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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/08/2026

Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri

di Emiliano Brancaccio

Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».

A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.

C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone.

L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal PNRR europeo con un miliardo.

Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del PNRR gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia. Ma le buone intenzioni durano poco.

Le successive manovre del ministro Giorgetti erodono la dotazione di oltre un terzo. Nel 2026 il colpo finale: le risorse residue vengono sottratte alla modernizzazione di Taranto e ricondotte genericamente alla decarbonizzazione del settore. Il Dri pubblico a Taranto, di fatto, muore.

Restano in partita i privati. Il gruppo indiano Jindal si fa avanti, dichiarandosi disponibile a farsi carico anche della riconversione dell’impianto a caldo. Ma riemerge il vecchio problema: serve un massiccio sostegno pubblico per le infrastrutture, l’energia, la transizione ecologica.

Anche perché, se lo stato italiano non si impegna, Jindal avanza un’alternativa poco piacevole: spostare le fasi iniziali della produzione nei suoi stabilimenti in Oman e India e lasciare solo la fase finale a Taranto. Uscita dalla porta, l’urgenza dell’investimento statale rientra dalla finestra.

Ecco allora la trovata del governo. Su sollecitazione del ministro Urso, Federacciai propone una cordata di quattordici imprese italiane.

Il progetto nasce apertamente molto modesto: rinunciare alla conversione dell’impianto a caldo e limitare l’attività di Taranto alla lavorazione di acciaio prodotto altrove. Con due conseguenze: dimezzamento dell’occupazione locale e aumento della dipendenza dalle importazioni estere.

Ma la nuova soluzione, per Meloni e soci, è mediaticamente perfetta. Nasconde il disimpegno del governo con la grancassa della «cordata italiana». L’acciaio deve rimanere italiano, l’asset strategico non può essere ceduto agli indiani, e così via. Una curiosa declinazione dell’italianità: conta il passaporto del proprietario più del luogo effettivo in cui viene prodotto l’acciaio.

Ecco dunque il sovranismo meloniano alla prova dei fatti. Prima smonta un progetto pubblico che avrebbe modernizzato la produzione primaria nazionale. Poi celebra come patriottica una cordata italiana di privati che produrrà molto meno e comprerà all’estero quel che manca.

La siderurgia è un settore maturo, fortemente concentrato, in evidente ritardo dal punto di vista della transizione ecologica. È un caso da manuale di fallimento del mercato capitalistico. E dell’urgenza di una logica di pianificazione pubblica: decidere quanta capacità conservare, dove collocare la produzione di Dri, come coordinare la filiera con le reti dell’elettricità e dell’idrogeno, e così via.

Un piano pubblico darebbe all’Italia un ruolo guida nella faticosa ristrutturazione europea. E non sarebbe un’idea estranea alla storia continentale: in fondo, l’integrazione comunitaria iniziò proprio con un governo politico della ristrutturazione dell’acciaio.

Ma per Meloni e soci sarebbe un salto quantico. A quanto pare, trovano più facile agitare i passaporti tricolore dei nuovi aspiranti padroni e nascondere il conto industriale, occupazionale e ambientale che lasceranno.

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20/08/2026

Kushner smantella l’accordo «storico». Ben Gvir inaugura il braccio della morte

Il Board of Peace del presidente Trump starebbe lavorando a un nuovo piano per il disarmo di Hamas, destinato a stravolgere quello già accettato dal gruppo palestinese. Nelle sue ultime dichiarazioni, il leader del cosiddetto «Consiglio di pace», incaricato dall’Onu di sovrintendere al piano per Gaza, aveva legato il disarmo alla cessazione dei bombardamenti israeliani.

Trump aveva definito la roadmap accettata da Hamas «un accordo storico» e «un passo monumentale» verso la pace, assicurando che anche Israele ne fosse soddisfatto.

Ora, secondo diversi funzionari dello stesso Bop, l’incontro tra Jared Kushner e il premier Benyamin Netanyahu avrebbe rovesciato priorità e programma. Il genero del tycoon ha fatto proprie le richieste di Tel Aviv e minacciato Hamas con la ripresa su larga scala degli attacchi israeliani: un linguaggio ben lontano dalla diplomazia e dal ruolo che dovrebbe avere nel Bop.

In un’intervista al Times of Israel, Kushner ha affermato che qualsiasi accordo verrà fuori, Israele ne uscirà comunque vincitore: il gruppo palestinese disarmerà alle sue condizioni, oppure Tel Aviv avrà il sostegno da Stati Uniti e altri Paesi per «finire il lavoro».

Kushner ha dichiarato che l’esercito non dovrà ritirarsi da Gaza e che la ricostruzione resterà ferma fino al completo disarmo di Hamas. Israele, ha aggiunto, sarà libero di colpire, anche se nel colloquio sarebbero state definite con Netanyahu le «minacce imminenti» a cui potrà «rispondere».

I militari hanno subito mostrato quanto siano stringenti questi limiti: ieri un drone israeliano ha fatto strage in un caffè sul lungomare di Gaza.

Il premier è in pieno delirio da campagna elettorale e mentre bombarda Gaza, Libano e Siria – anche a costo di una condanna di rito da parte di Washington – trova il tempo di inaugurare «Netanyahu road», la nuova strada intitolata a suo padre e costruita all’interno dell’enorme insediamento illegale di Ariel, nella Cisgiordania palestinese occupata.

Al momento, i piani elettorali di Netanyahu procedono senza grandi scosse. Un sondaggio di Channel 12 indica Yashar di Gadi Eisenkot come primo partito, ma il blocco delle opposizioni resterebbe a un seggio dalla maggioranza. Intanto le primarie del Likud premiano soprattutto i vertici del governo uscente e i sostenitori della riforma giudiziaria.

Il primo degli eletti nella lista dei candidati al parlamento è il ministro dell’energia Eli Cohen, seguito dal presidente della Knesset Amir Ohana e dal ministro della giustizia Yariv Levin. Ma c’è spazio anche per l’estrema destra: Almog Cohen, appena arrivato da Potere ebraico, entra ai vertici, mentre l’estremista Tally Gotliv conquista il dodicesimo posto nonostante l’opposizione di Netanyahu.

Il premier, che potrà nominare a sua completa discrezione nove persone nei primi trenta, di cui tre nella decina di testa – si prevede che il partito occuperà circa 22-24 seggi – si è detto «molto soddisfatto» e il Likud ha già annunciato una «grande vittoria» alle elezioni del 27 ottobre.

Di segno opposto il giudizio di Eisenkot: «È, di fatto, la lista del 7 ottobre», ha detto accusando gli stessi dirigenti di aver diviso il Paese, condotto Israele verso «il peggior disastro dalla fondazione dello Stato» e di essere rimasti al loro posto senza assumersene la responsabilità.

La campagna elettorale procede spedita anche per gli altri protagonisti del governo Netanyahu. Ben Gvir, in particolare, sembra non conoscere limiti nella sua quotidiana discesa nell’orrore. Ieri il ministro suprematista ha presentato il nuovo braccio della morte israeliano, in costruzione in seguito all’approvazione della legge sulla pena capitale prevista solo per i palestinesi.

Al centro della struttura il patibolo, circondato dalle cabine dalle quali sarà possibile assistere alle esecuzioni. «Stiamo facendo la storia – ha esultato Ben Gvir – Ho promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri. Lo abbiamo fatto».

Al ministro dovrebbe essere a breve affidata la gestione dei coloni violenti nella Cisgiordania occupata. Dove intanto, a Qabatiya, nel nord, i soldati israeliani hanno marchiato i palestinesi fermati durante il raid di lunedì, scrivendo con un pennarello numeri sulla fronte, sul volto e sul corpo.

È una pratica già documentata nei mesi scorsi: ad aprile decine di donne palestinesi erano state numerate sulle mani prima di entrare nel campo profughi di Jenin. Allora l’esercito aveva parlato di «errore di valutazione» ma ora ammette nuovamente l’accaduto.

Il deputato palestinese, membro della Knesset, Ta’al Ahmad Tibi si è detto «scioccato e nauseato» dal comportamento dei soldati, paragonando i marchi ai numeri tatuati dai nazisti sulle braccia dei prigionieri nei campi di sterminio.

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16/08/2026

La fuga di Kappler

15 agosto 1977. Roma sonnecchia nella calura feroce di Ferragosto. Ore 09:29. Ospedale militare del Celio. Come ogni mattina, suor Barbara spalanca la porta della stanza di Herbert Kappler.

Sorpresa: la branda è vuota. Il lenzuolo tirato, il cuscino intatto. Del gerarca nazista, divorato dal cancro, nessuna traccia. Un’occhiata al giardino: nulla. La suora corre, grida, ma nei corridoi imbalsamati del Celio il tempo si muove a rilento. Kappler è già altrove. Intoccabile. Un’ombra che ride della giustizia.

Scoppia il caos. Il balletto delle accuse. Sul banco degli imputati finiscono i due carabinieri di guardia: Luigi Falso e Oronzo Pavone. Le loro parole sembrano un copione surreale: nessun ordine scritto, nessun permesso di entrare nella stanza, nemmeno di sbirciare. Un collega, giorni prima, era stato redarguito per aver osato affacciarsi.

Ma la verità è più tagliente: Kappler, il boia delle Fosse Ardeatine, non è un prigioniero. È un ospite.

Come si passa da una cella nel Castello Angioino a un letto d’ospedale con vista su Roma? Basta un tumore al colon, qualche certificato medico e la firma del ministro Arnaldo Forlani. Così Herbert Kappler, criminale di guerra, organizza il suo ultimo colpo: entra al Celio da uomo (quasi) libero.

Il Procuratore Generale militare gli concede la scarcerazione. La notizia trapela, la rabbia monta, il provvedimento viene revocato. Ma è troppo tardi. Kappler è già dentro. Al Celio è più paziente che prigioniero. Comincia l’ultima, indecente, pagina della sua vita. Quella che si conclude con la sua fuga.

Altro che ergastolo. A Gaeta, Kappler sconta la pena in una suite, coccolato dalla Convenzione di Ginevra. Stanza ampia. Un acquario. Visite regolari, pacchi, lettere. Una prigionia di velluto. Una prigionia che mai sfiorò gli antifascisti finiti nelle sue grinfie.

Il 12 marzo 1976 Forlani sospende formalmente la condanna. Lo fa in presenza dell’ambasciatore tedesco. Berlino preme da anni per la grazia. L’Italia resiste. Poi cede. Sotto traccia. Con discrezione. Con vergogna.

«Obbedivo agli ordini». La litania di ogni carnefice. Kappler la ripete, impassibile. Via Rasella? «Illegittimo». La rappresaglia? «Legale, logica». I giudici non gli credono. Come non credettero ai suoi pari a Norimberga. Ergastolo per le Fosse Ardeatine. Più quindici anni per l’oro rubato alla comunità ebraica. Dopo un passaggio a Forte Boccea, va a Gaeta.

I crimini. Tutti documentati. Incisi nella storia. Arrestato nel ’45, ferito. Rinchiuso a Regina Coeli. Il processo si apre nel maggio 1948. Kappler. Due ufficiali. Tre sottufficiali. L’architetto della strage. Il ladro d’oro. Ma colpa, mai.

