Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/03/2026

Fede popolare e costruzione politica nella lettera di Maduro dal carcere

di Luciano Vasapollo

Il messaggio del presidente Maduro (vedi sotto) non può essere letto come una semplice dichiarazione celebrativa per l’8 marzo. Esso si colloca dentro una tradizione storica e culturale che appartiene profondamente all’America Latina: quella che unisce fede popolare, liberazione nazionale e partecipazione democratica dei popoli.

Il riferimento evangelico alla fede che muove le montagne richiama una spiritualità concreta, radicata nella vita dei popoli latinoamericani. Non si tratta di una fede astratta, ma di una fede che diventa impegno sociale, solidarietà comunitaria, costruzione di giustizia.

Allo stesso tempo il richiamo a Simón Bolívar e al Discorso di Angostura indica una direzione politica precisa: l’idea di uno Stato fondato sulla sovranità popolare, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione dei cittadini. Nella visione bolivariana contemporanea questa partecipazione si concretizza anche nelle Comunas, strutture territoriali di autogoverno riconosciute dalla Costituzione venezuelana e nate per promuovere la gestione diretta delle comunità locali.

Il riferimento a Cristo, Bolívar e Chávez non è dunque un semplice slogan. È la sintesi di tre dimensioni che nel processo bolivariano si intrecciano: la spiritualità cristiana della liberazione, la tradizione indipendentista latinoamericana e il progetto politico inaugurato da Hugo Chávez.

In questo quadro, il ruolo delle donne – richiamato nel messaggio dell’8 marzo – assume un valore centrale. Nelle comunità popolari, nei movimenti sociali, nelle organizzazioni territoriali, sono spesso proprio le donne a rappresentare il cuore della resistenza sociale e della costruzione della solidarietà.

La questione decisiva: la sovranità dei popoli

Ma il significato più profondo di questa lettera emerge quando la si colloca nel contesto geopolitico attuale. Il Venezuela, come molti altri Paesi dell’America Latina, continua a essere sottoposto a forti pressioni economiche, diplomatiche e militari da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Da anni Washington utilizza strumenti come sanzioni economiche, isolamento politico e minacce militari per tentare di piegare governi che rivendicano una linea indipendente. Lo stesso governo venezuelano ha denunciato più volte queste pressioni e ha chiamato alla mobilitazione popolare contro le minacce provenienti dagli Stati Uniti.

Qui emerge la questione fondamentale: il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Se esiste un principio che dovrebbe essere universalmente riconosciuto nel diritto internazionale è proprio questo: ogni popolo ha il diritto di decidere liberamente il proprio destino politico, economico e sociale.

Eppure assistiamo sempre più spesso a una politica internazionale in cui questo principio viene calpestato senza scrupoli quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze.

L’arroganza imperiale degli Stati Uniti

La politica estera degli Stati Uniti negli ultimi decenni – dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’America Latina – ha mostrato con chiarezza una logica di dominio che pretende di imporre modelli politici ed economici attraverso sanzioni, destabilizzazioni e, quando necessario, interventi militari. È una politica che parla continuamente di diritti umani ma troppo spesso nega nella pratica il diritto dei popoli alla sovranità.

Nel caso del Venezuela, questa contraddizione è evidente. Mentre si invoca la democrazia, si sostengono sanzioni economiche che colpiscono la popolazione e si tenta di isolare politicamente il Paese. Nel frattempo si costruisce una narrazione mediatica che riduce la complessità di una società a un semplice schema propagandistico.

Di fronte a questa realtà, il messaggio che arriva dal carcere di New York – al di là delle opinioni politiche che ognuno può avere sulle scelte politiche di Maduro – pone una domanda fondamentale al mondo: chi ha il diritto di decidere il destino di un popolo? Se davvero crediamo nei valori della democrazia, della pace e del diritto internazionale, la risposta dovrebbe essere una sola: i popoli stessi.

Ed è proprio questa la sfida che emerge dalle parole della lettera di Maduro: la convinzione che la storia non debba essere scritta dalle potenze imperiali ma dalla partecipazione cosciente dei popoli.

Per questo la fede che muove le montagne non è soltanto un’immagine religiosa. È una metafora politica potente: la fede dei popoli nella propria dignità, nella propria libertà e nel diritto di costruire il proprio futuro senza padroni.

Riportiamo integralmente la lettera diffusa dal presidente venezuelano Nicolás Maduro in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna.
Oggi, 8 marzo, Giornata della Donna, veniamo davanti a Dio e a Bolívar, insieme alle amate comunas del Venezuela, per chiedere al Signore di accompagnarci in questa giornata di costruzione del Potere Popolare, realizzata dalle mani coraggiose delle nostre donne e degli uomini del popolo.

Alziamo questa parola d’ordine che ci guida come idea centrale: “La fede che muove le montagne e l’azione che costruisce il nuovo, in Cristo e Bolívar”

Gesù ci ha insegnato: «Se avete fede e non dubitate, potete dire a questa montagna: spostati e gettati nel mare, e così avverrà», come si legge nel Vangelo di Matteo. Donaci quella fede sincera e popolare per muovere le montagne delle difficoltà che a volte ci frenano e trasformarle in una strada libera per la nostra patria.

E Bolívar, ad Angostura, ci ha indicato il cammino dell’azione: chiedeva un governo popolare, giusto e morale, capace di porre fine all’oppressione e portare la pace. Oggi lo stesso Bolívar ci invita a votare e a costruire, a partire dalle comunas, un governo in cui regnino l’uguaglianza e la libertà.

Che questa giornata, benedetta da Dio, sia segno della nostra fede salda e della nostra lotta quotidiana. Uniti in Cristo, Bolívar e Chávez faremo del Venezuela una casa di amore, giustizia e potere popolare. Amen.

Nicolás Maduro Moros
Fonte

31/10/2025

Cosa pensano i palestinesi del ‘piano Trump’?

Un recente sondaggio pubblicato dal Palestinian Centre for Policy and Survey Research (PCPSR) ha interrogato i palestinesi su cosa pensano riguardo al piano di ‘pace’ (cioè di nuova amministrazione coloniale) promosso dal presidente USA Trump. Le risposte che sono state registrate lascerebbero sicuramente spiazzati molti commentatori occidentali, se solo si prendessero la briga di chiedere ai diretti interessati cosa vogliono.

No al disarmo di Hamas, sfiducia dilagante verso Abbas alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sostegno alla formazione di un comitato per amministrare Gaza, ma senza l’esclusione di Hamas e nemmeno dell’ANP, così come a una forza internazionale, ma solo se il suo scopo è difendere i confini di Gaza e non togliere le armi ad Hamas.

Questo, in sunto, il risultato del sondaggio. È bene dare qualche indicazione tecnica, per evitare strumentalizzazioni e propaganda sui dati che stiamo per riportare. Prima di tutto, l’indagine è stata svolta intervistando di persone poco più di 1.200 persone, di cui circa 760 nella Cisgiordania occupata e circa 440 nella Striscia. Le informazioni sono state trasferite su server a cui solo i ricercatori possono accedere, e i loro calcoli hanno un margine di errore del 3,5%.

La PCPSR è un think tank con sede a Ramallah, ha un’esperienza trentennale nella conduzione di sondaggi, cominciata per verificare le opinioni dei palestinesi dopo le novità introdotte dagli Accordi di Oslo nella prima metà degli anni Novanta. Tra i finanziatori delle sue attività c’è stata anche l’Unione Europea, che ha considerato seriamente i dati elaborati dal gruppo di ricerca, anche in anni recenti.

