Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

29/07/2026

È un fatto di clima e non di voglia

Lo Stato non può chiedere fiducia mentre costruisce l’impunità delle proprie forze di polizia

La politica ama ripetere che la sicurezza nasce dalla fiducia nelle istituzioni. È un principio condivisibile, ma che vale in entrambe le direzioni. La fiducia non può essere pretesa: deve essere conquistata. E si conquista quando i cittadini percepiscono che la legge è uguale per tutti, che i loro diritti vengono tutelati e che chi esercita un potere pubblico risponde delle proprie azioni come qualunque altro cittadino.

Quando, invece, le istituzioni trasmettono il messaggio opposto, cioè che esistono soggetti sempre più protetti e altri sempre più esposti alla repressione, il rapporto di fiducia si incrina inevitabilmente.

La manifestazione che nei giorni scorsi ha attraversato Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir non può essere letta soltanto come la reazione emotiva a una vicenda tragica. Sarebbe un errore ridurla a questo.

In quella piazza si è manifestato un disagio molto più profondo, maturato nel corso di anni di politiche sicuritarie che hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini, istituzioni e forze dell’ordine. Il coro che si è levato spontaneamente da centinaia di giovani – «No allo scudo penale» – racconta meglio di qualsiasi analisi quale sia oggi il punto di rottura percepito da una parte crescente della società.

Quel coro non nasce nel vuoto. Nasce dentro un contesto politico e legislativo preciso. Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato una sequenza quasi ininterrotta di decreti sicurezza e di interventi normativi accomunati da una medesima filosofia: ampliare gli strumenti della repressione preventiva, aumentare le fattispecie di reato, inasprire le pene, estendere i poteri amministrativi delle autorità di pubblica sicurezza e restringere progressivamente gli spazi del dissenso.

Abbiamo assistito all’introduzione di nuovi reati, all’aumento delle sanzioni amministrative contro i blocchi stradali e le manifestazioni, all’espansione delle zone rosse, al rafforzamento del Daspo urbano, all’estensione del fermo preventivo, all’inasprimento delle misure contro i movimenti sociali e gli attivisti.

Parallelamente, sono state introdotte norme che rafforzano la posizione degli appartenenti alle forze dell’ordine, fino ad arrivare a quello che viene comunemente definito “scudo penale”, cioè un sistema di tutele che rischia di alimentare la percezione di una sostanziale deresponsabilizzazione nell’uso della forza.

È proprio questa asimmetria a produrre un effetto devastante sulla credibilità delle istituzioni. Da una parte il legislatore interviene con crescente severità nei confronti di chi manifesta, protesta o semplicemente occupa uno spazio pubblico per rivendicare un diritto.

Dall’altra, ogni volta che emergono casi di violenza commessi da appartenenti alle forze dell’ordine, il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sull’esigenza di proteggerli da eventuali conseguenze giudiziarie. Il messaggio che arriva ai cittadini è semplice, anche se profondamente pericoloso: la repressione diventa più dura verso chi contesta il potere e più indulgente verso chi quel potere lo esercita.

Chi crede nello Stato di diritto dovrebbe essere il primo a pretendere che l’uso della forza pubblica sia sottoposto ai più rigorosi meccanismi di controllo e di responsabilità. La legittimazione democratica della polizia non deriva dalla forza che può esercitare, ma dal fatto che quella forza è vincolata alla legge, alla Costituzione e al controllo della magistratura.

Ogni norma che rischia di attenuare questo principio non rafforza le forze dell’ordine; ne indebolisce l’autorevolezza, perché alimenta il sospetto che esistano cittadini più uguali degli altri.

Le vicende della Val di Susa, del resto, offrono una rappresentazione plastica di questo meccanismo. Anche in quel caso il dibattito pubblico ha scelto di soffermarsi sugli effetti, rimuovendo sistematicamente le cause.

All’indomani del corteo conclusivo del Festival dell’Alta Felicità, l’attenzione politica e mediatica si è concentrata esclusivamente sugli scontri avvenuti nei pressi del cantiere del Tav. Ancora una volta le immagini degli incidenti hanno occupato l’intero spazio dell’informazione, mentre è scomparso tutto ciò che li ha preceduti.

È scomparsa la militarizzazione permanente della valle, un territorio che da anni appare più simile a una zona di occupazione che al luogo in cui dovrebbe sorgere il cantiere di un’opera pubblica. È scomparsa la lunga sequenza di provvedimenti prefettizi che ha accompagnato il Festival, le continue identificazioni, le perquisizioni, i fermi, i Daspo urbani e le limitazioni preventive imposte ai partecipanti.

È scomparsa perfino la notizia politicamente più significativa: migliaia di persone sono riuscite comunque a raggiungere quello che veniva descritto come uno dei fortini più inespugnabili d’Italia, dimostrando che, nonostante trent’anni di repressione, la Val di Susa è tutt’altro che pacificata. Eppure di tutto questo si è parlato pochissimo.

