Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

22/10/2026

Il carovita morde come negli Anni '70

Negli anni Settanta, in Italia il carovita divenne un tema centrale a causa dell’inflazione galoppante e dello shock petrolifero del 1973 che causò il raddoppio del prezzo del greggio. Per affrontare le conseguenze della crisi petrolifera il governo italiano, come altri governi europei, adottò misure di draconiana austerità volte alla riduzione forzata dei consumi energetici che modificarono nel breve periodo le abitudini dei cittadini.

L’austerity in Italia fu varata dal governo Rumor IV il 22 novembre 1973 con l’intento di affrontare la grave crisi petrolifera scatenata dalla guerra del Kippur e dall’embargo dei paesi arabi.

Le principali misure adottate furono il blocco della circolazione automobilistica la domenica, la riduzione dei limiti di velocità; la riduzione dell’illuminazione pubblica; la chiusura anticipata dei negozi alle 19:00 e degli uffici pubblici alle 17:30; la chiusura dei programmi televisivi (Rai) e dei cinema/teatri entro le 22:45 e l’abbassamento della temperatura massima consentita negli edifici pubblici e privati.

L’austerity segnò il passaggio dal boom economico ad una fase di inasprimento del conflitto sociale già in atto per effetto del ciclo di lotte avviate negli anni Sessanta che ebbero il loro culmine nel biennio 1968-1969 e la saldatura tra movimento studentesco e movimento operaio.

Ora, fatte le dovute differenze sia sul piano interno che su quello internazionale in relazione ai grandi mutamenti avvenuti negli ultimi 50 anni con una velocizzazione sempre maggiore dei processi di cambiamento, pare proprio vero che la Storia si rinnovi con delle costanti.

Tra le analogie, sicuramente c’è l’impennata dell’inflazione, mai così alta dagli anni ’70 e come allora la causa scatenante è stata una nuova crisi petrolifera.

Come e forse più di altri paesi l’Italia, in quegli anni, subì un aumento del prezzo dei beni energetici ma, all’epoca, con l’inflazione crescevano anche i salari perché c’era la scala mobile.

Ma cos’era la “scala mobile”? La scala mobile era un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari in relazione all’aumento dei prezzi. Questo sistema venne introdotto nel gennaio del 1945 dopo un accordo tra CGIL e Confindustria.

Nel marzo del 1951 si perfezionò l’intesa con l’inserimento del valore unico del punto di contingenza, che altro non era che l’importo che veniva corrisposto ai lavoratori nel salario, ogni volta che si verificava un aumento del costo della vita secondo i dati di riferimento contenuti nella scala mobile.

Poi, il 14 febbraio 1984 l’allora governo guidato da Bettino Craxi con un decreto legge bloccò la “scala mobile”, cioè il meccanismo di aumento automatico dei salari che li adeguava rispetto all’inflazione.

“Quel decreto non abolì la scala mobile, ma la bloccò perché la scala mobile fu progressivamente ridimensionata con successivi accordi sindacali e infine del tutto soppressa, sempre con il consenso di Cgil Cisl e Uil, dal governo di Giuliano Amato nel 1992. Da allora i salari italiani non si sono più ripresi, perché la perdita della scala mobile ha voluto dire il venir meno di un elemento fondamentale della retribuzione, senza che nulla fosse messo al suo posto” [1].

E infatti, l’Italia secondo i recenti calcoli dell’Ocse, è l’unico paese in cui le retribuzioni medie sono diminuite, in trent’anni, 2,9%. Certo, la situazione, oggi è diversa ma, come allora, c’entrano i beni energetici e la stagflazione che va a braccetto con la disoccupazione ed i salari fermi, per l’appunto, da trent’anni.

Gli ultimi dati dell’Istat, stando sempre al nostro Paese, dicono che il tasso di disoccupazione scende solo perché aumentano quelli che il lavoro non lo cercano più, mentre l’unico lavoro che cresce è quello precario e sottopagato.

Secondo i dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica nell’ultimo rapporto prodotto dal titolo “Storie di dati sui prezzi al consumo”, l’inflazione accumulata in questo ultimo quarto di secolo, ovvero, tra il 2000 e il 2025, ha comportato un aumento dei prezzi al consumo in Italia del 63%.

A pagare il prezzo di questo aumento vertiginoso del costo della vita sono, soprattutto, i lavoratori dipendenti, i percettori di pensioni medio-basse e tutti i soggetti più deboli, mentre sono cresciuti/e enormemente i profitti e le rendite.

