Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2026

Il disastro del Libano

Dopo giorni di assedio, dal 17 settembre le forze israeliane (IDF) hanno intensificato le operazioni militari e i bombardamenti sulla cittadina costiera di al-Mansouri, situata nel distretto di Tiro nel sud del Libano; non è ben chiaro se ne abbiano già completato l’occupazione; certamente hanno operato distruzioni e fatto nuovi feriti, costringendo i residenti alla fuga. È l’ ultimo bollettino della guerra israelo-libanese del 2026.

La situazione militare del Libano del sud è sull’orlo del tracollo; le forze della Resistenza non sono state in grado, per ora, di fermare l’avanzata sionista.

I villaggi distrutti sono 67; i sionisti hanno imposto una “linea gialla” (riconosciuta solo dallo Stato di Israele) a partire dal confine meridionale (cosiddetta “linea blu”) verso nord; la fascia occupata comprende il 7% del territorio libanese, e ricade nei tre distretti di Sour, Majdal Zoun e Bint Jbeil, ma, dopo il secondo “cessate il fuoco” (fine giugno 2026), l’IDF ha continuato ad avanzare, occupando villaggi che si trovano oltre la linea gialla, nel distretto di Nabatieh. Il numero degli sfollati è pari a 200.000 persone.

Sul fronte politico-diplomatico, la situazione non è meno complicata, dato che i negoziati portati avanti dal presidente Aoun in Italia e in Grecia non hanno finora affrontato questioni cruciali come il cessate il fuoco, il ritiro di Israele, il rientro degli sfollati e la ricostruzione, per non parlare dell’annosa questione dei profughi palestinesi; di fronte ai nuovi problemi, questi ultimi sono completamente spariti dall’agenda politica libanese.

Il governo libanese (controllato e foraggiato dagli USA, alleati di Israele) ne sta ignorando le rivendicazioni (sia il diritto al ritorno sia la richiesta di naturalizzazione), come se non esistessero.

Inoltre la situazione economica è disastrosa: il costo della vita è aumentato del 66%; sono aumentati cure mediche, utenze, trasporti, istruzione, benzina, energia, e le tasse gravano per il 75% sulle classi sociali più basse; i rifiuti sono ovunque, come al tempo della rivolta dei rifiuti del 2015; il Libano va avanti grazie alle rimesse dei libanesi emigrati all’estero, soprattutto i dipendenti pubblici, i cui stipendi sono molto bassi. Il governo non ha le risorse né la volontà di intervenire, essendo legato ai finanziamenti Usa e sionisti.

L’urgenza sembra ora quella di definire una road map a partire dal ritiro del contingente UNIFIL (che avverrà progressivamente dal primo gennaio 2027) per creare una forza alternativa che monitori le zone occupate.

La grande paura è che Israele trovi campo libero per le sue mire espansionistiche, con un esercito libanese praticamente inerme, le forze della Resistenza rese inoffensive (è sempre in ballo la questione del disarmo di Hezbollah) e in più senza che lo “scudo” delle truppe UNIFIL possa rappresentare una remora o almeno un testimone internazionale.

Una situazione, insomma, che ricorda in modo sinistro a quella che si presentava alla vigilia del grande massacro di Sabra e Shatila.

Inoltre, anche sui negoziati sembrano pesare in qualche modo le divisioni confessionali dello Stato libanese, con il tavolo pakistano più vicino alla prospettiva dell’asse sciita (partito Amal e Hezbollah) e il tavolo occidentale più vicino ai cristiani maroniti.

Alle prossime elezioni mancano ancora due anni, ma il dato di novità, attualmente, è la perdita di peso politico di Hezbollah, in conseguenza del suo indebolimento militare; la presenza sociale continua ad essere forte, con ospedali, centri culturali, associazioni; sta giungendo a completamento il grande mausoleo di Hassan Nasrallah, assassinato il 27 settembre 2024; ma il partito è isolato e le sue posizioni hanno meno presa.

L’ assetto confessionale dello Stato non favorisce il partito sciita, che da anni ne sta chiedendo una revisione.

Inoltre, Hezbollah è rimasto quasi il solo (con il partito comunista libanese, PCL) a parlare ancora di resistenza, mentre tutti gli altri insistono sulla negoziazione, o vi si sono convertiti.

Persino le forze palestinesi presenti in Libano che si riconoscono nell’OLP collaborano apertamente al disarmo dei campi “fino all’ultima pistola” (sic), come concordato con il governo libanese; in cambio di che cosa non è chiaro, visto che la situazione dei profughi palestinesi è la peggiore di sempre; si auspica che le prossime consultazioni elettorali per il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC), il parlamento in esilio dell’OLP, portino all’elezione di una rappresentanza palestinese “responsabile”, ossia disposta a collaborare col governo libanese per ripulire i campi dagli armamenti.

La prospettiva che la guerra si intensifichi e che il Libano, a breve, sia oggetto di una aggressione più vasta e feroce è molto concreta; ma è evidente che le forze politiche libanesi arriveranno a questo appuntamento in ordine sparso, senza una strategia unitaria.

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06/09/2026

Iraq, acque agitate in vista del disarmo delle milizie e il ritiro USA

Il 30 settembre, formalmente, è fissata una doppia deadline in Iraq, ovvero il ritiro delle truppe straniere e il disarmo di tutte le milizie non statali, con l’integrazione dei propri membri all’interno delle catene di comando dell’esercito.

Ovviamente, l’amministrazione statunitense ha affermato di legare il proprio ritiro al disarmo delle milizie, essendo queste ultime per la grande maggioranza appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), filoiraniane.

Le PMF hanno già una copertura legale che le include formalmente sotto il Ministero della Difesa Iracheno, sin da quando, grazie alla loro azione, impedirono all’Isis di arrivare a Baghdad. Tuttavia, posseggono arsenali propri non censiti e, soprattutto, il controllo diretto di punti strategici del paese, quali alcuni quartieri della cintura di Baghad e alcuni punti di confine con la Siria, a diretto contatto con i nemici qaedisti sotto il comando di Al-Jolani.

Anche le YBS, ala yazida del PKK – la cui amministrazione autonoma del Sinjar non è mai stata riconosciuta da Baghdad – sono parte delle PMF; nel loro caso, anche la Turchia spinge per la dissoluzione, seguendo l’esempio delle Ypg.

Dal punto di vista pratico, il compito che si è proposto il governo centrale è quello di smantellare le aree di “amministrazione autonoma” e i checkpoint in possesso di queste milizie e di subordinarne i membri all’esercito centrale, pensionando o destinando ad altre attività i capi.

Il Primo Ministro Zaidi motiva la richiesta di smantellamento delle PMF con il fatto che esse, effettuando attacchi contro assets statunitensi e partecipando alle risposte iraniane contro l’aggressione, coinvolgono il paese in guerre da cui dovrebbe stare fuori e minaccia di colpire con le leggi antiterrorismo coloro i quali non rispetteranno la deadline di fine settembre. In cambio, più o meno sottobanco offre posti di sottogoverno o asset economici ai capi.

Gli USA, come detto, minacciano di non completare il ritiro e di sanzionare anche il governo centrale, se quest’ultimo non riuscirà a mettere sotto controllo le milizie; si ricorda che i proventi del petrolio iracheno sono tutt’ora a disposizione di un fondo controllato dal Pentagono. Per forzare la mano, assieme all’Arabia Saudita, a fine luglio il Centcom ha effettuato un attacco aereo contro le PMF, provocando una ventina di morti.

All’interno delle PMF, il panorama è frastagliato.

Le Brigate della Pace, legate a Moqtada al Sadr, già in giugno hanno annunciato il proprio smantellamento, la consegna delle armi all’esercito ed il passaggio a movimento meramente politico/parlamentare. Così hanno fatto anche una serie di milizie minori, createsi appositamente nel 2014 in risposta a una fatwa del Grande Ayatollah Al-Sistani per difendere i luoghi sacri dell’Islam sciita dall’Isis.

Non vogliono, invece, saperne una serie di milizie più numerose e meglio armate, legate più strettamente all’Iran e preesistenti alla lotta all’Isis, che combattono da sempre l’occupazione statunitense. Parliamo, ad esempio, di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.

Queste ultime, per il loro scioglimento pongono condizioni impossibili da soddisfare per il Premier Zaidi: oltre al ritiro completo di tutte le truppe straniere, la fine del saccheggio delle risorse irachene da parte degli USA, l’estensione del provvedimento di disarmo ai peshmerga curdi e lo smantellamento della Regione Autonoma Curda, vista come un asset degli occupanti.

Man mano che la deadline si avvicina, la situazione si fa sempre più tesa. Per inviare un segnale, il governo centrale ha effettuato un’operazione di polizia in cui sono stati arrestati dei dirigenti di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.

Da parte sua l’Iran cerca di gettare acqua sul fuoco, spingendo le milizie sue alleate ad evitare atteggiamenti estremisti. Recentemente si sono recati a Baghdad il capo delle milizie Quds Qaani ed il Presidente del Parlamento Ghalibaf, per effettuare colloqui riservati sia con i capi delle PMF, sia con i vertici del governo centrale.

In particolare, i due avrebbero chiesto alle milizie di smantellare alcuni checkpoint molto visibili e di portare allo scoperto, sotto controllo formale delle strutture delle PMF, anche la parte dei propri arsenali non censita. Ovviamente, di consegna delle armi non se ne parla, ma c’è anche l’ordine di evitare scontri fisici.

Inoltre, Teheran ha smesso di coinvolgere le milizie più esposte nei propri incessanti attacchi contro i gruppi curdo-iraniani di opposizione e le basi statunitensi presenti nella Regione Autonoma Curda.

Su tutte queste vicende vige un interrogativo di fondo: gli USA e le truppe occidentali si ritireranno davvero il 30 settembre? Difficile pensarlo, dopo anni e anni di scadenze non rispettate e vista l’inaffidabilità ripetutamente dimostrata dagli USA.

L’esisto di questo processo è molto importante, perché rischia di influenzare analoghi tentativi di disarmo in corso contro Hezbollah e la Resistenza Palestinese.

La legittima aspirazione di creare istituzioni centrali forti, insomma, sta diventando un pretesto per smantellare la Resistenza contro le guerre imperialiste e sioniste.

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22/07/2026

Turchia, in arrivo una legge sul PKK e una scissione forzata fra i Repubblicani

Archiviato il vertice NATO, che ha lasciato in eredità i tentativi della Turchia di rientrare nel programma di fornitura degli F-35 – promettendo agli USA la rivendita dei sistemi di difesa missilistica russi S-400 – e di inserirsi nella partita del riarmo europeo tramite la fornitura di droni Baykar, il governo turco si concentra sul fronte interno, in vista delle elezioni presidenziali del 2028.

