Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/02/2024

Agricoltori assediano i palazzi della Ue a Bruxelles. In Polonia bloccano il confine con la Germania

Nella protesta in corso a Bruxelles contro le politiche agricole dell’Ue, i manifestanti hanno forzato uno dei blocchi della polizia su rue de Pascal, dapprima con alcuni partecipanti alla protesta entrati a piedi e poi direttamente entrando con i trattori, per riversarsi in una via interdetta alla protesta: Chaussee d’Etterbeek.

Sulla strada a ridosso del Consiglio Ue, rue Froissart, la polizia sta cercando di contenere i manifestanti che lanciano fumogeni e petardi contro le forze dell’ordine. Fermato un tentativo di forzare un blocco in rue de La Loi a pochi metri dai palazzi istituzionali dell’Unione Europea.

Gli agricoltori sono riusciti a forzare un blocco della polizia situato all’incrocio tra Avenue d’Auderghem e Rue Belliard, utilizzando i loro trattori. La polizia sta attualmente inviando rinforzi sul posto. Nel frattempo, gli agenti presenti in loco vengono colpiti con letame, costringendoli a ritirarsi ulteriormente.

La polizia ha utilizzato idranti per spegnere gli incendi in rue de la Loi appiccati da alcuni agricoltori giunti a Bruxelles per manifestare. I dimostranti stanno cercando di mantenere accesi i fuochi appiccati a pneumatici e cumuli di paglia.

Si ampliano le proteste degli agricoltori anche in Polonia con il blocco di un’importante autostrada nell’ovest del Paese. Domenica i lavoratori del settore, che protestano a intermittenza da mesi, hanno occupato in entrambe le direzioni l’autostrada A2 a Slubice, città al confine con la Germania, minacciando di bloccare l’importante arteria fino a metà marzo. I manifestanti hanno programmato una mobilitazione di 25 giorni, ma potrebbe essere ridotta in seguito a colloqui con i rappresentanti locali e le imprese.

Gli agricoltori sono arrabbiati per la concorrenza sleale dell’importazione dei prodotti agricoli ucraini, più economici perché esenti dai dazi. Per questo hanno bloccato a più riprese i valichi di frontiera con l’Ucraina, impedendo il passaggio ai camion in entrata e in uscita.

Assai più a bassa intensità le proteste degli agricoltori in Italia. È in programma per il prossimo sabato in piazza Santi Apostoli una manifestazione indetta dal Cra agricoltori traditi. “Gli agricoltori scenderanno in piazza per chiedere un confronto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i rappresentanti della Commissione Europea in Italia” si legge in una nota.

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12/12/2017

Tra gli europeisti critici, gli scettici e i contrari all’UE: indipendentisti a Bruxelles

La manifestazione per l’indipendenza di Catalunya e la liberazione dei detenuti politici che si è svolta a Bruxelles lo scorso giovedì 7 dicembre ha rappresentato un significativo e insolito evento che merita una cronaca e alcune considerazioni a margine del dibattito in corso.

Il primo dato da valutare è la straordinaria partecipazione: centinaia di auto private e decine di autobus sono partite da numerose città e paesi di Catalunya dando vita a una carovana riconoscibile lungo gli oltre 1.000 chilometri del cammino grazie ai cartelli rivendicativi e alle estelades in bella mostra, mentre l’ANC ha organizzato anche alcuni voli Barcelona-Bruxelles. La polizia belga ha stimato i partecipanti alla manifestazione in circa 45.000 persone, che hanno approfittato della festa della costituzione del 6 e della purissima dell’8 dicembre per portare nel cuore dell’Unione Europea la propria lotta, “denunciare la mancanza di democrazia dello stato spagnolo e rivendicare la libertà d’espressione e la liberazione dei prigionieri politici”, come si legge nel manifesto dell’ANC. Il movimento indipendentista non sembra cioè soffrire il temuto effetto riflusso che si sarebbe potuto verificare dopo l’applicazione dell’art. 155, lo scioglimento del Parlamento catalano e la destituzione del Presidente della Generalitat. Già due giorni prima della manifestazione la Grand Place di Bruxelles si è riempita di manifestanti catalani che si sono dati appuntamento nel salotto della città per rendere ben visibile la propria presenza. E la Grand Place è uno scenario suggestivo non solo per il turismo di massa: qui all’osteria Le Cisne (oggi un ristorante) Karl Marx organizzò con l’Associazione dei lavoratori tedeschi il capodanno del 1847/’48, nel periodo in cui scriveva nel quartiere di Ixelles Il manifesto del partito comunista.

Il secondo dato che merita un approfondimento è rappresentato dalla critica, dalle sfumature differenti, che il movimento indipendentista rivolge all’Unione Europea. L’ANC ha manifestato all’insegna dello slogan “Wake up Europe. Democracy for Catalonia”: un invito alle istituzioni europee perché considerino ciò che sta accadendo a Catalunya non come una mera questione interna allo stato spagnolo bensì una questione di principio che interroga la natura stessa dell’Unione. I rappresentanti dell’ANC non si riconoscono nella definizione di euroscettici e si propongono invece come europeisti critici, impegnati a tessere alleanze con i deputati dell’eurocamera sensibili alla loro rivendicazione (a cominciare da alcuni membri del GUE e del gruppo dei verdi). Ma a giudicare dai cartelli e dagli slogan della manifestazione, sono sempre meno coloro i quali nutrono delle speranze su un pronunciamento degli organismi istituzionali europei.

