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venerdì 29 settembre 2017

Kurdistan - Barzani congela l'indipendenza

Il timore di un isolamento mortale intorno al Kurdistan iracheno cresce tra i vertici del Governo regionale del Kurdistan, il Krg. Secondo quanto riportato stamattina dal quotidiano arabo basato a Londra, Asharq Alawsat, il presidente Barzani avrebbe inviato al vice presidente iracheno, Ayad Allawi, una lettera nella quale si dice “pronto” a cooperare per evitare la rottura.
 
Nella missiva Barzani parlerebbe di un congelamento dell’indipendenza di “due anni durante i quali costruire un dialogo nazionale che affronti tutte le questioni per renderci partner nella costruzione del futuro dei nostri popoli”.

Di due anni di tempo per la realizzazione dell’indipendenza Barzani aveva già parlato prima del voto di lunedì scorso, ma stavolta sembra che i toni siano cambiati. Erbil sta già subendo le prime sanzioni dei potenti vicini ed è consapevole della propria debolezza economica per poter sopravvivere, vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro.

Da oggi alle 18, infatti, i voli da e per la capitale del Kurdistan iracheno saranno sospesi. Da giorni  cittadini stranieri fanno la fila negli scali di Erbil e Suleymaniya per trovare un volo e lasciare la regione, un embargo aereo a cui hanno aderito tutte le compagnie che operano nella zona. La decisione segue all’appello del premier iracheno al-Abadi che ha chiamato all’isolamento di Erbil dopo aver ripetutamente chiesto a Barzani di cedere il controllo degli scali internazionali a Baghdad.

Ma a muoversi di più è la Turchia, alleato di ferro di Erbil che oggi si sente tradito da un passo che non approva perché capace di ribaltare le ambizioni di Ankara nella regione mediorientale. La Turchia non è tanto mossa dalla paura di simili spinte da parte della propria minoranza kurda – Ankara non è Baghdad in termini di potenza militare e il Kurdistan turco non gode dell’autonomia che dagli anni ’90 caratterizza lo status legale del Krg – quanto dal timore di uno sgretolamento dei piani per il futuro dell’Iraq: uno Stato federale diviso in aree amministrative su base etnica in cui una regione autonoma kurda alleata di Ankara sia ponte per gli interessi turchi nell’area amministrativa sunnita.

Ieri il primo ministro turco Yildirim ha chiesto ai governi iracheno e iraniano di incontrarsi per coordinare la risposta  al referendum: “Stiamo pianificando di vederci nel prossimo futuro per coordinare le misure da prendere. Vogliamo un summit a tre”. Il dialogo procede già: Yildirim ha discusso con al-Abadi della questione energetica e, secondo Baghdad, la Turchia ha deciso di acquistare petrolio direttamente dal governo iracheno, bypassando Erbil e l’oleodotto che arriva al porto mediterraneo di Ceyhan.

Insomma, la stessa misura ma al contrario presa qualche anno fa, nel 2015, quando Erbil ha cominciato a esportare in autonomia il greggio di Kirkuk senza condividere vendite e profitti con Baghdad. Un bacino con una capacità di 500mila barili di petrolio al giorno la cui sospensione farebbe collassare la fragile economia kurda, strangolata da una grave crisi economica e mancata auto-sufficienza nel settore agricolo industriale.

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Torino. Corteo studentesco contro il vertice G7. Cariche della polizia


Questa mattina corteo di protesta degli studenti a Torino contro il vertice del G7 che inizia nella reggia di Venaria Reale. “Noi giganti, voi sette nani”: si leggeva nello striscione di apertura del corteo degli studenti. La manifestazione è partita intorno alle 10 dalla stazione di Porta Susa. “Della vostra zona rossa non me ne frega niente”. “Voi nelle regge, noi nelle piazze”, “Torino è la mia città, voi ministri che ci state a fà?”, sono alcuni dei cartelli esposti dagli studenti. Slogan in particolare contro il ministro Poletti, che proprio oggi presiede alla Reggia di Venaria il summit sul lavoro, ultimo appuntamento della Innovation Week Italian.


I dimostranti durante il percorso hanno tentato di svoltare da corso Vittorio Emanuele verso via Carlo Alberto, in direzione di piazza Carlina, dove si trova l’albergo delle delegazioni che partecipano al G7. La polizia in assetto antisommossa ha caricato il corteo e un giovane manifestante di 17 anni è stato fermato.

A quel punto il corteo ha ripreso il suo percorso sempre in direzione di piazza Carlina, ma le strade sono presidiate da cordoni di agenti del reparto mobile della polizia in tenuta antisommossa. A quel punto il corteo ha preso la strada verso l'università.

Spesso sui giornali o nel dibattito pubblico sentiamo affermare con prosopopea che le barriere ideologiche sono cadute e sono roba del passato, che fascisti e sinistra di classe sono estremismi opposti e uguali. Eppure dovrebbe balzare agli occhi che mentre a Torino i manifestanti contestano ministri, uomini di potere e businnessmen delle maggiori potenze capitaliste del mondo, i fascisti se la prendono sempre e solo con i poveri e gli immigrati. Chi mette questi antagonismi sullo stesso piano o viene pagato dai potenti o dovrebbe guardarsi allo specchio, fare saliva... e procedere di conseguenza.

Guarda il VIDEO del corteo

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Incontro Putin-Erdogan: la geopolitica delle armi

Si stringe ulteriormente l’alleanza strategica tra Turchia e Russia. Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin si incontrano oggi ad Ankara per parlare soprattutto di tre argomenti: l’acquisto da parte della Turchia di missili antierei S-400 dalla Russia, il referendum per la secessione del Kurdistan dall’Iraq e gli ultimi sviluppi in Siria dopo il nuovo round di colloqui ad Astana.
 
La questione più urgente nell’agenda dei colloqui potrebbe essere proprio il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. Dopo il voto ampiamente in favore di un addio a Baghdad, Erdogan e Putin hanno già ribadito “l’importanza dell’integrità territoriale di Iraq e Siria”. Ossia no all’ipotesi della creazione di uno Stato curdo, idea alla quale la Turchia è pronta ad opporsi facendo uso anche della forza militare.

Subito dopo c’è la vicenda dei missili russi S-400 di cui Ankara intende dotarsi. “In Siria ci sono già gli S-400 e anche la Turchia deve averli. Non vogliamo solo gli S-400, ma anche gli S-500, perfino gli S-600″, ha affermato in varie occasioni Erdogan. Da parte sua il sottosegretario turco all’industria della difesa, Ismail Demir ha annunciato che la Russia consegnerà gli S-400 alla Turchia entro due anni. A sua volta, Vladimir Kozhin, assistente del presidente russo, ha riferito che la fornitura alla Turchia del sistema di difesa anti-aerea e anti-missile risponde pienamente agli interessi di Mosca. “Tutte le decisioni adottate in questo contratto corrispondono rigorosamente ai nostri interessi strategici”, ha dichiarato.

Lo scorso luglio il Pentagono accusò la Turchia di investire in un sistema di difesa russo invece che nella tecnologia della Nato. Il portavoce del dipartimento della difesa statunitense, Jeff Davis, manifestò forte preoccupazione per l’acquisto da parte della Turchia di tecnologia russa, in conflitto con le armi utilizzate dall’Alleanza atlantica. Erdogan ha respinto seccamente le critiche degli Usa e dei Paesi occidentali sull’acquisizione degli S-400. “La Turchia, come membro della Nato, continuerà a realizzare il suo apparato di difesa”,  ha detto perentorio il leader turco, aggiungendo che Ankara “prenderà le misure necessarie per garantire la sua sicurezza”. La Turchia è il primo paese della Nato a dotarsi di un sistema strategico non integrabile nella rete di difesa missilistica dell’Alleanza. Secondo gli esperti, con l’acquisizione degli S-400, la Turchia ora dovrà mettere a disposizione dei tecnici russi i codici dei missili statunitensi e di altri sistemi Nato, come radar e sistemi di trasmissione dati coinvolti nella rete difensiva.

Sul tavolo dell’incontro di oggi tra Putin e Erdogan c’è naturalmente la Siria. Nei giorni scorsi ad Astana, in Kazakhstan, Russia, Turchia e Iran – i tre Paesi garanti degli accordi di tregua in Siria – hanno deciso di proclamare zona di de-escalation anche la provincia siriana settentrionale di Idlib, sotto il controllo di Hay’at Tahrir as Sham, una coalizione di gruppi terroristici guidati dall’ex Fronte an Nusra (al Qaeda). Damasco, ha comunicato il ministro degli esteri siriano Walid Muallem, è favorevole alla partecipazione, come osservatori, di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Cina ai futuri colloqui nella capitale del Kazakistan. Nella lista non compare il Libano che pure veniva indicato potenziale candidato a svolgere questo ruolo.

AGGIORNAMENTI

ORE 14 Erdogan: fermate l’indipendenza curda
Rivolgendosi oggi direttamente al presidente curdo iracheno Massud Barzani, il leader turco Erdogan è tornato ad intimare un passo indietro ai curdi rispetto all’esito del referendum di lunedì sull’indipendenza, approvato con un plebiscito. “Sei alla guida dell’Iraq del nord, hai soldi, benessere e ogni cosa, hai il petrolio”, ha detto Erdogan a Barzani invitandolo a non dare il via ad una “avventura destinata a concludersi con una delusione”. Lanciando poi minacce agli “attori delle regione, Erdogan ha detto che la Turchia fermerà “il tentativo di divisione in Iraq. Questa volta i nuovi Lawrence (d’Arabia) non ce la faranno”.

Roma. Fascisti in prima pagina, periferie come pretesto

L’ennesima gazzara dei fascisti di Forza Nuova nel quartiere di Montecucco (periferia ovest), va letta con maggiore profondità di quanto lascino intravedere le cronache.

I fatti sono noti, anzi ripetuti. Ma ricostruirli appare utile. L’ufficio comunale alla casa ha assegnato un alloggio dell’Ater (che gestisce le case popolari, ndr) ad una famiglia italiana ma di origine eritrea. L’appartamento risultava occupato abusivamente da una ragazza del quartiere, madre con un bambino, ed era previsto lo sfratto per far subentrare la famiglia assegnataria. I fascisti e alcuni inquilini si sono opposti allo sfratto ed hanno impedito l’ingresso nell’appartamento alla famiglia assegnataria, con l’aggravante di aver disegnato la vicenda con la consueta – e vergognosa – argomentazione del “danno la casa agli stranieri e sfrattano gli italiani”. Ci sono stati anche tafferugli con la polizia che hanno portato a quattro fermi tra i fascisti, tra cui il noto caporione Castellino.

Ma i fatti in sé, ripetuti in quanto casi analoghi erano avvenuti in altri quartieri popolari, non spiegano affatto uno scenario che va conosciuto e ben compreso.