La compagine governativa appare spaccata in due fronti sul tema della prossima candidatura presidenziale: da una parte la cerchia ristretta di Erdogan, che vorrebbe proporre un suo familiare, dall’altra gli apparati di sicurezza, che fanno capo al Ministro degli Esteri Hakan Fidan, il quale sta tentando di proporsi con un profilo più marcatamente filo-NATO.

La contraddizione potrebbe essere risolta andando ad elezioni anticipate per consentire la ricandidatura di Erdogan, il quale, altrimenti, esaurendo totalmente il secondo mandato, supererebbe il limite costituzionale.

Sul fronte delle opposizioni, invece, continua la strategia governativa volta a dividerle.

Secondo varie fonti governative, nei prossimi giorni dovrebbe essere finalmente presentata la legge-quadro sul PKK, nell’ambito del processo di pace in corso oramai da circa due anni. Il Parlamento dovrebbe lavorare anche ad agosto per discuterla ed emendarla.

Il testo che si prospetta è davvero minimale: verrà concesso un periodo di tempo limitato ai membri del PKK non macchiatisi di “reati di sangue” per poter aderire ad una forma di amnistia molto parziale e tornare alla vita civile.

I dirigenti dell’organizzazione e coloro che si sono macchiati di “reati di sangue”, compreso Ocalan, non riceveranno – per ora – alcun tipo di mitigazione della pena; pertanto, chi è ancora in clandestinità non potrà tornare in Turchia e dovrà rimanere in esilio.

Il tutto è subordinato alla verifica, da parte dei servizi segreti turchi, che il disarmo sia stato effettivamente completato. Si ricorda che i miliziani hanno base sulle montagne del Kurdistan Iracheno.

I dirigenti del PKK e quelli del partito della sinistra filocurda DEM replicano che la differenzazione individuale dei militanti è inaccettabile: tutti dovrebbero essere inclusi nel processo di pace, consentendo all’organizzazione armata disciolta un passaggio collettivo alla politica legale.

Nelle ultime settimane, i capi storici del PKK, in alcune interviste, hanno abbandonato la retorica completamente pacifica, cominciando ad alludere al fatto che dispongono ancor di rilevanti capacità di combattimento, le quali verranno smantellate solo qualora venisse concessa la libertà ad Ocalan.

Un altro grave vulnus del provvedimento legislativo, così come prospettato dalle fonti governative, è che non affronta apertamente la questione dei tantissimi prigionieri del “movimento curdo legale”, ovvero i tantissimi ex-sindaci ed ex-deputati della sinistra filocurda finiti dietro le sbarre dopo la fase di forte conflittualità interna fra il 2014 ed il 2016.

Liberare questi ultimi – a partire da Selhattim Demirtas – avrebbe un peso politico sicuramente maggiore rispetto a consentire di rientrare in Turchia a qualche migliaio di ex-guerriglieri, molti dei quali probabilmente sceglierebbero di rimanere ugualmente in esilio, se non altro per prudenza.

Nulla di nulla, infine, filtra circa le intenzioni governative sul tema dello status della lingua e della cultura curde. Su questo sarebbero necessarie modifiche costituzionali profonde.

Sullo sfondo rimane la fortissima pressione militare esercitata dall’Iran sul PJAK – ala iraniana del PKK – e altri gruppi curdi anch’essi basati sui monti del Kurdistan Iracheno; questo fattore potrebbe rallentare il processo di disarmo.

Sul fronte dell’opposizione repubblicana, la situazione sta rapidamente degenerando.

Dopo una sentenza che ha invalidato l’ultimo congresso del Partito Popolare Repubblicano, destituendone la dirigenza, guidata dal segretario Ozgur Ozel e dall’incarcerato candidato presidenziale in pectore Ekrem Imamoglu, il partito si è spaccato.

È stato, infatti, reinstallato il precedente segretario Kemal Kilicdaroglu, che sta pienamente cooperando con la repressione governativa: non ha esitato nemmeno a chiedere l’intervento della polizia per sgomberare le sedi dal gruppo dirigente destituito, come accaduto clamorosamente a Istanbul nei confronti dello stesso Ozel.

Il gruppo parlamentare risulta spaccato fra le due fazioni e Kilicdaroglu sta lavorando attivamente per blindare gli organismi dirigenti, rifiutandosi di convocare un nuovo congresso in tempi brevi. Così Ozgur Ozel ha annunciato che sono in atto i preparativi per formare un nuovo partito; il quale, ovviamente, partirebbe senza poter disporre della cassa, delle proprietà delle sedi nonché del “marchio storico” del Partito Popolare Repubblicano, fondato da Ataturk.

Resta, ai dirigenti destituiti, il sostegno dei vari centrosinistra europei, che si configura, però, nell’ambito del quadro politico turco, più che altro come una iattura.

Intanto la repressione continua e minaccia l’immunità parlamentare dello stesso Ozgur Ozel, mentre su Imamoglu pendono richieste di pena tombali, formulate da un pubblico ministero divenuto ora Ministro della Giustizia.

Continua, dunque, ad avanzare la strategia governativa di spaccare al loro interno le opposizioni utilizzando il controllo sugli apparati dello stato.

Lo scopo è rendere le prossime elezioni un passaggio meramente formale, assorbendo parte del movimento curdo e scegliendo un candidato repubblicano inconsistente e subordinato, un Quisling politico.

C’è da dire che questa strategia è oggettivamente favorita dal profilo politico delle opposizioni, che in genere si propongono, in politica estera, con una debole e subordinata caratterizzazione filoeuropea; su questo, le varie fazione repubblicane e la sinistra filocurda non si differenziano molto.

Erdogan, invece, pur essendo debole sul piano economico interno, appare maggiormente in grado di affermare un profilo internazionale autonomo, navigando all’interno delle contraddizioni fra i vari blocchi geopolitici presenti sullo scenario mondiale.

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08/05/2026

Il PKK cambia nome in “Movimento Apoista” e chiede provvedimenti legali

Due dirigenti dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), nonché storici membri del PKK, Mustafa Karasu e Sozdar Avesta hanno tenuto una conferenza stampa in occasione dell’anniversario del congresso di scioglimento del PKK, tenuto lo scorso anno fra il 5 e 7 maggio 2025.

I due hanno dichiarato che l’organizzazione ha pienamente adempiuto agli obblighi derivanti dalla richiesta di disarmo, venuta dal leader incarcerato Abdullah Ocalan, nell’“Appello alla pace e ad una società democratica” del 25 febbraio 2025. Contestualmente, hanno annunciato un cambio di nome dell’organizzazione in “Movimento Apoista”, da Apo, “lo zio”, soprannome di Ocalan.

Il cambiamento di denominazione simboleggia la transizione irreversibile dalla lotta armata ad un movimento politico che persegue non più uno stato indipendente curdo o un’area autonoma curda, bensì la democratizzazione dello stato turco, come da tempo propugnato dal leader.

L’organizzazione, dunque, proclama di aver effettuato tutti i passi possibili, dai quali non può più tornare indietro, mentre lo Stato, da parte sua, non fatto nulla.

Allo Stato si richiede di definire apertamente lo status di Ocalan come capo negoziatore, con un annesso percorso che ne porti alla liberazione. Inoltre, ovviamente, si richiede di emanare i provvedimenti legislativi promessi dal Parlamento per consentire la riammissione alla vita politica pacifica dei membri del PKK e il parziale smantellamento dell’apparato repressivo dello stato turco.

Da parte loro, i leader politici turchi continuano a parlare in maniera ottimistica del processo di pace. Erdogan ha dichiarato recentemente che tutto sta andando bene, mentre il suo alleato Bahceli ha proposto di istituire la carica di coordinatore del processo di pace, attribuendola ad Ocalan.

Tuttavia, i provvedimenti pratici non arrivano, anche perché i servizi di sicurezza frenano. Nei giorni scorsi, resoconti di quotidiani filogovernativi – i quali attribuivano le loro fonti al servizio segreto MIT – riportavano di un rallentamento del processo di disarmo, essendo stati smantellati solo sette depositi di armi sui trenta censiti nei rifugi montuosi del Kurdistan iracheno, a causa di due eventi regionali: il ridimensionamento drastico dell’area a guida curda in Siria dopo l’accordo-capestro con il governo centrale qaedista e l’inizio dell’aggressione all’Iran.

I miliziani del PKK, dunque, secondo il MIT, contrariamente a quanto dichiarano, avrebbero deliberatamente deciso di mettere in pausa il processo di disarmo dopo quei due fatti.

Riguardo l’Iran, persiste, in aggiunta, l’incognita relativa al PJAK, ovvero l’“organizzazione sorella” del PKK, che ha base sulle stesse montagne irachene ed è stata interessata, nelle prime fasi della guerra, assieme ad altri gruppi curdi di differente ideologia, dalle voci su un possibile loro impiego per un’offensiva di terra su comando USA.

In tal caso, per la Turchia si sarebbe trattato della riproposizione in Iran del problema dell’area autonoma in Siria, il cui smantellamento era l’obiettivo principale di tutto il processo di pace.

L’impressione netta è che si attenda la fine definitiva delle ostilità in Iran, anche per sventare possibili tentativi di rebranding di alcuni miliziani dal PKK al PJAK; eventualità, per altro, già scoraggiata dai tantissimi attacchi iraniani nei confronti della Regione Autonoma Curda dell’Iraq, proseguiti anche dopo il cessate il fuoco di aprile.

A quel punto, con ogni probabilità, la ripartenza del processo di pace, con la piena implementazione del disarmo e l’emanazione dei conseguenti provvedimenti legislativi, sarà l’opzione migliore per tutti, benché difficile da percorrere.

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31/01/2026

Gaza - Netanyahu riapre Rafah, ma l’obiettivo è la ripresa dell’offensiva militare

di Michele Giorgio

Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.

I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.

Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.

Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.

In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.

Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.

Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.

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05/01/2026

Crescono di intensità le minacce di Israele contro l’Iran

Benjamin Netanyahu e il suo ufficio hanno rilasciato una serie di dichiarazioni e indiscrezioni intenzionali che vorrebbero suggerire che l’Iran stia ricostruendo le sue capacità militari e conducendo manovre di lancio di missili balistici, il che potrebbe essere il preludio a un attacco di rappresaglia contro Israele.

Funzionari israeliani hanno avvertito l’amministrazione Trump del “pericolo” del riarmo iraniano e dei movimenti, dei preparativi e delle esercitazioni di addestramento iraniani osservati, volti a sorprendere Israele con intensi attacchi missilistici.

In una conferenza stampa con le sue controparti cipriota e greca, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto alle notizie circolanti, provenienti dal suo ufficio, sulle tensioni con l’Iran derivanti da una “dimostrazione di forza”, minacce e dall’aumento del ritmo di produzione e test dei missili. 

Netanyahu ha affermato: “Sappiamo che l’Iran ha condotto manovre di recente. Stiamo monitorando la situazione e prendendo i preparativi necessari. Voglio chiarire all’Iran che qualsiasi azione incontrerà una risposta molto dura”. Ha aggiunto: “Abbiamo ottenuto risultati significativi nell’Operazione ‘Leone’ (la guerra contro l’Iran). Le nostre richieste all’Iran riguardo al livello di arricchimento e ad altre attività, tra cui la cessazione della guerra dei suoi alleati contro di noi, rimangono invariate. Questo non è cambiato, e so che nemmeno la posizione americana è cambiata”.