24 marzo 1944: la rappresaglia. Trentatré tedeschi cadono in via Rasella. L’ordine arriva: dieci italiani per ogni tedesco. Sono 335 le vittime. Cinque in più del necessario. Errore, fretta, crudeltà. Kappler non si ferma. Il 17 aprile guida il rastrellamento del Quadraro. Mille uomini strappati alla notte. Deportati. Scomparsi. Torneranno in pochissimi.

Roma, ottobre 1943: l’oro o la vita. Il 26 settembre Kappler convoca i leader della Comunità ebraica. Ordina: «50 chili d’oro in 36 ore. Altrimenti, 200 deportati.» Ne raccolgono 59. Non basta. Il 16 ottobre, 1.259 ebrei vengono strappati alle case. Torneranno in 16.

Nel ’39 arriva a Roma. Ufficialmente consulente. In realtà spia. Sorveglia la polizia italiana. Ama la città. Si circonda di rose, vasi etruschi. Un burocrate della morte con la passione per l’arte. Hitler lo promuove. Ha localizzato Mussolini al Gran Sasso. Ma anche allora, storce il naso: «Un’inutile perdita di tempo», dirà a Himmler.

Fuga da Roma. L’ultima offesa. Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, Kappler scompare. Ha 70 anni. È malato. Ma evade. Come? Nessuno lo sa. O nessuno vuole dirlo. È l’ultima beffa. L’ultima vergogna. Il carnefice delle Fosse Ardeatine, l’uomo dell’oro rubato agli ebrei, se ne va nel silenzio delle istituzioni. Sotto un sole che brucia.

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13/08/2026

Venezuela e Israele ristabiliscono relazioni diplomatiche

Il governo criminale di Israele e il Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per fornire servizi consolari ai loro cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L’accordo prevede inoltre il mantenimento della cooperazione tecnica nelle operazioni di emergenza e recupero dopo i terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas aveva interrotto le relazioni con Israele nel 2009, durante il governo dell’allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre evidenziato il legame storico tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

La notizia è quella che è e deve essere data così com’è, ma da lì a non causare repulsione è un’altra cosa. In questo modo, qualcosa iniziato con la presenza militare immediata dei responsabili del genocidio israeliano sul suolo bolivariano, con la scusa del salvataggio di solidarietà, dopo il doppio terremoto, si sta concludendo.

Il mondo intero ha osservato con stupore gli incontri successivi, le foto, i video, della presidente con ufficiali dell’esercito colpevoli del più grande genocidio del XXI secolo finora contro il popolo palestinese. Un genocidio che continua giorno dopo giorno e che raggiunge anche i popoli di Libano, Siria e Iraq, oltre ai successivi attacchi all’Iran e all’assassinio della Guida Suprema Sayed Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell’AIPAC (la più grande rappresentante della lobby sionista per fare pressione su senatori e deputati yankee) è arrivata a Caracas, è stata accolta dalla presidente e ha avuto un incontro con suo fratello, il presidente dell’Assemblea Nazionale.

Tra i visitatori figuravano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson, e l’agenda si sarebbe concentrata su “sicurezza e cooperazione antidroga”, la tipica scusa per entrare di nascosto in suolo venezuelano. Questa invasione sfacciata, impossibile da immaginare in qualsiasi altro momento, ha provocato un duro ripudio da parte dei militanti chavisti.

Mast, Fine e Cammack, tutti repubblicani della Florida, sono sionisti irriducibili. Mast ha prestato servizio come volontario con le Forze di Occupazione in Palestina e non ha esitato a dichiarare che “non ci sono civili palestinesi innocenti”. Inoltre, ha invocato di “colpire duramente i terroristi palestinesi” e di “affamare Gaza”.

E infine, dopo che sono emersi gli elogi del genocida Netanyahu per la possibilità di riavviare le relazioni con il Venezuela, è giunto il momento, e ciò che era stato ottenuto oggi con la dignità e il coraggio del comandante Hugo Chávez (che ha espulso i criminali di guerra sionisti dal territorio bolivariano), in Venezuela sotto occupazione yankee, è diventato l’opposto.

È incredibile: i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla CPI riprenderanno. Oggi, i sionisti entrano e escono da Caracas con totale impunità, e il peggio deve ancora arrivare.

Non esiste scusa al mondo che possa giustificare un tale affronto a un popolo che per più di due decenni e mezzo ha costruito un processo rivoluzionario. Gli assassini del popolo palestinese oggi si vantano e celebrano il fatto di essere stati accolti come amici nel Palazzo Miraflores. La memoria filo-palestinese del comandante Chavez e la posizione decisamente anti-sionista del presidente legittimo (rapito dagli Stati Uniti) Nicolás Maduro non merita un simile affronto.

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07/08/2026

Ballo a due su Hormuz, quasi senza gli Usa

“E il modo ancor m’offende...”

Iran e Oman hanno raggiunto, sembra, lo sperato accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz che dovrebbe portare alla riapertura della via d’acqua al momento più importante al mondo.

I dettagli sono per il momento ancora vaghi, ma ricalcano quanto già indicato nei giorni scorsi: a Teheran la competenza (e gli introiti futuri) sul canale di ingresso e a Muscat quella sul canale di uscita (con le informazioni condivise con l’Iran). Nessun “diritto di passaggio” da esigere per i prossimi 60 giorni, necessari a “svuotare” l'accumulo di navi bloccate nel Golfo, e poi si vedrà il come, il quanto e con quale giustificazione.

La notizia chiave è però l’esclusione degli Stati Uniti da questa trattativa, che sarebbe stata perciò limitata ai due Stati che fisicamente “contengono” lo Stretto, come sarebbe peraltro logico e coerente con il diritto internazionale (la vittima principale delle guerre recenti).

Naturalmente non è del tutto vero, anche se da Teheran si batte molto su questo tasto, dato che proprio l’Iran aveva lamentato nei giorni scorsi “rallentamenti e complicazioni” nella discussione con i dirimpettai a causa delle ingerenze statunitensi. Ma lo spostamento del baricentro – dalla volontà statunitense agli interessi dei paesi rivieraschi – resta evidente.

Le dichiarazioni pubbliche del viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi sono esplicite: “L’affermazione degli Stati Uniti secondo cui sono in corso negoziati con l’Iran è falsa. Non ci sono stati negoziati”.

I canali di comunicazione con Washington non sono stati però mai chiusi del tutto, visto che l’Iran – secondo il vice di Araghci – ha ricevuto messaggi dagli Usa sulla disponibilità a tornare agli impegni precedenti.

Lo stesso Donald Trump ha parlato più volte nelle ultime ore di “ottimi colloqui” in corso con Teheran, anche se sembra più una vanteria a beneficio di telecamera per rivendicare un ruolo di primo piano, almeno sui media.

La situazione resta infatti complicata soprattutto dal lato Usa, visto che il Washington Post (un quotidiano storicamente “dem” riallineato però sul fronte trumpiano dopo l’acquisto da parte di Jeff Bezos, patron di Amazon) ha riferito di una sfuriata del tycoon in quel di Camp David contro il somaro da lui stesso messo a guidare il “ministero della guerra”, quel Pete Hegseth ora individuato come responsabile della carenza di missili – sia d’attacco che intercettori, come i Patriot – che ha costretto l’America a rinunciare a nuove offensive contro Teheran.

La CNN, da parte sua, ha dettagliato meglio questa carenza quantificando che le riserve di missili sarebbero scese dell’80%, il che lascia scoperti gli stessi Stati Uniti e quindi li costringe a non rifornire più gli alleati principali (Ucraina, Israele, stati arabi del Golfo).

Lo stile di lavoro dei funzionari a Washington, con l’avvento di Trump, sembra completamente degenerato nell’italianissimo scaricabarile. Hegseth si sarebbe infatti difeso attribuendone la responsabilità al suo vice, Stephen Feinberg.

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, è stata a quel punto interpellata da diversi media e costretta a definire la storia una “fake news al 100%. Il presidente Trump ha la massima fiducia nel segretario Hegseth”.

Il licenziamento del buzzurro diventa perciò una ipotesi da non scartare...

Sta di fatto, comunque, che le opzioni a disposizione della Casa Bianca si sono ridotte drasticamente. O avalla l’accordo Iran/Oman facendolo proprio con le consuete operazioni di “abbellimento propagandistico”, oppure lo ostacola mantenendo il blocco dello Stretto dall’unica parte che controlla a distanza.

Ma senza più la possibilità di minacciare “attacchi davvero distruttivi” la pressione possibile cala quasi a zero. A meno di non prendere in considerazione l’uso dell’atomica (con tutte le conseguenze inimmaginabili sul piano globale).

Se le prossime settimane confermeranno questa “impressione”, la fine della guerra con l’Iran segnerebbe una sconfitta strategica ben più seria della disordinata fuga dall’Afghanistan il 15 agosto 2021.

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03/08/2026

Svendere per poi pagare il doppio. Chi ha occupato davvero i beni comuni

Il rogo che nella notte tra il 29 e il 30 luglio ha reso inagibile il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, lasciando in strada circa quattrocento persone, riporta l’attenzione su un immobile che dal 12 ottobre 2013, data di inizio dell’occupazione da parte di circa trecento persone, ospita Spin Time Labs e compare tuttora, secondo gli stessi atti giudiziari, nell’elenco delle occupazioni arbitrarie censite nella Capitale.

Prima di discutere la vicenda in termini di ordine pubblico, si può ricostruirne l’origine con un procedimento elementare.

Primo dato. Il 16 dicembre 2004 la Banca d’Italia approva il regolamento del Fip, il Fondo immobili pubblici gestito da InvestiRE Sgr: 396 immobili strumentali di enti previdenziali, tra cui l’Inpdap, vengono trasferiti al Fondo in otto giorni, a pochi mesi dalle elezioni regionali del 2005 e a un anno dalle elezioni politiche del 2006, per un valore di 3.322 milioni di euro (già scontato del 10% rispetto alla stima di mercato indipendente, certificata dalla perizia Reag).

Il 70% del finanziamento, 1.395,5 milioni, arriva da un prestito di Cassa depositi e prestiti; il resto da banche arranger (che organizzano operazioni, ndr) che incassano una commissione di circa 99 milioni: il capitale privato a rischio è minoritario, quello pubblico a credito maggioritario.

Gli atti pubblici non disaggregano questo valore per singolo immobile e ciò rappresenta una criticità già segnalata dalla Corte dei Conti: nessuno può verificare se lo Stato abbia incassato un prezzo equo per il cespite di via Santa Croce, perché quel prezzo non è mai stato reso pubblico separatamente.

Secondo dato. Da allora lo Stato prende in locazione gli stessi immobili, con canone indicizzato al 75% dell’inflazione. Il totale versato tra il 2005 e il 2026 è compreso tra 6,06 e 6,71 miliardi di euro. Più del doppio di quanto incassato con la cessione. Dal rapporto tra questi due dati certificati – canoni cumulati su valore di cessione – discende il rendimento implicito dell’intera operazione nel tempo.

Terzo dato. Applicando la stessa proporzione al caso di Santa Croce si ottiene un terzo dato, anch’esso derivato solo da cifre certificate: il contratto Agenzia del Demanio-Inps del 29 dicembre 2004 fissava un canone annuo di 2.890.000 euro; rivalutato con lo stesso meccanismo del 75% fino al 2026, senza l’interruzione dovuta all’occupazione, avrebbe totalizzato circa 73 milioni di euro.

Impostando la proporzione, il valore implicito di acquisto dell’immobile può essere stimato in un intervallo compreso tra 36,1 e 40 milioni di euro – una quota tra l’1,09% e l’1,21% del totale dei canoni incassati dal Fondo sull’intero portafoglio in ventidue anni, applicata al valore di cessione del 2004.