Il costo delle abitazioni e delle utenze hanno registrato un’impennata del 120% (più del doppio rispetto al 2000), spinta soprattutto dai costi di elettricità, gas e bollette. I beni alimentari e le bevande sono aumentati del 90%.

A ciò si aggiunge la forte impennata dei prezzi energetici seguiti all’aggressione statunitense nei confronti dell’Iran, che ha dato un’ulteriore, poderosa spinta ad una tendenza ultraventennale.

A fronte di ciò, l’Italia è l’unico grande paeseoccidentale in cui i lavoratori guadagnano in termini reali meno di trent’anni fa. Mentre la media dei Paesi OCSE è cresciuta di circa il +35% (con incrementi del +50% negli Stati Uniti, +48% nel Regno Unito, +33% in Francia e +32% in Germania), in Italia le retribuzioni reali sono rimaste stagnanti o negative, registrando un calo complessivo compreso tra lo 0,8% e il 1,6% (e fino a circa il -6,6% se si considerano i contratti part-time o discontinui).

In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, sta aumentando rapidamente la quota di lavoro povero: circa 2,5 milioni di occupati (pari al 10,2% dei lavoratori maggiorenni) si trovano sulla soglia della povertà.

Il 14,3% delle famiglie in cui la persona di riferimento è operaia si trova in povertà assoluta e nelle famiglie monoreddito la condizione di sostanziale povertà raggiunge il 20%. E tra i lavoratori italiani il rischio di povertà si attesta all’8,3%, mentre sale al 25,9% tra i lavoratori stranieri (superando il 40% considerando l’esclusione sociale).

La povertà lavorativa colpisce circa una coppia su sei con tre o più figli; la presenza di figli aumenta in modo significativo il carico economico a fronte di salari stagnanti e, sovente, insufficienti a soddisfare anche i bisogni più fondamentali.

E tuttavia, nel dibattito pubblico “ufficiale” attuale non si parla mai di come alzare i salari e le pensioni e, soprattutto, non si parla mai di come fermare la corsa dei prezzi.

Il governo guidato dai neofascisti di Fratelli d’Italia non riesce ad incidere minimamente su questo quadro e sulle ragioni strutturali della crisi mettendo a malapena in campo qualche pannicello caldo come l’eliminazione del bollo auto per un anno mentre continua a rilanciare la tesi dell’“invasione dei migranti” con l’intento implicito di giocare sulla divisione tra lavoratori “italiani” e lavoratori immigrati e di spostare l’attenzione dalle manovre di banche e grandi imprese (sempre più in mano ai grandi fondi di investimento statunitensi) che continuano a macinare profitti e dividendi giganteschi.

Dall’altra, il cosi detto “campo largo”; non riesce a trovare una linea comune sulla guerra e sui rapporti con Israele a causa dei trattati che vincolano il nostro paese alla NATO e all’Unione Europea mentre sui temi sociali come salari, sanità e pensioni conduce una comunicazione basata su una denuncia generica dello sfascio della sanità e del peggioramento generale delle condizioni di vita senza, però, mai entrare nel merito dei meccanismi di fondo strutturali che determinano il continuo peggioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne.

Manca, insomma, una piattaforma di alternativa chiara sul piano economico e sociale perché l’indirizzo politico ed economico di fondo anche delle forze che fanno riferimento al così detto “campo largo” non cambia, nella sostanza da quello del governo Meloni e non potrà mai cambiare fin tanto che le politiche economiche e sociali saranno condizionate in maniera determinante dai vincoli imposti dall’Unione Europea.

Intanto, la CGIL (dopo una breve parentesi “conflittuale”), ha firmato con CISL e UIL, il 17 giugno scorso, un “patto” che, come afferma Giorgio Cremaschi, 

“peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.
Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera.
Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti contratti pirata. Sostanzialmente Cgil-Cisl-Uil propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018.
A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del 1992/1993 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.” 2
Ma perché CGIL, CISL e UIL, insistono così tanto sulla linea suicida della concertazione proprio quando le retribuzioni medie dei lavoratori italiani si stanno rivelando del tutto inadeguate a reggere l’urto di un aumento vertiginoso del costo della vita?

La verità è che questi sindacati si sono trasformati in apparati autoreferenziali e costosi. Sono le stesse sigle complici che negli ultimi decenni hanno collaborato attivamente alla distruzione del sistema previdenziale italiano e che, ora, stanno facendo la stessa operazione sulla sanità pubblica mediante l’introduzione nei vari contratti nazionali di lavoro del cosiddetto “welfare aziendale” che vuol dire polizze sanitarie integrative e più sanità privata per rimpolpare i già enormi profitti dei gruppi finanziari ed assicurativi (a loro volta controllati dai grandi fondi di investimento internazionali statunitensi) che paiono essere diventati gli unici committenti di queste organizzazioni.