Quello del PCPSR, insomma, non è il profilo di un istituto ‘connivente’ con Hamas e con i ‘terroristi’, come i sionisti nostrani potrebbero tentare di inventarsi. Del resto, poco più di un anno fa l’IDF aveva sostenuto di aver trovato un documento, tra le macerie di Gaza, che dava prova di come i dati del think tank fossero stati falsficati da Hamas. Al solito, uno dei tanti ritrovamenti ‘fortunati’ delle forze israeliane.

Arriviamo ora ai numeri. Stando alle domande poste tra il 22 e il 25 ottobre, il 70% dei palestinesi si oppone al disarmo di Hamas, anche se ciò dovesse significare la ripresa degli attacchi israeliani. È di certo significativo che la contrarietà al disarmo è maggiore nella West Bank occupata, dove circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di volere che l’ala armata del gruppo islamico mantenga le armi. Anche a Gaza, comunque, circa il 55% dei palestinesi la pensa così.

Tali opinioni sono evidentemente collegate alla sfiducia rispetto al ‘piano Trump’ e al fatto che Israele decida di fare marcia indietro sulla pulizia etnica. Infatti, il 62% dei palestinesi ritiene che il percorso elaborato dall’amministrazione statunitense non abbia portato alla fine della guerra una volta per tute, e ancora una volta il pessimismo è maggiore in Cisgiordania che a Gaza.

La popolazione palestinese rimane ancora chiaramente divisa sull’attacco del 7 ottobre 2023: per il 53% è stata una scelta corretta. Quello che è certo è che, comunque, Hamas viene vista come un’opzione meno corrotta dell’ANP. Il 35% dei palestinesi sostiene Hamas, mentre il 24% è a favore di Fatah (il 32% non sostiene nessuno dei due partiti o non ha alcuna opinione).

Hamas supera l’apprezzamento dato a Fatah anche nella Cisgiordania, dove teoricamente governa da anni. In generale, è il 60% degli intervistati che si dice soddisfatta della condotta di Hamas – il 66% nella Cisgiordania occupata e il 51% a Gaza –. Ciò si ripercuote anche sulla soddisfazione che riscuote il presidente palestinese Abbas: si ferma al 23%, mentre l’85% dei palestinesi ne auspica le dimissioni. Marwan Barghouti rimane la figura più apprezzata.

Nello specifico del ‘piano Trump’, il 53% degli intervistati si è dichiarato contrario a un comitato di palestinesi non affiliati ad Hamas o all’ANP per governare Gaza, mentre il 45% lo ha sostenuto. Ancora una volta, l’opposizione è molto più alta in Cisgiordania che a Gaza, che ha vissuto gli ultimi due anni sotto le bombe israeliane.

Ma quando ai palestinesi è stata posta la stessa domanda, ma senza prevedere l’esclusione di Hamas e dell’ANP, aggiungendo che la formazione del comitato sarebbe stata legata ai fondi per la ricostruzione, il 67% dei palestinesi ha sostenuto l’idea. Una dinamica simile è stata riscontrata quando si è chiesta un’opinione riguardo a una forza di peacekeeping.

L’opposizione a una forza internazionale araba e musulmana nella Striscia varia notevolmente tra West Bank e Gaza stessa: 78% nella prima, 52% nella seconda. Cifre che si riducono notevolmente quando la funzione delle truppe è stata indicata nella difesa dei confini di Gaza e non nel disarmo di Hamas: il 53% degli intervistati a Gaza e il 43% nella Cisgiordania occupata hanno dichiarato di sostenere la forza, in questo scenario.

Insomma, questi dati confermano che c’è un popolo che parla in favore della sua autodeterminazione. Bisogna fare in modo che i nostri governi guerrafondai comincino ad ascoltarlo.

Fonte

12/05/2024

ONU: “I Palestinesi hanno diritto alla loro autodeterminazione”

Il testo integrale della risoluzione approvata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite con 143 voti a favore, 9 contrari e 27 astenuti (tra cui l’Italia).

A votare contro sono stati gli USA, Israele, Ungheria, Repubblica Ceca, Argentina, Palau, Nauru, Micronesia, Papua Nuova Guinea.

L’Italia si è astenuta insieme ad Albania, Bulgaria, Austria, Canada, Croazia, Fiji, Finlandia, Georgia, Germania, Lettonia, Lituania, Isole Marshall, Olanda, Macedonia del Nord, Moldavia, Paraguay, Romania, Vanuatu, Malawi, Principato di Monaco, Ucraina, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera.

*****

L’Assemblea Generale,

Guidati dagli scopi e dai principi della Carta delle Nazioni Unite, e sottolineando a questo riguardo il principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli,

Ricordando le sue risoluzioni pertinenti, comprese le sue risoluzioni riguardanti la questione della Palestina, inclusa, tra l’altro , la risoluzione ES-10/22 del 12 dicembre 2023,

Ricordando le pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, Ricordando la sua risoluzione 2625 (XXV) del 24 ottobre 1970, con la quale affermava, tra l’altro , il dovere di ogni Stato di promuovere, attraverso un’azione congiunta e separata, la realizzazione del principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli, Sottolineando l’importanza di mantenere e rafforzare la pace internazionale fondata sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla giustizia e sul rispetto dei diritti umani fondamentali,

Riaffermando la sua risoluzione 3236 (XXIX) del 22 novembre 1974 e tutte le risoluzioni pertinenti, inclusa la risoluzione 78/192, che riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, compreso il diritto al proprio Stato indipendente di Palestina,

Riaffermando il principio, in linea con la Carta, dell’inammissibilità dell’acquisizione di territorio con la forza,

Sottolineando la necessità del rispetto e della preservazione dell’unità territoriale, della contiguità e dell’integrità di tutto il territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est,

Riaffermando le sue risoluzioni 43/176 del 15 dicembre 1988 e 77/25 del 30 novembre 2022 e tutte le risoluzioni pertinenti riguardanti la soluzione pacifica della questione palestinese, che, tra l’altro , sottolineano la necessità del ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, la realizzazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese, in primo luogo il diritto all’autodeterminazione, compreso il diritto ad uno Stato indipendente, la completa cessazione di tutte le attività di insediamento israeliano nei territori palestinesi occupati, compresa la parte orientale Gerusalemme,

Riaffermando il suo fermo sostegno, in conformità con il diritto internazionale, per una pace giusta, duratura e globale in Medio Oriente sulla base delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, inclusa la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza del 23 dicembre 2016, i termini dell’accordo di Madrid riferimento, compreso il principio “terra in cambio di pace”, l’Iniziativa di pace araba e la soluzione a due Stati di Israele e Palestina, che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza entro confini riconosciuti, basati sui confini precedenti al 1967,

Ricordando le sue risoluzioni pertinenti sullo status della Palestina nell’Assemblea Generale, comprese le risoluzioni 3210 (XXIX) del 14 ottobre 1974 e 3237 (XXIX) del 22 novembre 1974, risoluzione 43/177 del 15 dicembre 1988, risoluzione 52/250 del 7 luglio 1998, delibera 67/19 del 29 novembre 2012 e delibera 73/5 del 16 ottobre 2018,

Rilevando che lo Stato di Palestina è parte di numerosi strumenti conclusi sotto gli auspici delle Nazioni Unite e ha aderito a numerose agenzie e organismi specializzati delle Nazioni Unite come membro a pieno titolo, Consapevole che lo Stato di Palestina è membro a pieno titolo della Lega degli Stati Arabi, del Movimento dei Paesi Non Allineati, dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, del Gruppo degli Stati dell’Asia-Pacifico e del Gruppo dei 77 e della Cina,