1) Non è la prima volta che l’ufficio comunale, ancora diretto dall’assai discusso e mai dimesso dott. Barletta, sceglie di assegnare case occupate piuttosto che appartamenti vuoti. Non solo. Si sceglie di procedere ad assegnazioni a famiglie di immigrati – pienamente legittimate dalla graduatoria – proprio di appartamenti che risultano occupati da famiglie “italiane”. I fascisti, in qualche modo, vengono a sapere in anticipo dell’atto e si mettono in moto per creare il caso. Delle due l’una: o esiste una corsia preferenziale di informazioni tra gli uffici comunali e i gruppi neofascisti oppure c’è una logica perversa per cui si assegnano le case senza una ricognizione sul campo per verificare se siano vuote o occupate abusivamente, così da creare volutamente la “contrapposizione” tra italiani e immigrati;

2) I giornali e i telegiornali amplificano questi episodi dedicandogli aperture e prime pagine. Apparentemente questa attenzione mediatica sembra animata dalla stigmatizzazione e dalla denuncia del rischio razzismo nei quartieri popolari. Più materialmente produce un effetto legittimazione dei gruppi neofascisti e delle loro strumentalizzazione. Un sospetto questo confermato dalla dizione di “militanti” con cui vengono descritti gli squadristi di Forza Nuova. Una legittimazione politica, negata invece ai militanti della sinistra definiti sempre genericamente come “antagonisti o centri sociali”. Ma è una legittimazione che viene da lontano ed è entrata – o viene indotta – nelle redazioni di giornali e telegiornali da precisi “input”. Questa legittimazione la leggiamo da anni nelle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento e nei rapporti di polizia, nelle quali i gruppi neofascisti vengono descritti come “militanti”, impegnati “nel sociale”, in crescente competizione con gli antagonisti proprio nei quartieri popolari. In sostanza bravi ragazzi più attenti ai problemi degli “italiani” che alle diatribe ideologiche. Curiosamente in queste descrizioni non compaiono mai le strette connessioni tra i gruppi neofascisti e la malavita, soprattutto nello spaccio di stupefacenti. Una connessione diventata visibile e verificabile.

3) Giornali come La Repubblica e La Stampa, i telegiornali Rai e Sky, si prestano volentieri a questa operazione di legittimazione dei fascisti tramite una stigmatizzazione formale del razzismo legato al disagio sociale. Si diffonde così l’idea di una giungla nei quartieri popolari dove convivono occupazioni abusive (quindi illegalità) e crescente disagio sociale, ma le uniche forme di rivalsa o espressione politica avvengono solo attraverso la guerra tra poveri che trova i fascisti pronti a dargli spessore.

Il risultato prodotto è la necessità di una campagna d’ordine contro l’illegalità (le occupazioni abusive che nascono dalla necessità delle famiglie senza casa), la liquidazione del disagio sociale come problema di assistenza e/o repressione, l’esorcizzazione dei fascisti come spauracchio attraverso però una loro legittimazione. A trarne guadagno sono solo le forze di governo che possono così gestire sia l’ordine pubblico sia il consenso di chi stigmatizza il razzismo o teme i rigurgiti dei gruppi neofascisti. Un combinato disposto micidiale, ingannevole e vergognoso.

La strada da percorrere per sbarrare la strada all’intreccio tra istituzioni e ruolo dei fascisti, l’hanno indicata le mobilitazioni popolari a Tor Bella Monaca e Tiburtino III: radicamento e intervento sociale nei territori, smascheramento delle strumentalizzazioni, denuncia del ruolo perverso degli apparati istituzionali (a cominciare dall’Ufficio Casa del Comune o da alcune giunte municipali) ed estrema determinazione contro i fascisti. Guai a guardare questa realtà facendosi deformare la visuale dai mass media.

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Cala l’inflazione? Non quella dei generi indispensabili...

L’economia reale si vendica sempre sui trucchi. E bisogna dire grazie all’Istat che – anche quando diretta da presidenti eccessivamente proni al governo che li ha nominati – fornisce dati che rivelano esattamente quel che si voleva nascondere.

Prendiamo i numeri dell’inflazione, diffusi stamattina. A prima vista tutto (quasi) bene. “Nel mese di settembre 2017, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,3% su base mensile e aumenta dell’1,1% rispetto a settembre 2016 (era +1,2% ad agosto)”. Siamo ancora lontani da quel 2% che la Bce e altre banche centrali considerano “ottimale” per un’economia in salute, ma nessuno (tra chi lavora con salari da fame) piange se i prezzi non salgono troppo velocemente.

La lieve frenata dell’inflazione, spiega l’Istat, è ascrivibile per lo più al ribasso dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,7%, da +4,4% di agosto) e di quelli dei Beni energetici regolamentati (+2,9% da +5,0%), in parte compensato dal rialzo dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati, la cui crescita si porta a +2,2% (da +0,7% del mese precedente).

Qui comincia a prendere forma una notizia importante proprio per chi ha salari molto bassi e un lavoro precario. Salgono più lentamente, infatti, i prezzi di beni e servizi, mentre crescono più velocemente quelli degli alimentari “non lavorati” (frutta, verdura, ecc).

E la conferma arriva immediatamente: “la diminuzione su base mensile dell’indice generale è dovuto principalmente al calo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (-4,6%) e, in misura minore, alla diminuzione di quelli dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8%), il cui andamento in entrambi i casi è influenzato da fattori stagionali”. Prezzo della benzina in discesa (in quel mese lì...) e servizi di cui si può fare a meno senza troppo sforzo.

Tutto il contrario per i prodotti inseriti nel cosiddetto “carrello della spesa”. “I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto salgono dello 0,4% in termini congiunturali e dell’1,3% in termini tendenziali (in accelerazione di tre decimi di punto percentuale rispetto al mese precedente)”.

Questo tipo di prodotti sono quelli “basici”, di cui non si può fare a meno perché qualcosa bisogna pur mangiare, se si vuole restare in pedi. Qui l’inflazione colpisce più duro. Sui testi di economia liberista troverete frasi algide come “la domanda non è comprimibile”, ma significa esattamente la stessa cosa.

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Il complesso militare-industriale europeo prende forma nei cantieri

Dietro l’accordo tra Italia e Francia per i cantieri navali di Saint Nazaire preme la formazione di un’industria militare europea “competitiva” su scala mondiale. Del resto l’impuntatura nazionalistica di Emmanuel Macron, quando i coreani hanno deciso di mollare il loro 66%, non avrebbe avuto molto senso se l’obiettivo fosse stato solo quello di continuare a costruire navi da crociera. Le quali possono rendere molto sul piano finanziario, garantire un certo numero di posti di lavoro, ma non rivestono un carattere strategico.

Subito dopo l’accordo di Lione, dunque, diversi protagonisti italici sono stati costretti ad esplicitare un po’ più chiaramente questi obiettivi, pressati dalle critiche per il dispositivo concordato con i francesi. Se i coreani avevano il 66%, infatti, l’essere stati ridotti al 50% non poteva essere presentato come una “vittoria”. Tanto più se accompagnato da altre condizioni capestro (la Francia “presta” l’1% necessario a fare l’azionista di maggioranza, ma solo per 12 anni e con stringenti verifiche quadriennali sulla condivisione delle tecnologie e il mantenimento dei posti di lavoro francesi; mantiene il diritto di veto su ogni nomina di vertice, ecc.) che riducono a ben poco il potere di decisione “italiano”.

Per poter recitare la parte dei conquistatori, dunque, sia Giuseppe Bono – amministratore delegato di Fincantieri – che la ministra della Difesa Roberta Pinotti hanno dovuto portare allo scoperto alcune ambizioni che avrebbero preferito forse tenere sotto traccia.

Il primo ha scritto una lettera a tutti i dipendenti, preoccupati per la gigantesca “sinergia” che – come sempre avviene – si traduce rapidamente in taglio dei posti di lavoro. Con l’accordo, spiega Bono, «si dà il via alla creazione di un leader europeo nella cantieristica civile e militare, destinato a diventare uno dei principali operatori a livello globale nell’industria navale, il primo operatore al mondo nel comparto delle navi da crociera e uno dei player principali in altri segmenti ad alto valore aggiunto».

La seconda, invece, ha sottolineato la portata strategica di un’intesa che ora – ha ripetuto più volte – “va estesa ai tedeschi”. Il grumo industriale europeo degli armamenti è storicamente italiano e francese (soprattutto ora che la Gran Bretagna sta trattando le modalità di uscita dalla Ue), ma è ovvio che non si potrebbe costruire nulla di serio senza coinvolgere la Germania sia come acquirente finale della produzione militare (Berlino dispone di fatto di forze militari poco più che simboliche – per quantità e armamento – per decisione degli Alleati dopo la Seconda guerra mondiale), sia e forse soprattutto sul piano delle tecnologie.

“Con la Francia stiamo ragionando su un accordo su tutte le navi di superficie, ma potremmo in futuro anche guardare ai sommergibili. E allora il dialogo con la Germania, che ha il nostro stesso sistema di propulsione, sarebbe inevitabile”.

L’esercito europeo che Macron ha presentato come propria idea, qualche giorno fa, può del resto prendere forma solo se si costituisce un complesso militare-industriale all’altezza – se non di quello statunitense – almeno di Russia e Cina. E difatti si comincia già a ragionare di come mettere insieme, in qualche modo, le due società pubbliche più impegnate nel militare, l’italiana Finmeccanica e la francese Thales.

Ma è proprio nella prospettiva militaresca della “Nuova Europa” che il problema della “sovranità” esce dalla dimensione tutta ideologica del dibattito nostrano per entrare in quella concretamente empirica: chi comanda?

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Usb-Cobas-Unicobas: “10 novembre, sciopero generale!”

L’Unione Sindacale di Base proclama per il 10 novembre 2017 uno sciopero generale teso a contrastare le politiche economiche e sociali del governo e per una loro radicale inversione, a cominciare dalla prossima legge di stabilità.

Intollerabile che persista il blocco del rinnovo dei contratti pubblici e che non vi sia una politica tesa ad incrementare il reddito da salari, stipendi e pensioni, mentre al contempo si prosegue con le folli politiche sul lavoro mirate solo ad incrementare la precarietà, le privatizzazioni di aziende pubbliche e partecipate, oltre a favorire la dismissione di aziende strategiche per il paese quali l’Alitalia e l’Ilva.

L’Unione Sindacale di Base, unitamente alle altre organizzazioni sindacali che hanno dichiarato lo sciopero, Confederazione Cobas e Cib Unicobas, rivendica inoltre nuove politiche sociali attraverso il rilancio di servizi pubblici e gratuiti, il diritto all’abitare, la messa in sicurezza del territorio, il contrasto alla xenofobia e al razzismo.

Prioritario infine fermare la deriva autoritaria e repressiva in atto nel paese e porre termine al monopolio della rappresentanza sindacale, appannaggio esclusivo dei sindacati complici e concertativi, per estendere la democrazia sindacale nei luoghi di lavoro e per ripristinare un vero diritto di sciopero oggi negato da norme repressive e contrarie agli interessi dei lavoratori.

Lo sciopero sarà articolato con mobilitazioni territoriali previste in ogni regione.

