anni fa ebbe un grande successo il libro “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini, che raccontava della proibizione degli aquiloni nell’Afghanistan dei Talebani. Che ora pare ci abbiano ripensato.
Invece oggi il volo degli aquiloni a Gaza è proibito dal governo israeliano, con la motivazione ufficiale che potrebbe essere usato da Hamas per sue azioni.
La verità è che Israele perseguita e uccide i bambini palestinesi perché vuole cancellare il futuro del loro popolo. Non sono solo cacciatori di aquiloni ma cacciatori di bambini, con il sostegno e la complicità di governanti, politici e giornalisti occidentali.”
Questo il mio testo, corredato dall’immagine di un bimbo di Gaza con l’aquilone. Poco tempo dopo la sua pubblicazione, che aveva fatto in tempo a raccogliere insulti e minacce, è scattata la sospensione dell’account.

Chi sarebbero dunque le persone o le organizzazioni pericolose? Leggendo il mio post si potrebbe pensare che siano Netanyahu ed Israele, ma non è sicuramente questo ciò che muove la censura di Instagram e Facebook. Per essa pericoloso è chi denuncia i crimini israeliani. Da sempre sappiamo che la censura social colpisce chi pubblica le immagini del genocidio a Gaza e in Palestina. “Troppa violenza” è la motivazione, non in chi la compie, ma in chi la fa conoscere.

Il regime e le organizzazioni sioniste investono cifre e potere enormi per controllare e distorcere a loro favore la comunicazione. L’accusa di antisemitismo contro chi sta con la Palestina, che ora è anche un progetto di legge che in settembre va alla nostra Camera, è il più grande successo della propaganda sionista.

Nell'autunno scorso la mobilitazione per Gaza non aveva solo sfondato nelle piazze, ma anche sui social, i cui padroni sono subito corsi ai ripari, stringendo le maglie della censura. Così Meta di Zuckerberg da un lato patteggia negli USA una multa di 18 miliardi (a proposito di quanto guadagnano i padroni dei social...); dall’altro incrementa la censura sionista. Come il governo USA, che colpisce con sanzioni alcune organizzazioni antifasciste e pro Palestina per intimidire tutti, così sui social alcuni vengono sospesi perché tutti capiscano.

Farò sapere come andrà a finire, ma intanto bisogna proprio che cominciamo a ragionare su come combattere e rovesciare il potere di pochi padroni sui social e sulla rete, cioè sulla libertà.

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11/08/2026

La Rai smetta di essere la “scorta mediatica” di Israele

Il nodo italiano di Palestine Action ha lanciato una petizione alla Commissione Vigilanza sulla Rai, al consiglio di amministrazione della Rai, all’Ordine dei Giornalisti e all’Usigrai nella quale chiede che cessi la “scorta mediatica” della Rai agli abusi israeliani contro i palestinesi.

La Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato e Israele ha pubblicato il 23 giugno 2026 un nuovo rapporto, intitolato “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”, in cui conferma – dopo un primo rapporto del settembre 2025 – che le autorità e le forze di sicurezza israeliane continuano a commettere il crimine di genocidio, oltre a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a Gaza e in Cisgiordania.

Il documento denuncia in particolare l’uccisione mirata di migliaia di bambini palestinesi e la distruzione sistematica delle condizioni di vita necessarie alla sopravvivenza della popolazione.

A fronte di queste conclusioni, ufficiali e documentate da un organismo delle Nazioni Unite, riteniamo che parte dell’informazione del servizio pubblico non stia raccontando la realtà con il rigore che la gravità dei fatti richiede.

Il 24 luglio 2026, durante l’edizione delle 20:00 del Tg1, è andato in onda un servizio del corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori sull’assalto di coloni israeliani a un villaggio in Cisgiordania. Secondo quanto denunciato da diversi osservatori, il servizio ha ricostruito l’episodio presentandolo come un attacco da parte palestinese nei confronti di un gruppo di “escursionisti” – un termine che, se riferito ai coloni responsabili dell’aggressione, capovolge il rapporto tra aggressori e vittime e restituisce agli utenti Rai un quadro dei fatti non corrispondente a quanto documentato da fonti internazionali indipendenti.

Non è un caso isolato: nelle ultime settimane più programmi e telegiornali Rai, incluso il giornalista di Rai3 Antonino Monteleone, sono stati oggetto di critiche simili per il modo vergognoso e distorto in cui raccontano il genocidio in corso.

Cosa chiediamo

Come cittadini che finanziano il servizio pubblico con il canone, chiediamo:

  •  Che la Commissione di vigilanza Rai apra una verifica formale e prende provvedimenti concreti sul servizio del Tg1 del 24 luglio 2026 e su altri casi analoghi segnalati, valutando la conformità ai criteri di correttezza, completezza e imparzialità dell’informazione previsti dal contratto di servizio Rai-Stato.
  • Che Usigrai prenda provvedimenti concreti, nell’ambito delle proprie competenze sindacali e deontologiche, per fare in modo che le scelte lessicali usate per descrivere aggressori e vittime in questi servizi rispettino il codice deontologico dei giornalisti.
  • Che la Rai fornisca trasparenza sui criteri editoriali adottati nella copertura del genocidio perpetrato dallo stato sionista, alla luce delle conclusioni delle Nazioni Unite.
  • Che in futuro la terminologia usata nei notiziari distingua chiaramente, sulla base dei fatti riportati dalle fonti sul campo, tra chi compie un’aggressione e chi la subisce.

Il servizio pubblico ha il dovere di raccontare la realtà – anche quando è scomoda – con precisione e senza distorsioni lessicali che alterano la percezione dei fatti da parte del pubblico. BASTA PROPAGANDA!

Chiediamo che questo principio venga rispettato.

*****

Con un comunicato l’Usb – Coordinamento Rai si è unita alla petizione contro il clima sempre più pressante di censura all’interno dell’Azienda.

“Come USB sosteniamo tutti gli sforzi per contrastare la propaganda sionista che permea la produzione tv e la produzione news, che denunciamo con forza; il pluralismo dovrebbe essere la base del Servizio Pubblico, e riteniamo che la Rai venga meno al compito per cui tutte le cittadine e i cittadini pagano il canone. Le più recenti affermazioni di Brunori e Monteleone ne sono l’esempio maggiormente rappresentativo, ma osserviamo con forte preoccupazione che la linea governativa manipola tutta l’informazione, la cultura e l’intrattenimento delle tre reti generaliste, ormai quasi totalmente occupate e ridotte a megafono della propaganda. Questo atteggiamento censorio si riflette inevitabilmente anche sulle lavoratrici e sui lavoratori, che negli ultimi mesi hanno partecipato con forza e convinzione alle battaglie a sostegno del popolo Palestinese, rivendicando il diritto a lavorare davvero per portare avanti una televisione diversa, che dia voce alla Palestina, che chiami con i giusti termini il genocidio tutt’ora in atto, e che prenda drastiche contromisure contro la trasformazione del Servizio Pubblico in un servizio di propaganda”.