Un sentimento di disillusione che sembra essere penetrato anche nel discorso dei settori moderati del movimento. Nel suo intervento a chiusura della manifestazione, il Presidente in esilio Carles Puigdemont ha affermato infatti: “vogliamo un Europa che non debba vergognarsi quando altri paesi dove non vige la democrazia vengono a domandarle: dunque ciò che state facendo oggi a Catalunya vale come regola del gioco per tutto il mondo? Allora anche noi potremo calpestare i diritti fondamentali dei nostri cittadini e questa volta l’Europa non ci dirà niente. È così? Però no. Noi vogliamo invece un Europa che ascolti i propri cittadini e non solo gli stati... più rispetto per la partecipazione, per le minoranze e per la diversità e meno, molto meno per gli interessi di gruppi e settori economici legati ad alcuni governanti che, tra l’altro, non si caratterizzano precisamente per la loro onestà”. Una critica che è decisamente più marcata nel discorso di Joan Coma, consigliere comunale della CUP a Vic che, dopo aver salutato “Gerusalemme capitale indiscutibile della Palestina”, ha denunciato “il deficit di democrazia dello stato spagnolo e la imprescindibile e inaccettabile complicità di questa unione europea con l’operazione repressiva che patisce il movimento indipendentista. L’aggressività dello stato non sarebbe possibile senza la complicità dell’attuale unione europea”. Il rappresentante della sinistra anticapitalista ha inoltre messo in questione le politiche dell’Unione: “non dimentichiamoci che la logica ricentralizzatrice dello stato è parallela alla logica delle politiche dettate dalla Unione Europea e dalla troika. Di fatto queste logiche si alimentano reciprocamente: nell’attuale cornice costituzionale spagnola è impossibile sviluppare leggi sociali per le classi popolari. È dunque imprescindibile costruire la legalità repubblicana. Ed è anche necessario costruire una Europa e un Mediterraneo della pace, della solidarietà e della fraternità. Una Europa e un Mediterraneo dei popoli e per i popoli”. In questa prospettiva “la Repubblica catalana deve essere il nostro piccolo grande contributo alla costruzione di un’altra Spagna e di un’altra Europa”.

Un ulteriore dato che merita una riflessione è il sostegno diffuso in tutti i settori della manifestazione alla figura del Presidente in esilio: oltre a nutrirsi dei propri militanti ed elettori, il consenso di cui beneficia attualmente Carles Puigdemont è rafforzato dall’esilio, una costrizione sofferta da molti Presidenti della Generalitat di Catalunya, tra cui Francesc Macià, Lluís Companys, Josep Irla e Josep Tarradellas, per rimanere al solo arco di tempo che va dalla fine della dittatura di Primo de Rivera all’inizio della transizione. Una lista di presidenti esiliati, rappresentanti delle legittime istituzioni catalane, che testimoniano la lotta secolare per la propria liberazione e la coscienza collettiva del popolo catalano, oggi rivendicate dal movimento indipendentista. Così nella manifestazione è risuonato a lungo lo slogan "è Puigdemont il nostro Presidente", che ben sintetizza l’attaccamento degli indipendentisti alle proprie istituzioni. Allo stesso modo la rivendicazione della libertà per i detenuti politici, Oriol Junqueras, Jordi Sànchez, Jordi Cuixart e Joachim Forn, a vario titolo accusati di aver reso possibile il referendum d’autodeterminazione dell’1 ottobre e di aver organizzato una strategia diretta a sovvertire l’ordine costituzionale spagnolo, è straordinariamente diffusa in tutta la manifestazione.

Dopo essersi riuniti nel Parco del Cinquantenario attorno alle 10 del mattino, i manifestanti hanno cominciato a percorrere in corteo il quartiere diplomatico sotto una intermittente pioggia gelata che gli ha accompagnati fino alla piazza Jean Rey, dove gli interventi pronunciati dal palco si sono conclusi alle 16. È stata la più grande manifestazione svoltasi a Bruxelles. Il video integrale dei discorsi tenuti al termine del corteo si può vedere alla pagina web https://www.vilaweb.cat/noticies/la-manifestacio-de-brusselles-sencera-en-video/

da https://catalunyasenzarticolo.wordpress.com

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08/12/2017

La Catalogna marcia nel cuore di Bruxelles


Migliaia di indipendentisti catalani sono arrivati oggi a Bruxelles, con decine di autobus, camper o in auto per lanciare il loro grido ‘libertat’ nel cuore delle istituzioni europee, sorde – a loro dire – alla causa catalana. Una marea di bandiere gialle, rosse e blu sotto il cielo grigio della capitale belga ed europea.

Un lungo corteo ha preso il via nelle strade di Bruxelles, dove hanno trovato rifugio il deposto presidente catalano Carles Puigdemont e quattro suoi ministri. Su di loro pendeva un ordine di cattura europeo richiesto dal Tribunale di Madrid ma le evidenti contraddizioni di questa mossa hanno portato il tribunale madrileno stesso a revocare il provvedimento.

Alla vigilia della marcia gli organizzatori avevano preannunciato almeno 20.000 partecipanti ma le stesse cifre fornite dalla polizia parlano di 45mila persone a giudicare dall’assembramento di gente arrivata al punto di raccolta, il parco del Cinquantenario, a due passi dalle sedi istituzionali dell’Unione Europea.

Il corteo si è snodato per quasi quattro ore nelle strade del quartiere europeo. Con una lunga pausa davanti al Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue. I manifestanti, sotto le finestre del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, hanno cantato a squarciagola l’inno catalano ‘Els segadors’. Migliaia le bandiere indipendentiste catalane.

Il presidente catalano Carles Puigdemont si è unito alla manifestazione. Accolto dal grido ‘president Puigdemont’ il leader catalano si è fatto strada tra un vero e proprio muro umano: impossibile avvicinarsi a meno di trenta metri. Forte ancora l’illusione europeista dei dirigenti catalani: “Vogliamo un’Europa che ascolti i cittadini, gli Stati ma anche le persone. Un’Europa capace di dire a uno Stato membro quello che noi diciamo alla Spagna: così no”. E’ quanto ha detto l’ex presidente catalano Carles Puigdemont dal palco allestito in una piazza nel quartiere europeo di Bruxelles.