Avendo esaminato il rapporto speciale del Consiglio di Sicurezza all’Assemblea Generale (A/78/856), Sottolineando la propria convinzione che lo Stato di Palestina è pienamente qualificato per diventare membro delle Nazioni Unite in conformità con l’Articolo 4 della Carta,

Prendendo atto delle diffuse affermazioni di sostegno dei Membri delle Nazioni Unite all’ammissione dello Stato di Palestina come membro delle Nazioni Unite,

Esprimendo profondo rammarico e preoccupazione per il fatto che, il 18 aprile 2024, un voto negativo di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza abbia impedito l’adozione del progetto di risoluzione sostenuto da dodici membri del Consiglio che raccomandava l’ammissione dello Stato di Palestina a membro degli Stati Uniti Nazioni,

Ricordando che l’adesione alle Nazioni Unite è aperta a tutti gli Stati amanti della pace che accettano gli obblighi contenuti nella Carta e, a giudizio dell’Organizzazione, sono in grado e disposti ad adempiere a tali obblighi Determina che lo Stato di Palestina è qualificato per diventare membro delle Nazioni Unite in conformità con l’articolo 4 della Carta e dovrebbe quindi essere ammesso come membro delle Nazioni Unite;

Raccomanda pertanto al Consiglio di Sicurezza di riconsiderare favorevolmente la questione, alla luce di questa determinazione e del parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 28 maggio 1948, e in stretta conformità con l’articolo 4 della Carta delle Nazioni Unite;

Decide, in via eccezionale e senza creare precedenti, di adottare le modalità stabilite nell’allegato alla presente risoluzione per la partecipazione dello Stato di Palestina alle sessioni e ai lavori dell’Assemblea Generale e alle conferenze internazionali convocate sotto gli auspici dell’Assemblea o di altri organi delle Nazioni Unite, nonché nelle conferenze delle Nazioni Unite; Chiede al Consiglio Economico e Sociale, nella misura in cui i diritti in questione potrebbero essere esercitati da un non membro del Consiglio, e ad altri organi, agenzie specializzate, organizzazioni ed entità competenti all’interno del sistema delle Nazioni Unite di applicare le modalità sopra menzionate;

Riafferma il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, compreso il diritto al proprio Stato indipendente di Palestina; sottolinea che il rispetto e il rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale costituiscono una pietra angolare della pace e della sicurezza nella regione;

Chiede sforzi rinnovati e coordinati da parte della comunità internazionale volti a raggiungere senza indugio la fine dell’occupazione israeliana iniziata nel 1967 e una soluzione giusta, duratura e pacifica della questione palestinese e del conflitto israelo-palestinese, in conformità con il diritto internazionale , le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, compresa la risoluzione 2334 (2016) del Consiglio di Sicurezza, il mandato di Madrid, compreso il principio “terra in cambio di pace”, e l’Iniziativa di pace araba e riaffermando a questo riguardo il suo fermo sostegno alla soluzione a due Stati del Israele e Palestina, che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza entro confini riconosciuti, basati sui confini precedenti al 1967;

Chiede al Segretario Generale di adottare le misure necessarie per attuare la presente risoluzione;

Decide di aggiornare temporaneamente la decima sessione straordinaria d’emergenza e di autorizzare il Presidente dell’Assemblea Generale nella sua sessione più recente a riprendere la riunione su richiesta degli Stati membri. Gli ulteriori diritti e privilegi di partecipazione dello Stato di Palestina saranno attuati attraverso le seguenti modalità a partire dalla 79a sessione dell’Assemblea Generale, senza pregiudizio dei suoi diritti e privilegi esistenti:

(a) Il diritto di essere seduti tra gli Stati membri in ordine alfabetico;

(b) Il diritto di iscrizione nell’elenco degli oratori su punti all’ordine del giorno diversi dalle questioni palestinesi e mediorientali nell’ordine in cui indica il suo desiderio di parlare;

(c) Il diritto di rilasciare dichiarazioni a nome di un gruppo, anche tra rappresentanti di grandi gruppi; (d) Il diritto di presentare proposte ed emendamenti e di introdurli, anche oralmente, anche a nome di un gruppo; (e) Il diritto di co-sponsorizzare proposte ed emendamenti, anche per conto di un gruppo;

f) il diritto di rendere dichiarazioni di voto a nome degli Stati membri di un gruppo;

(g) Il diritto di replica sulle posizioni di un gruppo;

(h) Il diritto di sollevare mozioni procedurali, comprese mozioni d’ordine e richieste di mettere in votazione proposte, compreso il diritto di contestare la decisione del presidente, anche a nome di un gruppo;

(i) Il diritto di proporre punti da inserire nell’ordine del giorno provvisorio delle sessioni ordinarie o straordinarie e il diritto di richiedere l’inclusione di punti supplementari o aggiuntivi nell’ordine del giorno delle sessioni ordinarie o straordinarie;

(j) Il diritto dei membri della delegazione dello Stato di Palestina ad essere eletti come funzionari nella Commissione plenaria e principale dell’Assemblea Generale;

(k) Il diritto alla piena ed effettiva partecipazione alle conferenze delle Nazioni Unite e alle conferenze e agli incontri internazionali convocati sotto gli auspici dell’Assemblea Generale o, come appropriato, sotto gli auspici di altri organi delle Nazioni Unite, in linea con la sua partecipazione all’Assemblea Generale Forum politico di alto livello.

(l) Lo Stato di Palestina, nella sua qualità di Stato osservatore, non ha il diritto di voto nell’Assemblea Generale o di presentare la propria candidatura agli organi delle Nazioni Unite.

Fonte

31/01/2023

Vecchie e nuove sfide per l’esquerra indipendentista e anticapitalista catalana

L’autodeterminazione, l’Europa e la guerra. (parte prima)

A più di 5 anni dall’ottobre che vide la leadership catalana egemonizzata dai socialdemocratici di ERC e dai piccolo borghesi di Junts per Catalunya fermarsi davanti alla soglia della rivoluzione del sistema politico catalano e spagnolo, l’esquerra independentista e anticapitalista non ha ancora risposto ad alcune domande rimaste da allora in sospeso, un compito al quale si è aggiunta la sfida dell’opposizione alla guerra e alla NATO.

Il tutto in un contesto in cui il riformismo del PSOE, dispiegatosi prima con l’indulto concesso ai principali responsabili del primo ottobre, poi con il maquillage del delitto di sedizione, ha raggiunto l’obiettivo della provvisoria normalizzazione del paese, complici le direzioni di ERC e Junts, entrambe stordite dalla repressione inaugurata dai popolari e confermata dai socialisti.

Una normalizzazione politica che è calata su una società in cui le contraddizioni reali si aggravano: secondo l’ultima rilevazione dell’Istituto di Statistica della Catalunya (IDESCAT), più di un quarto della popolazione catalana si trova in una situazione a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Un dato che non sorprende se si tengono in conto gli effetti delle ormai decennali politiche di austerità e della recente inflazione scatenata dalla guerra. Un dato che, una volta di più, dovrebbe contribuire a smontare il cliché dei catalani borghesi e benestanti caro alla sinistra spagnola.

Accanto a una riflessione sulle questioni aperte dal referendum d’autodeterminazione, in questo dossier si propone la traduzione di due tra le più significative analisi sulla guerra in Ucraina elaborate dall’esquerra independentista e anticapitalista.

