Sabato 3 febbraio Michelle O’Neill, vice-presidente del Sinn Fein, ha preso la testa del governo nord-irlandese, la vice-presidente dell’esecutivo sarà – come da usanza locale – il capo dell’opposizione, l’unionista Emma Little-Pegelly.
È la prima volta dalla firma dei cosiddetti Accordi del Venerdì Santo, di circa 25 anni fa, che hanno posto le basi per una risoluzione del conflitto armato nord-irlandese, che un repubblicano – in questo caso una repubblicana – diviene Prima Ministra.
Le elezioni di maggio 2022 sono state infatti un punto di svolta che lo hanno fatto diventare il primo partito d’Irlanda.
Dal 1998, anno della firma degli Accordi, l’avanzata del Sinn Fein è stata inarrestabile in entrambe le parti dell’isola ,tanto che la vittoria elettorale al Nord – rispetto alle politiche del maggio 2022 – ha fatto segnare una performance ancora migliore nelle amministrative del maggio scorso.
Anche i sondaggi al Sud, pur vedendolo ancora all’opposizione, registrano un consenso maggiore di quello ottenuto con l’exploit del febbraio 2020, data delle ultime elezioni politiche a Dublino, con Mary Lou McDonald, leader della formazione repubblicana.
Dopo due anni di “boicottaggio” degli unionisti che si erano opposti alle disposizioni commerciali post-brexit, la situazione si è sbloccata ed O’Neill è stata designata primo ministro.
Infatti per tutto il campo unionista, egemonizzato dalla DUP, quelle disposizioni contrattate da un governo conservatore erano percepite come una minaccia per la collocazione dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito.
Nella notte tra il lunedì 29 gennaio e martedì 30, Jeaffrey Donaldson del Partito Unionista Democratico (DUP) è riuscito a convincere la maggioranza dei 130 membri dell’Esecutivo del suo partito che avrebbero dovuto partecipare all’Assemblea regionale nord-irlandese (nel palazzo di Stormont), e accettare l’esito di un accordo raggiunto faticosamente con il governo britannico.
Donaldson ha promesso ai suoi “nessun controllo, nessun verifica sui prodotti che si muovono all’interno del Regno Unito”.
Nel 2019 la DUP, temendo di perdere l’egemonia nel campo unionista a favore dell’ala più oltranzista nella comunità protestante, che ha una forza paramilitare piuttosto bellicosa, ha sbattuto la porta di Stormont, rifiutandosi di avallare il nuovo statuto dell’Irlanda del Nord uscita dalla Brexit, negoziato tra l’allora primo ministro conservatore Boris Johnson e Bruxelles.
Secondo quell’accordo l’Isola sarebbe rimasta – a differenza dal resto della Gran Bretagna – parte del mercato unico europeo, con un controllo doganale che avrebbe riguardato i prodotti che avrebbero attraversato il Mare d’Irlanda con la Gran Bretagna.
L’opposizione a questa ipotesi si era sviluppata sia tra le fila del più moderato UPP che della più oltranzista TUV, che consideravano questa sorta di confine marittimo un attentato alla loro identità britannica, proprio in un momento in cui le tendenze demografiche all’interno della comunità protestante e lo sviluppo politico repubblicano, contribuivano in prospettiva a ridurne il peso sull’Isola.
Questo ha portato alla paralisi amministrativa l’Irlanda del Nord, con un’Assemblea Legislativa che non poteva neanche insediarsi perché, secondo quanto previsto dall’architettura istituzionale disegnata dagli Accordi del Venerdì Santo, il potere esecutivo e legislativo devono essere divisi in maniera paritaria tra le forze repubblicane e quelle unioniste a Stormont.
Ad inizio 2023 un nuovo accordo siglato dall’attuale capo dell’esecutivo britannico Rishi Sunak con la Commissione Europea, detto «Windsor Framework», prevedeva un significativo alleggerimento dei controlli doganali per i beni provenienti dalla Gran Bretagna e diretti al mercato nord-irlandese.
Ma la situazione non si era comunque sbloccata, e le voci critiche permangono nonostante i soldi (3,3 miliardi di sterline) che Sunak ha promesso alla regione per “indorare la pillola”. Era il sintomo di una crisi dell’unionismo nel giungere ad una sintesi politica in grado di costituire un’alternativa al Sinn Fein, confermando così la tradizionale alleanza con i conservatori britannici.
Il DUP mantiene una certa presa, come dimostra il suo consenso, sostanzialmente invariato, alle amministrative dello scorso anno: “controlla” 122 comuni, contro i 144 conquistati dal SF.
E proprio i successi del SF nel maggio scorso avevano fatto dichiarare ad O’Neil: “Queste elezioni sono un positivo endorsement del nostro messaggio sul fatto che lavoratori, famiglie e comunità hanno bisogno di sostegno e che il blocco dell’assemblea ad opera di una sola parte deve cessare”.
A diciotto mesi dalle elezioni politiche l’ostracismo unionista non aveva più alcuna prospettiva di fronte al malessere degli abitanti della parte settentrionale dell’Isola, con una situazione sanitaria disastrosa e i funzionari pubblici che – a differenza dei colleghi britannici, scozzesi e gallesi – non hanno ancora potuto ottenere l’aumento degli stipendi per assenza di rappresentanti politici legittimati a negoziarli e validarli.
La lotta di classe ha insomma fatto prepotentemente irruzione nel quadro politico irlandese.
Il malessere che covava da tempo ha portato a metà gennaio al primo sciopero generale da 50 anni a questa parte con differenti categorie (insegnanti, infermieri, conducenti d’autobus e ferrovieri, tra gli altri) che nonostante il freddo glaciale sono scese a migliaia per le strade di Belfast, Derry, Enniskillen e Omagh, per reclamare aumenti salariali.
Circa 170mila impiegati del settore pubblico hanno dato vita a picchetti e manifestazioni, bloccando di fatto l’economia del Nord Irlanda per tutta la giornata, e dimostrando la forza delle circa venti organizzazioni sindacali che hanno promosso la mobilitazione, cui ha aderito circa l’80% dei lavoratori, dando finalmente uno sbocco unitario alle singole vertenze che si trascinavano.
Un’ondata che da quel 18 gennaio non si è più fermata.
Così, tra pressioni della piazza da un lato e possibile recrudescenza della violenza sia da parte cattolico-repubblicana – vi è una “dissidenza” attiva rispetto agli Accordi del ’98 – che protestante-unionista, si è fatto un passo in avanti verso quella che sarà comunque una condivisione dei poteri impegnativa, con una agenda sociale molto serrata.
Michelle O’Neill rappresenta quella nuova leadership irlandese che fa dell’inclusione tra le comunità e del progressismo uno dei suoi tratti peculiari, che la fanno emergere di fronte al settarismo ed al conservatorismo dei dirigenti unionisti. Anche se non perde di vista l’ipotesi di un referendum – previsto dagli stessi Accordi del 1998, seppur in termini piuttosto vaghi – per l’unificazione dell’Irlanda.
È chiaro che il Sinn Fein ha lavorato alacremente in questi anni per creare i rapporti di forza che vanno in quella direzione, con un programma che coniugava politiche popolari progressiste, senza disperdere alcuni dei tratti più significativi del repubblicanesimo irlandese.
Come dimostra tra l’altro lo straordinario sostegno alla causa palestinese e per mantenere la EIRE una repubblica “neutrale” in politica estera, non soggetta ai diktat della NATO, una battaglia insieme alle altre forze “di sinistra” come People Before Profit e lo stesso Labour.
Una neutralità messa in discussione dalla sempre maggiore partecipazione alla PESCO in ambito della UE e all’invio di osservatori alle operazioni dell’Alleanza Atlantica, ma che è sostenuta – secondo i sondaggi – da almeno il 60% della popolazione, ben poco incline a seguire le scelte di Svezia e Finlandia.
La 47enne O’Neill viene da una famiglia della working class di Country Tyrone che ha militato nell’IRA, difende la legittimità dell’IRA nell’uso della violenza e onora i martiri dell’Esercito Repubblicano morti durante i troubles.
Suo padre è stato un prigioniero politico dell’IRA, mentre due suoi cugini sono stati uccisi dalle Security Forces.
Con l’aiuto della famiglia, nonostante fosse una “ragazza-madre” già all’età di 15 anni ha completato gli studi ed è stata eletta nel 2005 nel Dungannon borough Council.
Dal 2007 è stata eletta a Stormont ed ha ricoperto diversi incarichi ministeriali, tra cui all’agricoltura e alla sanità, prendendo il posto dello storico leader irlandese Martin McGuinness, dopo la sua morte nel 2017.
Recentemente ha sostenuto che il referendum sull’unificazione dell’Irlanda potrebbe tenersi entro una decina d’anni.
Quello dell’unificazione dell’Irlanda è un obiettivo strategico a cui il Sinn Fein, nonostante la differente tattica adottata, non ha rinunciato per superare la partizione artificiale che segna ancora l’Isola.
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06/02/2024
30/06/2022
La Scozia annuncia referendum per il 2023
Boris Johnson continua a fare il gradasso in giro per l’Europa alimentando la guerra e l’escalation, ma nelle sue retrovie il fronte interno si sta facendo sempre più pesante.
Dopo aver superato per un soffio la richiesta di sfiducia per il caso dei party durante il lockdown, deve fare i conti con il più poderoso sciopero dei ferrovieri degli ultimi quaranta anni ed ora anche con la secessione della Scozia.
“Non saremo prigionieri di Boris Johnson”: con queste parole la premier scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato che il governo intende tenere un secondo referendum sull’indipendenza del paese dal Regno Unito. La data indicata è quella del 19 ottobre 2023.
Il governo di Johnson, fino ad oggi si è rifiutato di riconoscere a Edimburgo il potere di indire un nuovo voto, ma la premier scozzese Sturgeon ha annunciato che solleverà dinanzi alla Corte Costituzionale britannica la questione se il suo esecutivo possa legiferare in tal senso.
Secondo The Guardian molti giuristi costituzionali ritengono che la Corte stabilirà che sarebbe illegale per il governo scozzese organizzare un referendum di questo tipo senza che Westminster gli dia i poteri per farlo, ai sensi della sezione 30 dello Scotland Act.
Insomma si verrebbe a creare una situazione simile a quella del referendum sull’indipendenza in Catalogna, “illegalizzato” dal governo di Madrid ma tenutosi lo stesso in mezzo a episodi di repressione poliziesca violentissimi.
La premier scozzese Sturgeon ha affermato di voler prevenire inevitabili battaglie legali con gli oppositori dell’indipendenza e il governo del Regno Unito su questa questione, da qui la richiesta alla Corte Suprema.
Nel Parlamento scozzese, attualmente è prevalente una maggioranza favorevole all’indipendenza. Il Partito Nazionale Scozzese (Snp) più i Verdi, sono convinti che la Scozia debba prendere in mano il proprio futuro e non essere più legata al Regno Unito e al suo attuale governo conservatore.
Nel referendum sulla Brexit, gli scozzesi votarono al 62% per il remain cioè rimanere nella UE. Già allora gli indipendentisti scozzesi avrebbero voluto tenere un nuovo referendum perché era cambiato il contesto. Ma il premier Johnson rispose in modo lapidario: un altro referendum non si dovrebbe fare per i prossimi 40 anni.
Nel referendum del 2014 (due anni prima di quello sulla Brexit) gli indipendentisti scozzesi arrivarono a un soffio dal traguardo: il 45% degli scozzesi si espresse per la secessione dal Regno Unito. Nove anni dopo la domanda nel referendum sarà la medesima: “La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?”.
I sondaggi più recenti hanno rivelato che l’opzione dell’indipendenza al momento gode in media del sostegno del 48% degli scozzesi, mentre il 52% è contrario.
Il referendum però sarà consultivo. L’eventuale vittoria dei SI non attiverebbe automaticamente una secessione dal resto della Gran Bretagna, e una decisione simile dovrebbe comunque essere approvata dai Parlamenti di Regno Unito e Scozia.
Fonte
Dopo aver superato per un soffio la richiesta di sfiducia per il caso dei party durante il lockdown, deve fare i conti con il più poderoso sciopero dei ferrovieri degli ultimi quaranta anni ed ora anche con la secessione della Scozia.
“Non saremo prigionieri di Boris Johnson”: con queste parole la premier scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato che il governo intende tenere un secondo referendum sull’indipendenza del paese dal Regno Unito. La data indicata è quella del 19 ottobre 2023.
Il governo di Johnson, fino ad oggi si è rifiutato di riconoscere a Edimburgo il potere di indire un nuovo voto, ma la premier scozzese Sturgeon ha annunciato che solleverà dinanzi alla Corte Costituzionale britannica la questione se il suo esecutivo possa legiferare in tal senso.
Secondo The Guardian molti giuristi costituzionali ritengono che la Corte stabilirà che sarebbe illegale per il governo scozzese organizzare un referendum di questo tipo senza che Westminster gli dia i poteri per farlo, ai sensi della sezione 30 dello Scotland Act.
Insomma si verrebbe a creare una situazione simile a quella del referendum sull’indipendenza in Catalogna, “illegalizzato” dal governo di Madrid ma tenutosi lo stesso in mezzo a episodi di repressione poliziesca violentissimi.
La premier scozzese Sturgeon ha affermato di voler prevenire inevitabili battaglie legali con gli oppositori dell’indipendenza e il governo del Regno Unito su questa questione, da qui la richiesta alla Corte Suprema.
Nel Parlamento scozzese, attualmente è prevalente una maggioranza favorevole all’indipendenza. Il Partito Nazionale Scozzese (Snp) più i Verdi, sono convinti che la Scozia debba prendere in mano il proprio futuro e non essere più legata al Regno Unito e al suo attuale governo conservatore.
Nel referendum sulla Brexit, gli scozzesi votarono al 62% per il remain cioè rimanere nella UE. Già allora gli indipendentisti scozzesi avrebbero voluto tenere un nuovo referendum perché era cambiato il contesto. Ma il premier Johnson rispose in modo lapidario: un altro referendum non si dovrebbe fare per i prossimi 40 anni.
Nel referendum del 2014 (due anni prima di quello sulla Brexit) gli indipendentisti scozzesi arrivarono a un soffio dal traguardo: il 45% degli scozzesi si espresse per la secessione dal Regno Unito. Nove anni dopo la domanda nel referendum sarà la medesima: “La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?”.
I sondaggi più recenti hanno rivelato che l’opzione dell’indipendenza al momento gode in media del sostegno del 48% degli scozzesi, mentre il 52% è contrario.
Il referendum però sarà consultivo. L’eventuale vittoria dei SI non attiverebbe automaticamente una secessione dal resto della Gran Bretagna, e una decisione simile dovrebbe comunque essere approvata dai Parlamenti di Regno Unito e Scozia.
Fonte
23/08/2019
Cent’anni di Afghanistan
“...A nessun potere straniero sarà permesso d’interferire internamente ed esternamente con gli affari afghani, e se dovesse accadere sono pronto a tagliargli la gola con questa spada”. Con tali parole re Amanullah si rivolgeva ai dignitari di Kabul, e agli stessi agenti britannici presenti, pochi mesi prima che il Paese dell’Hindu Kush strappasse una propria dignità nazionale all’Impero di Giorgio V, ottenendo ufficialmente l’indipendenza il 19 agosto 1919. Quel giorno venne firmato il trattato che poneva fine alla terza guerra afghana contro l’esercito britannico, durata in realtà solo un mese. Ora che la popolazione patisce guerre che si succedono da decenni quella dichiarazione risuona come amara se non addirittura beffarda. Eppure il regno (1919-29) di Amanullah Shah, sovrano illuminato, molto amato dai sudditi dell’epoca – e favorevolmente valutato da storici e attuali attivisti democratici che ne visitano la tomba a Jalalabad – dev’essere considerata una fase d’innovazione anche nel Terzo millennio che non mostra toni progressisti e non pacifica ancora nulla. Anzi. Amanullah, pur ricoprendo la carica di emiro, scontentò chierici e capi tribali. I passi riformatori intrapresi con la promulgazione nel 1923 d’una Costituzione paritaria per i generi, un codice di famiglia garantista che vietava matrimoni fra anziani e giovanissime, la creazione d’un tribunale per eventuali torti subìti dalle donne, rappresentano un riferimento positivo successivamente smarrito. Il sovrano, coadiuvato dalla consorte che ripetutamente si mostrava in pubblico senza velo, pur riconoscendo la religione islamica, mirava a porre la nazione e la sua gente al passo con la contemporaneità. L’inserimento femminile nel piano per una diffusa istruzione popolare, confermavano quell’impressione progressista che lo stesso Lenin ebbe di lui, intrattenendo un breve rapporto epistolare.
In realtà l’interesse del leader comunista sull’operato di Amanullah riguardava l’opposizione afghana all’Impero britannico, da lì la simpatia che il bolscevico e russo Vladimir Ilic nutriva per chi contrastava il principale avversario di Mosca, in quel frangente sostenitore delle Armate bianche e per oltre un secolo nemico numero uno nel cosiddetto “Grande Gioco” asiatico. Il re dell’indipendenza afghana non può essere annoverato fra i rivoluzionari, ma metteva di buon umore Lenin quando, nel 1921, firmava un trattato che “appoggiava la lotta dei popoli d’Oriente”. Per quanto, in occasione d’una rivolta sostenuta dai sovietici contro l’emiro del Bukhara, Amanullah ospitò a Kabul il suo omologo spodestato. Come pure diede rifugio ai ribelli islamici basmachi fuggiti dall’area di Bukhara e del Turkestan dopo la repressione dei loro moti. Il contatto con un innovatore seppur autoritario come Kemal Atatürk avvenne nella dinamica dei nuovi assetti mediorientali caratterizzati da spinte e ‘spine’ autoctone delle nascenti nazioni e delle leadership che si confrontavano. L’ispirazione del movimento dei “Giovani afghani”, di cui Amanullah fece parte, erano le idee moderniste e panislamiche propugnate dai “Giovani turchi”. Se si vuol cercare un comune denominatore fra i due politici, lo si trova nella reciproca volontà da fedeli islamici di perseguire un modello di Stato laico. Ma ulema naqshabandi e pashtunwali erano decisamente più forti del clero e delle tradizioni ottomane e Amanullah ne subì le conseguenze finendo spodestato da un crescente moto di protesta guidato da un tajiko, detto figlio del portatore d’acqua (Baccà-ye Saccaò). Il re progressista fuggì in Europa e lì rimase. Riparò in Italia e morì nel 1960.
Occorre ricordare che, differentemente dai “Giovani turchi” dotati d’una struttura paramilitare e rodati dalla pratica, gli afghani riformatori non godevano di simile organizzazione. Comunque il rivoltoso Baccà-ye ebbe vita breve, fu rimosso da un parente di Amanullah, Nadir Khan, più accomodante verso gli ulema e fautore nel 1931 d’una nuova Carta costituzionale. Chi lo seguì, il diciannovenne figlio Zahir Shah (1933-73), riprese il percorso modernizzatore di Amanullah sul terreno di scolarizzazione e diritti civili, occupandosi poi delle carenze citate: esercito e burocrazia che negli anni Cinquanta vennero rafforzati. È il periodo ricordato dagli storici interni quale nuova ondata riformatrice, che con la Costituzione del 1964 legalizzava partiti politici e libera stampa. Pur definendo l’Islam sacra religione dell’Afghanistan, limitava il riferimento ai princìpi della Shari’a come elementi fondanti delle leggi parlamentari. È di quella fase la divisione bicamerale, con una camera bassa (Wolesi Jirga) che eleggeva ogni quattro anni i suoi rappresentanti e un senato (Meshrano Jirga) i cui membri erano scelti nei consigli distrettuali e per un terzo venivano nominati dal sovrano. In quella circostanza le donne ebbero il riconoscimento di far parte dell’elettorato. Ovviamente non era tutto rose e fiori, le elezioni dell’anno seguente furono accolte con freddezza dalla popolazione. La percentuale di votanti fu scarsa, la partecipazione delle donne bassissima, pochissime furono le elette. I gruppi etnici sulla spinta di capi tribali e ulema continuavano a orientare i comportamenti delle persone inserite nelle comunità. L’assenza di lavoratori tipici del capitalismo avanzato, gli operai di fabbrica, per mancanza d’industrializzazione, gli strati rurali spesso ribelli e repressi creavano una profonda dicotomia fra vertice e base della nazione.