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15/10/2017

Yes man, in Confindustria

Lo “sfortunato incidente” di Gianfranco Dell’Alba fattosi truffare 500 mila euro come un pollo nonostante abbia superato i sessant’anni, mi da l’occasione da comunista irriverente e velenoso di argomentare alcune semplici cose su di lui e su chi con codesto funzionario si è accompagnato.

Anche se ogni tanto mi arrivano per email richieste di soldi per aiutare all’estero miei sfortunati conoscenti hackerati, non ho mai ho aderito, consapevole non solo della truffa anche perché ho la capacità critica che la natura, l’educazione e Dio mi hanno dato.

Dico Dio, perché nel caso del lobbysta di Bruxelles è il caso di girare il coltello nella piaga, e affermate che Dio fa precipitare nella polvere gli stolti e la stoltezza di Dell’Alba è per la sua scelta di vita, uno “yes man” pronto ad accontentare senza esitazione i desiderata dei propri padroni: quindi non uno sfortunato incidente, ma una conseguenza di pratiche consolidate che troppo spesso sono disponibili a schiacciare i lavoratori senza alcuna lacrima e ripensamento (le lacrime della Fornero, altra “yes woman” di Confindustria, erano di gioia).

Una mia curiosità rimastami per questo “incidente” è capire a cosa servivano tanti soldi mossi così facilmente, anche se a me una idea frulla per la testa ed è quella per cui si comprava voto e consenso all’euro-parlamento, quindi un organismo che non tutela le persone ma i super-ricchi!

Dato che sono curioso, sono andato in “rete” per leggere come è trattata la notizia, scoprendo che con la “ricerca” escono fuori tutte “testate minori”, quindi la stampa main-stream è oggettivamente complice e asservita alla grande finanza, di cui copre le malefatte.

Durante la ricerca nella “rete” ho fatto un’altra interessante scoperta, ed è che venti anni fa il “pollo confindustriale” era un parlamentare eletto e (rimane) militante del Partito Radicale.

Questa scoperta evidenzia una volta di più come quest’area politica (più giusto definirla lobby) da sempre filo-USA (dimmi con chi ti accompagni e so chi sei) è anche filo neo-liberista, tanto che oggi hanno proposto a Roma un referendum per mettere il trasporto pubblico romano in mano ai “prenditori” privati, chiudendo tutte e due gli occhi sul disastro di Roma-TPL che ha mostrato tutto il male del volere privatizzare.

Un semplice commento: Gianfranco Dell’Alba ha avuto solo quello che si meritava, sperando lo stesso successo per Confindustria e Lobby radicale (la lista sarebbe molto più lunga, ma va bene pure così).

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03/04/2016

Scontri e arresti a Bruxelles. La polizia contro antifascisti ed estrema destra

Giornata di forte tensione e di scontri ieri in una Bruxelles che rimane militarizzata e dove le autorità hanno deciso di impedire con la forza ogni mobilitazione dopo gli attacchi rivendicati dall’Isis. La polizia ieri è intervenuta massicciamente contro due tentativi di manifestare, uno da parte di gruppi e organizzazioni di sinistra, antifasciste e antirazziste, e l’altra da parte di un gruppo xenofobo di estrema destra.

Un centinaio di persone si sono radunate ieri nella piazza comunale del quartiere di Molenbeek e hanno tentato di raggiungere in corteo Piazza della Borsa, nel centro di Bruxelles, per manifestare il loro ripudio dell’immigrazione e dell’Islam. Fra loro molti esponenti del movimento neofascista basato in Francia, Generation Identitaire. Un primo corteo di alcune decine di neonazisti vestiti completamente di nero si era tenuto in mattinata a Dilbeek, nel Brabante fiammingo, per spostarsi poi in città dove al piccolo nucleo si sono uniti altre decine di estremisti. Due militanti neofascisti sono stati arrestati a Molenbeek perché trovati in possesso di ‘armi improprie’ ha fatto sapere la polizia, mentre altri cinque sono stati fermati per alcune ore mentre cercavano di avvicinarsi a Place de la Bourse. Comunque alcune decine di neofascisti hanno potuto manifestare davanti al Municipio del quartiere di Bruxelles prima di ripiegare verso l’Atomium.

Sparsasi la notizia della manifestazione razzista, centinaia di manifestanti hanno risposto all’appello lanciato dalle organizzazioni antifasciste per impedire la provocazione dell’estrema destra che tenta di soffiare sul fuoco della paura provocata dagli attentati all’aeroporto di Zaventem e alla metropolitana. Già una settimana fa un nutrito gruppo di neofascisti e di hooligans razzisti provenienti per lo più da Anversa e Vilvorde avevano manifestato all’insegna di slogan xenofobi sempre in piazza della Borsa prima che le forze dell’ordine lo disperdesse con i lacrimogeni.

Ieri la polizia ha circondato la piazza del comune di Molenbeek e sbarrato rue Antoine Dansaert per impedire alla folla di raggiungere il memoriale degli attentati del 22 marzo. Ne sono scaturiti scontri con lanci di pietre e bottiglie contro i celerini che hanno realizzato varie cariche e fermato decine di manifestanti.

Nel frattempo gli agenti sono intervenuti duramente contro alcune decine di pacifisti e attivisti antirazzisti effettuando trentatré fermi, tra i quali quello del presidente della “Lega dei diritti dell’uomo”, Alexis Deswaef. Al suo rilascio l’uomo ha raccontato che al suo arrivo in Piazza della Borsa la polizia, che aveva ricevuto l’ordine di impedire e sciogliere qualsiasi manifestazione di ‘estrema sinistra’ ed ‘estrema destra’, gli ha intimato l’ordine di lasciare il luogo. “Ho spiegato di essere un semplice cittadino ma mi hanno arrestato” ha detto Deswaef, rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri.