La prospettiva non vuole essere quella dell’assunzione acritica di un modello sorto in un contesto esterno, bensì quella di offrire dei materiali che da un lato possano arricchire il dibattito contro la guerra e la NATO, dall’altro contribuiscano a stringere nuove alleanze tra i popoli e le classi subalterne del continente, nella prospettiva della rottura dell’architettura liberista della UE.

Un compito rispetto al quale non sembrano ancora emerse opzioni organizzative all’altezza della gravità della situazione e che perciò interpella tutta la sinistra di classe, il cui contributo teorico e pratico pare più che mai necessario.

Le domande irrisolte del referendum d’autodeterminazione del 2017

Il referendum rappresenta il punto più avanzato della lunga e altalenante lotta del popolo catalano, almeno nella fase che comincia a partire dal dopoguerra. Più avanzato sia della dichiarazione di indipendenza (rimasta sulla carta) che della maggioranza del 52% raggiunta nelle elezioni del febbraio 2021.

Il referendum rappresenta questo vertice perché per garantirne la celebrazione e per preservarne il carattere di rottura con lo stato e con gli equilibri esistenti, risultano decisivi i comitati popolari, come e più del contributo della Generalitat. Ha dunque un valore notevole per il suo esempio di auto-organizzazione popolare unico in Europa ma anche per le domande che ha posto all’ordine del giorno del movimento indipendentista e che finora sono rimaste senza risposta.

Il referendum ha reso evidente che lo stato spagnolo non lascerà le redini del potere solo perché i catalani lo hanno deciso in una consulta elettorale. Sia con un governo del PP, sia con un governo del PSOE, lo stato non è disposto a riconoscere il diritto all’autodeterminazione del catalani.

La repressione del referendum, i processi che hanno coinvolto oltre 4.000 persone negli ultimi cinque anni, lo spionaggio della cupola indipendentista, dei familiari e persino degli avvocati dei detenuti hanno reso evidente che lo stato è disposto a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di impedire la nascita della repubblica catalana.

La prima domanda che il referendum rivolge implicitamente al movimento indipendentista è allora la seguente: con quali mezzi, con quali organismi di lotta, con quali istituti di partecipazione popolare è possibile strappare il potere dalle mani dello stato?

Si tratta di un interrogativo impegnativo, certo di non facile soluzione ma ineludibile se si vuole portare a termine la rivoluzione necessaria per fondare la repubblica catalana. Tuttavia il settore oggi maggioritario del movimento indipendentista sembra averlo rimosso completamente. Dal canto suo l’esquerra independentista e anticapitalista è consapevole dell’importanza del tema ma non è arrivata finora ad una elaborazione teorico-pratica adeguata.

Una prima indicazione per rispondere alla domanda è venuta proprio dal referendum e dai comitati sorti per difenderlo, i protagonisti indiscussi delle occupazioni dei collegi elettorali e della resistenza pacifica ma ferma davanti alla polizia, divenuti dopo il primo ottobre Comitati di Difesa della Repubblica.

I CDR sono stati uno strumento di partecipazione decisivo per proseguire la lotta negli anni seguenti al referendum ma insufficiente: pur continuando la mobilitazione, sono rimasti intrappolati tra l’incudine della svolta autonomista di ERC e di Junts, incantati dalle sirene riformiste del PSOE, e il martello della repressione dello stato.

Ciononostante i CDR hanno dimostrato di poter svolgere un’azione unitaria proprio nei momenti più conflittuali (a cominciare dal primo ottobre e dai differenti scioperi generali dei mesi successivi) portando tutto il movimento su posizioni più avanzate. Ciononostante la domanda rimane inevasa.

La seconda questione che il referendum lascia aperta è quella della cosiddetta internazionalizzazione del conflitto, da più parti evocata con insistenza. Ma qual è la visione internazionale e la reale politica estera dell’indipendentismo? Al di là della retorica, come si concretizza la internazionalizzazione del conflitto?

Sia Junts che ERC coltivano un europeismo tanto ingenuo quanto incomprensibile: le due branche maggioritarie del movimento vedono nella Unione Europea una istituzione più democratica dello stato, considerato ancora intriso della cultura franchista. Perciò si illudono che prima o poi la UE sostenga la loro richiesta di votare la permanenza o meno della Catalunya nel regno di Spagna.

Questa illusione resiste nonostante la UE non abbia mosso un dito in favore del movimento indipendentista. Pur dietro alla Germania, alla Francia e all’Italia, la Spagna è un socio essenziale per la formazione di un polo europeo in grado di competere con i giganti che dominano lo scenario internazionale. Un polo europeo la cui stabilità interna vale ben più della radicale domanda di democrazia dei catalani.

Ciò nonostante ERC e Junts si ostinano a parlare della Catalunya come di un nuovo stato dell’Unione Europea e considerano la internazionalizzazione come la ricerca più o meno occasionale della solidarietà di questo o quel partito straniero rappresentato nel parlamento europeo.

Su questo terreno l’esquerra independentista e anticapitalista svolge una battaglia essenziale per ribaltare la politica estera dell’indipendentismo. Una battaglia per rendere consapevole la società catalana di una verità tanto semplice quanto densa di conseguenze: la repubblica catalana cozza non solo contro lo Stato ma anche contro il progetto e gli interessi dell’UE.

Nascondersi questo dato di fatto significa mettere la testa sotto la sabbia e ritornare alla gestione della misera autonomia concessa dal governo di Madrid. Perciò su questo terreno l’esquerra independentista e anticapitalista è impegnata per chiarire le prospettive e i compiti del movimento, essenziale per la sua crescita.

Internazionalizzare davvero il conflitto significa infatti contestualizzare la lotta dei catalani nel quadrante europeo, nell’ambito del polo imperialista in formazione. Significa seppellire una volta per tutte l’europeismo di ERC e Junts e caratterizzare il movimento per la ricerca di un nuovo assetto istituzionale europeo, all’insegna della pace e della cooperazione tra i popoli delle due sponde del Mediterraneo.

Significa cioè vedere la repubblica catalana come l’apertura di una crepa nella nascente architettura imperialista europea. Significa tornare alle origini dell’indipendentismo rivoluzionario degli anni ’70 e porre all’ordine del giorno non solo l’indipendenza ma anche il socialismo. Chiarire questo punto è oggi un compito essenziale dell’esquerra independentista e anticapitalista, certamente arduo ma non più procrastinabile.

Fonte

27/09/2022

Frontiere inviolabili e diritti umani, il labirinto della politica internazionale

di Guido Salerno Aletta

All'ONU si vive una situazione di grande incertezza: la questione della invasione dell'Ucraina da parte della Russia mette in seria difficoltà le relazioni tra Mosca e Pechino per il sovrapporsi della questione di Taiwan.

C'è un punto cruciale da cui occorre partire: la Russia sostiene di essere intervenuta in Ucraina con l'operazione militare speciale in corso a partire dal 24 febbraio per difendere i diritti umani delle popolazioni del Donbass che venivano violati da Kiev. Nessun seguito concreto era stato dato agli Accordi di Minsk, garantiti da Francia e Germania con il supporto dell'OSCE, sulla cui base dovevano essere garantite forme di autogoverno alle due autoproclamatesi Repubbliche del Donetsk e Lougansk, aree di confine popolate da una forte minoranza russofona e russofila.

Il referendum ora in corso in queste due autoproclamate Repubbliche ed in altre due regioni sottoposte al controllo militare di Mosca, finalizzato a determinare una loro integrazione politica nella Federazione Russa, rappresenta un vulnus al principio della integrità territoriale degli Stati e delle loro frontiere: solo un riconoscimento internazionale di questo processo, ora impensabile, potrebbe conferire il crisma della legalità ad uno stato di fatto.