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Allarme per il blocco alimentare della Transnistria

Mentre Vladimir Putin, nel corso di un incontro con il presidente della Guinea, Alpha Condé, ha dichiarato che la Russia ha cancellato 20 miliardi di dollari di debito di alcuni paesi africani e, nel 2016, ha stanziato 5 milioni di dollari per aiuti alimentari attraverso l’Organizzazione mondiale per l’alimentazione, anche gli abitanti di una regione europea rischiano la fame in seguito al blocco di forniture alimentari attuato dall’Ucraina.

Si tratta degli oltre cinquecentomila abitanti della Transnistria, la repubblica autonoma riconosciuta solo da Mosca. Lo ha dichiarato a Svobodnaja Pressa il vice direttore dell’Istituto per i paesi della CSI, Vladimir Evseev, sottolineando come, con l’accordo del luglio scorso tra Petro Porošenko e il premier moldavo Pavel Filip, guardie confinarie moldave controllino, in territorio ucraino, i varchi di frontiera tra Ucraina e Transnistria – il principale è quello di Kučurgan, nella regione di Odessa, cui corrisponde, sul territorio della Transnistria, Pervomajsk – impedendo il più delle volte, d’accordo coi colleghi ucraini, il transito di prodotti alimentari.

Se finora il blocco era praticato solo da parte moldava, da qualche mese anche l’Ucraina si è unita allo strangolamento della repubblica, così che Evseev, secondo il quale la situazione alimentare si sta facendo sempre più critica, chiede un intervento finanziario di Mosca a sostegno di Tiraspol, premendo nel contempo economicamente su Kišinëv, fino all’embargo sui prodotti agricoli moldavi, di cui Mosca è il principale acquirente.

La questione della Transnistria sta sempre più infuocando il confronto interno moldavo, oltre che i rapporti tra Mosca e Kišinëv; all’esterno, nel suo recente intervento all’ONU, Pavel Filip è tornato a richiedere il “pieno e incondizionato” ritiro delle forze di pace russe dalla Transnistria, in cui operano dal 1990; all’interno, mentre i sostenitori del presidente (quasi)filorusso, Igor Dodon, chiedono un referendum per il passaggio dalla repubblica parlamentare a quella presidenziale, i fautori del pro-occidentale Pavel Filip minacciano l’impeachment di Dodon (questi, invece di attendere che fosse raggiunto il numero di firme necessarie al referendum, lo ha indetto per decreto, mettendosi così nelle mani degli avversari) e una soluzione di forza della questione della Transnistria, che Kišinëv considera proprio territorio.

A parere di Evseev, più che Bruxelles in prima persona, principale sostegno all’attuale squadra di governo antirussa (divieti all’ingresso di giornalisti, proibizione al responsabile presidenziale russo per la Transnistria, Dmitrij Rogozin, di atterrare a Tiraspol, per la ricorrenza dell’accordo del 1992, richiesta di ritiro delle forze di pace russe, presenti dalla firma dell’accordo del 1992, funzionari dell’ambasciata russa a Kišinëv dichiarati “persona non grata”, insistenza sempre più marcata verso l’integrazione alla NATO, ecc.) sarebbero da un lato la Romania e, dall’altro, Kiev.

La prima, con le mire di uno stato unico assecondate dai Ministri di Filip e, la seconda, che, pur di danneggiare Mosca, arriva persino ad affamare non solo i 220mila russi, ma anche gli oltre 100mila ucraini di Transnistria, vale a dire oltre il 60% degli abitanti della repubblica che, 25 anni fa, conquistarono l’uscita dalla Moldavia, temendo l’assorbimento di questa nella Romania, un tema che, sempre più spesso, alti rappresentanti di Bucarest tornano a sollevare.

Purtroppo, afferma a Svobodnaja Pressa il politologo Aleksandr Šatilov, il Cremlino non sembra a oggi aver messo a punto alcun piano preciso in caso di repentino inasprimento della situazione, nonostante questa enclave filorussa sia circondata da regimi apertamente antirussi. Secondo Šatilov, “uno scenario del tipo di quello adottato dall’occidente contro la Krajna Serba è oggi quello più verosimile, per la Transnistria che non per il Donbass” e, dato che Mosca ha pochissimi strumenti per influire su tale regione e visto che il presidente Dodon non ha reale peso politico, si dovrebbe cercare di operare nei confronti della élite moldava, per trovarvi forze più positivamente orientate verso la Russia.

Nei fatti, sembra che la forza dei circoli filorumeni e prooccidentali, unita agli ondeggiamenti e ai passi falsi di Igor Dodon, facciano prospettare soluzioni non troppo favorevoli per la Transnistria.

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Roma. Raggi rinviata a giudizio. Ma l’attenzione è sul dito, non sulla Luna

La notizia del rinvio a giudizio della sindaca Raggi è piombata sullo scenario politico. Ampiamente previsto, almeno da quello che si è visto e sentito in giornali e telegiornali, è il ricorso sistematico al doppio standard. Non solo. Il connubio micidiale giustizialismo-moralismo, che da troppi anni ipoteca la politica, continua a seminare danni e miopie.

I fatti adesso sono noti a tutti. La magistratura ha ritenuto di aver prove sufficienti per portare a processo la sindaca di Roma per il reato di falso ideologico ma non per abuso d’ufficio. Il reato è legato alla vicenda delle discusse nomine dei dirigenti comunali, in particolare quella del fratello del dominus Raffaele Marra finito in carcere per un’altra inchiesta.

Qualcuno, soprattutto nel mondo M5S, fa notare che due settimane fa anche il sindaco di Milano, Sala, è stato rinviato a giudizio per falso ideologico e materiale relativamente agli atti amministrativi sulle aree dell’Expo, ma che la notizia ha avuto una enfasi incommensurabilmente inferiore a quella della sindaca di Roma. E su questo la denuncia di uno strumentale “doppio standard” ci sta tutta.

Ma ci sta tutta anche l’accusa ai M5S di utilizzare un doppio standard: implacabili sulle vicende giudiziarie degli altri, indulgenti con le proprie, venendo meno ad una narrazione giustizialista sull’onestà sulla quale è stato costruito il progetto e l’immagine stessa del M5S.

Nella giornata di ieri, è stato tutto un incrociarsi di accuse reciproche tra M5S e Pd proprio in base al doppio standard utilizzato. Soprattutto perché nella stessa giornata c’è stata la notizia del rinvio a giudizio di 12 consiglieri regionali del Pd del Lazio per un uso improprio dei fondi del gruppo regionale.

Messa così la vicenda appare una fiera della strumentalità caratteristica dello scontro tra partiti, soprattutto alla vigilia di una campagna elettorale “a tre poli” che lascia aperte tutte le incognite possibili sulla formazione di un nuovo governo.

Ci sembra invece che almeno due dati andrebbero tirati fuori da questa vicenda e collocati sul terreno giusto.

1) E’ tempo che tutti coloro che assumono o intendono assumere responsabilità di governo – soprattutto sul piano locale – siano consapevoli che un “inciampo giudiziario” nell’esercizio delle loro funzione è quantomeno inevitabile, sia per la tortuosità delle leggi vigenti, sia per l’incompetenza soggettiva e oggettiva della “politica” a districarsi nella macchina amministrativa in mano ai dirigenti che ne conoscono tutti i dettagli dove può nascondersi il diavolo. Questo gli assicura una rendita di posizione che solo una forte volontà politica può scalfire o scalzare

2) Se è vero che una amministrazione si deve caratterizzare proprio per l’indirizzo politico delle scelte che intende adottare, è inevitabile – anzi auspicabile – che la macchina amministrativa venga forzata sulla base delle priorità che si è deciso di realizzare. In caso contrario, ci si condanna nel migliore dei casi all’immobilismo, nel peggiore alla perpetuazione delle priorità e dei rapporti pre-esistenti al mandato di governo delle nuove amministrazioni. A Roma, la giunta Raggi è riuscita a impantanarsi in entrambi i casi: immobilismo e subalternità.

Ma l’immobilismo e la subalternità della giunta Raggi sono l’esatto contrario di quanto annunciato in campagna elettorale e delle aspettative generate tra gli abitanti di Roma che l’hanno votata in massa. Il “voto per vendetta” delle periferie della Capitale alla Raggi, invocava una discontinuità con il passato che non c’è stata nella sostanza e, alla luce del rinvio a giudizio, neanche nelle forme. La foglia di fico dell’onestà – alla luce dei dogmi giustizialisti – è caduta anch’essa a fronte degli atti della magistratura.

Ma è soprattutto sulle scelte strategiche su Roma che il deficit politico della giunta Raggi è diventato voragine. La vicenda dell’Atac, sulla quale il Comune si è lavato le mani affidandola ai commissari nominati dal tribunale due giorni fa, è stata l’ultima, manifesta, manifestazione di colpevole inanità di fronte ai verminai costruiti negli anni dai comitati d’affari prosperati nella città amministrata da centro-sinistra e centro-destra.

I “patti della vaccinara” o della “carbonara” con cui è stata spartita e spolpata Roma, non sono stati disdettati ma metabolizzati, come ha dimostrato la vicenda della cementificazione a Tor di Valle per il nuovo stadio della Roma o il nuovo patto stipulato con il boss dei rifiuti Cerroni. Invece di rottura e discontinuità si è ritornati all’urbanistica e alla gestione rifiuti contrattata.

Sullo sfondo c’è poi l’emergenza abitativa e delle periferie sulla quale finora si è balbettato e, quando la giunta Raggi si è dovuta posizionare politicamente, ci si è appiattiti su una logica della legalità del tutto decontestualizzata dalla situazione di impoverimento, disperazione, esigenze materiali di migliaia e migliaia di famiglie che richiede scelte ben diverse e ben più decise, anche forzando le regole e affrontandone le conseguenze. In questo caso non sarebbe per aver dichiarato il falso sulla nomina di un dirigente ma per rispondere a esigenze sociali disattese da troppi anni e che meritano di diventare priorità per Roma. E’ questa la differenza con il passato, ma è proprio questa che è venuta a mancare. Lo sciopero cittadino di oggi – precettato dalla Prefettura, ostacolato dalla Questura, ignorato dalla giunta e dal consiglio comunale – è un grido d’allarme proprio su queste emergenze non più rimovibili.

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Torino. Contro il vertice del G7 iniziano le mobilitazioni

Entra nel vivo la settimana del G7 di Venaria su industria, scienza e lavoro; e non mancano gli appuntamenti di confronto e mobilitazione sui temi del vertice, in un percorso che da giugno ha coinvolto diverse realtà antagoniste attive a Torino.

Si parte giovedì 28 settembre con la Street parade, con partenza alle 19 da Torino esposizioni, ma è venerdì 29 che si concentrerà il maggior numero di eventi. Alle 9 a Porta Susa è previsto il concentramento del corteo studentesco, convocato contro le politiche scolastiche europee e italiane che hanno imposto alternanza scuola-lavoro, asservimento del mondo della formazione alle imprese, precarietà e disoccupazione giovanile.

Alle 12.30 l’Usb, che ha indetto così come i Cobas lo sciopero generale provinciale per la giornata del 29, convoca un presidio e un’assemblea pubblica davanti ai cancelli della Fiat in corso Tazzoli, cui parteciperà Giorgio Cremaschi. La Fiat è naturalmente luogo simbolico non solo per le lotte operaie torinesi, ma anche per i processi di delocalizzazione e ristrutturazione dei processi produttivi tramite l’innovazione tecnologica, che hanno comportato la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro negli ultimi decenni. Alle 15.30 il presidio si sposterà quindi all’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro).