Anche la formazione del Partito popolare democratico dell’Afghanistan, ispirato da princìpi socialisti, che poteva trarre spunti dal riformismo illuminato della monarchia e poi del sistema repubblicano, rimase vittima della schematica rigidità d’una tarda visione “terzo-internazionalista” ingessata nelle sue teorie, ben distanti dal materialismo dialettico dei padri del comunismo teorico. Mentre prendeva piede il movimento islamico, sull’onda delle predicazioni di Sayyid Qutb (l’egiziano condannato a morte da Nasser) e del teologo pakistano Abul Maudidi, fondatore egli stesso di quella Jamiat-e Islami in cui si ritrovarono Burhanuddin Rabbani, e pure Massud e Hekmatyar, prima della divisione che li portò a combattersi nella guerra civile, seguita al ritiro sovietico dopo otto anni d’invasione. Il travagliatissimo quarantennio della Repubblica Islamica Afghana è indubbiamente più conosciuto rispetto ai precedenti periodi che hanno conosciuto fasi anche di stabilità e minore tensione. Certamente le generazioni vissute fra le due guerre mondiali, evitate dall’Afghanistan, la prima per ragioni d’età quindi per acutezza e opportunità politica di quello Zahir regnante per quattro decenni, hanno conosciuto un’esistenza meno drammatica delle generazione che da metà anni Settanta sono nate nei campi profughi conoscendo solo guerre e scempi. E il presente, che in tanti dicono di voler pacificato, non ha risolto contraddizioni geopolitiche, etniche, culturali, religiose che altre figure, chiamate khan, s’erano comunque poste provando a offrire soluzioni. I “colloqui di pace” ora in atto, le elezioni presidenziali del prossimo settembre sembrano le maschere per continuare a proseguire massacri, sebbene gli ultimi li stiano praticando i jihadisti del Khorasan. Ma in questo secolo i massacratori della gente afghana sono stati tanti. E continuano a esserlo.
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In realtà l’interesse del leader comunista sull’operato di Amanullah riguardava l’opposizione afghana all’Impero britannico, da lì la simpatia che il bolscevico e russo Vladimir Ilic nutriva per chi contrastava il principale avversario di Mosca, in quel frangente sostenitore delle Armate bianche e per oltre un secolo nemico numero uno nel cosiddetto “Grande Gioco” asiatico. Il re dell’indipendenza afghana non può essere annoverato fra i rivoluzionari, ma metteva di buon umore Lenin quando, nel 1921, firmava un trattato che “appoggiava la lotta dei popoli d’Oriente”. Per quanto, in occasione d’una rivolta sostenuta dai sovietici contro l’emiro del Bukhara, Amanullah ospitò a Kabul il suo omologo spodestato. Come pure diede rifugio ai ribelli islamici basmachi fuggiti dall’area di Bukhara e del Turkestan dopo la repressione dei loro moti. Il contatto con un innovatore seppur autoritario come Kemal Atatürk avvenne nella dinamica dei nuovi assetti mediorientali caratterizzati da spinte e ‘spine’ autoctone delle nascenti nazioni e delle leadership che si confrontavano. L’ispirazione del movimento dei “Giovani afghani”, di cui Amanullah fece parte, erano le idee moderniste e panislamiche propugnate dai “Giovani turchi”. Se si vuol cercare un comune denominatore fra i due politici, lo si trova nella reciproca volontà da fedeli islamici di perseguire un modello di Stato laico. Ma ulema naqshabandi e pashtunwali erano decisamente più forti del clero e delle tradizioni ottomane e Amanullah ne subì le conseguenze finendo spodestato da un crescente moto di protesta guidato da un tajiko, detto figlio del portatore d’acqua (Baccà-ye Saccaò). Il re progressista fuggì in Europa e lì rimase. Riparò in Italia e morì nel 1960.
Occorre ricordare che, differentemente dai “Giovani turchi” dotati d’una struttura paramilitare e rodati dalla pratica, gli afghani riformatori non godevano di simile organizzazione. Comunque il rivoltoso Baccà-ye ebbe vita breve, fu rimosso da un parente di Amanullah, Nadir Khan, più accomodante verso gli ulema e fautore nel 1931 d’una nuova Carta costituzionale. Chi lo seguì, il diciannovenne figlio Zahir Shah (1933-73), riprese il percorso modernizzatore di Amanullah sul terreno di scolarizzazione e diritti civili, occupandosi poi delle carenze citate: esercito e burocrazia che negli anni Cinquanta vennero rafforzati. È il periodo ricordato dagli storici interni quale nuova ondata riformatrice, che con la Costituzione del 1964 legalizzava partiti politici e libera stampa. Pur definendo l’Islam sacra religione dell’Afghanistan, limitava il riferimento ai princìpi della Shari’a come elementi fondanti delle leggi parlamentari. È di quella fase la divisione bicamerale, con una camera bassa (Wolesi Jirga) che eleggeva ogni quattro anni i suoi rappresentanti e un senato (Meshrano Jirga) i cui membri erano scelti nei consigli distrettuali e per un terzo venivano nominati dal sovrano. In quella circostanza le donne ebbero il riconoscimento di far parte dell’elettorato. Ovviamente non era tutto rose e fiori, le elezioni dell’anno seguente furono accolte con freddezza dalla popolazione. La percentuale di votanti fu scarsa, la partecipazione delle donne bassissima, pochissime furono le elette. I gruppi etnici sulla spinta di capi tribali e ulema continuavano a orientare i comportamenti delle persone inserite nelle comunità. L’assenza di lavoratori tipici del capitalismo avanzato, gli operai di fabbrica, per mancanza d’industrializzazione, gli strati rurali spesso ribelli e repressi creavano una profonda dicotomia fra vertice e base della nazione.
Anche la formazione del Partito popolare democratico dell’Afghanistan, ispirato da princìpi socialisti, che poteva trarre spunti dal riformismo illuminato della monarchia e poi del sistema repubblicano, rimase vittima della schematica rigidità d’una tarda visione “terzo-internazionalista” ingessata nelle sue teorie, ben distanti dal materialismo dialettico dei padri del comunismo teorico. Mentre prendeva piede il movimento islamico, sull’onda delle predicazioni di Sayyid Qutb (l’egiziano condannato a morte da Nasser) e del teologo pakistano Abul Maudidi, fondatore egli stesso di quella Jamiat-e Islami in cui si ritrovarono Burhanuddin Rabbani, e pure Massud e Hekmatyar, prima della divisione che li portò a combattersi nella guerra civile, seguita al ritiro sovietico dopo otto anni d’invasione. Il travagliatissimo quarantennio della Repubblica Islamica Afghana è indubbiamente più conosciuto rispetto ai precedenti periodi che hanno conosciuto fasi anche di stabilità e minore tensione. Certamente le generazioni vissute fra le due guerre mondiali, evitate dall’Afghanistan, la prima per ragioni d’età quindi per acutezza e opportunità politica di quello Zahir regnante per quattro decenni, hanno conosciuto un’esistenza meno drammatica delle generazione che da metà anni Settanta sono nate nei campi profughi conoscendo solo guerre e scempi. E il presente, che in tanti dicono di voler pacificato, non ha risolto contraddizioni geopolitiche, etniche, culturali, religiose che altre figure, chiamate khan, s’erano comunque poste provando a offrire soluzioni. I “colloqui di pace” ora in atto, le elezioni presidenziali del prossimo settembre sembrano le maschere per continuare a proseguire massacri, sebbene gli ultimi li stiano praticando i jihadisti del Khorasan. Ma in questo secolo i massacratori della gente afghana sono stati tanti. E continuano a esserlo.
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22/06/2019
Il Venezuela al centro della disputa storica con gli USA
Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo saggio di Jorge Arreaza M., ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
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Indubbiamente, l’aggressione contro la democrazia e la pace sociale che si è sviluppata negli ultimi mesi contro e nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, non ha pari nei rapporti tesi tra i popoli della Nostra America e l’élite corporativa dirigente statunitense. La guerra totale e non convenzionale scatenata contro il popolo venezuelano, attuale espressione di una complessa lotta storica, ha diversi fronti ed espressioni:
- a livello economico, attraverso l’attacco dei settori capitalisti nazionali, in combinazione con il blocco commerciale feroce e disumano imposto dall’amministrazione Trump;
- la guerra mediatica, che parte dalla creazione di false matrici per screditare le istituzioni venezuelane e confondere l’opinione pubblica mondiale;
- la guerra sul campo attraverso le agenzie di intelligence di paesi stranieri che agiscono per alimentare le cospirazioni militari, comprare le coscienze, organizzare e formare gruppi armati per attentare contro la pace del paese;
- il fronte ideologico, che ha rispolverato l'anacronistica Dottrina Monroe e le più banali argomentazioni antisocialiste della guerra fredda, in una sorta di maccartismo del XXI secolo, attraverso l’attacco sistematico ai modelli di socialismo democratico che ha come scopo provocare il loro fallimento e confrontarli con il capitalismo selvaggio neoliberale “di successo”;
- infine, il fronte politico diplomatico internazionale dove la burocrazia del Dipartimento di Stato, che si appoggia su altre agenzie come il Dipartimento del Tesoro, della Difesa e sui consiglieri della Sicurezza, si è diffusa in uno sperpero anti-diplomatico, per fare pressione, estorcere e tentare, con ogni mezzo, di isolare lo Stato venezuelano dal sistema internazionale, sia nelle entità multilaterali, sia nelle capitali di praticamente tutti i paesi del pianeta.
Capire il conflitto storico
Non è possibile analizzare la realtà sociopolitica del Venezuela senza comprendere la radice del conflitto storico in corso. Da un lato, bisogna considerare che la nostra America Latina e i Caraibi sono un continente in disputa perenne. A partire dal XVIII secolo, molto prima di instaurare le note dottrine di dominio annessionista, i “padri fondatori” degli Stati Uniti già affermavano che, una volta che la popolazione sarebbe cresciuta a sufficienza, avrebbero strappato alla corona spagnola i domini nella America ispanica, uno per uno. Sebbene il paese nordamericano abbia combattuto per la propria indipendenza contro l’impero inglese, non sostenne mai i processi d'indipendenza delle colonie spagnole, simili alle loro, almeno in linea di principio. Già allora, a Washington non volevano vedere la nascita di popoli liberi, volevano conquistare l’intero continente ed esercitare il proprio dominio in quello che consideravano l’emisfero occidentale. La dottrina Monroe, il Destino Manifesto, il Corollario Roosevelt, i Sistemi Panamericani e Interamericani, i colpi di stato, le invasioni, gli interventi di tutti i tipi, le basi militari, la falsa lotta contro la droga, strappare territori direttamente e quant’altro: l’obiettivo è sempre stato lo stesso.
Già si prefigurava il carattere imperialista – espansionista che avrebbero acquisito gli Stati Uniti e che già nel 1829 veniva denunciato da Simón Bolívar, come profeta geopolitico, “gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a piegare con la fame e la miseria l’America intera in nome della libertà”. Si tratta quindi del diritto all’esistenza dei popoli e delle nazioni libere, di contro accettare con rassegnazione ad essere semplici domini dell’impero americano, ridotti in schiavitù e al servizio del metabolismo di controllo sociale del capitale.
Al centro di questa disputa storica che non conosce pause, e nessuna tregua, c’è il Venezuela. Il nostro paese, per ragioni geografiche e geologiche, possiede grandi ricchezze e, cosa più importante, ha una popolazione di origine indomita, ribelle, libertaria, antimperialista per definizione. I conquistatori europei hanno attraversato il Sud America diverse volte alla ricerca del famoso “Dorado”. Anche se non se ne sono resi conto quattro secoli fa, quelle terre che cercavano con disperazione, sono quelle che oggi appartengono al territorio sacro della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Tuttavia, già alla fine del XIX secolo, mentre si sviluppavano le fauci dell’impero americano, l’apparizione del petrolio e dei suoi usi iniziò ad attirare tutta l’avidità verso l’immensa ricchezza energetica del paese.
Tutti i governi del Venezuela che si susseguirono nel corso del XX secolo, anche se portavano avanti una energica politica sovrana relazionata con i profitti dell’industria petrolifera, sono stati destabilizzati e rovesciati per conto dell’élite corporativa dominante di Washington. La tensione e la contraddizione storica sono arrivati alla massima espressione quando, per grazia e opera del popolo del Venezuela, Hugo Chávez ha preso il potere politico nel 1999 ed entrammo nel XXI secolo, con una politica di vera e radicale nazionalizzazione delle industrie collegate alle risorse naturali. Già nei primi anni di questa nuova fase di disputa storica ci sono state ribellioni viscerali della borghesia nazionale, apertamente sostenuta da Washington, che hanno incluso il colpo di stato del 2002, il sabotaggio dell’industria petrolifera, tra gli altri capitoli di questa fase ancora in corso. Gli attori imperialisti hanno cercato, con tutti i mezzi a disposizione, di rovesciare la Rivoluzione Bolivariana, per riprendere il controllo politico del paese in modo che le ricchezze dei venezuelani ritornassero ad accrescere il capitale transnazionale.
Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana hanno investito per la prima volta la grande ricchezza nazionale nei grandi bisogni del Popolo. Attraverso le cosiddette missioni sociali, sono state colmate insolite carenze sociali nel settore della sanità, dell’abitazione, dell’istruzione, delle infrastrutture, della cultura, dell’alimentazione, del lavoro produttivo, della produzione industriale, ecc. I governi statunitensi, il principale volto politico dell’impero mondiale delle multinazionali, hanno accentuato la loro ossessiva determinazione a mettere fine a questa storica lotta in Venezuela a favore del capitale. Tutta la congiuntura politica, economica e sociale degli ultimi anni, può essere spiegata dal confronto tra i modelli e la disputa per riprendere o mantenere il potere politico in Venezuela. I vari fatti accaduti sono dei veri e propri episodi di questo appassionante libro, in cui un Popolo viene attaccato in mille modi affinché si arrenda e consegni il potere, il suo potere, ai suoi ex sfruttatori.
Sono inutili tutte le analisi semplicistiche e riduttive plasmate nei manuali ed elaborate dai laboratori di Washington e poi diffuse con veleno sensazionalista e disumano dai grandi media al servizio dell’imperialismo e dello status quo. Quello che succede in Venezuela non è un dilemma sulla democrazia – dittatura, né una questione di diritti umani, né si definisce dalla personalizzazione tra Nicolás Maduro contro il leader dell’opposizione borghese in servizio alla Casa Bianca. Si tratta, come abbiamo detto, di un altro capitolo della disputa storica tra un popolo che è determinato ad essere libero e indipendente, contro un impero determinato a dominarlo attraverso attori nazionali e globali, sottomessi ai loro interessi. Dopo aver capito questa premessa, si può spiegare e comprendere, attraverso un approccio scientifico e realistico, gli eventi dinamici che vengono diffusi attraverso titoli tendenziosi e distorti in Occidente.
L’attuale capitolo della disputa
Dal mese di febbraio 2018, quando Washington ha dato l’ordine diretto alla delegazione venezuelana dell’opposizione di rifiutarsi di firmare l’accordo derivante dal processo di dialogo svolto nella Repubblica Dominicana per mesi, ha inizio l'attuale capitolo della disputa storica, i cui seguiti li stiamo vivendo dal gennaio di quest’anno. Un colpo di stato in corso, con una minaccia perenne di invasione militare, nel bel mezzo di un blocco finanziario e commerciale selvaggio e criminale, i cui autori intellettuali e materiali ci mettono la faccia senza maschere. La responsabilità per i crimini contro il Venezuela è stata orgogliosamente rivendicata dai membri della stessa Amministrazione Trump: Donald Trump in prima persona, Mike Pence, John Bolton, Mike Pompeo, Elliott Abrams, Greg Faller, Marco Rubio; con l’assenso di alcuni “presidenti” e governi latinoamericani, che sono in realtà parti subordinate alla catena di comando della Casa Bianca e che cercano di trascinare la regione in questa guerra non convenzionale.
Mai prima d’ora i portavoce e funzionari di alto livello del governo americano si erano presentati apertamente e pubblicamente come leader e promotori di un colpo di stato, di un blocco e di minacce di guerra contro il Venezuela. Questo contrasta con il formato tradizionale dei colpi di stato e dei processi di destabilizzazione politica in America Latina e nei Caraibi, in cui, anche se la CIA e i governi degli Stati Uniti ne sono sempre stati gli autori intellettuali ed i finanziatori, avevano mantenuto i modi e avevano spostato l’attenzione dei media sui militari o i politici delle élite borghesi dei nostri paesi, per non essere così evidenti.
Tra tutte le minacce e le dichiarazioni guerrafondaie del consigliere per la sicurezza, John Bolton, per tentare di strangolare il popolo venezuelano, far collassare l’economia e indurre un cambio di governo con la forza, risalta il riconoscimento dei veri scopi dell’assalto imperialista: le compagnie petrolifere statunitensi sono pronte a iniziare a produrre in Venezuela quando ci sarà un cambio di governo. Per completare la strategia, la borghesia venezuelana nell’Assemblea Nazionale non ha discusso una legislazione che fosse al servizio del popolo, ma ancora una volta si è posta a favore di Washington nello sviluppo della disputa in corso e si dedica a discutere ed approvare leggi per consentire alle multinazionali di sfruttare le risorse naturali per conto proprio, contravvenendo alla Costituzione nazionale; inoltre lavorano affinché il Venezuela si ricongiunga ai vecchi meccanismi di cooperazione militare con gli Stati Uniti, per facilitare l’intervento militare imperialista; costantemente richiedono l’imposizione di misure più restrittive, le cosiddette sanzioni, contro le istituzioni finanziarie e industriali dello Stato venezuelano per limitare le capacità istituzionali e agevolare il blocco criminale contro l’economia e tutto il popolo venezuelano.
Anche se la guerra totale contro il Venezuela è in pieno sviluppo, l’aggressione imperialista ha sviluppato dei passi falsi e si muove goffamente, di fallimento in fallimento, sottovalutando il popolo venezuelano e il suo desiderio di indipendenza e libertà.
La Rivoluzione Bolivariana non è un partito o una coalizione di partiti di circostanza, non dipende né risponde a nessun potere economico o corporazione, né tanto meno è una casta burocratica aggrappata al potere.
La Rivoluzione è un fenomeno sociopolitico, culturale, che ha il sostegno incessante delle maggioranze tradizionalmente escluse dal processo decisionale, le cui radici affondano nelle profondità dell’identità storica del popolo venezuelano. Non esiste, né esisterà, impero, per quanto potente, capace di cancellare dalla faccia della terra, un corpo e un processo sociale così radicati come il Chavismo. Nonostante tutte le campagne più perverse di discredito che possano utilizzare, nonostante tutto l’odio politico che intendono generare, nonostante tutte le risorse che vorranno impiegare, nonostante tutte le minacce e l’imposizione di blocchi, sono destinati a fallire.
Il dialogo per creare meccanismi di gestione del conflitto
È tra i cittadini venezuelani, tra la borghesia e i suoi rappresentanti, nonostante tutte le differenze, che dobbiamo progettare e sviluppare meccanismi per la gestione di tale disputa storica, per raggiungere accordi di coesistenza e convivenza per avanzare nella regolarizzazione di questo conflitto per il controllo e il futuro della ricchezza nazionale e il protagonismo o l’invisibilità delle maggioranze. Accordi che, senza ignorare le differenze e il processo di lotta sottostante, proteggano la pace e l’indipendenza nazionali, allontanando per sempre le minacce militari (esterne o interne) e gli attacchi imperialisti contro la nostra economia. Accordi che consentano all’apparato produttivo e al sistema di sicurezza sociale di funzionare, senza soffrire le conseguenze dell’ambizione capitalista di controllare il destino del paese. Che i venezuelani possano studiare, lavorare e sentire che i loro diritti sociali sono garantiti e democratizzati, senza tensioni e congiunture imposte per influenzare la vita in società.
Deve essere il Popolo, liberamente, a decidere e scegliere la via da seguire, in condizioni di rispetto della propria sovranità. In tutte le sfide elettorali a venire, la borghesia dovrà essere libera di presentare la sua proposta di economia neoliberale e privatizzazioni senza complessi. Che il popolo abbia la possibilità di valutare e contrastare il progetto socialista, senza ingerenze, senza guerre imminenti, senza menzogne e false dichiarazioni.
Come disse il Libertador: “Ho prove inconfutabili della saggezza popolare nella risoluzione delle grandi scelte; ed è per questo che ho sempre preferito le opinioni del popolo a quelle dei saggi”. Con la rivoluzione bolivariana al potere, il popolo avrà sempre la prima e l’ultima parola nel definire il percorso e il destino della nostra società.
