Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/09/2026

Crosetto alla guerra contro gli Houthi

La guerra è un rasoio, ricordiamo spesso. E ogni sciocchezza verbale inventata per occultare la realtà viene in un attimo fatta in mille pezzi alla prova dei fatti.

La guerra riesplosa tra Arabia Saudita e milizie Ansar Allah – sbrigativamente chiamate “gli Houthi”, dal nome del loro fondatore – ha portato alla luce la presenza di forze militari italiane in Arabia. La prova stavolta non era occultabile: un aereo Eurofighter Typhoon EF-2000 è stato infatti danneggiato durante gli attacchi notturni contro la base aerea di Ta’if.

L’aereo, è stato poi spiegato, era parte del contingente inviato nell’ambito dell’operazione “Inherent Resolve”, iniziata nel 2014 da una coalizione internazionale mirante a contrastare l’allora preoccupante espansione dell’Isis in Iraq e Siria.

Operazione “riuscitissima”, visto che l’ex leader dell’Isis in Siria – al Jolani – è ora presidente del paese dopo la caduta di Assad, e viene ricevuto a Washington e in Europa.

Un giornalista medio, neanche particolarmente curioso, dovrebbe almeno chiedersi che ci fanno – quegli aerei e quei militari – in Arabia Saudita dopo ben 12 anni. In quel teatro, oltretutto, ci sono state numerose guerre, altre sono in corso, nemici e amici si sono a volte scambiati il posto (per dire: gli sciiti filoiraniani dell’Iraq sono stati preziosi alleati nella guerra all’Isis, così come i curdi). E non serve essere laureati in scienze diplomatiche per capire che se i tuoi soldati sono di stanza nelle basi militari di un paese in guerra di fatto stanno partecipando a quella guerra (quella non è una “missione Unifil”, di interposizione).

Tra l’altro, le forze militari saudite operano pressoché esclusivamente con aerei da bombardamento, affidandosi a mercenari o ai reparti dell’esercito yemenita ancora fedeli – sempre meno – al governo di Aden, quindi è pressoché inevitabile che gli aeroporti diventino bersaglio dei droni o dei missili Houthi.

Ma è inutile attendersi una domanda dal giornalista medio italiano. Così, questa volta, l’hanno posta i diretti interessati, tramite Muhammad Mansur, funzionario del governo Houthi: «Cosa ci fanno gli aerei italiani a sostegno della guerra di Riad contro di noi?» Ricordando, tra l’altro che, «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese».

Messaggio chiaro e anche molto moderato nei toni...

Disabituati a fare domande, i media italiani forniscono però la risposta, condendola nel solito modo falsario: “Gli Houthi sfidano l’Italia”. È un po’ quello che fa Trump buttando fuori dalla Casa Bianca gli inviati di CNN, POLITICO e MsNow: le domande scomode sono un “attacco”...

Se fosse una discussione deontologica, si potrebbe andare avanti a lungo mettendo distinguo, cambiando i nomi alle cose e ai valori, ecc. Ma c’è una guerra in corso, e anche se dici cazzate quella continua a tagliare la lingua ai mentitori, per quanto professionali siano.

È scontato che le milizie Ansar Allah interpretino le risposte che arrivano dall’Italia come un “E invece noi siamo in guerra contro di voi”. E che, quindi, uno dei prossimi droni o missili coinvolgerà altri mezzi o soldati italiani in Arabia, se non vengono ritirati prima.

Nel frattempo, infatti, il ministro Crosetto ordina di scortare le navi commerciali nello Stretto di Bab el Mandab “per proteggerle dagli Houthi” e chiede all’Unione Europea di mandare altre navi ancora e soprattutto pagare le spese.

Il fatto che gli abbia detto sì solo la svalvolata Kaja Kallas non depone certo a suo favore...

Però questo insieme di fatti non parole, sta ad indicare che l’Italia si muove e si sente in guerra. Contro gli Houthi, per ora, poi si vedrà...

Naturalmente, nessuno ci venga a raccontare che “stiamo difendendo i confini della patria” e bestialità consimili a quasi 5.000 km da casa. Le navi commerciali, e i rifornimenti mondiali indispensabili a far funzionare l’economia, si difendono seriamente solo evitando i conflitti, non allargandoli.

Servono diplomatici con sale in zucca, non ministri abituati a venderle, le armi...

Fonte

03/09/2026

Militari al potere, con la collaborazione dei media

C’è qualcosa di molto marcio nel modo in cui governo, “opposizione” e ovviamente il sistema mediatico “ufficiale” stanno trattando il “pericolo russo”.

L’obiettivo appare scontato: utilizzare l’allarmismo per ottenere un consenso sociale – al momento inesistente, anzi... – al riarmo e, a seguire, le prospettive di una guerra.

Se ci fosse una preoccupazione reale per l’“espansionismo russo” vedremmo – sì – crescere l’allarme, ma anche prendere in esame le possibili soluzioni per evitare la guerra, ovviamente in compresenza di spinte guerrafondaie ben nutrite (dai costruttori di sistemi d’arma).

In fondo l’idea di andare allo scontro con una potenza che dispone di quasi seimila testate nucleari, nonché di missili ipersonici non intercettabili (significa che se un missile parte verso casa tua, sicuramente arriva a destinazione), dovrebbe far venire un brivido lungo la schiena soprattutto a chi governa questo sfortunato angolo di mondo, perché due informazioni attendibili sull’arsenale del nemico – contrariamente alla popolazione – le possiede certamente.

Invece, dalle “alte” (si fa per dire...) gerarchie europee alle ridicole macchiette nostrane, è tutto un friccicore di celodurismo dichiaratorio, posture “macho” in stile Kaja Kallas, “no pasaran” da guerriglieri dei Parioli... 

Con un risvolto politico interno immediato e chiaro: chiunque metta in discussione questi governi, protesti in vario modo (dalle vertenze sindacali alle manifestazioni di dissenso) viene tacciato di essere un potenziale “agente putiniano”, quindi da tacitare, sanzionare, confinare (politicamente per ora), estromettere dal palcoscenico politico.

È il solito vecchio gioco dei regimi che vanno alla guerra (“taci! il nemico ti ascolta!”), quasi ridicolo per governi che traballano come una zattera nel mare in tempesta. L’Italia deve andare ad elezioni, Macron è da anni senza una maggioranza e cambia governi più spesso delle lenzuola, la Gran Bretagna idem, in Germania c’è un tale senza più maggioranza che parla come un nazista per rallentare l’arrivo dei nazisti dell’AfD... Ecc..

In questo solito vecchio gioco c’è comunque una stranezza che nessuno riesce a spiegare: il sistema mediatico pare impegnatissimo a indicare nel “nazista de noantri” – un ex generale che si propone di far tornare l’Italia all’epoca delle palafitte – il nemico assoluto, gonfiandone le (poche) iniziative e frasi fatte fino a farne il pilastro dei palinsesti e del dibattito politico.

L’idea, ritenuta evidentemente “geniale”, di presentarlo come un “agente di Putin” non appare peraltro in grado di frenarne l’ascesa nei sondaggi. E non dovrebbe sorprendere, in un paese in cui la contrarietà alla guerra e al riarmo supera in genere i due terzi dei cittadini.

Ciò nonostante si continua su questa solfa, ignorando completamente le (poche) ricostruzioni giornalistiche serie che hanno portato alla luce – nero su bianco, con nomi, cognomi e cifre – la rete di facilitatori-esperti-finanziatori-influencer che hanno strutturato il suo “movimento”.

Come i nostri lettori sanno, questa ricostruzione NON porta alla Russia, ma a Steve Bannon, stratega elettorale di Trump nel suo primo mandato, poi referente della Lega salviniana ed altri fascistoidi che volevano regalargli pure la Certosa di Trisulti. Nomi, cognomi, cifre.

L’altro elemento fondamentale completamente ignorato dai media è che i suoi “collaboratori” principali, compreso il candidato-sindaco di Milano, sono a loro volta alti o ex ufficiali delle forze armate, con una visibile preferenza per quelli dei “corpi speciali” o dei carabinieri.

La domanda che dovrebbe sorgere spontanea, nel giornalista medio, è semplice: com’è possibile che il fior fiore (si fa per dire) delle nostre forze armate sia tutto “putiniano”? Che si porta dietro l’altra: come facciamo ad andare alla guerra contro la Russia con un esercito guidato da “agenti di Putin”?

A noi, che siamo finti ingenui, sembra piuttosto che tutto il sistema mediatico (e quello politico) stia invece creando una “classe dirigente militare” da portare eventualmente al governo del paese. Ovviamente fascista nel dna, retrograda sul piano della cultura civile, pericolosissima. Non con un golpe, ma attraverso elezioni profondamente truccate (media orientati, leggi elettorali su misura, ecc.).

Ma si tratta di una “classe dirigente” completamente al servizio della Nato, o almeno della sua guida tuttora dominante: gli Stati Uniti, ovviamente in versione Trump.

L’unica incertezza riguarda quindi il sistema dei media (giornalisti e conduttori, non certo gli “editori” che sono attentissimi): tanta “collaborazione” con il piano di militarizzazione è consapevole o semplicemente frutto dell’idiozia che inevitabilmente matura con il servilismo?

Fonte

23/08/2026

Una bambina di quattro anni è morta di difterite

In Italia non succedeva dal 1991. Non ce l’ho con quei genitori. Ce l’ho con chi li ha convinti.

Scrivo questo articolo con le mani che tremano un po’, e vi chiedo scusa in anticipo se non sarò freddo come dovrebbe essere un medico.
Alcuni giorni fa, all’ospedale dei Bambini di Palermo, è morta una bambina di quattro anni.
I primi sintomi erano comparsi la settimana scorsa. Febbre, vomito, inappetenza. Sembrava una tonsillite – perché così sembra, all’inizio. Poi le condizioni sono precipitate. È stata intubata, portata in terapia intensiva, e i medici hanno tentato anche la circolazione extracorporea: l’ultima cosa che si può fare quando il cuore e i polmoni non reggono più.
Non è bastato. La tossina aveva già colpito il cuore, il fegato, l’intestino.
I tamponi sono positivi al batterio della difterite. La conferma definitiva dell’Istituto Superiore di Sanità arriverà nei prossimi giorni – finché non arriva parliamo di sospetto – ma il direttore sanitario ha detto che per loro dubbi non ce ne sono.
La bambina non era vaccinata.
L’ultima morte per difterite in Italia risale al 1991. Trentacinque anni fa.

Ai genitori, prima di tutto il resto

Da stamattina leggo commenti feroci contro quel padre e quella madre. Capisco la rabbia. Non ci partecipo, e vi chiedo di non parteciparci.
C’è una famiglia che ha perso una figlia di quattro anni. Ci sono quattro fratelli che hanno perso una sorella. E ci sono due genitori che dovranno convivere, ogni singolo giorno per il resto della loro vita, con una domanda che nessuno di noi vorrebbe nemmeno sfiorare.
Non esiste punizione che il mondo possa aggiungere a questa. Nessuna.
Non li conosco e non li giudico. So soltanto una cosa, dopo quarant’anni passati in un ambulatorio pediatrico: nessun genitore rinuncia a un vaccino perché non ama suo figlio.
Mai. Nemmeno una volta, in quarant’anni.
Ci rinuncia perché ha paura. E la paura, nei genitori, nasce esattamente nello stesso posto in cui nasce l’amore. Chi non capisce questo non ha mai fatto il mio mestiere.
Quei due, oggi, sono le vittime più devastate di questa storia dopo la loro bambina.