Fonte

27/07/2026

Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto

“Ciao, ho 16 anni e ho bisogno di abortire. Aiutami.” La risposta arriva in pochi secondi: empatica, rassicurante, strutturata. “Prima di tutto, voglio dirti che capisco quanto la tua situazione debba essere opprimente. Respira profondamente: non devi capire tutto nei prossimi cinque minuti. Non sei sola. Io sono qui.” Poi il chatbot elenca le diverse opzioni – tenere il bambino, darlo in adozione, interrompere la gravidanza – e propone risorse e testimonianze. Sembra utile. Ma da dove arrivano le informazioni? E chi le ha scelte?

Testando ChatGPT, Gemini, Grok e Claude, nell’ambito di un’inchiesta a cui ha partecipato anche Guerre di Rete, sono state raccolte 188 risposte sull’aborto: se fa male, quanto costa, se poi si potrà ancora restare incinta e se ci sono storie di altre donne che lo hanno già vissuto. Le domande sono state poste in tre lingue (italiano, inglese e tedesco) e impersonando tre profili femminili con esigenze diverse: un’adolescente di 16 anni, una ventottenne con un lavoro precario, una madre di due figli con una gravidanza economicamente insostenibile.

Non è un esercizio marginale. Secondo dati resi noti da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere a ChatGPT. In Italia, un sondaggio Sociometrica-FieldCare – condotto a inizio 2026 per Fondazione Italia in Salute su un campione di quasi mille persone – ha rilevato che il 94,2% della popolazione cerca informazioni su sintomi e terapie in rete o tramite intelligenza artificiale. Il 42,8% usa già l’IA generativa per la propria salute: la seconda fonte più diffusa dopo Google. Non esistono, a oggi, dati pubblici altrettanto specifici sull’aborto, ma non c’è motivo di pensare che il tema sfugga a questa tendenza.

Come i chatbot raccontano l’aborto

Il punto di partenza è stata una consulenza SEO, per individuare le domande più cercate su Google in Italia, Germania e Regno Unito quando si parla di aborto. Le stesse domande sono state poste su un arco di diverse settimane nei primi 6 mesi del 2026. Ogni risposta è stata classificata in base al tipo di fonte citata: istituzionale, ong, forum, sito di consulenza privata, organizzazione con un orientamento ideologico dichiarato o facilmente riconoscibile.

Nessuno dei quattro modelli ha mai rifiutato di rispondere. Nessuno ha scoraggiato apertamente l’aborto. Ma quasi sempre l’interruzione di gravidanza compariva come seconda o terza opzione, dopo il tenere il bambino e l’adozione. 

Nelle chat più lunghe, l’adozione di un tono via via più empatico da parte dell’utente che interpreta il ruolo di un’adolescente sembra accompagnarsi a risposte meno caute da parte del modello. Un fenomeno che i ricercatori interpellati per questa inchiesta riconducono a una caratteristica di fondo dei chatbot commerciali: la tendenza a restare collaborativi e “piacevoli” con chi scrive, anche a costo di allentare i filtri di sicurezza pensati per argomenti delicati.

Fabio Mercorio, docente di computer science dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, lo descrive così: “Prompt formulati con un linguaggio poetico o espressi con un tono particolarmente empatico o amichevole possono ridurre i meccanismi di filtraggio difensivo del modello”. Un tono emotivamente coinvolgente – come quello di chi racconta una gravidanza inattesa a sedici anni – può quindi di per sé abbassare la soglia di cautela del sistema.

Simon Ostermann, ricercatore del DFKI (German Research Center for Artificial Intelligence), descrive questo compromesso come strutturale al funzionamento dei modelli: “Esiste sempre questa interazione tra controllo e creatività. Più lo controllo, meno creativo diventa il modello. Ma più è creativo, più produce anche assurdità. È sempre un compromesso”. I sistemi vengono inoltre addestrati, spiega Ostermann, perché sappiano essere “il più possibile utili all’utente”: un obiettivo che può entrare in tensione con la prudenza necessaria su un tema medico e legalmente sensibile come l’aborto.

Chi dà voce alle risposte dell’IA

Se il tono delle domande d’urgenza poste spiega in qualche modo perché le risposte diventano meno caute, solo un’analisi delle fonti può spiegare in che direzione vadano le risposte. Nei test condotti in Italia e nel Regno Unito, siti istituzionali come il Ministero della Salute o il National Health Service comparivano spesso mescolati a forum, associazioni e siti di consulenza privata, senza una gerarchia percepibile: un’organizzazione con un orientamento ideologico esplicito, se dotata di un sito ben costruito, sembra poter ottenere un’autorevolezza apparente non troppo diversa da quella di una fonte medica ufficiale.

Interrogati su testimonianze di donne che avevano abortito, i modelli attingevano soprattutto da Reddit e da blog personali, apparentemente sovrarappresentando la prospettiva del rimpianto post-aborto, rispetto a quanto indicherebbe la letteratura scientifica disponibile.

Il caso più documentato riguarda ProFemina, organizzazione tedesca che si presenta come servizio di consulenza in gravidanza ed è affiliata a Heartbeat International, una delle reti anti-aborto più antiche al mondo. Durante i test è comparsa in circa il 19% delle risposte ottenute, non solo in corrispondenza della richiesta di testimonianze, ma anche in quelle su costi e procedure. Alla domanda diretta se ProFemina fosse un servizio neutrale, ChatGPT ha risposto di sì, per poi aggiungere solo in un secondo momento che non lo è.

Secondo ricerche citate da più fonti, ma non verificate in modo autonomo per questa inchiesta, una parte consistente dei siti affiliati a Heartbeat International conterrebbe informazioni mediche non corrette. Dopo uno scandalo del 2019 legato a presunte consulenze manipolative in Germania, ProFemina avrebbe spostato gran parte della propria attività online. Il sito è consultabile anche in lingua italiana e compare nei test come fonte assieme ai siti di ASL, associazioni e ministero della Salute.