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23/03/2016

Più sicurezza, più guerre, più attentati

Il fragore della prima esplosione all’aeroporto di Bruxelles non era ancora terminato, e già i politici di tutta Europa chiedevano a gran voce più sicurezza, più espulsioni, più controlli e una maggiore incisività nella lotta allo Stato islamico. Ma Bruxelles era già la capitale più militarizzata d’Europa, quella dove in questi quattro mesi erano stati compiuti più blitz, più perquisizioni, più arresti. I servizi segreti di tutta Europa non hanno impedito a Salah Abdeslam, il terrorista ricercato per gli attentati di Parigi, di continuare a vivere non solo a Bruxelles, ma persino nel suo quartiere di Molenbeek, da dove venivano per giunta altri protagonisti degli attentati di novembre. Così come non hanno impedito gli attentati di ieri mattina, nella città più controllata d’Occidente. Reclamano a gran voce espulsioni di massa, i politici europei, ma gli attentatori – tutti – erano cittadini europei, migranti di seconda o addirittura di terza generazione. Europei loro ed europei i genitori, con buona pace di chi crede nei terroristi venuti coi barconi dei migranti. Reclamano a gran voce, i politici europei, di rompere gli indugi, di dichiarare finalmente “guerra all’Isis”, ma noi siamo già in guerra contro lo Stato islamico. Siamo in guerra in Siria, dove una coalizione di 22 paesi già bombarda quotidianamente lo Stato islamico; siamo in guerra in Libia, dove all’oscuro del parlamento e dell’opinione pubblica, già bombardiamo l’Isis locale.

La soluzione non passa allora per fantomatiche strette repressive in grado solo di esasperare società già completamente ingestibili e di fatto ingovernabili. A Renzi è inavvertitamente sfuggita una mezza verità: “i killer sono dentro le città; i killer si nascondono nelle periferie”. Ha centrato involontariamente il punto: il problema sono le periferie. A Roma, per esempio: la città vivibile, quella destinata ai flussi del turismo ricco internazionale, quella investita dal ritorno economico generato da turismo e attività produttive, la città vetrina, misura 19 km quadrati su 1285 (Parigi, per dire, misura 105 kmq, New York 785 kmq) e ha una popolazione di 195.000 persone su quasi tre milioni (censiti, mentre gli abitanti reali sono, come noto, quasi il doppio). Il resto della città è abbandonato a se stesso, esiste unicamente in funzione di contenitore di mano d’opera che ogni mattina si riversa nel centro cittadino svuotandolo la sera. Una città impoverita, degradata, dove non è pensabile alcun modello di sviluppo sostenibile. Dove si sedimenta il risentimento popolare verso le politiche occidentali, tanto quelle imperialiste all’estero quanto quelle liberiste al proprio interno. Sterminati territori metropolitani divengono così contenitori d’odio, di un odio legittimo, che travalica le frontiere e le etnie, un odio tutto interno alle società occidentali. E’ per questo che Bruxelles è un film già visto in attesa del prossimo capitolo, in società sempre più insicure e sempre più represse.

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Basta con questa Europa e con le sue guerre!



È insopportabile la retorica europeista che accompagna le stragi che colpiscono le città europee, ultima Bruxelles. Il dolore per le persone uccise dal terrorismo jihadista, la paura di esserne prima o poi vittime, vengono oramai stravolti e sottomessi al dominio ideologico della casa comune europea assediata.

Cento e più anni fa il nazionalismo era amministrato paese per paese, oggi viene diffuso in una dimensione continentale, ma con gli stessi scopi e non facendo meno danni.

Ricordate l’immagine della manifestazione dei governanti a Parigi, poco più di un anno fa dopo il massacro di Charlie Hebdo? Un clamoroso falso mediatico (dietro i capi di governo non c’era nessuno) che voleva mostrare che i governi europei uniti guidavano il corteo dei loro popoli.

Ma di quale Europa stiamo parlando? Di quella che ha fatto mercato dei migranti con la Turchia, organizzando la più grande deportazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale? Quale Europa, quella che con le politiche di austerità sta da anni colpendo le conquiste sociali dei suoi popoli? Quale Europa, quella che nelle periferie delle sue città più ricche accumula il rancore dei suoi cittadini figli di migranti, fascinati dal fanatismo assassino dei kamikaze?

Quale Europa, quella che da 25 anni viene trascinata in guerre sempre più vaste che hanno fatto milioni di morti, guerre promosse dai governi di Francia, Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, che non sono europei ma comandano? Abbiamo appreso che l’Italia ha soldati persino in Mali solo perché, nelle stesse ore di Bruxelles, sono sfuggiti ad un attentato. Quale Europa ha deciso di mandarceli?

La solidarietà verso le vittime del terrorismo è sentimento ben diverso da quello che la propaganda ci vuole imporre. C’è un potere che usa le stragi per convincere i popoli della bontà della costruzione europea e della necessità di difenderla con le armi. Così chi mette in discussione l’euro è anti patriottico, come lo è chi non vuole che si vada a bombardare, o a invadere, la Libia.

Bisogna fermare la guerra proprio nel nome delle vittime innocenti delle stragi che si susseguono. La guerra non è la soluzione, è il problema e dopo 25 anni di interventi militari che hanno solo provocato altri interventi militari e stragi, questo dovrebbe essere persino scontato. Invece non lo è, perché l’Europa è imprigionata nella spirale guerra-terrorismo e non riesce a muoversi dal vicolo cieco in cui l’hanno portata i suoi governi e il sistema di potere della sua Unione. E il vicolo cieco della guerra è lo stesso ove la barriera delle politiche di austerità fa dilagare l’ingiustizia sociale e la rottura delle solidarietà.

