di Michele Giorgio
Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.
I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.
Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.
Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.
In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.
Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.
Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Pretesto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pretesto. Mostra tutti i post
10/11/2025
Gli USA abbaiano davanti al Venezuela
di Fabio Mini
È risaputo che la guerra ha bisogno di pretesti. Soprattutto quando i motivi sono deboli o ingiustificabili, ma anche quando ne esistono di gravi e concreti. Si inventano le cose più strane, come quella del Faraone che mosse guerra all’avversario distante migliaia di chilometri perché le rane del suo stagno gli disturbavano il sonno.
O il falso incidente del Golfo del Tonchino che portò all’escalation in Vietnam, o le false prove per la guerra in Iraq. I pretesti sono anche il foraggio destinato ai popoli e ai poveracci che in guerra ci devono andare. Il foraggio dà coraggio.
Più sottili e meno strombazzati sono i pretesti indirizzati ai potenti che devono decidere la guerra. La Germania entrò nella Prima guerra mondiale anche se il Kaiser Guglielmo II non era molto d’accordo. I suoi vertici militari lo convinsero sostenendo che la mobilitazione era già stata dichiarata e non si poteva tornare indietro. Non era ancora stato sparato un colpo, salvo quelli che avevano ammazzato l’arciduca Ferdinando e sua moglie, ma di questo al Kaiser non gliene fregava molto come pure alla stessa Austria-Ungheria.
Il pretesto della mobilitazione diventò però un cardine della guerra: la mobilitazione generale, ovvero l’invio ai cittadini delle cartoline di richiamo o chiamata alle armi, era già un atto di guerra.
E se ancora oggi la Russia, gli Stati Uniti, la Nato e gli europei possono fingere di non essere in guerra è perché non hanno dichiarato la mobilitazione generale. Nello schieramento di guerra che si va formando in Europa contro la Russia i motivi sono labili e per questo ogni cinque minuti c’è un tizio o una tizia che incitano la folla alla guerra, che denunciano un incidente, una violazione altrui mentendo sulle proprie.
Fortunatamente, le folle non rispondono più come greggi e ignorano persino i cani dei pastori, ma sfortunatamente sono i leader a essere diventati un gregge e i cani che abbaiano li indirizzano dove vogliono.
L’Europa e la Nato sono un esempio concreto e palese di questa frenesia bellica che alberga nella mente e nei portafogli di chi vuole la guerra: tante greggi, tanti cani, tanti pastori non sempre d’accordo, ognuno con il proprio ego da soddisfare, ognuno con un obiettivo diverso.
In America la situazione è più semplice. Il gregge è ancora compatto, il pastore è uno e i cani sono tanti, ma non stanno attaccati alle gambe delle pecore, si accontentano di azzannare quelle del pastore. E sono questi cani, i maestri dei pretesti.
Gli Stati Uniti si stanno preparando per un’azione militare in Venezuela tendente a un cambio di regime. Niente di nuovo. Siamo abituati al metodo ma non tutti si sono rassegnati ad accettarlo. La Direttrice dell’Intelligence statunitense Tulsi Gabbard sta sussurrando che il tempo dei regime change è finito. Viene dalle Hawaii nelle quali non è stata ancora digerita la colonizzazione Usa che ha portato un po’ di prosperità a scapito della dignità.
I cani abbaiano forte contro il Venezuela parlando di lotta alla droga, di regime antidemocratico, di rovesciare un governo corrotto che ha impoverito il Paese. Tutte cose da dimostrare, salvo il fatto dell’impoverimento che è vero ma che dipende dalle sanzioni americane che, come è noto, colpiscono sempre i poveracci e mai i corrotti e i corruttori.
Abbaiano sostenendo una squadra di corrotti rifugiati e coccolati negli Stati Uniti che tramano contro il Venezuela dai tempi di Chávez e vorrebbero mettere al governo una signora a cui è stato conferito il premio Nobel per la Pace per aver chiesto agli Stati Uniti d’invadere il suo Paese con le armi.
Abbaiano per il petrolio che vorrebbero gratis sottraendolo ai venezuelani, abbaiano per le concessioni minerarie del ricco arco minerario, abbaiano per qualsiasi cosa meno per quello che è il reale scopo dell’operazione: la dimostrazione di potenza nei confronti di Cina e Russia. Uno scopo scontato ma certamente non utile da sbandierare in questo momento di altalena dei rapporti internazionali fra Stati Uniti, Cina, Russia, Brics e altri.