Abbiamo intrapreso processi di dialogo politico con l’opposizione nel 2014, 2016, 2017, 2018 e ora nel 2019. I colloqui sono stati mantenuti nonostante la violenza politica, l’ingerenza protagonista di Washington nelle cospirazioni continue e nelle reazioni di Stato di fronte all’aggressione. Affinché la comprensione dia dei risultati superiori e reali, le parti devono capire e partire dalla natura strutturale, permanente di questa lotta a cui abbiamo fatto riferimento, e contribuire alla costruzione e alla protezione dei meccanismi politici necessari a raggiungere accordi saldi nonostante le differenze, a volte inconciliabili. Coloro che puntato a un dialogo semplice e utilitario per beneficiare gli aggressori, o coloro che hanno un interesse nella guerra, o in un processo per rimuovere un gruppo dal potere o negarne all’altro l’accesso, sbagliano ancora una volta il percorso e la strategia, senza considerare le forze profonde e le contraddizioni radicali che hanno definito l’evoluzione e l’interazione politica negli ultimi tempi.
Non è solo con una firma, un’elezione puntuale o un accordo istruttivo parziale che tali differenze vengono appianate e viene garantita la pace duratura. La soluzione potrebbe includere opzioni e accordi ma non la definiscono o la limitano. Siamo in grado di vedere molto più lontano. Di alzare la posta in gioco, di essere all’altezza della storia e del futuro. Dobbiamo fare politica partendo dalla realtà concreta, dalle nostre posizioni ideologiche ma avendo come obiettivo lo sviluppo umano, la meta bolivariana della massima somma di felicità possibile. La soluzione deve condurci a un meccanismo permanente e flessibile di gestione del conflitto storico che ci ha segnato e ci segnerà per decenni.
Il presidente Nicolás Maduro non si stancherà di muoversi per le vie del dialogo, non per cercare di superare un ostacolo congiunturale o circostanze specifiche, ma per ampliare l’orizzonte di pace e di prosperità attraverso la creazione di canali e metodi stabili di dialogo sociale, politico ed economico, con i partiti dell’opposizione, con la classe operaia, con il potere popolare, con le forze produttive. Avviciniamoci per riconoscerci, comprenderci e rispettarci reciprocamente nelle nostre differenze e coincidenze. Non dobbiamo temere la contraddizione che ha scatenato gli eventi del nostro futuro. Non ignoriamola, non sottovalutiamola non lasciamola da parte. Comprendiamola con coraggio e intelligenza e impariamo a gestire nei prossimi decenni questo conflitto costitutivo, questa disputa onnipresente, che ci domina, con la saggezza e la maturità che esigono il popolo del Venezuela, i Popoli della Nostra America, i popoli in lotta che resistono e hanno il diritto di vivere in pace, in condizioni di libertà e uguaglianza. Ovvero, hanno il diritto di vincere.
Fonte
Il livello umano e intellettuale che traspare da questo saggio è impressionante.
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Indubbiamente, l’aggressione contro la democrazia e la pace sociale che si è sviluppata negli ultimi mesi contro e nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, non ha pari nei rapporti tesi tra i popoli della Nostra America e l’élite corporativa dirigente statunitense. La guerra totale e non convenzionale scatenata contro il popolo venezuelano, attuale espressione di una complessa lotta storica, ha diversi fronti ed espressioni:
- a livello economico, attraverso l’attacco dei settori capitalisti nazionali, in combinazione con il blocco commerciale feroce e disumano imposto dall’amministrazione Trump;
- la guerra mediatica, che parte dalla creazione di false matrici per screditare le istituzioni venezuelane e confondere l’opinione pubblica mondiale;
- la guerra sul campo attraverso le agenzie di intelligence di paesi stranieri che agiscono per alimentare le cospirazioni militari, comprare le coscienze, organizzare e formare gruppi armati per attentare contro la pace del paese;
- il fronte ideologico, che ha rispolverato l'anacronistica Dottrina Monroe e le più banali argomentazioni antisocialiste della guerra fredda, in una sorta di maccartismo del XXI secolo, attraverso l’attacco sistematico ai modelli di socialismo democratico che ha come scopo provocare il loro fallimento e confrontarli con il capitalismo selvaggio neoliberale “di successo”;
- infine, il fronte politico diplomatico internazionale dove la burocrazia del Dipartimento di Stato, che si appoggia su altre agenzie come il Dipartimento del Tesoro, della Difesa e sui consiglieri della Sicurezza, si è diffusa in uno sperpero anti-diplomatico, per fare pressione, estorcere e tentare, con ogni mezzo, di isolare lo Stato venezuelano dal sistema internazionale, sia nelle entità multilaterali, sia nelle capitali di praticamente tutti i paesi del pianeta.
Capire il conflitto storico
Non è possibile analizzare la realtà sociopolitica del Venezuela senza comprendere la radice del conflitto storico in corso. Da un lato, bisogna considerare che la nostra America Latina e i Caraibi sono un continente in disputa perenne. A partire dal XVIII secolo, molto prima di instaurare le note dottrine di dominio annessionista, i “padri fondatori” degli Stati Uniti già affermavano che, una volta che la popolazione sarebbe cresciuta a sufficienza, avrebbero strappato alla corona spagnola i domini nella America ispanica, uno per uno. Sebbene il paese nordamericano abbia combattuto per la propria indipendenza contro l’impero inglese, non sostenne mai i processi d'indipendenza delle colonie spagnole, simili alle loro, almeno in linea di principio. Già allora, a Washington non volevano vedere la nascita di popoli liberi, volevano conquistare l’intero continente ed esercitare il proprio dominio in quello che consideravano l’emisfero occidentale. La dottrina Monroe, il Destino Manifesto, il Corollario Roosevelt, i Sistemi Panamericani e Interamericani, i colpi di stato, le invasioni, gli interventi di tutti i tipi, le basi militari, la falsa lotta contro la droga, strappare territori direttamente e quant’altro: l’obiettivo è sempre stato lo stesso.
Già si prefigurava il carattere imperialista – espansionista che avrebbero acquisito gli Stati Uniti e che già nel 1829 veniva denunciato da Simón Bolívar, come profeta geopolitico, “gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a piegare con la fame e la miseria l’America intera in nome della libertà”. Si tratta quindi del diritto all’esistenza dei popoli e delle nazioni libere, di contro accettare con rassegnazione ad essere semplici domini dell’impero americano, ridotti in schiavitù e al servizio del metabolismo di controllo sociale del capitale.
Al centro di questa disputa storica che non conosce pause, e nessuna tregua, c’è il Venezuela. Il nostro paese, per ragioni geografiche e geologiche, possiede grandi ricchezze e, cosa più importante, ha una popolazione di origine indomita, ribelle, libertaria, antimperialista per definizione. I conquistatori europei hanno attraversato il Sud America diverse volte alla ricerca del famoso “Dorado”. Anche se non se ne sono resi conto quattro secoli fa, quelle terre che cercavano con disperazione, sono quelle che oggi appartengono al territorio sacro della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Tuttavia, già alla fine del XIX secolo, mentre si sviluppavano le fauci dell’impero americano, l’apparizione del petrolio e dei suoi usi iniziò ad attirare tutta l’avidità verso l’immensa ricchezza energetica del paese.
Tutti i governi del Venezuela che si susseguirono nel corso del XX secolo, anche se portavano avanti una energica politica sovrana relazionata con i profitti dell’industria petrolifera, sono stati destabilizzati e rovesciati per conto dell’élite corporativa dominante di Washington. La tensione e la contraddizione storica sono arrivati alla massima espressione quando, per grazia e opera del popolo del Venezuela, Hugo Chávez ha preso il potere politico nel 1999 ed entrammo nel XXI secolo, con una politica di vera e radicale nazionalizzazione delle industrie collegate alle risorse naturali. Già nei primi anni di questa nuova fase di disputa storica ci sono state ribellioni viscerali della borghesia nazionale, apertamente sostenuta da Washington, che hanno incluso il colpo di stato del 2002, il sabotaggio dell’industria petrolifera, tra gli altri capitoli di questa fase ancora in corso. Gli attori imperialisti hanno cercato, con tutti i mezzi a disposizione, di rovesciare la Rivoluzione Bolivariana, per riprendere il controllo politico del paese in modo che le ricchezze dei venezuelani ritornassero ad accrescere il capitale transnazionale.
Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana hanno investito per la prima volta la grande ricchezza nazionale nei grandi bisogni del Popolo. Attraverso le cosiddette missioni sociali, sono state colmate insolite carenze sociali nel settore della sanità, dell’abitazione, dell’istruzione, delle infrastrutture, della cultura, dell’alimentazione, del lavoro produttivo, della produzione industriale, ecc. I governi statunitensi, il principale volto politico dell’impero mondiale delle multinazionali, hanno accentuato la loro ossessiva determinazione a mettere fine a questa storica lotta in Venezuela a favore del capitale. Tutta la congiuntura politica, economica e sociale degli ultimi anni, può essere spiegata dal confronto tra i modelli e la disputa per riprendere o mantenere il potere politico in Venezuela. I vari fatti accaduti sono dei veri e propri episodi di questo appassionante libro, in cui un Popolo viene attaccato in mille modi affinché si arrenda e consegni il potere, il suo potere, ai suoi ex sfruttatori.
Sono inutili tutte le analisi semplicistiche e riduttive plasmate nei manuali ed elaborate dai laboratori di Washington e poi diffuse con veleno sensazionalista e disumano dai grandi media al servizio dell’imperialismo e dello status quo. Quello che succede in Venezuela non è un dilemma sulla democrazia – dittatura, né una questione di diritti umani, né si definisce dalla personalizzazione tra Nicolás Maduro contro il leader dell’opposizione borghese in servizio alla Casa Bianca. Si tratta, come abbiamo detto, di un altro capitolo della disputa storica tra un popolo che è determinato ad essere libero e indipendente, contro un impero determinato a dominarlo attraverso attori nazionali e globali, sottomessi ai loro interessi. Dopo aver capito questa premessa, si può spiegare e comprendere, attraverso un approccio scientifico e realistico, gli eventi dinamici che vengono diffusi attraverso titoli tendenziosi e distorti in Occidente.
L’attuale capitolo della disputa
Dal mese di febbraio 2018, quando Washington ha dato l’ordine diretto alla delegazione venezuelana dell’opposizione di rifiutarsi di firmare l’accordo derivante dal processo di dialogo svolto nella Repubblica Dominicana per mesi, ha inizio l'attuale capitolo della disputa storica, i cui seguiti li stiamo vivendo dal gennaio di quest’anno. Un colpo di stato in corso, con una minaccia perenne di invasione militare, nel bel mezzo di un blocco finanziario e commerciale selvaggio e criminale, i cui autori intellettuali e materiali ci mettono la faccia senza maschere. La responsabilità per i crimini contro il Venezuela è stata orgogliosamente rivendicata dai membri della stessa Amministrazione Trump: Donald Trump in prima persona, Mike Pence, John Bolton, Mike Pompeo, Elliott Abrams, Greg Faller, Marco Rubio; con l’assenso di alcuni “presidenti” e governi latinoamericani, che sono in realtà parti subordinate alla catena di comando della Casa Bianca e che cercano di trascinare la regione in questa guerra non convenzionale.
Mai prima d’ora i portavoce e funzionari di alto livello del governo americano si erano presentati apertamente e pubblicamente come leader e promotori di un colpo di stato, di un blocco e di minacce di guerra contro il Venezuela. Questo contrasta con il formato tradizionale dei colpi di stato e dei processi di destabilizzazione politica in America Latina e nei Caraibi, in cui, anche se la CIA e i governi degli Stati Uniti ne sono sempre stati gli autori intellettuali ed i finanziatori, avevano mantenuto i modi e avevano spostato l’attenzione dei media sui militari o i politici delle élite borghesi dei nostri paesi, per non essere così evidenti.
Tra tutte le minacce e le dichiarazioni guerrafondaie del consigliere per la sicurezza, John Bolton, per tentare di strangolare il popolo venezuelano, far collassare l’economia e indurre un cambio di governo con la forza, risalta il riconoscimento dei veri scopi dell’assalto imperialista: le compagnie petrolifere statunitensi sono pronte a iniziare a produrre in Venezuela quando ci sarà un cambio di governo. Per completare la strategia, la borghesia venezuelana nell’Assemblea Nazionale non ha discusso una legislazione che fosse al servizio del popolo, ma ancora una volta si è posta a favore di Washington nello sviluppo della disputa in corso e si dedica a discutere ed approvare leggi per consentire alle multinazionali di sfruttare le risorse naturali per conto proprio, contravvenendo alla Costituzione nazionale; inoltre lavorano affinché il Venezuela si ricongiunga ai vecchi meccanismi di cooperazione militare con gli Stati Uniti, per facilitare l’intervento militare imperialista; costantemente richiedono l’imposizione di misure più restrittive, le cosiddette sanzioni, contro le istituzioni finanziarie e industriali dello Stato venezuelano per limitare le capacità istituzionali e agevolare il blocco criminale contro l’economia e tutto il popolo venezuelano.
Anche se la guerra totale contro il Venezuela è in pieno sviluppo, l’aggressione imperialista ha sviluppato dei passi falsi e si muove goffamente, di fallimento in fallimento, sottovalutando il popolo venezuelano e il suo desiderio di indipendenza e libertà.
La Rivoluzione Bolivariana non è un partito o una coalizione di partiti di circostanza, non dipende né risponde a nessun potere economico o corporazione, né tanto meno è una casta burocratica aggrappata al potere.
La Rivoluzione è un fenomeno sociopolitico, culturale, che ha il sostegno incessante delle maggioranze tradizionalmente escluse dal processo decisionale, le cui radici affondano nelle profondità dell’identità storica del popolo venezuelano. Non esiste, né esisterà, impero, per quanto potente, capace di cancellare dalla faccia della terra, un corpo e un processo sociale così radicati come il Chavismo. Nonostante tutte le campagne più perverse di discredito che possano utilizzare, nonostante tutto l’odio politico che intendono generare, nonostante tutte le risorse che vorranno impiegare, nonostante tutte le minacce e l’imposizione di blocchi, sono destinati a fallire.
Il dialogo per creare meccanismi di gestione del conflitto
È tra i cittadini venezuelani, tra la borghesia e i suoi rappresentanti, nonostante tutte le differenze, che dobbiamo progettare e sviluppare meccanismi per la gestione di tale disputa storica, per raggiungere accordi di coesistenza e convivenza per avanzare nella regolarizzazione di questo conflitto per il controllo e il futuro della ricchezza nazionale e il protagonismo o l’invisibilità delle maggioranze. Accordi che, senza ignorare le differenze e il processo di lotta sottostante, proteggano la pace e l’indipendenza nazionali, allontanando per sempre le minacce militari (esterne o interne) e gli attacchi imperialisti contro la nostra economia. Accordi che consentano all’apparato produttivo e al sistema di sicurezza sociale di funzionare, senza soffrire le conseguenze dell’ambizione capitalista di controllare il destino del paese. Che i venezuelani possano studiare, lavorare e sentire che i loro diritti sociali sono garantiti e democratizzati, senza tensioni e congiunture imposte per influenzare la vita in società.
Deve essere il Popolo, liberamente, a decidere e scegliere la via da seguire, in condizioni di rispetto della propria sovranità. In tutte le sfide elettorali a venire, la borghesia dovrà essere libera di presentare la sua proposta di economia neoliberale e privatizzazioni senza complessi. Che il popolo abbia la possibilità di valutare e contrastare il progetto socialista, senza ingerenze, senza guerre imminenti, senza menzogne e false dichiarazioni.
Come disse il Libertador: “Ho prove inconfutabili della saggezza popolare nella risoluzione delle grandi scelte; ed è per questo che ho sempre preferito le opinioni del popolo a quelle dei saggi”. Con la rivoluzione bolivariana al potere, il popolo avrà sempre la prima e l’ultima parola nel definire il percorso e il destino della nostra società.
Abbiamo intrapreso processi di dialogo politico con l’opposizione nel 2014, 2016, 2017, 2018 e ora nel 2019. I colloqui sono stati mantenuti nonostante la violenza politica, l’ingerenza protagonista di Washington nelle cospirazioni continue e nelle reazioni di Stato di fronte all’aggressione. Affinché la comprensione dia dei risultati superiori e reali, le parti devono capire e partire dalla natura strutturale, permanente di questa lotta a cui abbiamo fatto riferimento, e contribuire alla costruzione e alla protezione dei meccanismi politici necessari a raggiungere accordi saldi nonostante le differenze, a volte inconciliabili. Coloro che puntato a un dialogo semplice e utilitario per beneficiare gli aggressori, o coloro che hanno un interesse nella guerra, o in un processo per rimuovere un gruppo dal potere o negarne all’altro l’accesso, sbagliano ancora una volta il percorso e la strategia, senza considerare le forze profonde e le contraddizioni radicali che hanno definito l’evoluzione e l’interazione politica negli ultimi tempi.
Non è solo con una firma, un’elezione puntuale o un accordo istruttivo parziale che tali differenze vengono appianate e viene garantita la pace duratura. La soluzione potrebbe includere opzioni e accordi ma non la definiscono o la limitano. Siamo in grado di vedere molto più lontano. Di alzare la posta in gioco, di essere all’altezza della storia e del futuro. Dobbiamo fare politica partendo dalla realtà concreta, dalle nostre posizioni ideologiche ma avendo come obiettivo lo sviluppo umano, la meta bolivariana della massima somma di felicità possibile. La soluzione deve condurci a un meccanismo permanente e flessibile di gestione del conflitto storico che ci ha segnato e ci segnerà per decenni.
Il presidente Nicolás Maduro non si stancherà di muoversi per le vie del dialogo, non per cercare di superare un ostacolo congiunturale o circostanze specifiche, ma per ampliare l’orizzonte di pace e di prosperità attraverso la creazione di canali e metodi stabili di dialogo sociale, politico ed economico, con i partiti dell’opposizione, con la classe operaia, con il potere popolare, con le forze produttive. Avviciniamoci per riconoscerci, comprenderci e rispettarci reciprocamente nelle nostre differenze e coincidenze. Non dobbiamo temere la contraddizione che ha scatenato gli eventi del nostro futuro. Non ignoriamola, non sottovalutiamola non lasciamola da parte. Comprendiamola con coraggio e intelligenza e impariamo a gestire nei prossimi decenni questo conflitto costitutivo, questa disputa onnipresente, che ci domina, con la saggezza e la maturità che esigono il popolo del Venezuela, i Popoli della Nostra America, i popoli in lotta che resistono e hanno il diritto di vivere in pace, in condizioni di libertà e uguaglianza. Ovvero, hanno il diritto di vincere.
Fonte
Il livello umano e intellettuale che traspare da questo saggio è impressionante.
26/02/2018
Barcellona. Visita di Re Felipe: contestazioni e cariche della polizia, cinque feriti
Migliaia di persone convocate dai Cdr (Comitati di Difesa della Repubblica) hanno dato vita a caceroladas di protesta in vari punti in tutta la città di Barcellona per manifestare contro la presenza in città del re Filippo VI, che partecipava ad un evento del Mobile World Congress (MWC) nel Palau de la Música Catalana. Nessuno dei vertici istituzionali catalani, dal sindaco Ada Colau al presidente del Parlament, Roger Torrent, era presente ad accoglierlo.
La protesta si è fatta sentire in diversi quartieri della città e in particolare in prossimità del Palau de la Música Catalana, dove si è tenuta la cena inaugurale del Mobile World Congress (MWC), alla presenza del monarca.
Guarda alcuni VIDEO delle proteste a Barcellona.
Il re ha lasciato il Palau de la Música alle 22.20 ore accompagnato da un forte contingente di polizia e davanti alle grida dei manifestanti che erano ancora nelle strade adiacenti a Via Laietana.
Intorno alle 22,45, la polizia ha rimosso il cordone su Via Laietana e centinaia di persone che protestavano in Plaza Urquinaona hanno marciato in segno di protesta lungo questa strada per gridare “fuori il Borbone” .
Quando il corteo è passato davanti al quartier generale della Polizia Nazionale, ha urlato “Fuori le forze di occupazione”.
La manifestazioni nell’area di Via Laietana e nelle strade vicino al Palau de la Música, hanno prodotto cinque feriti.
Alcuni manifestanti sono rimasti feriti quando la polizia ha rimesso le transenne che impedivano il passaggio sua via Comtal, e nella carica contro i manifestanti vicino al Palau de la Música.
Inoltre la polizia questo pomeriggio ha fermato una persona nell’area di Correos, con l’accusa di aver attaccato le autorità e di aver aggredito un numero indeterminato di agenti, che però non sono stati feriti.