La campagna israeliana sui missili iraniani non può essere separata all’autocelebrazione di Israele, evidente nelle minacce di Netanyahu contro le principali potenze regionali come la Turchia e l’Iran.

Netanyahu non si è limitato a lanciare minacce all’Iran; le ha accompagnate con ciò che affermava di sapere sulla posizione americana. Questa ondata di avvertimenti sulla minaccia iraniana e gli accenni di prontezza ad attaccare l’Iran arrivano in preparazione dell’incontro Trump-Netanyahu in Florida alla fine di quest’anno (2025 -ndr). Netanyahu e il suo entourage non hanno affrontato la questione nucleare iraniana, e le indiscrezioni indicano che l’Iran non sta compiendo sforzi intensi per riparare gli impianti nucleari danneggiati dagli attacchi aerei israeliani e americani.

La maggior parte degli sforzi si concentra invece sulla riattivazione delle linee di produzione e dei siti di lancio di missili. I funzionari israeliani considerano questa una grave minaccia per Israele, soprattutto se grandi quantità di missili venissero lanciate simultaneamente, il che metterebbe a dura prova le capacità di difesa missilistica di Israele.

Da parte sua, l’Iran ha smentito le notizie “fabbricate” sui preparativi per un attacco a Israele, con alcuni giornali iraniani che si sono spinti fino a definirla una guerra psicologica derivante dalla “crisi dell’entità”.

I funzionari iraniani hanno sottolineato che i missili balistici sono una “linea rossa” e non un oggetto di negoziazione, e che sono principalmente destinati a scopi difensivi e a scoraggiare chiunque contempli o intenda attaccare l’Iran.

Sembra che l’Iran non abbia fretta di ripristinare le sue capacità nucleari, semplicemente perché teme che queste capacità possano essere prese di mira in un nuovo attacco israelo-americano, senza che l’esercito o la Guardia Rivoluzionaria dispongano delle capacità necessarie per proteggere gli impianti nucleari con difese aeree efficaci in grado di intercettare gli aerei attaccanti. In realtà, Israele teme non solo i missili balistici, ma forse ancor di più i missili antiaerei che limiterebbero la sua “libertà” di volo sullo spazio aereo iraniano.

A livello di coordinamento militare diretto, il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti, il generale Brad Cooper, ha visitato Israele questa settimana e ha incontrato il Capo di Stato Maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir.

Secondo quanto riportato dalla stampa, Zamir ha informato il suo ospite americano sulle informazioni di intelligence riguardanti sviluppi “pericolosi” in Iran. Tuttavia, le agenzie di intelligence statunitensi hanno riferito di non avere informazioni o indicazioni di un imminente attacco iraniano.

In aggiunta al coro di minacce, il Capo di Stato Maggiore israeliano ha dichiarato pubblicamente, riguardo all’Iran, che “Israele colpirà quando necessario”.

Il coordinamento militare tra Stati Uniti e Israele è in costante aumento e comprende tutte le questioni delicate e controverse a Gaza, in Libano, in Siria e in Iran.

Alcune personalità israeliane hanno espresso scetticismo sulla serietà delle informazioni di intelligence riguardanti i movimenti militari iraniani e hanno messo in guardia da un “errore di calcolo” che potrebbe portare a uno scontro involontario.

Analisti israeliani autorevoli hanno affermato che l’Iran non ha alcun interesse a uno scontro prima di aver completato il rafforzamento della propria forza e delle proprie capacità. Questo è esattamente ciò che Israele non vuole, poiché cerca di indurre gli Stati Uniti a prendere di mira l’Iran prima che abbia le capacità per contrastare gli attacchi alle sue strutture, ai suoi siti e ai mezzi per difendere il suo programma missilistico e nucleare. L’ondata di minacce israeliane contro l’Iran sembra essere una campagna artificiosa, costruita su informazioni fabbricate e con l’ulteriore obiettivo di sottoporre l’Iran a una costante minaccia israeliana.

Ciò non significa che Israele abbia cessato di prepararsi ad attaccare l’Iran; piuttosto, l’attuale tempistica serve a numerosi scopi, la maggior parte dei quali non dichiarati. Gli obiettivi di Israele nel creare tensione e suonare i tamburi di guerra possono essere riassunti come segue. 

In primo luogo, un messaggio all’Iran attraverso la riaffermazione del principio di deterrenza nella strategia di sicurezza nazionale di Israele, e un avvertimento all’intera regione che lo Stato sionista non si accontenta più di frenare le intenzioni attraverso la deterrenza, ma sta prendendo di mira le capacità per distruggerle sulla base del principio di deterrenza. È come se Israele dicesse all’Iran: state sprecando le vostre energie; Israele distruggerà ciò che producete e le armi, le attrezzature e i rifornimenti che acquisite.

Questa è una minaccia diretta, esplicita e chiara che non richiede alcuna interpretazione, soprattutto dopo il significativo cambiamento nel concetto di sicurezza nazionale israeliano dopo il 7 ottobre 2023. Secondo questa logica, Israele lancerà un’aggressione contro l’Iran a un certo punto, ma non lo farà senza la partecipazione americana. La raffica di minacce israeliane è una tempesta prematura.

In secondo luogo, questo è un messaggio all’amministrazione americana, che esagera la gravità delle manovre iraniane per facilitare la presentazione dell’elenco di richieste che Netanyahu sta portando con sé in America. Israele si sta preparando a firmare un nuovo accordo di aiuti americani e richiede ulteriore supporto. 

In secondo luogo Netanyahu vuole anche che gli Stati Uniti espandano il proprio ruolo nella difesa di Israele dispiegando più batterie missilistiche e intensificando la cooperazione in materia di sicurezza e intelligence in preparazione di una futura guerra con l’Iran. Netanyahu vuole anche intensificare immediatamente la cooperazione e il coordinamento tra le agenzie di sicurezza e militari israeliane e americane per preparare un piano militare congiunto.

In terzo luogo, un messaggio all’opinione pubblica israeliana: lo stato di guerra rimane in vigore e Netanyahu lo sta gestendo con una competenza senza pari rispetto ai suoi rivali alle prossime elezioni israeliane. Inoltre, Netanyahu sta cercando di distogliere l’attenzione dalla decisione di istituire una “commissione speciale d’inchiesta”, i cui membri di fatto nomina e i cui poteri e compiti definisce. La maggioranza degli israeliani si oppone a questa commissione e la considera una ricetta per assolvere Netanyahu dalla responsabilità per gli eventi del 7 ottobre. Invece di preoccuparsi di questo, l’opinione pubblica si è concentrata sui pericoli dei missili iraniani.

In quarto luogo, Netanyahu teme che i negoziati tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo sulla questione nucleare e revocare le sanzioni possano portare a un accordo che non gli piace, soprattutto perché Trump sostiene giorno e notte di aver completamente eliminato il programma nucleare iraniano e che non esiste più un problema nucleare iraniano, rendendo così superflue le sanzioni.

Netanyahu sta cercando di inserire la questione missilistica in ogni potenziale negoziato, una ricetta garantita per il loro fallimento. Per “riscaldare” Trump contro l’Iran, Israele sta enfatizzando il sostegno iraniano al Venezuela e il sostegno cinese al programma missilistico dell’esercito iraniano e della Guardia Rivoluzionaria.

La campagna israeliana sui missili iraniani non può essere separata dall’esagerato senso di autostima di Israele, evidente nelle minacce di Netanyahu contro le principali potenze regionali come Turchia e Iran. Lo stato sionista cerca di creare una realtà mediorientale in cui sia l’unica superpotenza regionale: possedere esclusivamente armi nucleari, senza che nessun’altra potenza sia autorizzata ad acquisirle; mantenere la superiorità militare, senza che nessun’altra nazione possa avvicinarsi; e ottenere il controllo completo dello spazio aereo della regione.

È da questa prospettiva che Israele ha lanciato la sua guerra contro l’Iran, con l’obiettivo di eliminare qualsiasi rivale regionale.

Tuttavia, l’Iran è una nazione grande e storicamente significativa e non accetterà i diktat israeliani. Un futuro scontro iraniano-israeliano appare quasi inevitabile, poiché l’Iran non abbandonerà il suo programma missilistico e le sue capacità nucleari, e Israele non accetterà una simile mossa.

La domanda cruciale è: qual è la posizione degli arabi in tutto questo? Il mondo arabo deve proporre una soluzione che implichi la liberazione della regione dalle armi di distruzione di massa, a partire dall’arsenale nucleare israeliano e estendendosi ai progetti che potrebbero potenzialmente produrre armi nucleari in Iran e altrove.

Oggi questo può sembrare impossibile, ma una campagna di disarmo nucleare deve iniziare immediatamente. Questo sarebbe un contributo arabo per frenare l’aggressione incontrollata di Israele.

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10/12/2025

Gaza - Hamas disarmerà solo se Israele accetterà uno Stato palestinese

Hamas ha rifiutato il disarmo dei propri combattenti a meno che Israele non si impegni in un processo politico per la statualità palestinese e fornisca garanzie che non riprenderà la guerra.

Il funzionario di Hamas Bassem Naim ha dichiarato l’8 dicembre che il gruppo è disposto a consegnare il potere “immediatamente” al governo tecnico palestinese previsto nel piano Trump e che la disattivazione delle armi potrebbe iniziare sotto una tregua a lungo termine di 5-10 anni.

“Durante questo periodo, possiamo deporre le nostre armi, immagazzinarle o congelarle con garanzie palestinesi, regionali o internazionali per facilitare una discussione politica che potrebbe concludersi con lo Stato palestinese. Allora saremo pronti a consegnare tutte le nostre armi a questo nuovo stato indipendente, e persino a integrare i nostri combattenti nel nuovo esercito palestinese”, ha detto.

Hamas ha avvertito che i negoziati per attuare la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza non possono aver luogo mentre Israele continua a violare la prima fase dell’accordo. “Israele sta violando apertamente l’accordo di cessate il fuoco”, ha dichiarato Hussam Badran, altro esponente di Hamas.

“L’occupazione non ha adempiuto a nessuno dei suoi obblighi fondamentali nella prima fase, poiché mantiene chiuso il valico di Rafah, impedisce l’ingresso di tende e roulotte, riduce gli aiuti umanitari e continua i suoi crimini di uccisioni e demolizioni all’interno della linea gialla. Queste pratiche sono una continuazione dell’aggressione che avrebbe dovuto cessare immediatamente dopo l’inizio dell’accordo, e notiamo che continuano senza alcun reale impegno”, ha aggiunto Badran.