Un azzardo pericoloso anche per i complicati rapporti interni tra le amministrazioni e tra i membri dello stesso Partito Repubblicano che si oppongono a qualsiasi iniziativa di colloqui con le altre potenze che non siano già parte del gregge.
Sono gli stessi che vorrebbero la linea dura in Ucraina entrando apertamente in guerra contro la Russia. Quelli che brindano con il presidente per aver staccato l’Europa dalla Russia e averla incastrata in un vicolo cieco. Che brindano, senza di lui, per i fallimenti dei negoziati per l’Ucraina, ma non brindano affatto per il successo presidenziale a Gaza né per la politica fallimentare in Medio Oriente, in Asia e nel Sudamerica.
Sono gli stessi che pensano che una vittoria facile possa rimediare a tutte le difficoltà attuali. Quelli che non pensano al prima e neppure al dopo. Al prima appartengono tutte le facili operazioni coperte e scoperte di cambio di regime che sono fallite lasciando distruzioni, morti, rifugiati e nessuna prospettiva per il futuro. Al dopo appartengono le conseguenze di un intervento armato che comprometterebbe definitivamente i rapporti con il resto del mondo, a partire da quel giardino dietro casa.
L’opinione pubblica mondiale è già contraria all’intervento militare in Venezuela non tanto per salvare il presidente Maduro, ma per ribadire il concetto già espresso dalla Gabbard. Fine dei cambi di regime con la forza, degli interventi esterni non richiesti, dei colpi di Stato eterodiretti.
Russia e Cina condividono lo stesso approccio. La prima perché sostiene che i suoi interventi militari in Georgia e Ucraina sono stati provocati dagli Stati Uniti e dagli europei con la rivoluzione delle rose del 2003 in Georgia e quella arancione del 2004 in Ucraina, il colpo di mano militare del 2008 in Georgia, il colpo di Stato del 2014 e la seguente guerra di repressione in Ucraina, e poi con la truffa degli accordi di Minsk del 2015. La seconda (la Cina) si oppone perché non ha mai condotto una sola operazione di quel tipo.
Entrambe rigettano la mentalità di provocare tragedie per intere popolazioni al solo scopo di mostrare i muscoli. Una potenza che ha bisogno di essere dimostrata con questi metodi è già una potenza fallita. Fra una decina di giorni è prevista una conferenza internazionale per la pace a Caracas. Potrebbe essere troppo tardi per il Venezuela.
Il New York Times ha già anticipato le opzioni militari per colpire il Paese:
1. attacco alle strutture militari e sedi istituzionali e politiche con conseguente collasso governativo;
2. operazione di forze speciali per rapire Maduro e la leadership politica e portarla negli Stati Uniti (tipo Noriega, Panama 1988);
3. invasione e occupazione di strutture strategiche ed economiche d’interesse della Russia e della Cina.
Trump sembra essere in dubbio su quale opzione scegliere, se adottarle tutte contemporaneamente o in sequenza o non adottarne nessuna. Forse è l’unico ad avere dubbi sulla facilità dell’esecuzione e sulle conseguenze e spera che Maduro si consegni o scappi all’estero.
Ma potrebbe essere troppo tardi anche per gli Stati Uniti. Purtroppo, Trump si è talmente sbilanciato negli insulti a Maduro e nelle promesse ai suoi oppositori e ha lasciato che fossero schierate tali e tante forze nei Caraibi che ora ha il pretesto di non potersi tirare indietro senza perdere la faccia.
Ebbene, l’invasione o qualsiasi ricorso alla forza sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità degli Stati Uniti quando asseriscono di essere una potenza benigna. Inoltre, “perdere la faccia” è il più puerile e mafioso dei motivi per scatenare una guerra e comunque è il peggiore dei pretesti.
Fonte
È risaputo che la guerra ha bisogno di pretesti. Soprattutto quando i motivi sono deboli o ingiustificabili, ma anche quando ne esistono di gravi e concreti. Si inventano le cose più strane, come quella del Faraone che mosse guerra all’avversario distante migliaia di chilometri perché le rane del suo stagno gli disturbavano il sonno.