La consigliera del CUP nella città di Barcellona, María José Lecha, ha denunciato sul suo account Twitter che la polizia ha caricato il gruppo di manifestanti in cui stava partecipando, per nasconderli alla vista del re.
Fonte
La protesta si è fatta sentire in diversi quartieri della città e in particolare in prossimità del Palau de la Música Catalana, dove si è tenuta la cena inaugurale del Mobile World Congress (MWC), alla presenza del monarca.
Guarda alcuni VIDEO delle proteste a Barcellona.
Il re ha lasciato il Palau de la Música alle 22.20 ore accompagnato da un forte contingente di polizia e davanti alle grida dei manifestanti che erano ancora nelle strade adiacenti a Via Laietana.
Intorno alle 22,45, la polizia ha rimosso il cordone su Via Laietana e centinaia di persone che protestavano in Plaza Urquinaona hanno marciato in segno di protesta lungo questa strada per gridare “fuori il Borbone” .
Quando il corteo è passato davanti al quartier generale della Polizia Nazionale, ha urlato “Fuori le forze di occupazione”.
La manifestazioni nell’area di Via Laietana e nelle strade vicino al Palau de la Música, hanno prodotto cinque feriti.
Alcuni manifestanti sono rimasti feriti quando la polizia ha rimesso le transenne che impedivano il passaggio sua via Comtal, e nella carica contro i manifestanti vicino al Palau de la Música.
Inoltre la polizia questo pomeriggio ha fermato una persona nell’area di Correos, con l’accusa di aver attaccato le autorità e di aver aggredito un numero indeterminato di agenti, che però non sono stati feriti.
La consigliera del CUP nella città di Barcellona, María José Lecha, ha denunciato sul suo account Twitter che la polizia ha caricato il gruppo di manifestanti in cui stava partecipando, per nasconderli alla vista del re.
Fonte
22/12/2017
Catalogna. Vittoria agrodolce per gli indipendentisti ma la grana per Madrid e UE rimane
Nonostante lo Stato Spagnolo abbia usato tutte le armi a propria disposizione “in tempo di pace” – repressione di massa, arresti, censura, golpe istituzionale – per sconfiggere gli indipendentisti catalani, ieri le elezioni imposte dal governo di Madrid dopo lo scioglimento del governo e del parlamento “ribelli” sono state di nuovo vinte dal fronte che si batte per la piena sovranità del popolo catalano.
La Repubblica ha prevalso sulla monarchia, il colpo della reazione è stato parato e respinto. Al di là di ogni altra riflessione, la strategia del governo Rajoy e del ‘regime del 78’ è stata battuta e la “questione catalana” continuerà a rappresentare una grana tanto per lo Stato Spagnolo quanto per l’Unione Europea. I diktat dell’asse Madrid-Bruxelles, che piaccia o meno alle classi dirigenti dell’indipendentismo moderato ed europeista, sono stati contestati e nuovamente sconfessati dal voto popolare, com’era già avvenuto lo scorso 1 ottobre con l’enorme dimostrazione di forza sociale manifestatasi in occasione del referendum. L’esito elettorale di ieri dimostra che l’uso della forza da parte delle istituzioni statali non è stato in grado di risolvere il contenzioso e di rimuovere un conflitto che permane tanto sul piano sociale quanto su quello istituzionale.
La contraddizione che tanto preoccupa lo Stato Spagnolo e l’Unione Europea, strenui difensori dello status quo e della stabilità in nome di determinati interessi economici e geopolitici oltre che della competizione globale con i poli e le potenze concorrenti, rimane tutta sul tappeto, irrisolta.
Quella degli indipendentisti, non è il caso di nasconderlo, è però una vittoria agrodolce. E per vari motivi. Nonostante il golpe, la censura, la militarizzazione, la decapitazione tramite gli arresti delle due principali forze politiche sovraniste, le minacce e i ricatti economici – sono 3000 finora le imprese basate in Catalogna che hanno spostato altrove la propria sede sociale o minacciano di farlo – il blocco indipendentista ha tenuto ed è aumentato di circa 100 mila voti captando una parte del consistente aumento della partecipazione, ottenendo in totale però 70 seggi contro i 72 della volta scorsa. Ieri, nonostante si sia votato per la prima volta in un giorno lavorativo, alle urne si è recato il 7% di aventi diritto in più rispetto alle regionali del 2015, che pure avevano già visto un’ascesa del numero dei votanti. A beneficiare di questo boom della partecipazione sono state però soprattutto le forze politiche unioniste e reazionarie, che in totale hanno ottenuto ben 280 mila voti in più, passando da 52 a 57 seggi.
Nel campo catalanista i socialdemocratici di Esquerra Republicana mancano l’agognato e previsto sorpasso nei confronti dei liberali del PDeCat, che reggono grazie probabilmente a quello che potremmo definire “effetto Puigdemont”. Gli anticapitalisti della Cup subiscono un innegabile crollo passando da 10 a 4 seggi e da 338 mila a 193 mila voti; un risultato frutto della scelta di molti ex elettori “d’opinione” che nel 2015 premiarono la forza più radicale a sinistra e indipendentista per condizionare i partiti più moderati, in particolare ERC, ma che questa volta hanno deciso di dare un ‘voto utile’ ai partiti maggiori per scongiurare l’ipotesi di una sconfitta del fronte sovranista e di una vittoria da parte della destra liberista e reazionaria di Ciudadanos che alla fine è comunque avvenuta.
Quindi in generale se il dato è caratterizzato da una vittoria, “contro vento e marea”, del fronte catalanista, al suo interno i rapporti di forza mutano negativamente, a vantaggio delle formazioni più moderate e conformiste e a svantaggio dell’opzione più coerentemente indipendentista ma anche antagonista dal punto di vista ideologico. All’interno di uno schieramento che comunque gode ora di una maggioranza più risicata di seggi – tenendo anche conto del fatto che alcuni degli eletti, a partire da Puigdemont del PDeCat e di Junqueras di ERC, non potranno occupare materialmente i propri scranni visto che il primo è in esilio a Bruxelles e l’altro in prigione – la Cup avrà un potere di condizionamento assai più scarso rispetto a quello esercitato negli ultimi due anni. Ad aver vinto sono gli indipendentisti – ammesso che continuino ad esserlo veramente, al di là dei proclami – che all’indomani dell’applicazione dell’articolo 155 e del golpe istituzionale da parte di Madrid hanno aggiustato il tiro sostituendo la gradualità e il negoziato alla precedente agenda unilaterale mentre dalle urne esce fortemente indebolita la proposta della rottura nazionale e sociale.
Sia che decida di appoggiare un esecutivo indipendentista sia che scelga di starne fuori la Cup dovrà affrontare una situazione difficile: nel primo caso rischierebbe di perdere credibilità come forza antisistemica e anticapitalista, nel secondo però verrebbe accusata di tradimento del fronte nazionale oltretutto sotto assedio.
Il governo indipendentista che dovesse nascere sulla base dei risultati delle elezioni di ieri sarà ovviamente sottoposto alla spada di Damocle di una continua repressione e di una nuova eventuale applicazione dell’articolo 155 da parte del governo spagnolo. Questo contesto di condizionamento e ricatto, unito alla relativa tenuta da parte dei liberali del PDeCat, non farebbe che rafforzare le correnti autonomiste (e quindi gradualiste) e socialmente conservatrici all’interno dello schieramento catalanista.
La scomparsa del Partito Popolare Catalano – che passa da 11 a 3 seggi – rappresenta una buona notizia, e una sconfitta personale per il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy, oltre che per la sua vice Soraya Saenz de Santamaria, mandata a commissariare le istituzioni catalane dopo la destituzione del governo legittimo. Ma il crollo del PP è avvenuto a tutto vantaggio di una destra altrettanto nazionalista, reazionaria e autoritaria – Ciudadanos – che è passata da 25 a 37 seggi, piazzandosi come primo partito in Catalogna. Se le forze del fronte unionista avessero mantenuto una forza più o meno equivalente sarebbero state indebolite dalla tradizionale competizione, ma il boom di Ciutadans e la scomparsa del PP di Albiol fanno di Albert Rivera e Ines Arrimadas i padroni indiscussi dello schieramento. Nei giorni precedenti le votazioni sia alcuni gruppi apertamente fascisti catalani e spagnoli (ad esempio la Falange) sia alcuni leader del Partito Popolare di altri territori dello Stato avevano apertamente invitato gli elettori unionisti a votare Ciudadanos.
Anche i socialisti di Iceta, cresciuti assai meno delle aspettative nonostante abbiano inglobato la destra regionalista di Uniò Democratica in rotta con la svolta indipendentista del PDeCat, dovranno accettare la leadership di un partito che è di destra sciovinista e iperliberista, al di là del volto nuovo e anticasta col quale si è presentato all’epoca della crisi statale del corrotto PP.
L’intervento di forza dello Stato e delle sue istituzioni tramite l'articolo 155 ha sobillato una vandea reazionaria che covava sotto la superficie delle istituzioni autonome catalane e di un “regime del ‘78” i cui aspetti più retrivi, razzisti e autoritari gli unionisti rivendicano apertamente.
Ad uno sguardo generale si nota come i due blocchi politici principali si equivalgano, con un leggero vantaggio per gli indipendentisti, ma il voto di ieri rivela che il blocco reazionario gode di un forte dimensione di massa ed è più forte di quanto il protagonismo di piazza degli indipendentisti negli ultimi 7 anni lasciasse intravedere. Ciudadanos ha letteralmente sfondato nei quartieri popolari di Barcellona facendo man bassa di voti proletari ed esercitando un forte appeal anche su settori consistenti delle classi medie e alte che guardano alla nuova formazione e a Madrid come garanti della stabilità. I settori popolari per timore di perdere quel poco che anni di austerity hanno lasciato loro e le classi alte per timore di perdere privilegi e business.
In questo quadro di estrema polarizzazione (doppia, tra gli opposti schieramenti e all’interno di essi) i cosiddetti ‘comuns’ di Ada Colau e Xavi Domenech sono rimasti completamente schiacciati. Catalunya en Comù-Podem è calata da 11 a 8 seggi; la formazione di sinistra che si era dipinta come equidistante nella contesa nazionale affermando di concentrarsi esclusivamente sui temi sociali è stata ridimensionata. Questo dopo che in una dichiarazione resa alla stampa a poche ore dal voto di uno dei fondatori di Podemos, Juan Carlos Monedero, aveva affermato che il governo Rajoy non poteva non applicare l’articolo 155 in Catalogna visti gli “eccessi irresponsabili” degli indipendentisti, pur dichiarando che la misura è stata applicata con eccessiva durezza.
Il voto di ieri consegna un panorama caratterizzato da un possibile stallo. Una palude tutta istituzionale impantanerebbe quella vasta rete di organizzazione popolare e di disobbedienza politica e sociale che negli ultimi anni, stimolata dalla Cup e da altre entità della sinistra radicale indipendentista, ha forzato lo scenario obbligando i partiti sovranisti ad adottare una strategia di scontro con Madrid che altrimenti si sarebbero risparmiati. E’ quindi auspicabile che questo enorme capitale umano, politico, sociale ed ideologico sappia trovare la sua strada autonoma e parallela riuscendo a condizionare la dinamica prettamente istituzionale. Sarà sui temi sociali, economici e di schieramento internazionale che la sinistra radicale indipendentista potrà affermare le sue ragioni ed allargare il proprio radicamento se i settori popolari investiti dalla crisi percepiranno che la rottura nazionale potrà servire a mettere in discussione e mandare gambe all’aria i rapporti di forza, lo status quo e i privilegi delle oligarchie tanto catalaniste quanto unioniste.
Nella sinistra indipendentista è già in corso da settimane un fervente dibattito – che la sconfitta elettorale potenzierà – sul carattere della rottura, sulla necessità che al consenso e alla ragione i soggetti del cambiamento accompagnino anche l’organizzazione e la forza. Non può che essere positivo il diffondersi di una certa coscienza del fatto che lo schieramento sovranista ha sottovalutato la determinazione dell’avversario e la forza degli strumenti a disposizione dello Stato, e sul fatto che ogni rottura non può che comportare un costo da pagare, sacrifici e altrettanta determinazione.
Comunque, la partita a Barcellona è ancora aperta, e questa è una buona notizia. Anche per noi.
Fonte
La Repubblica ha prevalso sulla monarchia, il colpo della reazione è stato parato e respinto. Al di là di ogni altra riflessione, la strategia del governo Rajoy e del ‘regime del 78’ è stata battuta e la “questione catalana” continuerà a rappresentare una grana tanto per lo Stato Spagnolo quanto per l’Unione Europea. I diktat dell’asse Madrid-Bruxelles, che piaccia o meno alle classi dirigenti dell’indipendentismo moderato ed europeista, sono stati contestati e nuovamente sconfessati dal voto popolare, com’era già avvenuto lo scorso 1 ottobre con l’enorme dimostrazione di forza sociale manifestatasi in occasione del referendum. L’esito elettorale di ieri dimostra che l’uso della forza da parte delle istituzioni statali non è stato in grado di risolvere il contenzioso e di rimuovere un conflitto che permane tanto sul piano sociale quanto su quello istituzionale.
La contraddizione che tanto preoccupa lo Stato Spagnolo e l’Unione Europea, strenui difensori dello status quo e della stabilità in nome di determinati interessi economici e geopolitici oltre che della competizione globale con i poli e le potenze concorrenti, rimane tutta sul tappeto, irrisolta.
Quella degli indipendentisti, non è il caso di nasconderlo, è però una vittoria agrodolce. E per vari motivi. Nonostante il golpe, la censura, la militarizzazione, la decapitazione tramite gli arresti delle due principali forze politiche sovraniste, le minacce e i ricatti economici – sono 3000 finora le imprese basate in Catalogna che hanno spostato altrove la propria sede sociale o minacciano di farlo – il blocco indipendentista ha tenuto ed è aumentato di circa 100 mila voti captando una parte del consistente aumento della partecipazione, ottenendo in totale però 70 seggi contro i 72 della volta scorsa. Ieri, nonostante si sia votato per la prima volta in un giorno lavorativo, alle urne si è recato il 7% di aventi diritto in più rispetto alle regionali del 2015, che pure avevano già visto un’ascesa del numero dei votanti. A beneficiare di questo boom della partecipazione sono state però soprattutto le forze politiche unioniste e reazionarie, che in totale hanno ottenuto ben 280 mila voti in più, passando da 52 a 57 seggi.
Nel campo catalanista i socialdemocratici di Esquerra Republicana mancano l’agognato e previsto sorpasso nei confronti dei liberali del PDeCat, che reggono grazie probabilmente a quello che potremmo definire “effetto Puigdemont”. Gli anticapitalisti della Cup subiscono un innegabile crollo passando da 10 a 4 seggi e da 338 mila a 193 mila voti; un risultato frutto della scelta di molti ex elettori “d’opinione” che nel 2015 premiarono la forza più radicale a sinistra e indipendentista per condizionare i partiti più moderati, in particolare ERC, ma che questa volta hanno deciso di dare un ‘voto utile’ ai partiti maggiori per scongiurare l’ipotesi di una sconfitta del fronte sovranista e di una vittoria da parte della destra liberista e reazionaria di Ciudadanos che alla fine è comunque avvenuta.
Quindi in generale se il dato è caratterizzato da una vittoria, “contro vento e marea”, del fronte catalanista, al suo interno i rapporti di forza mutano negativamente, a vantaggio delle formazioni più moderate e conformiste e a svantaggio dell’opzione più coerentemente indipendentista ma anche antagonista dal punto di vista ideologico. All’interno di uno schieramento che comunque gode ora di una maggioranza più risicata di seggi – tenendo anche conto del fatto che alcuni degli eletti, a partire da Puigdemont del PDeCat e di Junqueras di ERC, non potranno occupare materialmente i propri scranni visto che il primo è in esilio a Bruxelles e l’altro in prigione – la Cup avrà un potere di condizionamento assai più scarso rispetto a quello esercitato negli ultimi due anni. Ad aver vinto sono gli indipendentisti – ammesso che continuino ad esserlo veramente, al di là dei proclami – che all’indomani dell’applicazione dell’articolo 155 e del golpe istituzionale da parte di Madrid hanno aggiustato il tiro sostituendo la gradualità e il negoziato alla precedente agenda unilaterale mentre dalle urne esce fortemente indebolita la proposta della rottura nazionale e sociale.
Sia che decida di appoggiare un esecutivo indipendentista sia che scelga di starne fuori la Cup dovrà affrontare una situazione difficile: nel primo caso rischierebbe di perdere credibilità come forza antisistemica e anticapitalista, nel secondo però verrebbe accusata di tradimento del fronte nazionale oltretutto sotto assedio.
Il governo indipendentista che dovesse nascere sulla base dei risultati delle elezioni di ieri sarà ovviamente sottoposto alla spada di Damocle di una continua repressione e di una nuova eventuale applicazione dell’articolo 155 da parte del governo spagnolo. Questo contesto di condizionamento e ricatto, unito alla relativa tenuta da parte dei liberali del PDeCat, non farebbe che rafforzare le correnti autonomiste (e quindi gradualiste) e socialmente conservatrici all’interno dello schieramento catalanista.
La scomparsa del Partito Popolare Catalano – che passa da 11 a 3 seggi – rappresenta una buona notizia, e una sconfitta personale per il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy, oltre che per la sua vice Soraya Saenz de Santamaria, mandata a commissariare le istituzioni catalane dopo la destituzione del governo legittimo. Ma il crollo del PP è avvenuto a tutto vantaggio di una destra altrettanto nazionalista, reazionaria e autoritaria – Ciudadanos – che è passata da 25 a 37 seggi, piazzandosi come primo partito in Catalogna. Se le forze del fronte unionista avessero mantenuto una forza più o meno equivalente sarebbero state indebolite dalla tradizionale competizione, ma il boom di Ciutadans e la scomparsa del PP di Albiol fanno di Albert Rivera e Ines Arrimadas i padroni indiscussi dello schieramento. Nei giorni precedenti le votazioni sia alcuni gruppi apertamente fascisti catalani e spagnoli (ad esempio la Falange) sia alcuni leader del Partito Popolare di altri territori dello Stato avevano apertamente invitato gli elettori unionisti a votare Ciudadanos.
Anche i socialisti di Iceta, cresciuti assai meno delle aspettative nonostante abbiano inglobato la destra regionalista di Uniò Democratica in rotta con la svolta indipendentista del PDeCat, dovranno accettare la leadership di un partito che è di destra sciovinista e iperliberista, al di là del volto nuovo e anticasta col quale si è presentato all’epoca della crisi statale del corrotto PP.
L’intervento di forza dello Stato e delle sue istituzioni tramite l'articolo 155 ha sobillato una vandea reazionaria che covava sotto la superficie delle istituzioni autonome catalane e di un “regime del ‘78” i cui aspetti più retrivi, razzisti e autoritari gli unionisti rivendicano apertamente.
Ad uno sguardo generale si nota come i due blocchi politici principali si equivalgano, con un leggero vantaggio per gli indipendentisti, ma il voto di ieri rivela che il blocco reazionario gode di un forte dimensione di massa ed è più forte di quanto il protagonismo di piazza degli indipendentisti negli ultimi 7 anni lasciasse intravedere. Ciudadanos ha letteralmente sfondato nei quartieri popolari di Barcellona facendo man bassa di voti proletari ed esercitando un forte appeal anche su settori consistenti delle classi medie e alte che guardano alla nuova formazione e a Madrid come garanti della stabilità. I settori popolari per timore di perdere quel poco che anni di austerity hanno lasciato loro e le classi alte per timore di perdere privilegi e business.
In questo quadro di estrema polarizzazione (doppia, tra gli opposti schieramenti e all’interno di essi) i cosiddetti ‘comuns’ di Ada Colau e Xavi Domenech sono rimasti completamente schiacciati. Catalunya en Comù-Podem è calata da 11 a 8 seggi; la formazione di sinistra che si era dipinta come equidistante nella contesa nazionale affermando di concentrarsi esclusivamente sui temi sociali è stata ridimensionata. Questo dopo che in una dichiarazione resa alla stampa a poche ore dal voto di uno dei fondatori di Podemos, Juan Carlos Monedero, aveva affermato che il governo Rajoy non poteva non applicare l’articolo 155 in Catalogna visti gli “eccessi irresponsabili” degli indipendentisti, pur dichiarando che la misura è stata applicata con eccessiva durezza.