Bisogna uscire da questa costruzione europea e dalle sue guerre prima che sia troppo tardi per tutti i suoi popoli.

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La borsa non crede alle lacrime

Il cinismo è la vera cifra del capitalismo, è risaputo. Ed anche ieri – tra immagini, filmati, dichiarazioni bellicose, morti e feriti – le borse hanno dato plastica prova di quanto il profitto sia “socialmente responsabile”, ossia in qualche misura sensibile a ciò che non coincide strettamente con la propria logica.

Solo un attimo di fibrillazione, a inizio seduta per le piazze europee, quando si è diffusa la notizia delle stragi di Bruxelles. Il tempo di calcolare quali comparti dell’economia ci avrebbero rimesso di più (compagnie aeree, turismo, alberghiero, ecc), e poi via, come se niente fosse, con gli occhi incollati a indici che non prezzano lo scorrere del sangue.

Basta guardare i valori di chiusura, con Milano a chiudere sul +0,01% (dopo aver perso e recuperato da oltre il 2%) e gli altri listini del Vecchio Continente tutti in territorio positivo (con la sola eccezione di Madrid).

Anche il temutissimo spread tra i titoli di stato dei vari paesi europei e quelli tedeschi non ha registrato alcuna scossa emotiva, restando (per i Btp italiani) incollato a quota 104. Idem per l’euro, che solo per qualche ora ha perso valore rispetto al dollaro per poi tornare intorno al consolidato 1,12.

La tempesta c’è stata solo per le società che vivono di mobilità, specie quelle specializzate il low cost (la dimensione di massa del turismo non è certamente garantita dalla top class...). E quindi giù Air France, Lufthansa, British Airways, Ryanair, Aeroports de Paris, Easy Jet, i grandi alberghi, le compagnie di viaggio, le crociere, ecc.

Idem per New York, ancor meno interessata alle vicende belliche lontane da casa e che non coinvolgono imprese quotate a Wall Street. Piccole oscillazioni in più o meno, ma per motivi molto specifici, che nulla hanno a che vedere con le dinamiche di guerra.

Persino il petrolio ha perso qualche centesimo (lo 0,17%, a 42,45 dollari), pur essendo manifestamente il Medio Oriente l’epicentro di ogni “guerra al terrorismo” immaginabile, con le monarchie del Golfo sempre più esplicitamente indicate – persino sui giornali mainstream, ora – come il vero padre-padrone dell’Isis.

Il fatto che la finanza non creda alle lacrime, però, non significa affatto che il passo avanti nell’escalation verso un conflitto molto più guerreggiato sia privo di effetti economici rilevanti. Un prevedibile rallentamento drastico della libera circolazione – degli esseri umani, come si è visto con i flussi di profughi, e in misura minore delle merci – inciderà comunque sulla capacità di produrre ricchezza. Ci saranno perdite sul Pil di tutti i paesi, specie quelli che dal turismo traggono una quota rilevante (Italia, Francia, Spagna, Grecia, ecc).

Ma questo coinvolge solo marginalmente la speculazione finanziaria. Che guarda alle quantità di liquidità emesse dalle banche centrali e non degna di uno sguardo il sangue che scorre per le strade. Neanche quando, come nella stazione Maelbeek della metropolitana – a 100 metri dal palazzo dell’Unione Europea, in mezzo agli uffici delle lobby – le bombe sfiorano o colpiscono qualcuno che lavora negli uffici del capitale più volatile.

In fondo, a prendere la metropolitana sono gli impiegati, mica gli amministratori delegati.

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Strage Bruxelles: quasi non fa più notizia. E’ solo la riprova degli errori che ci stanno portando alla sconfitta

E’ orribile dirlo, ma ormai gli attentati con qualche decina di morti, quasi non fanno più notizia se avvengono in Europa, mentre non fanno per nulla notizia se avvengono in Turchia, Libia, Indonesia, Mali: quelli sono sotto-uomini e non meritano l’aristocratica attenzione dei media europei ed americani; fa più notizia una partita di calcio. Ma anche qui in Europa, ormai ci stiamo assuefacendo nonostante i media ci scarichino addosso valanghe di carta stampata e speciali televisivi.

E questo è decisamente peggio: serve solo a farci misurare la nostra impotenza di fronte al fenomeno con il quale, ormai, ci stiamo acconciando a convivere. In altri tempi, per un episodio del genere, sarebbero saltate teste in serie nell’intelligence e nella polizia. Qui invece non succede niente: già dopo l’11 settembre negli Usa tutti restarono al loro posto e così a Madrid nel marzo 2004 ed a Londra nel luglio 2005. Il colmo è stato il caso francese: a distanza di 11 mesi si ripetono due episodi della gravità di Charlie Hebdo e del Bataclan ed il Presidente non convoca i capi dell’intelligence per ruzzolarli dalle scale a pedate, ma si affida loro per il prosieguo, mentre inizia a blaterare frasi senza senso del tipo “siamo in guerra”.

Anche questa, diciamocelo, era una strage annunciata: venerdì era stato arrestato Salah, uno del commando della strage del 13 novembre, fra le proteste della gente del quartiere che lo difendeva. Già questo doveva mettere tutti in allarme: per di più il giovanotto si è dimostrato di stoffa molto diversa dei suoi amici che si fanno saltare in aria (e, infatti, lui si è guardato bene dal farlo) e si è dichiarato immediatamente disponibile a collaborare pur di non essere estradato in Francia. A quel punto, una reazione islamista diventava più che probabile: sia per colpire chi ha condotto l’arresto, sia come avvertimento al giovanotto che deve pensare che un attentato suicida può anche avvenire nelle carceri o in tribunale e, comunque, è piatto che va bene anche freddo. Nonostante l’evidenza del pericolo si è aspettato l’attentato per far scattare l’emergenza. Questa storia di Bruxelles è l’ennesima riprova dell’incredibile serie di errori che stiamo inanellando da 25 anni e che ci porteranno alla sconfitta contro gli Jhiadisti.