O il falso incidente del Golfo del Tonchino che portò all’escalation in Vietnam, o le false prove per la guerra in Iraq. I pretesti sono anche il foraggio destinato ai popoli e ai poveracci che in guerra ci devono andare. Il foraggio dà coraggio.
Più sottili e meno strombazzati sono i pretesti indirizzati ai potenti che devono decidere la guerra. La Germania entrò nella Prima guerra mondiale anche se il Kaiser Guglielmo II non era molto d’accordo. I suoi vertici militari lo convinsero sostenendo che la mobilitazione era già stata dichiarata e non si poteva tornare indietro. Non era ancora stato sparato un colpo, salvo quelli che avevano ammazzato l’arciduca Ferdinando e sua moglie, ma di questo al Kaiser non gliene fregava molto come pure alla stessa Austria-Ungheria.
Il pretesto della mobilitazione diventò però un cardine della guerra: la mobilitazione generale, ovvero l’invio ai cittadini delle cartoline di richiamo o chiamata alle armi, era già un atto di guerra.
E se ancora oggi la Russia, gli Stati Uniti, la Nato e gli europei possono fingere di non essere in guerra è perché non hanno dichiarato la mobilitazione generale. Nello schieramento di guerra che si va formando in Europa contro la Russia i motivi sono labili e per questo ogni cinque minuti c’è un tizio o una tizia che incitano la folla alla guerra, che denunciano un incidente, una violazione altrui mentendo sulle proprie.
Fortunatamente, le folle non rispondono più come greggi e ignorano persino i cani dei pastori, ma sfortunatamente sono i leader a essere diventati un gregge e i cani che abbaiano li indirizzano dove vogliono.
L’Europa e la Nato sono un esempio concreto e palese di questa frenesia bellica che alberga nella mente e nei portafogli di chi vuole la guerra: tante greggi, tanti cani, tanti pastori non sempre d’accordo, ognuno con il proprio ego da soddisfare, ognuno con un obiettivo diverso.
In America la situazione è più semplice. Il gregge è ancora compatto, il pastore è uno e i cani sono tanti, ma non stanno attaccati alle gambe delle pecore, si accontentano di azzannare quelle del pastore. E sono questi cani, i maestri dei pretesti.
Gli Stati Uniti si stanno preparando per un’azione militare in Venezuela tendente a un cambio di regime. Niente di nuovo. Siamo abituati al metodo ma non tutti si sono rassegnati ad accettarlo. La Direttrice dell’Intelligence statunitense Tulsi Gabbard sta sussurrando che il tempo dei regime change è finito. Viene dalle Hawaii nelle quali non è stata ancora digerita la colonizzazione Usa che ha portato un po’ di prosperità a scapito della dignità.
I cani abbaiano forte contro il Venezuela parlando di lotta alla droga, di regime antidemocratico, di rovesciare un governo corrotto che ha impoverito il Paese. Tutte cose da dimostrare, salvo il fatto dell’impoverimento che è vero ma che dipende dalle sanzioni americane che, come è noto, colpiscono sempre i poveracci e mai i corrotti e i corruttori.
Abbaiano sostenendo una squadra di corrotti rifugiati e coccolati negli Stati Uniti che tramano contro il Venezuela dai tempi di Chávez e vorrebbero mettere al governo una signora a cui è stato conferito il premio Nobel per la Pace per aver chiesto agli Stati Uniti d’invadere il suo Paese con le armi.
Abbaiano per il petrolio che vorrebbero gratis sottraendolo ai venezuelani, abbaiano per le concessioni minerarie del ricco arco minerario, abbaiano per qualsiasi cosa meno per quello che è il reale scopo dell’operazione: la dimostrazione di potenza nei confronti di Cina e Russia. Uno scopo scontato ma certamente non utile da sbandierare in questo momento di altalena dei rapporti internazionali fra Stati Uniti, Cina, Russia, Brics e altri.
Un azzardo pericoloso anche per i complicati rapporti interni tra le amministrazioni e tra i membri dello stesso Partito Repubblicano che si oppongono a qualsiasi iniziativa di colloqui con le altre potenze che non siano già parte del gregge.
Sono gli stessi che vorrebbero la linea dura in Ucraina entrando apertamente in guerra contro la Russia. Quelli che brindano con il presidente per aver staccato l’Europa dalla Russia e averla incastrata in un vicolo cieco. Che brindano, senza di lui, per i fallimenti dei negoziati per l’Ucraina, ma non brindano affatto per il successo presidenziale a Gaza né per la politica fallimentare in Medio Oriente, in Asia e nel Sudamerica.