Il voto di ieri consegna un panorama caratterizzato da un possibile stallo. Una palude tutta istituzionale impantanerebbe quella vasta rete di organizzazione popolare e di disobbedienza politica e sociale che negli ultimi anni, stimolata dalla Cup e da altre entità della sinistra radicale indipendentista, ha forzato lo scenario obbligando i partiti sovranisti ad adottare una strategia di scontro con Madrid che altrimenti si sarebbero risparmiati. E’ quindi auspicabile che questo enorme capitale umano, politico, sociale ed ideologico sappia trovare la sua strada autonoma e parallela riuscendo a condizionare la dinamica prettamente istituzionale. Sarà sui temi sociali, economici e di schieramento internazionale che la sinistra radicale indipendentista potrà affermare le sue ragioni ed allargare il proprio radicamento se i settori popolari investiti dalla crisi percepiranno che la rottura nazionale potrà servire a mettere in discussione e mandare gambe all’aria i rapporti di forza, lo status quo e i privilegi delle oligarchie tanto catalaniste quanto unioniste.
Nella sinistra indipendentista è già in corso da settimane un fervente dibattito – che la sconfitta elettorale potenzierà – sul carattere della rottura, sulla necessità che al consenso e alla ragione i soggetti del cambiamento accompagnino anche l’organizzazione e la forza. Non può che essere positivo il diffondersi di una certa coscienza del fatto che lo schieramento sovranista ha sottovalutato la determinazione dell’avversario e la forza degli strumenti a disposizione dello Stato, e sul fatto che ogni rottura non può che comportare un costo da pagare, sacrifici e altrettanta determinazione.
Comunque, la partita a Barcellona è ancora aperta, e questa è una buona notizia. Anche per noi.
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Numeri dalla Catalogna. Più gente al voto. Indipendentisti possono fare il governo
I numeri che nella notte arrivano dalla Catalogna dimostrano una debole “volatilità elettorale” rispetto ai dati del 2015 ma assumono un forte significato politico se li andiamo ad analizzare andando al cuore della questione che era in gioco in questa tornata: quella dell’indipendenza.
Dalle elezioni del 2015 al referendum di ottobre non riconosciuto dal Governo Centrale alla repressione imposta dal governo Rajoy, le cariche della polizia durante lo svolgimento delle operazioni referendarie, l’incarcerazione del gruppo dirigente indipendentista, l’esilio in Belgio del Presidente della Generalitat Puigdemont, tutto sembrava far pensare a un arretramento del blocco sociale e politico che reclamava l’indipendenza del Paese che aveva raccolto 2.044.038 “sì” al referendum di fine ottobre.
Ne risulta, in sostanza, un Paese seccamente diviso dove il peso della frattura indipendentista rimane intatto nonostante il difficile e complicato percorso fin qui intrapreso (del quale non debbono essere nascoste le contraddizioni).
Non è certo questa la sede per delineare scenari futuri: nella notte dei risultati elettorali occorre, prima di tutto, far parlare i dati.
Dati dai quali è possibile far emergere due considerazioni preliminari:
1) La crescita della partecipazione al voto. Si è verificato infatti un aumento di circa 200.000 presenze al seggio: da 4.130.196 del 2015 a 4.345.363 del 2017. Un dato in controtendenza rispetto a ciò che sta accadendo nel resto d’Europa, che permette di notare come la “single issue” sulla quale si è giocata la partita elettorale ha stimolato l’afflusso alle urne;
2) Il secondo dato di grande importanza risiede nel fatto che la somma dei voti dei tre partiti indipendentisti (Junts xCat, Erc–Cat Sì, CUP) supera la somma dei voti favorevoli espressi nel referendum di ottobre. Infatti JuntsxCat ottiene 938.249 voti, Erc – Cat sì 926.602, CUP 192.795 per un totale di 2.057.646 con un incremento rispetto al “SI” di ottobre di 13.606 voti, francamente non pronosticabile in partenza.
Dal punto di vista dei soggetti politici in campo è indubbio che l’affermazione più rilevante è quella di Ciudadanos C’s: in due anni il partito civico centrista assolutamente contrario all’indipendenza sale da 736.364 voti a 1.097.517, una crescita di 361.163 suffragi passando da 25 deputati a 37.
Ciudadanos approfitta prima di tutto del calo secco del Partito Popolare che scende da 349.193 voti a 183.333 una flessione di 165.860 voti con una perdita di 8 seggi.
Lieve incremento anche per il Partito Socialista di Catalogna che sale da 523.283 voti a 600.392 con un incremento di 77.105 suffragi con un seggio in più.
Flessione pesante invece per l’area di Podemos catalana: nel 2015 la lista Catalunya Si ques Pot ottenne 523.283 voti mentre nel 2017 la lista CatComù Podemos ne ha avuti 322.220 220 con un calo di 201.063 suffragi e la perdita di 3 seggi: è probabile che la lista parzialmente intitolata all’Alcadesa di Barcellona abbia pagato un prezzo a una ricerca di posizione mediana proprio sul tema dell’indipendenza.
Sul fronte indipendentista è necessario far notare che nel 2015 si presentò una sola lista Junts pel Sì che ottenne 1.628.714 voti e 62 deputati: nel 2017 le liste presenti erano due. JuntsxCAT del presidente uscente Puigdemont con 938.249 voti ed ERC–Catsì con 926.602 per un totale di 1.846.851 voti, quindi con una somma in crescita di 236.137 suffragi e un incremento di 2 seggi, in quanto JuntsxCat ne ha avuti 34 ed ERC-Catsì 32.
La presenza di Esquerra Repubblicana (ERC-Catsì) ha probabilmente inciso – all’interno dell’area indipendentista – sulla flessione della CUP che è scesa da 337.794 voti a 192.795 con una flessione di 144.995 voti e la perdita di 6 deputati: ragione per la quale la parte indipendentista dell’Assemblea si trova con una maggioranza di 70 voti in luogo dei 72 avuti in precedenza.
In conclusione però non si può che ribadire il punto di vero esito politico di questa consultazione: il blocco favorevole all’indipendenza della Catalogna ha tenuto nonostante la repressione violenta del governo di Madrid e la crescita di partecipazione elettorale.
Il grande tema della Catalogna repubblicana rimane per intero sul tappeto degli equilibri politici non solo in Spagna ma in Europa.
Se qualcuno trovasse una differenza di qualche decimale nei dati qui forniti faccio infine presente di aver lavorato sul 99,5% dei voti scrutinati. La sostanza, ed anche di più dal punto di vista aritmetico, è assolutamente valida.
Fonte
Dalle elezioni del 2015 al referendum di ottobre non riconosciuto dal Governo Centrale alla repressione imposta dal governo Rajoy, le cariche della polizia durante lo svolgimento delle operazioni referendarie, l’incarcerazione del gruppo dirigente indipendentista, l’esilio in Belgio del Presidente della Generalitat Puigdemont, tutto sembrava far pensare a un arretramento del blocco sociale e politico che reclamava l’indipendenza del Paese che aveva raccolto 2.044.038 “sì” al referendum di fine ottobre.
Ne risulta, in sostanza, un Paese seccamente diviso dove il peso della frattura indipendentista rimane intatto nonostante il difficile e complicato percorso fin qui intrapreso (del quale non debbono essere nascoste le contraddizioni).
Non è certo questa la sede per delineare scenari futuri: nella notte dei risultati elettorali occorre, prima di tutto, far parlare i dati.
Dati dai quali è possibile far emergere due considerazioni preliminari:
1) La crescita della partecipazione al voto. Si è verificato infatti un aumento di circa 200.000 presenze al seggio: da 4.130.196 del 2015 a 4.345.363 del 2017. Un dato in controtendenza rispetto a ciò che sta accadendo nel resto d’Europa, che permette di notare come la “single issue” sulla quale si è giocata la partita elettorale ha stimolato l’afflusso alle urne;
2) Il secondo dato di grande importanza risiede nel fatto che la somma dei voti dei tre partiti indipendentisti (Junts xCat, Erc–Cat Sì, CUP) supera la somma dei voti favorevoli espressi nel referendum di ottobre. Infatti JuntsxCat ottiene 938.249 voti, Erc – Cat sì 926.602, CUP 192.795 per un totale di 2.057.646 con un incremento rispetto al “SI” di ottobre di 13.606 voti, francamente non pronosticabile in partenza.
Dal punto di vista dei soggetti politici in campo è indubbio che l’affermazione più rilevante è quella di Ciudadanos C’s: in due anni il partito civico centrista assolutamente contrario all’indipendenza sale da 736.364 voti a 1.097.517, una crescita di 361.163 suffragi passando da 25 deputati a 37.
Ciudadanos approfitta prima di tutto del calo secco del Partito Popolare che scende da 349.193 voti a 183.333 una flessione di 165.860 voti con una perdita di 8 seggi.
Lieve incremento anche per il Partito Socialista di Catalogna che sale da 523.283 voti a 600.392 con un incremento di 77.105 suffragi con un seggio in più.
Flessione pesante invece per l’area di Podemos catalana: nel 2015 la lista Catalunya Si ques Pot ottenne 523.283 voti mentre nel 2017 la lista CatComù Podemos ne ha avuti 322.220 220 con un calo di 201.063 suffragi e la perdita di 3 seggi: è probabile che la lista parzialmente intitolata all’Alcadesa di Barcellona abbia pagato un prezzo a una ricerca di posizione mediana proprio sul tema dell’indipendenza.
Sul fronte indipendentista è necessario far notare che nel 2015 si presentò una sola lista Junts pel Sì che ottenne 1.628.714 voti e 62 deputati: nel 2017 le liste presenti erano due. JuntsxCAT del presidente uscente Puigdemont con 938.249 voti ed ERC–Catsì con 926.602 per un totale di 1.846.851 voti, quindi con una somma in crescita di 236.137 suffragi e un incremento di 2 seggi, in quanto JuntsxCat ne ha avuti 34 ed ERC-Catsì 32.
La presenza di Esquerra Repubblicana (ERC-Catsì) ha probabilmente inciso – all’interno dell’area indipendentista – sulla flessione della CUP che è scesa da 337.794 voti a 192.795 con una flessione di 144.995 voti e la perdita di 6 deputati: ragione per la quale la parte indipendentista dell’Assemblea si trova con una maggioranza di 70 voti in luogo dei 72 avuti in precedenza.
In conclusione però non si può che ribadire il punto di vero esito politico di questa consultazione: il blocco favorevole all’indipendenza della Catalogna ha tenuto nonostante la repressione violenta del governo di Madrid e la crescita di partecipazione elettorale.
Il grande tema della Catalogna repubblicana rimane per intero sul tappeto degli equilibri politici non solo in Spagna ma in Europa.
Se qualcuno trovasse una differenza di qualche decimale nei dati qui forniti faccio infine presente di aver lavorato sul 99,5% dei voti scrutinati. La sostanza, ed anche di più dal punto di vista aritmetico, è assolutamente valida.
Fonte
20/12/2017
Catalogna, domani elezioni imposte e “col trucco”
Domani si terranno in Catalogna elezioni che definire ‘anomale’ è poco. Si vota infatti a causa dell’intervento del governo centrale spagnolo che a ottobre ha esautorato e sciolto il governo e il parlamento locali – colpevoli di aver perseguito l’indipendenza da Madrid – grazie all’applicazione del famigerato articolo 155 della Costituzione Spagnola.
La campagna elettorale è stata, tutto sommato, assai più tranquilla di quanto ci si potesse aspettare. D’altronde milioni di catalani sono stati mobilitati su entrambi i fronti, quello indipendentista e quello unionista, quasi ininterrottamente per mesi. A pesare è anche la cappa repressiva fatta calare da Madrid sulla Catalogna, tuttora ‘presidiata’ da migliaia di militari e poliziotti spagnoli in aggiunta ai Mossos nel frattempo normalizzati dal commissariamento.
La campagna elettorale è stata costellata da decine di piccoli atti di repressione e censura. Potremmo citare l’identificazione da parte della polizia di alcuni militanti e candidati indipendentisti durante atti elettorali; il rifiuto da parte di alcune emittenti di trasmettere alcuni spot della Cup (sinistra indipendentista radicale); la censura sui media di alcune manifestazioni dei partiti indipendentisti; il divieto imposto dalla Giunta Elettorale alle amministrazioni pubbliche e ai municipi di esporre striscioni di solidarietà con i prigionieri politici o anche solo i lacci gialli simbolo della protesta contro l’arresto dei ‘Jordis’ (i leader dell’Assemblea Nazionale Catalane e di Omnium Cultural) o dei dirigenti del governo autonomo esautorato.
Per non parlare di numerose aggressioni e provocazioni da parte dei gruppi di estrema destra ringalluzziti dalla crociata lanciata dal governo Rajoy contro i “ribelli” catalani.
Non solo il voto è stato imposto per riportare “la normalità” e la vigenza della Costituzione in territorio catalano, ma le elezioni si svolgeranno domani in un clima di forte ricatto e condizionamento, con i partiti indipendentisti decapitati dagli arresti e le regole del gioco truccate per evitare una nuova vittoria del fronte che si è battuto per l’indipendenza.
Milioni di catalani sono chiamati alle urne, per la prima volta, in un giorno infrasettimanale e lavorativo, di giovedì. Nonostante questo, l’affluenza ai seggi domani è prevista in rialzo (dopo che nel 2015 era già aumentata notevolmente rispetto alle precedenti elezioni) grazie alla mobilitazione di settori reazionari o di pezzi di quella “maggioranza silenziosa” unionista che generalmente alle elezioni locali nelle ultime tornate si erano astenuti considerando le istituzioni locali ormai “perse” a vantaggio dei ‘separatisti’.
I partiti spagnolisti di destra e di centro hanno condotto una campagna elettorale martellante, mobilitando molti dei leader statali.
Lo stesso premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha presenziato vari appuntamenti di propaganda sul suolo catalano nella speranza di evitare che il Partito Popolare sparisca dalla mappa. La numero due di Rajoy e ‘governatrice’ della Catalogna grazie al 155, Soraya Sáenz de Santamaría, ha intanto beatamente dichiarato di sentirsi orgogliosa perché il suo partito ha decapitato l’indipendentismo, un’ammissione, per quanto implicita, dell’esistenza in Spagna di prigionieri politici e dell’inesistenza della separazione dei poteri.
La “nuova” destra liberista e nazionalista spagnola di Ciudadanos spera di affermarsi come primo partito – i sondaggi la danno in forte ascesa – e di poter guidare un eventuale governo “costituzionale” a Barcellona per la prima volta dalla fine del franchismo. A trainare l’ascesa dei ‘cittadini’ che piacciono a Macron la mobilitazione nei comizi catalani di personaggi del calibro di Manuel Valls, l’ex primo ministro socialista francese di origini catalane, o del Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa.
I socialisti, anche loro previsti in ascesa, hanno potuto contare sulla solidarietà della sindaca di Parigi, la socialista di origini iberiche Anne Hidalgo, e su uno Zapatero che per l’occasione si è addirittura riconciliato con l’attuale leader del Psoe, Pedro Sanchez. E il leader locale dei socialisti, Iceta, ha addirittura imbarcato nelle liste alcuni degli esponenti della destra democristiana locale – l’UDC – in rotta con il PDeCat diventato troppo radicale sul tema nazionale e definito ‘ostaggio della Cup’.
Sul fronte opposto a caratterizzare la campagna elettorale è stata la competizione per la leadership tra i repubblicani di Oriol Junqueras (rinchiuso nel carcere madrileno di Estremera) e i liberali di Puigdemont (esiliatosi in Belgio per non essere arrestato come molti dei suoi ministri). Alle storiche elezioni del 2015 i due partiti, più altre formazioni minori di centrosinistra, si erano presentati insieme nella coalizione Junts pel Si, ma stavolta Esquerra Republicana ha voluto concorrere con il suo simbolo, forte della vittoria che i sondaggi assegnano alla formazione socialdemocratica e nazionalista. Per l’occasione ERC ha candidato vari esponenti di tutte quelle correnti socialiste che negli anni scorsi o in questi mesi hanno abbandonato un PSC sempre più indistinguibile dal PP e da Ciudadanos.
In calo, invece, è dato il PDeCat che ha scelto di celarsi dietro la denominazione di ‘Junts per Catalunya’ che candida anche Jordi Sanchez, leader carismatico dell’associazionismo catalanista imprigionato ormai da due mesi. La speranza è quella di frenare il trend negativo che caratterizza ormai da alcune tornate elettorali il partito storico di riferimento di una borghesia autonomista che non ha gradito affatto la svolta indipendentista degli ultimi anni e che è stato abbandonato anche da tanti elettori più progressisti arrabbiati per gli scandali di corruzione e le politiche autoritarie e ultraliberiste che hanno contraddistinto il governo di Artur Mas.
Gli indipendentisti anticapitalisti della Cup sono dati in discesa rispetto all’exploit del 2015, quando erano passati da 3 a 10 deputati. Stavolta la formazione più radicale dello schieramento indipendentista potrebbe essere penalizzata dal “voto utile” che spinge verso il voto ad ERC affinché si affermi come primo partito evitando l’onta della vittoria di Ciudadanos. E anche dallo scontento di alcuni dei settori e politici più radicali che rimproverano alla Cup di essere stata troppo accondiscendente nei confronti di ERC e PDeCat. Da parte loro i candidati della sinistra indipendentista e anticapitalista chiedono il sostegno agli elettori di sinistra proprio per costituire un argine, un pungolo nei confronti delle altre formazioni sovraniste che dopo il fallimento della spallata indipendentista di ottobre hanno notevolmente rinculato rispetto ai battaglieri propositi che hanno portato alla celebrazione del referendum del 1 ottobre e dello sciopero generale del 3.
Dopo gli arresti dei leader politici e dei ministri, e lo scioglimento e il commissariamento di Govern e Parlament, alcuni dirigenti di Erc e del PDeCat hanno fatto autocritica dichiarando la propria impreparazione e sottovalutazione rispetto allo scenario di escalation repressiva determinato dalla reazione di Madrid, e si sono attestati sul ritorno ad una via graduale e negoziale all’indipendenza lasciando così la Cup da sola a difendere la rottura e l’unilateralità.
Stando ai vari sondaggi, le elezioni di domani dovrebbero sancire un sostanziale testa a testa tra i due schieramenti, con quello indipendentista in calo e quello unionista in crescita. In mezzo i ‘comuns’ di Ada Colau e di Xavier Domenech, alla guida di una coalizione “equidistante”, Catalunya en Comú-Podem, data anch’essa in lieve discesa.
Nei giorni scorsi Albano Dante Fachin, ex segretario di Podem e fondatore della formazione di sinistra ‘Som alternativa’ dopo la rottura con la direzione statale del partito, ha diffuso un video in cui invita la base di Podemos e gli indecisi a votare indipendentista – pur non essendo l’indipendenza della Catalogna tra le sua priorità – per far si che il movimento popolare rimanga protagonista della scena politica. Secondo Dante Fachin non esiste alcuna agenda sociale possibile senza la sconfitta del fronte unionista e se il 21 dicembre quest’ultimo vincerà la repressione continuerà e con essa la violazione dei diritti sociali e civili.
Dante Fachin è tornato a criticare fortemente il capolista di Catalunya en Comù, Xavier Domenech, che nei giorni scorsi ha chiesto agli elettori di ‘voltare pagina’ rispetto al 1 ottobre, e definito prioritario adoperarsi per riportare in Catalogna le imprese in fuga spaventate dagli indipendentisti. A Domenech l’ex leader di Podem chiede se debba contare di più la volontà popolare democraticamente e coraggiosamente espressa da milioni di catalani il 1 ottobre o gli interessi delle multinazionali spagnole e delle grandi imprese catalane.
L’intervento di Dante Fachin arriva mentre la giunta di centrosinistra di Madrid (guidata da Unidos Podemos) della sindaca Manuela Carmena è sull’orlo della rottura dopo la decisione dell’amministrazione comunale di applicare i pesanti tagli al bilancio imposti da Madrid, e mentre Podemos chiede agli indipendentisti di ERC si svincolarsi dal fronte sovranista e di rinunciare all’indipendenza per formare in Catalogna un governo insieme ai ‘comuns’ e ai socialisti. Un governo che, nelle intenzioni di Podemos, dovrebbe essere di ‘rinconciliazione’ dopo gli eccessi commessi da ambo le parti nei mesi scorsi.
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La campagna elettorale è stata, tutto sommato, assai più tranquilla di quanto ci si potesse aspettare. D’altronde milioni di catalani sono stati mobilitati su entrambi i fronti, quello indipendentista e quello unionista, quasi ininterrottamente per mesi. A pesare è anche la cappa repressiva fatta calare da Madrid sulla Catalogna, tuttora ‘presidiata’ da migliaia di militari e poliziotti spagnoli in aggiunta ai Mossos nel frattempo normalizzati dal commissariamento.