“Ogni discussione sulla seconda fase è subordinata a una reale pressione sull’occupazione da parte dei mediatori e degli Stati Uniti per costringerla ad attuare pienamente quanto concordato nella prima fase”, ha proseguito il funzionario di Hamas.

Come parte della prima fase dell’accordo, le truppe israeliane si sono ritirate in quella che ora viene definita la “linea gialla”. L’accordo stabilisce che le forze israeliane possono mantenere una presenza perimetrale a Gaza fino al completo disarmo della resistenza, e si ritireranno gradualmente man mano che il processo di disarmo avanzerà. Tuttavia, l’esercito israeliano ha oltrepassato la linea gialla nel tentativo di conquistare più territorio, violando l’accordo.

Badran ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni del capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir durante un tour a Gaza. Zamir ha detto il 7 dicembre che la linea gialla è la “nuova linea di confine”. L’esponente di Hamas ha definito ciò “un palese rinnegamento dell’accordo di cessate il fuoco”.

Israele ha affermato una settimana fa che avrebbe aperto presto il valico di Rafah in coordinamento con l’Egitto. Il Cairo lo ha negato e ha detto che qualsiasi accordo avrebbe aperto il valico da entrambi i lati, poiché Tel Aviv si è rifiutata di permettere ai palestinesi di tornare a Gaza dall’Egitto.

Da quando è iniziato il cessate il fuoco, Israele ha mantenuto strette restrizioni sulla quantità di aiuti che entrano a Gaza. All’inizio dello scorso mese, Tel Aviv aveva permesso l’ingresso solo del 28% degli aiuti che dovevano entrare nella Striscia come parte dell’accordo. Ciò include attrezzature essenziali urgentemente necessarie per le operazioni di rimozione delle macerie.

Attualmente ci sono 68 milioni di tonnellate di macerie a Gaza a causa della guerra genocida di Israele e della distruzione sistematica delle infrastrutture, secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP). Il capo dell’UNDP in Palestina, Jaco Cilliers, ha dichiarato: “Nello scenario migliore, ci vorranno almeno cinque, più probabilmente sette anni” per affrontare le macerie.

Secondo fonti citate da Axios venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta pianificando di annunciare la Fase Due dell’accordo di cessate il fuoco di Gaza prima di Natale. Uno degli aspetti principali del “piano di pace” di Trump è lo schieramento di una Forza di Sicurezza Internazionale (ISF) composta da paesi regionali. Turchia, Qatar, Azerbaigian, Indonesia e Pakistan hanno segnalato la disponibilità a contribuire con truppe.

Tuttavia, il piano Trump affida all’ISF il compito di disarmare e smantellare Hamas e altre fazioni della resistenza. Nelle ultime settimane sono emerse numerose rivelazioni che indicano un significativo disagio arabo e regionale all’idea di essere costretti ad affrontare scontri armati a Gaza. Un alto funzionario pakistano ha detto recentemente che il suo paese è pronto a contribuire con truppe per il mantenimento della pace, ma ha escluso di partecipare a qualsiasi disarmo.

Israele ha categoricamente respinto qualsiasi statualità palestinese e si oppone al ritorno dell’Autorità Palestinese (AP) a Gaza – un altro elemento cruciale del “piano di pace” statunitense.

Da quando è stato raggiunto l’accordo, centinaia di palestinesi sono stati uccisi da raid aerei israeliani. “Israele potrebbe ancora considerare un’opzione militare come un modo per disarmare Hamas e quindi non ha fretta di passare alla seconda fase del cessate il fuoco”, hanno riferito fonti a Haaretz alla fine dello scorso mese.

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18/11/2025

Gaza - L’ONU approva la risoluzione statunitense. Contrari palestinesi e Israele

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione presentata dagli Stati Uniti su Gaza basata sul Piano Trump.

Il testo è stato modificato più volte durante i negoziati, ed è passato con 13 voti a favore e l’astensione di Cina e Russia. Con il piano viene autorizzata una forza militare internazionale di “stabilizzazione” per la Striscia di Gaza, che dovrebbe anche provvedere al disarmo dei combattenti di Hamas.

Le organizzazioni della resistenza palestinese – e non solo Hamas – hanno respinto la risoluzione, ribadendo la sua “pericolosità” e “il tentativo di sottomettere la Striscia di Gaza all’autorità internazionale”. Le organizzazioni palestinesi respingono qualsiasi clausola che preveda il disarmo di Gaza o che possa ledere “il diritto del popolo palestinese alla resistenza”.

Ma anche Israele si è detta contraria al piano previsto dalla risoluzione approvata ieri dal Consiglio di Sicurezza.

Netanyahu ha ribadito che Israele resta contrario alla nascita di uno Stato palestinese e ha promesso di smilitarizzare Gaza “con le buone o con le cattive”. “Se accelerano il riconoscimento dello Stato terroristico palestinese, e l’ONU riconosce uno Stato palestinese, dovrebbero essere ordinati assassinii mirati di alti funzionari dell’Autorità Palestinese, che sono terroristi a tutti gli effetti”, ha minacciato il ministro ultrasionista Ben Gvir.

In sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Russia aveva presentato una bozza alternativa che cancellava dal testo ogni riferimento alla smilitarizzazione di Gaza, si opponeva alla permanenza di Israele oltre la cosiddetta linea gialla, non citava il Board of Peace incaricato dell’amministrazione transitoria dell’enclave – un organismo presieduto dallo stesso Trump – e trasferiva nelle mani del segretario generale dell’Onu il compito di valutare “le opzioni per il dispiegamento della Forza internazionale di stabilizzazione”, togliendo così agli Stati Uniti il ruolo centrale nell’attuazione del piano. Inoltre riaffermava la necessità di procedere con il riconoscimento dello Stato palestinese. Su questa posizione si erano allineati anche paesi come Cina e Algeria.

Ma la posizione dei paesi arabi e islamici coinvolti nell’attuazione del Piano Trump – dagli Emirati al Qatar, dalla Turchia alla stessa Autorità Nazionale Palestinese – e favorevoli al piano stesso, ha convinto la Russia a ritirare la propria bozza di risoluzione e a confidare che la contrarietà di Israele al piano possa far esplodere le contraddizioni ben visibili nel piano Trump.

Israele aveva fatto un ultimo tentativo all’ONU affinché gli Stati Uniti eliminassero qualsiasi menzione dello stato palestinese, anche se solo come aspirazione nazionale.

Il fatto che gli Stati Uniti abbiano infine mantenuto il passaggio sullo stato palestinese segnala che l’amministrazione Trump intende mantenere i suoi rapporti con i paesi arabi nonostante l’opposizione di Israele.

È iniziata quindi una trattativa sul testo della risoluzione, nella cui versione finale è scritto che gli Stati membri del Consiglio di Sicurezza potranno partecipare al Board of Peace – il cui mandato durerà fino al 31 dicembre 2027 – ma soprattutto si introduce un passaggio politico, simbolico ma assai indigeribile per Israele: “Le condizioni potrebbero finalmente essere mature per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, una volta che l’Autorità Palestinese avrà attuato un programma di riforme e che la ricostruzione di Gaza sarà in fase avanzata”.

Sul campo, oltre l’escalation di aggressioni dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania e l’emergenza umanitaria a Gaza aggravata dall’arrivo dell’inverno, resta poi ancora aperta l’emergenza dei circa duecento combattenti palestinesi nascosti nei tunnel al di là della linea gialla che segna le aree della Striscia sotto il controllo militare israeliano.

I combattenti palestinesi hanno dichiarato che non accetteranno alcuna iniziativa che li costringa ad abbandonare i loro nascondigli se non attraverso un percorso scelto da loro stessi e che gli consenta di andarsene da Gaza con dignità.

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24/10/2025

Da una parte l’annessione della Cisgiordania, dall’altra la divisione di Gaza

La ‘tregua’ di Trump (quattro giorni fa erano 97 i palestinesi uccisi dall’IDF dal suo inizio: una concezione tutta sionista di “tregua”) non solo ha mostrato tutto il carattere coloniale delle soluzioni pensate per la questione palestinese, in cui gli unici interessi considerati sono quelli di Tel Aviv. Ormai comincia a mostrare anche il fatto di essere un preludio all’espansione israeliana.

Infatti, anche se non sembrano andare d’accordo, i processi che stanno portando Israele a estendere la propria sovranità o il controllo di fatto su ulteriori aree che spetterebbero allo stato palestinese vanno a braccetto sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza. E ciò avviene col patrocinio dell’imperialismo occidentale, nonostante il diniego trumpiano all’annessione della West Bank.

Una giornata simbolo di quel che raccontiamo è stata sicuramente mercoledì 22 ottobre. Mentre il vicepresidente statunitense, J. D. Vance, era in visita a Gerusalemme insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e al genero del tycoon, Jared Kushner, il parlamento israeliano ha fatto passare in prima lettura due progetti di legge riguardanti l’espansione della sovranità sugli insediamenti in Cisgiordania.

Il primo disegno di legge prevede di estenderla a tutte quante le colonie nella West Bank occupata, ed è stato approvato per un solo voto, 25 favorevoli e 24 contrari. A rompere le righe con l’indicazione del partito di Netanyahu, il Likud, è stato Yuli Edelstein. “La sovranità israeliana in ogni parte della nostra patria – ha dichiarato il parlamentare – è all’ordine del giorno”.

Per l’attuale primo ministro un voto del genere è stato foriero di imbarazzo, soprattutto mentre i vertici stelle-e-strisce erano a Gerusalemme. Da Washington, infatti, ribadiscono la propria contrarietà all’annessione della Cisgiordania. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto che le misure discusse dalla Knesset e la violenza dei coloni mettono a repentaglio la tregua, oltre ad essere quasi “un’offesa personale” (come se la sua presenza fosse inutile o solo ingombrante).

Va certamente sottolineato come sia lo stesso Rubio (che ieri si è recato in Israele) a evidenziare l’evidente connessione tra il futuro della Cisgiordania e quello di Gaza, anche se media e politici occidentali si sono prodigati per porre in risalto il “pericolo Hamas” e per nascondere l’apartheid giornaliera nella West Bank.

Bisogna poi inoltre ricordare che la contrarietà da parte degli USA alle mire di Tel Aviv su questa area deriva unicamente dal fatto che ciò rappresenta una linea rossa per i governi limitrofi, mentre l’amministrazione Trump sta cercando in tutti i modi di riaffermarsi come ago della bilancia della regione, e di estendere la normalizzazione degli Accordi di Abramo ad altri paesi arabi.

È quello che in pratica ha detto Trump, in un’intervista telefonica concessa lo scorso 15 ottobre al Time, e di cui la rivista ha pubblicato ieri la trascrizione. The Donald si è addirittura spinto a dire che, se Israele proseguirà sulla strada dell’annessione, perderà il supporto degli USA. Tel Aviv ne è l’agente nella regione, ma è utile finché permette la continuazione della diplomazia di normalizzazione, a partire dall’Arabia Saudita, non se “si mette in proprio” con iniziative che ne pregiudicano l’egemonia.