Alle 16 presso la Cavallerizza sarà inaugurata la Camera del lavoro autonomo e precario, mentre dalle 18 si terrà un corteo per il diritto all’abitare in zona Barriera di Milano. La ricca giornata si chiuderà alle 20.45 alla libreria Comunardi con l’assemblea pubblica convocata da Eurostop, cui interverranno Giorgio Cremaschi, Mimmo Porcaro e le diverse realtà che stanno lavorando alla costruzione di un soggetto politico e sociale che si ponga l’obiettivo della rottura di Unione Europea, Euro e Nato: Usb, Rete dei Comunisti, Partito Comunista Italiano, Noi Restiamo (che all’interno dell’assemblea presenterà il libretto su Automazione e disoccupazione tecnologica), Fronte Popolare, Genova City Strike, Collettivo Militant.

Eurostop parteciperà con un proprio spezzone anche al corteo unitario contro il G7 di sabato 30 settembre, che partirà alle 14.30 da largo Toscana per giungere, dopo aver attraversato parte della periferia ovest della città, a ridosso della Reggia di Venaria dove si terranno gli incontri del vertice.

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HQ2: il bando di Amazon che scatena la competizione tra le città

articolo di Paola Somma tratto da EddyBurg

Ecco come saranno scelti e decisi i destini delle città. Del resto, in una società dove il valore di scambio (vulgo, la moneta) è l’unico valore, non c’è molto da meravigliarsi. Se non tentare di aprire gli occhi a chi non vede.

Qualche giorno fa, sul sito di Amazon è apparso un bando che invita le città nord americane a candidarsi per ospitare il secondo quartier generale del gruppo. Denominato HQ2 (second headquarters), il nuovo insediamento avrà dimensioni non inferiori a quelle dell’attuale sede di Seattle, dove la corporation, con i suoi 40 mila dipendenti, occupa il 20% della superficie destinata a uffici.

Che le città facciano a gara per attirare le grandi imprese non è una novità, ma l’iniziativa rappresenta un cambiamento notevole rispetto alla prassi di trattative segrete con i pubblici amministratori, perché il bando elenca e descrive in dettaglio i requisiti per candidarsi, ed i criteri con i quali verrà scelta la località vincitrice del premio, che consiste nel miraggio di cinquanta mila posti di lavoro.

Dovrà trattarsi di un’area metropolitana con almeno un milione di abitanti, un ambiente business friendly – documentato da testimonianze di grandi compagnie già attive nella zona – buone scuole e università tali da attrarre e mantenere in loco talenti e forza lavoro altamente qualificata, un’ottima dotazione in infrastrutture e trasporti. Requisiti irrinunciabili sono anche una adeguata offerta residenziale, un basso livello di criminalità, un’ampia diversificazione demografica e una ricca gamma di servizi e amenità ricreative, perché, dice il bando, “vogliamo investire in comunità dove i nostri dipendenti possano godere di un’alta qualità di vita”.

Ovviamente, la compagnia chiede di specificare gli incentivi finanziari offerti dai governi locali e statali, nonché la disponibilità ad approvare nuove leggi ad hoc per aumentare la convenienza finanziaria dell’investimento, perché “sia il costo iniziale del progetto che i successivi costi dell’attività sono fattori decisivi nella nostra scelta”.

Alcuni commentatori hanno definito l’iniziativa “the Olimpics of corporate relocation” e paragonato i suoi presumibili effetti a quello che succede quando le città competono per ospitare le Olimpiadi, negoziando accordi e concessioni i cui costi superano ampiamente i benefici per le comunità interessate.

Tra gli osservatori più attenti, l’organizzazione Good Jobs First ha ricostruito la serie di enormi favori che Amazon ha già ricevuto in sgravi fiscali e sussidi di vario genere, che ammonterebbero a circa un miliardo di dollari negli ultimi dieci anni, ed ha suggerito ai contribuenti di “stare attenti al loro portafoglio perché, per aggiudicarsi il trofeo, i politici offriranno tagli di tasse e incentivi che verranno pagati dai residenti e dalle piccole attività economiche locali”.

Interessanti sono anche le reazioni che il bando per HQ2 ha suscitato a Seattle, dove il gruppo si è insediato a metà degli anni ’90, e dove si trova HQ1. Qui, con la sua presenza predominante, Amazon ha fatto lievitare i prezzi delle case e il costo della vita ed è da tempo oggetto di campagne antigentrification, mentre poco migliorano la sua immagine sporadici gesti di beneficenza, come la concessione di una parte di un suo edificio a un ricovero per senza tetto. Anche i rapporti con l’amministrazione sono altalenanti, e una recente proposta di aumentare le tasse per i redditi più alti ha irritato la compagnia. Nel complesso in città si registra “sollievo” perché “Amazon non va via, ma non raddoppia la sede qui”, riconoscendo che, in ogni caso, “sono loro che decidono”.

Incuranti di questi avvertimenti, lo stesso giorno in cui è apparso il bando, sindaci e amministratori in tutti gli Stati Uniti e il Canada hanno rilasciato dichiarazioni perentorie circa la loro intenzione di vincere la gara. Da Dallas (dimostreremo in modo aggressivo che siamo il posto giusto) a Toronto (abbiamo tutto quello che stanno cercando) a Baltimora (sanno che siamo un buon partner), tutti sono pronti a battersi fino all’ultimo dollaro pubblico e hanno formato gruppi di lavoro che sono già all’opera. Bisogna, infatti, agire in fretta (la scadenza per presentare le offerte è il prossimo 17 ottobre) e costruire candidature corroborate da concrete informazioni, a cominciare dai siti che le città mettono a disposizione.

A questo proposito il bando specifica che sono accettabili sia zone urbane che suburbane, vuote o con edifici abbandonati, purché in posizione pregiata e con molto spazio (a prime location with plenty of space to grow), e che Amazon vuole avere a che fare con “comunità che pensano in grande e in modo creativo quando si tratta di localizzazioni e scelte di sviluppo”, vale a dire sono disposte ad adottare norme e regolamenti edilizie e urbani tali da non rallentare le sue attività di costruzione.

Società di developers stanno affiancando le amministrazioni nella identificazione dei siti adatti a quello che, secondo gli esperti del real estate, sarà il più grande affare immobiliare dei prossimi anni. Si inizierà con un lotto di cinquanta mila metri quadrati, ma alla fine l’intervento consisterà in oltre settecentomila mila metri quadrati di superficie (più grande del Pentagono che ne misura seicentomila) su un’area di almeno quaranta ettari. Su questa enclave privilegiata il governo dell’area metropolitana concentrerà enormi risorse, inevitabilmente togliendole da altre voci di spesa.

Le offerte saranno rese note fra un mese, ma sembra fin d’ora condivisibile l’opinione di chi ritiene che stiamo per assistere ad “un’asta tra le città americane che diventerà un capitolo da manuale nella evoluzione dei rapporti tra corporations e comunità locali”.

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C'è da scommettere che simili opere di prostituzione del pubblico nei confronti dei soliti "innovatori" a capitale multinazionale, diverranno norma anche nella progressista UE fresca di approvazione del CETA.

“Ve la siete cercata”. Oggi le donne tornano in piazza


Il 28 settembre le donne tornano in piazza in tutto il pianeta per la giornata mondiale per l’aborto libero. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto livelli non più accettabili con una percentuale del 70% di medici obiettori nella media nazionale.

Occuperemo di nuovo le piazze per dire che l’obiezione di coscienza è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Sentiamo forte l’urgenza che il 28 settembre sia una giornata di lotta per rispondere all’attacco feroce che mai come in queste settimane ci sta riguardando.

I fatti di cronaca delle ultime settimane e il modo indegno in cui gli stessi sono stati trattati, dai media come dalle istituzioni, hanno ormai svelato che cosa è in gioco quando si parla della violenza di genere: il corpo delle donne è un terreno oggetto di conquista, un terreno da espropriare. Questo è lo sguardo alla base della cultura patriarcale che porta al conseguente gesto della violenza maschile e alle sue molteplici giustificazioni. Oggi, nello stato di emergenza e di crisi permanente in cui viviamo, quel gesto trasforma i nostri corpi in un campo di battaglia su cui tracciare nuove linee di confine. La violenza maschile diventa lo strumento utile a legittimare e imporre, allo stesso tempo, il ritorno all’ordine delle donne e delle soggettività fuori norma, così come le politiche autoritarie e razziste.

Ed è così che quando a compiere la violenza è un migrante diventiamo le “loro donne” – proprietà dei “patri uomini” – da difendere contro l’invasione straniera. Poi, un attimo dopo, se a “cadere in tentazione” è il maschio italico, magari in alta uniforme, sotto sotto è colpa nostra, delle nostre abitudini leggere e indecorose, del femminismo che ci ha instillato la falsa credenza nell’autodeterminazione, nell’autodifesa, nella libertà. Il nostro corpo allora andrebbe coperto, circondato da una “corazza protettiva”, secondo le ormai celebri parole del “manuale per le donne” de Il Messaggero, e perché no, costretto tra le sole mura domestiche. Del resto, ce lo insegna il senatore D’Anna, il desiderio maschile è “istinto primordiale”, se non teniamo conto di ciò, vuole dire che un po’ ce l’andiamo a cercare!

Se a morire, invece, è una ragazza di 16 anni, uccisa da un ragazzo di 17, la cronaca nera torna di nuovo utile a derubricare il fattaccio a trama usurata da romanzetto rosa-nero – la gelosia, il fidanzatino, la devianza, la droga – e a occultare questioni ben più scomode. Sarebbe, infatti, il caso di cominciare a interrogarsi sui modelli dell’identità maschile piuttosto che stilare vademecum antistupro.

Rifiutiamo la cultura del possesso che innesca la violenza maschile. Rifiutiamo la retorica su cui si fonda: il “destino biologico” di fragilità e inferiorità a cui saremmo naturalmente assegnate. È questo che vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri o quando la nostra vita vale comunque meno del feto che portiamo. È questo che ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate, o quando non possiamo decidere se procedere o meno contro il nostro stalker. È questo che scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle.

Non accettiamo il ricatto della paura, che vuole le strade delle nostre città come savane infestate da predatori, da cui ci si può difendere solo rinunciando alla libertà di muoversi e al prezzo di una diffusa militarizzazione e videosorveglianza.

La nostra difesa non la deleghiamo perché le strade sicure le fanno solo le donne che le attraversano.

Uno stupro è uno stupro, e a stuprare sono gli uomini, al di là della loro nazionalità, provenienza o estrazione sociale. Inoltre a commettere violenze sono nella maggioranza dei casi fidanzati, mariti, amanti, ex compagni, datori di lavoro.