È ben vero che il diritto internazionale e la sovranità degli Stati si basano sul principio di effettività, ma le istituzioni come l'ONU hanno definito criteri e strumenti di stabilizzazione rispetto al principio della mera forza.

C'è un primo punto delicatissimo: se la Cina sostenesse anche la sola legittimità dell'intervento militare della Russia in Ucraina, e dunque nel territorio di un altro Stato sovrano, per difendere i diritti umani della popolazione ivi residente, si metterebbe in una posizione assai scomoda per quanto riguarda la situazione di Taiwan: quest'isola, che fa parte integrante della Cina e che dunque non ha alcun riconoscimento come Stato indipendente e sovrano sul piano del diritto internazionale, ha tuttavia uno status peculiare che la stessa Cina indirettamente riconosce sulla base del principio "Un Paese, due Sistemi".

Se Pechino volesse ridurre in forma coattiva, anche solo sul piano economico se non addirittura con una occupazione militare, i margini di autonomia di cui Taiwan oggi beneficia potrebbe provocare una reazione di resistenza assai vigorosa da parte del governo e della popolazione dell'isola, che giustificherebbero un supporto da parte di Stati terzi. È ben noto che gli Usa forniscono da tempo armi a Taiwan per garantirne il diritto alla autodifesa e che considerano lo Stretto di Taiwan come mare internazionale in cui deve essere libera la navigazione al naviglio anche militare di altri Paesi.

C'è dunque una sorta di tutela internazionale degli Usa nei confronti di Taiwan, paragonabile a quella che la Russia ha inteso inizialmente esercitare a tutela delle popolazioni del Donbass e nelle altre aree limitrofe ai suoi confini.

Con l'annessione, il quadro si complica: la Russia andrebbe infatti al di là del Dovere di protezione dei diritti umani delle popolazioni del Donbass, che avrebbe giustificato il suo intervento, per invocare il principio della libera autodeterminazione dei popoli.

L'autodeterminazione dei popoli e la protezione dei diritti umani costituiscono i due principi fondamentali del diritto internazionale moderno, che hanno segnato l'evoluzione del Novecento.

Il principio dell'autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta dell'ONU, affonda le sue radici nella ideologia wilsoniana: per evitare i conflitti tra gli Imperi che avevano determinato la Prima guerra mondiale, le frontiere degli Stati andavano ricostruite sulla base delle diverse nazionalità che nel tempo erano state aggregate. Fu così che, dopo aver privato l'Impero di Germania delle sue colonie, vennero segmentati sia quello Austro-ungarico sia quello Ottomano.

L'Impero zarista, colpito a morte dalla Rivoluzione d'Ottobre, aveva assunto una fisionomia assai complessa, sia per la pace separata che era stato stipulata in fretta e furia con la Germania, sia per le aggregazioni che erano state successivamente determinate dalla contaminazione ad altre aree circostanti dei fermenti rivoluzionari: si formò così l'URSS, una entità politica più vasta e variegata dell'ex Impero russo.

Il processo di decolonizzazione avviato dopo la Seconda guerra mondiale, con la fine dell'Impero Britannico trasformato in Commonwealth già accettata con la sottoscrizione della carta Atlantica, è stato un processo irreversibile, ma l'ideale coincidenza tra Stati e Popoli ha trovato limiti insormontabili: soprattutto le frontiere degli Stati africani, che erano state arbitrariamente decise dalle Potenze coloniali nella Conferenza di Berlino del 1884, da una parte mettendo insieme senza alcun criterio popolazioni diverse e dall'altra dividendo aree economicamente interdipendenti, non potevano essere rimesse in discussione senza provocare conflitti ancora più feroci di quelli che hanno insanguinato il Continente.

Ci sono state delle eccezioni, come per l'Indocina francese che venne divisa tra Vietnam, Cambogia e Laos al fine di limitare il più possibile i conflitti. Lo stesso accadde per l'India: la guerra civile e religiosa scoppiata tra gli Indù ed i Musulmani dette luogo alla formazione del Pakistan, uno Stato popolato da questi ultimi e composto da due componenti territoriali distinte, situate all'estremità occidentale ed orientale del sub continente.

Per difendere le popolazioni che subiscono le violenze della guerra civile, soccombendo alle angherie della comunità etnicamente prevalente, l'ONU ha quindi elaborato il principio della Responsabilità di Proteggere: se uno Stato viene meno all'obbligo di rispettare i diritti umani dell'intera popolazione di cui è composto, la Comunità internazionale può intervenire anche con l'uso della forza.

L'ONU è intervenuto ripetutamente in Africa per evitare le prosecuzione delle violenze lesive dei diritti umani, l'ultima volta in Libia nel 2011 per evitare i massacri della popolazione civile.

In precedenza, la Nato si era assunta autonomamente il potere di intervenire nel Kosovo per difenderne la minoranza musulmana dalla repressione della Serbia di cui faceva parte. La Jugoslavia ha subito un processo disgregativo che ha dato vita a diversi Stati: Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord si sono rese indipendenti dalla Serbia e sono state riconosciute internazionalmente come sovrani. Non è accaduto così per il Kosovo, una regione della Serbia cui Belgrado si rifiuta di riconoscere l'indipendenza come invece hanno fatto 98 Paesi dell'Onu, sui 193 complessivamente aderenti.

A questo punto, c'è un'altra questione delicatissima dal punto di vista delle relazioni geopolitiche.

Mosca non può invocare il precedente del Kosovo, perché non ha mai riconosciuto quest'ultimo per via delle sue buone relazioni con Belgrado. Se volesse far applicare al Donbass il precedente del Kosovo, dovrebbe riconoscerlo come Repubblica sovrana perdendo l'alleanza strategica secolare che la lega alla Serbia.

Pechino, a sua volta, guarda al precedente del Kosovo con orrore: riconoscerlo significherebbe dare il viatico all'indipendenza di Taiwan.

Le relazioni internazionali sono sempre un groviglio inestricabile.

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13/11/2019

Catalunya: mobilitazione dalla frontiera fino a Barcelona

In una delle ultime interviste rilasciate prima della elezioni del 10 novembre, Mireia Vehí aveva dichiarato che “hanno fatto più due settimane di mobilitazione che due anni di governo”. E invece di chiedere il voto agli elettori, invitava tutti a partecipare alle proteste: “la piazza è l’unica via praticabile. Quello che ora serve più di tutto è stare in piazza e proseguire con la strategia di disobbedienza civile di massa. Questo sì che è utile”.

Una convinzione che si è diffusa in gran parte del movimento indipendentista, impegnato in queste ore in una delle operazioni più ambiziose dispiegate finora: la chiusura dei più importanti collegamenti stradali tra la Spagna e la Francia.

Lunedì mattina è cominciato il blocco stradale sull’autostrada Ap7, appena al di là della frontiera, nel territorio sotto amministrazione francese che conserva profondi legami storici, culturali e linguistici con Catalunya.

La gendarmeria, sorpresa dall’azione dei manifestanti, ha chiuso gli accessi all’autostrada e si è schierata sul versante nord, mentre i Mossos d’Esquadra si sono incaricati del versante sud, in territorio spagnolo.

Dopo aver montato una cucina da campo nel bel mezzo della carreggiata, i manifestanti hanno cominciato ad organizzarsi per resistere alcuni giorni. La Confindustria catalana ha immediatamente chiesto lo sgombero del presidio, preoccupata per “il pregiudizio economico arrecato al tessuto imprenditoriale”, ribadendo una volta di più la propria distanza dal movimento indipendentista e dal progetto di costruzione della nuova Repubblica.