Sommando il canone realmente versato dal 2005 al 2013 (circa 27,7 milioni) e quanto il Tribunale di Roma ha riconosciuto con la sentenza del 18 dicembre 2025 (RG 53641/2022) a carico del solo ministero dell’Interno per il periodo successivo (21,1 milioni tra sorte capitale e importi liquidati fino al 2025, oltre 206.932,53 euro al mese da gennaio 2026 fino alla liberazione) lo Stato ha già corrisposto, per questo solo immobile, oltre 48 milioni di euro.

Il confronto non richiede interpretazione: usando la stessa logica con cui si è costruito il Fondo immobili pubblici, lo Stato ha già pagato per Santa Croce più di quanto l’immobile, secondo quella logica, varrebbe. E ciò non è stato determinato dal movimento Spin Time, ma dal governo che nel 2004 ha impostato un’operazione di cessione del patrimonio fondata sull’ottenere liquidità di breve periodo, con una perdita secca di valore pubblico nel medio-lungo termine.

Allora la domanda va rovesciata: chi ha consentito, per davvero, l’occupazione della res publica? E che cos’è, effettivamente, occupazione? Una politica che vende il patrimonio dello Stato, costruito con le tasse dei cittadini, per poi ripagarlo quasi il doppio del valore di cessione, perdendone nel frattempo la proprietà, come la definiremmo?

Sono fatti che oggi vengono capovolti da un cortocircuito narrativo, secondo cui sarebbe il movimento sociale di Spin Time a provocare un costo allo Stato. Che questa accusa arrivi da chi sosteneva il governo che nel dicembre 2004, in otto giorni, dispose la cessione (il secondo governo Berlusconi, con Giulio Tremonti al ministero dell’Economia) è la misura di quanto abbiamo smarrito la bussola, e di quanto il controllo dell’agenda comunicativa abbia preso il sopravvento sui dati di fatto.

I numeri, però, restano testardi: è a questa testardaggine che vale la pena affidarsi, per tornare ad ancorare il dibattito pubblico alle evidenze.

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MAGA e Maghella

Per capire che sta succedendo, la prima cosa da fare è mettere subito in chiaro che il problema non è solo il come, ma soprattutto il perché.

Il fatto è che se il “come” ha dei colpevoli, il “perché” ha delle complicità conclamate. Infatti, se abbiamo capito come la democrazia cosiddetta occidentale ha terminato il suo compito nel momento in cui la riproduzione capitalistica non si perpetua attraverso il lavoro, ma attraverso la finanza; e se abbiamo assistito all’esaurirsi del ruolo della manifattura come veicolo per l’accumulazione – quello che Marx definiva il rapporto tra valore d’uso e quello di scambio – a tutto ed esclusivo vantaggio del possesso esclusivo non più solo dei mezzi di produzione, ma di quelli di riproduzione finanziaria di accumulo borsistico del valore, abbiamo chiaro il quadro di come siano stati sbilanciati i rapporti, i conflitti, le rivendicazioni che contrapponevano Capitale e Lavoro.

I diritti non servono più come “palliativi” per anestetizzare le contraddizioni di classe; né quelli politici (per mantenere il potere urgono sempre nuove leggi elettorali), né quelli civili (il principio di uguaglianza è dialettico con l’appartenenza a un ceto espressione di una lobby); men che meno i diritti internazionali (il diritto di occupare e distruggere un territorio di conquista, le norme vessatorie contro le moltitudini dell’emigrazione servono a tenere bassi e fuori controllo normativo le leggi e i costi del mercato del lavoro).

Torniamo per alcune precisazioni al problema del “come”.

La crisi di Ceuta è esplosa in tutta la sua bolla manipolatrice e propagandistica. A cominciare dal modo in cui viene geograficamente descritto quel lembo di terra: secondo l’IA di Google, “Ceuta è una città autonoma spagnola situata nel Nordafrica, circondata dal Marocco”.

Se non ci fosse il pudore di avere almeno il rispetto di 87 morti, ci sarebbe da ridere a crepapelle. Sarebbe come dire che Belfast è una città inglese situata nel Nord Europa, circondata dall’Irlanda.

Invece che ammettere onestamente che Ceuta è un cimelio del colonialismo spagnolo, che serve a mantenere il controllo del traffico marittimo nello stretto di Gibilterra. Infatti neppure il governo Sanchez è riuscito a restituire quel lembo strategico al Marocco, il cui sovrano, invece di occuparsi delle condizioni di vita e del futuro dei suoi cittadini (o “sudditi”), che cercano una via d’uscita dignitosa alle tremende condizioni sociali, preferisce baciare la pantofola a Trump, al quale dedica un’autostrada, e aderire agli accordi di Abramo, piegandosi al sionismo di Netanyahu.

Chiedersi che cosa c’entri “la difesa dei confini europei” se in realtà è territorio marocchino è come chiedersi che c’entrava Valpreda con la strage di Piazza Fontana, o perché l’ex presidente Cossiga avesse tirato fuori la pista palestinese sulla strage di Bologna, senza voler vedere il vero motivo delle trame manipolatorie.

Certo, accusare di violazione dei confini quei 50mila cittadini marocchini che in realtà erano pur sempre in Marocco ha qualcosa di surreale. Ed è proprio per colmare il vuoto di ragioni politiche plausibili che in genere si alza il tiro delle panzane.

Ed ecco, con una tempestività di quelle che in realtà sono parti in commedia già definite e preordinate, che Meloni decreta la sospensione degli accordi di Schengen con la Spagna e tutti i giornali della banda Angelucci si scatenano contro i socialisti spagnoli che accolgono e regolarizzano lavoratori emigrati.

I giornalisti di destra, che imbrattano la carta stampata con la loro coscienza sporca, non sanno che l’Italia, nonostante la famigerata legge Fini-Bossi, nel corso degli ultimi anni ha “regolarizzato” più di due milioni di lavoratori stranieri?

Non sanno che poco meno della metà di loro, cioè 934mila, sono stati regolarizzati nel 2002 e nel 2009, proprio dai governi Berlusconi, il proprietario delle reti televisive dalle cui redazioni dei tg provengono questi sicari dell’oggettività nell’informazione?

Ma è tempo di lasciare il come e tornare a dedicarsi al perché.

La crisi della democrazia italiana, la reiterata spinta all’obsolescenza della Carta Costituzionale che sanciva i presupposti del contratto sociale, è giunta a una svolta. Prima che le componenti sociali disagiate e le opinioni pubbliche attente prendano coscienza collettiva che la perdita del ruolo di mediatore delle disuguaglianze – rappresentato per anni dallo Stato sociale – si stia riversando precipitosamente sullo stesso Stato di diritto, è urgente sancire il cambio dei rapporti di forza.

L’esempio MAGA di Trump è l’idea-guida. Il consenso elettorale non serve per governare, ma per comandare. L’ossessione dei “pieni poteri” si ripropone storicamente come panacea per mantenere il pieno controllo della rete dei privilegi oligarchici nell’energia, nelle materie prime pregiate, nel digitale, nella finanza globale e nell’industria bellica.

Meloni ha ormai chiaramente dato prova della coerente continuità politica, più che ideologica, con la vocazione collaborazionista: ieri Salò oggi Mar-a-lago sono i punti di riferimento di una politica asservita alla logica del dominio che non comprende né ammette dialettica con l'opposizione sociale.

Ecco il perché, per esempio, delle leggi sulla cosiddetta sicurezza: vietare, punire, reprimere significa disumanizzare i soggetti della lotta di classe, e riclassificarli sotto un elenco di fattispecie penali: clandestini, NoTav, black- bloc, terroristi, anarchici, “quelli di sinistra”, i pro-Pal, i maranza. E, ovviamente, gli antifascisti.

Le condizioni economiche e sociali dei lavoratori italiani sono palesemente al di sotto della media europea, distogliere la loro attenzione per scagliarla contro l’immigrazione è un trucco che non può durare per sempre. Ecco che bisogna irrigidire i rapporti di forza, impedire che lavoratori italiani e stranieri si accorgano degli inganni del neo-nazionalismo e si accordino con quelli più sfruttati di loro negli stessi luoghi di lavoro mal pagato e insicuro, negli stessi quartieri in cui condividono pessime politiche dell’abitare.

Coniughiamo il come e il perché e avremo il quadro della variabile del fascismo del Terzo millennio che è in atto nel cosiddetto Occidente. Trump lo spinge, von der Leyen lo mette all’ordine del giorno, Meloni ci sguazza, con la scusa di Vannacci.

Se n’è accorto anche qualcuno dei nostrani columnist, capaci di descrivere il “come”, ma solo per tenersi lontani dal “perché”, di cui sono spesso complici.

Come Ezio Mauro, che descrive la deriva del socialismo e del cristianesimo sociale, ma si dimentica delle colpevoli ambiguità della redazione del suo giornale; come Valter Veltroni che nei panni di commentatore lancia sul Corsera la patacca della “gestione della sicurezza da sinistra” (si rigirerebbe nella tomba anche Ugo Pecchioli), ma lo imita Gianni Cuperlo che sostiene il binomio “sinistra-legalità”, come un benpensante annoiato seduto al Caffè San Marco di Trieste; o come quell’anima persa del liberalismo italico che descrive come un pericolo che le scuole pubbliche del nord siano frequentate dai figli degli immigrati, guadagnandosi così il nuovo appellativo di Ernesto Galli della Razza.

Tuttavia, non sono utili le critiche di costume, le inchieste sulle trame, gli eventi di beneficenza, le adunate europeiste, men che meno i campi larghi o le alchimie delle alleanze. Per non dire delle speranze riposte sulle elezioni di Midterm statunitensi di fine anno.

Proprio perché non sono semplicemente in ballo gli ideali di una democrazia che barcolla sotto i colpi della remigrazione, della xenofobia, del neonazionalismo, del bellicismo, del precariato a vita. È in ballo un radicale cambio nel paradigma dei rapporti sociali nella società, nel paese, nel mondo in cui viviamo.

Abbiamo l’esperienza, la cultura, la visione d’insieme. È tempo di progettare una efficace nuova resistenza, una possibile nuova liberazione.

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29/07/2026

È un fatto di clima e non di voglia

Lo Stato non può chiedere fiducia mentre costruisce l’impunità delle proprie forze di polizia

La politica ama ripetere che la sicurezza nasce dalla fiducia nelle istituzioni. È un principio condivisibile, ma che vale in entrambe le direzioni. La fiducia non può essere pretesa: deve essere conquistata. E si conquista quando i cittadini percepiscono che la legge è uguale per tutti, che i loro diritti vengono tutelati e che chi esercita un potere pubblico risponde delle proprie azioni come qualunque altro cittadino.

Quando, invece, le istituzioni trasmettono il messaggio opposto, cioè che esistono soggetti sempre più protetti e altri sempre più esposti alla repressione, il rapporto di fiducia si incrina inevitabilmente.

La manifestazione che nei giorni scorsi ha attraversato Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir non può essere letta soltanto come la reazione emotiva a una vicenda tragica. Sarebbe un errore ridurla a questo.

In quella piazza si è manifestato un disagio molto più profondo, maturato nel corso di anni di politiche sicuritarie che hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini, istituzioni e forze dell’ordine. Il coro che si è levato spontaneamente da centinaia di giovani – «No allo scudo penale» – racconta meglio di qualsiasi analisi quale sia oggi il punto di rottura percepito da una parte crescente della società.