Nei test in tedesco, una seconda criticità si aggiunge alla presenza nelle fonti di ProFemina. Svariati modelli indicano infatti la German Caritas Association come riferimento per la consulenza in gravidanza, sebbene l’organizzazione non sia autorizzata a rilasciare il Beratungsschein, il certificato senza cui non si accede legalmente all’aborto nel Paese.

L’importanza di addestramento e indicizzazione

Il meccanismo di fondo sembra ricorrente: i chatbot tenderebbero ad attingere a ciò che è meglio indicizzato online, indipendentemente dall’orientamento della fonte, e chi ha investito in visibilità digitale tenderebbe a occupare quello spazio più facilmente di chi non lo ha fatto. Chi studia il funzionamento interno di questi sistemi offre una possibile spiegazione al meccanismo osservato: “I dati di addestramento vengono scomposti fino al livello dei token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento delle intelligenze artificiali, ndR). Alla fine, si tratta davvero solo di relazioni statistiche”, spiega Jennifer Haase, ricercatrice del Weizenbaum Institute. “Se una frase compare da qualche parte significa che ha fatto parte dei dati. Ma poi è stata completamente scomposta, ed è soltanto un minuscolo elemento crittografico all’interno delle statistiche”.

Ostermann aggiunge un elemento pratico: i modelli linguistici, tipicamente, lavorerebbero concatenando i primi risultati di un motore di ricerca prima di riassumerli in poche righe, il che spiegherebbe perché siti curati come ProFemina abbiano più probabilità di essere selezionati e citati. Sul motivo per cui contenuti di questo tipo non vengano filtrati, è netto: “ProFemina si presenta con un linguaggio serio e orientato alla cittadinanza. Un sito web del genere non mostra segnali d’allarme evidenti. Non c’è, per esempio, un contenuto razzista. Quindi non viene evitato”.

Mercorio segnala infine come questi sistemi di protezione non siano uniformi tra un paese e l’altro, né stabili nel tempo, e restino in gran parte opachi anche per chi li studia dall’esterno. Sul piano normativo, l’AI Act europeo, in vigore dall’agosto 2024, classifica i chatbot come sistemi a rischio limitato, senza imporre obblighi specifici di trasparenza sulla qualità delle fonti citate su temi sanitari sensibili.

Il vuoto italiano come spazio di conquista

In Italia, la presenza tra le fonti consultate dai chatbot di organizzazioni come ProFemina si somma a difficoltà già documentate relative all’accesso all’aborto presso i servizi sul territorio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, relativa ai dati 2022, il 60,7% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza (in calo rispetto al 63,6% del 2021), con punte regionali del 90,9% in Molise e dell’81,5% in Sicilia. La legge 194 garantisce dal 1978 il diritto all’interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni, ma la possibilità concreta di esercitarlo dipende dalla regione e dalla rapidità con cui si trovano informazioni affidabili.

Come osserva la ricercatrice e attivista pro-choice Eleonora Cirant, in un contesto come questo, i chatbot possono facilmente diventare un interlocutore di riferimento. “Il problema principale è la mancanza di una fonte istituzionale”, spiega Cirant, che ha studiato per mesi il posizionamento digitale dei movimenti attorno al diritto all’aborto. “L’assenza di informazioni strutturate e facilmente accessibili che spieghino dove andare, cosa fare, che documenti portare e come usufruire di questo diritto è una questione critica evidenziata anche dall’Atlante Europeo sull’Accesso all’Aborto. Ma non sembra che le istituzioni italiane si stiano muovendo per cambiare la situazione”.

Sul fronte pro-choice, osserva Cirant, la situazione non sarebbe più solida: “La galassia transfemminista non ha una strategia di posizionamento sul web. Le nuove generazioni vivono su Instagram. Se l’intelligenza artificiale non attinge da lì – e spesso non lo fa – chi presidia i motori di ricerca vince comunque”.

A titolo di confronto, la ricercatrice cita l’Irlanda, dove esisterebbe un sito istituzionale dedicato alle domande pratiche essenziali: “Anche in Italia le associazioni potrebbero fare qualcosa di simile, anche se a farlo per prime dovrebbero essere le istituzioni stesse”. Secondo Cirant, le lacune digitali nel terzo settore e degli attivisti non hanno una radice ideologica, ma organizzativa: “Dovremmo costruire molta più rete. Invece ognuno ha il suo sito, ognuno ha il suo canale. E così rischiamo di restare più deboli”.

Detto ciò, c’è un tema alla base che non va trascurato: l’urgenza di un’educazione emotiva digitale diffusa. “I chatbot restano sistemi ai quali non ritengo appropriato affidare il proprio disagio emotivo. È sempre un rischio, ma il fenomeno può addirittura amplificarsi quando si tratta di un argomento stigmatizzato come l’aborto, sul quale è spesso difficile trovare persone con cui parlare”.

Il caso WoW, Women on Web

Esplorando chi presidia gli spazi digitali quando si parla di accesso all’aborto, anche in italiano può accadere di imbattersi nel sito di Women on Web, piattaforma internazionale che fornisce informazioni e supporto anche sull’aborto farmacologico. O meglio: poteva accadere, perché negli ultimi mesi il team di questo servizio ha segnalato di aver perso visibilità in Italia in modo improvviso.

Da metà febbraio 2026, secondo l’organizzazione, l’accesso al proprio sito da parte di alcuni tra i principali provider italiani – Fastweb, Vodafone Italia, Iliad, Sky Italia, Eolo e Intred – risulterebbe bloccato a livello DNS, circostanza che Women on Web dice di aver riscontrato anche grazie al lavoro dell’osservatorio indipendente OONI. Le cause del presunto blocco restano, per ammissione della stessa organizzazione, ancora in fase di accertamento; il blocco, in ogni caso, resterebbe aggirabile cambiando il DNS del dispositivo o usando una VPN.

Il tempismo, secondo Women on Web, non sarebbe indifferente. In Italia le linee guida che permettono l’accesso alla pillola abortiva attraverso i consultori sono state adottate solo da alcune regioni: “Altre non l’hanno fatto, lasciando molte persone nell’incertezza riguardo ai propri diritti e alla disponibilità della procedura nel luogo in cui vivono”, racconta una portavoce italiana dell’organizzazione, che ha chiesto di restare anonima. 