Adesso passo alla parte in cui non sono più gentile

Perché se la mia rabbia non va verso di loro, da qualche parte va.
Va verso chi li ha convinti.
In questi anni si è costruita un’industria del dubbio. Non uso la parola a caso. C’è chi ci ha costruito sopra un pubblico, una notorietà, una carriera, in qualche caso un reddito. Ci sono libri, conferenze, video, canali. C’è tutto un ecosistema che vive del terrore dei genitori, e che quel terrore lo coltiva perché è la sua materia prima.
E poi – e questa è la parte che mi fa più male – ci sono migliaia di persone perbene che condividono.
Persone che non hanno alcuna cattiva intenzione. Che inoltrano un video nel gruppo WhatsApp della scuola. Che ripubblicano un post perché “fa riflettere”, “male non fa”, “sentiamo tutte le campane”. Che non hanno letto lo studio, non hanno controllato la fonte, non hanno verificato se quel medico esercita ancora.
A voi voglio dire una cosa, con tutto il rispetto: quel gesto non è neutro.
Condividere non è un’opinione. È un atto che ha conseguenze. Quel contenuto arriva a un genitore che sta decidendo, e quel genitore lo legge nel gruppo della scuola – cioè nel posto dove si fida – e ci trova la faccia di qualcuno che conosce.
E quel messaggio, in quel momento, pesa più di me. Pesa più di quarant’anni di dati.
Vorrei che chi ha condiviso quei contenuti negli ultimi anni oggi ci pensasse. Non per sentirsi in colpa: non è quello che chiedo, e la colpa non serve a niente. Ma per pensarci la prossima volta, prima di premere “inoltra”.
Perché una catena di condivisioni non ha un colpevole. Ha mille persone che hanno fatto un gesto piccolissimo. E in fondo alla catena, qualche volta, c’è un bambino.

Qualche spiegazione: cosa è la difterite, per chi non l’ha mai vista

Nessuno l’ha mai vista. Io compreso, e ho quarant’anni di mestiere alle spalle.
Comincia come un mal di gola qualunque. Poi nella gola si forma una membrana grigiastra, spessa, aderente, che ostruisce progressivamente il respiro. Un tempo la chiamavano “il male che strangola i bambini”.
Ma ciò che uccide più spesso non è il soffocamento: è una tossina che il batterio produce e che entra nel sangue, raggiungendo il cuore, i nervi, i reni. Nei non vaccinati, senza trattamento adeguato, la difterite è letale in circa tre casi su dieci.
E c’è un dettaglio che dovrebbe restare a tutti: il vaccino non protegge dal batterio, protegge dalla tossina. Non impedisce di incontrare l’infezione – impedisce che l’infezione uccida.
È esattamente ciò che qui è mancato.
Negli ultimi trent’anni in Italia si sono accertati otto casi di difterite, tutti non letali, tutti causati da ceppi che la tossina non la producevano.
Poi stanotte.

Il paradosso che dobbiamo capire

Ecco il punto che vorrei restasse più di ogni altro.
I vaccini sono vittime del proprio successo.
Funzionano così bene da far sparire le malattie dalla nostra vista. E quando una malattia sparisce dalla vista, sparisce anche dalla mente: diventa una cosa dei libri di storia, dei racconti dei nonni, delle fotografie in bianco e nero.
A quel punto succede l’inevitabile. Resta visibile solo il rischio del vaccino, mentre il rischio della malattia diventa invisibile.
Da una parte una puntura, la febbriciattola, la possibilità rarissima di una reazione. Dall’altra parte, apparentemente, niente. Un fantasma.
Ma il fantasma non se n’era andato. Si era soltanto tolto dai piedi finché eravamo in tanti a difenderci.
Nel mondo, nel 2025, l’OMS ha registrato oltre 30.000 casi di difterite. Nei Paesi dell’Unione Europea, nel solo 2024, ne sono stati segnalati 151. Il batterio non è stato eradicato da nessuna parte, e viaggia esattamente come viaggiamo noi.
E non riguarda solo la difterite.
Il morbillo in Italia sta risalendo: nei primi cinque mesi del 2026 le segnalazioni sono state 609 contro le 342 dello stesso periodo dell’anno prima. Quasi il doppio. La copertura della seconda dose di MPR è ferma all’84%, e nessuna Regione italiana raggiunge il 95% necessario a fermare la circolazione del virus.
Negli Stati Uniti va molto peggio, ed è il risultato diretto di scelte politiche che hanno sistematicamente alimentato il dubbio: nel 2026 hanno superato i 2.300 casi di morbillo, il massimo dal 1991, con il 93% dei malati non vaccinato. Rischiano di perdere lo status di Paese in cui il morbillo era stato eliminato.
Non è sfortuna. È una conseguenza.

Il dettaglio che mi toglie il sonno

Nelle cronache di oggi si legge che quei genitori avrebbero rinunciato ai vaccini perché convinti che l’autismo di un cugino fosse stato causato dal vaccino trivalente.
Non so se sia vero. Sono notizie giornalistiche, e le riporto con tutte le cautele.
Ma se lo fosse, guardiamo insieme cosa significa.
Il vaccino contro la difterite non è il trivalente. Sono due vaccini diversi, componenti diverse, momenti diversi della vita. La difterite si previene con l’esavalente, nei primi mesi.
La paura riguardava una cosa. La bambina è morta di un’altra.
Ed è così che funziona la disinformazione. Non convince di un fatto preciso: semina una diffidenza generale, indistinta. Poi quella diffidenza si allarga da sola, copre tutto, e alla fine lascia scoperto proprio il punto da cui arriverà il colpo.
Chi diffonde quei contenuti non ha detto a quella famiglia “non vaccinate contro la difterite”. Ha detto qualcosa di più vago e di più efficace: “non fidatevi”.
Sul legame tra vaccini e autismo ripeto quello che ripeto da anni. È stato cercato sul serio, da persone che avrebbero avuto tutto da guadagnare a trovarlo. Su 657.000 bambini in Danimarca. Su 95.000 negli Stati Uniti, compresi quelli che avevano già un fratello autistico, quindi con un rischio più alto in partenza. Su oltre un milione nelle analisi complessive.
Nessun aumento del rischio. Mai.
E l’autismo – che esiste, che è reale, e con cui migliaia di famiglie italiane convivono ogni giorno con enorme fatica – comincia a manifestarsi tra i dodici e i ventiquattro mesi. Cioè esattamente nell’età in cui si fanno i vaccini. Qualunque cosa si facesse a quell’età sembrerebbe la causa.
Non è colpa di quei genitori se hanno creduto a questo. È colpa di chi glielo ha raccontato.

Quello che chiedo alle famiglie

Non a tutte. So bene che chi ha già deciso di non ascoltare non cambierà idea per un articolo, e ho smesso da tempo di illudermi.
Parlo a chi ha dei dubbi e li tiene aperti. A chi è incerto. A chi ha letto qualcosa che l’ha spaventato e non sa più a chi credere.
Controllate il libretto vaccinale dei vostri figli. Stasera. Guardate i richiami, guardate le date.
Se avete saltato qualcosa, non è tardi. Non si ricomincia da capo: si riprende da dove ci si era interrotti, a qualunque età. Chiedete al vostro pediatra o al centro vaccinale.
E se avete paura, ditela. A voce alta, nel mio ambulatorio o in quello del vostro pediatra. Non esistono domande sciocche e non esistono domande imbarazzanti – e se qualcuno vi fa sentire stupidi perché fate una domanda su vostro figlio, quel qualcuno sta sbagliando mestiere.
Io preferisco mille volte un genitore che dubita, chiede, discute e alla fine sceglie capendo, a uno che firma senza guardare. L’ho scritto tante volte: preferisco famiglie convinte a famiglie adempienti.
Ma per convincersi bisogna parlare. E per parlare serve qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare.
Io ci sono. E i miei colleghi anche.

Un’ultima cosa, ai colleghi

Una malattia che non vediamo da trentacinque anni è tornata a uccidere.
Rimettiamola tra le diagnosi possibili davanti a un mal di gola che peggiora in fretta in un bambino non vaccinato. Perché la difterite, all’inizio, sembra una tonsillite. Sembra esattamente una tonsillite.
E se non ci pensiamo, non la vediamo.

Rischi e limiti

La causa del decesso non è ancora ufficialmente confermata: i tamponi sono positivi al batterio, ma si attende l’accertamento dell’Istituto Superiore di Sanità.
È in corso un’indagine della Procura, che riguarda anche la ricostruzione del percorso assistenziale. Non entro nel merito e invito a non farlo: un’inchiesta serve esattamente a stabilire ciò che oggi nessuno sa.
Le informazioni sulle motivazioni della famiglia provengono da fonti giornalistiche e non sono verificate.

Cosa cambia da ora in poi?

Per i genitori. Controllate il libretto vaccinale. Se mancano richiami, chiedete: si recupera sempre, a qualunque età.
Per chi condivide contenuti sui social. Prima di premere “inoltra”, chiedetevi due cose: chi lo ha scritto, e cosa succede se qualcuno ci crede.
Per tutti noi. Questa storia ha una lezione sola, e non riguarda una famiglia di Palermo.
Riguarda il fatto che ci eravamo dimenticati di avere paura.
E che la difterite, invece, non si era dimenticata di noi.

Fonti: ANSA, Il Post, Giornale di Sicilia, Euronews (20 agosto 2026) · OMS, dati difterite 2025 · ECDC, sorveglianza difterite UE/SEE 2024 · ISS-EpiCentro, morbillo e coperture vaccinali in Italia · Hviid A et al., Ann Intern Med 2019 · Jain A et al., JAMA 2015 · Taylor LE et al., Vaccine 2014.

Fonte

17/08/2026

Perché l’emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media?

Come ogni giorno mi sono messa pazientemente a sfogliare i quotidiani e le varie agenzie di notizie, i problemi peggiori sembrano essere nell’ordine: Ranucci, Qusra (giustamente, ma solo perché c’erano 5 italiani, altrimenti sulla grande stampa non sarebbe mai arrivata la notizia), Trump, Hormuz, e poi, non tanto la crisi climatica, ma il costo delle bollette.

Il clima, di per sé, arriva dopo, e se ne parla in tantissimi modi, tranne l’unico che servirebbe e di cui parlano gli scienziati: il problema delle soluzione che sono già lì, disponibili, ma costano.

Si parla di agricoltura che cambia i ritmi, delle giornate afose, del turismo, insomma se ne parla come se fosse una notizia tra le altre, fa caldo sì, va bene, prima o poi troveremo una soluzione, oppure speriamo che tutto si risolva da solo.

A me sembra un po’ che la stampa e la politica facciano esattamente come un paziente che fa finta di ignorare un infarto in corso. Perché? Ma perché i soldi europei andranno in riarmo e in Ucraina e quindi nessuno potrà permettersi di portare avanti politiche anti-emergenza.

Semplice no? Quindi si aspetta che passi e si spera.