Quel coro non nasce nel vuoto. Nasce dentro un contesto politico e legislativo preciso. Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato una sequenza quasi ininterrotta di decreti sicurezza e di interventi normativi accomunati da una medesima filosofia: ampliare gli strumenti della repressione preventiva, aumentare le fattispecie di reato, inasprire le pene, estendere i poteri amministrativi delle autorità di pubblica sicurezza e restringere progressivamente gli spazi del dissenso.

Abbiamo assistito all’introduzione di nuovi reati, all’aumento delle sanzioni amministrative contro i blocchi stradali e le manifestazioni, all’espansione delle zone rosse, al rafforzamento del Daspo urbano, all’estensione del fermo preventivo, all’inasprimento delle misure contro i movimenti sociali e gli attivisti.

Parallelamente, sono state introdotte norme che rafforzano la posizione degli appartenenti alle forze dell’ordine, fino ad arrivare a quello che viene comunemente definito “scudo penale”, cioè un sistema di tutele che rischia di alimentare la percezione di una sostanziale deresponsabilizzazione nell’uso della forza.

È proprio questa asimmetria a produrre un effetto devastante sulla credibilità delle istituzioni. Da una parte il legislatore interviene con crescente severità nei confronti di chi manifesta, protesta o semplicemente occupa uno spazio pubblico per rivendicare un diritto.

Dall’altra, ogni volta che emergono casi di violenza commessi da appartenenti alle forze dell’ordine, il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sull’esigenza di proteggerli da eventuali conseguenze giudiziarie. Il messaggio che arriva ai cittadini è semplice, anche se profondamente pericoloso: la repressione diventa più dura verso chi contesta il potere e più indulgente verso chi quel potere lo esercita.

Chi crede nello Stato di diritto dovrebbe essere il primo a pretendere che l’uso della forza pubblica sia sottoposto ai più rigorosi meccanismi di controllo e di responsabilità. La legittimazione democratica della polizia non deriva dalla forza che può esercitare, ma dal fatto che quella forza è vincolata alla legge, alla Costituzione e al controllo della magistratura.

Ogni norma che rischia di attenuare questo principio non rafforza le forze dell’ordine; ne indebolisce l’autorevolezza, perché alimenta il sospetto che esistano cittadini più uguali degli altri.

Le vicende della Val di Susa, del resto, offrono una rappresentazione plastica di questo meccanismo. Anche in quel caso il dibattito pubblico ha scelto di soffermarsi sugli effetti, rimuovendo sistematicamente le cause.

All’indomani del corteo conclusivo del Festival dell’Alta Felicità, l’attenzione politica e mediatica si è concentrata esclusivamente sugli scontri avvenuti nei pressi del cantiere del Tav. Ancora una volta le immagini degli incidenti hanno occupato l’intero spazio dell’informazione, mentre è scomparso tutto ciò che li ha preceduti.

È scomparsa la militarizzazione permanente della valle, un territorio che da anni appare più simile a una zona di occupazione che al luogo in cui dovrebbe sorgere il cantiere di un’opera pubblica. È scomparsa la lunga sequenza di provvedimenti prefettizi che ha accompagnato il Festival, le continue identificazioni, le perquisizioni, i fermi, i Daspo urbani e le limitazioni preventive imposte ai partecipanti.

È scomparsa perfino la notizia politicamente più significativa: migliaia di persone sono riuscite comunque a raggiungere quello che veniva descritto come uno dei fortini più inespugnabili d’Italia, dimostrando che, nonostante trent’anni di repressione, la Val di Susa è tutt’altro che pacificata. Eppure di tutto questo si è parlato pochissimo.

Si è preferito raccontare il lancio di qualche pietra piuttosto che interrogarsi sulle ragioni per cui uno dei territori più militarizzati d’Europa continui a essere attraversato da un conflitto sociale così profondo.

Anche le reazioni istituzionali hanno seguito uno schema ormai consolidato. Dal Presidente della Repubblica fino ai principali esponenti della maggioranza, il messaggio è stato sostanzialmente univoco: solidarietà alle forze dell’ordine e condanna senza appello dei manifestanti.

Matteo Salvini è arrivato a definire i No Tav «il frutto marcio della sinistra», riproponendo quella retorica che trasforma ogni forma di conflitto sociale in un problema di ordine pubblico e ogni opposizione politica in una minaccia da neutralizzare.

È una narrazione che evita accuratamente di confrontarsi con il merito delle questioni, perché è più semplice delegittimare chi protesta che discutere le ragioni della protesta. Così facendo, però, si alimenta un clima nel quale il dissenso viene sistematicamente rappresentato come devianza, mentre la gestione eccezionale del territorio diventa la normalità.

È proprio questo il punto. Non si può continuare a chiedere ai cittadini di avere fiducia nelle istituzioni quando le istituzioni rispondono ai conflitti quasi esclusivamente con l’espansione dei dispositivi repressivi.

Ogni nuova misura di prevenzione, ogni Daspo, ogni zona rossa, ogni perquisizione preventiva, ogni limitazione del diritto di manifestare può forse produrre un controllo immediato dell’ordine pubblico, ma contribuisce anche ad alimentare la convinzione che il confronto democratico venga progressivamente sostituito dalla gestione poliziesca del dissenso.

E quando la politica sceglie sistematicamente di guardare soltanto all’effetto, rifiutandosi di interrogarsi sulle cause che producono il conflitto, non risolve i problemi: li cristallizza, rendendoli ancora più profondi.

In criminologia esiste un principio tanto semplice quanto spesso ignorato nel dibattito politico: la percezione della giustizia è uno degli elementi fondamentali della coesione sociale. Le persone accettano anche decisioni severe quando ritengono che il sistema sia equo e imparziale. Al contrario, quando maturano la convinzione che la giustizia non sia accessibile o che venga applicata in modo selettivo, cresce inevitabilmente la sfiducia nelle istituzioni.

Non è un caso che numerosi studi sulla legittimazione delle autorità pubbliche abbiano dimostrato come il rispetto delle regole dipenda molto più dalla fiducia nell’equità delle procedure che dalla severità delle sanzioni.

È qui che la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte. Continuare ad affrontare ogni conflitto sociale con nuovi reati, nuove aggravanti e nuovi poteri di polizia, mentre si riducono gli spazi di controllo sull’uso della forza pubblica, significa alterare profondamente il patto tra Stato e cittadini.

Lo Stato di diritto vive infatti di un equilibrio delicatissimo: da un lato il monopolio legittimo della forza, dall’altro la certezza che chi esercita quella forza sia sottoposto alle medesime regole che è chiamato a far rispettare. Se questo equilibrio si rompe, non cresce la sicurezza. Cresce la distanza tra istituzioni e società.

Per questo la discussione sullo scudo penale non riguarda soltanto una norma tecnica. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo. Se lo Stato investe sempre più energie nel reprimere il dissenso e sempre meno nel garantire trasparenza, responsabilità e controllo sull’operato dei propri apparati coercitivi, il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso nel quale la domanda di giustizia rimane senza risposta.

E quando una parte della società smette di credere che quella risposta possa arrivare attraverso gli strumenti ordinari dello Stato di diritto, la frattura istituzionale diventa sempre più difficile da ricomporre.

Non è un caso che proprio i più giovani siano oggi i protagonisti delle piazze. Sono la generazione che ha visto susseguirsi decreti sicurezza, zone rosse, Daspo, identificazioni preventive, misure cautelari sempre più estese, processi per le mobilitazioni climatiche, per quelle studentesche e per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina.

Contemporaneamente, hanno assistito a un dibattito pubblico nel quale, di fronte ai casi di uso eccessivo della forza, la priorità politica è sembrata spesso quella di rafforzare le tutele degli operatori anziché garantire pieno accertamento delle responsabilità. È questo clima, prima ancora dei singoli episodi, ad alimentare la sfiducia.

La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione delle norme penali né dall’espansione dell’impunità. Nasce dalla credibilità delle istituzioni. E la credibilità si fonda su un principio tanto semplice quanto irrinunciabile: nessuno, in una democrazia costituzionale, può essere posto al di sopra della legge.

Quando questo principio vacilla, non si indebolisce soltanto la tutela dei diritti. Si indebolisce la stessa autorità dello Stato, perché senza giustizia non può esistere nemmeno quella fiducia che ogni democrazia pretende dai propri cittadini.

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22/07/2026

Il caso Roggero. E allora si chieda la grazia anche per Cesare Battisti

Sulla questione della grazia al gioielliere condannato per omicidio Mario Roggero ormai si stanno vedendo e sentendo cose inaccettabili e paradossi che non stanno in piedi. Ma la destra su questo terreno melmoso si muove come un pesce nell’acqua. Il problema – per chi mantiene un minimo di raziocinio e dignità – e che non si deve più giocare sulla difensiva.

A questo punto – e in modo relativamente paradossale – sarebbe legittimo chiedere la grazia anche per Cesare Battisti, scombinando lo schema di gioco che abbiamo davanti agli occhi e buttando la questione tra i piedi della destra e dei forcaioli, costringendoli a balbettare e ad arrampicarsi sugli specchi.

È decisivo precisare che non stiamo parlando di una campagna sui prigionieri politici, come molti potrebbero equivocare. Si tratta di altra cosa. Per quella è dal 1984 che sosteniamo l’ipotesi di una amnistia per i prigionieri come fatto politico.

Stiamo parlando di un’altra questione e cioè di come non piegarsi alle onde lunghe della invasiva e aggressiva propaganda della destra in questa materia, di non limitarci a ripiegare continuamente sugli interstizi della difesa della legalità e dello stato di diritto di fronte a forze che se ne fregano dell’una e dell’altro, ma sul come invece scombinare le carte anche sul loro melmoso terreno.

Se qualche pezzo della sinistra o dell’intellettualità in Italia trovasse il coraggio politico di giocare d’attacco su questo terreno, potremmo assistere a scenari inediti e ai quali la destra – abituata a passarla liscia troppo facilmente – si troverebbe in difficoltà, in Parlamento come nei dibattiti televisivi, negli incontri pubblici come nei bar di quartiere.

Il contesto dei casi Roggero-Battisti parla infatti di gioiellieri condannati perché hanno sparato e ucciso e di chi è stato condannato per aver ideato di sparare e uccidere i gioiellieri che sparano e uccidono. Nel caso Torreggiani Battisti infatti è stato condannato per aver ideato il delitto del gioielliere milanese ma non per averlo commesso materialmente.

A ben guardare si tratta di una montagna di merda comunque la si guardi e di due casi diversi tra loro che non hanno certo provocato simpatie diffuse.

La destra, forcaiola oltre misura nei confronti di Cesare Battisti, cerca invece di creare consenso e simpatia per il gioielliere omicida Roggero, sparando paradossi assurdi e addirittura proposte di legge per far ottenere la grazia a Roggero.

Piuttosto che balbettare di fronte a queste paradossali e vergognose argomentazioni, sarebbe più efficace gettarne altrettante tra i piedi della destra, costringendo loro – in questo caso – a dover fare le precisazioni, a rifugiarsi dietro le sentenze, a fare i distinguo tra caso e caso, a balbettare, in ogni modo a doversi mettere sulla difensiva per affermare che la loro grazia a Roggero sarebbe giusta e quella a Battisti no. E sui doppi standard sappiamo che la partita la perdono.

