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11/10/2026

Più dell’onore potè il gasolio

La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.

Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc. – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui gli Stati Uniti controllavano e dava forma al Mondo.

Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di gasolio raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’“asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.

Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto...”).

Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del Mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato). I sondaggi dicono che ormai è troppo tardi per evitare una sconfitta che lo metterebbe in minoranza, bloccandone parte delle scelte per i prossimi due anni di mandato, ma ovviamente, Trump non lascia nulla di intentato per evitare questo destino.

Venerdì il prezzo medio del gasolio era di 6,27 dollari al gallone, in calo di 10 centesimi rispetto alla settimana precedente, ma comunque 2,60 dollari in più rispetto all’anno scorso. E per l’automobilista americano questa è quasi una violazione dei suoi “diritti costituzionali”, visto che era abituato a pagarlo 3 dollari, al massimo.

La speranza di Trump (e dei suoi candidati) è quello di veder scendere quel prezzo in pochi giorni, come del resto ammette il presidente stesso in uno dei mille post su Truth: la Russia “fornirà immediatamente” il carburante “in base alle condizioni delle proprie raffinerie di gasolio”, ha scritto. E dunque “Tra il nostro CONTROLLO TOTALE dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e, in effetti, per il mondo intero, SCENDERANNO, IN NUMERI RECORD E RAPIDAMENTE!”. Due balle colossali in poche righe, ma questo passa il convento...

Prima domanda: quanto gasolio sarà disponibile? 4.800.000 tonnellate, che valgono ai prezzi attuali circa 4,5 miliardi. Una briciola, per il bilancio russo, ma anche una briciola per i consumi statunitensi: circa 9 giorni.

Quella briciola, però, è un respiro di sollievo per i mercati finanziari – soprattutto occidentali – già sotto stress per le incertezze sulla redditività dell’iper-indebitata “banda dell’intelligenza artificiale”. Un effetto sui prezzi alla pompa (negli Usa…) ci sarà, ma piccolo e temporaneo, se non avverrà anche qualcos’altro.

E qui arriva il licenziamento pubblico di Zelenskij, reo di non aver accettato di fermare gli attacchi sulle raffinerie russe (da cui dovrebbe arrivare il gasolio per gli Usa), come gli aveva più volte chiesto-intimato il tycoon.

“Suggerisco loro [agli ucraini, ndr] di trovare un nuovo leader che sappia negoziare”, ha detto Trump ai giornalisti sabato. “E penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. Non perché questo sia scaduto da ormai due anni e mezzo, ma solo perché non sa adattarsi alle mutate esigenze dell’amministrazione americana. La sua rimozione diventa così “indispensabile” per riportare normalità sui mercati dell’energia (come se la guerra all’Iran non fosse molto più determinante, sul punto).

Politicamente, dunque, la questione diventa rilevantissima. Non siamo ancora alla sospensione dell’assistenza militare (soprattutto satellitare, in buona parte fornita dalla rete privata di Elon Musk, ossia Starlink), ma è chiaro che a questo punto la junta di Kiev, già decimata dagli scandali per la ciclopica corruzione che la caratterizza, resta appesa al solo appoggio europeo. Che sarà anche molto “volenteroso”, ma tutt’altro che efficiente, viste le innumerevoli posizioni interne alla UE (si moltiplicano le iniziative di gruppi di Stati, senza che si intravveda una strategia unitaria) e i limiti di bilancio che hanno fatto dichiarare poco accettabili le richieste ucraine di altri 70 miliardi sull’unghia.

In qualche modo questo fronte di guerra si va avviando alla conclusione, è chiaro. Ma il modo dipende da interessi miserevoli e dalla vista cortissima (quelli di Trump, dei nazisti al governo ucraino, degli squinternati “leader europei” alle prese con piazze sempre più piene ed incazzate che stanno cambiando l’agenda politica interna, fin qui affidata alle cure amorevoli dell’ultradestra padronale con la “paura del migrante”).

È quel che accade quando si accetta – come UE e come Ucraina – una guerra sul proprio territorio per compiacere il “socio di maggioranza” nella Nato. Socio lunatico, come si sa, ma soprattutto da sempre obbediente soltanto ai propri interessi, e dunque abituato a “mollare sul ciocco” tutti i propri alleati, come ben sanno in Medio Oriente.

Sul piano della “narrativa” mediatica lo sconcerto è totale. Vediamo tg e talk show che rimasticano la vecchia sceneggiatura e non sano come adattarla alla nuova fase. È comprensibile, poveretti. Avevano portato il cervello all’ammasso riducendo la complicata rete di relazioni geopolitiche alla dicotomia “aggressore-aggredito”, cancellando la storia precedente ogni evento sgradito (che fosse il majdan per l’Ucraina o l’occupazione israeliana per Gaza).

Tutto appariva semplice e chiaro: bisognava difendere i “valori europei”, la “civiltà occidentale”, “il giardino dalla giungla”, “le democrazie dalle autocrazie”, anche a costo di accettare di pagare il triplo per gas o gasolio, e tutto – di conseguenza – poteva e doveva essere giustificato. Pure il genocidio e lo sdoganamento dei neonazisti come ascetici “lettori di Kant”.

Ora devono fare i conti con scelte imperiali che rendono evidente (e ingestibile) la vera dinamica sottostante l’intero Occidente neoliberista: quella tra esecutore e mandante. E quando il mandante ti manda a quel paese, per l’esecutore sono tempi grami...

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