Per questo mi sono messa a cercare un po’ di dati, già da soli, questi che ho recuperato io in mezz’ora di ricerche, basterebbero ad aprire le prime pagine per mesi, invece stiamo aspettando metà settembre, quando le temperature caleranno e così si potrà finalmente rimandare il problema al maggio prossimo.

Lo fanno da 20 anni, un anno più un anno meno… ma quest’anno è diverso e vi mostro perché con questo elenco:

Metto in fila alcuni dati aggiornati al 14 agosto. L’estate ha ancora parecchie settimane davanti.

  • Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale: 20,74 °C di media, 3,06 sopra il periodo 1991-2020.
  • Il bimestre giugno-luglio è stato il più caldo della serie: 21,62 °C, quasi nove decimi oltre il precedente primato del 2022.
  • Luglio è stato il secondo più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. A livello globale ha eguagliato il 2024 al secondo posto, dietro al 2023.
  • In Francia luglio ha raggiunto una media di 24,9 °C. È stato il mese più caldo, considerando tutti i mesi dell’anno, dall’inizio delle misurazioni nel 1900.
  • Sempre in Francia, luglio ha avuto il 38 per cento di pioggia in meno ed è risultato il terzo luglio più secco della serie storica.
  • La canicola francese di giugno è durata 14 giorni. Quella di luglio ne è durata 16. L’ondata iniziata il 28 luglio aveva raggiunto il diciassettesimo giorno il 13 agosto.
  • Il 24 giugno la temperatura media dell’intera Francia, calcolata fra giorno e notte, ha raggiunto per la prima volta 30 °C.
  • In Germania sono stati registrati provvisoriamente 41,5 °C, nuovo primato nazionale.
  • La Danimarca ha raggiunto 37 °C, il valore più alto dall’inizio delle misurazioni nel 1874.
  • L’Austria ha stabilito il proprio primato assoluto con 41,2 °C. Il record precedente, 41 °C, risaliva al giorno prima.
  • Il 13 agosto Londra ha raggiunto 38,1 °C. È il quinto valore più alto mai misurato nel Regno Unito e il più alto del 2026.
  • Quella di agosto è stata la quinta ondata di calore britannica dall’inizio dell’estate.
  • Nella sola settimana dal 22 al 28 giugno EuroMOMO ha registrato 10.650 morti in eccesso in 27 paesi europei. Oltre 9.000 avevano almeno 65 anni.
  • Il Robert Koch Institut stimava già a fine luglio circa 11.900 morti legate al caldo in Germania.
  • In Inghilterra e Galles sono state stimate oltre 2.700 morti da caldo durante le ondate di maggio e giugno. Il 42 per cento viene attribuito al calore aggiuntivo dal riscaldamento prodotto dalle attività umane.
  • In Belgio la mortalità durante la canicola è salita del 48 per cento sopra il livello atteso. È stata l’ondata più letale dall’inizio del monitoraggio nazionale.
  • Alla prima settimana di agosto gli incendi avevano percorso 489.826 ettari nell’Unione europea. Una superficie superiore del 13 per cento alla media dello stesso periodo fra il 2012 e il 2025.
  • La Spagna aveva già perso 185.948 ettari, oltre il doppio della sua media. Da sola rappresentava il 38 per cento della superficie colpita nell’Unione.
  • In Francia il conteggio europeo indicava 99.092 ettari, oltre tre volte la media nazionale. Per il paese è il dato peggiore dal 2012.
  • In Italia gli ettari percorsi dal fuoco erano 79.084. Il quinto risultato peggiore degli ultimi quindici anni.
  • Entro la fine di luglio oltre 320.000 persone erano state evacuate in Francia e Spagna.
  • L’incendio di Huelva ha distrutto 31.000 ettari e costretto 700 persone a lasciare le proprie case.
  • Il 14 agosto un incendio presso la città croata di Omiš ha causato una morte e quaranta feriti. Gli evacuati sono stati 1.200.
  • In Calcidica più di 300 persone sono state portate via dalle spiagge con barche da pesca e mezzi della guardia costiera.
  • In Germania oltre 2.000 abitanti hanno dovuto lasciare il villaggio di Gey. Le operazioni sono ostacolate dalle munizioni della Seconda guerra mondiale che esplodono con gli incendi.
  • Il suolo ha raggiunto minimi record in ampie zone della Penisola Iberica, della Francia e dell’Europa centrale.
  • Senna, Reno e Danubio hanno registrato portate eccezionalmente basse. Il trasporto fluviale è stato ridotto e diverse centrali elettriche hanno dovuto limitare la produzione.
  • Alla fine di giugno la portata del Po era scesa da circa 1.000 a meno di 300 metri cubi al secondo in due settimane. L’acqua salata era risalita per 18 chilometri dentro il Delta.
  • Ad agosto il Lago Maggiore è entrato in una condizione di siccità estrema. A Cremona il Po ha raggiunto il minimo stagionale della serie.
  • Oltre cento comuni fra Piemonte e Lombardia segnalano difficoltà nell’approvvigionamento potabile. In Piemonte circa cinquanta comuni riforniscono con autobotti i serbatoi destinati a 25.000 persone.
  • La siccità sta colpendo 235.000 ettari di risaie italiane. Nella sola provincia di Pavia le perdite potrebbero superare cento milioni di euro.
  • In Inghilterra circa 45 milioni di persone vivono in territori dichiarati in siccità. Ventisette milioni sono soggette a restrizioni nell’uso dell’acqua.
  • La Romania ha spento entrambi i reattori della centrale di Cernavodă per il livello record del Danubio. Quei reattori fornivano circa un quinto dell’elettricità nazionale.
  • La centrale ungherese di Paks è scesa al 25 per cento della capacità. Il governo ha deciso di affondare due chiatte nel Danubio per alzare temporaneamente l’acqua di venti centimetri.
  • Alla centrale francese di Gravelines una massa di meduse ha bloccato le pompe di raffreddamento. Tre reattori sono stati fermati e un quarto è stato dimezzato.
  • Il 14 agosto EDF prevedeva sei reattori francesi completamente fermi a causa del caldo, con una riduzione pari al 15 per cento della capacità nucleare del paese.
  • Nel Mediterraneo, alla fine di giugno, la temperatura superficiale superava la media fino a 8 °C presso la Francia meridionale, la Corsica, la Sardegna e diverse coste italiane.
  • A luglio la temperatura media degli oceani extrapolari ha raggiunto 20,96 °C, il valore più alto mai registrato per quel mese.
  • Dal 19 giugno la temperatura oceanica giornaliera ha stabilito un primato per ciascun giorno dell’anno.
  • In Valmalenco il Rifugio Marco e Rosa è stato chiuso per il caldo anomalo. Si trova a 3.609 metri. Lo zero termico sulle Alpi è salito fra 4.200 e 4.500 metri.
  • La produzione europea di mais e girasole aveva già perso fra il 6 e il 7 per cento delle rese previste.
  • Il raccolto britannico di cereali si avvia a essere il peggiore dall’inizio delle rilevazioni comparabili, nel 1984.

Fonte

11/08/2026

La Rai smetta di essere la “scorta mediatica” di Israele

Il nodo italiano di Palestine Action ha lanciato una petizione alla Commissione Vigilanza sulla Rai, al consiglio di amministrazione della Rai, all’Ordine dei Giornalisti e all’Usigrai nella quale chiede che cessi la “scorta mediatica” della Rai agli abusi israeliani contro i palestinesi.

La Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato e Israele ha pubblicato il 23 giugno 2026 un nuovo rapporto, intitolato “L’essenza dell’infanzia è stata distrutta”, in cui conferma – dopo un primo rapporto del settembre 2025 – che le autorità e le forze di sicurezza israeliane continuano a commettere il crimine di genocidio, oltre a crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a Gaza e in Cisgiordania.

Il documento denuncia in particolare l’uccisione mirata di migliaia di bambini palestinesi e la distruzione sistematica delle condizioni di vita necessarie alla sopravvivenza della popolazione.

A fronte di queste conclusioni, ufficiali e documentate da un organismo delle Nazioni Unite, riteniamo che parte dell’informazione del servizio pubblico non stia raccontando la realtà con il rigore che la gravità dei fatti richiede.

Il 24 luglio 2026, durante l’edizione delle 20:00 del Tg1, è andato in onda un servizio del corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori sull’assalto di coloni israeliani a un villaggio in Cisgiordania. Secondo quanto denunciato da diversi osservatori, il servizio ha ricostruito l’episodio presentandolo come un attacco da parte palestinese nei confronti di un gruppo di “escursionisti” – un termine che, se riferito ai coloni responsabili dell’aggressione, capovolge il rapporto tra aggressori e vittime e restituisce agli utenti Rai un quadro dei fatti non corrispondente a quanto documentato da fonti internazionali indipendenti.

Non è un caso isolato: nelle ultime settimane più programmi e telegiornali Rai, incluso il giornalista di Rai3 Antonino Monteleone, sono stati oggetto di critiche simili per il modo vergognoso e distorto in cui raccontano il genocidio in corso.

Cosa chiediamo

Come cittadini che finanziano il servizio pubblico con il canone, chiediamo:

  •  Che la Commissione di vigilanza Rai apra una verifica formale e prende provvedimenti concreti sul servizio del Tg1 del 24 luglio 2026 e su altri casi analoghi segnalati, valutando la conformità ai criteri di correttezza, completezza e imparzialità dell’informazione previsti dal contratto di servizio Rai-Stato.
  • Che Usigrai prenda provvedimenti concreti, nell’ambito delle proprie competenze sindacali e deontologiche, per fare in modo che le scelte lessicali usate per descrivere aggressori e vittime in questi servizi rispettino il codice deontologico dei giornalisti.
  • Che la Rai fornisca trasparenza sui criteri editoriali adottati nella copertura del genocidio perpetrato dallo stato sionista, alla luce delle conclusioni delle Nazioni Unite.
  • Che in futuro la terminologia usata nei notiziari distingua chiaramente, sulla base dei fatti riportati dalle fonti sul campo, tra chi compie un’aggressione e chi la subisce.

Il servizio pubblico ha il dovere di raccontare la realtà – anche quando è scomoda – con precisione e senza distorsioni lessicali che alterano la percezione dei fatti da parte del pubblico. BASTA PROPAGANDA!

Chiediamo che questo principio venga rispettato.

*****

Con un comunicato l’Usb – Coordinamento Rai si è unita alla petizione contro il clima sempre più pressante di censura all’interno dell’Azienda.

“Come USB sosteniamo tutti gli sforzi per contrastare la propaganda sionista che permea la produzione tv e la produzione news, che denunciamo con forza; il pluralismo dovrebbe essere la base del Servizio Pubblico, e riteniamo che la Rai venga meno al compito per cui tutte le cittadine e i cittadini pagano il canone. Le più recenti affermazioni di Brunori e Monteleone ne sono l’esempio maggiormente rappresentativo, ma osserviamo con forte preoccupazione che la linea governativa manipola tutta l’informazione, la cultura e l’intrattenimento delle tre reti generaliste, ormai quasi totalmente occupate e ridotte a megafono della propaganda. Questo atteggiamento censorio si riflette inevitabilmente anche sulle lavoratrici e sui lavoratori, che negli ultimi mesi hanno partecipato con forza e convinzione alle battaglie a sostegno del popolo Palestinese, rivendicando il diritto a lavorare davvero per portare avanti una televisione diversa, che dia voce alla Palestina, che chiami con i giusti termini il genocidio tutt’ora in atto, e che prenda drastiche contromisure contro la trasformazione del Servizio Pubblico in un servizio di propaganda”.