Sono gli stessi che pensano che una vittoria facile possa rimediare a tutte le difficoltà attuali. Quelli che non pensano al prima e neppure al dopo. Al prima appartengono tutte le facili operazioni coperte e scoperte di cambio di regime che sono fallite lasciando distruzioni, morti, rifugiati e nessuna prospettiva per il futuro. Al dopo appartengono le conseguenze di un intervento armato che comprometterebbe definitivamente i rapporti con il resto del mondo, a partire da quel giardino dietro casa.
L’opinione pubblica mondiale è già contraria all’intervento militare in Venezuela non tanto per salvare il presidente Maduro, ma per ribadire il concetto già espresso dalla Gabbard. Fine dei cambi di regime con la forza, degli interventi esterni non richiesti, dei colpi di Stato eterodiretti.
Russia e Cina condividono lo stesso approccio. La prima perché sostiene che i suoi interventi militari in Georgia e Ucraina sono stati provocati dagli Stati Uniti e dagli europei con la rivoluzione delle rose del 2003 in Georgia e quella arancione del 2004 in Ucraina, il colpo di mano militare del 2008 in Georgia, il colpo di Stato del 2014 e la seguente guerra di repressione in Ucraina, e poi con la truffa degli accordi di Minsk del 2015. La seconda (la Cina) si oppone perché non ha mai condotto una sola operazione di quel tipo.
Entrambe rigettano la mentalità di provocare tragedie per intere popolazioni al solo scopo di mostrare i muscoli. Una potenza che ha bisogno di essere dimostrata con questi metodi è già una potenza fallita. Fra una decina di giorni è prevista una conferenza internazionale per la pace a Caracas. Potrebbe essere troppo tardi per il Venezuela.
Il New York Times ha già anticipato le opzioni militari per colpire il Paese:
1. attacco alle strutture militari e sedi istituzionali e politiche con conseguente collasso governativo;
2. operazione di forze speciali per rapire Maduro e la leadership politica e portarla negli Stati Uniti (tipo Noriega, Panama 1988);
3. invasione e occupazione di strutture strategiche ed economiche d’interesse della Russia e della Cina.
Trump sembra essere in dubbio su quale opzione scegliere, se adottarle tutte contemporaneamente o in sequenza o non adottarne nessuna. Forse è l’unico ad avere dubbi sulla facilità dell’esecuzione e sulle conseguenze e spera che Maduro si consegni o scappi all’estero.
Ma potrebbe essere troppo tardi anche per gli Stati Uniti. Purtroppo, Trump si è talmente sbilanciato negli insulti a Maduro e nelle promesse ai suoi oppositori e ha lasciato che fossero schierate tali e tante forze nei Caraibi che ora ha il pretesto di non potersi tirare indietro senza perdere la faccia.
Ebbene, l’invasione o qualsiasi ricorso alla forza sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità degli Stati Uniti quando asseriscono di essere una potenza benigna. Inoltre, “perdere la faccia” è il più puerile e mafioso dei motivi per scatenare una guerra e comunque è il peggiore dei pretesti.
Fonte
28/10/2025
Israele riprende i bombardamenti su Gaza ma accusa Hamas. La tregua è una sanguinosa farsa
Scontri a fuoco si sono verificati oggi a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, fra militanti di Hamas e soldati dell’Idf.
Il quotidiano israeliano Hayom ha riferito che l’esercito di Tel Aviv ha iniziato la sua offensiva sulla Striscia di Gaza, in una nuova violazione dell’accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti.
Secondo il sito americano Axios, relativamente alle accuse di Israele secondo cui Hamas ha violato la tregua, un funzionario degli Stati Uniti ha detto che Washington non vede una violazione dell’accordo da parte di Hamas che giustifichi una risposta. Il funzionario statunitense ha esortato Israele a non intraprendere azioni radicali che potrebbero portare al collasso dell’accordo di cessate il fuoco.
Benyamin Netanyahu ha dato l’ordine di effettuare raid immediati sulla Striscia di Gaza. Lo ha annunciato l’ufficio del primo ministro israeliano. “A seguito di consultazioni sulla sicurezza, il Primo Ministro Netanyahu ha ordinato all’esercito di effettuare immediatamente potenti attacchi nella Striscia di Gaza”.