In primo luogo è il sintomo di una perfetta incapacità previsionale lo stesso fatto che esista un quartiere come Molenbeek (ed altrettanto potremmo dire di “Londonistan”): va benissimo accogliere gli immigrati islamici, ma è una bestialità concentrarli, assicurando così agli Jhiadiisti il controllo su tutti. Un minimo di razionalità dovrebbe indurre a governare questi flussi distribuendoli sul territorio. Vi ricordate come è andata negli Usa un secolo fa? Se non ci fosse stato l’aggregato di Little Italy ci sarebbe stata Cosa Nostra? In ogni caso, se un simile aggregato si forma, sarebbe doveroso che fosse adeguatamente presidiato con telecamere, informatori, posti di polizia ecc. Diversamente, succede quello che è successo: che quel rione diventa il quartier generale della Jihad in Europa, la retrovia dove si progettano ed organizzano stragi come quelle parigine. E, fossi nei panni delle autorità belghe, mi darei da fare per smantellare Molenbeek nel minor tempo possibile, pur avendo cura di non fare un pogrom contro i tanti islamici che non c’entrano nulla e si trovano ad abitare in quella zona.

In secondo luogo, questo episodio conferma, se ce ne fosse bisogno, l’assoluta inefficacia dell’azione di intelligence dei servizi occidentali. L’ho scritto e lo ripeto: è sbagliata tutta l’impostazione di fondo, dal come infiltrare le fila dell’Isis, alla questione dell’oscuramento dei siti, dalle tracce monetarie (mai seriamente seguite), al modo di individuare lo Jihadista insospettabile e risalire lungo tutta la catena. Io lascerei perdere, per ora i teatri di Libia, Siria e Califfato (dove il problema si pone in termini di politica delle alleanze con i paesi della zona, più che in termini militari) e mi concentrerei sulla difesa del territorio europeo. Capisco che i servizi vivano per farsi concorrenza ed è inimmaginabile una leale collaborazione, per cui non si farà mai l’Euro intelligence che, invece, sarebbe indispensabile. Ma, almeno, si possono costituire coordinamenti mirati per singole campagne? Si può concordare l’azione su alcuni obiettivi precisi? Va bene, le rivalità sono invincibili, ma ci stiamo accorgendo di quanto la situazione sia grave: possiamo, almeno per un momento, fare sul serio?

Il guaio è l’assenza dei governi, che hanno delegato in toto la questione ai servizi senza nessuna direttiva o controllo e proprio il fatto che non salti nessuna testa, nonostante queste catastrofi, è la conferma di questa irresponsabilità del potere politico. Una cosa è certa: se continuiamo così è sicura la sconfitta.


La parte su Molenbeek è un una discreta supercazzola che Giannuli ha certamente messo insieme per semplificare, ma in questo caso non andava fatto, per il resto ci prende. 

22/03/2016

Da Parigi a Bruxelles: l’ora della guerra


La stazione metro Maelbeek, il quartier generale della Commissione Europea, la sede del Consiglio d’Europa, l’ufficio regionale delle Nazioni Unite formano un quadrilatero distante poche centinaia di metri l’uno dall’altro. A Bruxelles centro, appena fuori l’Ilot sacré, il cuore del cuore della città simbolo della disunita Europa dell’Unione. Chiunque abbia orchestrato e realizzato gli attentati di stamane, che hanno pesantemente colpito anche lo scalo aereo di Zaventem, continua a cercare luoghi affollati (stazioni bus e metro) presso palazzi-simbolo, com’è accaduto di recente ad Ankara, dove l’edificio che ospita la centrale della polizia diventava lo schermo su cui proiettare l’esplosione. Luoghi simbolo, comunque non colpiti, perché la morte che deve seminare paura, rapisce la gente negli spazi pubblici, chiusi come la hall dell’aeroporto e la banchina o il vagone del metro. Oppure aperti: la fermata dei bus, la piazza monumentale di Istanbul. Sangue innocente occidentale ricercato dagli attentatori, siano probabili kamikaze del Daesh o altri jihadisti, oppure sangue yazida e cristiano mediorientale, versato due anni addietro.

Ma anche sangue di altre etnie e confessioni disseminato con centinaia di migliaia di vittime civili nei conflitti locali, i parenti e gli amici degli attuali profughi di isole greche, Idomeni e Calais. Quelle che apertamente dicono: fuggiamo dalla morte! In quest’ultimo caso i macellai non sono solo miliziani neri. Sono i tanti contendenti di territori – quello siriano, ad esempio – o i possessori dell’egemonia nelle province afghane e in molte terre dove geopolitica fa rima con dominio. Sangue sparso, dunque, dalle più diverse bandiere.

Eserciti, paramilitari, mercenari, predoni che giustificano i propri crimini con quelli del nemico. Un nemico, peraltro, nel tempo addirittura cangiante. Se la guerra palese, che dalle nostre case vediamo solo nelle immagini tv, destabilizza e rende irriconoscibile ogni territorio, devastandolo e abbrutendone la sopravvivenza, la guerra strisciante, che ci può toccare e uccidere, insinua terrore e paranoia. Come quegli angoli di strada infestati dai cecchini, dove si può scamparla o farla finita perché si passa nel momento sbagliato. Nelle nostre città trasformate in obiettivi d’attacco, dove si rischia di più? Sarebbe fobico tracciare mappe del pericolo, che può materializzarsi ovunque e in nessun luogo.