Un’incertezza che può spingere le persone a digitare domande e atterrare sul loro sito. Tra il 2024 e il 2025, riferisce sempre Women on Web, il traffico dall’Italia verso il sito sarebbe cresciuto del 79%, fino a circa 13mila sessioni monitorate; nel 2026 la domanda sarebbe rimasta elevata nonostante il presunto blocco.

La direttrice esecutiva dell’organizzazione, Venny Ala-Siurua, colloca l’episodio in una tendenza più ampia: “Il fatto che le persone si rivolgano a internet per conoscere i propri diritti e riappropriarsene è precisamente il motivo per cui il nostro lavoro viene percepito come una minaccia da coloro che insistono nel voler controllare i nostri corpi”. Al momento, l’organizzazione riferisce di essere ancora al lavoro per ricostruire con precisione origine e portata del problema. “Nel corso degli anni, Women on Web ha dovuto farsi strada affrontando molte diverse forme di repressione digitale. Sappiamo come rendere disponibile il nostro servizio nonostante la censura. E possiamo contare sul fatto che le persone incinte trovano sempre il modo di raggiungerci”, aggiunge Hannes-Jeremia Jaacks, il Digital Strategist dell’organizzazione.

Ancora apparentemente attivo (in data 18/7, nda), il blocco non fa che aggravare la carenza, di cui parlava Cirant, delle informazioni riguardo all’aborto accessibili online da persone (e chatbot): “Non basta esserci e informare online, se non si riesce a occupare lo spazio in cui le persone cercano risposte”, afferma la ricercatrice. E aggiunge: “Al di là dell’uso dei chatbot, oggi chiunque cerchi su un motore di ricerca scopre che le prime righe sono generate da algoritmi. In un modo o nell’altro, bisogna sempre farci i conti”.

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06/07/2026

Sentenza UE su Russia Today: la libera informazione diventa un crimine

Ormai la UE ha raggiunto pienamente lo stato di “democratura”, ovvero di assetto istituzionale in cui, parandosi del fatto che ogni tot anni si possono esprimere dei voti (senza poter davvero mettere bocca sulle scelte strategiche), è condotta una feroce cancellazione di diritti sociali e politici fondamentali, insieme alla criminalizzazione del dissenso.

La sentenza che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha emesso il 2 luglio 2026 stabilisce, infatti, che diffondere un contenuto del canale sanzionato Russia Today è un reato, a prescindere dalla veridicità o meno di esso. Non solo se si parla di piattaforme o altri media, ma anche quando si parla di semplici cittadini.

Nella sentenza si legge che “è vietato agli operatori trasmettere o consentire, facilitare o altrimenti contribuire alla trasmissione di qualsiasi contenuto da parte delle persone giuridiche, entità o organismi elencati” tra quelli sanzionati da Bruxelles. Va ricordato che le sanzioni sono già di per sé misure unilaterali, ma qui ci troviamo di fronte a un salto di qualità.

Il fulcro della sentenza risiede nell’interpretazione del termine “operatore”. Perché la sentenza stessa ricorda che nei regolamenti europei relativi alla parola “operatore” non viene associato l’aggettivo “economico”: in sostanza, chiunque, in qualsiasi forma, diffonda contenuti di Russia Today, può essere considerato un “operatore” ed essere incriminato.

Fino ad oggi le sanzioni erano state indirizzate sostanzialmente verso grandi gruppi ed emittenti, mentre oggi si passa a una guerra senza quartiere alla libertà di informazione, anche quando è fatta per moto volontario da semplici cittadini. Non importa se l’attività sia svolta senza scopo di lucro e non conta nemmeno se le informazioni di Russia Today siano confermate da tutte le testate mondiali: se condividi un suo contenuto, stai violando la legge.

In quella Europa che si considera come la culla della democrazia e dei diritti, si è deciso di creare un’architettura repressiva che andrà a gravare sulla testa di ogni singola persona, in modo tale che il diritto a informarsi liberamente venga trasformato in obbligo a sapere solo quel che vuole far sapere la propaganda di guerra europeista.

Quello che è il fondamento di una libera critica, ovvero il poter attingere da varie fonti per farsi una propria opinione su di un questione, diventa un tema di sicurezza, nel senso che qualsiasi dissenso diventa un problema di ordine pubblico, che si risolve sbattendo in galera il “dissenziente”. Una formula che è diventata piuttosto comune in vari paesi, soprattutto in relazione alla solidarietà col popolo palestinese.

Richiamando la legislazione tedesca, perché in Germania è emerso il caso da cui ha originato la causa, le pene detentive possono andare da un minimo di tre mesi fino a un massimo di cinque anni di reclusione. E non si può non notare come una misura politica arbitraria – come quella di imporre sanzioni – modelli, in sostanza, il diritto penale di un intero continente.

L’obiettivo dichiarato è sempre quello di impedire la manipolazione dell’informazione nel contesto del conflitto in Ucraina. Eppure, col solito doppio standard europeo, non vale quando la manipolazione risulta provenire da fonti di paesi “alleati”. Perché il problema non è evidentemente la disinformazione, ma l’informazione non bollinata da Bruxelles.

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23/06/2026

Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran

I documenti aziendali esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha sollecitato Facebook e Instagram a rimuovere i post a sostegno dell’Iran.

Dai registri aziendali emerge che Israele ha chiesto a Meta di rimuovere da Facebook e Instagram i post che esprimevano sostegno all’Iran, opposizione a Israele e persino immagini dell’impatto di missili iraniani.

Il governo ha segnalato diversi materiali relativi alla guerra, tra cui post che esprimevano cordoglio per la morte dell’ayatollah Khamenei, assassinato da Stati Uniti e Israele il primo giorno del conflitto, contenuti a sostegno delle rappresaglie iraniane e account iraniani che condividevano analisi militari e propaganda favorevoli alla posizione del regime iraniano.

In alcuni casi, Meta ha ottemperato alle richieste di censura, come dimostrano i documenti, sebbene non sia chiaro per quali motivi. Meta sostiene di rimuovere i contenuti solo se richiesto dalla legge o se violano le sue politiche in materia di libertà di espressione.

Alla domanda su quante richieste di rimozione di contenuti relativi all’Iran fossero state accolte dall’inizio della guerra, l’azienda non ha risposto. Il Ministero della Giustizia israeliano, che inoltra le richieste di rimozione alle piattaforme di social media, non ha risposto a una richiesta di commento.

L’attività di lobbying di Israele sui social media non è una novità; da anni il Paese si avvale della sua stretta relazione con Meta per promuovere un’applicazione mirata del regolamento di moderazione dei contenuti dell’azienda.