Il presidente statunitense vorrebbe arrivare a integrare di nuovo, e in breve tempo, Riyad negli Accordi di Abramo, dopo lo smottamento causato dal bombardamento israeliano del Qatar e poi dall’alleanza atomica tra Riyad e Islamabad. Ma se ciò dovesse significare il riconoscimento di uno stato di Palestina, ha detto Smotrich che i sauditi possono continuare “a cavalcare cammelli nel deserto”... salvo poi scusarsi per l’uscita apertamente razzista.

La riottosità interna della maggioranza è evidente, e Netanyahu continua a barcamenarsi tra le varie pressioni. Appena arrivato Vance, il primo ministro ci ha tenuto a ribadire che Israele non è un protettorato statunitense, e i rappresentanti dei settori più esplicitamente genocidari del paese (compresa la sedicente “opposizione” ex laburista) ne hanno approfittato per metterlo in chiaro con un voto. Netanyahu ha riaffermato che non c’è modo che permetta alla legge per l’annessione della Cisgiordania di arrivare alla necessaria terza lettura.

Allo stesso tempo, però, il secondo disegno di legge approvato ha un raggio più limitato: riguarda l’annessione dell’insediamento di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. Questo, al contrario del primo, è stato approvato con 32 voti favorevoli e solo 9 contrari. C’è una più chiara tendenza maggioritaria a proseguire nel “rosicchiamento” della Cisgiordania, pezzetto dopo pezzetto.

In una dichiarazione, l’ufficio di Netanyahu ha indicato le proposte di legge come una “provocazione politica” dell’opposizione, dando rassicurazione che “senza il sostegno del Likud, è improbabile che queste proposte di legge vengano approvate”. Andando a osservare più nel dettaglio i provvedimenti proposti, la questione si fa più intricata.

Per quanto sia vero che le due proposte provengono dalle file dell’opposizione, le fazioni vicine al ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Smotrich hanno dato l’assenso. E Netanyahu non si può permettere di entrare in crisi col governo proprio ora che sta evitando il processo a suo carico. Una vicenda che ci ricorda come quasi tutto l’arco parlamentare sostiene in realtà l’occupazione.

L’obiettivo potrebbe essere proprio quello di cedere su una mossa eclatante e definitiva su tutta la regione per continuare allo stesso modo degli ultimi anni, con meno riflettori puntati addosso. Ciò dipenderà, ovviamente, dalla disponibilità delle frange più estreme del governo di Tel Aviv, e in particolare da Smotrich e Ben Gvir, in quanto diretti rappresentanti del mondo dei coloni.

Infatti, c’è poi anche il complesso affaire Barghuthi. Sempre al Time, Trump ha detto che sta valutando di chiederne la scarcerazione a Israele. La figura del leader palestinese è considerata l’unica in grado di unire il suo popolo, tra Gaza e West Bank: quello che servirebbe a Trump per guidare un effettivo processo di transizione della governance di queste aree, mettendo alle strette Hamas, come sta cercando di fare anche con altre sue mosse.

Ma questo ovviamente non sta bene ad Israele – l’intero arco parlamentare, meno i due comunisti – che semplicemente nega, e non da oggi, che possa esistere uno Stato palestinese e perfino l’esistenza stessa di quel popolo.

Nel frattempo, infatti, le indicazioni rilasciate da Vance e Kushner nella propria conferenza stampa a Gerusalemme sembrano delineare una prospettiva di espansione dell’occupazione sionista anche per Gaza. Il Wall Street Journal, infatti, ha parlato del fatto che Washington e Tel Aviv stanno valutando se far partire la ricostruzione della Striscia solo nella zona di controllo israeliana, fino al disarmo di Hamas.

Vance avrebbe infatti affermato che ci sono due aree a Gaza, separate dalla “linea gialla” che divide Gaza ancora sotto occupazione e quella no. La prima sarebbe relativamente sicura, la seconda incredibilmente pericolosa. L’obiettivo dovrebbe essere quello di espandere quest’ultima geograficamente.

Fino ad allora, ha detto Kushner, i fondi per la ricostruzione affluiranno solo nella zona sicura (ovvero quella sotto controllo israeliano), e solo il disarmo di Hamas potrebbe, in sostanza, sbloccare la situazione. Le parole dei vertici statunitensi sono un evidente ricatto imposto ai palestinesi e il tentativo di trovare una soluzione alla “questione Hamas” rimandando le legittime richieste intorno al futuro governo della Striscia.

I mediatori arabi della tregua si sono opposti a questa soluzione. A loro opinione – a ragione – ciò è il preludio a un’occupazione a lungo termine di oltre il 50% della Striscia, e del resto l’IDF sta già piazzando barriere di cemento lungo la “linea gialla”. A queste condizioni, si sono detti contrari a partecipare al dispiegamento di forze internazionali.

Israele vuole evidentemente frammentare la continuità di Gaza, come ha già fatto con le colonie in Cisgiordania, e vuole anche costruire una sorta di zona cuscinetto dentro la Striscia per evitare che si possa ripetere un caso di ‘esondazione’ delle forze della resistenza dentro i territori israeliani. E ciò significa ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come sia il sionismo a voler mettere la pietra tombale su ogni ipotesi di Stato palestinese, azzerando così ogni ipotesi di “due Stati”.

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04/10/2025

Gaza - Hamas dice si al rilascio degli ostaggi, non ancora al Piano di Trump

Il Movimento di Resistenza Islamica palestinese (Hamas) ha annunciato ieri sera la sua disponibilità ad entrare immediatamente attraverso mediatori nei negoziati per discutere tutti i dettagli del piano Trump. Israele afferma di sospendere le operazioni militari, ma questa mattina sono stati uccisi altri sette palestinesi a Gaza City.

Hamas ha accettato di rilasciare tutti i prigionieri israeliani ancora detenuti a Gaza dopo quelle che ha descritto come “consultazioni approfondite” con i membri della leadership, le organizzazioni palestinesi e i mediatori.

Hamas non ha dichiarato di essere d’accordo con l’intero piano in 20 punti così come è stato presentato, e durante della scorsa settimana ha ripetutamente affermato che aveva bisogno di negoziare ulteriormente un certo numero di punti. La chiave tra queste è la richiesta di una Gaza smilitarizzata. Il funzionario di Hamas, Mousa Abu Marzouk, ha detto ad Al Jazeera che il gruppo non si disarmerà prima della fine dell’occupazione israeliana.

Qui di seguito il comunicato del movimento palestinese:
Al fine di fermare l’aggressione e la guerra di sterminio a cui è sottoposto il nostro popolo saldo nella Striscia di Gaza, e in conformità alla responsabilità nazionale, e per preservare i principi, i diritti e gli interessi supremi del nostro popolo, il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” ha condotto approfondite consultazioni con le sue istituzioni di leadership, ampie consultazioni con le forze e le fazioni palestinesi, e consultazioni con mediatori e amici fraterni, per giungere a una posizione responsabile nell’affrontare il piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Dopo uno studio approfondito, il movimento ha preso la sua decisione e consegnato la sua risposta ai mediatori come segue:

• Il Movimento di Resistenza Islamica Hamas apprezza gli sforzi arabi, islamici e internazionali, così come quelli del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che chiedono la fine della guerra su Gaza, lo scambio di prigionieri, l’ingresso immediato degli aiuti, il rifiuto dell’occupazione e il rifiuto dello sfollamento del nostro popolo palestinese.

• In questo contesto, e al fine di raggiungere un cessate il fuoco e il ritiro completo da Gaza, il movimento annuncia la sua approvazione per il rilascio di tutti i prigionieri israeliani, vivi o morti, secondo la formula di scambio inclusa nella proposta del presidente Trump, a condizione che le condizioni sul campo consentano il processo di scambio.

• In questo contesto, il movimento conferma la sua disponibilità a entrare immediatamente in negoziati attraverso i mediatori per discutere i dettagli.

• Il movimento rinnova inoltre la sua approvazione alla consegna dell’amministrazione di Gaza a un organismo palestinese di indipendenti (tecnici) basato sul consenso nazionale palestinese e con il sostegno arabo e islamico.

• Per quanto riguarda le altre questioni menzionate nella proposta del presidente Trump relative al futuro di Gaza e ai diritti intrinseci del popolo palestinese, queste sono collegate a una posizione nazionale complessiva basata sulle pertinenti leggi e decisioni internazionali. Esse saranno discusse all’interno di un quadro nazionale palestinese complessivo, del quale Hamas farà parte e a cui contribuirà in modo responsabile.
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02/10/2025

Disarmo Hezbollah: la Francia sostiene il piano saudita, ma gli USA preparano una guerra civile?

Poco più di una ventina di giorni fa avevamo scritto che lo scontro in Libano continuava a covare, dopo la proposta di disarmo delle milizie non statali (diretta contro Hezbollah) elaborata dalle forze armate del paese e presentata al governo di Beirut il 5 settembre. Dopo quasi quattro settimane, la situazione rimane in stallo, ma si sono mosse varie forze che possono cambiare lo scenario.

Innanzitutto, Breaking Defense, uno dei più seguiti canali di informazione online riguardante il settore militare, ha rivelato che la Francia avrebbe sostenuto l’ipotesi di una conferenza, da tenersi entro la fine del 2025 in Arabia Saudita, per armare le Forze Armate Libanesi (LAF). In questo vertice dovrebbero essere coinvolti gli Stati Uniti, i paesi del Golfo, le potenze europee e i paesi del Commonwealth.

Questa notizia, riportata il 29 settembre sulla base di fonti francesi, è perfettamente in linea con le parole che Macron ha speso sul tema durante l’80esima Assemblea Generale dell’ONU: “il Libano respirerà meglio quando Hezbollah sarà più debole e il resto del Libano respirerà ancora meglio quando tutte le armi detenute da Hezbollah torneranno in servizio, nelle mani delle Forze Armate Libanesi, non c’è altra scelta”.

Circa un anno fa, vari donatori francesi avevano raccolto fino a 200 milioni di dollari per le LAF, ma ora l’impegno sarebbe istituzionale, con il chiaro intento di Parigi di riproiettare in Libano la propria influenza e, in generale, assumere un ruolo geopolitico maggiore per parte della UE. Del resto, armare i governi del Mediterraneo allargato considerati ‘utili’ potrebbe essere un modo per garantire altre commesse all’economia di guerra che si sta preparando con il riarmo europeo.

La questione evidenzia l’impossibilità delle forze di sicurezza di Beirut di portare a termine da sole il disarmo che hanno proposto il 5 settembre. E allo stesso tempo, dimostra come siano evidentemente incapaci di difendere il paese da altre possibili aggressioni israeliane. Tel Aviv continua a bombardare il paese e a occuparne 5 aree considerate strategiche.