Israele accusa Hamas di aver violato il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, ma i media israeliani riferiscono che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha deciso di “espandere il territorio sotto il controllo dell’IDF nella Striscia di Gaza dopo le ripetute violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da parte di Hamas”.
Il corrispondente di Al-Jazeera ha riferito che gli aerei da guerra israeliani hanno rinnovato i loro raid sulle aree a ovest di Gaza City, in concomitanza con un altro raid sul quartiere di Al-Zaytoun a est della città. Un drone israeliano ha preso di mira le vicinanze del complesso medico Shifa a Gaza City con diversi missili.
Dall’inizio della tregua a Gaza, diciotto giorni fa, le truppe israeliane hanno già ucciso 97 palestinesi. Solo da domenica a oggi altri otto. Nello stesso periodo sono stati uccisi due soldati israeliani.
Hamas ha intanto rinviato la consegna del corpo di uno degli ostaggi, che era prevista in serata, dopo quelle che ha definito “violazioni” israeliane del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. “Rinvieremo la consegna prevista per oggi a causa delle violazioni dell’occupazione”, hanno dichiarato le Brigate Ezzedine Al-Qassam in una nota, aggiungendo che qualsiasi “escalation israeliana ostacolerà la ricerca e il recupero dei corpi”.
L’annuncio di Hamas è arrivato pochi minuti dopo che Benjamin Netanyahu ha ordinato intensi attacchi sulla Striscia.
Il membro dell’ufficio politico di Hamas, Suhail al-Hindi, ha detto ad Al Jazeera che Hamas, la resistenza e le fazioni sono fedelmente impegnate nell’accordo. “Finora, abbiamo consegnato 16 corpi dei prigionieri israeliani. Abbiamo affrontato grandi difficoltà durante il recupero dei corpi dei prigionieri e stiamo ancora chiedendo attrezzature pesanti per recuperare il resto. Il nemico deve capire che siamo impegnati nell’accordo e deve smettere di accusarci di violarlo. Abbiamo chiesto l’approvazione del nemico per inserire squadre di ricerca nelle zone rosse per cercare i corpi dei suoi prigionieri, ma ha rifiutato. Stiamo aspettando l’approvazione dell’occupazione per consentire alle squadre di entrare a Rafah per cercare i corpi dei suoi prigionieri”.
Parlando con l’emittente quatariota l’esponente di Hamas ha precisato che “La resistenza non ha alcun interesse a nascondere il corpo di qualsiasi prigioniero nemico o a ritardarne la consegna. Abbiamo fatto ogni sforzo per recuperare i corpi e l’occupazione ha la responsabilità di ritardare il recupero del resto. Chiediamo ai mediatori di fare pressione sul nemico per facilitare l’estrazione dei resti dei suoi prigionieri”.
Israele ha respinto un’iniziativa avanzata dai paesi mediatori per il cessate il fuoco di Gaza che avrebbe visto la creazione di una squadra multilaterale incaricata di entrare a Gaza e recuperare i corpi degli ostaggi deceduti rimasti nella Striscia, hanno detto due diplomatici arabi al Times of Israel.
L’iniziativa avrebbe visto rappresentanti di Israele, Stati Uniti, Qatar, Turchia ed Egitto formare una squadra di ricerca congiunta che avrebbe condiviso capacità avanzate e intelligence per localizzare e recuperare gli ostaggi rimanenti, ma la proposta è stata respinta dal governo di Tel Aviv, dicono i diplomatici arabi.
Appare ormai evidente come il governo israeliano non avesse alcun interesse nel mantenere la tregua a Gaza e che una volta ottenuti gli ostaggi abbia cercato in ogni modo il pretesto per ricominciare i bombardamenti e le operazioni militari contro i palestinesi.
Fonte
Il quotidiano israeliano Hayom ha riferito che l’esercito di Tel Aviv ha iniziato la sua offensiva sulla Striscia di Gaza, in una nuova violazione dell’accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti.