Con questa destra non si può più giocare pulito né, soprattutto, giocare sulla difensiva.

Come spieghiamo nel nostro editoriale siamo ormai entrati nell’epoca della barbarie, influenzata indubbiamente da una logica suprematista e da un clima di guerra incombente – che dunque prevede sia un fronte esterno che un fronte interno – ma anche dal degrado della stessa civilizzazione capitalistica così come l’abbiamo conosciuta.

Dunque, per dirla con Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”.

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Il senso dell'“ordine” suprematista

Gli episodi di cronaca sono rivelatori del «senso comune» vigente nella società, anche quando proprio il senso è andato smarrito fino a non essere più «comune» a tutti.

È relativamente facile vedere il legame infame tra i morti causati dalla polizia – ultimo quello di Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro di Bologna, già teatro delle «gesta» della «banda della Uno bianca», in odor di servizi segreti per nulla «deviati» – e il gioielliere-giustiziere della notte.

Una miriade di casi simili mettono infatti in luce il non detto alla base delle infinite prese di posizione giustificazioniste, riduzioniste, «comprensive» o addirittura «incitanti» a fare di più e di peggio: la vita di un essere umano conta solo se si «è qualcuno» (un possidente, un membro dell’upper class, un gioielliere, una con il Suv, un professionista, un borghese insomma).

Altrimenti quell’essere umano diventa uno «scarto» – avrebbe detto Papa Francesco – che va soltanto accompagnato in discarica. Un «costo passivo», per i contabili del neoliberismo, da cancellare.

Non ci sono argomenti da contrapporre a chi sostiene una visione del genere. Manca infatti il «terreno comune» per avviare un confronto. Se devo spiegare ad un essere presuntamente umano che ogni persona su questa Terra, per il solo fatto d’esser nato, ha diritto a vivere, capite bene che non ci sono parole adatte a farglielo capire. Magari due pizze in faccia aiuterebbero un po’...

Ma non inganniamo noi stessi. Non è che chi non vuole capire sia cretino. Semplicemente non vuole. O meglio, ha capito benissimo – non stiamo parlando dei «giustizieri da tastiera», subumani per incapacità di scelta – e ha deciso che una certa quota di popolazione «inservibile» per produrre, fosse pure temporaneamente (uno «sballo» o un deficit di equilibrio capitano un po’ a tutti, o quasi), può essere eliminata. Il loro problema è costruire una narrazione che lo giustifichi.

E lo stanno facendo.

Di fronte ad un omicidio registrato secondo per secondo, chi oppone il fatto che la vittima avesse «precedenti», oppure che «sono state eseguite in modo corretto tutte le procedure», sta affermando che si possono sopprimere senza problemi persone «marchiate» o no da qualche errore minore, registrato o meno dalla magistratura, o che «la tecnica» usata per l’omicidio sia formalmente «legale» (lo sostiene il governo Meloni).

Il che ricorda quella famosa battuta «l’intervento è perfettamente riuscito, purtroppo il paziente è morto».

Il primo caduto di questa linea «narrativa» è il fondamento del diritto in qualsiasi paese moderno: «la legge è uguale per tutti».

Dietro i tifosi del gioielliere-giustiziere o della ricca investitrice con il Suv c’è lo spettro omicida del diritto differenziato, con un codice penale ufficiale valevole solo per i disgraziati (il 95% della società), per cui valgono in esclusiva «legge, ordine e manganello», e con un altro diritto, non codificabile, fatto di eccezioni su basi di classe. Eccezioni tanto più rilevanti quanto più grande è il patrimonio.

Non a caso Elon Musk si è sentito in dovere di partecipare al coro con il suo «peso»...

Un po’ come è avvenuto per i frequentatori dell’isola di Jeffrey Epstein, compresi alcuni presidenti Usa, che trovavano «normale» vivere in una bolla esente da regole e morale, e contemporaneamente prescrivere – a base di leggi e «ordini esecutivi» – come dovesse vivere il resto della popolazione. Da schiavi, ovviamente...

Ma anche questo degrado degradante non sarebbe possibile se l’edificio valoriale, e quindi anche legale, dell’Occidente capitalistico stesse ancora in piedi. Per quanto fasullo, ipocrita, finto, quel regno del «doppio standard» aveva fissato qualche limite. Incerto e modificabile, certo, ma codificato e appellabile, che costringeva in qualche misure il potere del più forte e «non esagerare» oppure ad assumere su di sé il disonore, pubblico e internazionale.

Ma l’Occidente capitalistico ha ormai sdoganato la legittimità del genocidio e in contemporanea l’impossibilità di una critica a chi lo sta mettendo in pratica.

Il fondamento di questa distorsione irreparabile non è più un diritto razionale «uguale per tutti», né un insieme di valori che convergono nella definizione di ciò che è umano e ciò che non può esserlo.

Il fondamento può essere solo un suprematismo con pretese «metafisiche», di ordine divino per chi si crede un «popolo eletto», o di puro potere per chi – manipolando piattaforme in mano a miliardari che controllano miliardi di persone – ritiene di poter ormai ammettere che «la democrazia è incompatibile con la libertà». Perché la condivisione del potere politico («l’interesse generale») intralcia per forza di cose il «libero esercizio della libera impresa».

Siamo di nuovo nel buco nero che conduce alla guerra, sia civile che internazionale. Ed è ovvio che in guerra la vita «dei nostri» vale molto, quella del nemico nulla. Basta guardare un telegiornale per verificarlo.

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18/07/2026

La notte dei giustizieri della notte

I governi in difficoltà sono pericolosi perché cercano ossessivamente un appiglio in grado di distrarre la popolazione. Quello in carica è tra i peggiori, in questo sport, perché palesemente non gli funziona più nulla.

L’elenco è infinito (guerra, inflazione, bollette, carburanti, treni che non partono né arrivano più, salari di merda e lavoretti da schiavi, ecc.), e persino nelle vicende che riguardano soltanto gli affari loro – vedi la legge elettorale – riescono a fare figure da squali che si mordono reciprocamente.

Una via classica è prendere un fatto di cronaca, eleggerlo ad alfa e omega di una visione del mondo, e giocare la carta del forcaiolismo, se possibile con qualche venatura razzista.

Ma anche fare i forcaioli è diventato complicato, perché devono sostenere contemporaneamente il diritto all’omicidio per vendetta e il rispetto della legalità che vale, utilizzando il gergo tajanesco, “fino ad un certo punto”. Se poi non si trova bell’e pronto un immigrato borderline, allora bisogna arrampicarsi sugli specchi.

Per capirci, abbiamo negli stessi giorni diversi casi illuminanti.

Per il crollo del Ponte Morandi e i 43 morti che ha determinato, per l’assenza di manutenzione anche in presenza di degrado delle strutture portanti, l‘ex ad di Autostrade (allora in concessione a Benetton) Giovanni Castellucci è stato condannato a 12 anni e altri dirigenti a pene ancora minori.

Responsabilità oggettiva, si dice, ma non è che li hanno uccisi materialmente loro... Un po’ di comprensione ci vuole, no? In fondo erano dei manager di successo, risparmiavano sulle riparazioni per far crescere i profitti... Chi non farebbe lo stesso?

Invece Alfredo Cospito, per un petardone fatto esplodere in un cassonetto che, forse, non ha ferito neanche i topi in cerca di cibo, è stato condannato prima all’ergastolo e poi a 23 anni, da scontare in 41 bis. Coerente, no?

Difficile fare i forcaioli “legge e ordine” e pretendere l’assoluzione completa dei propri “eroi”, ma ci provano lo stesso.

La condanna a Mario Roggero, gioielliere cuneese che ha ucciso due rapinatori dopo che si erano già allontanati dal suo negozio, è sembrata l’occasione giusta per parlar d’altro facendo finta di volere una “giustizia giusta”, ma che non passi dalle aule di un tribunale. Da giustizieri della notte, magari...

Gli argomenti usati sono diversi e vanno smontati uno per uno.

Il primo fa appello all’empatia con un “povero vecchio, un nonno, con figli e nipoti” (Salvini dixit), tacendo dei due morti e un ferito lasciati per strada. Se venisse chiesta contemporaneamente la liberazione di tutti gli ultrasettantenni chiusi nelle galere si potrebbe persino ritenerlo giusto. Ma perché uno solo sì e tutti gli altri, a cominciare magari da chi non ha ammazzato nessuno, no?

Il più abusato è però quello per cui, avendo subito una rapina e visto minacciare anche sua moglie, Roggero sarebbe stato preso da un raptus in fondo comprensibile.

I giudici di tre tribunali diversi, per i tre gradi di giudizio, hanno in effetti accolto tutti questa “attenuante” prevista dalla legge, comminando 14 anni di carcere invece dell’ergastolo o 30 anni.

Ma l’analisi del video del post-rapina mostra Roggero che spara e insegue i tre rapinatori, con una mira eccellente per un uomo anziano “sotto stress emotivo” (due morti e un ferito con soli cinque colpi), prende uno di loro persino a calci in testa dopo averli ridotto in fin di vita. Era sempre in preda al raptus, dicono... 

Ma lo si vede anche entrare nell’auto abbandonata dai rapinatori, prendere il sacchetto col bottino e tornare verso il negozio. Poi si ferma, torna indietro e rimette il sacchetto dove lo aveva trovato.

Quelli che sanno di legge dicono che ha manipolato due volte “la scena del delitto”. E lo ha fatto perché deve aver pensato, con una notevole freddezza, che senza quel sacchetto nell’auto qualcuno avrebbe potuto dubitare che la rapina ci fosse stata.

Se si riesce a pensare una cosa del genere si stanno calcolando i costi e i benefici nel sicuro processo che ci sarà dopo. Perché due morti sono lì per terra, per mano tua e della tua pistola. Niente raptus, insomma... 

Il terzo argomento chiama in causa la legge che regola la “legittima difesa”, la cui ultima versione è stata opera proprio della Lega e degli altri che avrebbero voluto, per questo solo caso, l’assoluzione piena.

Quella legge dice, prudentemente, che per definire la difesa “legittima” – e quindi non punibile – deve esserci un “pericolo attuale” e la difesa deve essere “necessaria e proporzionata”. Unità di tempo e di luogo, proporzione tra danno ricevuto e quello provocato (la morte, in questo caso). Altrimenti chiunque può sparacchiare in giro dicendo di essersi sentito in pericolo per un insulto o qualche giorno prima... 

Tradotto: se Roggero avesse usato l’arma dentro il negozio, sotto la minaccia delle pistole dei rapinatori (che erano “giocattolo”, ma non poteva ovviamente saperlo), l’assoluzione sarebbe stata sicura e anche “giusta”.


Ma se spari dopo, quando gli aggressori sono ormai in fuga, in un altro ambiente, il pericolo non c’è più. E neanche la “difesa necessaria e proporzionata”. Bastava la denuncia e, grazie alle telecamere, sarebbero stati certamente individuati e arrestati, venendo poi condannati in proporzione al reato (rapina a mano armata, da 6 a 20 anni).

Il “momento” e il luogo della reazione sono insomma decisivi. Facciamo un esempio semplice: se tamponi un’altra auto, sei nel torto (come i rapinatori), e quindi devi pagare i danni. Ma se l’altro guidatore esce dalla macchina col cric in mano e comincia a tempestare di colpi te e la tua auto, mandandoti all’ospedale, allora deve pagare anche lui. Indipendentemente dallo “shock emotivo” subito perché magari era appena uscito tutto orgoglioso dal concessionario.