Per tutta la giornata i manifestanti sono arrivati al Pertús, preparati per passare la notte in tenda sull’autostrada, così come chiedeva l’appello di Tsunami Democratic, la piattaforma semiclandestina che ha già coordinato l’occupazione dell’aeroporto di Barcelona nello scorso ottobre.

La gendarmeria francese è rimasta a guardare fino a ieri mattina, quando ha cominciato a sgomberare il presidio ricorrendo ai manganelli e al gas irritante. Il bilancio dell’operazione è di 18 fermati, tutti rilasciati.

Solo nel primo pomeriggio di ieri, dopo trenta ore di blocco stradale, i manifestanti si sono dovuti ritirare per riversarsi di nuovo sull’autostrada Ap7, questa volta all’altezza di Girona. Qui si sono concentrate alcune migliaia di persone e sono sorte alcune rudimentali barricate.

Sorprendente l’apparizione di un vero e proprio palcoscenico sul quale sono saliti, in un concerto improvvisato nel corso della notte, alcuni artisti assai noti tra cui Txarango. Per il momento i Mossos sembrano rinviare lo sgombero al mattino.

Ma l’azione politicamente più rilevante, anche questa convocata da Tsunami Democratic, si è svolta nel tardo pomeriggio a Euskal Herria, dove centinaia di auto hanno imboccato l’autostrada con la Francia a velocità ridotta, in una marcia lenta verso la frontiera di Behobia, che ha provocato il collasso del traffico e che ha decretato per alcune ore l’isolamento della Spagna dal resto del continente.

Nel comunicato di Tsunami Democratic si legge che “il problema non è Catalunya né Euskal Herria, il problema è lo stato spagnolo, incapace di offrire una soluzione democratica al conflitto che ha generato. Una soluzione politica e democratica che passa per rispettare il diritto all’autodeterminazione dei popoli...“.

Contemporaneamente i Comitati di Difesa della Repubblica hanno bloccato un altro importante passo di frontiera con la Francia a Puigcerdà e organizzato blocchi stradali alla Meridiana, la Diagonal e la Gran Via di Barcelona.

Ingovernabili, la parola della d’ordine della CUP per la campagna elettorale appena terminata, sembra essersi tradotta in una sequela di azioni che non si sono ancora concluse e che hanno avuto un forte impatto in tutto il paese. Contemporaneamente il Parlamento catalano ha approvato ieri una mozione presentata dalla Candidatura anticapitalista e indipendentista a favore del diritto all’autodeterminazione, che ha visto il voto contrario di Catalunya en Comú – Podemos.

Una contrarietà che si spiega quando si leggono i punti fondamentali del nuovo accordo che il partito di Pablo Iglesias ha raggiunto proprio ieri con il PSOE: rispetto al tema catalano la coalizione si impegna a cercare il dialogo “sempre dentro la Costituzione”, ovvero escludendo l’esercizio del diritto all’autodeterminazione. Una convergenza con il PSOE che colloca Podemos tra le forze a sostegno del cosiddetto regime del ‘78 e che potrebbe suscitare malessere tra alcuni settori della formazione erede del movimento degli indignados.

La mozione della CUP è stata peraltro immediatamente sospesa dal Tribunale Costituzionale, che già nei giorni scorsi aveva sostenuto l’illegalità dello svolgimento di un dibattito sul diritto all’autodeterminazione.

Pur forti dell’intesa raggiunta, PSOE e Podemos non hanno però una maggioranza sufficiente a formare il nuovo governo e dovranno cercare un accordo con altre forze del Congresso. E i numeri dicono che avranno bisogno quantomeno dell’astensione di Esquerra per poter governare.

Se la CUP ha fatto del no al PSOE e al “regime del ‘78” uno dei leit motiv della propria campagna elettorale, le direzioni di ERC e Junts per Catalunya potrebbero essere tentate da una proposta di dialogo volta a avviare la seconda transizione che, nelle intenzioni dei socialisti e dei settori dell’indipendentismo più moderato, dovrebbe mettere fine al processo di trasformazione sociale e istituzionale rappresentato dalla nascita della repubblica catalana.

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10/11/2019

Le amnesie della sinistra sulla Catalunya

L’articolo di Paola lo Cascio e Andreu Mayayo, intitolato “Pep Guardiola non è una mondina“, apparso qualche giorno fa su il manifesto, non è che l’ultimo eco dell’antica tesi di molta della sinistra riformista spagnola, secondo la quale l’indipendentismo catalano sarebbe un movimento prettamente borghese.

Un ritornello che spesso è stato ripetuto anche da una parte della sinistra italiana, compresa quella radicale e che merita di essere smentito. Per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo si soffermano su alcuni episodi tralasciandone altri, in modo tutt’altro che innocente: l’indipendentismo moderno, quello che rinasce attorno al 1968 sotto la sigla del Partit Socialista d’Alliberament Nacional (PSAN), viene completamente ignorato dai due storici. Ed è invece centrale per comprendere il movimento indipendentista di oggi.

Il PSAN nasce da un gruppo di giovani che escono dal Front Nacional de Catalunya, una formazione antifranchista e interclassista, per fondare un nuovo spazio politico situato inequivocabilmente a sinistra. La nuova organizzazione si ispira alle lotte di liberazione di quegli anni (che risuonano già nel nome del partito) e si ricollega al marxismo catalano sconfitto nella guerra civile e ben rappresentato dal Partit Català Proletari (uno dei partiti fondatori del PSUC).

Secondo il PSAN la lotta di classe e quella nazionale sono due facce della stessa medaglia catalana: il documento di fondazione del partito afferma che “l’occupazione spagnola è lo strumento del dominio capitalista sul nostro popolo, la garanzia controrivoluzionaria e contemporaneamente il mezzo di distruzione della nostra coscienza nazionale”.

Denunciata la collaborazione di gran parte della borghesia catalana col fascismo spagnolo, il PSAN si pone l’obbiettivo di organizzare la lotta di classe e quella di liberazione nazionale, definendo i tre punti irrinunciabili del proprio programma: indipendenza, socialismo e Països Catalans.

Sono queste le coordinate di un movimento che, attraverso differenti opzioni organizzative nel corso degli anni ’70, ’80 e ’90, ha dato vita e consolidato l’esquerra independentista e in gran parte è oggi approdato alla Candidatura d’Unitat Popular, forte di un indubbio peso specifico all’interno del sistema politico catalano.

Ma di tutto ciò non c’è traccia nell’articolo della Lo Cascio e di Mayayo, che liquidano l’indipendentismo dei decenni del dopoguerra come “assolutamente marginale”.

L’amnesia interessata dei due storici non sorprende: l’indipendentismo riunito intorno al PSAN fa una critica spietata della costituzione spagnola e rappresenta l’unica area politica che, assieme alla sinistra abertzale basca, si oppone al patto del 1978. Niente di più lontano dalle posizioni della borghesia catalana e spagnola.

Il fatto che la costituzione venga largamente approvata in Catalunya segnala le difficoltà di radicamento dell’indipendentismo, ma non ne cancella la posizione critica. Ma c’è di più. Ben diversamente dalla Costituzione italiana, nella quale è evidente il portato della lotta partigiana, quella spagnola risente del ricatto dei militari e rappresenta il frutto dell’autoriforma del regime, un accordo al ribasso accettato non solo dal PSOE ma anche dal PCE.