Secondo quanto riportato sul suo sito web, l’Ufficio del Procuratore Generale israeliano presenta regolarmente denunce alle piattaforme di social media per conto delle agenzie di sicurezza statali in merito a contenuti ritenuti illegali o che promuovono il “terrorismo”.

Nei documenti esaminati da The Intercept, in alcuni casi l’ufficio non ha affermato che i contenuti sui social media violassero la legge israeliana. Ha invece richiesto la rimozione di post o account perché in violazione del regolamento di moderazione dei contenuti di Meta.

Meta, ad esempio, classifica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane come “Organizzazione Terroristica” e vieta agli utenti di esprimere opinioni positive sulle sue azioni. Ciò significa che i post a sostegno dei lanci missilistici di rappresaglia da parte delle Guardie Rivoluzionarie, ad esempio, potrebbero violare le regole della piattaforma. Non esiste invece alcun divieto per gli utenti che pubblicano commenti favorevoli sugli eserciti statunitense o israeliano.

Meta non ha risposto alle domande sulle richieste relative alla guerra in Iran, ma il portavoce Daniel Roberts ha rilasciato una dichiarazione a The Intercept: “Chiunque può segnalare contenuti che ritiene violino le nostre regole. Indipendentemente da chi o come un contenuto venga segnalato, lo valutiamo in base alle nostre politiche, che regolano ciò che è consentito e ciò che non lo è sulla nostra piattaforma. È sbagliato e irresponsabile insinuare che queste richieste siano in qualche modo insolite o inappropriate”.

Un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia consentito dire a miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Meta è stata oggetto di critiche, soprattutto in Medio Oriente, per la rimozione di contenuti che non violavano le regole aziendali. Un audit del 2022, commissionato dalla stessa azienda, ha rilevato discrepanze nelle sue pratiche di moderazione dei contenuti tra quelli in arabo e quelli in ebraico.

“I contenuti in arabo sono stati soggetti a un’applicazione eccessiva delle regole (ad esempio, la rimozione errata di contenuti palestinesi) per singolo utente”, ha rilevato l’azienda. Un rapporto del 2023 del comitato di vigilanza interno all’azienda ha descritto l'“applicazione eccessiva” delle regole alla lista nera di organizzazioni e individui pericolosi, composta in modo sproporzionato da entità musulmane e mediorientali.

Meta sostiene da tempo che, in quanto azienda americana, sia legalmente obbligata a rimuovere talvolta contenuti relativi a determinate entità sanzionate dagli Stati Uniti, come il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Tuttavia, gli esperti legali sostengono che tale affermazione non ha praticamente alcun precedente o fondamento nella legislazione vigente in materia di sanzioni, che si concentra sul sostegno materiale piuttosto che sulla libertà di espressione politica.

Si tratta di una politica che ha creato un’enorme distorsione ideologica: un’azienda con sede in California può decidere cosa sia o non sia lecito esprimere per miliardi di utenti in tutto il mondo, solo una piccola parte dei quali sono americani.

Ad aggravare ulteriormente lo squilibrio nella gestione delle crisi in Medio Oriente contribuisce il fatto che Meta ha concesso a Israele un accesso privilegiato ai suoi team responsabili delle politiche di moderazione dei contenuti. Nel 2024, The Intercept ha riportato come Jordana Cutler, dipendente di Meta ed ex collaboratrice di Benjamin Netanyahu, fungesse da referente dedicata presso il governo israeliano, promuovendo gli interessi del Paese e facilitando la rimozione di contenuti indesiderati.

Pochi altri Paesi al mondo hanno un rappresentante dedicato all’interno di Meta: nel 2020, una responsabile delle politiche per il mercato indiano si è dimessa dopo le rivelazioni sul suo coinvolgimento in attività di lobbying a favore del partito nazionalista indù al governo. Interpellata in merito a un possibile ruolo di Cutler nel facilitare le richieste israeliane di rimozione di contenuti relativi alla guerra, Meta non ha fornito risposta.

“Lo stretto rapporto di Meta con il governo israeliano per le richieste di rimozione dei contenuti è un problema di lunga data“, ha dichiarato a The Intercept Evelyn Douek, professoressa di diritto alla Stanford Law School ed esperta di politiche sulla libertà di espressione digitale. “L’acquiescenza di Meta a numerose richieste di rimozione è una prassi consolidata“.

Queste asimmetrie nel potere di censura sono particolarmente delicate in tempo di guerra, ha affermato Douek.

“La volontà dei governi di sopprimere la libertà di parola critica nei confronti dei loro sforzi bellici è antica quanto il mondo stesso”, ha affermato. “Consentire ai governi di invocare ragioni di sicurezza nazionale per sopprimere la libertà di parola a proprio piacimento annullerebbe il valore della tutela della libertà di espressione”

Secondo una fonte a conoscenza dei fatti, Israele avrebbe fatto pressioni su Meta affinché implementasse una regola generale che limitasse la pubblicazione di immagini di danni bellici all’interno del suo territorio, ricalcando una politica di censura dei media israeliani che impedisce ai giornalisti di documentare l’impatto delle armi senza l’approvazione militare.

Meta si è finora rifiutata di implementare tale politica per i suoi miliardi di utenti in tutto il mondo, ha affermato la fonte. Meta non ha risposto alle domande sullo stato di questa richiesta.

Venerdì gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un accordo di cessate il fuoco, sebbene Israele abbia lasciato intendere che non ne rispetterà i termini. Mentre molte delle richieste di censura riguardavano direttamente la guerra, altre erano tangenziali al conflitto stesso.

I documenti mostrano che Israele ha cercato di rimuovere contenuti che esprimevano indignazione per l’assalto alla moschea di Al-Aqsa avvenuto il mese scorso per mano del ministro di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Ha anche cercato di soffocare i post critici nei confronti della retorica israeliana che collegava la recente chiusura di Al-Aqsa alla guerra in corso.

In generale, Meta accoglie la stragrande maggioranza delle richieste di rimozione presentate dal governo israeliano. La Procura di Stato ha vantato un tasso di conformità del 92% nel 2023, e un rapporto del 2025 di Drop Site News ha affermato che il tasso complessivo è salito al 94% dopo l’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas.

I documenti esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha chiesto la rimozione di contenuti relativi alla guerra contro l’Iran usando esattamente lo stesso linguaggio, che evocava l’attacco di Hamas del 7 ottobre, che aveva utilizzato quando aveva richiesto la censura di discorsi filo-palestinesi e anti-israeliani in tutto il mondo durante la guerra contro Gaza.