Altro argomento, che invece indichiamo noi. Il signor Roggero nel 2005 si presentò di notte a casa dell’allora fidanzato della figlia, lo colpì e minacciò con una pistola sia lui che i suoi genitori. Se avessero avuto anche loro una pistola avrebbero potuto “legittimamente” farlo fuori finché era in casa, ma per fortuna (loro) non è accaduto.

Per quella vicenda Roggero fu condannato per lesioni e minaccia a mano armata e gli fu ritirato il porto d’armi.

Lasciamo perdere il suo carattere iracondo o una certa propensione all’uso della violenza, e facciamo la domanda più banale: se non aveva più il porto d’armi, a che titolo possedeva una pistola? Non ci sono altri “permessi” legali... 

Si potrebbe andare avanti, ma non serve.

Tutta la discussione su questo caso di cronaca è falsata dall’inizio. Tra quelli che gridano alla “grazia per Roggero”, immaginando già di candidarlo alle elezioni, non gliene frega niente di avere una “giustizia giusta” o qualsiasi altra cosa utile.

Quel che conta è soltanto poter agitare qualcosa che non faccia pensare all’infinita lista dei problemi veri di ogni persona che vive in questo paese senza essere “abboffata di soldi”.

Manca ormai qualsiasi “terreno comune”, fatto di concetti e valori riconosciuti. Conta solo il “mi è utile” o “mi viene contro”. Stanno “performando” una cultura che prevede l’arbitrio e la libertà per se stessi, “legge e ordine” per tutti gli altri, a seconda di chi sono. Un mondo dove i proprietari – commercianti, imprenditori, manager, ecc. – possono fare quel che gli pare, anche sparare per uccidere, e nessuno deve giudicarli. Anzi, bisogna identificarsi con loro, anche e soprattutto se non si ha quasi nulla... 

Le premesse logiche di ogni guerra, insomma. Civile o generale che sia.

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13/07/2026

“Antifascisti terroristi”, secondo Rubio & co.

Il vertice improvvisato da “Narco” Rubio per il 16 luglio, con l’invito rivolto a 60 governi di paesi in prevalenza occidentali, più alcuni asiatici o latino-americani considerati “amici”, dà il senso politico di quale sia l’ideologia prevalente nell’amministrazione Trump.

Lo scopo è infatti quello di costruire una lista di organizzazioni di sinistra, genericamente qualificate come “antifa”, e definirle “terrorismo”. Non si parla di organizzazioni armate, ma di gruppi politici che danno vita a proteste di massa, come le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, gli arresti e gli omicidi commessi dall’Ice (a Minneapolis e altrove), o comunque contro le politiche dei governi occidentali o “filo”.

Una conferma esplicita di quel che avevamo sempre sostenuto: non esiste “il terrorismo”, ossia una definizione oggettiva uguale per tutta una serie di casi simili, ma è solo il nome con cui un potere definisce “il nemico” creando uno schema giuridico e militare fuori della legge ordinaria.

Il progetto è operativamente capitanato da Sebastian Lukács Gorka, uno squinternato conduttore radiofonico di chiare simpatie naziste, razziste e chi più ne ha più ne metta. Il problema è che Trump, dopo averlo utilizzato come vice-assistente per soli sette mesi durante il suo primo mandato, l’ha nominato ora Direttore per l’antiterrorismo nel Consiglio di sicurezza nazionale.

La politica Usa, è evidente, considera ora “buono” il fascismo, magari appena camuffato da conservatorismo, e “terrorismo” l’antifascismo puro e semplice, anche nelle forme politiche più tranquille e di massa.

L’iniziativa di Rubio e Gorka arriva pochi giorni dopo la riscoperta trumpiana del “comunismo” come “pericolo per l’America” e porta con sé tutti i segni dell’improvvisazione. A partire dal pochissimo tempo concesso tra l’invio dell’invito, l’accettazione e la riunione. Segno che non ci sono dossier ricchi di dati da mettere a disposizione dei “congiurati anticomunisti”, ma solo una disponibilità politica da raccogliere e cominciare a far funzionare praticamente.

Il governo Meloni, com’è noto, si è mosso come la biscia sull’asse liscia: prima la tentazione di un “no grazie” (da parte addirittura di Antonio Tajani), poi un “sì condizionato” che si è tramutato nella decisione di inviare un sottosegretario non parlamentare – Molteni – con l’incarico di “prendere appunti” senza aprire bocca se non per i saluti e il pranzo di lavoro.

Ma de minimis è inutile parlare... 

Il progetto complica parecchio la stessa vita politica interna statunitense. Non perché l’antifascismo sia apprezzato dall’establishment “democratico” che si ritrova ora a fare i conti con una marea montante di candidati dichiaratamente “socialisti” alle primarie. Ma per il buon motivo che le definizioni vaghe sono ovviamene percepite come un pericolo per tutti.

Ci vuole in effetti poco, in quel mondo, per far passare come “antifa” e quindi pericoloso terrorista anche personaggi che non si sono mai schiodati da una poltrona. Per l’intanto va registrato che un manifestante fuori da una struttura della famigerata Immigration and Customs Enforcement (ICE) in Texas, giudicato colpevole di aver colpito un poliziotto, è stato condannato a 100 anni di detenzione.

Altri che erano con lui “se la sono cavata” con pene detentive da 30 a 70 anni per “rivolta, fornitura di sostegno a terroristi e cospirazione per usare e trasportare esplosivi”.

Calcolando che non c’è stata nessuna “esplosione” in quel frangente, ci sembra che il disegno repressivo sia piuttosto chiaro. Anche se fuori di testa.

Negli Usa c’è addirittura una commissione della Segreteria di Stato (il ministero degli esteri) incaricata della “definizione” delle organizzazioni ostili agli Usa e potenzialmente “pericolose”. Ma anche un vecchio dirigente della struttura come Jason Blazakis avverte che giocare disinvoltamente con le definizione è piuttosto rischioso.

In primo luogo perché secondo la legge esistente un gruppo deve essere straniero per poter essere designato “terrorista”. “Se ha una presenza interna significativa, non può esserlo”. Sono le aporie del suprematismo eterno statunitense, secondo cui “i cattivi” sono sempre unamerican... 

In secondo luogo, alcuni trumpiani stessi pensano che dare al governo questo potere di “classificazione criminalizzante” possa diventare un precedente – e il diritto statunitense è notoriamente fondato sul precedente – che potrebbe permettere ad una futura amministrazione “democratica radicale” di procedere nello stesso modo, incriminando perciò quelli che ora stanno al potere magari dopo aver assaltato il Congresso come cinque anni e mezzo fa.

È un problema comunque anche per parecchi governi invitati a far parte di questa “internazionale nera”. Alcuni, in forma anonima nella ricostruzione del Washington Post, hanno declinato l’invito con formule di circostanza come “l’intenso programma di appuntamenti estivo”. Altri hanno obiettato che “Noi non abbiamo antifa”.

Altri ancora che “Le nostre autorità di polizia non si sono concentrate sul terrorismo di sinistra perché non è considerata una minaccia prioritaria nel nostro paese”. Insomma, si poteva pure evitare di mandare qualcuno ad annotarsi gli ordini per il futuro.

Resta però fermo il problema politico: alla guida dell’imperialismo occidentale c’è ormai la convinzione ferma che “il fascismo non era poi così sbagliato” e l’antifascismo sia peggio della peste nera.

Brutta fine, per le sedicenti “democrazie” che preparano una guerra dopo l’altra “contro le autocrazie”...

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06/07/2026

Francia, licenza di uccidere

Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine.

Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, rischia di rappresentare una svolta autoritaria senza precedenti, trasformando l’uso letale della forza in un atto presunto legittimo e rendendo sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità.

L’allarme è stato lanciato dall’associazione francese Flagrant Déni, insieme a Amnesty International France, alla Ligue des droits de l’Homme (LDH), all’associazione SAVE, al Sindacato degli avvocati di Francia e al Sindacato della magistratura, che hanno diffuso un appello congiunto già sottoscritto da oltre cinquecento persone.

L’inversione dell’onere della prova

La proposta di legge introduce un principio dirompente: ogni utilizzo dell’arma da fuoco da parte di poliziotti e gendarmi verrebbe considerato, in via preliminare, conforme alla legge, cioè necessario e proporzionato. Sarebbe quindi il pubblico ministero – e, nei fatti, le famiglie delle vittime – a dover dimostrare che il colpo mortale non era giustificato.

Secondo gli oppositori della riforma, ciò determinerebbe un vero e proprio ribaltamento dello Stato di diritto. Non si tratterebbe più di accertare se l’agente abbia rispettato i criteri di necessità e proporzionalità, ma di presumere in partenza la correttezza del suo operato.

L’avvocato Jean-Baptiste Pugliese, tra i più critici verso il provvedimento, ha riassunto così la posta in gioco: «Con questa legge si manda un messaggio ai poliziotti che potevano ancora esitare prima di sparare: gli si dice che non c’è più motivo di esitare».

La lezione della legge Cazeneuve

Per comprendere i rischi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani bisogna tornare al 2017, quando il governo francese approvò la cosiddetta “Legge Cazeneuve”, introducendo l’articolo L.435-1 del Codice della sicurezza interna.

La norma ha ampliato le possibilità per gli agenti di utilizzare le armi da fuoco, in particolare nei casi di rifiuto di fermarsi a un controllo e quando gli occupanti di un veicolo vengono ritenuti “potenzialmente pericolosi”. I dati sono impressionanti.

Dall’entrata in vigore della legge, almeno trentacinque persone a bordo di veicoli sono state uccise dalla polizia, un numero cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Nel solo 2025, quarantanove persone sono morte durante interventi delle forze dell’ordine, diciannove delle quali per colpi di arma da fuoco.

Per le associazioni, introdurre una presunzione di legittimità degli spari non farebbe altro che aggravare una tendenza già allarmante.

Un colpo al controllo democratico

La critica più dura riguarda il rischio di impunità. Se l’uso delle armi fosse presunto legittimo, l’agente che ha sparato non potrebbe più essere sottoposto alle normali misure investigative previste nelle prime ore successive ai fatti. Verrebbero meno gli strumenti necessari per raccogliere elementi di prova, verificare le circostanze dell’accaduto e accertare eventuali responsabilità.

La Lega dei Diritti Umani francese parla apertamente di una minaccia al diritto alla vita e all’obbligo dello Stato di condurre indagini rapide, imparziali ed efficaci ogni volta che una persona muore a seguito di un intervento delle forze dell’ordine.

Anche il Sindacato della magistratura denuncia il rischio di creare uno “status speciale” per le forze di polizia, in violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge.

La presunzione di innocenza, ricordano i magistrati, vale già per tutti i cittadini, compresi gli agenti di polizia; introdurre una presunzione ulteriore significa attribuire loro un privilegio giuridico eccezionale.

Dalla “sicurezza” al diritto di uccidere

Il dibattito francese si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: l’estensione dei poteri coercitivi dello Stato e la progressiva immunizzazione delle forze dell’ordine rispetto al controllo giudiziario.

Non è un caso che la proposta sia stata definita da numerosi giuristi una sorta di “permis de tuer”, un permesso di uccidere. La coincidenza temporale rende il paradosso ancora più evidente. Mentre la Francia ospita il IX Congresso mondiale contro la pena di morte, il Parlamento si prepara a discutere una legge che, secondo i suoi oppositori, rischia di ampliare le possibilità per lo Stato di togliere la vita senza un adeguato controllo democratico.