Un accordo che, assieme ai patti della Moncloa dell’anno precedente, certifica la rinuncia della sinistra statale al cambiamento sociale, nel quale vasti settori avevano sperato al momento della morte di Franco.

Davanti al ripiegamento della sinistra statale, il PSAN e altre formazioni della sinistra catalana danno vita invece al Comitè català contra la constitució espanyola, attestandosi su una posizione che è condivisa anche dalla sinistra abertzale e che rappresenta un punto di resistenza al progetto di stabilizzazione capitalista. L’organo del partito, il giornale Lluita, denuncia il patto costituzionale per il suo “carattere continuista, antioperaio e anticatalano” e per la consacrazione delle forme di sfruttamento del capitalismo monopolista ... in totale antagonismo agli interessi dei lavoratori”.

Si comprende che per sostenere la loro tesi, Lo Cascio e Mayayo preferiscano sorvolare su questi argomenti. La denuncia della transizione spagnola come un processo nel corso del quale le elites del franchismo vengono traghettate nel nuovo regime senza pagare alcun serio costo politico, è da attribuirsi prima di tutto all’esquerra independentista. Una denuncia ancora minoritaria nel 1978 ma oggi straordinariamente diffusa nella società catalana. Impegnati a dimostrare il supposto carattere borghese dell’indipendentismo, Lo Cascio e Mayayo preferiscono dilungarsi su Pep Guardiola e Gerard Piqué, nell’intento di ridurre a una macchietta il movimento indipendentista.

Come molta sinistra italiana, i due storici sembrano conservare una visione mitica della Spagna: se le Brigate Internazionali (a cui fanno riferimento nel loro articolo) rappresentano uno dei punti più alti del movimento operaio del ‘900, non gli si rende un buon servizio usandole per farsi scudo dalla realtà dei decenni successivi e di oggi.

E nella odierna realtà catalana la contraddizione nazionale rappresenta una leva straordinaria sulla quale agire per mettere in discussione la catena imperialista che lega Barcelona a Madrid e ai centri di potere politico e finanziario dell’Unione Europea. Un’opportunità di cambiamento per Catalunya, per la Spagna e per tutto il continente.

Lo scetticismo, quando non l’aperta contrarietà, verso il movimento indipendentista e il diritto all’autodeterminazione (da esercitare con o senza il permesso del governo di Madrid), finisce per tradursi in sostegno al nazionalismo dello stato spagnolo e al progetto del grande capitale. Finisce per tradursi in un internazionalismo a geometria variabile, tanto più convinto quanto più lontano è il popolo con cui si è solidali, dalla dubbia se non opportunistica natura.

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22/06/2019

Il Venezuela al centro della disputa storica con gli USA

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo saggio di Jorge Arreaza M., ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

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Indubbiamente, l’aggressione contro la democrazia e la pace sociale che si è sviluppata negli ultimi mesi contro e nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, non ha pari nei rapporti tesi tra i popoli della Nostra America e l’élite corporativa dirigente statunitense. La guerra totale e non convenzionale scatenata contro il popolo venezuelano, attuale espressione di una complessa lotta storica, ha diversi fronti ed espressioni:

- a livello economico, attraverso l’attacco dei settori capitalisti nazionali, in combinazione con il blocco commerciale feroce e disumano imposto dall’amministrazione Trump;

- la guerra mediatica, che parte dalla creazione di false matrici per screditare le istituzioni venezuelane e confondere l’opinione pubblica mondiale;

- la guerra sul campo attraverso le agenzie di intelligence di paesi stranieri che agiscono per alimentare le cospirazioni militari, comprare le coscienze, organizzare e formare gruppi armati per attentare contro la pace del paese;

- il fronte ideologico, che ha rispolverato l'anacronistica Dottrina Monroe e le più banali argomentazioni antisocialiste della guerra fredda, in una sorta di maccartismo del XXI secolo, attraverso l’attacco sistematico ai modelli di socialismo democratico che ha come scopo provocare il loro fallimento e confrontarli con il capitalismo selvaggio neoliberale “di successo”;

- infine, il fronte politico diplomatico internazionale dove la burocrazia del Dipartimento di Stato, che si appoggia su altre agenzie come il Dipartimento del Tesoro, della Difesa e sui consiglieri della Sicurezza, si è diffusa in uno sperpero anti-diplomatico, per fare pressione, estorcere e tentare, con ogni mezzo, di isolare lo Stato venezuelano dal sistema internazionale, sia nelle entità multilaterali, sia nelle capitali di praticamente tutti i paesi del pianeta.

Capire il conflitto storico

Non è possibile analizzare la realtà sociopolitica del Venezuela senza comprendere la radice del conflitto storico in corso. Da un lato, bisogna considerare che la nostra America Latina e i Caraibi sono un continente in disputa perenne. A partire dal XVIII secolo, molto prima di instaurare le note dottrine di dominio annessionista, i “padri fondatori” degli Stati Uniti già affermavano che, una volta che la popolazione sarebbe cresciuta a sufficienza, avrebbero strappato alla corona spagnola i domini nella America ispanica, uno per uno. Sebbene il paese nordamericano abbia combattuto per la propria indipendenza contro l’impero inglese, non sostenne mai i processi d'indipendenza delle colonie spagnole, simili alle loro, almeno in linea di principio. Già allora, a Washington non volevano vedere la nascita di popoli liberi, volevano conquistare l’intero continente ed esercitare il proprio dominio in quello che consideravano l’emisfero occidentale. La dottrina Monroe, il Destino Manifesto, il Corollario Roosevelt, i Sistemi Panamericani e Interamericani, i colpi di stato, le invasioni, gli interventi di tutti i tipi, le basi militari, la falsa lotta contro la droga, strappare territori direttamente e quant’altro: l’obiettivo è sempre stato lo stesso.

Già si prefigurava il carattere imperialista – espansionista che avrebbero acquisito gli Stati Uniti e che già nel 1829 veniva denunciato da Simón Bolívar, come profeta geopolitico, “gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a piegare con la fame e la miseria l’America intera in nome della libertà”. Si tratta quindi del diritto all’esistenza dei popoli e delle nazioni libere, di contro accettare con rassegnazione ad essere semplici domini dell’impero americano, ridotti in schiavitù e al servizio del metabolismo di controllo sociale del capitale.

Al centro di questa disputa storica che non conosce pause, e nessuna tregua, c’è il Venezuela. Il nostro paese, per ragioni geografiche e geologiche, possiede grandi ricchezze e, cosa più importante, ha una popolazione di origine indomita, ribelle, libertaria, antimperialista per definizione. I conquistatori europei hanno attraversato il Sud America diverse volte alla ricerca del famoso “Dorado”. Anche se non se ne sono resi conto quattro secoli fa, quelle terre che cercavano con disperazione, sono quelle che oggi appartengono al territorio sacro della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Tuttavia, già alla fine del XIX secolo, mentre si sviluppavano le fauci dell’impero americano, l’apparizione del petrolio e dei suoi usi iniziò ad attirare tutta l’avidità verso l’immensa ricchezza energetica del paese.