Fonte

21/07/2026

Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen

I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è Genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”.

I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”.

I soldati Israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno i testicoli, un giorno la rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio).

Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino.

I soldati israeliani hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’Oms, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così).

I soldati israeliani hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta, ma non si può dire che è Genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle.

I soldati israeliani hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato i morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio, ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue.

I soldati israeliani hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini.

I soldati israeliani hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini, ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle.

I soldati israeliani hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate, ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia.

I soldati israeliani hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla, ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè.

I soldati israeliani hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione di persone alla fuga, ucciso dal 7 Ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordanania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani, i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’IA dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare, ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’Onu e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice Genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa, ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage.

E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. «Si vede che puntavano tutti al Premio Strega».

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06/01/2026

La diplomazia UE ha protetto Israele dalle sanzioni

C’è un deep state negli uffici degli Affari Esteri della UE, quelli di Kaja Kallas per capirci, che da due anni a questa parte ha lavorato in maniera certosina per manipolare le informazioni e nascondere il genocidio perpetrato da Israele, in modo tale da impedire qualsiasi tipo di iniziativa concreta contro Tel Aviv.

Questo è ciò che emerge da una recente inchiesta condotta dalla rivista indipendente francese Mediapart, pubblicata da Cédric Vallet e ripubblicata, tradotta, anche da Il Fatto Quotidiano. Sappiamo bene che, anche attraverso programmi come Horizon, la UE è totalmente complice dell’apartheid e della pulizia etnica a lungo termine portata avanti da Israele. Ma in questo caso, le informazioni rivelate da Medipart mostrano uno scenario inquietante rispetto alla presunta “dialettica democratica” di Bruxelles.

Stando alla rivista francese, ai vertici europei dopo il 7 ottobre 2023 si sarebbero scontrate due visioni: una totalmente appiattita su Israele, portata avanti da Ursula von der Leyen, l’altra rappresentata da Josep Borrell, allora Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, che aveva effettivamente perorato la causa di misure più nette contro Tel Aviv.

Sia chiaro, l’apartheid e la colonizzazione, seppur condannate a parole, non hanno mai visto interventi della UE che potessero esercitare davvero pressione sul governo israeliano. Borrell, il fautore del “giardino europeo”, si è schierato per sanzioni contro Israele solo riguardo alle stragi indiscriminate di civili, e sostenne l’esecuzione del mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu solo perché, come ebbe a dire verso la fine del suo mandato nel 2024, “non si possono fare differenze con Putin”.

Il doppio standard è stato usato largamente, ma anche per Borrell, una volta emesso il mandato, sarebbe stato esagerato far finta che non esistesse. Solo per interesse, da spendere su un altro fronte della deriva bellicista europea, di certo non a difesa dell’autodeterminazione dei palestinesi.

Tuttavia, anche solo un’adesione di facciata al diritto internazionale era troppo per un blocco importante di funzionari (e rappresentanti di interessi) all’interno della diplomazia europea. Sono state alcune figure centrali del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) a fare in modo che ai vertici europei passassero in maniera diretta le posizioni di Tel Aviv, se non addirittura dell’IDF.

Questi funzionari sarebbero Stefano Sannino, Segretario Generale del SEAE fino a inizio 2025, da dicembre indagato per frode ai fondi UE dalla Procura europea; Hélène Le Gal (ex ambasciatrice francese in Israele e direttrice del dipartimento Medio Oriente e Nord Africa); Frank Hoffmeister (il liberaldemocratico tedesco che è direttore del servizio legale).

I tre, nel complesso, sono accusati di aver smussato le dichiarazioni ufficiali, e di aver riscritto rapporti e analisi in modo tale che venissero nascosti o posti in dubbio i crimini israeliani. Avrebbero fatto in modo di far arrivare direttamente a Bruxelles la disinformazione sionista, alla faccia della lotta alle fake news – che riguarda sempre e solo la Russia, o l’Iran, il Venezuela... 

Nel novembre 2023 Le Gal avrebbe fatto in modo di insabbiare un documento di una ventina di pagine redatto dalla task force sulla comunicazione strategica del SEAE, con al centro proprio la disinformazione israeliana. “Ci è stato detto esplicitamente che, su ordine di Hélène Le Gal, era vietato lavorare sulla disinformazione di Israele e il rapporto venne bloccato. Questa è manipolazione dell’informazione a danno degli Stati membri”, denuncia un ex membro della task force.

Largo spazio è stato così lasciato alla diffusione della propaganda sionista sull’UNRWA, ad esempio. Allo stesso tempo, un parere legale della divisione di Hoffmeister, scritto appena un mese dopo il 7 ottobre 2023, sembrava “scritto da un avvocato dell’esercito israeliano”, ha dichiarato un’altra alta funzionaria. Era basato, in sostanza, solo su fonti dell’IDF, ignorando qualsiasi altro rapporto, anche dell’ONU.

Eppure, studi indipendenti ne sono usciti a iosa, da quello di The Lancet sull’entità delle vittime civili fino a quelli di organizzazioni non governative che hanno dimostrato i crimini di guerra e contro l’umanità. Ci sono stati poi i pronunciamenti della Corte Internazionale di Giustizia, della Corte Penale Internazionale, e della commissione di esperti ONU che hanno dichiarato che era in atto un genocidio in Palestina.

Insomma, bastava guardarsi intorno per avere tutte le prove necessarie attraverso cui imporre una qualche sanzione a Israele, a livello comunitario e nazionale. Ma questo di certo non riduce la gravità della manipolazione del deep state del SEAE verso le informazioni che sarebbero dovute diventare quelle ufficiali dei vertici UE.

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17/06/2025

Iran, da Repubblica manipolazioni atomiche

Il 15 giugno La Repubblica ha pubblicato un articolo con all’interno un’intervista al fisico italiano Paolo Cotta-Ramusino (nella foto in copertina a un incontro di qualche anno fa). L’argomento è quello che tiene banco in queste ore, quello del nucleare iraniano, e il titolo riporta un virgolettato che l’analisi delle frase non può che far attribuire allo scienziato: “senza un accordo arriveranno alla bomba”.

Il titolo è uno di quelli che servono ad acchiappare clic e a spingere il lettore a pagare per leggere il testo completo. Ma che intanto, passando sui principali canali social, permette di fare un po’ di allarmismo, tanto utile a chi deve presentare il mondo al di fuori del ‘giardino’ europeo come una ‘giungla’ pericolosa da portare alla civiltà.

Questo è la funzione che si è voluta attribuire a questo articolo, nonostante la realtà di un’intervista che non risponde alla linea editoriale di uno dei principali media atlantisti. Perché, infatti, la realtà è che se uno va a leggere le parole di Cotta-Ramusino, non solo non dice mai quel che gli viene messo in bocca dal titolo, ma il messaggio che manda è diametralmente opposto.

Ovviamente, se si parla di nucleare e di trattative internazionali nel complesso quadrante mediorientale, il discorso è pieno di articolazioni delicate e incroci di interessi esteri che non possono essere ignorati. E questo lo sa anche lo scienziato italiano, appena rientrato da Teheran, dove si è recato per il movimento internazionale di studiosi Pugwash, premio Nobel per la pace nel 1995.

Bisogna però sottolineare innanzitutto questo: Cotta-Ramusino era lì, in Iran, a parlare di nucleare con i vertici del paese segnalando la mancanza di ostacoli alla discussione. Considerato che Israele non vuole nemmeno far entrare giornalisti nella Striscia di Gaza, già si può avere un’idea della distanza negli atteggiamenti. Ma, appunto, la vera notizia sono le parole del fisico italiano.

“Il solo modo per impedire che l’Iran costruisca ordigni atomici – dice – è fare un accordo analogo a quello stipulato nel 2015 con l’Amministrazione Obama. Attaccando l’Iran lo si induce a costruirsi la bomba. È il contrario dell’obiettivo dichiarato”. È facile vedere la manipolazione fatta nel titolo: non dice una cosa ‘falsa’, ma la racconta eliminando tutto il contesto.

Perché, apriti cielo, l’esperto italiano ha detto che è la guerra di Israele che porta l’Iran a indurre la ricerca di uno strumento di deterrenza contro il terrorismo sionista. E che l’unico modo per impedirlo è fare un accordo come quello del 2015, che era poi quello che l’Iran stava trattando con gli Stati Uniti, prima che Washington decidesse che anche il nucleare civile doveva essere proibito all’Iran.

E poi Cotta-Ramusino continua con un’altra verità che alle nostre latitudini stanno tutti cercando di censurare: “Israele è l’unico paese che possiede armi nucleari senza dichiararle. E prende questa posizione nei confronti dell’Iran perché ha paura di essere aggredito?” Viene così svelato il doppio standard delle pretese di Tel Aviv, oltre a mostrare l’evidente pericolo per la pace che rappresenta Israele.

Continua lo scienziato: “faccio notare che il ritorno al JCPOA (l’accordo del 2015, stracciato da Trump, ndr) non l’ha voluto nemmeno l’amministrazione Biden. L’approccio occidentale alla vicenda del nucleare iraniano è stato, per essere gentili, scoordinato. Se invece vogliamo essere cattivi, potremmo dire che è stato malintenzionato”.

Non è l’Iran che non vuole trattare, è l’Occidente collettivo. E fa finta di nulla, mentre il braccio sionista ha bombardato le installazioni nucleari, con tutti i rischi annessi, appartenenti a un paese facente parte del Trattato di non proliferazione nucleare – a differenza di Israele – che appunto col suo protocollo aggiuntivo pone l’Iran sotto la completa supervisione dell’agenzia ONU per il nucleare, l’AIEA.

Nella redazione di Repubblica possono inventarsi tutti i titoli che vogliono, ma i fatti parlano chiaro su chi sia un pericolo per l’umanità.

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13/01/2025

La guerra della verità

Gli utenti non sono i poveri imbecilli descritti da chi nella stampa scritta o parlata si ritiene maestro di pensiero, castigatore non criticabile, geneticamente veritiero.

La diffamazione dei social si è fatta così enorme, a cominciare dai tempi del Covid, che prima o poi doveva venire qualcuno e chiedere: ma chi controlla i controllori?

Che bisogno c’è di una Congregazione del Sant’Uffizio che concede imprimatur preventivi e davanti a cui occorre inginocchiarsi, con la scusa che gli utenti cadrebbero così facilmente in tentazione?

Gli utenti sono appaiati agli elettori: se non votano come vogliamo noi, devono avere un baco nel cervello.

La battaglia dei verificatori contro la disinformazione ha i suoi siti internet, e i suoi sponsor e finanziatori. Bbc Verify, a esempio, ha rapporti stretti con l’Istituto di Studi Strategici della Nato e non solo verifica ma fa propaganda e censura.

Chiunque critichi la politica occidentale sulla guerra in Ucraina o sullo sterminio perpetrato da Israele a Gaza diventa bersaglio delle campagne contro la disinformazione.

I verificatori sono numerosi ovunque.