La campagna elettorale è stata costellata da decine di piccoli atti di repressione e censura. Potremmo citare l’identificazione da parte della polizia di alcuni militanti e candidati indipendentisti durante atti elettorali; il rifiuto da parte di alcune emittenti di trasmettere alcuni spot della Cup (sinistra indipendentista radicale); la censura sui media di alcune manifestazioni dei partiti indipendentisti; il divieto imposto dalla Giunta Elettorale alle amministrazioni pubbliche e ai municipi di esporre striscioni di solidarietà con i prigionieri politici o anche solo i lacci gialli simbolo della protesta contro l’arresto dei ‘Jordis’ (i leader dell’Assemblea Nazionale Catalane e di Omnium Cultural) o dei dirigenti del governo autonomo esautorato.
Per non parlare di numerose aggressioni e provocazioni da parte dei gruppi di estrema destra ringalluzziti dalla crociata lanciata dal governo Rajoy contro i “ribelli” catalani.
Non solo il voto è stato imposto per riportare “la normalità” e la vigenza della Costituzione in territorio catalano, ma le elezioni si svolgeranno domani in un clima di forte ricatto e condizionamento, con i partiti indipendentisti decapitati dagli arresti e le regole del gioco truccate per evitare una nuova vittoria del fronte che si è battuto per l’indipendenza.
Milioni di catalani sono chiamati alle urne, per la prima volta, in un giorno infrasettimanale e lavorativo, di giovedì. Nonostante questo, l’affluenza ai seggi domani è prevista in rialzo (dopo che nel 2015 era già aumentata notevolmente rispetto alle precedenti elezioni) grazie alla mobilitazione di settori reazionari o di pezzi di quella “maggioranza silenziosa” unionista che generalmente alle elezioni locali nelle ultime tornate si erano astenuti considerando le istituzioni locali ormai “perse” a vantaggio dei ‘separatisti’.
I partiti spagnolisti di destra e di centro hanno condotto una campagna elettorale martellante, mobilitando molti dei leader statali.
Lo stesso premier spagnolo, Mariano Rajoy, ha presenziato vari appuntamenti di propaganda sul suolo catalano nella speranza di evitare che il Partito Popolare sparisca dalla mappa. La numero due di Rajoy e ‘governatrice’ della Catalogna grazie al 155, Soraya Sáenz de Santamaría, ha intanto beatamente dichiarato di sentirsi orgogliosa perché il suo partito ha decapitato l’indipendentismo, un’ammissione, per quanto implicita, dell’esistenza in Spagna di prigionieri politici e dell’inesistenza della separazione dei poteri.
La “nuova” destra liberista e nazionalista spagnola di Ciudadanos spera di affermarsi come primo partito – i sondaggi la danno in forte ascesa – e di poter guidare un eventuale governo “costituzionale” a Barcellona per la prima volta dalla fine del franchismo. A trainare l’ascesa dei ‘cittadini’ che piacciono a Macron la mobilitazione nei comizi catalani di personaggi del calibro di Manuel Valls, l’ex primo ministro socialista francese di origini catalane, o del Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa.
I socialisti, anche loro previsti in ascesa, hanno potuto contare sulla solidarietà della sindaca di Parigi, la socialista di origini iberiche Anne Hidalgo, e su uno Zapatero che per l’occasione si è addirittura riconciliato con l’attuale leader del Psoe, Pedro Sanchez. E il leader locale dei socialisti, Iceta, ha addirittura imbarcato nelle liste alcuni degli esponenti della destra democristiana locale – l’UDC – in rotta con il PDeCat diventato troppo radicale sul tema nazionale e definito ‘ostaggio della Cup’.
Sul fronte opposto a caratterizzare la campagna elettorale è stata la competizione per la leadership tra i repubblicani di Oriol Junqueras (rinchiuso nel carcere madrileno di Estremera) e i liberali di Puigdemont (esiliatosi in Belgio per non essere arrestato come molti dei suoi ministri). Alle storiche elezioni del 2015 i due partiti, più altre formazioni minori di centrosinistra, si erano presentati insieme nella coalizione Junts pel Si, ma stavolta Esquerra Republicana ha voluto concorrere con il suo simbolo, forte della vittoria che i sondaggi assegnano alla formazione socialdemocratica e nazionalista. Per l’occasione ERC ha candidato vari esponenti di tutte quelle correnti socialiste che negli anni scorsi o in questi mesi hanno abbandonato un PSC sempre più indistinguibile dal PP e da Ciudadanos.
In calo, invece, è dato il PDeCat che ha scelto di celarsi dietro la denominazione di ‘Junts per Catalunya’ che candida anche Jordi Sanchez, leader carismatico dell’associazionismo catalanista imprigionato ormai da due mesi. La speranza è quella di frenare il trend negativo che caratterizza ormai da alcune tornate elettorali il partito storico di riferimento di una borghesia autonomista che non ha gradito affatto la svolta indipendentista degli ultimi anni e che è stato abbandonato anche da tanti elettori più progressisti arrabbiati per gli scandali di corruzione e le politiche autoritarie e ultraliberiste che hanno contraddistinto il governo di Artur Mas.
Gli indipendentisti anticapitalisti della Cup sono dati in discesa rispetto all’exploit del 2015, quando erano passati da 3 a 10 deputati. Stavolta la formazione più radicale dello schieramento indipendentista potrebbe essere penalizzata dal “voto utile” che spinge verso il voto ad ERC affinché si affermi come primo partito evitando l’onta della vittoria di Ciudadanos. E anche dallo scontento di alcuni dei settori e politici più radicali che rimproverano alla Cup di essere stata troppo accondiscendente nei confronti di ERC e PDeCat. Da parte loro i candidati della sinistra indipendentista e anticapitalista chiedono il sostegno agli elettori di sinistra proprio per costituire un argine, un pungolo nei confronti delle altre formazioni sovraniste che dopo il fallimento della spallata indipendentista di ottobre hanno notevolmente rinculato rispetto ai battaglieri propositi che hanno portato alla celebrazione del referendum del 1 ottobre e dello sciopero generale del 3.
Dopo gli arresti dei leader politici e dei ministri, e lo scioglimento e il commissariamento di Govern e Parlament, alcuni dirigenti di Erc e del PDeCat hanno fatto autocritica dichiarando la propria impreparazione e sottovalutazione rispetto allo scenario di escalation repressiva determinato dalla reazione di Madrid, e si sono attestati sul ritorno ad una via graduale e negoziale all’indipendenza lasciando così la Cup da sola a difendere la rottura e l’unilateralità.
Stando ai vari sondaggi, le elezioni di domani dovrebbero sancire un sostanziale testa a testa tra i due schieramenti, con quello indipendentista in calo e quello unionista in crescita. In mezzo i ‘comuns’ di Ada Colau e di Xavier Domenech, alla guida di una coalizione “equidistante”, Catalunya en Comú-Podem, data anch’essa in lieve discesa.
Nei giorni scorsi Albano Dante Fachin, ex segretario di Podem e fondatore della formazione di sinistra ‘Som alternativa’ dopo la rottura con la direzione statale del partito, ha diffuso un video in cui invita la base di Podemos e gli indecisi a votare indipendentista – pur non essendo l’indipendenza della Catalogna tra le sua priorità – per far si che il movimento popolare rimanga protagonista della scena politica. Secondo Dante Fachin non esiste alcuna agenda sociale possibile senza la sconfitta del fronte unionista e se il 21 dicembre quest’ultimo vincerà la repressione continuerà e con essa la violazione dei diritti sociali e civili.
Dante Fachin è tornato a criticare fortemente il capolista di Catalunya en Comù, Xavier Domenech, che nei giorni scorsi ha chiesto agli elettori di ‘voltare pagina’ rispetto al 1 ottobre, e definito prioritario adoperarsi per riportare in Catalogna le imprese in fuga spaventate dagli indipendentisti. A Domenech l’ex leader di Podem chiede se debba contare di più la volontà popolare democraticamente e coraggiosamente espressa da milioni di catalani il 1 ottobre o gli interessi delle multinazionali spagnole e delle grandi imprese catalane.
L’intervento di Dante Fachin arriva mentre la giunta di centrosinistra di Madrid (guidata da Unidos Podemos) della sindaca Manuela Carmena è sull’orlo della rottura dopo la decisione dell’amministrazione comunale di applicare i pesanti tagli al bilancio imposti da Madrid, e mentre Podemos chiede agli indipendentisti di ERC si svincolarsi dal fronte sovranista e di rinunciare all’indipendenza per formare in Catalogna un governo insieme ai ‘comuns’ e ai socialisti. Un governo che, nelle intenzioni di Podemos, dovrebbe essere di ‘rinconciliazione’ dopo gli eccessi commessi da ambo le parti nei mesi scorsi.
Fonte
14/12/2017
La rivoluzione algerina
“Il Manifesto” del 14 dicembre 2017 ospita un articolo di Neelam Srivastava nel quale si recensisce il volume La rivoluzione algerina e la liberazione dell’Africa, pubblicato da Ombre Corte a cura di Gabriele Proglio, tradotto dal francese da lui stesso e Antonella Mauri.
Il volume raccoglie una serie di scritti politici inediti di Frantz Fanon, che costituiscono una sezione di un testo più ampio di inediti dell’autore martinicano già uscito nel 2015 con La Découverte, intitolato Ecrits sur l’aliénation et la liberté edito da Jean Khalfa e Robert Young.
L’opera pubblicata restituisce la dimensione del celebre autore de I dannati della Terra immerso nel vivo della lotta per l’indipendenza algerina: gli scritti raccolti in quest’occasione sono articoli non firmati che Fanon scrisse per l’organo del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino El moudjahid e quindi destinati a diffondere la linea ufficiale dell’FLN a livello internazionale.
Lungi dall’essere pezzi d’autore, questi testi rivoluzionari si celano dunque dietro all’anonimato richiesto dal lavoro editoriale e si può ben immaginare come fossero, alla fine, frutto di intense discussioni motivate – come scrive Proglio nell’introduzione – dall’esigenza e dall’urgenza di rendere comprensibili e diffondibili la posizioni ufficiali del Fronte sui vari movimenti nazionali e internazionali.
Questo intervento però non è stato scritto per aggiungere un qualcosa alla recensione pubblicata da “Il Manifesto”: piuttosto si intende restituire un’idea del clima dell’epoca.
Di quanto, cioè, l’intero processo di decolonizzazione dell’Africa e la lotta per la liberazione dell’Algeria avessero influito nella costruzione di un’idea diversa dell’internazionalismo, rispetto a quanto si era sviluppato da questo punto di vista negli anni più duri della contrapposizione tra i blocchi.
Può essere ancora utile ricordare come un’intera generazione leggesse con grande partecipazione la Jeune Afrique e le cronache dei quotidiani dedicate alla lotta di liberazione algerina. Quanto entusiasmo si raccogliesse nell’assistere al cinema al capolavoro di Gillo Pontecorvo La battaglia d’Algeri. Una cultura nuova ci appariva all’orizzonte e per un periodo ce ne facemmo pervadere intensamente.
Nel dopoguerra si avviò un processo di decolonizzazione che si estese dall’Asia all’Africa, dove nel 1960 ben sedici stati ottennero l’indipendenza, in alcune occasioni fu indolore, in altri casi costò numerose vittime.
Nel 1939, allo scoppio della guerra, ben un terzo della popolazione mondiale era sottomesso alle potenze coloniali e solo tre stati in Africa e tre in Asia erano indipendenti. La politica adottata nel governare questi paesi da parte delle grandi nazioni, era di tipo assolutistico con l’unico intento di depredare le terre di queste povere popolazioni senza riconoscere loro nessun diritto.
Nell’Africa del nord e nel Medio Oriente, nel 1944, nasce la Lega araba, il cui obiettivo primario era l’indipendenza. In Algeria la lotta per l’indipendenza comportò le maggiori difficoltà, sia perché la Francia, memore dell’esperienza in Vietnam, adottò metodi di lotta anti-guerriglia più “efficaci”, ricorrendo a rastrellamenti, trasferimenti di intere popolazioni e sistemi repressivi che non esclusero la tortura; sia perché il Fronte di liberazione nazionale non esitò a ricorrere a metodi cruenti di guerriglia urbana e al terrorismo.
Nel resto dell’Africa la conquista dell’indipendenza è avvenuta più tardi e senza apparenti traumi immediati: circa quaranta stati la ottennero tra il 1957 e il 1967; le regioni soggette al Portogallo vi giunsero dopo il 1974 in seguito alla “rivoluzione dei garofani” che ristabilì in quel paese la democrazia. Ma nell’Africa nera, a causa dell’assenza di una lingua e di una religione comune, il dominio occidentale era risultato più devastante che altrove, perché aveva esasperato le lotte tribali e aveva creato stati non corrispondenti alle realtà etniche e sociali.
La fragilità delle istituzioni sorte dopo l’indipendenza e la corruzione dei governanti hanno perpetuato forme neocoloniali di subordinazione e sfruttamento che sono tuttora causa di guerra e miseria. Caso a sé è la decolonizzazione dei “regimi bianchi” in Rhodesia e Sudafrica, dove la politica antirazziale dell’Onu ha lentamente impegnato i bianchi a riconoscere i diritti civili alle popolazioni ‘nere’. Artefice della lotta politica in Sudafrica fu l’African National Congress, il cui leader, Nelson Mandela, agli inizi degli anni novanta è stato eletto presidente dello stato.
Questo il riassunto cronologico di quel processo storico di cui i giovani d’oggi dovrebbero possedere gli elementi di riflessione sufficienti per considerarne la fondamentale importanza, proprio nel momento in cui dall’Africa arrivano segnali di tragedie incombenti delle quali, in Occidente, viviamo soltanto riscontri marginali come quello relativo al flusso dei migranti.
All’epoca in cui Fanon scrive i suoi testi per conto dell’FLN algerino quella vicenda epocale contribuì a rimettere in moto un movimento che prese coscienza della necessità di un internazionalismo di tipo nuovo: ciò avvenne anche e soprattutto “contro” le posizioni della sinistra europea, in particolare di quella francese, che non sostenne la causa dell’FLN ma piuttosto difese il diritto coloniale della Francia sul territorio algerino perché – scrive Fanon – “perché di sinistra e antifascisti a casa loro, alcuni francesi si ritengono in diritto di guidare gli altri popoli, di dare lezione di democrazia anche a colpi di bombe” (un fenomeno quest’ultimo dell’esportazione della democrazia a bordo dei carri armati che abbiamo visto ripetersi nei decenni più recenti).
In altre situazioni, meno coinvolte direttamente rispetto a quella francese, non si uscì, da parte della sinistra ufficiale, dalla gabbia del considerare il processo allora in corso in Africa (e in Asia) all’interno del quadro dato dalle relazioni internazionali poggiate sulla “guerra fredda” e quindi strumentalmente utili per una delle due parti che proclamava per sé la vocazione antimperialista, ancorché nel momento specifico fosse stata avviata una prima fase di cosiddetta “distensione”.
Si considerava, invece, da parte di chi sosteneva nella sinistra una posizione diversa come la “Rivoluzione Africana” fosse da intendersi come anti–imperialista al di là della provenienza dal punto di vista dei blocchi della logica imperialista e colonialista.
Alo stesso modo fu intesa la guerra del Viet Nam e lo schierarsi dalla parte dei vietcong e ancora così fu intesa la tensione antifascista rispetto ai colpi di stato militari che, in quel periodo, portarono a dittature di stampo fascista prima in Grecia (1967), poi in Cile (1973) e il prosieguo della lotta anti-franchista e anti-salazarista.
E’ proprio questo il punto che s’intendeva ricordare nell’occasione, quello di intendere la “Rivoluzione Africana” e lo sviluppo del movimento anticoloniale come espressione di un nuovo tipo d’internazionalismo che metteva assieme quello proletario con quello della liberazione dei popoli.
Si trovavano già, fin dagli ultimi anni ’50, prodromi importanti di quello che sarebbe stato il ’68 a livello internazionale (ne scrive Fabrizio Floris, proprio in calce all’articolo fin qui citato) raccontando anche la storia dei sessantottini italiani che si recarono in Africa per portare il loro impegno allo sviluppo di una diversa prospettiva di politica e di vita.
In seguito le repliche della storia sono state durissime e stanno drammaticamente sotto i nostri occhi: ma rileggere quelle pagine e ricordare quella stagione ha ancora un senso non soltanto per la storia del ciò che è stato.
Fonte
12/12/2017
Tra gli europeisti critici, gli scettici e i contrari all’UE: indipendentisti a Bruxelles
La manifestazione per l’indipendenza di Catalunya e la liberazione dei detenuti politici che si è svolta a Bruxelles lo scorso giovedì 7 dicembre ha rappresentato un significativo e insolito evento che merita una cronaca e alcune considerazioni a margine del dibattito in corso.
Il primo dato da valutare è la straordinaria partecipazione: centinaia di auto private e decine di autobus sono partite da numerose città e paesi di Catalunya dando vita a una carovana riconoscibile lungo gli oltre 1.000 chilometri del cammino grazie ai cartelli rivendicativi e alle estelades in bella mostra, mentre l’ANC ha organizzato anche alcuni voli Barcelona-Bruxelles. La polizia belga ha stimato i partecipanti alla manifestazione in circa 45.000 persone, che hanno approfittato della festa della costituzione del 6 e della purissima dell’8 dicembre per portare nel cuore dell’Unione Europea la propria lotta, “denunciare la mancanza di democrazia dello stato spagnolo e rivendicare la libertà d’espressione e la liberazione dei prigionieri politici”, come si legge nel manifesto dell’ANC. Il movimento indipendentista non sembra cioè soffrire il temuto effetto riflusso che si sarebbe potuto verificare dopo l’applicazione dell’art. 155, lo scioglimento del Parlamento catalano e la destituzione del Presidente della Generalitat. Già due giorni prima della manifestazione la Grand Place di Bruxelles si è riempita di manifestanti catalani che si sono dati appuntamento nel salotto della città per rendere ben visibile la propria presenza. E la Grand Place è uno scenario suggestivo non solo per il turismo di massa: qui all’osteria Le Cisne (oggi un ristorante) Karl Marx organizzò con l’Associazione dei lavoratori tedeschi il capodanno del 1847/’48, nel periodo in cui scriveva nel quartiere di Ixelles Il manifesto del partito comunista.
Il secondo dato che merita un approfondimento è rappresentato dalla critica, dalle sfumature differenti, che il movimento indipendentista rivolge all’Unione Europea. L’ANC ha manifestato all’insegna dello slogan “Wake up Europe. Democracy for Catalonia”: un invito alle istituzioni europee perché considerino ciò che sta accadendo a Catalunya non come una mera questione interna allo stato spagnolo bensì una questione di principio che interroga la natura stessa dell’Unione. I rappresentanti dell’ANC non si riconoscono nella definizione di euroscettici e si propongono invece come europeisti critici, impegnati a tessere alleanze con i deputati dell’eurocamera sensibili alla loro rivendicazione (a cominciare da alcuni membri del GUE e del gruppo dei verdi). Ma a giudicare dai cartelli e dagli slogan della manifestazione, sono sempre meno coloro i quali nutrono delle speranze su un pronunciamento degli organismi istituzionali europei.
Un sentimento di disillusione che sembra essere penetrato anche nel discorso dei settori moderati del movimento. Nel suo intervento a chiusura della manifestazione, il Presidente in esilio Carles Puigdemont ha affermato infatti: “vogliamo un Europa che non debba vergognarsi quando altri paesi dove non vige la democrazia vengono a domandarle: dunque ciò che state facendo oggi a Catalunya vale come regola del gioco per tutto il mondo? Allora anche noi potremo calpestare i diritti fondamentali dei nostri cittadini e questa volta l’Europa non ci dirà niente. È così? Però no. Noi vogliamo invece un Europa che ascolti i propri cittadini e non solo gli stati... più rispetto per la partecipazione, per le minoranze e per la diversità e meno, molto meno per gli interessi di gruppi e settori economici legati ad alcuni governanti che, tra l’altro, non si caratterizzano precisamente per la loro onestà”. Una critica che è decisamente più marcata nel discorso di Joan Coma, consigliere comunale della CUP a Vic che, dopo aver salutato “Gerusalemme capitale indiscutibile della Palestina”, ha denunciato “il deficit di democrazia dello stato spagnolo e la imprescindibile e inaccettabile complicità di questa unione europea con l’operazione repressiva che patisce il movimento indipendentista. L’aggressività dello stato non sarebbe possibile senza la complicità dell’attuale unione europea”. Il rappresentante della sinistra anticapitalista ha inoltre messo in questione le politiche dell’Unione: “non dimentichiamoci che la logica ricentralizzatrice dello stato è parallela alla logica delle politiche dettate dalla Unione Europea e dalla troika. Di fatto queste logiche si alimentano reciprocamente: nell’attuale cornice costituzionale spagnola è impossibile sviluppare leggi sociali per le classi popolari. È dunque imprescindibile costruire la legalità repubblicana. Ed è anche necessario costruire una Europa e un Mediterraneo della pace, della solidarietà e della fraternità. Una Europa e un Mediterraneo dei popoli e per i popoli”. In questa prospettiva “la Repubblica catalana deve essere il nostro piccolo grande contributo alla costruzione di un’altra Spagna e di un’altra Europa”.