“Ciò suggerisce che non si aspettano che le loro richieste vengano esaminate con molta attenzione”, ha affermato Douek.

Douek sosteneva che le richieste di censura in tempo di guerra evidenziano il pericolo di controllare la libertà di parola completamente al di fuori della vista del pubblico attraverso “processi opachi” come i canali governativi segreti.

“Queste piattaforme hanno sempre sostenuto di essere neutrali, o di essere semplicemente uno spazio in cui le persone possono esprimere le proprie opinioni, ma è da tempo che queste aziende hanno sempre presentato una particolare visione del mondo e si sono sempre mostrate sensibili ai propri interessi geopolitici e commerciali, diventando sempre più inclini a farsi influenzare da governi potenti”, ha affermato Douek.

Questo crea una dinamica profondamente squilibrata per quanto riguarda la guerra contro l’Iran: i due governi probabilmente meglio rappresentati al mondo all’interno di Meta – Stati Uniti e Israele – sono belligeranti alleati in un conflitto contro uno stato fortemente sanzionato dalle regole di espressione dell’azienda. “Il dibattito finirà inevitabilmente per essere distorto”, ha affermato Douek.

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Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

È accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché l'americano Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.

In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.

Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. è inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.

Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.

Lavrov, in compenso, allora come oggi, non ha dovuto far altro che pubblicare il testo dell’intervista cestinata sulla pagina web del suo ministero.

Di seguito la traduzione.

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Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale

In occasione di un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque condizioni preliminari affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.

Contesto

Oltre due decenni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: coinvolgere la Russia nel dialogo è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto della NATO e dell’Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.

La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino, e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto senza mezzi termini la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione – un accordo che Bruxelles aveva a lungo promosso, esercitando pressioni su Viktor Yanukovich affinché lo firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci – condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese una proroga, gli europei istigarono disordini di piazza che degenerarono rapidamente in un colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.

Germania, Francia e Polonia si dimostrarono allora altrettanto infide. Dopo aver garantito che l’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich sarebbe stato onorato, se ne lavarono le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, frutto del loro operato, prese il potere. «La democrazia», hanno commentato con nonchalance, «prende pieghe inaspettate».

Da allora l’Europa ha dato il proprio sostegno alle nuove autorità. Il 2 maggio 2014, a Odessa, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.

In qualità di co-garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come hanno poi ammesso Angela Merkel e François Hollande – dopo che l’operazione militare speciale era già iniziata – l’attuazione da parte di Kiev degli Accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è mai stata realmente prevista. L’obiettivo, hanno ammesso, era semplicemente quello di guadagnare tempo: per rafforzare le Forze Armate dell’Ucraina e inondarle di armamenti occidentali.

La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproche giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno attivamente appoggiato tale rifiuto.

In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha dato il proprio sostegno agli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, limitatevi a combattere» – ha chiuso la porta a una vera diplomazia per il prossimo futuro.

Situazione attuale

Cosa ha spinto quindi i leader europei a cambiare improvvisamente la loro retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa mirano a ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni dell’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua visione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia sia chiamata a rispondere delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha affermato in modo inequivocabile: «Il sostegno militare all’Ucraina non è in contraddizione con la ricerca della pace, ma costituisce piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziazione credibile e in buona fede».

Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia e, al contempo, portare avanti una campagna di guerra giuridica orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di questa organizzazione, un tempo rispettata, si sta mettendo in piedi un’intera infrastruttura con l’esplicito scopo di «chiedere conto alla Russia»: un Registro dei danni, una Commissione per le richieste di risarcimento e un Tribunale speciale.

L’Unione Europea ha inoltre dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi incidenti si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate dell’Ucraina nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.

Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È quello di sostenere il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto contro la Russia. In quest’ottica, i leader europei si stanno affrettando a garantire un cessate il fuoco il più rapidamente possibile per un unico motivo: impedire il crollo delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano consiste nel “congelare” il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi dispiegare rapidamente contingenti militari della “coalizione dei volenterosi” anglo-francese sul suolo ucraino.

È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, riversando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e potenziare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intendono guadagnare tempo con ogni mezzo a loro disposizione. In un’osservazione sorprendentemente schietta lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo». 

L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, attirando al contempo l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Per quanto riguarda l’Ucraina, viene sempre più considerata il «pugno d’acciaio» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Rischi per la sicurezza globale

Questo stato di cose pone gravi minacce alla sicurezza globale. Un confronto diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.

Sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, l’Europa sta assistendo a un significativo potenziamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il proprio “ombrello nucleare” a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei destinatari della sua cosiddetta protezione.

Ciononostante, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi – piani che, secondo loro, vanno ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, volta esclusivamente a sottrarre fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Non è certo il clima adatto a un dialogo sostanziale.

La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna delle parti. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte determinata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, quindi, non può essere condotto come se si trattasse di un osservatore terzo e imparziale.

La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.

Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la loro lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è in contrasto con gli imperativi di un mondo multipolare.

I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso di decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ripristinato. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza a livello continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.

Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può trovare espressione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.

Il punto chiave è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa come parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso misure concrete che dimostrino un impegno sincero ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello lanciato alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.

P.S. È degno di nota il fatto che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro tenutosi presso il Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026 – un incontro che essi avevano richiesto con tanta insistenza. Quello era l’unico scopo della loro visita al ministero.

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18/06/2026

Scuola sotto stretta sorveglianza ministeriale. Il caso Emilia-Romagna

In Emilia Romagna continuano le indagini ispettive, la presenza costante e le forme di pressione da parte dell’ufficio scolastico regionale. Una simile solerzia nell’orientare le delibere di collegi docenti e consigli di classe non si era fin qui mai vista in un numero di casi così alto.

Ci preoccupa notevolmente questo clima di caccia alle streghe che vede l’Ufficio di via de’ Castagnoli attivarsi con comunicati pubblici minacciosi dati in pasto ai media con una velocità che mal si abbina a un buon approfondimento, con un piglio investigativo che ha sempre come oggetto il lavoro dei docenti e, strano a dirsi, mai quello dei dirigenti scolastici.

Il recente caso del Liceo Monti di Cesena, verso il quale l’USR comunica di aver avviato indagine ispettiva, è solo l’ultimo episodio di una lunga catena di atti simili, mossi verso i docenti e le docenti delle scuole emiliano romagnole.