Una delle principali collaborazioni italiane di Meta è stato per anni Open, il sito di fact checking fondato da Enrico Mentana nel 2018.

È stato anche il più controverso, nella guerra di Ucraina.

È noto per aver più volte diramato false notizie diffuse dai fedeli di Zelenskij e per aver demonizzato Putin, ignorando le preoccupazioni del Cremlino fin dai primi allargamenti a Est della Nato.

Le Congregazioni di fact checking scoprono certo notizie false, ma ne producono anche in proprio, come quando accusano giornalisti indipendenti, professori universitari e intellettuali di essere di volta in volta filo-putiniani o antisemiti.

Oggi la situazione è diversa e peggiore.

I grandi giornali e le principali reti Tv non hanno più soldi per pagare inviati di guerra come ai tempi del Vietnam.

A ciò si aggiunga, non meno grave, l’impossibilità di raccogliere notizie su tutti gli Stati combattenti.

Difficile sapere quel che si pensa e si dice in Russia sul conflitto in Ucraina e a Kursk, dopo l’oscuramento in Europa delle Tv russe.

Impossibile scrivere reportage su Gaza perché l’ingresso dei giornalisti nella Striscia è proibito da Israele, che anche in questo caso viola il diritto internazionale.

Ogni servizio Tv su Gaza e Cisgiordania dovrebbe ricordare il divieto, e ringraziare i giornalisti palestinesi e Al Jazeera per i loro reportage e per i pericoli mortali che corrono (più di 220 uccisi a Gaza).

Se si vogliono notizie è solo ai social che ci si può rivolgere: in particolare a Telegram, per quanto riguarda sia l’Ucraina sia Gaza e Cisgiordania.

E anche quando i media tradizionali hanno notizie più approfondite, meno rozze, c’è un muro che ostacola l’accesso online, un paywall: è il prezzo proibitivo dell’abbonamento annuale.

A questo punto si capisce come mai i media tradizionali siano i primi a esercitare pressioni perché resti in piedi, almeno in Europa e in Italia, il fact checking che Elon Musk e Mark Zuckerberg hanno abolito (tranne per specifici reati).

Ne va della sopravvivenza dell’establishment giornalistico, e del suo bisogno di proteggersi dalla marea spesso indistinta, ma gratuita, dei social.

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10/01/2025

Venezuela - Fake news e provocazioni, in attesa dell’insediamento di Maduro

La fabbrica del falso non chiude mai... L’ultima invenzione dei media italiani – e di qualche altro paese teleguidato dagli Usa – è stato l’arresto in Venezuela di Corina Machado.

Apprendevamo infatti dal Corriere, ieri sera, che “La leader dell’opposizione, uscita dalla clandestinità per partecipare alle manifestazioni anti-Maduro, è stata arrestata al termine di un corteo a Caracas”.

Seguivano dettagli che contribuivano a far crescere l’apprensione in un pubblico generico: “Secondo il direttivo politico del suo partito Vente Venezuela, Machado è stata intercettata da agenti armati del chavismo che hanno sparato contro la sua delegazione”.

A dare maggiore credibilità alla notizia veniva diffuso anche un brevissimo video di pochi secondi, in cui però la Machado saluta una piccolissima folla di telecamere e telefonini (meno di una cinquantina quelli visibili), in una via imprecisata e irriconoscibile. Ma rigorosamente “certificata” dal Corrierone.

“Nelle immagini il momento in cui la Machado è uscita dalla clandestinità e si è fatta riconoscere dalla folla in manifestazione” (poi sono intervenuti per reimpaginare in altro modo il video, all’interno di un articolo che modifica parzialmente quel che era stato scritto prima; ma la quantità di presenti è comunque verificabile).

Anche l’agenzia Ansa si è ridotta a fare da amanuense per lo “staff” della Machado, piuttosto incline al melodramma: “María Corina è stata violentemente intercettata mentre usciva dal comizio di Chacao. Agenti del regime hanno sparato alle moto che la trasportavano”.

E via dettagliando: “La leader era uscita brevemente dalla clandestinità per partecipare a una manifestazione pacifica dell’opposizione a Chacao, uno dei comuni di Caracas, sotto la minaccia delle forze di polizia e militari e delle bande armate di civili che pattugliano la città. A pochi metri da un presidio di polizia pesantemente armata e blindata, e vicino a civili chavisti armati, Machado ha preso la parola per cantare l’inno nazionale venezuelano da un palco improvvisato, rivolgendosi a circa 700 persone che l’attendevano dal mattino”.

Descrizione sicuramente molto romantica, secondo cui dalla “clandestinità” si esce e ci si rientra come in un albergo a cinque stelle. E lo si fa per “sfidare” a poca distanza un “presidio di polizia pesantemente armata e blindata, e vicino a civili chavisti armati”.

Quindi la notizia dell’arresto, la preoccupazione, l’allarme. Nonostante “il regime feroce di Maduro” smentisse la notizia su ogni canale (“Machado non è mai stata arrestata da nessuno, è una menzogna”).

Persino il ministro degli esteri Tajani si faceva prendere dalla voglia di commentare senza sapere bene cosa: “Chiediamo la liberazione immediata di @MariaCorinaYA leader dell’opposizione. Non possiamo più tollerare le azioni repressive e illegittime del regime di Maduro che ha perso le elezioni. Siamo vicini a tutti i cittadini che combattono per la libertà e la democrazia in Venezuela”.

Nel frattempo il candidato della destra fascista che era stato sconfitto a luglio, Gonzalez Urrutia, si lanciava in skecht comici dalle spiagge della Repubblica Dominicana, dove era in visita “in attesa di arrivare a Caracas per insediarsi”. “Come presidente eletto, chiedo il rilascio immediato di María Corina Machado. Alle forze di sicurezza che l’hanno rapita dico: non scherzate con il fuoco”.

A quel punto abbiamo sentito i nostri compagni presenti a Caracas, come rappresentanti delle organizzazioni aderenti all’Interazionale Antifascista, su quale fosse la situazione realmente. Nessuna manifestazione rilevante della cosiddetta opposizione (ricordiamo che anche l’Ansa quantificava al massimo in 700 i partecipanti al comizio della Machado…), un’oceanica manifestazione popolare invece per festeggiare il nuovo mandato di Maduro e far vedere da quale parte batte il cuore del paese.

Poi anche i media mainstream hanno capito che la favola dell’arresto non era più credibile. E quindi hanno iniziato a postare pezzi brevissimi in cui si mostrava incertezza, si affacciavano i dubbi, fino a mostrare un video della stessa Machado in cui – sola, un cappuccio in testa (fa tanto “clandestino”, vero?), con un prato e qualche albero alle spalle – “rassicurava” i suoi seguaci e l’Occidente tutto: “sto bene, al sicuro”. Poi anche questo video è stato cancellato dal Corsera...

Versione ufficiale finale: era stata arrestata, ma poi rilasciata e libera di tornare in clandestinità...

Credibile come una moneta non proprio di cioccolata...

Ci sembra decisamente evidente che l’“opposizione venezuelana” – che esiste, non c’è dubbio, ed è rappresentata soprattutto dalle classi molto abbienti, ma con poco seguito popolare – si faccia sentire solo quando le telecamere dell’Occidente si mettono in moto.

Era avvenuto per le elezioni di luglio (disturbate da milioni di attacchi ddos contro i computer che raccoglievano i risultati della votazione), avviene in questi giorni in cui Maduro assume nuovamente l’incarico.

Persino ai media mainstream scappa detto, per esempio, che “Machado non appariva in pubblico da agosto” (da subito dopo le elezioni, insomma, e dopo la solita auto-investitura del candidato sconfitto).

Non è finita qui, comunque, con le provocazioni. I 125 mercenari arrestati – questi sì – con armi e munizioni, entrati clandestinamente (loro sì) nel paese per compiere attentati e dare l’impressione di una “guerriglia” contro il governo bolivariano, stanno lì a dimostrare che proprio in questi giorni di festa popolare bisogna attendersi qualche problema. Che non cambierà però la storia del Venezuela antifascista e bolivariano.

P. S. A proposito di storia… qualcuno ha notizie dell’altro “presidente democraticamente eletto”, riconosciuto persino da Mentana, che risponde al nome di Guaidò?

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29/12/2024

I soldati del «dittatore Kim» in Russia già dal 2022? C’è da crederci...

«È morto in ospedale l’unico soldato nordcoreano catturato finora dagli ucraini, il fante che doveva servire a dimostrare il coinvolgimento del dittatore Kim al fianco di Putin» (Corriere della Sera, 28 dicembre 2024).

I media ucraini e sudcoreani hanno pubblicato una foto che avrebbe dovuto mostrare il primo prigioniero nordcoreano catturato dalle forze di Kiev nella regione di Kursk.

A dir poco curioso il fatto, testimoniato da Ukraina.ru, per cui la stessa foto fosse già apparsa online nel 2022. Così che si è dovuti ricorrere a un “correttivo” e, a distanza di ventiquattr’ore, l’agenzia sudcoreana Yonhap, citando fonti di intelligence di Seoul, ha assicurato che l’uomo ritratto nella foto era morto per le ferite riportate.

E, ci tiene a specificare il Corriere, è «morto in ospedale», testimonianza concreta dello spirito “umanistico” dei soldati di Kiev, tutt’altro ceppo che non quei selvaggi discendenti di Rjurik, che abbattono direttamente sul posto i prigionieri feriti... par di vederli.

Dunque: niente testimone e non ci sarà più modo di assicurarsi della faccenda di prima mano. Peccato. Peccato soprattutto per le “fonti” sicure del Corriere della Sera; tanto più che nemmeno Kiev ha confermato ufficialmente la cattura o la morte di nessun militare (o civile) nordcoreano.

Non rimane quindi che basarsi sulle assicurazioni di Vladimir Zelenskij, che lo scorso 14 dicembre, scrivendo in lingua inglese sul suo canale Telegram, assicurava il mondo (e il Corriere) che «i russi hanno iniziato a utilizzare i soldati nordcoreani nelle loro offensive: in numero significativo», tanto che «ci sono già perdite notevoli in questa categoria».

Ovviamente, per pietà cristiana, il nazigolpista-capo evitava di pubblicare anche una sola foto dei presunti soldati nordcoreani uccisi; la caritatevole commiserazione ha impedito al “banderista pacifista” (solo nel 2019 e solo per racimolare voti) di mostrare i caduti nordcoreani, coi «volti bruciati per impedirne il riconoscimento» (Corriere). Tant’è.

Il 17 ottobre, Zelenskij aveva persino indicato in diecimila uomini il numero “esatto” di soldati nordcoreani che, a suo dire, dovevano combattere in Ucraina al fianco delle forze russe e, dopo di lui, il Segretario generale della NATO Mark Rutte aveva specificato che i militari del «dittatore Kim» venivano dislocati nella regione di Kursk per aiutare l’esercito russo a liberarne il territorio e che la cosa doveva «cessare immediatamente». Pena: cosa?

Come corollario, a inizio novembre, Kiev e Seoul accusavano Pyongyang di avere, a loro dire, inviato truppe in alcuni poligoni di addestramento nell’Estremo Oriente russo – Vladivostok, Ussurijsk, Khabarovsk e Blagoveshchensk – per poi essere trasferite nella zona di operazioni. Manco a dirlo, nessuna prova veniva presentata a sostegno di quelle affermazioni.