Un ulteriore dato che merita una riflessione è il sostegno diffuso in tutti i settori della manifestazione alla figura del Presidente in esilio: oltre a nutrirsi dei propri militanti ed elettori, il consenso di cui beneficia attualmente Carles Puigdemont è rafforzato dall’esilio, una costrizione sofferta da molti Presidenti della Generalitat di Catalunya, tra cui Francesc Macià, Lluís Companys, Josep Irla e Josep Tarradellas, per rimanere al solo arco di tempo che va dalla fine della dittatura di Primo de Rivera all’inizio della transizione. Una lista di presidenti esiliati, rappresentanti delle legittime istituzioni catalane, che testimoniano la lotta secolare per la propria liberazione e la coscienza collettiva del popolo catalano, oggi rivendicate dal movimento indipendentista. Così nella manifestazione è risuonato a lungo lo slogan "è Puigdemont il nostro Presidente", che ben sintetizza l’attaccamento degli indipendentisti alle proprie istituzioni. Allo stesso modo la rivendicazione della libertà per i detenuti politici, Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Jordi Cuixart e Joachim Forn, a vario titolo accusati di aver reso possibile il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e di aver organizzato una strategia diretta a sovvertire l’ordine costituzionale spagnolo, è straordinariamente diffusa in tutta la manifestazione.
Dopo essersi riuniti nel Parco del Cinquantenario attorno alle 10 del mattino, i manifestanti hanno cominciato a percorrere in corteo il quartiere diplomatico sotto una intermittente pioggia gelata che gli ha accompagnati fino alla piazza Jean Rey, dove gli interventi pronunciati dal palco si sono conclusi alle 16. È stata la più grande manifestazione svoltasi a Bruxelles. Il video integrale dei discorsi tenuti al termine del corteo si può vedere alla pagina web https://www.vilaweb.cat/noticies/la-manifestacio-de-brusselles-sencera-en-video/
da https://catalunyasenzarticolo.wordpress.com
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Il primo dato da valutare è la straordinaria partecipazione: centinaia di auto private e decine di autobus sono partite da numerose città e paesi di Catalunya dando vita a una carovana riconoscibile lungo gli oltre 1.000 chilometri del cammino grazie ai cartelli rivendicativi e alle estelades in bella mostra, mentre l’ANC ha organizzato anche alcuni voli Barcelona-Bruxelles. La polizia belga ha stimato i partecipanti alla manifestazione in circa 45.000 persone, che hanno approfittato della festa della costituzione del 6 e della purissima dell’8 dicembre per portare nel cuore dell’Unione Europea la propria lotta, “denunciare la mancanza di democrazia dello stato spagnolo e rivendicare la libertà d’espressione e la liberazione dei prigionieri politici”, come si legge nel manifesto dell’ANC. Il movimento indipendentista non sembra cioè soffrire il temuto effetto riflusso che si sarebbe potuto verificare dopo l’applicazione dell’art. 155, lo scioglimento del Parlamento catalano e la destituzione del Presidente della Generalitat. Già due giorni prima della manifestazione la Grand Place di Bruxelles si è riempita di manifestanti catalani che si sono dati appuntamento nel salotto della città per rendere ben visibile la propria presenza. E la Grand Place è uno scenario suggestivo non solo per il turismo di massa: qui all’osteria Le Cisne (oggi un ristorante) Karl Marx organizzò con l’Associazione dei lavoratori tedeschi il capodanno del 1847/’48, nel periodo in cui scriveva nel quartiere di Ixelles Il manifesto del partito comunista.
Il secondo dato che merita un approfondimento è rappresentato dalla critica, dalle sfumature differenti, che il movimento indipendentista rivolge all’Unione Europea. L’ANC ha manifestato all’insegna dello slogan “Wake up Europe. Democracy for Catalonia”: un invito alle istituzioni europee perché considerino ciò che sta accadendo a Catalunya non come una mera questione interna allo stato spagnolo bensì una questione di principio che interroga la natura stessa dell’Unione. I rappresentanti dell’ANC non si riconoscono nella definizione di euroscettici e si propongono invece come europeisti critici, impegnati a tessere alleanze con i deputati dell’eurocamera sensibili alla loro rivendicazione (a cominciare da alcuni membri del GUE e del gruppo dei verdi). Ma a giudicare dai cartelli e dagli slogan della manifestazione, sono sempre meno coloro i quali nutrono delle speranze su un pronunciamento degli organismi istituzionali europei.
Un sentimento di disillusione che sembra essere penetrato anche nel discorso dei settori moderati del movimento. Nel suo intervento a chiusura della manifestazione, il Presidente in esilio Carles Puigdemont ha affermato infatti: “vogliamo un Europa che non debba vergognarsi quando altri paesi dove non vige la democrazia vengono a domandarle: dunque ciò che state facendo oggi a Catalunya vale come regola del gioco per tutto il mondo? Allora anche noi potremo calpestare i diritti fondamentali dei nostri cittadini e questa volta l’Europa non ci dirà niente. È così? Però no. Noi vogliamo invece un Europa che ascolti i propri cittadini e non solo gli stati... più rispetto per la partecipazione, per le minoranze e per la diversità e meno, molto meno per gli interessi di gruppi e settori economici legati ad alcuni governanti che, tra l’altro, non si caratterizzano precisamente per la loro onestà”. Una critica che è decisamente più marcata nel discorso di Joan Coma, consigliere comunale della CUP a Vic che, dopo aver salutato “Gerusalemme capitale indiscutibile della Palestina”, ha denunciato “il deficit di democrazia dello stato spagnolo e la imprescindibile e inaccettabile complicità di questa unione europea con l’operazione repressiva che patisce il movimento indipendentista. L’aggressività dello stato non sarebbe possibile senza la complicità dell’attuale unione europea”. Il rappresentante della sinistra anticapitalista ha inoltre messo in questione le politiche dell’Unione: “non dimentichiamoci che la logica ricentralizzatrice dello stato è parallela alla logica delle politiche dettate dalla Unione Europea e dalla troika. Di fatto queste logiche si alimentano reciprocamente: nell’attuale cornice costituzionale spagnola è impossibile sviluppare leggi sociali per le classi popolari. È dunque imprescindibile costruire la legalità repubblicana. Ed è anche necessario costruire una Europa e un Mediterraneo della pace, della solidarietà e della fraternità. Una Europa e un Mediterraneo dei popoli e per i popoli”. In questa prospettiva “la Repubblica catalana deve essere il nostro piccolo grande contributo alla costruzione di un’altra Spagna e di un’altra Europa”.
Un ulteriore dato che merita una riflessione è il sostegno diffuso in tutti i settori della manifestazione alla figura del Presidente in esilio: oltre a nutrirsi dei propri militanti ed elettori, il consenso di cui beneficia attualmente Carles Puigdemont è rafforzato dall’esilio, una costrizione sofferta da molti Presidenti della Generalitat di Catalunya, tra cui Francesc Macià, Lluís Companys, Josep Irla e Josep Tarradellas, per rimanere al solo arco di tempo che va dalla fine della dittatura di Primo de Rivera all’inizio della transizione. Una lista di presidenti esiliati, rappresentanti delle legittime istituzioni catalane, che testimoniano la lotta secolare per la propria liberazione e la coscienza collettiva del popolo catalano, oggi rivendicate dal movimento indipendentista. Così nella manifestazione è risuonato a lungo lo slogan "è Puigdemont il nostro Presidente", che ben sintetizza l’attaccamento degli indipendentisti alle proprie istituzioni. Allo stesso modo la rivendicazione della libertà per i detenuti politici, Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Jordi Cuixart e Joachim Forn, a vario titolo accusati di aver reso possibile il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e di aver organizzato una strategia diretta a sovvertire l’ordine costituzionale spagnolo, è straordinariamente diffusa in tutta la manifestazione.
Dopo essersi riuniti nel Parco del Cinquantenario attorno alle 10 del mattino, i manifestanti hanno cominciato a percorrere in corteo il quartiere diplomatico sotto una intermittente pioggia gelata che gli ha accompagnati fino alla piazza Jean Rey, dove gli interventi pronunciati dal palco si sono conclusi alle 16. È stata la più grande manifestazione svoltasi a Bruxelles. Il video integrale dei discorsi tenuti al termine del corteo si può vedere alla pagina web https://www.vilaweb.cat/noticies/la-manifestacio-de-brusselles-sencera-en-video/
da https://catalunyasenzarticolo.wordpress.com
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08/12/2017
La Catalogna marcia nel cuore di Bruxelles
Migliaia di indipendentisti catalani sono arrivati oggi a Bruxelles, con decine di autobus, camper o in auto per lanciare il loro grido ‘libertat’ nel cuore delle istituzioni europee, sorde – a loro dire – alla causa catalana. Una marea di bandiere gialle, rosse e blu sotto il cielo grigio della capitale belga ed europea.
Un lungo corteo ha preso il via nelle strade di Bruxelles, dove hanno trovato rifugio il deposto presidente catalano Carles Puigdemont e quattro suoi ministri. Su di loro pendeva un ordine di cattura europeo richiesto dal Tribunale di Madrid ma le evidenti contraddizioni di questa mossa hanno portato il tribunale madrileno stesso a revocare il provvedimento.
Alla vigilia della marcia gli organizzatori avevano preannunciato almeno 20.000 partecipanti ma le stesse cifre fornite dalla polizia parlano di 45mila persone a giudicare dall’assembramento di gente arrivata al punto di raccolta, il parco del Cinquantenario, a due passi dalle sedi istituzionali dell’Unione Europea.
Il corteo si è snodato per quasi quattro ore nelle strade del quartiere europeo. Con una lunga pausa davanti al Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue. I manifestanti, sotto le finestre del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, hanno cantato a squarciagola l’inno catalano ‘Els segadors’. Migliaia le bandiere indipendentiste catalane.
Il presidente catalano Carles Puigdemont si è unito alla manifestazione. Accolto dal grido ‘president Puigdemont’ il leader catalano si è fatto strada tra un vero e proprio muro umano: impossibile avvicinarsi a meno di trenta metri. Forte ancora l’illusione europeista dei dirigenti catalani: “Vogliamo un’Europa che ascolti i cittadini, gli Stati ma anche le persone. Un’Europa capace di dire a uno Stato membro quello che noi diciamo alla Spagna: così no”. E’ quanto ha detto l’ex presidente catalano Carles Puigdemont dal palco allestito in una piazza nel quartiere europeo di Bruxelles.
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06/12/2017
Catalogna. Revocato ordine di cattura per Puigdemont. Monarchia spagnola nel pallone
Le ultime decisioni della magistratura spagnola nei confronti dei leader indipendentisti catalani rischiano di rivelarsi degli evidenti boomerang nella strategia repressiva di Madrid.
Il carattere politico e arbitrario dei capi d’accusa che pendono sul presidente catalano deposto Carles Puigdemont e sui suoi collaboratori nel frattempo riparati in Belgio è stato paradossalmente rivelato – se ce ne fosse bisogno – dalla decisione comunicata ieri dal giudice istruttore del Tribunale Supremo di Madrid, Pablo Llarena, che ha dovuto revocare l’ordine di cattura europeo spiccato nei confronti dell’ex President e di quattro ex ministri dell’esecutivo di Barcellona.
Non si tratta di un ravvedimento o di un atto di clemenza da parte del giudice, ma di una presa d’atto che una eventuale decisione da parte della magistratura belga potrebbe impedire a Madrid di giudicare Puigdemont e gli altri esuli indipendentisti per i gravissimi reati che vengono loro ascritti.
Concedendo l’estradizione in Spagna, infatti – è quasi impossibile che Bruxelles la neghi ad un paese dell’Unione Europea e quindi per definizione rispettoso delle minime garanzie democratiche – il giudice belga incaricato di seguire la vicenda potrebbe limitare i reati per i quali gli estradati potrebbero essere giudicati dai giudici spagnoli, e quindi permettere un processo per ‘abuso d’autorità’ o ‘prevaricazione’ ma non per ribellione e sedizione, che comportano invece condanne assai più draconiane.
Insomma la magistratura spagnola, temendo di essere smentita e svergognata da quella belga, è costretta a correre ai ripari, ritirando l’ordine europeo di cattura e mantenendo invece quello valido all’interno dei confini dello Stato Spagnolo. Puigdemont e i suoi quattro ex consellers, se volessero, potrebbero quindi rimanere tranquillamente in Belgio o spostarsi in ogni altro paese europeo, ma se dovessero far ritorno a Barcellona – l’ex president è alla testa della lista di Junts per Catalunya, formata dal PdeCat e da alcuni indipendenti – verrebbero immediatamente arrestati.
Llarena, motivando la propria decisione con argomentazioni di circostanza, ha spiegato che siccome gli indagati hanno manifestato la loro volontà di tornare in Spagna per prendere parte alle elezioni catalane del 21 dicembre – imposte da Madrid dopo lo scioglimento coatto del Parlament e del Govern indipendentisti – o comunque insediarsi una volta eletti nelle nuovo istituzioni regionali, si può revocare la richiesta di cattura internazionale. Però poi lo stesso magistrato spagnolo ha dovuto ammettere che insistendo nella richiesta di arresto europeo emessa dalla giudice Carmen Lamela dell’Audiencia Nacional lo scorso 3 novembre, si potrebbero convincere i giudici belgi a restringere i reati per punire i quali Bruxelles potrebbe concedere l’estradizione, legando di fatto le mani a Madrid.
Sono invece usciti di prigione, pagando una cauzione di 100 mila euro a testa, sei ministri cessati del governo catalano che erano stati arrestati nelle scorse settimane, mentre il giudice Llarena ha deciso di negare la condizionale al vicepresidente catalano e leader di Erc, Oriol Junqueras, all’ex ministro degli Interni Joaquim Forn, e ai leader delle associazioni indipendentiste Jordi Sanchez (Anc) e Jordi Cuixart (Omnium Cultural), che continueranno quindi a scontare la carcerazione preventiva in attesa del processo.
Dopo aver negato nelle scorse settimane ai quattro di poter scontare la prigione preventiva in penitenziari catalani – sono attualmente detenuti nella regione di Madrid, a parecchie centinaia di chilometri da casa – ora la magistratura spagnola afferma che, nonostante non sussista per i quattro il pericolo di fuga esiste invece quello della reiterazione del reato. Questo nonostante tutti i rappresentanti istituzionali imprigionati nei giorni scorsi avessero reso delle dichiarazioni ai giudici nelle quali chiedevano la scarcerazione in nome di una loro presa d’atto del carattere nullo della dichiarazione d’indipendenza votata dal parlamento di Barcellona lo scorso 27 ottobre e la volontà di perseguire i loro obiettivi politici esclusivamente nel rispetto della legislazione del paese. Dichiarazioni che però il magistrato ha considerato strumentali nel caso del vicepresidente catalano, dell’ex Conseller agli Interni e dei due Jordi.
Di fatto la campagna elettorale che si è aperta in queste ore a Barcellona è pesantemente condizionata: non solo l’autonomia è stata sospesa e le istituzioni catalane sono commissariate dai dirigenti e dai funzionari del governo di Madrid, non solo il territorio è occupato e controllato da circa 12 mila agenti di polizia arrivati a inizio ottobre dal resto dello stato, ma alcuni dei pià importanti candidati indipendentisti sono dietro le sbarre o in esilio all’estero.
Mentre Junqueras è il capolista di Esquerra Republicana de Catalunya, che tutti i sondaggi indicano come il partito vincitore delle prossime elezioni regionali, Jordi Sanchex è il numero due della lista del PdeCat, guidata da Carles Puigdemont.
Senza considerare le intimidazioni e i condizionamenti imposti dal governo e dalla cosiddetta Giunta Elettorale all’amministrazione pubblica e ai media.
In una tale situazione, tutti i sondaggi indicano un calo del fronte indipendentista e un aumento di quello unionista, oltre a un ridimensionamento dello schieramento federalista guidato da Podemos e dalla sindaca di Barcellona Ada Colau. Il Parlament partorito dalle elezioni del 21 dicembre – sempre che i sondaggi vengano confermati dai voti reali – potrebbe vedere un sostanziale testa a testa tra indipendentisti e unionisti.
Intanto il leader di Podemos Pablo Iglesias, nell’evidente tentativo di convincere molti dei votanti di Catalunya en Comù a non abbandonare la formazione in cerca di sponde più moderate – in particolare i socialisti di Iceta previsti in rimonta – ha suscitato aspre polemiche accusando gli indipendentisti catalani di aver “risvegliato il fascismo spagnolo” con le loro rivendicazioni considerate troppo estreme. Una dichiarazione alla quale intellettuali e leader indipendentisti, ma anche di settori del suo stesso movimento ormai in rottura con la direzione statale di Podemos, hanno risposto ricordando che il fascismo in Spagna è sempre stato sveglio, e che starsene buoni e inermi rinunciando ai propri obiettivi e alle proprie rivendicazioni equivarrebbe a un suicidio politico.
Fonte
Il carattere politico e arbitrario dei capi d’accusa che pendono sul presidente catalano deposto Carles Puigdemont e sui suoi collaboratori nel frattempo riparati in Belgio è stato paradossalmente rivelato – se ce ne fosse bisogno – dalla decisione comunicata ieri dal giudice istruttore del Tribunale Supremo di Madrid, Pablo Llarena, che ha dovuto revocare l’ordine di cattura europeo spiccato nei confronti dell’ex President e di quattro ex ministri dell’esecutivo di Barcellona.
Non si tratta di un ravvedimento o di un atto di clemenza da parte del giudice, ma di una presa d’atto che una eventuale decisione da parte della magistratura belga potrebbe impedire a Madrid di giudicare Puigdemont e gli altri esuli indipendentisti per i gravissimi reati che vengono loro ascritti.
Concedendo l’estradizione in Spagna, infatti – è quasi impossibile che Bruxelles la neghi ad un paese dell’Unione Europea e quindi per definizione rispettoso delle minime garanzie democratiche – il giudice belga incaricato di seguire la vicenda potrebbe limitare i reati per i quali gli estradati potrebbero essere giudicati dai giudici spagnoli, e quindi permettere un processo per ‘abuso d’autorità’ o ‘prevaricazione’ ma non per ribellione e sedizione, che comportano invece condanne assai più draconiane.
Insomma la magistratura spagnola, temendo di essere smentita e svergognata da quella belga, è costretta a correre ai ripari, ritirando l’ordine europeo di cattura e mantenendo invece quello valido all’interno dei confini dello Stato Spagnolo. Puigdemont e i suoi quattro ex consellers, se volessero, potrebbero quindi rimanere tranquillamente in Belgio o spostarsi in ogni altro paese europeo, ma se dovessero far ritorno a Barcellona – l’ex president è alla testa della lista di Junts per Catalunya, formata dal PdeCat e da alcuni indipendenti – verrebbero immediatamente arrestati.
Llarena, motivando la propria decisione con argomentazioni di circostanza, ha spiegato che siccome gli indagati hanno manifestato la loro volontà di tornare in Spagna per prendere parte alle elezioni catalane del 21 dicembre – imposte da Madrid dopo lo scioglimento coatto del Parlament e del Govern indipendentisti – o comunque insediarsi una volta eletti nelle nuovo istituzioni regionali, si può revocare la richiesta di cattura internazionale. Però poi lo stesso magistrato spagnolo ha dovuto ammettere che insistendo nella richiesta di arresto europeo emessa dalla giudice Carmen Lamela dell’Audiencia Nacional lo scorso 3 novembre, si potrebbero convincere i giudici belgi a restringere i reati per punire i quali Bruxelles potrebbe concedere l’estradizione, legando di fatto le mani a Madrid.