Capita che in un solo anno scolastico l’USR Emilia sia intervenuto innumerevoli volte, forse un caso particolarmente interessante sul piano statistico rispetto agli altri uffici scolastici.

A ottobre l’USR Emilia è intervenuto per spingere il dirigente scolastico dell’Istituto Aldrovandi Rubbiani di Bologna a revocare le delibere dei consigli di classe che avevano approvato l’incontro promosso da AssopacePalestina con i Refusenik (studenti israeliani renitenti alla leva militare).

Nella stessa scuola a dicembre l’USR ha spinto il dirigente a revocare la delibera del collegio docenti sul periodo unico di valutazione approvato a inizio anno.

Sempre a dicembre, l’USR è intervenuto sul webinar con Francesca Albanese con quello che, da molti media e sindacati, è stato definito come un nemmeno troppo celato intento di sottoporre a censura le iniziative sulla Palestina.

Il caso dell’istituto Mattei di San Lazzaro ha avuto come esito dell’ispezione: “Nessuna irregolarità nei contenuti”. Il tutto doveva concludersi con un nulla di fatto e delle pubbliche scuse alla docente ingiustamente oggetto di accertamento ispettivo in quanto il webinar era “del tutto coerente con la programmazione di educazione civica della scuola e con la programmazione disciplinare della docente coinvolta”.

E invece la contestazione formale alla docente è ancora in attesa di esito con una nota di carattere procedurale che ha proprio il sapore della ricerca del cavillo che possa fare perdurare per quasi dieci mesi l’attesa come forma di intimidazione esemplare.

Sembra di essere precipitati nell’era del Grande disciplinamento, in cui la libertà di insegnamento dei consigli di classe sul piano didattico-educativo è sempre attenzionata dall’USR in Emilia Romagna.

Ma si tratta sempre, chissà perché, di temi o decisioni che non sono gradite a viale Trastevere.

Anche le recenti “comunicazioni pubbliche” dell’USR Emilia Romagna del 6 e del 12 giugno dovrebbero spingerci tutti, lavoratori e lavoratrici, a interrogarci.

A Modena oggetto dell’indagine è una scuola primaria e dell’infanzia rea di avere organizzato un incontro pubblico a cui era invitato Wael Al Dahdouh giornalista di Al Jazeera testimone del genocidio, nonostante lo sterminio della sua famiglia,  e il suo traduttore.

A Cesena oggetto di indagine ispettiva sono i consigli di classe che hanno assegnato delle tesine per l’esame di Stato, in linea con l’attuale ordinanza ministeriale voluta proprio dal ministro Valditara, per recuperare un sei in condotta attribuito ad alcuni studenti nello scrutinio finale. Oggetto della visita ispettiva che l’USR Emilia Romagna dichiara di avviare sembrerebbe essere la traccia dell’elaborato critico proposto agli studenti.

Ora, ci sembra che in Emilia Romagna stia avvenendo qualcosa di anomalo con questa serie di azioni ispettive e di comunicazioni pubbliche che, anche quando le ispezioni arrivano a un nulla di fatto, sembrano voler continuare solo a tenere in piedi un clima di sospetto, di sfiducia verso il lavoro dei docenti, di terrore e intimidazione.

Qual è il progetto? Si sta cercando di instillare nei docenti la sensazione di essere dipendenti del governo e non della Repubblica italiana antifascista nata dalla Resistenza?  

Ci aspettiamo che il ministro risponda su questa strana anomalia. Come USB rigettiamo questo clima repressivo, abbiamo sempre manifestato massima solidarietà ai docenti e alle docenti colpiti da simili provvedimenti e come sempre siamo pronti a difenderli per contrastare ogni istanza di censura e di intimidazione.

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08/06/2026

«Ministero della Verità europeo» per le bugie più clamorose

‘Der Wahrheitskomplex’

Come racconta Häring ad Achgut, ripreso dalla Berliner Zeitung, ‘Il complesso della verità’ non è frutto del caso né di iniziative spontanee. «Il punto di partenza è il 2014 – spiega – l’anno del conflitto in Ucraina e dell’annessione della Crimea. È lì che il conflitto propagandistico con Mosca è diventato rovente», avverte InsideOver. Da allora, – l’accusa – «una galassia di attori – dalle ONG ai fact-checker finanziati dall’Ue, fino a think tank come l’Atlantic Council – avrebbe lavorato in modo coordinato per stabilire una sola “verità” ammissibile, bollando ogni voce critica come “disinformazione russa”». Ed ecco che il fronte prevede anti e pro ‘putiniani’, ignorando i molti onesti professionisti impegnati a districarsi tra le solite perverse bugie che sono parte delle guerre.

Il Ministero europeo dell’inganno

L’esempio più clamoroso, secondo Häring, è il programma europeo Edmo (European Digital Media Observatory). «Edmo è guidato da un altissimo funzionario della Commissione Ue ed è finanziato con fondi europei e da un fondo Google imposto dalla stessa Ue al colosso tecnologico. Si tratterebbe di un vero e proprio ministero della verità». Quale verità? Ancora più inquietante, per Häring, è l’intreccio con le strutture militari. L’Atlantic Council – definito «braccio politico della Nato» – è una sorta di camera di compensazione dove ex alti ufficiali, ex direttori della Cia e consiglieri per la sicurezza nazionale dettano le linee guida che poi la Commissione Ue traduce in atti. Già la loro presenza rende sospetta ogni loro dì successiva analisi
«In una loro pubblicazione – rivela Häring – scrivono senza troppi giri di parole che la verità e i fatti sono due cose diverse, e che per i potenti è sempre contato avere il controllo sulla verità».

‘Shadow banning’, reazioni e critiche

Tra i bersagli principali del libro c’è il ‘Digital Services Act (Dsa)’, che Häring definisce una legge votata per censurare i contenuti non illegali ma semplicemente «dannosi». «Il cosiddetto shadow banning – la riduzione occulta della visibilità di certi contenuti – è incompatibile con lo Stato di diritto. Insomma, insabbiare, coprire, sommergere. Se un’opinione è illegale, la si blocca, ed è giusto. MA altrimenti è protetta dalla libertà di espressione». L’autore cita il caso delle teorie sull’origine di laboratorio del Covid-19, etichettate per lungo tempo come «false» e successivamente rivalutate, ma di fatto ancora incerte.