È arrivato il momento di tornare in piazza, a gridare che respingiamo ogni forma di violenza e di strumentalizzazione sui nostri corpi. Razzismo e sessismo si giocano, infatti, sui corpi delle donne migranti e native. Lo mostrano le politiche di blocco delle frontiere, che negano la libertà di scegliere dove e come muoversi consegnando le vite delle donne migranti alla morte, alla violenza sessuale, allo sfruttamento. Ma anche la violenza del razzismo istituzionale messa in campo nelle nostre città, come hanno mostrato gli idranti di piazza Indipendenza a Roma, utilizzati contro chi rivendicava(no) il diritto a decidere come vivere.

Il 28 settembre le donne saranno in piazza per la giornata mondiale per l’aborto libero e sicuro [www.28september.org]. In Italia, seppur formalmente garantito dalla legge 194, è nei fatti progressivamente negato. L’obiezione di coscienza ha raggiunto la media nazionale del 70% di medici obiettori ed è una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne. Il 28 torneremo a chiedere che l’aborto sia ovunque depenalizzato, garantito e sicuro, un diritto per le donne di tutti i paesi.

Non solo, in Italia i fatti di cronaca delle ultime settimane e il modo indegno in cui gli stessi sono stati trattati, dai media come dalle istituzioni, hanno svelato chiaramente che quando parliamo di violenza di genere è in gioco il corpo delle donne come oggetto di conquista e terreno da espropriare. Questo è lo sguardo alla base della cultura patriarcale che porta al conseguente gesto della violenza maschile e alle sue molteplici giustificazioni.

Sui nostri corpi e della nostra vita decidiamo solo noi, donne, trans, queer...

Torneremo a gridare che se questa è guerra contro le donne, noi risponderemo!

Ve la siete cercata!

Libere dalla paura, unite nella solidarietà!

Non una di meno Roma

(Foto di Patrizia Cortellessa)

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“Sinistra di governo” o socialfascismo?

A proposito del ruolo svolto dalle forze che oggi, autoetichettandosi in maniera scientemente menzognera “di sinistra”, attuano politiche ferocemente antipopolari e, in nome del “superiore interesse della nazione”, cioè del capitale, attentano terroristicamente agli elementari diritti dei lavoratori (crescente precarizzazione del lavoro, contratti da galera, orari feudali, disoccupazione, diritti sindacali calpestati) e delle masse popolari in generale (azzeramento di ogni garanzia sociale, privatizzazione dei servizi essenziali, a partire da sanità, assistenza e istruzione);

a proposito delle crescenti misure poliziesche, che quelle stesse forze adottano contro ogni minima manifestazione di dissenso sociale, trattandola come una questione di ordine pubblico e operando apertamente quali aguzzini della dittatura di classe della borghesia, pronti a ricorrere alle misure più estreme a difesa degli interessi dei propri “datori di lavoro”;

a proposito della maschera “democratica” e “di sinistra” indossata dalle medesime forze che, in certi ambiti e ambienti, consente loro di raccogliere ancora un margine di quell’approvazione un tempo accordata al vecchio, ormai inesistente, protagonista politico impersonato dalla maschera stessa e in altri ambiti e ambienti permette loro di presentarsi per quello che davvero sono;

a proposito della necessità di dimostrare, a quegli strati popolari che nonostante tutto seguono ancora quella “sinistra”, come gli stessi personaggi che la compongono – professionisti, industriali, finanzieri, maneggioni dell’intrigo elettoralistico e finanche aperti ladri e imbroglioni – ne rivelino l’odierno reale carattere di classe, che da tempo non ha più nulla a che fare con la base sociale della vecchia sinistra ormai scomparsa;

a proposito di come i comunisti debbano rapportarsi a quelle forze autoproclamantesi “di sinistra” e “democratiche”, non semplicemente smascherandole quali avversari, ma combattendole quali nemici di classe dichiarati.

A proposito di questo e tenendo ovviamente conto delle diverse condizioni, a partire da quelle internazionali e dal prevalere oggi di centri di comando centralizzati del capitale finanziario, che riducono i governi nazionali a semplici esecutori di decisioni sovranazionali, non sembra senza interesse rileggere certi spunti politici di qualche anno fa...

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23. (…) In tutto il periodo trascorso, la socialdemocrazia ha giocato il ruolo di ultima riserva della borghesia, quale partito “operaio” borghese. La borghesia, per mezzo della socialdemocrazia, si è aperta la strada verso la stabilizzazione capitalistica (tutta una serie di governi di coalizione in Europa). Il rafforzamento del capitalismo ha reso superflua, in una certa misura, la funzione della socialdemocrazia quale partito di governo. La sua esclusione dalle coalizioni e la formazione di governi cosiddetti “borghesi puri” ha sostituito l’era detta del “pacifismo democratico”. La socialdemocrazia, giocando da un lato il ruolo dell’opposizione e, dall’altro, quello di agitatore e propagandista della politica del cosiddetto “pacifismo realista” e della “pace industriale”, ha mantenuto sotto la propria influenza settori significativi di masse operaie, ha conquistato parte degli operai allontanatisi dai partiti borghesi, ha acquistato influenza tra quei settori di piccola borghesia che tendono a sinistra (elezioni in Francia e in Germania) e nel centro d’Europa è entrata di nuovo a far parte dei governi. E’ tuttavia necessario avere presente che questi casi di governi di coalizione con la diretta partecipazione della socialdemocrazia non possono essere e non saranno semplici ripetizioni delle precedenti combinazioni. Ciò riguarda particolarmente le questioni della politica estera in generale e della politica militare in particolare. La dirigenza socialdemocratica vi giocherà un ruolo infinitamente più proditorio che non in tutte le precedenti tappe di sviluppo. Bisogna anche tener presente – in particolare, in relazione alla pratica di coalizione della socialdemocrazia e a tutta l’evoluzione dei suoi vertici ufficiali – che è possibile un rafforzamento dell’ala cosiddetta “di sinistra” della socialdemocrazia (...) che inganna le masse operaie con metodi più sottili e quindi più pericolosi per la causa della rivoluzione proletaria. (...) i capi socialdemocratici di sinistra sono i nemici più pericolosi (...) i più pericolosi promotori della politica borghese tra la classe operaia (...).

24. Oltre ad attirare la socialdemocrazia, nei momenti più critici e in determinate condizioni la borghesia ricorre al regime fascista. (...) Il tratto distintivo del fascismo consiste nel fatto che, in relazione ai turbamenti dell’ordine economico capitalistico e in conseguenza di circostanze obiettive e soggettive, la borghesia ... sfrutta lo scontento della piccola e della media borghesia di città e campagna e anche di alcuni strati di proletariato declassato per organizzare un movimento reazionario di massa. Il fascismo ricorre ai metodi della violenza aperta, per spezzare la forza delle organizzazioni operaie... Giunto al potere, il fascismo tende a stabilire l’unione politica e organizzativa di tutte le classi della società capitalista (banche, grande industria e mondo agrario) e realizza la loro dittatura integrale, aperta e conseguente. (...) In forma più o meno aperta, tendenze fasciste e embrioni di fascismo esistono ora quasi dappertutto. L’ideologia della collaborazione di classe è l’ideologia ufficiale della socialdemocrazia e in molti punti coincide con l’ideologia del fascismo (...)

3. Si sono rivelati infruttuosi anche i tentativi della borghesia di stabilire la “pace industriale” nei principali paesi capitalistici. Di fronte a essa, nelle condizioni di impoverimento delle più larghe masse di popolazione, si pone in maniera sempre più acuta l’insolubile problema dei mercati, acuito non solo per la crescita dell’apparato produttivo, ma anche per gli alti prezzi imposti da trust e cartelli monopolistici, gli sbarramenti costituiti dalle barriere doganali, lo sviluppo industriale dei paesi economicamente arretrati, dalla generale instabilità nelle colonie. Vani sono rimasti anche i tentativi della borghesia di aggirare questa decisiva contraddizione per mezzo di una larga razionalizzazione capitalistica. La razionalizzazione approfondisce ancora di più tale contraddizione. Elevando la capacità produttiva del suo apparato economico, allontanando dal processo produttivo milioni di lavoratori, acuendo ancora di più la concorrenza sul mercato mondiale, la razionalizzazione capitalistica acuisce i conflitti sociali. Gravando con tutto il suo peso sulla classe operaia, essa ne abbassa il livello di vita e con il prolungamento della giornata lavorativa e l’introduzione del sistema a catena, porta ai limiti estremi il carattere estenuante del lavoro. Tutte le conquiste sociali della classe operaia, da questa strappate con lotte decennali e soprattutto nel periodo dell’ondata rivoluzionaria degli anni 1918-1920, o vengono eliminate, o sono minacciate di eliminazione (giornata lavorativa di 8 ore, assicurazione sociale, sussidi ai disoccupati, legislazione operaia, diritti sindacali, diritto di sciopero). In alcuni paesi, le conquiste sociali e politiche del proletariato vengono liquidate con l’aiuto della socialdemocrazia, dietro la maschera ipocrita di nuove “riforme” (le leggi sull’assicurazione sociale o quelle sulle abitazioni, in Francia). Sotto la bandiera della “pace industriale” in Inghilterra, della “democrazia economica” in Germania, del fascista “arbitrato obbligatorio” in Italia e in altri paesi, la borghesia, con l’appoggio della socialdemocrazia e della burocrazia riformistica sindacale, porta avanti con la più acuta malvagità un sistema di spudorata rapina, schiavitù, barbara oppressione della classe operaia. Conseguenza della razionalizzazione capitalistica è la crescita gigantesca della disoccupazione. (...)

A fianco della politica di soffocamento economico della classe operaia, procede anche l’accrescimento della reazione politica: la fascistizzazione dell’apparto statale della borghesia, il rafforzamento della repressione e del terrore bianco, i colpi di stato fascisti con l’appoggio del capitale internazionale (Jugoslavia), arresti in massa di operai (Francia, Polonia, ecc.), chiusura delle organizzazioni rivoluzionarie (...) Con l’accentuarsi delle contraddizioni imperialistiche e l’acuirsi della lotta di classe, il fascismo diviene il metodo sempre più diffuso di dominio della borghesia. Una forma particolare di fascismo nei paesi con forti partiti socialdemocratici è il socialfascismo, che serve sempre più spesso alla borghesia quale mezzo per paralizzare l’attività delle masse nella lotta contro il regime della dittatura fascista.

5. (...) Il Plenum del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista impone a tutte le sezioni dell’IC il dovere di rafforzare la lotta contro la socialdemocrazia internazionale, quale maggior puntello del capitalismo.

Il Plenum del CE dell’IC invita a rivolgere particolare attenzione al rafforzamento della lotta contro l’ala “sinistra” della socialdemocrazia, che frena il processo di disgregazione della socialdemocrazia, seminando illusioni sul ruolo di opposizione di tale ala “sinistra” alla politica delle istanze dirigenti socialdemocratiche, mentre, di fatto, appoggia a tutto campo la politica del socialfascismo.