A questo punto, corre l’obbligo di informare il Corriere della Sera, che il capo del Pentagono, Lloyd Austin, non ha trovato soldati nordcoreani né in Estremo Oriente, né nella zona di operazioni militari e ha specificato di non poter confermare le informazioni di Kiev e Seoul.

Più clemente (nei confronti degli italici pennivendoli) il Segretario di stato, Anthony Blinken che, pur non avendo visto nordcoreani, aveva detto di aspettarseli da un momento all’altro.

Più caustico (e, per parte nostra, siamo propensi a prestargli fede) era parso lo scorso 28 ottobre il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, in occasione dei lanci di missili occidentali sulle regioni russe, secondo cui le isterie occidentali sul sostegno della RPDC alla Russia non sono altro che un «tentativo di giustificare retroattivamente» la presenza dei militari occidentali in Ucraina.

Tutto ciò, aveva detto Lavrov «è parte della guerra ibrida di NATO e UE contro il nostro Paese», dal momento che «senza l’aiuto di specialisti occidentali, senza dati di intelligence spaziale, di cui gli ucraini certamente non dispongono, senza specialisti nella programmazione delle missioni di volo, le truppe di Kiev non possono usare alcuna attrezzatura missilistica».

Ora che, a distanza di un paio di mesi, anche alcuni media occidentali, come Le Monde e Times, parlino apertamente di piani franco-britannici e polacchi per l’invio di mercenari (militari ufficialmente messi in congedo) ai confini ucraini, che dovrebbero entrare in campo già nelle prime settimane del 2025, ci permettiamo di avvertire i redattori del Corriere che, se intendono degnamente silenziare il contributo euro-atlantico in uomini alla “causa ucraina”, allora la canea sui «fantaccini» nordcoreani dovrà tornare a farsi più ululante; non due semplici righe, en passant, tra rimbrotti al «vice zar» Dmitrij Medvedev, ammonimenti sul «solito bluff di Putin» e lagnanze all’indirizzo del premier slovacco Robert Fitso per il suo tradimento “europeista”

Se bruciare i volti «per impedirne il riconoscimento» sembra pratica crudele e, per ciò stesso, perfettamente attribuibile, nella visione delle italiche redazioni, a quei semi-barbari che popolano le regioni iperboree a oriente del Tanai e fino ai margini estremo-orientali delle “terre conosciute”, quali sotterfugi si applicheranno ai civilissimi mercenari celti, franchi, burgundi del XXI secolo «per impedirne» l’identificazione, una volta caduti prigionieri dei feroci opricniki al servizio del novello “Zar”?

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19/12/2024

Zelenskij verso l’ammaina-bandiera, i giornalisti verso il manicomio

Cambia il regista, cambia il copione, l’attore si adegua. Se ne va Biden, sta per arrivare Trump (che ha figli sistemati in altri business, senza stipendi ucraini) e Zelenskij finalmente “scopre” quel che tutto il mondo ha capito da un pezzo: non può vincere la guerra, non può neanche recuperare un pezzetto del Donbass o della Crimea e – siccome non può pubblicamente dire che rinuncia ai territori che sono costati centinaia di migliaia di morti – si affida alla diplomazia futura.

A rendere decisamente meno “teatrale” il passaggio c’è sicuramente la situazione sul terreno, con l’esercito russo che avanza a velocità di crociera negli oblast russofoni e altrettanto fa nel Kursk, il pezzetto di territorio “invaso” dagli ucraini alla ricerca di un “contrappeso” da mettere sul tavolo dell’inevitabile trattativa.

Meglio fermarsi il prima possibile, insomma, piuttosto che attendere una situazione ancora peggiore. Come accade in tutte le guerre ormai perdute.

Cambia il copione, ma il nuovo testo non è ancora stato distribuito a tutta la troupe, sembra. E quindi c’è chi va avanti come prima, come gli ultimi soldati giapponesi nelle isole sperdute...

Certamente non è ancora arrivato ai media italiani, che da un lato ci ammanniscono la rivendicazione dell’attentato a Mosca contro il generale Kirillov come una “grande azione” contro un “obiettivo legittimo” (definizione del sedicente laburista Starmer, sempre più in bilico sulla poltrona da primo ministro britannico, ma patetico “guerriero indomabile” quando parla di Ucraina), dall’altro non sanno più che inventarsi per “condire” quel che avviene sul fronte militare, dove non c’è una buona notizia che sia una.

Tiene banco da mesi, ormai, il “mistero dei soldati nordcoreani”, che “certamente ci sono”, anzi “stanno combattendo” (a volte vengono dati nel Kursk, altre volte dalla parti di Pokrovsk, a 900 km di distanza) ma… non se trova uno da mostrare alle telecamere, né vivo né morto né prigioniero (gira da tempo una sola fotografia sfocata di un soldato dai tratti asiatici, come se la Russia non avesse popolazioni ai confini kazachi, azeri, uzbeki, cinesi, mongoli, ecc).

Per fugare il dubbio – o la certezza – che quella dei nordcoreani in Ucraina sia solo una delle tante panzane raccontate dai vertici di Kiev e megafonate dai media mainstream, a quelli del Corriere della Sera è venuta un’idea fulminante, nella sua semplicità: i soldati di Pyongyang ci sono, stanno combattendo, anzi muoiono a migliaia perché non conoscono le lingue, ma non ne viene fatto vedere neanche uno perché i mefistofelici russi “bruciano i loro volti per renderli irriconoscibili”. Che crudeltà verso così fedeli alleati…

Naturalmente per credere a questa ennesima variazione narrativa bisogna essere totalmente all’oscuro di cosa avviene in qualsiasi guerra (e magari non aver mai visto neanche un film di quel genere…).

In pratica ci viene detto che quando qualcuno dei tanti soldati coreani muore – tra un assalto a una trincea, un drone killer, un colpo di bazooka, in mezzo alla neve e ciabattando nel fango… – scatta un “cancellatore di volti” con la sua tanichetta di benzina che (sotto il fuoco ucraino, in mezzo al fango, ecc) corre a fare il suo terribile lavoro. Come se si stesse a sbianchettare un documento di testo seduti in redazione, no?

E questi “sbianchettatori di volti” sarebbe così bravi da non perdersi neanche un nordcoreano morto tra le migliaia di soldati russi e non che – secondo i bollettini stampa di Kiev – fanno la stessa fine ogni giorno.

Neanche il super-efficiente esercito ucraino – sempre stando alle note di quel ministero della difesa – riuscirebbe ad acchiapparne uno, né vivo né morto, prima che uno “sbianchettatore” compia la sua opera (rivelando con le fiamme anche la sua posizione, praticamente un suicida…).

Vabbè... Ormai lo abbiamo capito piuttosto bene che la “professionalità” del giornalismo mainstream è un ricordo di altri tempi, o un pregio di pochissimi e perciò notevoli inviati. Però anche come barzellettieri sono veramente arrivati alla frutta…

Ragazzi, se le sparate di così stupide i lettori finiranno con non credere più a nulla di quel che dite, neanche i risultati delle partite. Se non alzate il livello il direttore farà bene a licenziarvi...

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11/11/2024

Colloquio Trump-Putin. Mezza bufala e prove di “sganciamento” da Kiev

La previsione universale era ed è che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca avrebbe portato a novità consistenti circa la guerra in Ucraina. Previsione variamente motivata (presunta “sintonia” tra The Donald e Putin, isolazionismo spinto e avversione a nuove guerre in zone ritenute non decisive, desiderio di scaricare sull’Unione Europea la patata bollente, rapporto assurdo tra costi e benefici per l’economia yankee, ecc.), ma unanime.

Così, appena chiuse le urne, il Washington Post (proprietà di Jeff Bezos, gruppo Amazon) ha pubblicato un articolo in cui si dà per avvenuto il primo colloquio telefonico con il Cremlino, bypassando il Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri), e quindi Blinken, ma facendo intervenire addirittura Elon Musk, fin qui solo finanziatore della campagna elettorale, co-comiziante, ma senza incarichi diplomatici.

Nessun media occidentale si mette mai a fare il check di quel che scrive il Post. Lo si prende per vero e basta. Così è stato anche stavolta.

Il più professionale portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, è stato quindi costretto a smentire: “Questa notizia è una pura invenzione. Si tratta di informazioni false. Non ci sono ancora piani specifici per i contatti tra Putin e Trump”.

Nei rapporti tra gli stati, in effetti, ci si muove per canali diplomatici sia ufficiali che “ufficiosi” (tramite personaggi di seconda o terza fascia, ma silenziosi e affidabili), ma non per chiacchierate “private” tra leader in carica e altri che devono ancora prendere servizio.

Una vaga possibilità, visto che Trump è noto per il disprezzo delle regole e delle consuetudini, anche diplomatiche, però esiste. Ma la smentita ufficiale mette una pesante ipoteca anche sulla credibilità dei “si dice” intorno al colloquio con Putin e ai suoi contenuti.

I “si dice”, peraltro, non suggeriscono molto. Trump avrebbe consigliato a Putin di non avviare altre escalation contro Kiev, il che è per un verso comprensibile (per avviare una trattativa che porti alla pace sarebbe utile un “raffreddamento” delle operazioni militari sul terreno), ma per molti altri impraticabile (difficile pensare che la presenza ucraina nella zona russa di Kursk possa essere tollerata ancora per molto, difficile anche pensare che l’offensiva per recuperare tutta zona del Donbass ancora sotto controllo ucraino possa arrestarsi prima di atti formali chiari).

Altrettanto si può dire del cosiddetto “piano di Trump” per arrivare alla pace: “stop alla guerra con la creazione di una zona demilitarizzata lungo il fronte, presenza di una forza internazionale senza militari americani, no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato per almeno 20 anni. Kiev verrebbe ‘ricompensata’ con il mantenimento del sostegno militare di Washington”.

Banalmente: una eventuale zona smilitarizzata non potrebbe avere né truppe Usa, né militari di altri paesi Nato, altrimenti non avrebbe senso per Mosca accettarla. L’ingresso di Kiev nella Nato – ossia la vera ragione della guerra – non sarebbe accettabile per Mosca né ora né dopo l’uscita di scena di Putin (i “venti anni” sono chiaramente un periodo sufficientemente lungo entro cui dovrebbe avvenire il passaggio di consegne con altri leader), come non sono mai stati accettabili per Washington missili sovietici o russi a Cuba. E così via...

Dunque la sortita del Post, anche a prescindere dalla sua corrispondenza al vero oppure no, è l’apertura ufficiale sui media occidentali del “dibattito” ormai inevitabile: la guerra per l’Occidente è ormai persa, Kiev non potrà mai vincere né riavere Crimea e Donbass, è inutile pompare ancora soldi e armi su uno stato fallito che non ha più neanche uomini da mandare al fronte... come ne usciamo?

Ovvio che la junta golposta ucraina non possa vedere troppo di buon occhio questa discussione, che prevede tra l’altro la sua uscita di scena. Per arrivare a una trattativa vera e a un “armistizio” o “trattato di pace” sarà necessaria comunque un’altra compagine, che non abbia legato il proprio nome e volto ad una “vittoria impossibile” costata centinaia di migliaia di morti tra le fila dell’esercito ucraino e la distruzione di quasi tutte le infrastrutture strategiche.

