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22/07/2026

Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani

Archiviato il vertice NATO, che ha lasciato in eredità i tentativi della Turchia di rientrare nel programma di fornitura degli F-35 – promettendo agli USA la rivendita dei sistemi di difesa missilistica russi S-400 – e di inserirsi nella partita del riarmo europeo tramite la fornitura di droni Baykar, il governo turco si concentra sul fronte interno, in vista delle elezioni presidenziali del 2028.

La compagine governativa appare spaccata in due fronti sul tema della prossima candidatura presidenziale: da una parte la cerchia ristretta di Erdogan, che vorrebbe proporre un suo familiare, dall’altra gli apparati di sicurezza, che fanno capo al Ministro degli Esteri Hakan Fidan, il quale sta tentando di proporsi con un profilo più marcatamente filo-NATO.

La contraddizione potrebbe essere risolta andando ad elezioni anticipate per consentire la ricandidatura di Erdogan, il quale, altrimenti, esaurendo totalmente il secondo mandato, supererebbe il limite costituzionale.

Sul fronte delle opposizioni, invece, continua la strategia governativa volta a dividerle.

Secondo varie fonti governative, nei prossimi giorni dovrebbe essere finalmente presentata la legge-quadro sul PKK, nell’ambito del processo di pace in corso oramai da circa due anni. Il Parlamento dovrebbe lavorare anche ad agosto per discuterla ed emendarla.

Il testo che si prospetta è davvero minimale: verrà concesso un periodo di tempo limitato ai membri del PKK non macchiatisi di “reati di sangue” per poter aderire ad una forma di amnistia molto parziale e tornare alla vita civile.

I dirigenti dell’organizzazione e coloro che si sono macchiati di “reati di sangue”, compreso Ocalan, non riceveranno – per ora – alcun tipo di mitigazione della pena; pertanto, chi è ancora in clandestinità non potrà tornare in Turchia e dovrà rimanere in esilio.

Il tutto è subordinato alla verifica, da parte dei servizi segreti turchi, che il disarmo sia stato effettivamente completato. Si ricorda che i miliziani hanno base sulle montagne del Kurdistan Iracheno.

I dirigenti del PKK e quelli del partito della sinistra filocurda DEM replicano che la differenzazione individuale dei militanti è inaccettabile: tutti dovrebbero essere inclusi nel processo di pace, consentendo all’organizzazione armata disciolta un passaggio collettivo alla politica legale.

Nelle ultime settimane, i capi storici del PKK, in alcune interviste, hanno abbandonato la retorica completamente pacifica, cominciando ad alludere al fatto che dispongono ancor di rilevanti capacità di combattimento, le quali verranno smantellate solo qualora venisse concessa la libertà ad Ocalan.

Un altro grave vulnus del provvedimento legislativo, così come prospettato dalle fonti governative, è che non affronta apertamente la questione dei tantissimi prigionieri del “movimento curdo legale”, ovvero i tantissimi ex-sindaci ed ex-deputati della sinistra filocurda finiti dietro le sbarre dopo la fase di forte conflittualità interna fra il 2014 ed il 2016.

Liberare questi ultimi – a partire da Selhattim Demirtas – avrebbe un peso politico sicuramente maggiore rispetto a consentire di rientrare in Turchia a qualche migliaio di ex-guerriglieri, molti dei quali probabilmente sceglierebbero di rimanere ugualmente in esilio, se non altro per prudenza.

Nulla di nulla, infine, filtra circa le intenzioni governative sul tema dello status della lingua e della cultura curde. Su questo sarebbero necessarie modifiche costituzionali profonde.

Sullo sfondo rimane la fortissima pressione militare esercitata dall’Iran sul PJAK – ala iraniana del PKK – e altri gruppi curdi anch’essi basati sui monti del Kurdistan Iracheno; questo fattore potrebbe rallentare il processo di disarmo.

Sul fronte dell’opposizione repubblicana, la situazione sta rapidamente degenerando.

Dopo una sentenza che ha invalidato l’ultimo congresso del Partito Popolare Repubblicano, destituendone la dirigenza, guidata dal segretario Ozgur Ozel e dall’incarcerato candidato presidenziale in pectore Ekrem Imamoglu, il partito si è spaccato.

È stato, infatti, reinstallato il precedente segretario Kemal Kilicdaroglu, che sta pienamente cooperando con la repressione governativa: non ha esitato nemmeno a chiedere l’intervento della polizia per sgomberare le sedi dal gruppo dirigente destituito, come accaduto clamorosamente a Istanbul nei confronti dello stesso Ozel.

Il gruppo parlamentare risulta spaccato fra le due fazioni e Kilicdaroglu sta lavorando attivamente per blindare gli organismi dirigenti, rifiutandosi di convocare un nuovo congresso in tempi brevi. Così Ozgur Ozel ha annunciato che sono in atto i preparativi per formare un nuovo partito; il quale, ovviamente, partirebbe senza poter disporre della cassa, delle proprietà delle sedi nonché del “marchio storico” del Partito Popolare Repubblicano, fondato da Ataturk.

Resta, ai dirigenti destituiti, il sostegno dei vari centrosinistra europei, che si configura, però, nell’ambito del quadro politico turco, più che altro come una iattura.

Intanto la repressione continua e minaccia l’immunità parlamentare dello stesso Ozgur Ozel, mentre su Imamoglu pendono richieste di pena tombali, formulate da un pubblico ministero divenuto ora Ministro della Giustizia.

Continua, dunque, ad avanzare la strategia governativa di spaccare al loro interno le opposizioni utilizzando il controllo sugli apparati dello stato.

Lo scopo è rendere le prossime elezioni un passaggio meramente formale, assorbendo parte del movimento curdo e scegliendo un candidato repubblicano inconsistente e subordinato, un Quisling politico.

C’è da dire che questa strategia è oggettivamente favorita dal profilo politico delle opposizioni, che in genere si propongono, in politica estera, con una debole e subordinata caratterizzazione filoeuropea; su questo, le varie fazione repubblicane e la sinistra filocurda non si differenziano molto.

Erdogan, invece, pur essendo debole sul piano economico interno, appare maggiormente in grado di affermare un profilo internazionale autonomo, navigando all’interno delle contraddizioni fra i vari blocchi geopolitici presenti sullo scenario mondiale.

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