3. Sia il fascismo che il socialfascismo (socialdemocrazia) sono per la conservazione e il rafforzamento del capitalismo e della dittatura della borghesia, ma da questo traggono conseguenze tattiche diverse. Dal momento che la situazione della borghesia al potere in ogni paese è oggi particolarmente contraddittoria e le impone spesso di bordeggiare tra una rotta verso un deciso scatenamento della lotta contro i propri nemici esterni e interni e una rotta più cauta, tale contraddizione si riflette anche nelle differenze di posizioni di fascismo e socialfascismo. I socialfascisti preferiscono un ricorso più moderato e “legale” alla violenza di classe borghese, perché sono contrari al restringimento delle basi della dittatura borghese: essi ne difendono l’immagine “democratica” e la conservazione, per quanto possibile, delle sue forme parlamentari, la cui mancanza rende loro difficoltoso assolvere la propria specifica funzione di inganno delle masse operaie. Al tempo stesso, i socialfascisti, trattenendo gli operai da azioni rivoluzionarie contro gli attacchi del capitale e del crescente fascismo, rivestono il ruolo di copertura, dietro cui i fascisti hanno la possibilità di organizzare le proprie forze e spianare la strada alla dittatura fascista.

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Note
da “KOMMUNISTICESKIJ INTERNATSIONAL V DOKUMENTAKH. Reshenija, tezisy i vozzvanija kongressov Kominterna i plenumov IKKI. 1919-1932 – Pod redaktsiej Bela Kuna”; Partijnoe Izdatel’stvo, Moskva 1933.

23; 24 = VI Congresso dell’Internazionale Comunista – La situazione internazionale e i compiti dell’IC; § 4. “Lotta di classe, socialdemocrazia e fascismo”. Agosto-settembre 1928

3; 5 = X Plenum del CE dell’IC – La situazione internazionale e i compiti immediati dell’IC; § 1. “L’acuirsi delle contraddizioni fondamentali del capitalismo”; § 2. “I partiti della II Internazionale al potere”. Luglio 1929

3 = XII Plenum del CE dell’IC – La situazione internazionale e i compiti delle sezioni dell’IC; § 3.”Dittatura della borghesia, nazionalismo, fascismo e socialfascismo”. Settembre 1932.

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giovedì 28 settembre 2017

Arabia Saudita - “Vision 2030” la strada é ancora lunga per i diritti delle donne

“Le donne potranno prendere la patente e guidare da giugno 2018” così ha comunicato ieri l’agenzia stampa saudita annunciando la caduta di uno dei tabù storici per le la lotta dei diritti delle saudite. Con un decreto firmato il 26 settembre, re Salman Al Saud, ha finalmente concesso alle donne di poter guidare senza l’accompagnamento del “guardiano”. Scompare definitivamente un divieto nell’ultimo paese al mondo dove era ancora in vigore.

La notizia ha provocato un’ondata di entusiasmo tra i diversi movimenti per i diritti delle donne. L’abolizione del divieto di guida si aggiunge ad un’altra recente conquista. Sabato scorso le saudite sono entrate, per la prima volta, nello stadio Re Fahd di Ryiadh in occasione di uno spettacolo per l’87° festa nazionale della monarchia. Numerose, ovviamente, le limitazioni. Le donne sono state autorizzate ad entrare obbligatoriamente accompagnate da famigliari, uomini e bimbi, in una sezione separata dello stadio, mentre gli uomini soli si sono seduti in un’altra sezione.

Una decisione improvvisa, quella di re Salman, visto che la classe religiosa saudita, secondo il credo wahhabita (visione ultra reazionaria dell’Islam sunnita, ndr), si è da sempre dichiarata contraria a qualsiasi forma di emancipazione femminile. La settimana scorsa un predicatore aveva motivato il proprio sostegno al divieto dichiarando, nell’incredulità della stampa mondiale, che “la donna possiede un quarto del cervello di un uomo”.

Il regno saudita cerca di ridurre alcune restrizioni per le donne nel quadro del piano di sviluppo “Vision 2030”, una serie di riforme in campo economico e sociale, portato avanti dal principe Mohammed Bin Salman, in un’ottica di rinnovamento della monarchia.

Molte, però, sono le battaglie da portare avanti per i diritti delle donne in un paese che dallo scorso maggio è membro della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (UNCSW), l’organismo dell’ONU impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere. Una scelta discutibile vista l’attuale situazione delle donne saudite e, secondo molte ONG, “un’assurdità in contrasto con gli obiettivi e gli ideali della commissione”.

In Arabia Saudita, infatti, le donne, fin dalla nascita, sono affidate alla figura del “guardiano”: inizialmente un maschio della famiglia (padre, fratello), poi il marito. In qualsiasi caso il “guardiano” (wali in arabo) limita le libertà della donna, impedendone di fatto ogni sua emancipazione. Secondo la dottrina wahhabita, la donna non può uscire da sola, è autorizzata ad allontanarsi dalla sua residenza o dalla sua città solo con l’autorizzazione del tutore. Divieti e proibizioni che toccano tutti gli aspetti della quotidianità. Le donne devono obbligatoriamente indossare la abaya (velo nero) senza mostrare il viso o mostrarsi truccate, non possono cambiarsi o provare abiti nei negozi, praticare sport alla vista di altri, andare dal medico senza consenso del wali e limitare qualsiasi tipo di conversazione con un uomo che non sia un parente.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha salutato il decreto di re Salman come “un passo importante nella giusta direzione per i diritti delle donne”. Attualmente la monarchia saudita occupa il 141° posto su 145 riguardo alla libertà delle donne secondo il Report sulla Disparità di Genere 2016 del Forum Economico Mondiale.

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Roma è una caserma: limitazione forzata allo sciopero, piazze vietate

Nella Capitale non si può scioperare per tutta la giornata. La “forte presenza turistica prevista nel fine settimana” (?) e la probabile alta adesione allo sciopero sono le ragioni per le quali la Prefettura ha deciso di ridurre, di fatto precettare, lo sciopero del trasporto locale previsto per il prossimo venerdì 29 settembre convocato dalla Usb. Dalle 24 ore lo sciopero quindi è limitato alla sola fascia 8,30 – 12,30.

I periodi di franchigia già esistenti (le cosiddette fasce di garanzia) a tutela della mobilità, costituiscono già una forte limitazione al diritto di sciopero e sono funzionali proprio al commercio ed alla ricezione turistica. Che poi tra le motivazioni della limitazione forzata dello sciopero ci sia la sua probabile riuscita e che questo costituisca un motivo per vietarlo, lascia decisamente sconcertati!

Ma forse su questa aria da caserma che si respira ormai nella Capitale, pesa la cattiva coscienza sulle tagliole che le autorità comunali, regionali e prefettizie si apprestano a realizzare contro i lavoratori, oggi dell’Atac domani delle altre municipalizzate. Infatti gli stipendi degli autisti Atac saranno pagati dall’azienda ma solo come “anticipazione”. Oggi infatti il Tribunale di Roma ha accolto la domanda di concordato preventivo presentata dall’Atac lo scorso 18 settembre 2017, avviando a tutti gli effetti il procedimento per la presentazione della proposta definitiva di concordato corredata del Piano e degli ulteriori documenti previsti dalla legge – prosegue la nota –. Il termine concesso è di 60 giorni e si compirà in data 27 novembre 2017. Sono stati nominati Commissari il Prof. Lener, il Prof. Sancetta e l’Avv. Gratteri.

Secondo quanto riportato nel Comunicato al personale, firmato dal direttore dell’Atac Paolo Coretti, con il quale il popolo dei tranvieri romani ha appreso che lo stipendio del mese sarà una sorta di “prestito ponte”, soggetto al giudizio e all’autorizzazione del Tribunale e potrà anche essere richiesto indietro qualora la complessa procedura fallimentare avviata da Atac su indicazione del socio unico Roma Capitale non dovesse andare in porto.

E’ così che l’incapacità di gestire la città, i suoi flussi turistici ed il pendolarismo (già enormemente penalizzato in condizioni di “normalità”), viene scaricata sui lavoratori ed utilizzata come arma per tappargli la bocca. Ad aggravare le cose è la consapevolezza che c’è un malessere diffuso e maggioritario nella categoria diventa una ragione per impedire che esso possa esprimersi.

Dopo il divieto della manifestazione a piazza Indipendenza per il pomeriggio del 29 settembre, poi autorizzata e infine nuovamente vietata, adesso è arrivato dalla Prefettura questo nuovo attacco alle libertà ed al diritto di espressione che conferma l’atteggiamento autoritario delle istituzioni romane.

La Questura non ha voluto che piazza Indipendenza diventasse il simbolo delle violenze ingiustificate ai migranti e della xenofobia di stato. E soprattutto non si vuole che si saldi il fronte delle ingiustizie, che si uniscano quelli che si vuole mantenere divisi.

La manifestazione di venerdì pomeriggio si sposta quindi in piazza del Campidoglio e la questione democratica diventa centrale. Mentre i piani di privatizzazione vanno avanti, mentre continuano a non pagare gli stipendi di centinaia (o migliaia?) di lavoratori in appalto, mentre continuano gli sgomberi nelle case popolari, intanto riducono fortemente lo sciopero e vietano le piazze. Questione democratica e questione sociale devono tornare a saldarsi, il 29 Roma è chiamata a non farsi imbavagliare.

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Kurdistan, mina vagante nella polveriera mediorientale

Felicità e inquietudine - Tensione crescente fra Erbil e Baghdad, le cui leadership si guardano in cagnesco ora che circa quattro milioni di kurdi della regione autonoma del nord Iraq hanno impresso su scheda l’adesione alla proposta d’indipendenza di Masoud Barzani. Che ha ricevuto un ampio assenso anche nella provincia che gli arabi considerano propria: Kirkuk. Il premier iracheno al-Abadi non accetta il valore simbolico della marea di sì riversatasi nell’urna, di cui, all’inverso, il presidente del Krg rivendica il peso politico. Il primo si fa forte dell’aria che tira nella regione, delle minacce belliche di Erdoğan, della voce grossa sollevata anche dal solitamente diplomatico Rohani. Chi ha a che fare con l’etnìa kurda, sebbene numeri e peso politico delle varie situazioni sia differente e cangiante, vuole escludere un possibile contagio dalla smania secessionista. Fa eccezione, almeno per ora il governo siriano, che parrebbe flessibile a un’accettazione dell’autonomia del Rojava. Posizione si presume tattica perché le Unità di difesa del popolo combattono con determinazione i miliziani dell’Isis e con la stessa determinazione difenderebbero i propri territori contro chiunque. Ovviamente occorrerà vedere le forze in campo. Come i molti passi di Damasco in questi anni, c’è chi legge in questa scelta un suggerimento russo. Mosca punterebbe sui kurdi di tutte le sponde, dal Pyd al Pkk, passando per le milizie di Barzani. Ma se i nemici dell’entità Kurdistan, che non è affatto una questione di lana caprina, vorranno scatenare carri armati e artiglieria (scelta che la Casa Bianca scoraggia, temendo la definitiva disgregazione irachena) terminati gli assedi a Mosul, si avvierebbero quelli a Erbil e dintorni.