La preoccupazione del popolo libanese in merito è esemplificata dai risultati di un sondaggio condotto, a cavallo tra luglio e agosto, dal Centro consultivo per gli studi e la documentazione del Libano. L’analisi dei dati ha mostrato che il 71,7% dei cittadini non ritiene che l’esercito sia in grado di fronteggiare le minacce israeliane, e che il 58% dei libanesi è contrario alla consegna delle armi di Hezbollah “senza una strategia difensiva”.

Non possono di certo aver rassicurato anche le esternazioni di Tom Barrack, inviato speciale della Casa Bianca per Siria e Libano, che aveva avvertito di una possibile invasione siriana nel caso in cui Beirut non si affrettasse a disarmare Hezbollah. Che Damasco abbia le forze di aprire un conflitto col pur debole Libano è cosa dubbia, ma comunque ciò dà la cifra del clima intimidatorio che si è creato intorno alla formazione paramilitare sciita.

Proprio riguardo alle mosse statunitensi, è il caso di dire qualche parole ulteriore. A inizio settembre è stato inviato un pacchetto di aiuti militari di poco più di 14 milioni di dollari per sostenere le LAF nelle proprie operazioni di disarmo dei gruppi armati presenti nel paese. Ovviamente, non si tratta di armi con cui il Libano possa difendersi dall’aggressione sionista, e data la situazione sul campo, forse gli USA potrebbero rivedere leggermente i propri obiettivi.

In un’intervista ad Al Jazeera Arabic, appena dopo l’ennesimo rifiuto di Hezbollah di disarmarsi, Barrack ha affermato che Hezbollah è “un partito politico legittimo in Libano”. Non ha chiaramente parlato di un partito armato, ma ciò ha riconosciuto ad Hezbollah la presa che ancora ha nella società libanese. Questa legittimità, sottolinea Barrack, rende difficile risolvere il conflitto con Israele.

“Per quanto riguarda il Libano, abbiamo detto che questo è un problema interno. Se volete un esercito unito e un vero Stato, dovete disarmare i partiti e i gruppi che non si adeguano”, ha aggiunto Barrack. Sembrano parole pensate per mantenere intatto il convitato di pietra delle intimidazioni precedenti, ma senza assumersi nessuna responsabilità ulteriore in termini militari e di mediazione con gli altri attori regionali.

In sostanza, se Washington non può trovare una via per cui Hezbollah, pur indebolito, possa deporre le armi, allora vengono poste tutte le condizioni per cui il Libano cada definitivamente in una guerra civile senza uscita. In questo modo, la formazione sciita verrebbe comunque impegnata in uno scontro interno che assorbirebbe le sue energie, mentre a Israele verrebbe lasciata mano libera per ogni suo piano.

Il disimpegno sul piano internazionale proclamato da Trump non significa, evidentemente, rinunciare al ruolo di ago della bilancia degli equilibri mondiali, soprattutto in regioni fondamentali come il Medio Oriente. Altri attori vorrebbero porre la parola fine su Hezbollah, ma ad ogni modo quel che è stato preparato in Libano è una situazione che impedirà sia la difesa dalle minacce esterne, sia la stabilità interna. Un’altra grande vittoria delle ‘democrazie’ occidentali.

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08/09/2025

Libano - Disarmo Hezbollah: lo scontro cova, ma si prende tempo

Venerdì 5 settembre, l’esercito libanese ha presentato al Consiglio dei Ministri il suo piano di disarmo delle milizie non statali. Tale piano è chiaramente diretto contro Hezbollah ed è frutto delle pressioni saudite e statunitensi rivolte contro la Resistenza, intensificatesi dopo il cessate il fuoco dello scorso novembre con Israele e la caduta del Baath in Siria.

Tale cessate il fuoco non è mai stato rispettato dal regime sionista, che ancora occupa cinque punti in territorio libanese e non ha mai smesso i bombardamenti, mentre è stato rispettato da Hezbollah, che si è ritirato con le sue milizie al nord del fiume Litani.

Nelle settimane scorse, gli USA hanno più volte subordinato la presentazione di una road map chiara e temporalmente scadenzata per il disarmo di Hezbollah alla fornitura aiuti economici al paese, ma non hanno mai garantito in maniera chiara che ciò avrebbe comportato il ritiro definitivo di Israele e la cessazione dei bombardamenti.

Come “prova generale” verso il disarmo Hezbollah, intanto, si sta procedendo al disarmo dei campi palestinesi, in una mossa concordata con l’Autorità Nazionale Palestinese, nella velleitaria speranza di dimostrarsi allineata agli sforzi statunitensi di disarmo generale della Resistenza in tutta la regione.

Non sono stati ancora forniti dettagli del piano presentato dall’esercito. Si sa solo che i cinque ministri sciiti del blocco Hezbollah-Amal non hanno partecipato al Consiglio dei Ministri e che esso non presenta scadenze temporali, come richiesto dagli USA.

Infatti, le reazioni di Hezbollah, che nelle settimane scorse era arrivato addirittura ad evocare la guerra civile, non sono negative. Il Vicepresidente del Consiglio Politico Mahmud Comati ha commentato il piano dell’esercito come “un’opportunità per tornare alla saggezza e alla ragione, impedendo così al Paese di precipitare nell’ignoto” ed ha poi affermato che è tutto sospeso finché il nemico non si sarà ritirato completamente dal paese. “Il Piano dell’esercito preserva la pace civile”, gli fa eco il Presidente del Parlamento Nabih Berri di Amal.

Ovviamente anche il Governo ha commentato positivamente, affermando che rispetto al disarmo non si torna indietro e che si tratta di un momento cruciale. Secondo un alto ufficila, “l’obiettivo è che la consegna delle armi avvenga entro la fine dell’anno, o che inizi almeno entro la fine dell’anno”. Certo è che scadenze prefissate non ce ne sono e bisogna capire come reagiranno USA e Arabia Saudita a quello che, al contrario di come si potrebbe pensare, appare un punto a favore di Hezbollah.

In definitiva, le forze in campo continuano con la tattica del prendere tempo. L’esecutivo libanese non ha la forza di effettuare alcun disarmo, se non, come detto, quello dei campi palestinesi in accordo con l’ANP, mentre l’esercito è nettamente più debole delle milizie di Hezbollah e non vuole scontrarvisi.

La loro speranza è che, stretta fra le pressioni internazionali e l’isolamento regionale, dato dalla caduta del regime baathista e dallo scarso supporto del governo “riformista” dell’Iran, la Resistenza sciita scelga spontaneamente la via del disarmo; in cambio di garanzie che, però, nessuno è in grado di fornire. Si studiano possibili compromessi, tipo l’arruolamento di parte delle milizie sciite nell’esercito regolare; ma ogni discorso di questo tipo, allo stato, appare prematuro.

Anche Hezbollah prende tempo, alternando dichiarazioni incendiarie a qualche forma di apertura, subordinata al ritiro definitivo dell’esercito sionista dal paese. Al momento regge l’asse con l’altro partito sciita Amal, ma non c’è garanzia che quest’ultimo non ceda prima o poi alle pressioni esterne, allineandosi alle richieste di disarmo pur di scongiurare una guerra civile o un intervento esterno.

Ciò che sembra incrollabile, nonostante i sacrifici e le privazioni, è il sostegno della base sociale del sud sciita e della Resistenza in generale, che freme e sarebbe pronta a scendere in piazza in massa contro il disarmo; ma viene tenuta a freno dalla tattica prudente dei dirigenti, che, al momento, ancora non lasciano nemmeno l’esecutivo, nonostante l’aperta ostilità.

Proponiamo un editoriale di Al-Akhbar, quotidiano laico e progressista, sostenitore della Resistenza, che bene ne esprime lo stato d’animo ed invita Hezbollah a liberarsi dalle pastoie dei compromessi infiniti con le forze politiche filo imperialiste, ritirando i propri ministri dal governo.

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Il Libano non ha più bisogno di questo governo

Il presidente libanese Joseph Aoun sapeva che la sua elezioni era il frutto di un’imposizione esterna in un momento di rimpasto regionale. Era anche ben consapevole che mantenere Najib Mikati avrebbe placato le preoccupazioni della classe dirigente riguardo all’avere un presidente loro imposto dall’esterno. Ma quando Nawaf Salam è stato nominato primo ministro senza alcuna consultazione, il quadro divenne molto chiaro per Aoun: tutte le regole del gioco vengono ora dettate dall’estero.

Dopo la guerra di Israele contro il Libano, il cessate il fuoco ha messo in luce lo squilibrio nell’ordine politico interno del Paese, che si estendeva alla resistenza stessa. Hezbollah si rese presto conto che l’accordo non era all’altezza dei sacrifici compiuti per fronteggiare l’aggressione. Eppure, la strada scelta era quella della ripresa e del recupero di terreno dopo una battaglia estenuante.

E nonostante le infinite aggressioni israeliane che sono costate a Hezbollah ulteriori martiri e distruzioni, il partito ha rispettato pienamente il cessate il fuoco. Ma questo non è stato il comportamento di una forza sconfitta. La resistenza non si è inchinata né ha accennato ad arrendersi, e il nemico ha compreso subito questa situazione.

Allo scadere del termine di sessanta giorni, Israele concluse che il tentativo di evitare una ripresa delle ostilità con Hezbollah non poteva essere sostenuto solo da Tel Aviv. Anche Washington, Riyadh e i loro alleati libanesi dovevano fare la loro parte. Iniziò così la campagna interna sotto il titolo di “monopolio di Stato sulle armi”, uno slogan il cui unico vero obiettivo era il disarmo della resistenza.

Israele, già diffidente e scosso dopo il “diluvio di al-Aqsa”, ha visto terreno fertile per gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e i loro alleati locali per fare pressione su Hezbollah. L’obiettivo principale era quello di assediare il partito e costringerlo a concessioni simili a quelle fatte in materia politica e governativa.

La moderazione di Hezbollah, sia sul fronte con Israele che negli affari interni, è stata erroneamente interpretata come debolezza. Questa percezione ha innescato un nuovo progetto politico volto a rompere l’alleanza del partito con il Presidente Nabih Berri e, in definitiva, a privare la resistenza delle sue armi.

Ma Hezbollah aveva semplicemente cercato di evitare conflitti interni. Aveva abbandonato la retorica delle minacce verso Israele, ammorbidito i toni con le forze locali e agito con cautela all’interno del fragile assetto politico del Libano. Non aveva alcuna intenzione di innescare alcun conflitto.

Ma quando Aoun e Salam si si sono schierati apertamente con i piani statunitensi, Hezbollah è stato costretto a cambiare rotta. La dichiarazione dello sceicco Naim Qassem, secondo cui la resistenza non avrebbe mai ceduto le armi e fosse pronta a una battaglia “simile a quella di Karbala”, se necessario, ha scosso drammaticamente il panorama politico.

Persino Berri si è reso conto che il compromesso non era mai stato l’obiettivo della controparte. Tutto ciò che stava accadendo era una cieca obbedienza agli ordini stranieri: colpire la resistenza, anche a rischio di una guerra civile.