Deve essere per questo che, anticipando maliziosamente i tempi, l’intelligence estera russa – l’Svr – ha diramato una nota i cui si afferma che «Washington sta valutando la possibilità di indire elezioni presidenziali e parlamentari in Ucraina in mezzo alle continue ostilità con la Russia l’anno prossimo».

Vero o falso che sia, insomma, Zelenskij deve solo decidere come uscire. Se rifugiandosi nella sua villa a Forte dei Marmi oppure in modo più traumatico.

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15/10/2024

Sulla serietà dell’informazione occidentale si potrebbero scrivere ormai tomi ponderosi improntati alla satira. Il piattume con cui i “giornalisti” si sdraiano sulle versioni ammannite dall’“alleato” di turno (che sia Israele, l’Ucraina o chiunque altro) è tale da non lasciar passare neanche un ago...

Utilizziamo una notizia e un video di ieri per dimostrare quanto andiamo dicendo, dopo che l’esercito israeliano ha “rivelato” di aver trovato un tunnel al confine con il Libano che doveva servire – dicono – “per invadere e occupare l’alta Galilea”.

Un po’ sorprendente, diciamo, visto che tutto il mondo vede da giorni il movimento opposto: Israele che invade il Libano e spara anche sull’Onu e la Croce Rossa...

L’agenzia AdnKronos, così come l’Ansa e altre “fonti primarie” delle redazioni italiane riprendono però il comunicato dell’Idf senza farsi neanche una domanda.

“Le forze dell’Idf hanno individuato e fatto irruzione in un quartier generale sotterraneo della Forza Radwan” – l’unità operativa speciale di Hezbollah – nel sud del Libano.

“La base operativa scoperta si trovava all’interno di un tunnel sotterraneo lungo 800 metri, nel cuore di un villaggio libanese, nel quale sono state rinvenute molte armi, missili antiaerei, granate, motociclette, ulteriori pozzi sotterranei, mezzi di sopravvivenza, compreso cibo, e una cucina utilizzata dai terroristi. Tutti questi mezzi sarebbero dovuti essere utilizzati dalle forze Radwan come parte del piano per l’occupazione della Galilea”.

“Durante il raid mirato sul complesso le truppe hanno affrontato un terrorista all’interno del quartier generale, eliminato grazie a un raid dell’aeronautica militare israeliana. Le truppe stanno continuando la loro attività nell’area e stanno esaminando il percorso del tunnel”.

Il portavoce dell’Idf, Daniel Hagari, ha dichiarato che Hezbollah “stava pianificando di entrare con le motociclette a Kiryat Shemona, a Yiftah, nei villaggi all’interno di Israele e condurre un massacro. Erano qui solo un paio di giorni fa”.

Abbiamo visionato il video che mostra il tunnel e quindi facciamo noi le domande che ogni giornalista principiante dovrebbe porsi.

“Invadere e occupare l’alta Galilea” è un obiettivo decisamente ambizioso per qualsiasi esercito. Le stesse televisioni mostrano migliaia di soldati dell’Idf sul confine libanese o anche oltre, decine di carri armati Merkhava parcheggiati e pronti ad entrare in azione, elicotteri, ecc.

Contro uno spiegamento di forze simile ci si dovrebbe aspettare che “i tunnel” fossero molti più di uno. E ognuno di essi avrebbe dovuto essere delle dimensioni di una tangenziale a più corsie.

“Le motociclette” da impiegare si dovrebbero contare a centinaia, e così gli armamenti, necessariamente anche “pesanti” come missili, pezzi di artiglieria, ecc.

Invece vediamo 3 (tre) motorini di piccola cilindrata (dei “cinquantini”, insomma), in fondo a un tunnel chiuso che non porta da nessuna parte. Qualche brandina (forse tre o quattro), un paio di fucili, e un portavoce – Daniel Hagari, appunto – impegnato ad ingigantire con le parole le immagini di questa miseria di “capacità offensive”.

Potete anche voi controllare il video per esserne sicuri…

Non serve un pari grado di Rommel per capire che quel tunnel, sicuramente utile come le centinaia di altri, può al massimo ospitare una ventina di uomini, che sarebbero usciti in fila indiana (lo spazio è quello adatto a una sola persona per volta), probabilmente di notte, per condurre qualche azione di disturbo, magari per prendere alle spalle qualche pattuglia israeliana penetrata oltre il confine.

E che i motorini (solo tre, ricordiamo) venivano probabilmente utilizzati per percorrere più velocemente le centinaia di metri sottoterra, per portare rifornimenti di poco peso.

Ma con quei numeri non “si invade” nulla. Tanto meno un territorio vasto, sgomberato dalla presenza di civili (come decine di altri servizi mostrano) e presidiato da un pezzo rilevante di un esercito decisamente aggressivo e in pieno assetto operativo. Tant’è vero che quel “patrimonio per l’invasione” era sorvegliato... da un solo “terrorista”, “coraggiosamente” ucciso chiamando l’aviazione...

Stiamo dicendo delle banalità, sul piano militare. E anche un caporalmaggiore fuori servizio da anni potrà confermarlo.

Dunque a che servono i “giornalisti” mainstream se non a fare da megafono passivo alle clamorose cazzate inventate da Israele (e dagli Stati Uniti)?

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20/09/2024

Il solito “oppositore” venezuelano che recita la parte della vittima...

Solo una delle milioni di fake news sparate contro la rivoluzione bolivariana e il governo del Venezuela, confermato anche alle ultime elezioni. Il “candidato dell’opposizione”, dopo essersi proclamato vincitore ancor prima che la Commissione elettorale (un potere indipendente, in quel paese, non come in Italia dove è il Ministero dell'Interno a certificare i risultati), è poi fuggito in Spagna chiedendo “asilo politico” e raccontando di “essere stato costretto a lasciare il paese”.

Una semplice menzogna, per di più arrivata dopo che lo stesso Gonzales Urrutia, nell’ambasciata spagnola, aveva liberamente firmato una lettera alla presenza di Jorge e Delcy Rodriguez – rispettivamente presidente del Parlamento e vicepresidente del Venezuela – in cui riconosce la legittimità del voto popolare e quindi anche della presidenza di Maduro. Ieri il governo venezuelano ha reso pubblici sia la lettera che il video girato al momento dell’incontro.

In pratica, e per farla breve, l’ex diplomatico Gonzales Urrutia – che si era “distinto” in El Salvador come “consigliere” degli squadroni della morte, messi su dagli oligarchi locali assistiti dalla Cia – se n’è andato dal Venezuela con il consenso del governo Maduro e dopo aver spontaneamente riconosciuto i risultati elettorali. Giunto in Spagna, però, ha ripreso ad atteggiarsi a vittima, perseguitato, ecc. Un po’ come – qualche anno fa – il suo predecessore, Juan Guaidò, di cui si sono da tempo perse le tracce (le ultime segnalazioni lo davano dedito al narcotraffico).

Inutile dire che, anche in questo caso, la “libera informazione” occidentale si guarda bene dal verificare la propaganda imperiale... Qui di seguito il comunicato dell’ambasciata di Caracas in Italia, con la lettera, il video, ecc..

*****

Venezuela riafferma il suo impegno a rispettare gli accordi internazionali

In base alle dichiarazioni del Presidente della Asamblea Nacional, Jorge Rodríguez di ieri 18 settembre, il Venezuela desidera chiarire la sua ferma posizione riguardo alle recenti azioni e false dichiarazioni del cittadino Edmundo González Urrutia, manifestate attraverso una lettera contenente informazioni che non riflettono la posizione ufficiale dello Stato venezuelano né, tanto meno la veridicità dei fatti.

González Urrutia ha realizzato dichiarazioni contrarie ai principi e agli accordi internazionali difesi dal Venezuela, il che costituisce una grave distorsione della realtà. Durante una conferenza stampa ieri, mercoledì 18 settembre, il presidente della Asamblea Nacional de la República Bolivariana de Venezuela, Jorge Rodríguez ha mostrato una lettera firmata dall’ex candidato Edmundo González Urrutia il giorno 7 settembre 2024 insieme a delle foto che testimoniano il clima dell’incontro presso l’Ambasciata spagnola a Caracas (si allegano documento, foto e video).

Il deputato venezuelano ha inoltre ribadito che il contatto iniziale per la richiesta dell’asilo politico fu avviato proprio da González Urrutia e che, la suddetta lettera fu letta e firmata alla presenza dell’ambasciatore spagnolo in Venezuela, che però non appose la sua firma per mancanza di autorizzazione.

Le foto e i video, fino a questo momento di carattere riservato, mostrano il momento in cui l’ex candidato firma la lettera, confermando che l’incontro si è svolto in modo cordiale e senza coercizione, con la partecipazione del presidente della Asamblea Nacional Jorge Rodríguez e della vicepresidenta Delcy Rodríguez in rappresentanza del capo di Stato Nicolás Maduro.

Ieri 18 settembre, González Urrutia, ha pubblicato un video sui suoi canali social sostenendo “di essere stato costretto a lasciare il paese”. Jorge Rodríguez ha prontamente smentito queste affermazioni, dando a González Urrutia 24 ore per ritrattare e definendo la sua versione una “menzogna codarda”.

Rodríguez ha ribadito che la lettera di González Urrutia riconosce la legittimità delle istituzioni venezuelane, compresi i cinque poteri dello Stato, e che lo stesso González ha cercato attivamente un dialogo con le autorità venezuelane prima della sua partenza. Nel documento, indirizzato al presidente della Asamblea Nacional, Jorge Rodríguez, González Urrutia riconosce l’autorità del Tribunale Supremo di Giustizia e la sentenza che convalida la vittoria del presidente Nicolás Maduro Moros.

Il Parlamentario venezuelano ha espresso perplessità sul comportamento di González Urrutia anche per la sua “condizione di asilo politico in Spagna, Urrutia potrebbe violare gli obblighi derivanti dal suo status”. Gonzales ribadendo che “il Venezuela ha sempre rispettato gli accordi internazionali in materia di asilo” ricorda che “la partenza di González Urrutia verso la Spagna è stata approvata dal governo venezuelano”.

Il Presidente della Asamblea Nacional ha invitato la comunità internazionale a non lasciarsi ingannare da dichiarazioni prive di fondamento che, lungi dal contribuire alla diplomazia e alla pace, cercano di generare confusione. Il Venezuela continuerà ad agire in conformità con i suoi principi di sovranità, autodeterminazione del popolo e rispetto dei diritti umani.

Inoltre, il deputato venezuelano ha reiterato che la Repubblica Bolivariana del Venezuela ribadisce la sua volontà di continuare a lavorare con gli Stati e le organizzazioni internazionali per garantire il rispetto dei trattati e degli accordi che promuovono la giustizia e i diritti fondamentali.

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15/09/2024

C’è chi riesce a mentire anche sui missili...

Ignoranza, approssimazione, malafede, suprematismo idiota… La miscela che sta portando l’Occidente capitalistico oltre tutte le “linee rosse” che separano dalla guerra nucleare è così tossica che forse neanche i diretti responsabili se ne rendono più conto.