Desideri e paragoni ingombranti - La popolazione di quel territorio, che pure ha visto i familiari combattenti coinvolti nella guerra all’Isis con conseguenti lutti, non ha conosciuto gli strazi di civili. Questo può fungere da deterrente e ammorbidire la fermezza di Barzani dal braccio di ferro in atto. Eppure esiste anche il rovescio della medaglia: la componente politica e militare kurda avrebbe gettato sangue contro il Daesh che insidiava anche i suoi territori, senza ottenere nessun avanzamento del progetto che dall’autonomia regionale mira a una definizione politico-amministrativa del suolo e del sottosuolo. Ovunque esso sia abitato dalla propria gente, lì dov’è impreziosito dal petrolio e dove non lo è. Uno stato di fatto che i peshmerga sostengono di voler difendere a ogni costo armi alla mano. Ora che quelle mani s’allungano sui pozzi di Kirkuk il governo iracheno pensa a ristabilire i vecchi equilibri con l’uso dell’esercito, come domandano molti parlamentari portavoce dei propri elettori arabi e turcomanni. E alle rivendicazioni economico e commerciali già iniziano a sommarsi quelle ideologiche e politiche sul controllo di luoghi considerati sacri dal mondo arabo, nonostante la Storia sia testimone di terre contese e coabitate da varie etnìe. Qualche politologo avvicina la creazione del Kurdistan a quello di Israele, considerando il paragone tutt’altro che un azzardo per il punto di vista più radicale del mondo arabo. Comunque il passo può risultare un elemento distrattivo che, annunciando un conflitto permanente, metterebbe all’angolo la soluzione dell’indipendenza archiviandola come impraticabile.

Contraddizioni attuali, rischi futuri - Erdoğan è stato durissimo con Barzani: “Non pensavamo potesse compiere un così grave errore. Questa consultazione, senza che fra noi ci sia stato alcun colloquio, è un tradimento”. Ma il presidente turco lascia uno spiraglio aperto. Sia ammettendo che c’è stato un errore di sottovalutazione da parte dell’establishment interno (e rinvia un po’ dello scarso intuito su esecutivo, esercito, Mıt, tutti organismi che la riforma presidenziale pone sotto il suo super controllo), sia quando trasforma la minaccia d’un intervento armato dai propri confini in quella di chiudere varchi e aeroporti da cui far transitare merci. Posizione non meno severa e ricattatrice, però non armata. I ‘consigliori’ presidenziali ritengono che una forma di soffocamento morbido del Kurdistan potrebbe risultare più efficace dello scontro palese. E di fatto gli scali di Erbil e Sulaymaniya sono praticamente deserti; numerose compagnìe occidentali hanno già sospeso i voli, la libanese Mea e la Turkish li bloccheranno da domani. Ma la tattica più adeguata agli interessi del nazionalismo turco apertamente sposato da Erdoğan è quella di carezzare Barzani e la sua creatura politica (meglio se regione autonoma confinante piuttosto che Stato autonomo) per combattere a fondo i kurdi di casa, dal Pkk all’Hdp. Un gioco che per durare necessita delle scelte di alleati e avversari, sulla scena regionale e internazionale, e la divisione dei kurdi stessi.

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Ryanair-Wal Mart. Le trombe di Gerico sul capitalismo anni ’90


C’è un limite a tutto. Ora lo ha scoperto anche Michael O’Leary, patron di Ryanair, società aerea che sembrava aver trovato la formula aurea per fare profitti e sbaragliare la concorrenza.

Alla prima tranche di voli cancellati a inizio settembre – quasi 200.000 passeggeri lasciati a terra – ne è seguita un’altra ancora più pesante: 25 aerei fermi negli hangar, 34 rotte cancellate, 400.000 passeggeri da rimborsare perché la loro prenotazione non può essere onorata.

In più, la rinuncia ufficiale all’acquisto di Alitalia (soltanto gli aerei, senza personale di bordo e tanto meno di terra).

Una caduta di credibilità spaventosa era avvenuta con il primo annuncio, giustificato con un “errore di programmazione delle ferie dei piloti”. Sono bastate due telefonate di verifica per scoprire che i piloti stavano invece fuggendo verso compagnie meno schiavistiche e con stipendi migliori. E del resto in molti alla parole “ferie” in Ryanair avevano reagito con un “ma quando mai le hanno avute...”. Una figura da truffatori colti sul fatto, insomma, non proprio da primattori nel mercato del trasporto aereo.

La crisi di Ryanair è importante perché segna l’inizio della crisi di un modello di business fondato sul low cost, sia per i clienti che – soprattutto – per le condizioni dei dipendenti. Nell’ultimo bilancio ufficiale, il costo di piloti, steward, assistenti e personale di terra pesa per soli 5 euro per ogni passeggero trasportato (mentre il tasso di profitto è vicino al 20%!).

Non c’è però solo la compagnia di O’Leary sul banco dei “sofferenti”; anche Wal Mart – catena di distribuzione Usa con un milione e mezzo di dipendenti – è stata costretta ad aumentare (di poco) i salari per non perdere frotte di magazzinieri, commessi, addetti alle casse.

I due casi sono molto diversi, ma in qualche misura accomunati dallo stesso problema: salari troppo bassi, che espongono alla concorrenza verso l’alto.

Gli ideologi del mercatismo senza regole, come Federico Rampini di Repubblica, si sbracciano nel cercare di giustificare questo rovesciamento di tendenza con “la ripresa”, senza neanche guardare ai dati fondamentali (l’economia Usa ed europea si risollevano dell’1-2% dopo quasi dieci anni, ma senza tornare – in molti casi – neppure ai livelli ante-crisi).

In Ryanair la “fuga” o ribellione è partita dai piloti, ovvero dal segmento di dipendenti a più alta specializzazione. La società irlandese aveva in effetti beneficiato della crisi del settore creata dagli effetti dell’11 settembre e poi ingigantita dallo smantellamento di molte compagnie di bandiera europee (Iberia, Klm, Suissair, AirOne, la stessa Alitalia e altre), conseguente alla decisione Ue di ridurre a soli tre i vettori continentali (AirFrance, British e Lufthansa). Tutte le nuove leve di piloti uscite dall’addestramento si ritrovarono le porte chiuse e furono costretti ad accettare le condizioni capestro dei vettori low cost pur di volare (le “certificazioni” che abilitano alla guida vanno confermate a scadenze fisse, pilotando, altrimenti decadono e si resta a terra per sempre).

Ora il trasporto aereo vede l’ingresso di nuovi vettori ansiosi di trovare spazio (la Norwegian Airlines – una low cost che vuole effetture voli intercontinentali, mentre questo business finora aveva coperto soltanto il medio raggio – ma soprattutto cinesi ed arabi), che si accaparrano comandanti con lunga esperienza a suon di stipendi enormemente superiori, da tre a cinque volte la busta paga Ryanair.

Diciamo dunque che qui il modello va in crisi a partire dal segmento più alto, che era stato troppo compresso da un management contrario ai contratti di lavoro, alla rappresentanza sindacale, a qualsiasi diritto di qualsiasi dipendente.

Wal Mart va in crisi sul segmento più basso e dequalificato. Ma la ragione è la stessa: “i salari di Wal Mart sono talmente bassi che molta della forza lavoro può richiedere i sussidi al reddito, perché al di sotto della soglia ufficiale di povertà”. Sembrava anche qui la chiave del successo, ma l’aver ridotto il salario al di sotto del livello di sopravvivenza ha generato un effetto chiaramente inatteso: un progressivo rifiuto di sottomettersi a questa catena. Non per “ribellismo” (negli Stati Uniti men che altrove), ma per semplice calcolo economico: quello stesso reddito si può trovare in altro modo, faticando meno.

Anche in questo caso l’ideologo Rampini si inventa processi inesistenti: “con la piena occupazione i rapporti di forza cambiano a favore dei lavoratori”. Negli Usa, effettivamente, il tasso ufficiale di disoccupazione è molto basso, addirittura sotto il 5%. Ma è arcinoto che questo tasso prende in considerazione soltanto chi si è iscritto in qualche ufficio di collocamento (o come si chiamano lì), mentre i senza lavoro “scoraggiati” (che neanche lo cercano più) sono una marea. Tanto da portare il numero dei disoccupati effettivi, negli Usa, a quasi 100 milioni (sui 320 di abitanti totali, bambini e ultrasettantenni compresi).

Una situazione da terzo mondo che chiarisce come “centro” e “periferia” del capitalismo contemporaneo siano ormai contigui, mescolati in ogni anfratto di territorio, tanto nel vecchio “centro” occidentale, quanto nelle ex “periferie”.

Per molti versi assistiamo al rovesciarsi di segno delle delocalizzazioni effettuale dagli anni ‘90 ad oggi (e ancor prima, per quelle periferie sotto stretto controllo occidentale): là si è sviluppata un’industria manifatturiera e dei servizi di dimensioni tali da restringere fin quasi alla scomparsa il peso europeo e nordamericano nel determinare il Pil globale: “entro il 2030 l’Asia avrà superato America del Nord ed Europa messe assieme in termini di potenza globale, sulla base di pil, quantità di popolazione, spesa militare e investimenti tecnologici”. Entro il 2050 l’Unione Europea dovrebbe pesare soltanto per il 6%... E già ora – a parità di potere d’acquisto – la Cina è la prima economia del pianeta (vedi il grafico che segue)


In questo scenario è evidente che la competizione basata soltanto sulla compressione salariale (e un’organizzazione del lavoro super-ottimizzata) è destinata a subire erosione verso il basso (ci sarà sempre un concorrente che localmente più ottenere salari ancora più bassi del tuo), ma anche verso l’alto (ogni nuovo competitor che voglia acquisire spazio potrà gettare sul piatto salari migliori, anche solo temporaneamente).

La fragilità di questo modello è per ora solo annunciata dalle crisi di Ryanair e Wal Mart. Ma con la potenza delle trombe di Gerico...

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La rifondazione dell’Europa secondo Macron

In Europa, è l’ora dei grandi discorsi. Dopo che Theresa May aveva preso congedo venerdì scorso dall’UE, pronunciando un discorso sul Brexit a Firenze, città carica di storia, il presidente francese Emmanuel Macron ha scelto martedì, come palcoscenico per la sua solenne allocuzione, l’antica, prestigiosa università parigina della Sorbona. Dietro il pulpito del conferenziere figurava la bandiera europea e tutto intorno quelle degli Stati membri dell’Unione, compreso l’Union Jack britannico. Tuttavia, mentre a Firenze la May aveva esposto le intenzioni separatiste dei sudditi di Sua Maestà, nel discorso di Macron si trattava di contenuti del tutto diversi. L’uomo, 39 anni, aspira ad una «rifondazione» dell’Unione Europea. Nulla di meno! Per lui non ci sono limiti invalicabili, ma solo nuovi orizzonti.

Conformemente alle attese, Macron ha spaziato su un intero arcobaleno politico, economico e militare, parlando di sicurezza, migrazioni, riscaldamento climatico, istruzione, economia, finanze e welfare. Ha avanzato una serie di proposte: un bilancio della difesa europeo, una forza di intervento comune e l’apertura delle forze armate nazionali a soldati di altri Stati dell’Unione. Ha proposto inoltre un’autorità europea per i richiedenti asilo, un procuratore generale europeo, un programma industriale comune per la promozione dell’auto «pulita», l’elezione di candidati transnazionali per metà del parlamento di Strasburgo, l’armonizzazione della politica fiscale e sociale all’interno dello spazio europeo e la creazione di un ministero delle Finanze europeo con un bilancio proprio, alimentato dal gettito fiscale.