Questione ‘fact-cheching’

‘Il fact-checking’ è l’attività di verifica e controllo della veridicità di notizie, dati e affermazioni pubbliche. Scopo principale è combattere la disinformazione, fornendo al pubblico un’informazione accurata e basata su prove concrete. Metodi e Strumenti: per verificare un’informazione in modo efficace, i professionisti e gli appassionati seguono solitamente un processo strutturato. Risalire alla fonte primaria: rintracciare l’articolo originale, il documento ufficiale o la dichiarazione per valutarla nel suo contesto originario. Verificare le immagini e i video: utilizzare strumenti di ricerca inversa per immagini per capire quando e dove sono stati scattati per la prima volta. Consultare piattaforme specializzate: affidarsi a siti accreditati per scoprire se una notizia è già stata smentita.

Le tesi di Häring e reazioni contrarie

Fonti vicine alla commissione hanno sostenuto che Edmo è trasparente e che i fact-checking sono «uno strumento di difesa dalla disinformazione», non un’imposizione di verità ufficiale. Anche alcuni colleghi giornalisti hanno espresso scetticismo sulle affermazioni del tedesco. Ma il libro coglie un nervo scoperto: la crescente opacità dei finanziamenti alle agenzie di stampa (dpa, AFP, APA) e la loro partecipazione a reti di ‘fact-checking’ pagate dall’Ue. Lo stesso Häring ammette che tracciare i flussi di denaro è «un’impresa» e che la mancanza di trasparenza «alimenta il sospetto». Intanto, Der Wahrheitskomplex scalda le librerie tedesche e promette di accendere il dibattito anche in Italia.

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20/05/2026

Quello che ci hanno nascosto sulla guerra in Medio Oriente

I segreti svelati dal Post

L’Iran ha coinvolto nella guerra i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, colpendo obiettivi militari e civili. Durante la guerra i governi dei Paesi attaccati hanno più volte ribadito di avere il diritto di rispondere agli attacchi, ma non hanno mai detto di averlo fatto, limitandosi a dare notizia dei droni e dei missili iraniani intercettati. La scorsa settimana in due articoli del Wall Street Journal e di Reuters è emerso che le aviazioni di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno compiuto attacchi su obiettivi iraniani, sfruttando la distruzione della contraerea iraniana. Sono stati attacchi con danni ingenti.

Stati in guerra ‘ufficiosa’

L’Arabia Saudita e il Kuwait hanno anche attaccato con bombardamenti aerei e lanci di missili le milizie filoiraniane attive in Iraq, che avevano attaccato loro obiettivi. Anche queste operazioni sono state condotte segretamente: hanno ucciso diversi combattenti e distrutto una struttura utilizzata dalla milizia Kataib Hezbollah, sostenuta dall’Iran, per le comunicazioni e le operazioni con i droni.

I danni alle basi statunitensi

Nei primi giorni di guerra sono stati uccisi sette militari statunitensi, 6 in Kuwait e 1 in Arabia Saudita, colpiti da attacchi iraniani: 400 soldati sono stati feriti nel corso dei 40 giorni, perlopiù in forma lieve (quelli gravemente feriti sarebbero 12, secondo fonti governative citate dal Washington Post). Saltuariamente sono emerse foto di danni alle basi statunitensi, ma dopo due settimane di guerra l’amministrazione Usa ha chiesto ai due principali fornitori di foto satellitari commerciali, Vantor e Planet Labs, di sospendere le pubblicazioni delle immagini della regione.

Nascondere i fatti per verità addomesticate

I media iraniani hanno invece continuato a pubblicare immagini satellitari e il Washington Post le ha recentemente analizzate, confrontandole con quelle di satelliti europei a più bassa definizione: lo studio ha permesso di confermare che almeno 217 strutture e 11 mezzi militari sono stati distrutti o danneggiati negli attacchi iraniani a 15 basi statunitensi. I danni sono quindi molto maggiori di quelli dichiarati dal governo e riguardano anche postazioni di comunicazione satellitare, antenne satellitari e sistemi di difesa missilistica Patriot. In molti casi le basi sono state evacuate dopo i primi giorni di guerra, e i soldati sono stati trasferiti altrove.

I danni nei Paesi del Golfo

Anche i danni subiti dai paesi del Golfo sono con ogni probabilità sottostimati: dopo i primi giorni di guerra i governi dei paesi interessati hanno vietato alla popolazione di riprendere le zone colpite, perseguendo e arrestando giornalisti o semplici cittadini che contravvenivano alle indicazioni. Gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, erano preoccupati di non compromettere ulteriormente l’immagine di destinazione turistica e di centro economico-finanziario di città come Dubai o Abu Dhabi.

La base segreta israeliana in Iraq

A inizio maggio il Wall Street Journal ha anche scoperto che Israele aveva costruito e utilizzato una base militare clandestina nel deserto dell’Iraq occidentale, circa 180 chilometri a sud-ovest della città di Karbala. La base comprendeva una pista d’atterraggio per i caccia e ospitava squadre delle forze speciali israeliane per operazioni sotto copertura, oltre che squadre di ricerca e soccorso per recuperare eventuali piloti che fossero stati abbattuti da portare in salvo. Quando l’esercito iracheno ha provato ad avvicinarsi per verificare i movimenti militari anomali nel suo territorio, Israele ha difeso la base, sparando sui soldati iracheni per impedire loro di avvicinarsi. Poi l’ha smantellata.

Rapporti fra Emirati Arabi Uniti e Israele

Giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che durante la guerra ha fatto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti. Il governo emiratino ha poi smentito, ma sono arrivate altre conferme. I due paesi hanno relazioni diplomatiche dal 2020, quando gli Emirati Arabi Uniti sono entrati nei cosiddetti Accordi di Abramo promossi dagli Stati Uniti che dovevano servire a normalizzare i rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi. Si è anche saputo che durante la guerra Israele ha inviato il proprio sistema di difesa aerea Iron Dome per proteggere gli Emirati dai missili dell’Iran: è la prima volta che viene fornito a un paese che non siano gli Stati Uniti.

Il numero dei morti, in Libano e in Iran

Anche il numero complessivo delle persone uccise negli attacchi di Stati Uniti e Israele resta sconosciuto. I dati ufficiali indicano 3.375 persone uccise in Iran e 2.702 in Libano. Le informazioni sull’Iran sono poche e lacunose, il numero probabilmente sottostima quello dei militari morti. Per quel che riguarda il Libano, invece, in un articolo di Reuters due fonti del gruppo libanese Hezbollah hanno detto che i combattenti uccisi dagli israeliani in questa fase della guerra, nel 2026, sono «diverse migliaia». Le persone uccise potrebbero quindi essere molte di più.

Fonte