La questione, in fondo, va ben oltre i confini francesi. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo in Europa: una democrazia nella quale il monopolio della forza viene progressivamente sottratto al controllo del diritto e dove, in nome della sicurezza, si chiede ai cittadini di accettare che chi indossa un’uniforme possa sparare sapendo di essere, in partenza, dalla parte della ragione.

Una democrazia nella quale la presunzione non riguarda più l’innocenza dei cittadini, ma la legittimità della violenza dello Stato.

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02/07/2026

La politica senza più il potere

Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. È necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato.

Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare il «non potere» garantito dalle elezioni.

Chiunque governi, infatti, ha un ventaglio di opzioni, o una «libertà di scelta», simile a quello di un criceto in gabbia che gira sulla ruota non potendo correre liberamente.

Basterebbe citare il dibattito parlamentare sulle «autorizzazioni» concesse agli aerei statunitensi che andavano a bombardare l’Iran. Mark Rutte – incredibilmente investito del ruolo di segretario della Nato (il prossimo potrebbe essere ancor meno credibile, cioè il neo-disoccupato Keir Starmer ) – aveva rivelato che erano state circa 500. Fornendo così l’occasione per un po’ di finta indignazione di centrosinistra.

Ovviamente l’uso delle basi italiane per una guerra Usa è di fatto una partecipazione a quella guerra (non è che fare il «pieno» di cherosene a un bombardiere sia un’attività «neutrale»), ma il problema sta nell’adesione alla Nato e quindi ai trattati che vincolano l’Italia a prescindere dal governo in carica.

E dunque ha avuto facile gioco il ministro della difesa Crosetto nel richiamare questa antica «abitudine servile» nei confronti del «socio» statunitense citando i “518 autorizzati dal 28 febbraio al 23 giugno contro i 722 nel 2019, 450 nel 2020, 457 nel 2021, 560 nel 2022”.

Lo stesso dicasi per i «vincoli europei», che pure la destra aveva sbraitato di non voler rispettare una volta al governo, mentre ora Giorgetti – leghista, quindi teoricamente massimo critico della UE, a parole – sta lì col microscopio in mano per impedire uno scostamento di spesa dello zero virgola.

Cosa che, quando avviene, solleva l’urletto isterico di chi per quasi 30 anni ha accompagnato il taglio della spesa sociale con il mantra tossico «lo vuole l’Europa», guadagnandosi così l’odio perenne dei ceti popolari.

Politica estera e finanza pubblica si incrociano sulla posizione del governo da portare al prossimo vertice Nato in Turchia, dove sarà presente pure Trump, garantendo che qualsiasi azzeccagarbuglio escogitato per «conciliare» maggiori spese per armamenti e rispetto dei vincoli di bilancio sarà destinato a saltare in aria.

Le avvisaglie si vedono già ora. Meloni si presenterà infatti sventolando un aumento della spesa militare fino al 2,8%, mentre sottobanco, a fini interni, fa passare l’idea che uno 0,7% (un quarto del totale) sarà in realtà «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».

La formula è oscura a sufficienza da far credere che in realtà saranno spese non proprio militari ma funzionali a... Del resto, per un esecutivo che aveva provato a far passare per «militari» le spese immaginate per il ponte sullo Stretto, ogni pastrocchio appare possibile.

Ma quel 2,8 sembra troppo poco all’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, che ricorda come Trump “si aspetta pienamente che tutti gli alleati si attivino immediatamente e si mettano sulla strada del 5 percento, e che lo facciano con urgenza”.

Peggio ancora sull’ennesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina – altri 70 miliardi, da dividere pro quota tra i paesi europei – che il governo italiano vorrebbe in qualche misura dilazionare o evitare che diventino una tassa annuale a tempo indeterminato.

La pressione in questo caso arriva soprattutto dalla Germania, particolarmente disposta, con Merz, ad incrementare senza limiti la guerra con l’obbiettivo di «fare pressione sulla Russia» perché si arrenda. Il quotidiano tedesco Faz ha pubblicato un «retroscena» secondo cui l’Italia sarebbe intenzionata a opporsi all’inserimento, nella dichiarazione finale di Ankara, di un riferimento al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina oltre il 2027.

La smentita del governo italiano ovviamente non ha convinto nessuno...

Di fronte alla necessaria presa d’atto di non contare molto e di ritrovarsi in alleanze semi-schiavistiche, sembra quasi surreale che ci si preoccupi di varare una nuova legge elettorale per «dare più stabilità» agli esecutivi.

Intanto perché quello attuale dura da 4 anni nonostante non abbia risolto un problema che sia uno, e dunque la legge attuale è già abbastanza «premiante» per chi strappa qualche consenso in più. In secondo luogo perché la permanenza al «non potere» garantisce al massimo qualche catena clientelare in più, non immaginarie «svolte» per uscire dal degrado costante cui è stato consegnato questo Paese.

È chiaro che una legge elettorale con un «forte premio di maggioranza» e l’indicazione del «candidato premier» costituisce una premessa dell’assalto della destra al Quirinale. La stessa Meloni l’ha detto esplicitamente, facendo finta di essere ancora un underdog che vorrebbe essere legittimato a coprire qualsiasi carica istituzionale.

Ma è ridicola la finta opposizione del «campo largo», che pretende di salvaguardare «casematte neutrali» – l’ultima ridotta è appunto il Colle, ormai – mentre risulta incapace di frenare il diffondersi nel paese del veleno neofascista, razzista e classista.

È nella società che si vincono o perdono i conflitti politici. «Le istituzioni» si limitano a registrare il risultato, consegnandosi nude, inutili e trasformabili al vincitore.

Ma questo non entrerà mai nella testa di quei micropensatori che non riescono ad immaginare altro che cartelli elettorali senza confini – cioè senza idee, tantomeno chiare – con cui sperare di “impedire la vittoria della destra”. Che infatti vince mettendo in campo interessi indicibili, sogni senza senso ed idee immonde, con formule addirittura ignobili ma comprensibili.

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28/06/2026

Il disastroso autoinganno della "Russia sull'orlo del collasso"

E come tutto ciò stia conducendo la politica americana nei confronti della Russia verso situazioni pericolose.

“La Russia è finita”, proclamava allegramente The Atlantic sulla copertina del numero di maggio 2001. Il titolo era sbagliato, ma si è rivelato davvero efficace. È stato ripreso per oltre due decenni da una miriade di esperti, accademici e scrittori, con regolarità. Nel frattempo, la Russia, rancorosa come sempre, non dà ascolto alle opinioni degli esperti e non sembra sul punto di crollare.

Al contrario, se qualcosa sta crollando oggi, è la capacità statunitense di comprendere la Russia, che non è mai stata granché fin dall’inizio. L’autoinganno della “Blob” della politica estera, unito all’anti-intellettualismo della seconda amministrazione Trump, alla cultura della cancellazione in tempo di guerra e accompagnato da fonti disoneste, ha creato un cocktail di pensiero di gruppo che presuppone che la Russia sia sull’orlo del collasso.

Questo cocktail è veleno per la politica di Washington nei confronti della Russia e dei russi. Ha già portato a sprechi di denaro pubblico, a una diplomazia fuorviante e persino ad attacchi alla libertà di parola sul suolo statunitense.

Le sanzioni non sono riuscite a ridurre in modo permanente “il rublo in macerie”, come l’allora presidente Biden si vantò prematuramente. La potenza combinata degli Stati Uniti e dei loro alleati non è riuscita a isolare la Russia al “collasso” dal resto del mondo.

Nel frattempo, le voci che potrebbero offrire una spiegazione più razionale della Russia all’opinione pubblica e ai politici vengono messe a tacere. Persino gli intellettuali russi più anti-Putin vengono ostracizzati nei forum americani, mentre gli esperti che cercano di sostenere una maggiore sfumatura nell’approccio americano alla Russia vengono etichettati come burattini del Cremlino dalla critica.

Alcune delle previsioni catastrofiste sulla “fine della Russia” sono motivate da vane illusioni. Non c’è dubbio che la Russia, impegnata in una guerra di aggressione sul suolo europeo dal 2014, venga facilmente dipinta come l’eterno nemico dell’Occidente.

Lo storico Yuri Slezkine ha addirittura sostenuto che l’Occidente si definisce ancora principalmente attraverso la paura e l’alterizzazione della Russia. Il Cremlino, inoltre, è fin troppo lieto di presentarsi come una minaccia per quello che i suoi propagandisti chiamano “l’Occidente in decadenza”.

Ma non c’è dubbio che questo ottimismo sia, nella migliore delle ipotesi, fuorviante. La Russia è ben lungi dall’essere sull’orlo del collasso. Gli articoli, i libri e i video-saggi che proclamano la fine della Russia spesso evidenziano difetti reali nella bizzarra struttura dell’economia russa, nella politica del Cremlino, nella corruzione dilagante e nell’inesorabile declino demografico.

Poi formulano vaghe previsioni su un ritorno al caos degli anni ’90, una disgregazione della Russia su base etnica, un collasso economico totale o una possibile rivolta popolare.

La tentazione di deridere la presunta capacità di prevedere il collasso della Russia è forte. Si potrebbero facilmente elencare tutte le ragioni oggettive per cui la Russia non crollerà presto. L’economia del paese si è dimostrata sorprendentemente resiliente, capace di resistere a sanzioni di proporzioni storiche. Mentre l’esercito russo è impantanato nel sangue e nel fango in Ucraina, ha ripetutamente dimostrato la capacità di adattarsi anziché collassare.

La diplomazia russa, tradizionalmente vista in Occidente come poco più che un insieme incoerente di grida, sta guadagnando terreno nel Sud del mondo, dove i media statali russi svolgono un ruolo importante e i programmi di scambio studentesco sono in pieno svolgimento.

In Russia, i civili conducono vite relativamente normali e probabilmente non pensano a insorgere con i forconi contro il Cremlino. Molti di loro si godono le nuove uscite di Hollywood, i caffè alla moda e le mostre. Sì, la vita continua, anche se le città russe vengono bombardate e l’economia sta rallentando.

Si crea un circolo vizioso: la Russia continua ad andare avanti e gli esperti continuano a sfornare profezie catastrofiche. Quando si produce propaganda, è allettante dipingere il nemico eletto come sull’orlo di un abisso, cui basterebbe una piccola spinta per precipitare e scomparire.

È ciò che il filosofo italiano Umberto Eco descrisse nel suo saggio “Ur-fascismo”, scrivendo che la propaganda presenta un nemico come “troppo forte e troppo debole allo stesso tempo”. Per il “blob” della politica estera, non c’è niente di meglio di un nemico perennemente debole-forte, in opposizione al quale il complesso militare-industriale e le sue associate fabbriche di contenuti possono giustificare per sempre la propria esistenza.

Come dicono ironicamente i russi, “Qualunque cosa cerchiamo di progettare, finiamo sempre per realizzare un fucile Kalashnikov”. Un problema simile affligge il campo degli studi sulla Russia negli Stati Uniti, permeato da interessi militari e di intelligence. A causa di una solida eredità della Guerra Fredda, i principali programmi e progetti di studi sulla Russia negli Stati Uniti sono collegati al Dipartimento della Difesa o addirittura finanziati da esso.