Il momento scelto da Macron per pronunciare il suo discorso – due giorni dopo le elezioni politiche in Germania – non è casuale. Così facendo, non sarà possibile non affrontare il tema dell’Europa nel corso delle trattative per il prossimo governo di coalizione tedesco. Tutti sanno che la rifondazione dell’UE auspicata da Macron può riuscire solo con il beneplacito del partner «pesante» dell’asse franco-tedesco. Tuttavia il risultato elettorale ha molto raffreddato gli entusiasmi del giovane rifondatore. Tanto per fare un esempio, i liberali tedeschi, probabili membri della coalizione «Giamaica» (si tratta dei colori della bandiera giamaicana, uguali a quelli dei partiti politici tedeschi che a quei colori vengono associati: nero per i democristiani, giallo per i liberali e, ovviamente, verde per i Verdi) che si profila a Berlino, si oppongono con forza alla sua proposta di ministero delle Finanze europeo. La cancelliera, inoltre, non ha preso finora alcuna posizione sull’argomento.

Anche in Francia, le critiche non mancano. L’opposizione al discorso del presidente si è fatta sentire distintamente. Gli studenti della Sorbona hanno manifestato la loro disapprovazione. E da settimane i lavoratori francesi manifestano contro la riforma del Codice del Lavoro e la Legge di bilancio, con un massiccio spostamento di risorse dal lavoro alla rendita, grazie alle quali Macron intende segnalare la sua disponibilità nei confronti della politica ultra-liberista dello Stato-guida dell’Unione Europea.

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L’Unione Europea contro la Catalogna: bene censura e repressione

Il portavoce della Commissione Europea, Margaritis Schinas, ha affermato ieri che la chiusura di circa 200 pagine web in Catalogna da parte del governo di Madrid, rientra all’interno della “legalità”. Il portavoce dell’Ue ha giustificato le misure adottate visto che “sono state ordinate da magistrati in un contesto specifico e ha ricordato che la Commissione non ha competenze specifiche sulla questione riaffermando di fatto, indirettamente, che giudica quanto sta accadendo a Barcellona una questione interna allo Stato Spagnolo. Schinas ha risposto così alle domande di alcuni giornalisti che gli domandavano se, a suo avviso, la censura, la chiusura di numerosi siti web e la persecuzione nei confronti di numerosi mezzi di informazione, indipendentemente dal referendum, non costituiscano “un attacco alla libertà di espressione”, comparando la repressione spagnola in Catalogna con quella realizzata dal governo turco contro giornalisti e libertà di stampa. Il portavoce della Commissione Europea non ha voluto rispondere nel merito.

Già lunedì il vicepresidente dello stesso organismo di governo dell’UE nonché responsabile del dipartimento ‘Stato di diritto’, Frans Timmermans, aveva richiamato “tutti gli attori nazionali, regionali e locali ad agire all’interno dei limiti imposti dalla Costituzione”. Timmermans ha ribadito che la posizione dell’UE non è cambiata e ha voluto sottolineare che Bruxelles rispetta e difende l’ordine costituzionale degli stati membri (anche se in occasione del referendum costituzionale italiano intervenne pesantemente affinché prevalesse il Sì alla controriforma renziana...). Ai leader europei poco importa che la Costituzione Spagnola sia stata in gran parte scritta dal regime franchista desideroso di integrarsi, sotto forme diverse, nell’allora Comunità Economica Europea e nella Nato. E neanche che la democrazia venga sospesa e sequestrata. Un paese membro e di peso come la Spagna che scatena migliaia di poliziotti e militari contro il voto popolare non dà un’immagine proprio edificante di quell’Unione Europea che si erge a paladina della democrazia e dei diritti umani quando occorre intervenire in qualche crisi internazionale o difendere i propri interessi in qualche quadrante del Medio Oriente o del Nord Africa. Il doppio standard non sarà sfuggito a molti.

D’altronde per l’Unione Europea e il suo establishment la eventuale indipendenza della Catalogna, con l’effetto domino che potrebbe determinare su altre nazioni senza stato ad esempio in Francia, rappresenta una consistente grana.

Il composito e variegato schieramento indipendentista catalano è maggioritariamente europeista, ma la forza delle correnti della sinistra radicale che contestano l’austerity e l’autoritarismo di Bruxelles e che in certi casi parteggiano apertamente per l’uscita dall’Eurozona sono consistenti, e il conflitto di questi giorni potrebbe rafforzarle. Tutti i sondaggi danno il partito finora maggioritario, il PDeCat di Luis Puigdemont e Artur Mas, che rappresenta gli interessi della piccola e di parte della media borghesia (l’alta borghesia catalana è contraria all’indipendenza), in forte discesa e comunque l’effetto destabilizzante della vicenda catalana sugli assetti e gli equilibri dell’Unione Europea è oggettivo ed evidente. Non è un caso che l’amministrazione statunitense non abbia condannato il referendum affermando che “lavorerà con l’entità o il governo che ne usciranno” e che in questi giorni i media russi non facciano altro che mostrare immagini della repressione spagnola a Barcellona.

Intanto il Primo Ministro Mariano Rajoy ha deciso di non partecipare alla riunione informale dei capi di Stato e di governo dell’UE prevista oggi e domani a Tallin, un paese la cui indipendenza dall’allora Unione Sovietica venne strenuamente difesa dagli europei alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Rajoy non andrà in Estonia per seguire da vicino la situazione in Catalogna all’approssimarsi dell’appuntamento elettorale di domenica che Madrid vuole assolutamente impedire, a costo di utilizzare la violenza. Il capo del governo spagnolo deve in questi fronteggiare anche i problemi legati all’approvazione del Bilancio dello Stato, visto che dopo la reazione violenta dello Stato Spagnolo contro l’indizione del referendum catalano il Partito Nazionalista Basco ha deciso di sospendere le trattative con l’esecutivo centrale per l’approvazione della Legge Finanziaria obbligando Rajoy a posticiparne il varo.

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Banche, Pierferdinando è per sempre

La notizia della nomina di Pierferdinando Casini a presidente della Commissione bilaterale di inchiesta sulla crisi bancaria rappresenta senza dubbio una certezza. Quella per cui tutto ciò che davvero è accaduto, qualsiasi cosa sia successa nella crisi bancaria italiana, non sarà mai di dominio pubblico. Questa è la certezza. Sia perché Casini è, da decenni, al centro di tutte le nomine bancarie che contano sia perché, da azionista di una banca e da parente diretto dell’ex vicepresidente di MPS, è parte in causa, non certo soggetto al di sopra di qualsiasi interesse. Questo fatto mostra che i governi Renzi-Gentiloni si sono trovati a gestire la crisi bancaria con il diretto protagonismo dei portatori di interesse. Il ministro Boschi e la presidenza di Casini sono, appunto, i casi più noti di questo fenomeno al grande pubblico. In caso di crisi, ai governi Renzi-Gentiloni, non è quindi mancato l’intervento diretto di coloro che erano pienamente interessanti.

Per fare una presidenza di commissione del genere, un caso di binario morto inaugurato come tale senza nemmeno la finzione di farlo apparire funzionante, ci vogliono almeno due condizioni. La prima è, come si dice, a livello di governance; la seconda è legata a quanto accade sui mercati. A dire la verità ci sarebbe anche la terza, che è quella su cui l’attenzione si produce in modo naturale, ovvero l’assoluta mancanza di faccia di un ceto politico che non si prende nemmeno il disturbo di usare qualche prestanome per mandare le inchieste nel binario morto. Ma, in questo caso, la nomina di Casini si spiega da sola quindi possiamo andare oltre.

Allora a livello di governance, cioè di decisioni delle commissioni Ue, da tempo si era aperta la strada alla soluzione, sul tema banche, preferita dal governo italiano. Stiamo parlando di quello che tecnicamente si chiama bailout: in poche parole lo stato si indebita, in questo caso di una ventina di miliardi, per pagare le falle più vistose del sistema bancario. E’ evidente che, se lo stato italiano ha ottenuto la possibilità di finanziare il proprio buco bancario (ricordiamo: fatto da privati, senza toccare le megaliquidazioni dei grandi manager bancari) il passato ricopre meno interesse. La soluzione trovata è sostanzialmente indolore (salvo per i bilanci pubblici dove questi fondi sono sottratti a sanità, sociale, etc.), le commissioni di inchiesta sono quindi politicamente depotenziate. Non c’è necessità di cercare colpevoli e la nomina di Casini santifica proprio questo stato  di cose. Allo stesso tempo, se guardiamo la stampa specializzata, come Business Week di Bloomberg, si nota come il flusso di smaltimento dei crediti inesigibili italiani stia calando. Tutto questo, nota Bloomberg, ha fatto dell’Italia, nell’ultimo anno, il mercato più attivo dei servizi finanziari per lo smaltimento del debito bancario. A ennesima dimostrazione che, una volta che i bilanci pubblici pagano le crisi, nei mercati finanziari i fallimenti sono anche un’ottima occasione d’affari.

Se la governance europea ha allentato la presa sulle banche italiane, se i bilanci pubblici pagano il conto, e se il mercato smaltisce i debiti, Pierferdinando Casini può prendere benissimo il ruolo di gran cerimoniere dello smaltimento delle responsabilità. Restano i 20 miliardi a carico dei contribuenti, altrimenti destinabili a un corpo sociale che ne avrebbe un gran bisogno, e le grida di chi si sente truffato. Resta poi il fatto che, in materia di distruzione di ricchezza, si è lavorato molto in questi anni. Prendendo i bilanci consolidati delle prime 14 banche italiane (escludendo BNP-BNL e Credit Agricole che comunque hanno operato in Italia) si osserva che dal 2011 al 2016 le banche del nostro paese hanno di fatto cancellato 134 miliardi di crediti verso la clientela, all’incirca 75% su imprese e 25% su privati. Questo è soprattutto un indicatore della ricchezza distrutta in un lustro di crisi. Quella, se andiamo a vedere le cronache di questi anni, negata, minimizzata e vista sempre come prossima alla fine.

Ma cosa ci riserva il futuro? Per ora, oltre alle cerimonie assolutorie officiate da Casini, rimane una difficoltà generalizzata di accesso al credito per piccole imprese, famiglie e singole persone. Per il ceto medio-basso, insomma. Poi vedremo se i mercati finanziari saranno tranquilli o quanto la rivoluzione tecnologica del banking lascerà del piccolo mondo difeso da Pierferdinando Casini. Perché le tecnologie del banking degli anni ’20, genere detto Fintech, crescono e si sviluppano. Il loro scopo è quello di far saltare il ruolo, guadagnandoci, di banche che rappresentano il mondo difeso da Pierferdinando Casini. Ma per ora questo mondo può festeggiare. Pieferdinando è per sempre. O almeno cosi’ pare.

Redazione, 28 settembre 2018