Se la logica dell’attentatore seguirà percorsi simbolici ciascuna capitale, ogni città e finanche paese potranno individuarne di propri e tracciare le ‘zone rosse’. Ma luoghi dove quotidianamente si consuma il tran-tran del popolo minuto, fatto di trasporti (malmessi), uffici (inefficienti), industrie (sempre più scarse), centri commerciali (sempre più invadenti) e mercati, scuole, ospedali, tutti possono diventare bersaglio. E non parliamo dei simboli civili per eccellenza: il monumento frequentato da turisti, l’affollata via dello shopping, il luogo di culto, il locale di svago. Già scelti dal ‘sistema della bomba e del kalashnikov’ per colpire, dalla Valle delle Regine vent’anni fa a Luxor, a Istiqlal Caddesi qualche giorno addietro, dalla moschea di Najran nello scorso ottobre, al Bataclan parigino un mese dopo; come un tempo si sceglievano le piazze sindacali: la bresciana della Loggia nel 1974 e sei mesi fa s’è scelta la stazione di Ankara. Il conflitto celato che il jihadismo impone al mondo occidentale, rendendo insicuri non solo i siti vacanzieri dove fino a ieri ci si recava, ma lo stesso tragitto fra l’abitazione e il posto di lavoro, rappresenta la guerra subdola con cui un certo fondamentalismo del libro risponde al fondamentalismo del capitale e della divisa, seminatore di “missioni di pace”. Dovremmo focalizzarci maggiormente su come nelle guerre palesi, nascoste, mascherate agiscano gli armigeri e i finanziatori, più gli ideologi di un’esistenza armata che ci viene già spacciata come imprescindibile.

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Bruxelles: l'Europa piomba nella guerra asimmetrica

La serie di attentati di Bruxelles per quanto sia, come di consueto, devastante negli effetti sulle persone, sulle famiglie delle vittime e dei feriti, sulle popolazioni che vivono nel terrore mostra un tratto di differenza con le vicende parigine di novembre e di gennaio 2015. Tratto che va letto con una certa nettezza: mentre gli attentati parigini sembrano ancora un affare francese, la stessa solidarietà alle vittime si esprimeva come vicinanza ai simboli parigini delle stragi, la vicenda belga porta con sé la cifra della guerra asimmetrica contro il continente.

Naturalmente per il ruolo del Belgio che non ha peso in sé in Medio Oriente ma è sede di due importanti, per quanto irrigiditi da una forte complessità interna, attori nell’area: la Nato e le principali sedi della governance europea (colpite, tra l’altro, in modo sanguinosamente simbolico nell’attentato alla metro Maelbeek).

La guerra asimmetrica – quella che si conduce tra i vari scenari mediorientali verso l’Europa – non riguarda più, di volta in volta il singolo paese colpito ma un’area continentale. Non siamo più infatti alla Francia – o alla Gran Bretagna o alla Spagna – che sono colpite per i ruoli che rivestono in uno scenario di crisi (la Francia per la Siria o, a suo tempo, per il golpe algerino mentre la Gran Bretagna e la Spagna sono state colpite per la guerra in Iraq). Ma siamo, entro una evidente risposta all’arresto di Salah, alla guerra asimmetrica di un’area contro un’altra. O meglio, siamo ad un livello di scenario complesso, quello mediorientale, con una pluralità di attori controversi al proprio interno, che muove guerra asimmetrica contro un altro livello: quello europeo che mostra caratteristiche simili anche se, ovviamente, di una complessità politica, logistica, tecnologica, militare ben diversa. Ci sta benissimo che chi ha mosso un simile atto di guerra a Bruxelles sia velocemente annichilito ma, il rischio c’è, è che si apra una nuova stagione di lutti.

Certo, bisogna aver ben chiaro cosa è una guerra asimmetrica ma, prima di tutto, definire il piano delle responsabilità. Tanto più si è deteriorato il Medio Oriente come piano neo-coloniale, dove tutti, dalle potenze dell’area alle tradizionali potenze occidentali, provano a sottomettere tutti, tanto più la guerra si è estesa in occidente. Come guerra asimmetrica dove le difficoltà dell’Europa servono per ridefinire i rapporti di forza sul terreno mediorientale. Non a caso le guerre asimmetriche, quelle che si combattono tra attori tra cui esiste una sproporzione di forze militari convenzionali, nel passato sono principalmente guerre che riguardano la conquista o la perdita di colonie: quella di indipendenza americana, quella ferocissima tra Usa e Filippine per il controllo di quel paese tra ‘800 e ‘900, la guerra anglo-boera in Sudafrica. Come si vede, non si tratta, come ha detto Broek della commissione affari esteri dell’Ue nella concitazione del momento, di “una guerra di tipo nuovo”. Ma di una guerra asimmetrica che tende a ripetersi, in forme nuove, ogni volta che gli squilibri coloniali precipitano. La guerra asimmetrica, tra due attori la cui entità militare non è paragonabile, dura finché ha due caratteristiche 1) quando la guerra classica, sul campo si è impantanata oppure è sempre meno determinante per risolvere la crisi 2) quando fattori mediali, politici, diplomatici, finanziari se opportunamente stimolati dagli atti di guerra asimmetrica, possono cambiare le sorti di un conflitto a favore della parte più debole militarmente.

Naturalmente le guerra asimmetriche, se la situazione sul campo non si risolve, possono essere lunghissime. Possono alimentare una resistenza del più debole militarmente sul campo e una serie di attentati, nel terreno avversario, di impatto spettacolare. Fino a che uno degli attori non cede. Ma il campo, Europa e Medio Oriente, oggi è così complicato che è difficile individuare bene il profilo di uno degli attori e, quindi, persino i possibili segnali del cedimento di uno dei due.