Vale per le classi dirigenti (finanziarie e politiche) come per una parte dei vertici militari (anche se come “tecnici” della guerra dovrebbero essere i più consapevoli dei rischi reali), ma soprattutto per i media, incaricati – istituzionalmente – di “formare l’opinione pubblica” fornendole un quadro edulcorato, ideologizzato, “facilitato” e dunque falso della situazione reale.

Un esempio in fondo innocuo è fornito dalle reazioni al “mandato di cattura” emesso dalle autorità russe contro alcuni giornalisti occidentali che avevano seguito da “embedded” (con divise, elmetti, giubbotti antiproiettile forniti dalle truppe) l’incursione ucraina nel territorio russo del Kursk.

Abituati da oltre 30 anni – prima guerra Usa in Iraq, 1991 – a fare da ufficio stampa alle truppe dell’Impero trovano ormai “normale” entrare in un paese straniero (extra-Shengen, ovviamente) senza “chiedere permesso”. Ossia senza fare richiesta di visto (se previsto da quel paese), attendere che sia concesso, ecc. Per di più al seguito di un “esercito invasore” (per quanto “mini”, come in questo caso).

Se il paese è debole (Iraq, Libia, Somalia, Siria, ecc.) difficilmente c’è una reazione. Certo, c’è pur sempre il rischio di prendersi una pallottola o una scheggia, come per qualsiasi soldato. Ma la “reazione ufficiale” del governo assalito è l’ultimo dei problemi.

Se però “l’offeso” ha lo spessore della Russia è logico attendersi di finire in qualche lista di “indesiderati”. Non si entra a casa di nessuno senza chiedere permesso, giusto? Se no è “effrazione”, oltretutto a mano armata...

La difesa degli inviati Rai – Stefania Battistini e l’operatore Simone Traini – ora perseguibili in Russia è affidata per esempio dal Corriere al pessimo Lorenzo Cremonesi, un abituè del giornalismo embedded Nato, che per l’appunto rivendica tutte le “missioni” cui lui e altri colleghi hanno partecipato al seguito degli americani o di Israele, “dimenticando” che si trattava pur sempre di bullismo bellico contro i più deboli, classiche operazioni neocolonialiste dell’Occidente.

Cade però dal pero della supponenza quando cita “il governo di Kiev [che nel 2014-15] minacciò di sanzioni noi reporter stranieri, che dalle zone del Donbass ucraino entravano in quelle controllate dai filorussi (coadiuvati dai soldati di Mosca)”, dimenticando – anche qui – la radicale differenza: le repubbliche di Donetsk e di Lugansk si erano autonomizzate addirittura con un referendum popolare.

Dunque lì – pur senza un riconoscimento ufficiale da parte della sedicente “comunità internazionale atlantista” – gli inviati occidentali erano di fatto “ospiti graditi” di due repubbliche attaccate da un “esercito invasore”. L’opposto dell’episodio di Kursk...

L’atteggiamento per cui, invece, il solo fatto di essere giornalisti (occidentali, ovvio, quelli palestinesi o arabi possono esser macellati senza problemi...) garantirebbe un diritto a muoversi senza rispettare alcuna regola di un qualsiasi Stato («Andate a quel Paese, questo è semplicemente il nostro mestiere»), è chiaramente una rodomontata da bischeri. Provassero ad entrare negli Stati Uniti senza autorizzazione e poi vediamo se gridano alla “censura americana [che] non può fermare il nostro lavoro”...

Ma questo sono per l’appunto piccolezze corporative, anche se rivelatrici di una mentalità belligerante e servile.

Più grave, e di molto, la menzogna sulle questioni militari e l’escalation che ci sta portando sull’orlo del conflitto nucleare. Come si fa a provare che “il nemico” – Putin, in questo caso, ma il nome può cambiare spesso senza che cambi la tecnica – è un bugiardo da abbattere? Non potendo vantare competenze proprie il “bravo giornalista” va a far testimoniare un generale disponibile. Impresa non impossibile, anche molti altri generali stanno lì da anni a dire tutt’altro.

Tre giorni fa, in una discorso preso molto sul serio anche dalla Casa Bianca – basta riascoltare le dichiarazioni del portavoce Kirby – il presidente russo ha spiegato, anche tecnicamente, perché la consegna all’Ucraina di missili a lungo raggio da parte di paesi Nato sarebbe di fatto una partecipazione diretta dell’Alleanza nella guerra alla Russia.

Rileggiamolo: “Non stiamo parlando di consentire o proibire al regime di Kiev di colpire il territorio russo. Sta già colpendo con l’aiuto di veicoli aerei senza pilota e altri mezzi. Ma quando si tratta di usare armi occidentali ad alta precisione e a lungo raggio, è una storia completamente diversa.

Il fatto è che, come ho già detto, e qualsiasi esperto lo confermerà (sia qui che in Occidente), l’esercito ucraino non è in grado di colpire con moderni sistemi occidentali ad alta precisione e a lungo raggio. Non può farlo. Ciò è possibile solo con l’uso di dati satellitari, di cui l’Ucraina non dispone: si tratta di dati provenienti solo da satelliti dell’Unione Europea o degli Stati Uniti, in generale, dai satelliti della NATO. Questo è il primo.

Il secondo, e molto importante, forse fondamentale, è che le missioni di volo verso questi sistemi missilistici possono, di fatto, essere eseguite solo da personale militare dei paesi della NATO. I militari ucraini non possono farlo. E quindi, non è una questione di consentire al regime ucraino di colpire la Russia con queste armi o di non consentirlo. Si tratta di decidere se i paesi della NATO sono direttamente coinvolti in un conflitto militare o meno.

Se questa decisione viene presa, non significherà altro che la partecipazione diretta dei paesi della NATO, degli Stati Uniti e dei paesi europei alla guerra in Ucraina. Questo è il loro coinvolgimento diretto. E questo, naturalmente, cambia significativamente l’essenza stessa, la natura stessa del conflitto. Ciò significherà che i paesi della NATO, gli Stati Uniti e i paesi europei sono in guerra con la Russia. E se questo è il caso, allora, tenendo presente il cambiamento nell’essenza stessa di questo conflitto, prenderemo decisioni appropriate in base alle minacce che saranno create per noi.”


Cosa fa il Corriere? Chiama il generale Camporini per farsi dire che «Per impostare il piano di volo dei missili non serve un corso universitario né essere occidentale. Bastano degli ucraini con due mesi di addestramento».

Poi scende anche nei dettagli: «I missili a lungo raggio hanno diversi sistemi di navigazione, ma il principale è lo stesso Gps del navigatore sulla nostra auto. Lo usano gli Atacms, gli Storm Shadow così come le armi russe. Quanto ai dati di “intelligence”, è dall’inizio della guerra che gli ucraini dispongono delle informazioni sulle retrovie russe. Non ci sarebbe alcuna novità».

Un non addetto ai lavori può credergli sulla parola. Uno appena un po’ più diffidente, come noi, si informa, anche perché non mancano le fonti per sapere cosa sono, come funzionano e come vengono comandati missili che ormai hanno molti anni di presenza “sul mercato”.

I missili di cui si sta trattando la consegna agli ucraini – e che la Gran Bretagna del sedicente “laburista” Starmer si appresterebbe a dare prima degli Stati Uniti (“va avanti tu e vediamo che succede”) – sono gli Atacms, gli Storm Shadow e gli Jassm.

I primi, costruiti dalla Lockeed Martin, vengono lanciati da terra anche da mezzi di trasporto, e vengono guidati tramite sistema inerziale e gps (“come quello delle nostre automobili”, giustamente). Hanno una gittata massima di 300 chilometri ma, essendo sparati da terra, sono facilmente individuabili dai satelliti spia. Quindi non possono stare troppo vicini al fronte, ma devono essere lanciati dalle retrovie, riducendo di molto la possibilità di colpire bersagli logistici in territorio russo (depositi di armi, aeroporti, ecc).

Gli Storm Shadow sono invece missili di fabbricazione franco-britannica, sono già stati “regalati” all’Ucraina all’inizio della guerra da Italia, Francia e GB, e sono serviti per colpir alcune navi russe nel Mar Nero. La loro gittata è di circa 250 km ma, potendo essere lanciati da aerei, questa varia insieme alla possibilità del velivolo di entrare oppure no nello spazio aereo russo. Vista la storia anche recente dell’aeronautica ucraina (i pochi F-16 ricevuti sono stati subito abbattuti o rimasti nascosti) non sembra possano cambiare l’andamento della guerra.

Ma già nel loro caso i sistemi di navigazione salgono da due a quattro (GPS, INS, IIR e TERPROM), aggiungendo la “termografia a raggi infrarossi” e la profilazione del terreno. Una volta sparato è guidato dalle informazioni inserite al momento del lancio, e non possono essere modificate durante il volo. Anche in questo caso, insomma, la partecipazione di personale Nato all’utilizzo di questi missili sarebbe limitata alla fornitura delle informazioni da inserire nel piano di volo. Cosa, diciamo, fin qui “tollerata” dai russi.

Ma i JASSM-ER – non la versione AGM-158A di cui parla il Corriere – sono decisamente un’altra cosa. Intanto la gittata, estesa fin quasi ai 1.000 km. E soprattutto il sistema di guida.

In pratica, “Il JASSM-ER resta in attesa di un bersaglio specifico da designare e può essere riprogrammato in volo. Il data-link aiuta a trasmettere lo stato del missile e conferma la selezione del bersaglio corretto durante la fase terminale”.

Domanda: cos’è questo “data link” e chi ne dispone? I data link per uso militare, in termini semplici, sono “reti militari di comunicazione digitale, composti di hardware (terminali appositi) e software (protocolli di comunicazione e messaggistica) dedicati”.

Ne esistono di tipi molto diversi, in continua evoluzione con le infinite innovazioni tecnologiche in materia. Ma, come potete leggere da soli nel link che vi abbiamo appena fornito, ne dispongono solo la Nato e la Russia (forse anche la Cina).

Dunque per far sì che uno JASSM-ER possa essere pienamente operativo – ovvero stare in volo in attesa di ricevere le informazioni decisive per raggiungere un bersaglio scelto magari all’ultimo momento “da terra” (dai “guidatori” assistiti dai data link), ci vuole personale Nato con accesso ai sistemi dell’Alleanza. Visto che l’Ucraina non ne fa parte e non può avere personale già formato per sistemi sconosciuti e non trasferibili “in due mesi”.

Da soli neanche questi missili possono cambiare il corso catastrofico della guerra, ma certamente la partecipazione in prima persona di militari della Nato costituisce un salto di qualità politicamente rilevante verso lo scontro diretto con la Russia. Impossibile dire il contrario, se si è seri.

E infatti un giornale iper-atlantista ma non gestito da deficienti, come il Financial Times, ammette che effettivamente ai vertici di Casa Bianca e Nato si rendono conto di essere sul limite di una dichiarazione di guerra, non di un altro “regalo a Kiev”. E quindi frenano. Mentre al Corriere “che problema è? mandiamo qualsiasi arma e vinciamo facile la guerra”...

Ignoranza, approssimazione, malafede, suprematismo idiota... Il giornalismo mainstream è la sentina in cui percolano senza filtri le peggiori sostanze del suprematismo occidentale. Questi corrono verso la fine tenendo d’occhio solo il proprio conto in banca, che cresce obbedendo in tutto e per tutto, senza farsi più domande.

È ora di staccare la spina...

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