L’atteggiamento apertamente ostile della delegazione statunitense durante la sua ultima visita, inclusa la schietta dichiarazione del senatore Lindsey Graham secondo cui Washington non avrebbe chiesto nulla a Israele prima che il governo libanese iniziasse il disarmo, non ha fatto che rafforzare questo scenario.

Berri ha risposto con fermezza, affermando che qualsiasi tentativo di contrapporre l’esercito alla resistenza avrebbe devastato l’unità nazionale e la pace civile.

Oggi, il Libano si trova a un altro bivio cruciale. Aoun e Salam stanno ancora portando avanti questo progetto, anche dopo che Israele stesso ha rinnegato il documento statunitense e Barrack ha apertamente ammesso che la sua proposta non aveva l’approvazione israeliana.

Il significato non potrebbe essere più chiaro: Aoun e Salam stanno dimostrando ancora una volta che la loro preoccupazione non è il Libano, ma la soddisfazione di coloro che li hanno messi al potere. La loro priorità è compiacere Washington e Riad. Convinti che la resistenza non abbia altra scelta che disarmarsi, si aggrappano a un unico ritornello: quel rifiuto trascinerà il Libano in una nuova guerra e porterà la comunità sciita alla rovina.

Con funzionari di questo tipo, il dialogo è inutile. La vera domanda ora è se permangano basi per una partnership, con loro o con il più ampio blocco politico allineato al piano USA-Arabia Saudita-Israele di smantellare la resistenza e prendere il controllo degli apparati politici e di sicurezza del Libano.

Pertanto, rimanere parte del governo non è più solo discutibile, ma piuttosto insostenibile. Il crollo delle istituzioni statali come strumento per affrontare le crisi del paese lascia la resistenza e i suoi alleati liberi dai vincoli di questo cosiddetto accordo.

Per quanto riguarda il fronte con Israele, la risposta alla domanda se la guerra tornerà non attenderà sicuramente le riunioni del governo, ma sarà il risultato dell’evolversi della realtà in Palestina e in tutta la regione.

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06/08/2025

Hiroshima 80 anni dopo: “Nuovo rischio nucleare? Gli Usa hanno la leadership più dissennata che abbiano mai avuto”

Frank von Hippel è professore emerito all'università di Princeton ed ex consigliere dell'amministrazione Clinton. Nel giugno del 1945 suo nonno organizzò un gruppo di scienziati che cercarono di dissuadere il governo americano dall'usare l'atomica contro il Giappone.

Ha dedicato la vita al controllo degli armamenti. Professore emerito all’università di Princeton ed ex consigliere della Casa Bianca durante la presidenza di Bill Clinton, Frank von Hippel ha una storia speciale: il nonno, James Franck, premio Nobel per la fisica, si dimise dall’università tedesca di Gottinga nell’aprile del 1933 per protesta contro il regime di Adolf Hitler, andò negli Stati Uniti, lavorò al Progetto Manhattan per la costruzione della prima bomba atomica, ma nel giugno del 1945, organizzò un gruppo di scienziati che cercarono, invano, di consigliare al governo americano di non usare l’atomica contro il Giappone e di usarla solo a scopo dimostrativo su un’area deserta, di fronte a rappresentanti delle Nazioni Unite. Il Fatto l’ha intervistato mentre il mondo commemora l’80° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima, avvenuto il 6 agosto 1945.

Professore, lei ha mai lavorato alle armi nucleari?

Mai. Ho avuto una vita molto meno complicata di quella di mio nonno.

Come fu coinvolto nel lavoro con i consiglieri di Mikhail Gorbaciov, come Evgeny Velikhov?

Fu il risultato della proposta di Reagan che chiamiamo “Star Wars”. La difesa antimissile era stata oggetto di dibattito un decennio prima e io credo che questo dibattito fu possibile grazie al Pugwash (l’organizzazione internazionale per il disarmo nucleare, nata dal Manifesto di Russell-Einstein, ndr): gli scienziati americani e quelli sovietici avevano discusso la difesa antimissile e avevano concluso che non funzionava – perché era troppo facile creare delle contromisure – e avrebbe innescato una corsa agli armamenti. E quindi si arrivò a un trattato nel 1972 che limitava i sistemi di difesa antimissili balistici [il Trattato ABM, che l’amministrazione di George W. Bush abbandonò unilateralmente nel 2002, ndr]. Dopo che Reagan fece il suo discorso sulle Guerre Spaziali, nel 1983, un gruppo di scienziati sovietici, riuniti da Velikhov, scrisse una lettera aperta agli scienziati americani, chiedendo se avessimo cambiato idea. In quel periodo, io ero il presidente della Federation of American Scientists, un’organizzazione che promuove il controllo degli armamenti, creata da alcuni scienziati del Progetto Manhattan, dopo la fine della Seconda guerra mondiale. E noi rispondemmo di non aver cambiato idea e suggerimmo di recarci a Mosca per discutere come affrontare la situazione. Ci invitarono e continuammo le discussioni per due anni, poi quando Gorbaciov andò al potere, venimmo a sapere che Velikhov e (Roald) Sagdeev erano diventati i suoi consiglieri. Gorbaciov dette il via a iniziative unilaterali, partendo da una moratoria unilaterale dei test nucleari e noi supportammo quelle iniziative.

Quale considera il risultato più importante di quello sforzo con l’Unione Sovietica?

Due risultati importanti, credo. Il primo è la messa al bando totale dei test nucleari e il secondo è che ci fu una riduzione di circa l’85 percento degli arsenali nucleari di Stati Uniti e Unione Sovietica-Russia, grazie a una serie di trattati.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica lei ha anche contribuito a mettere in sicurezza alcuni siti nucleari russi...

Ancora una volta l’iniziativa fu di Velikhov. In quel periodo ero alla Casa Bianca e ricordo in modo particolare l’uranio arricchito conservato in quello che appariva come un armadietto delle scuole superiori!

L’Italia è il paese europeo con il più alto numero di armi nucleari tattiche americane. E sono arrivate da poco le nuove bombe B61-12. L’opinione pubblica non è particolarmente preoccupata, perché crede che tanto le armi nucleari non verranno mai usate. Lei come commenta?

È possibile avere una leadership dissennata. E in questo momento ce l’abbiamo. Negli Stati Uniti abbiamo la leadership più dissennata di sempre. E io non mi fido di loro, quando si tratta di armi nucleari.

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04/08/2025

L’Occidente vuole disarmare la Resistenza, i regimi arabi si accordano

Il nuovo mantra della diplomazia occidentale per alleggerire le pressioni internazionali sul regime sionista è “la resistenza deve disarmare”. Questo è, infatti, il filo rosso che unisce le ultime mosse su tre terreni, quello palestinese, quello libanese e quello iracheno.

In tutti e tre i casi si cerca di ottenere con la pressione diplomatica quello che con le guerre imperialiste non si è riuscito ad ottenere, ovvero che rispettivamente le organizzazioni della Resistenza Palestinese, Hezbollah e le Forze di Mobilitazione Popolare depongano spontaneamente le armi; la motivazione “seducente” è il “ristabilimento della democrazia e della sovranità nazionale”, a beneficio delle rispettive autorità considerate legittime, ovvero l’Autorità Nazionale Palestinese, lo stato libanese e quello iracheno, che vengono attualmente dipinte come ostaggio, appunto, delle organizzazioni della resistenza e del loro agire come proxy dell’Iran.

Si tratta di una mistificazione totale perché la storia e la realtà sul terreno dicono che, nel caso in cui le varie organizzazioni della Resistenza dovessero lasciare indifese le loro comunità, queste verrebbero immediatamente fatte oggetto dell’espansionismo sionista o di massacri settari ancora di più di quanto non lo siano ora.

Senza che nessuno dei presunti difensori della della “sovranità nazionale” dei loro paesi faccia nulla per aiutarle. Si veda cosa sta succedendo agli alawiti e alle altre minoranze in Siria o, per guardare indietro nel tempo, cosa successe a Sabra e Shatila.

Ciò è vero anche perché, nel frattempo, le entità che dovrebbero essere depositarie di questa sovranità nazionale, ovvero, come detto, ANP, stato iracheno e stato libanese, nel frattempo non è che vengano aiutate e legittimate, bensì vengono a loro volta fatte oggetto di pressioni e sanzioni con il pretesto che non sono adeguate al compito di disarmare la Resistenza e ristabilire la propria autorità.

La cosa grave è che a questa narrativa si stanno accodando, per subalternità o interessi geopolitici, molti paesi arabai e islamici, i quali spingono per portarsi dietro anche i BRICS.

Martedì scorso, Francia e Arabia Saudita hanno promosso una conferenza presso le Nazioni Unite con lo scopo di riaprire il negoziato sulla questione palestinese. Ne è venuto fuori un documento dall’impronta chiaramente equidistante nell’attribuzione delle responsabilità del genocidio in atto a Gaza: “Condanniamo gli attacchi commessi da Hamas contro i civili il 7 ottobre. Condanniamo inoltre gli attacchi di Israele contro i civili a Gaza e le infrastrutture civili, l’assedio e la fame, che hanno provocato una devastante catastrofe umanitaria. Guerra, occupazione, terrore e sfollamenti forzati non possono garantire né la pace né la sicurezza. Solo una soluzione politica può farlo”.

La parte più importante, però riguarda la proposta politica: per una “una conclusione permanente delle ostilità”, ad Hamas viene chiesto di rilasciare tutti gli ostaggi (senza, dunque, negoziare scambi con le migliaia di ostaggi palestinesi nelle carceri sioniste) e di “porre fine al suo dominio su Gaza e consegnare le armi all’Autorità Palestinese, con il coinvolgimento e il sostegno della comunità internazionale, in linea con l’obiettivo di uno Stato palestinese sovrano e indipendente”.

Da parte sua l’ANP, con l’ausilio di una “missione internazionale temporanea di stabilizzazione sotto l’egida dell’ONU” dovrebbe impegnarsi a tenere “elezioni generali e presidenziali trasparenti e democratiche” entro un anno.

Sembra un piano di buon senso, ma in realtà è una replica di quelli già disattesi negli anni ‘90; inoltre, tutti sanno che l’ANP non ha la forza, l’autorevolezza ed il consenso per ottemperare ai compiti richiesti e che, nel caso in cui Hamas e le altre organizzazioni della Resistenza Palestinese disarmassero, immediatamente i loro membri e la popolazione di quelle che sono percepite come le loro roccaforti verrebbero fatti oggetto di massacri.

Per non parlare del fatto che sia la Striscia di Gaza che la Cisgiordania verrebbero immediatamente occupate completamente, senza dar modo a nessuna missione internazionali di insediarsi. Infatti, ovviamente, Netranyahu e la sua cricca di genocidiari hanno detto “no” a questo piano e nemmeno gli USA hanno aderito; anzi, nei giorni scorsi hanno sanzionato anche alcuni membri dell’ANP.