Sono invece usciti di prigione, pagando una cauzione di 100 mila euro a testa, sei ministri cessati del governo catalano che erano stati arrestati nelle scorse settimane, mentre il giudice Llarena ha deciso di negare la condizionale al vicepresidente catalano e leader di Erc, Oriol Junqueras, all’ex ministro degli Interni Joaquim Forn, e ai leader delle associazioni indipendentiste Jordi Sanchez (Anc) e Jordi Cuixart (Omnium Cultural), che continueranno quindi a scontare la carcerazione preventiva in attesa del processo.
Dopo aver negato nelle scorse settimane ai quattro di poter scontare la prigione preventiva in penitenziari catalani – sono attualmente detenuti nella regione di Madrid, a parecchie centinaia di chilometri da casa – ora la magistratura spagnola afferma che, nonostante non sussista per i quattro il pericolo di fuga esiste invece quello della reiterazione del reato. Questo nonostante tutti i rappresentanti istituzionali imprigionati nei giorni scorsi avessero reso delle dichiarazioni ai giudici nelle quali chiedevano la scarcerazione in nome di una loro presa d’atto del carattere nullo della dichiarazione d’indipendenza votata dal parlamento di Barcellona lo scorso 27 ottobre e la volontà di perseguire i loro obiettivi politici esclusivamente nel rispetto della legislazione del paese. Dichiarazioni che però il magistrato ha considerato strumentali nel caso del vicepresidente catalano, dell’ex Conseller agli Interni e dei due Jordi.
Di fatto la campagna elettorale che si è aperta in queste ore a Barcellona è pesantemente condizionata: non solo l’autonomia è stata sospesa e le istituzioni catalane sono commissariate dai dirigenti e dai funzionari del governo di Madrid, non solo il territorio è occupato e controllato da circa 12 mila agenti di polizia arrivati a inizio ottobre dal resto dello stato, ma alcuni dei pià importanti candidati indipendentisti sono dietro le sbarre o in esilio all’estero.
Mentre Junqueras è il capolista di Esquerra Republicana de Catalunya, che tutti i sondaggi indicano come il partito vincitore delle prossime elezioni regionali, Jordi Sanchex è il numero due della lista del PdeCat, guidata da Carles Puigdemont.
Senza considerare le intimidazioni e i condizionamenti imposti dal governo e dalla cosiddetta Giunta Elettorale all’amministrazione pubblica e ai media.
In una tale situazione, tutti i sondaggi indicano un calo del fronte indipendentista e un aumento di quello unionista, oltre a un ridimensionamento dello schieramento federalista guidato da Podemos e dalla sindaca di Barcellona Ada Colau. Il Parlament partorito dalle elezioni del 21 dicembre – sempre che i sondaggi vengano confermati dai voti reali – potrebbe vedere un sostanziale testa a testa tra indipendentisti e unionisti.
Intanto il leader di Podemos Pablo Iglesias, nell’evidente tentativo di convincere molti dei votanti di Catalunya en Comù a non abbandonare la formazione in cerca di sponde più moderate – in particolare i socialisti di Iceta previsti in rimonta – ha suscitato aspre polemiche accusando gli indipendentisti catalani di aver “risvegliato il fascismo spagnolo” con le loro rivendicazioni considerate troppo estreme. Una dichiarazione alla quale intellettuali e leader indipendentisti, ma anche di settori del suo stesso movimento ormai in rottura con la direzione statale di Podemos, hanno risposto ricordando che il fascismo in Spagna è sempre stato sveglio, e che starsene buoni e inermi rinunciando ai propri obiettivi e alle proprie rivendicazioni equivarrebbe a un suicidio politico.
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19/11/2017
Catalogna, non si fermano gli arresti e la repressione
Il Parlamento di Madrid non indagherà sulle feroci cariche della polizia contro gli elettori e gli attivisti dentro e fuori le scuole catalane lo scorso 1 ottobre, che causarono circa mille feriti e mostrarono di fronte all’opinione pubblica internazionale il vero volto della monarchia spagnola. I rappresentanti al Congresso di ERC e PDeCAT, sostenuti da Unidos Podemos, avevano chiesto la costituzione di una commissione d’inchiesta, ma il voto compatto di popolari, socialisti e dei deputati di Ciudadanos lo ha impedito. Inizialmente i socialisti di Pedro Sanchez avevano criticato l’eccesso nell’uso della forza da parte delle forze dell’ordine durante il referendum indipendentista, ma presto le accuse inizialmente rivolte al Ministro dell’Interno Zoido e alla Vicepresidente Soraya Saénz de Santamaría sono cadute.
Intanto la direzione delle carceri spagnole ha negato al presidente dell’Assemblea Nacional Catalana Jordi Sanchez, in prigione da più di un mese perché accusato di gravi reati per il suo ruolo nella mobilitazione indipendentista, di poter scontare la carcerazione preventiva in una delle carceri catalane. Istituzioni Penitenziarie ha però risposto negativamente alla richiesta di trasferimento avanzata dai legali del dirigente imprigionato per motivi politici nel carcere di Estremera, vicino a Madrid.
Invece la decisione dei giudici di Bruxelles sull’estradizione dell’ex presidente della Generalitat e dei suoi Consellers nello Stato Spagnolo si dovrebbe sapere il 4 dicembre, quando i cinque dovranno comparire di nuovo davanti ai magistrati che devono decidere sulla legittimità dell’ordine di cattura europeo emesso dalla giudice spagnola Carmen Lamela (la stessa che accusa 8 giovani baschi di terrorismo per una rissa in un bar con due poliziotti). Carles Puigdemont si è rifugiato in Belgio assieme ad alcuni ministri per sfuggire all’arresto – è accusato di ‘sedizione’, ‘ribellione’ e ‘malversazione’ – e tentare di internazionalizzare la crisi, finora sempre giudicata dai leader dell’Unione Europea “una questione interna” allo Stato Spagnolo. Comunque se i giudici di Bruxelles dovessero decidere a favore dell’estradizione i tempi della consegna a Madrid verrebbero dilatati dalla presentazione di un ricorso da parte dei legali del leader catalano.
Puigdemont ha duramente accusato Madrid in merito alla notizia, diffusa dal quotidiano El Pais, secondo la quale l’imam di Ripoll Abdelbaki Es Satty, mente degli attacchi terroristici a Barcellona e in altre località catalane che ad agosto costarono la vita a decine di persone, era un confidente dei servizi segreti spagnoli. Il CNI – che ovviamente ha negato – lo avrebbe ‘ingaggiato’ nel 2014, quando l’uomo era in carcere per traffico di droga. Il President ha scritto ieri su Twitter che “La strategia della paura accompagna sempre la violenza. (...) Uno Stato che accettava come confidente della polizia il cervello degli attentati di Barcellona non ha limiti. Ora sappiamo che è capace di tutto”.
Il commento si riferisce anche alle dichiarazioni da parte della segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya, Marta Rovira, che nei giorni scorsi ha raccontato le dure minacce di uso della violenza rivolte dal governo di Madrid a quello di Barcellona nel caso in cui quest’ultimo avesse dichiarato l’indipendenza. Secondo Rovira l’esecutivo Rajoy avrebbe, attraverso degli emissari, avvertito che avrebbe dato ordine alla polizia di usare pallottole vere e non più di gomma contro i manifestanti e che quindi ci sarebbero stati dei morti. Le minacce, secondo Rovira e lo stesso Puigdemont, avrebbero spinto il Govern a desistere non essendo disponibile a rendersi responsabile di una escalation violenta. Il President de la Generalitat utilizzò molto questo argomento nel tentativo di placare la rivolta dei partiti e delle entità sociali indipendentiste quando, tra il 25 e il 26 ottobre, tentò di convincere la sua maggioranza parlamentare a rinunciare alla dichiarazione di indipendenza e ad accettare lo scioglimento del Parlament di Barcellona e l’indizione di elezioni anticipate come richiesto da Rajoy. Allo stato non è possibile quindi affermare se le minacce di uso della violenza e di un “bagno di sangue” fossero reali – sono comunque state confermate dai dirigenti della CUP – o se invece furono evocate dai leader del governo catalano per giustificare la retromarcia.
Comunque, se ancora le forze di sicurezza spagnole dispiegate in gran numero in Catalogna non hanno – ancora? – usato le armi da fuoco gli arresti si susseguono. Gli agenti della Policia Nacional hanno arrestato quattro persone accusate di ‘minacce’ e ‘ingiurie’ gravi nei confronti delle Forze dell’Ordine. Secondo le accuse, sui social network gli arrestati avrebbero scritto post e pubblicato foto che incitavano all’odio e alla “discriminazione” (!) nei confronti dei membri delle Forze di Sicurezza.
Contemporaneamente gli agenti della Guardia Civil hanno arrestato un professore del liceo di Tremp per ‘incitamento all’odio’ sui social network. Il docente, Manel Riu, è stato rimesso in libertà ma dovrà subire un procedimento penale.
Anche il vicedirettore e il direttore del settimanale satirico “El Jueves”, Joan Ferrùs e Guillermo Martínez-Vela, sono imputati in un processo per “ingiurie nei confronti delle Forze dell’Ordine” per aver accusato i reparti antisommossa intervenuti in Catalogna di essere sotto l’effetto di cocaina. Sotto accusa è finito un articolo della rivista secondo il quale “La continua presenza di reparti antisommossa esaurisce le riserve di cocaina in Catalogna”. Durante la loro deposizione in tribunale, i due giornalisti hanno ricordato che fu il vicesindaco di Barcellona, Jaume Asens, a spiegare che alcuni agenti mostravano i segni dell’assunzione di sostanze stupefacenti ad alcuni cittadini che denunciavano le violente aggressioni subite da parte di membri della Policia Nacional e della Guardia Civil.
Come se non bastasse, accogliendo una denuncia depositata da un sindacato di polizia, un giudice ha rinviato a giudizio l’umorista Eduard Biosca per lo stesso delitto, “ingiurie contro le Forze di Sicurezza dello Stato”. La colpa di Biosca? Aver ironizzato sul comportamento dei poliziotti e dei militari nel corso di una trasmissione di RAC-1, uno dei canali della radio pubblica catalana. Nel programma ‘Versiò’ uno dei conduttori citò un articolo pubblicato su El Pais nel quale si citavano le lamentele dei poliziotti e dei soldati ospitati in una nave da crociera ancorata nel porto di Barcellona (che ha salpato finalmente poche ore fa). Una delle lamentele dei ‘croceristi’ si riferiva alla presenza a bordo dei ratti. “I primi 10.000 topi li hanno portati da Madrid, e belli grossi” aveva ironizzato Biosca.
Sotto la scure della magistratura spagnola è finito anche il proprietario di una palestra di Martorell (Barcellona), accusato di aver vietato l’ingresso nel locale a tre persone in quanto membri della Guardia Civil. Anche in questo caso l’uomo è stato denunciato per ‘incitamento all’odio nei confronti delle Forze di Sicurezza’. Il gestore della palestra ha spiegato che i tre avevano chiesto l’iscrizione alle attività tentando di mentire sulla loro effettiva professione e che, messi alle strette, se ne erano andati.
Ieri intanto è improvvisamente scomparso José Manuel Maza, Procuratore Generale dello Stato e titolare di alcune delle più importanti inchieste a carico dei dirigenti indipendentisti catalani. Maza era stato un fedele esecutore degli input provenienti da Mariano Rajoy e dal governo spagnolo dopo i problemi creati dall’eccessiva indipendenza dimostrata dal procuratore generale dello Stato, Consuelo Madrigal, anch’essa esponente delle correnti di destra ma costretta ad abbandonare il suo incarico dopo i ripetuti conflitti con l’allora ministro degli Interni.
Il mandato di Maza è stato costellato da una sfilza di polemiche per il suo servilismo nei confronti dell’esecutivo e delle correnti politiche più reazionarie, accuse provenienti in primo luogo dai magistrati espressione delle correnti progressiste. Ora il governo dovrà trovare, in fretta, un sostituto altrettanto disponibile a farsi interprete della strategia di Madrid contro l’indipendentismo catalano. Nel corso del suo mandato, interrotto ieri da un’infezione intestinale che lo ha colpito in Argentina mentre partecipava ad un convegno, Maza aveva nominato come capo dell’Anticorruzione Manuel Moix, poi dimessosi perché implicato in vari scandali e accusato di aver ostacolato le inchieste per corruzione contro importanti dirigenti del PP. Ma è contro il movimento indipendentista catalano che Maza ha dato il ‘meglio di sé’, scegliendo di accusare i dirigenti indipendentisti di reati gravissimi come ‘sedizione’ e ‘ribellione’ e di chiedere la carcerazione senza condizionale per tutti i ministri e i collaboratori di Puigdemont.
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Intanto la direzione delle carceri spagnole ha negato al presidente dell’Assemblea Nacional Catalana Jordi Sanchez, in prigione da più di un mese perché accusato di gravi reati per il suo ruolo nella mobilitazione indipendentista, di poter scontare la carcerazione preventiva in una delle carceri catalane. Istituzioni Penitenziarie ha però risposto negativamente alla richiesta di trasferimento avanzata dai legali del dirigente imprigionato per motivi politici nel carcere di Estremera, vicino a Madrid.
Invece la decisione dei giudici di Bruxelles sull’estradizione dell’ex presidente della Generalitat e dei suoi Consellers nello Stato Spagnolo si dovrebbe sapere il 4 dicembre, quando i cinque dovranno comparire di nuovo davanti ai magistrati che devono decidere sulla legittimità dell’ordine di cattura europeo emesso dalla giudice spagnola Carmen Lamela (la stessa che accusa 8 giovani baschi di terrorismo per una rissa in un bar con due poliziotti). Carles Puigdemont si è rifugiato in Belgio assieme ad alcuni ministri per sfuggire all’arresto – è accusato di ‘sedizione’, ‘ribellione’ e ‘malversazione’ – e tentare di internazionalizzare la crisi, finora sempre giudicata dai leader dell’Unione Europea “una questione interna” allo Stato Spagnolo. Comunque se i giudici di Bruxelles dovessero decidere a favore dell’estradizione i tempi della consegna a Madrid verrebbero dilatati dalla presentazione di un ricorso da parte dei legali del leader catalano.
Puigdemont ha duramente accusato Madrid in merito alla notizia, diffusa dal quotidiano El Pais, secondo la quale l’imam di Ripoll Abdelbaki Es Satty, mente degli attacchi terroristici a Barcellona e in altre località catalane che ad agosto costarono la vita a decine di persone, era un confidente dei servizi segreti spagnoli. Il CNI – che ovviamente ha negato – lo avrebbe ‘ingaggiato’ nel 2014, quando l’uomo era in carcere per traffico di droga. Il President ha scritto ieri su Twitter che “La strategia della paura accompagna sempre la violenza. (...) Uno Stato che accettava come confidente della polizia il cervello degli attentati di Barcellona non ha limiti. Ora sappiamo che è capace di tutto”.
Il commento si riferisce anche alle dichiarazioni da parte della segretaria generale di Esquerra Republicana de Catalunya, Marta Rovira, che nei giorni scorsi ha raccontato le dure minacce di uso della violenza rivolte dal governo di Madrid a quello di Barcellona nel caso in cui quest’ultimo avesse dichiarato l’indipendenza. Secondo Rovira l’esecutivo Rajoy avrebbe, attraverso degli emissari, avvertito che avrebbe dato ordine alla polizia di usare pallottole vere e non più di gomma contro i manifestanti e che quindi ci sarebbero stati dei morti. Le minacce, secondo Rovira e lo stesso Puigdemont, avrebbero spinto il Govern a desistere non essendo disponibile a rendersi responsabile di una escalation violenta. Il President de la Generalitat utilizzò molto questo argomento nel tentativo di placare la rivolta dei partiti e delle entità sociali indipendentiste quando, tra il 25 e il 26 ottobre, tentò di convincere la sua maggioranza parlamentare a rinunciare alla dichiarazione di indipendenza e ad accettare lo scioglimento del Parlament di Barcellona e l’indizione di elezioni anticipate come richiesto da Rajoy. Allo stato non è possibile quindi affermare se le minacce di uso della violenza e di un “bagno di sangue” fossero reali – sono comunque state confermate dai dirigenti della CUP – o se invece furono evocate dai leader del governo catalano per giustificare la retromarcia.
Comunque, se ancora le forze di sicurezza spagnole dispiegate in gran numero in Catalogna non hanno – ancora? – usato le armi da fuoco gli arresti si susseguono. Gli agenti della Policia Nacional hanno arrestato quattro persone accusate di ‘minacce’ e ‘ingiurie’ gravi nei confronti delle Forze dell’Ordine. Secondo le accuse, sui social network gli arrestati avrebbero scritto post e pubblicato foto che incitavano all’odio e alla “discriminazione” (!) nei confronti dei membri delle Forze di Sicurezza.
Contemporaneamente gli agenti della Guardia Civil hanno arrestato un professore del liceo di Tremp per ‘incitamento all’odio’ sui social network. Il docente, Manel Riu, è stato rimesso in libertà ma dovrà subire un procedimento penale.
Anche il vicedirettore e il direttore del settimanale satirico “El Jueves”, Joan Ferrùs e Guillermo Martínez-Vela, sono imputati in un processo per “ingiurie nei confronti delle Forze dell’Ordine” per aver accusato i reparti antisommossa intervenuti in Catalogna di essere sotto l’effetto di cocaina. Sotto accusa è finito un articolo della rivista secondo il quale “La continua presenza di reparti antisommossa esaurisce le riserve di cocaina in Catalogna”. Durante la loro deposizione in tribunale, i due giornalisti hanno ricordato che fu il vicesindaco di Barcellona, Jaume Asens, a spiegare che alcuni agenti mostravano i segni dell’assunzione di sostanze stupefacenti ad alcuni cittadini che denunciavano le violente aggressioni subite da parte di membri della Policia Nacional e della Guardia Civil.
Come se non bastasse, accogliendo una denuncia depositata da un sindacato di polizia, un giudice ha rinviato a giudizio l’umorista Eduard Biosca per lo stesso delitto, “ingiurie contro le Forze di Sicurezza dello Stato”. La colpa di Biosca? Aver ironizzato sul comportamento dei poliziotti e dei militari nel corso di una trasmissione di RAC-1, uno dei canali della radio pubblica catalana. Nel programma ‘Versiò’ uno dei conduttori citò un articolo pubblicato su El Pais nel quale si citavano le lamentele dei poliziotti e dei soldati ospitati in una nave da crociera ancorata nel porto di Barcellona (che ha salpato finalmente poche ore fa). Una delle lamentele dei ‘croceristi’ si riferiva alla presenza a bordo dei ratti. “I primi 10.000 topi li hanno portati da Madrid, e belli grossi” aveva ironizzato Biosca.
Sotto la scure della magistratura spagnola è finito anche il proprietario di una palestra di Martorell (Barcellona), accusato di aver vietato l’ingresso nel locale a tre persone in quanto membri della Guardia Civil. Anche in questo caso l’uomo è stato denunciato per ‘incitamento all’odio nei confronti delle Forze di Sicurezza’. Il gestore della palestra ha spiegato che i tre avevano chiesto l’iscrizione alle attività tentando di mentire sulla loro effettiva professione e che, messi alle strette, se ne erano andati.
Ieri intanto è improvvisamente scomparso José Manuel Maza, Procuratore Generale dello Stato e titolare di alcune delle più importanti inchieste a carico dei dirigenti indipendentisti catalani. Maza era stato un fedele esecutore degli input provenienti da Mariano Rajoy e dal governo spagnolo dopo i problemi creati dall’eccessiva indipendenza dimostrata dal procuratore generale dello Stato, Consuelo Madrigal, anch’essa esponente delle correnti di destra ma costretta ad abbandonare il suo incarico dopo i ripetuti conflitti con l’allora ministro degli Interni.
Il mandato di Maza è stato costellato da una sfilza di polemiche per il suo servilismo nei confronti dell’esecutivo e delle correnti politiche più reazionarie, accuse provenienti in primo luogo dai magistrati espressione delle correnti progressiste. Ora il governo dovrà trovare, in fretta, un sostituto altrettanto disponibile a farsi interprete della strategia di Madrid contro l’indipendentismo catalano. Nel corso del suo mandato, interrotto ieri da un’infezione intestinale che lo ha colpito in Argentina mentre partecipava ad un convegno, Maza aveva nominato come capo dell’Anticorruzione Manuel Moix, poi dimessosi perché implicato in vari scandali e accusato di aver ostacolato le inchieste per corruzione contro importanti dirigenti del PP. Ma è contro il movimento indipendentista catalano che Maza ha dato il ‘meglio di sé’, scegliendo di accusare i dirigenti indipendentisti di reati gravissimi come ‘sedizione’ e ‘ribellione’ e di chiedere la carcerazione senza condizionale per tutti i ministri e i collaboratori di Puigdemont.
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