Una visione della Russia improntata alla sicurezza è destinata a produrre un’analisi distorta che ignora o fraintende la società russa. Ha già portato ad alcuni interventi alquanto discutibili durante l’amministrazione Biden. Si pensi al boom della “decolonizzazione” del 2022-2023, quando molte testate autorevoli, tra cui la già citata Atlantic, sostenevano che gli Stati Uniti dovessero intervenire all’estero per distruggere il mostro dell’imperialismo russo smembrando la Russia lungo le sue linee etniche.

Sarebbe stato facile, argomentavano i neo-attivisti anticolonialisti, perché la Russia era già sull’orlo del collasso.

I forum sulla decolonizzazione venivano ospitati su piattaforme come l’Hudson Institute; fondazioni e opinionisti spuntavano ovunque nel mercato delle idee. Molti erano ansiosi di sfruttare il solido sistema di sovvenzioni – come il defunto USAID – creato per promuovere il potere degli Stati Uniti nel mondo. A differenza dei movimenti anticoloniali degli anni ’70, i decolonisti erano entusiasti di collaborare con i servizi di sicurezza statunitensi, cercando apertamente finanziamenti e sostegno.

Il sostegno degli Stati Uniti, tuttavia, non ha portato a grandi risultati. La Russia non si è disgregata. Col senno di poi, probabilmente era strano aspettarsi risultati concreti da gruppi che cercavano di ottenere il sostegno occidentale promuovendo i separatisti manciuriani durante un evento a Kyoto; o a un evento a Washington che invocava la formazione di una Novgorod indipendente (attualmente una città situata nella Russia occidentale), con un’economia basata sul “commercio con la Lega Anseatica”, estinta dal 1669.

Qualsiasi antropologo o sociologo specializzato in Russia potrebbe probabilmente spiegare l’assurdità palese del tentativo di smembrare il Paese. Potrebbe far notare che i sostenitori della decolonizzazione godono di scarso o nullo sostegno all’interno della nazione e che i russi di etnia russa costituiscono la maggioranza nella maggior parte delle regioni considerate “a maggioranza etnica”, mentre le élite delle minoranze dipendono strettamente dal Cremlino.

Potrebbe citare, ad esempio, il ministro della Difesa russo, originario della regione turca della Tuva, dove la sua famiglia ha a lungo goduto di uno status privilegiato. E che molti appartenenti alle minoranze etniche russe traggono profitto dalla guerra del Cremlino. Ma chi vuole dare ascolto agli antropologi?

Il ritorno di Trump e il conseguente smantellamento dell’USAID, insieme ad altre istituzioni finanziatrici, non hanno migliorato la situazione. I finanziamenti potrebbero essersi interrotti per iniziative palesemente bizzarre, ma si sono interrotti anche per studi rigorosi, a causa dell’evidente inclinazione anti-intellettuale della nuova amministrazione.

Nell’era di una competizione geopolitica senza precedenti, sarebbe sensato per Washington investire in seri dipartimenti di studi sulla Russia presso think tank e università. Eppure, la competenza americana sulla Russia è ormai in declino, poiché molti di questi dipartimenti stanno chiudendo o subendo tagli ai finanziamenti, mentre i think tank sono afflitti da problemi finanziari.

Alcuni dei principali centri di ricerca sulla Russia, come il Wilson Center, sono stati chiusi dal DOGE (Defense of Government Equality). In particolare, l’amministrazione ha tagliato i finanziamenti del FLAS (Fair Labor Studies and Assessment), spingendo persino le prestigiose università della Ivy League a ridimensionare la loro ricerca sulla Russia.

Anche la Russia stessa si è progressivamente isolata dai ricercatori occidentali, una tendenza iniziata nel 2014 e peggiorata ulteriormente nel 2022. Le istituzioni di entrambi i Paesi hanno interrotto i contatti: le istituzioni russe hanno appoggiato l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin (volontariamente o meno), cosa che le istituzioni occidentali non potevano tollerare.

Ciò ha portato allo status quo in cui molti studiosi russi occidentali sono stati di fatto (e spesso ufficialmente) banditi dal paese che studiano. La Russia ha persino bandito l’Association for Slavic, East European, and Eurasian Studies, la principale conferenza statunitense per questo tipo di ricerca.

Oggigiorno pochissimi esperti americani possono viaggiare in Russia in sicurezza. Mosca scoraggia i funzionari e gli esperti russi dal parlare con gli americani. A meno che, ovviamente, questi americani non siano influencer dell’alt-right come Candace Owens o Andrew Tate.

Le istituzioni americane, come l’Università di Yale o persino il Wild Salmon Studies Center (sì, avete capito bene), sono state designate come “indesiderabili”. Ciò significa che qualsiasi interazione con esse potrebbe comportare un procedimento penale. Mosca sta attivamente costruendo una cortina di ferro della conoscenza.

Ciò non significa che il clima politico occidentale sia favorevole a un dibattito libero e aperto. Chi sostiene la necessità di studiare la Russia più a fondo rischia di essere etichettato come portavoce del Cremlino per non aver assunto una posizione sufficientemente intransigente.

Nel frattempo, gli accademici russi in esilio che riescono a raggiungere l’Occidente vengono spesso emarginati e discriminati non tanto per le loro posizioni politiche, quanto per il semplice fatto di essere russi.

Questa forma di “cancel culture” in tempo di guerra è ovviamente più diffusa nell’UE, e soprattutto negli Stati baltici. Si pensi all’Estonia, che ha espulso senza motivo un rispettato storico russo-australiano, a quanto pare per aver tenuto una conferenza in lingua russa sulla Corea del Nord.

L’idea di respingere automaticamente anche i russi più pacifisti riemerge occasionalmente anche negli Stati Uniti, come al PEN America del 2023, dove un panel di scrittori russi in esilio è stato cancellato per timore di un boicottaggio ucraino, spingendo il giornalista americano M. Gessen a dimettersi dal consiglio di amministrazione del PEN per protesta.

Di conseguenza, gli studiosi di Russia che l’opinione pubblica e i politici americani potrebbero ancora ascoltare non solo sono sottofinanziati, ma si sentono anche politicamente limitati da un pensiero di gruppo che esclude chiunque sia russo, o persino chiunque abbia una posizione sfumata sulla Russia.

Le fonti “politicamente corrette” di conoscenza sulla Russia si riducono quindi a un gruppo sempre più ristretto di esuli intransigenti o, ancor più, di europei dell’Est fortemente intransigenti, disposti a seguire alla lettera la linea del partito e ad abbracciare posizioni massimaliste sulla Russia, mescolate alla speranza di un suo imminente collasso.

Gli esperti dell’Europa orientale, come gli ucraini o i baltici, spesso affermano di possedere una competenza unica sulla Russia, dovuta al fatto di essere stati per molti anni vittime dell’imperialismo del Cremlino. Non nascondono il loro desiderio, forse comprensibile, di vedere la Russia crollare.

L’approccio agli studi russi, oggi diffuso nell’Europa orientale, mira a “decentrare” la prospettiva russa, e un ritornello ricorrente è che per comprendere la Russia bisogna ascoltare non i russi, ma gli ucraini o altre vittime del regime russo. Quanto questo approccio sia analiticamente valido è discutibile: dopotutto, non ci aspettiamo che i vietnamiti o gli iraniani abbiano una profonda conoscenza degli affari interni americani.

I russi che a volte vengono ascoltati in questo contesto sono una particolare tipologia di esuli. Questi esperti, che potrebbero godere dell’attenzione dei politici occidentali, sono spesso attivisti apertamente anti-Cremlino. Non c’è da stupirsi, visto che hanno assistito al trascinamento del loro paese nell’autoritarismo da parte di Putin e dalla sua cerchia.

Ma le loro carriere, in molti casi, dipendono di fatto dal crollo del putinismo – e forse con esso della Russia – entro la loro vita. Sanno di avere poco o nessun sostegno all’interno della Russia. Come ha affermato il politico in esilio Ilya Ponomarev, possono tornare in Russia solo “con le baionette”, intendendo un intervento militare occidentale. Poiché le baionette non arriveranno presto, non resta molto all’opposizione russa in esilio, sottofinanziata, divisa e demoralizzata, se non la speranza, che, come dicono i russi, “è l’ultima a morire”.

Questa speranza porta ad affermazioni sull’inevitabile crollo del regime di Putin. In realtà, naturalmente, i piani degli esuli per porre fine al regime di Putin si limitano a cercare un’occasione favorevole. L’analisi razionale è viziata da obiettivi politici.

Gli Stati Uniti sono quindi scoraggiati dall’apprendere qualcosa sulla Russia, mentre gli intellettuali russi sono scoraggiati dall’aiutare gli Stati Uniti a conoscere meglio la Russia. Ciò crea un terreno fertile per speculazioni infondate e vane speranze di un imminente collasso.

Infine, la proliferazione di previsioni sul collasso della Russia è emblematica di una vulnerabilità fondamentale del panorama intellettuale occidentale: una generale incapacità e riluttanza a concepire un modello alternativo sostenibile alla democrazia liberale capitalista, quello che il filosofo britannico Mark Fisher ha definito realismo capitalista.

Ciò non significa che la Russia di Putin sia in qualche modo anticapitalista o addirittura filosoficamente antitetica all’Occidente. La guerra russa è ora guidata principalmente da meccanismi ipercapitalisti di enormi indennizzi e cancellazione del debito per i soldati al fronte, integrati da un’economia che premia gli investimenti nel complesso militare-industriale in continua espansione.

Gli intellettuali russi contemporanei, persino quelli filo-Cremlino come Alexander Dugin, si considerano in definitiva parte di una tradizione intellettuale europea.

Come se non bastasse, sebbene gli Stati Uniti mantengano l’economia più grande del pianeta, l’americano medio non la percepisce affatto in questo modo. Tra infrastrutture fatiscenti, prezzi alle stelle e un clima di ansia generalizzata, è facile per gli americani lasciarsi ipnotizzare dalla scintillante facciata che Mosca può offrire. Personaggi influenti del movimento MAGA come Tucker Carlson o Candace Owens sono ben disposti a cascarci quando visitano ossequiosamente supermercati o chiese in Russia.

Vista da Washington, la stessa esistenza della Russia al di fuori di un ordine mondiale liberale guidato dagli Stati Uniti equivale a una resistenza a tale ordine. Per coloro che ancora credono di vivere alla fine della storia, la continua esistenza di Mosca è un anatema perché minaccia il nucleo stesso della loro visione del mondo.

E se la Russia riesce non solo a esistere, ma anche a presentare un’immagine fiorente rispetto agli Stati Uniti o al più ampio Occidente, questo rappresenta un’offesa gravissima.

Accettare che la Russia possa esistere e persino, occasionalmente, riuscire a competere con l’Occidente in modo più incisivo rispetto alle sue potenzialità, sia attraverso operazioni segrete in Africa che con interferenze politiche in Europa, significa confrontarsi con l’idea che il modello liberaldemocratico non sia l’unica conclusione logica per ogni regime al mondo.

E, nell’ipotesi che questo scenario non si verifichi, gli Stati Uniti si ritrovano con un gruppo di esperti e politici russi che si abbandonano all’illusione di un collasso spontaneo della Russia, che non comprendono e, in primo luogo, non vogliono comprendere.

Come dicono i russi, “si dividono la pelle di un orso non catturato”. Che lo facciano per mancanza di immaginazione o curiosità, o spinti da secondi fini, il risultato è lo stesso: politiche sbagliate e declino intellettuale.

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