Fra i firmatari ci sono anche paesi che portano avanti la mediazione per il cessate a fuoco a Gaza con Hamas – l’Egitto e il Qatar – o dichiarano di sostenerlo (la Turchia) e, contemporaneamente, ora ne chiedono il disarmo. La motivazione che adducono questi paesi è che, in tal modo, si fermano la guerra ed i massacri.

In realtà, ponendo come condizione il disarmo della Resistenza, si fornisce l’alibi per continuare la guerra all’infinito, dando fiato alla retorica bugiarda dei filosionisti secondo cui “la guerra finirebbe immediatamente se Hamas liberasse gli ostaggi e posasse le armi”, mentre Netanyahu, Smotric, Ben Gvir e Trump parlano apertamente di deportazioni di massa e pulizia etnica quali veri scopi della guerra.

Stesso discorso, ma su scala, al momento, ridotta, riguarda il Libano. L’inviato americano Barrack continua a fare la spola fra Ankara, dove è ambasciatore, e Beirut per fare pressione sul presidente della Repubblica Aoun e sul Primo Ministro Salam affinché sia impostata una road map che porti al disarmo di Hezbollah entro l’anno. Altrimenti, dicono chiaramente i funzionari USA, gli attacchi sionisti continueranno (in spregio del cessate il fuoco raggiunto a novembre scorso, che appare già un lontano ricordo) e le istituzioni finanziarie internazionali continueranno a non aiutare il Libano ad uscire dalla sua crisi economica.

Il Presidente Aoun non può far altro che assecondare Barrack, nelle proprie dichiarazioni pubbliche, ma sa che l’esercito libanese non è minimamente in grado di esigere il disarmo di Hezbollah, che dovrebbe prendere autonomamente questa decisione.

Il movimento sciita ha ottemperato alla richiesta di ritirare le proprie milizie al nord del fiume Litani e ciò, di fatto, ha già comportato la consegna di alcuni depositi di armi all’esercito libanese. Tuttavia, per bocca del suo Segretario generale Naim Qassem, continua ad escludere categoricamente di voler disarmare: “Hezbollah non ha alcuna intenzione di consegnare le sue armi, né gradualmente né secondo alcun meccanismo proposto, soprattutto perché le circostanze e le dinamiche regionali rendono il disarmo una forma di suicidio. Siamo un popolo che rifiuta l’umiliazione, che non rinuncerà alla propria terra e che non consegnerà mai le proprie armi al nemico israeliano”, ha dichiarato a inizio luglio.

Altri esponenti affermano che la questione delle armi potrà essere trattata nell’ambito di un riassetto generale delle strategie difensive del Libano, dopo che vi sarà stata la completa adesione del regime sionista ai termini del cessate il fuoco; questi discorsi sembrano aprire a forme di integrazione delle milizie sciite all’interno dell’esercito nazionale. Tuttavia ogni discorso del genere è prematuro anche perché fino ad ora nessuno è in grado di garantire che, nel caso Hezbollah disarmasse domattina, poi il sud del Libano non verrebbe rioccupato e la minoranza sciita massacrata.

Il governo libanese, per il momento, continua a prendere tempo nella speranza che le pressioni internazionali pieghino Hezbollah. Sul paese incombe sempre lo spettro della guerra civile, che le componenti politiche post-falangiste e quelle filo-saudite potrebbero provocare proprio con il pretesto del mancato disarmo del movimento libanese.

Immediatamente dopo, data la sproporzione delle forze, seguirebbe la richiesta dell’intervento esterno, che arriverebbe a colpire Hezbollah con il finto scopo di “stabilire un disarmo generale delle milizie ed il monopolio dello stato centrale sulle armi”. Ci sono da attendersi provocazioni nei confronti di Hezbollah in tal senso, specie se si giungesse ad un cessate il fuoco a Gaza.

C’è poi il terzo fronte, quello dell’Iraq, che ha le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), milizie nate nel 2014 grazie ai finanziamenti e agli armamenti iraniani per combattere l’Isis e formate prevalentemente da unità sciite, affiancate da turkmeni, cristiani e dall’ala yezida del PKK. Ovviamente sono accusate dall’Occidente e dalle petromonarchie del golfo di essere uno strumento d’intervento dell’Iran nella politica irachena specie da quando, nel 2016, sono state formalmente inserite nell’esercito nazionale iracheno.

Gli USA stanno intensificando le loro pressioni affinché tali milizie vengano sciolte e, ovviamente, promettono sanzioni se ciò non dovesse verificarsi. Intanto, alcune forze politiche minacciano di boicottare le elezioni a causa di quello che ritengono essere il crescente potere delle PMF e la loro crescente integrazione negli apparati statali.

Il casus belli che potrebbe far precipitare la situazione, specie se continuasse a ripetersi, è il verificarsi di una serie di attacchi di droni, non rivendicati da nessuno, che hanno colpito molte infrastrutture nella regione autonoma curda. Immediatamente il dito è stato puntato contro le PMF, che hanno una serie di conti in sospeso con il clan Barzani.

In definitiva, tutte queste pressioni nei confronti delle organizzazioni dell’Asse della Resistenza sono effettuate col pretesto di “pacificare l’area” ma, in realtà, pongono le basi per continuare le guerre indefinitamente, addossando le responsabilità non alle forze genocide e a chi le sostiene, bensì a tali organizzazioni per il loro mancato disarmo.

Esse si stanno intensificando a causa della caduta del regime baathista, che consentiva massima agibilità politica sul proprio territorio a tutte queste organizzazioni, e a causa del minore supporto che il governo “riformista” dell’Iran fornisce loro rispetto ai precedenti governi. Tuttavia, il fatto più grave è costituito dal marcato collaborazionismo dei paesi arabi e islamici che emettono continue dichiarazioni contro i massacri sionisti, ma poi contribuiscono al loro protrarsi.

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12/07/2025

Turchia - Il PKK disarma. E ora?

Le fiamme che hanno avvolto i mitra ieri mattina nella valle montuosa di Jasana, nel nord dell’Iraq, hanno illuminato non solo una cerimonia simbolica, ma un momento decisivo per un intero popolo. Davanti agli occhi di funzionari turchi, iracheni e curdi, trenta combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) – metà dei quali donne – hanno dato fuoco al proprio arsenale, suggellando con quel gesto la fine di una lotta armata durata oltre quarant’anni. Con le armi allineate in un grande calderone di metallo, i militanti, in uniformi beige, hanno consegnato simbolicamente un pezzo della propria identità e della loro esistenza.

Al centro della cerimonia Bese Hozat, comandante del PKK, che ha letto ad alta voce – prima in turco, poi in curdo – la dichiarazione con cui il movimento armato nato nel 1978 annunciava la sua trasformazione: «Distruggiamo volontariamente le nostre armi, in vostra presenza, come gesto di buona volontà e determinazione». Alle sue spalle i militanti più giovani, molti dei quali nati quando il conflitto era già in corso, e quelli dei funzionari dei servizi segreti turchi e iracheni, rappresentanti del governo regionale del Kurdistan, esponenti del partito filo-curdo turco DEM. Presenze che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili accanto a dirigenti del PKK.

Il processo di disarmo era stato annunciato pubblicamente già a maggio, dopo un appello di Abdullah Ocalan, storico leader del PKK detenuto dal 1999 nell’isola-prigione turca di Imrali. In un raro videomessaggio diffuso mercoledì scorso, Ocalan è tornato a parlare, invocando la creazione di una commissione parlamentare turca che supervisioni il disarmo e apra la strada a una pace duratura.

Un conflitto lungo quattro decenni

La nascita del PKK, nel 1978, fu la risposta di una generazione curda all’annichilimento delle istanze culturali e politiche nel sud-est della Turchia. La svolta armata arrivò nel 1984, con il primo attacco contro obiettivi militari turchi. Da allora, ondate di repressione, operazioni militari, controinsurrezioni e una diaspora curda sempre più politicizzata hanno accompagnato la storia del movimento. Negli ultimi anni, pressato militarmente, il PKK aveva arretrato oltreconfine, rifugiandosi in zone montuose nel nord dell’Iraq. È da lì che, paradossalmente, ora arriva il segnale più forte di cambiamento.

La portata di quanto accaduto ieri non si ferma al gesto simbolico del rogo delle armi. La fine delle ostilità tra il PKK e Ankara potrebbe incidere direttamente anche in Siria, dove milizie curde alleate del PKK, come le YPG, controllano ampie porzioni del nord-est del Paese. Gli Stati Uniti, che hanno sostenuto tali forze nella lotta all’ISIS, premono da mesi per una loro integrazione nella futura architettura di sicurezza siriana post- Bashar Assad, il presidente caduto a dicembre. Ankara, che ha sempre considerato le YPG un’estensione del PKK, potrebbe ora attenuare le proprie opposizioni.

Un processo fragile

Secondo fonti del governo turco, il disarmo rappresenta una «svolta irreversibile». I prossimi passi, dicono, includeranno la reintegrazione dei membri del PKK nella società turca, un’amnistia selettiva e programmi per la riconciliazione nelle province curde. Un processo che non sarà privo di ostacoli. All’interno del partito di governo e tra i vertici dell’apparato militare e giudiziario, rimane forte l’opposizione a qualsiasi concessione percepita come una “legittimazione” del PKK. Allo stesso tempo, esiste un’aspettativa crescente tra le comunità curde per riforme concrete: il riconoscimento della lingua curda nei programmi scolastici, la decentralizzazione amministrativa, la fine dello stato di emergenza de facto in molte province orientali.

Il partito DEM, che ha svolto un ruolo di mediazione nel processo e che ha ottenuto importanti successi alle recenti elezioni amministrative, ha già presentato una lista di richieste che includono la revisione delle leggi antiterrorismo e l’abolizione dei limiti alla partecipazione politica dei curdi. La loro posizione è chiara: la pace non potrà fondarsi soltanto sulla resa delle armi, ma dovrà costruirsi sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza.

Oltre il disarmo, una questione politica

Il disarmo del PKK segna un passaggio epocale, ma non rappresenta la conclusione della “questione curda” in Turchia. Come sottolineano numerosi osservatori, la vera sfida è politica. E la figura di Ocalan, pur detenuto da oltre venticinque anni, rimane centrale. La sua immagine, ben visibile alla cerimonia di Jasana, ha confermato che il suo ruolo simbolico non è venuto meno. Ma ora serve altro, soprattutto occorre verificare le reali intenzioni di Erdogan che riceve il “regalo” della fine della lotta armata del PKK offrendo in cambio garanzie vaghe su diritti fondamentali che i curdi reclamano da decenni. Uno dei pericoli è che il leader turco, liberatosi della spina nel fianco rappresentata dal PKK, usi il rafforzamento della sua leadership per portare avanti la sua politica ultranazionalista in forma più attenuata verso i curdi in patria e allo stesso tempo continui la linea del pugno di ferro contro gli altri curdi nella regione.

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