Peraltro, CGIL, CISL, UIL (e pure l’UGL al centro di una recente inchiesta giudiziaria relativa alla presunta falsificazione e al “gonfiaggio” del numero di tessere) percepiscono più di 3,5 miliardi l’anno dallo Stato tra pensioni d’oro, Caf, patronati, Onlus, corsi, formazione professionale, stipendi e contributi per migliaia di distaccati dal lavoro. Inoltre gestiscono i fondi pensione e sono strettamente collegati con banche, holding, cooperative, comitati d’affar e strutture sanitarie convenzionate.

Ma c’è di più. Non so se avete letto la recente «Ipotesi di piattaforma Gruppo Leonardo 2027–2029» firmata unitariamente dalle segreterie nazionali di FIM, FIOM e UILM, che suona come una resa morale prima ancora che sindacale. Si scrive, in premessa:
«I mercati e gli ambiti commerciali a cui fa riferimento Leonardo hanno visto una forte crescita degli ordinativi, sia nell’ambito civile che della difesa, con scenari e previsioni di una ulteriore crescita […].
Allo scenario geopolitico che si è determinato si sommano le scelte in ambito europeo con la creazione di nuove alleanze […]. In questo quadro gli ultimi dati economici del Gruppo registrano risultati più che positivi, con incremento degli utili e di ordini in crescita».
Insomma, si ostenta l’orgoglio per il colosso bellico italiano mentre Gaza brucia, la “terza guerra mondiale” a pezzi rischia di diventare globale e mentre continua il massacro di popolazioni civili e la devastazione nei tanti conflitti in corso.

Nel volantino, i sindacati metalmeccanici arrivano a rivendicare con fierezza il ruolo dei lavoratori in questa ascesa del colosso industriale italiano attivo a livello globale nei settori dell’aerospazio e della “difesa”, Leonardo.

Vi si legge testualmente
«Se oggi Leonardo è posizionata tra le prime dieci aziende globali del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza è senza dubbio frutto di quante e quanti quotidianamente varcano i siti dell’azienda e attraverso il loro lavoro permettono al management di poter rappresentare orgogliosamente un livello di tecnologie elevatissimo».
Leonardo è leader mondiale dell’industria militare italiana, fornitrice ed esportatrice di sistemi d’arma, elicotteri, radar, componenti e collaborazioni strategiche con diversi Stati belligeranti. Tra questi spicca lo stretto rapporto tecnologico, militare e commerciale con Israele, paese sotto accusa internazionale dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia per il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

E mentre nelle piazze studenti e lavoratori denunciano i legami dell’industria bellica italiana con l’esercito israeliano e bloccano i porti per fermare il traffico d’armi, i vertici nazionali di CGIL, CISL e UIL celebrano il boom del settore e battono cassa sul riarmo, chiedendo di «re-distribuire gli utili generati».

Si trasformano così, di fatto, i massacri e le guerre d’aggressione in una congiuntura economica favorevole da cui estrarre una fetta di salario integrativo.

Mentre risulta sempre più evidente che i paesi occidentali, non riuscendo a risolvere le proprie crisi e contraddizioni per altre vie, ricorrono nuovamente alla corsa agli armamenti ed alla guerra, persino la FIOM sceglie la via del corporativismo e sposa le ragioni dei guerrafondai come, del resto, sta succedendo in Germania dove la Volkswagen chiude e riapre come fabbrica di armi ben sapendo che dietro questa operazione c’è un fondo di investimento israeliano.

L’inflazione galoppa e si mangia il potere di acquisto dei salari fermi al palo da almeno trent’anni ma invece di aprire una grande vertenza contro il carovita, per il ripristino di un meccanismo automatico di adeguamento delle retribuzioni al costo della vita reale, per una vera indicizzazione delle pensioni e, soprattutto, contro la corsa al riarmo ed alla guerra, CGIL, CISL e UIL si accodano alla propaganda di guerra interna e guerra esterna, ovvero, alle due facce dello stesso mostro perché l’industria delle armi guadagna in egual misura da entrambe le guerre.

Note

1 Giorgio Cremaschi “ Il decreto Craxi di San Valentino bloccò la scala mobile: tutti i nostri guai sono cominciati lì”, Il Fatto Quotidiano del 22 febbraio 2024

2 Giorgio Cremaschi, “Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori” , Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2026

Fonte

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