Si è preferito raccontare il lancio di qualche pietra piuttosto che interrogarsi sulle ragioni per cui uno dei territori più militarizzati d’Europa continui a essere attraversato da un conflitto sociale così profondo.

Anche le reazioni istituzionali hanno seguito uno schema ormai consolidato. Dal Presidente della Repubblica fino ai principali esponenti della maggioranza, il messaggio è stato sostanzialmente univoco: solidarietà alle forze dell’ordine e condanna senza appello dei manifestanti.

Matteo Salvini è arrivato a definire i No Tav «il frutto marcio della sinistra», riproponendo quella retorica che trasforma ogni forma di conflitto sociale in un problema di ordine pubblico e ogni opposizione politica in una minaccia da neutralizzare.

È una narrazione che evita accuratamente di confrontarsi con il merito delle questioni, perché è più semplice delegittimare chi protesta che discutere le ragioni della protesta. Così facendo, però, si alimenta un clima nel quale il dissenso viene sistematicamente rappresentato come devianza, mentre la gestione eccezionale del territorio diventa la normalità.

È proprio questo il punto. Non si può continuare a chiedere ai cittadini di avere fiducia nelle istituzioni quando le istituzioni rispondono ai conflitti quasi esclusivamente con l’espansione dei dispositivi repressivi.

Ogni nuova misura di prevenzione, ogni Daspo, ogni zona rossa, ogni perquisizione preventiva, ogni limitazione del diritto di manifestare può forse produrre un controllo immediato dell’ordine pubblico, ma contribuisce anche ad alimentare la convinzione che il confronto democratico venga progressivamente sostituito dalla gestione poliziesca del dissenso.

E quando la politica sceglie sistematicamente di guardare soltanto all’effetto, rifiutandosi di interrogarsi sulle cause che producono il conflitto, non risolve i problemi: li cristallizza, rendendoli ancora più profondi.

In criminologia esiste un principio tanto semplice quanto spesso ignorato nel dibattito politico: la percezione della giustizia è uno degli elementi fondamentali della coesione sociale. Le persone accettano anche decisioni severe quando ritengono che il sistema sia equo e imparziale. Al contrario, quando maturano la convinzione che la giustizia non sia accessibile o che venga applicata in modo selettivo, cresce inevitabilmente la sfiducia nelle istituzioni.

Non è un caso che numerosi studi sulla legittimazione delle autorità pubbliche abbiano dimostrato come il rispetto delle regole dipenda molto più dalla fiducia nell’equità delle procedure che dalla severità delle sanzioni.

È qui che la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte. Continuare ad affrontare ogni conflitto sociale con nuovi reati, nuove aggravanti e nuovi poteri di polizia, mentre si riducono gli spazi di controllo sull’uso della forza pubblica, significa alterare profondamente il patto tra Stato e cittadini.

Lo Stato di diritto vive infatti di un equilibrio delicatissimo: da un lato il monopolio legittimo della forza, dall’altro la certezza che chi esercita quella forza sia sottoposto alle medesime regole che è chiamato a far rispettare. Se questo equilibrio si rompe, non cresce la sicurezza. Cresce la distanza tra istituzioni e società.

Per questo la discussione sullo scudo penale non riguarda soltanto una norma tecnica. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo. Se lo Stato investe sempre più energie nel reprimere il dissenso e sempre meno nel garantire trasparenza, responsabilità e controllo sull’operato dei propri apparati coercitivi, il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso nel quale la domanda di giustizia rimane senza risposta.

E quando una parte della società smette di credere che quella risposta possa arrivare attraverso gli strumenti ordinari dello Stato di diritto, la frattura istituzionale diventa sempre più difficile da ricomporre.

Non è un caso che proprio i più giovani siano oggi i protagonisti delle piazze. Sono la generazione che ha visto susseguirsi decreti sicurezza, zone rosse, Daspo, identificazioni preventive, misure cautelari sempre più estese, processi per le mobilitazioni climatiche, per quelle studentesche e per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina.

Contemporaneamente, hanno assistito a un dibattito pubblico nel quale, di fronte ai casi di uso eccessivo della forza, la priorità politica è sembrata spesso quella di rafforzare le tutele degli operatori anziché garantire pieno accertamento delle responsabilità. È questo clima, prima ancora dei singoli episodi, ad alimentare la sfiducia.

La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione delle norme penali né dall’espansione dell’impunità. Nasce dalla credibilità delle istituzioni. E la credibilità si fonda su un principio tanto semplice quanto irrinunciabile: nessuno, in una democrazia costituzionale, può essere posto al di sopra della legge.

Quando questo principio vacilla, non si indebolisce soltanto la tutela dei diritti. Si indebolisce la stessa autorità dello Stato, perché senza giustizia non può esistere nemmeno quella fiducia che ogni democrazia pretende dai propri cittadini.

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