Dagli anni ’90 l’occidente, nella specificità del paese singolarmente colpito, ha vissuto la guerra asimmetrica. Gli Usa per l’Afghanistan, la Francia per l’Algeria negli anni ’90 e oggi per la Siria, la Spagna e la Gran Bretagna per l’Iraq. Con Bruxelles della guerra asimmetrica viene investita l’Europa nel suo complesso. Se c’è una logica militare, da guerra asimmetrica, in questo lo è nell’unificare il soggetto nell’attentato (l’Europa) sapendo che può finire fuori strada proprio per le contraddizioni interne a questo processo di unificazione. Sun Tzu non abita solo in Cina è bene saperlo.

Cosa ci si attende dal dopo attentato di Bruxelles? Naturalmente il peggio, il rilancio del tentativo di risolvere la guerra asimmetrica militarizzando la vita interna dei paesi, rafforzando complesse architetture militari, radicalizzando le tendenze più velenose sul terreno di guerra. L’Europa magari sarà tentata di allargare i bilanci di guerra, non ci sarebbe da stupirsi. Di sicuro la legittimazione della militarizzazione di ogni nesso sociale – dalle migrazioni, alla vita civile, a quella istituzionale – non mancherà la propria liturgica pienezza. Vediamo se l’Europa finirà per votarsi i propri crediti di guerra. Se accadesse, l’inferno sarebbe dietro l’angolo. Perché non sembrano proprio i tempi in cui alle guerre asimmetriche si risponde aggredendo i nodi non militari di questo genere di conflitto.

Appena il giorno prima, attraverso il lutto che è sempre la forma più elevata di legittimazione dei comportamenti della vita sociale, l’Europa celebrava la generazione Erasmus nella tragedia del pullman in Spagna. Il fermo immagine del giorno successivo, quello di Bruxelles, fa capire che la generazione Erasmus riguarda la vita di un passato. E il presente, e il futuro, hanno tutte le caratteristiche del cielo plumbeo di Bruxelles. Un benvenuto agli europei, visti nel loro assieme, nella guerra asimmetrica prevedibile quanto inquietante.

Redazione, 22 martzo 2016

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Esplosioni all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles, morti e feriti


Il Belgio aveva da poco tirato un sospiro di sollievo per l’arresto venerdì di Salah Abdeslam – accusato di aver partecipato alla strage di Parigi del 13 novembre scorso – sperando in un ritorno alla normalità. Ma questa mattina la capitale europea è stata scossa da quello che mentre scriviamo sembra un nuovo attacco terroristico coordinato in grande stile che ha preso di mira sia gli interessi statunitensi sia il centro di comando dell’Unione Europea.

Alle otto di questa mattina due esplosioni hanno letteralmente devastato l’aeroporto internazionale di Bruxelles “Zaventem” in due punti diversi, l’area delle partenze per gli Stati Uniti (accanto al banco della American Airlines) e l’area taxi. Uno dei due attentati sarebbe opera di un kamikaze che si sarebbe fatto esplodere – per quanto si capisce dall’analisi dei video delle telecamere di sorveglianza e da alcune testimonianze – in mezzo alla folla nella hall dello scalo.

La polizia ha parlato a lungo di una sola vittima e di alcuni feriti ma la direzione dell’ospedale Ulb, a due passi dall’aeroporto internazionale, intorno alle 9.30 parlava di un bilancio assai più grave: 10 morti e 35 feriti. Ancora più grave il bilancio diffuso intorno alle 10 dalla tv pubblica belga, che parla di 13 morti e 36 feriti.

Dopo le esplosioni – alte colonne di fumo si levano ancora dallo scalo – le autorità hanno innalzato il livello di allerta antiterrorismo al livello quattro (il massimo) ed hanno bloccato i collegamenti ferroviari con Zaventem mentre è cominciata l’evacuazione dei passeggeri. Secondo alcune informazioni all’interno dell’aeroporto sarebbero stati trovati anche alcuni ordigni inesplosi.

Ma circa un’ora dopo, intorno alle 9 e 15 di questa mattina, un’esplosione ha colpito una stazione della metropolitana – quella di Maalbeek – nel centro della capitale belga nella zona delle istituzioni comunitarie a poche centinaia di metri dal Parlamento Europeo, dal Consiglio d’Europa e dalla sede della Commissione Europea. Dopo l’esplosione alla stazione metro di Maalbeek, è stata colpita anche la metro Schuman a poca distanza. Molti i feriti anche in questo caso, secondo le prime stime ci sarebbero anche dieci morti.

Secondo i pompieri in totale le esplosioni di questa mattina nella capitale europea avrebbero causato 21 morti, altre fonti ufficiali parlano di 23 vittime.

Tutta la linea della metropolitana di Bruxelles è stata chiusa, le stazioni evacuate. Il governo ha anche deciso l’immediato stop di tutto il trasporto pubblico, compresi bus e tram.

Anche la frontiera tra Francia e Belgio è stata “totalmente chiusa”; la chiusura del confine è stata decisa dalle autorità del Belgio e riguarda sia il traffico ferroviario sia il traffico stradale. L’aeroporto di Zaventem è stato chiuso fino alle sei di domani mattina e tutti i voli in partenza e in arrivo sono stati cancellati.

Il governo ha ordinato la mobilitazione dell’esercito ed ha convocato d’urgenza per questa mattina un Consiglio di Sicurezza nazionale. Anche il presidente francese, Francois Hollande, ha convocato una riunione di crisi all’Eliseo.

Intorno a mezzogiorno lo Stato islamico ha rivendicato gli attentati di oggi a Bruxelles. Lo riferisce l’agenzia Amaq, legata al Califfato nero e considerata organo media dell’organizzazione terroristica.

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