Secondo il sito americano Axios, relativamente alle accuse di Israele secondo cui Hamas ha violato la tregua, un funzionario degli Stati Uniti ha detto che Washington non vede una violazione dell’accordo da parte di Hamas che giustifichi una risposta. Il funzionario statunitense ha esortato Israele a non intraprendere azioni radicali che potrebbero portare al collasso dell’accordo di cessate il fuoco.
Benyamin Netanyahu ha dato l’ordine di effettuare raid immediati sulla Striscia di Gaza. Lo ha annunciato l’ufficio del primo ministro israeliano. “A seguito di consultazioni sulla sicurezza, il Primo Ministro Netanyahu ha ordinato all’esercito di effettuare immediatamente potenti attacchi nella Striscia di Gaza”.
Israele accusa Hamas di aver violato il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, ma i media israeliani riferiscono che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha deciso di “espandere il territorio sotto il controllo dell’IDF nella Striscia di Gaza dopo le ripetute violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da parte di Hamas”.
Il corrispondente di Al-Jazeera ha riferito che gli aerei da guerra israeliani hanno rinnovato i loro raid sulle aree a ovest di Gaza City, in concomitanza con un altro raid sul quartiere di Al-Zaytoun a est della città. Un drone israeliano ha preso di mira le vicinanze del complesso medico Shifa a Gaza City con diversi missili.
Dall’inizio della tregua a Gaza, diciotto giorni fa, le truppe israeliane hanno già ucciso 97 palestinesi. Solo da domenica a oggi altri otto. Nello stesso periodo sono stati uccisi due soldati israeliani.
Hamas ha intanto rinviato la consegna del corpo di uno degli ostaggi, che era prevista in serata, dopo quelle che ha definito “violazioni” israeliane del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. “Rinvieremo la consegna prevista per oggi a causa delle violazioni dell’occupazione”, hanno dichiarato le Brigate Ezzedine Al-Qassam in una nota, aggiungendo che qualsiasi “escalation israeliana ostacolerà la ricerca e il recupero dei corpi”.
L’annuncio di Hamas è arrivato pochi minuti dopo che Benjamin Netanyahu ha ordinato intensi attacchi sulla Striscia.
Il membro dell’ufficio politico di Hamas, Suhail al-Hindi, ha detto ad Al Jazeera che Hamas, la resistenza e le fazioni sono fedelmente impegnate nell’accordo. “Finora, abbiamo consegnato 16 corpi dei prigionieri israeliani. Abbiamo affrontato grandi difficoltà durante il recupero dei corpi dei prigionieri e stiamo ancora chiedendo attrezzature pesanti per recuperare il resto. Il nemico deve capire che siamo impegnati nell’accordo e deve smettere di accusarci di violarlo. Abbiamo chiesto l’approvazione del nemico per inserire squadre di ricerca nelle zone rosse per cercare i corpi dei suoi prigionieri, ma ha rifiutato. Stiamo aspettando l’approvazione dell’occupazione per consentire alle squadre di entrare a Rafah per cercare i corpi dei suoi prigionieri”.
Parlando con l’emittente quatariota l’esponente di Hamas ha precisato che “La resistenza non ha alcun interesse a nascondere il corpo di qualsiasi prigioniero nemico o a ritardarne la consegna. Abbiamo fatto ogni sforzo per recuperare i corpi e l’occupazione ha la responsabilità di ritardare il recupero del resto. Chiediamo ai mediatori di fare pressione sul nemico per facilitare l’estrazione dei resti dei suoi prigionieri”.
Israele ha respinto un’iniziativa avanzata dai paesi mediatori per il cessate il fuoco di Gaza che avrebbe visto la creazione di una squadra multilaterale incaricata di entrare a Gaza e recuperare i corpi degli ostaggi deceduti rimasti nella Striscia, hanno detto due diplomatici arabi al Times of Israel.
L’iniziativa avrebbe visto rappresentanti di Israele, Stati Uniti, Qatar, Turchia ed Egitto formare una squadra di ricerca congiunta che avrebbe condiviso capacità avanzate e intelligence per localizzare e recuperare gli ostaggi rimanenti, ma la proposta è stata respinta dal governo di Tel Aviv, dicono i diplomatici arabi.
Appare ormai evidente come il governo israeliano non avesse alcun interesse nel mantenere la tregua a Gaza e che una volta ottenuti gli ostaggi abbia cercato in ogni modo il pretesto per ricominciare i bombardamenti e le operazioni militari contro i palestinesi.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)