Tutti i governi del Venezuela che si susseguirono nel corso del XX secolo, anche se portavano avanti una energica politica sovrana relazionata con i profitti dell’industria petrolifera, sono stati destabilizzati e rovesciati per conto dell’élite corporativa dominante di Washington. La tensione e la contraddizione storica sono arrivati alla massima espressione quando, per grazia e opera del popolo del Venezuela, Hugo Chávez ha preso il potere politico nel 1999 ed entrammo nel XXI secolo, con una politica di vera e radicale nazionalizzazione delle industrie collegate alle risorse naturali. Già nei primi anni di questa nuova fase di disputa storica ci sono state ribellioni viscerali della borghesia nazionale, apertamente sostenuta da Washington, che hanno incluso il colpo di stato del 2002, il sabotaggio dell’industria petrolifera, tra gli altri capitoli di questa fase ancora in corso. Gli attori imperialisti hanno cercato, con tutti i mezzi a disposizione, di rovesciare la Rivoluzione Bolivariana, per riprendere il controllo politico del paese in modo che le ricchezze dei venezuelani ritornassero ad accrescere il capitale transnazionale.

Hugo Chávez e la Rivoluzione Bolivariana hanno investito per la prima volta la grande ricchezza nazionale nei grandi bisogni del Popolo. Attraverso le cosiddette missioni sociali, sono state colmate insolite carenze sociali nel settore della sanità, dell’abitazione, dell’istruzione, delle infrastrutture, della cultura, dell’alimentazione, del lavoro produttivo, della produzione industriale, ecc. I governi statunitensi, il principale volto politico dell’impero mondiale delle multinazionali, hanno accentuato la loro ossessiva determinazione a mettere fine a questa storica lotta in Venezuela a favore del capitale. Tutta la congiuntura politica, economica e sociale degli ultimi anni, può essere spiegata dal confronto tra i modelli e la disputa per riprendere o mantenere il potere politico in Venezuela. I vari fatti accaduti sono dei veri e propri episodi di questo appassionante libro, in cui un Popolo viene attaccato in mille modi affinché si arrenda e consegni il potere, il suo potere, ai suoi ex sfruttatori.

Sono inutili tutte le analisi semplicistiche e riduttive plasmate nei manuali ed elaborate dai laboratori di Washington e poi diffuse con veleno sensazionalista e disumano dai grandi media al servizio dell’imperialismo e dello status quo. Quello che succede in Venezuela non è un dilemma sulla democrazia – dittatura, né una questione di diritti umani, né si definisce dalla personalizzazione tra Nicolás Maduro contro il leader dell’opposizione borghese in servizio alla Casa Bianca. Si tratta, come abbiamo detto, di un altro capitolo della disputa storica tra un popolo che è determinato ad essere libero e indipendente, contro un impero determinato a dominarlo attraverso attori nazionali e globali, sottomessi ai loro interessi. Dopo aver capito questa premessa, si può spiegare e comprendere, attraverso un approccio scientifico e realistico, gli eventi dinamici che vengono diffusi attraverso titoli tendenziosi e distorti in Occidente.

L’attuale capitolo della disputa

Dal mese di febbraio 2018, quando Washington ha dato l’ordine diretto alla delegazione venezuelana dell’opposizione di rifiutarsi di firmare l’accordo derivante dal processo di dialogo svolto nella Repubblica Dominicana per mesi, ha inizio l'attuale capitolo della disputa storica, i cui seguiti li stiamo vivendo dal gennaio di quest’anno. Un colpo di stato in corso, con una minaccia perenne di invasione militare, nel bel mezzo di un blocco finanziario e commerciale selvaggio e criminale, i cui autori intellettuali e materiali ci mettono la faccia senza maschere. La responsabilità per i crimini contro il Venezuela è stata orgogliosamente rivendicata dai membri della stessa Amministrazione Trump: Donald Trump in prima persona, Mike Pence, John Bolton, Mike Pompeo, Elliott Abrams, Greg Faller, Marco Rubio; con l’assenso di alcuni “presidenti” e governi latinoamericani, che sono in realtà parti subordinate alla catena di comando della Casa Bianca e che cercano di trascinare la regione in questa guerra non convenzionale.

Mai prima d’ora i portavoce e funzionari di alto livello del governo americano si erano presentati apertamente e pubblicamente come leader e promotori di un colpo di stato, di un blocco e di minacce di guerra contro il Venezuela. Questo contrasta con il formato tradizionale dei colpi di stato e dei processi di destabilizzazione politica in America Latina e nei Caraibi, in cui, anche se la CIA e i governi degli Stati Uniti ne sono sempre stati gli autori intellettuali ed i finanziatori, avevano mantenuto i modi e avevano spostato l’attenzione dei media sui militari o i politici delle élite borghesi dei nostri paesi, per non essere così evidenti.

Tra tutte le minacce e le dichiarazioni guerrafondaie del consigliere per la sicurezza, John Bolton, per tentare di strangolare il popolo venezuelano, far collassare l’economia e indurre un cambio di governo con la forza, risalta il riconoscimento dei veri scopi dell’assalto imperialista: le compagnie petrolifere statunitensi sono pronte a iniziare a produrre in Venezuela quando ci sarà un cambio di governo. Per completare la strategia, la borghesia venezuelana nell’Assemblea Nazionale non ha discusso una legislazione che fosse al servizio del popolo, ma ancora una volta si è posta a favore di Washington nello sviluppo della disputa in corso e si dedica a discutere ed approvare leggi per consentire alle multinazionali di sfruttare le risorse naturali per conto proprio, contravvenendo alla Costituzione nazionale; inoltre lavorano affinché il Venezuela si ricongiunga ai vecchi meccanismi di cooperazione militare con gli Stati Uniti, per facilitare l’intervento militare imperialista; costantemente richiedono l’imposizione di misure più restrittive, le cosiddette sanzioni, contro le istituzioni finanziarie e industriali dello Stato venezuelano per limitare le capacità istituzionali e agevolare il blocco criminale contro l’economia e tutto il popolo venezuelano.

Anche se la guerra totale contro il Venezuela è in pieno sviluppo, l’aggressione imperialista ha sviluppato dei passi falsi e si muove goffamente, di fallimento in fallimento, sottovalutando il popolo venezuelano e il suo desiderio di indipendenza e libertà.

La Rivoluzione Bolivariana non è un partito o una coalizione di partiti di circostanza, non dipende né risponde a nessun potere economico o corporazione, né tanto meno è una casta burocratica aggrappata al potere.

La Rivoluzione è un fenomeno sociopolitico, culturale, che ha il sostegno incessante delle maggioranze tradizionalmente escluse dal processo decisionale, le cui radici affondano nelle profondità dell’identità storica del popolo venezuelano. Non esiste, né esisterà, impero, per quanto potente, capace di cancellare dalla faccia della terra, un corpo e un processo sociale così radicati come il Chavismo. Nonostante tutte le campagne più perverse di discredito che possano utilizzare, nonostante tutto l’odio politico che intendono generare, nonostante tutte le risorse che vorranno impiegare, nonostante tutte le minacce e l’imposizione di blocchi, sono destinati a fallire.

Il dialogo per creare meccanismi di gestione del conflitto

È tra i cittadini venezuelani, tra la borghesia e i suoi rappresentanti, nonostante tutte le differenze, che dobbiamo progettare e sviluppare meccanismi per la gestione di tale disputa storica, per raggiungere accordi di coesistenza e convivenza per avanzare nella regolarizzazione di questo conflitto per il controllo e il futuro della ricchezza nazionale e il protagonismo o l’invisibilità delle maggioranze. Accordi che, senza ignorare le differenze e il processo di lotta sottostante, proteggano la pace e l’indipendenza nazionali, allontanando per sempre le minacce militari (esterne o interne) e gli attacchi imperialisti contro la nostra economia. Accordi che consentano all’apparato produttivo e al sistema di sicurezza sociale di funzionare, senza soffrire le conseguenze dell’ambizione capitalista di controllare il destino del paese. Che i venezuelani possano studiare, lavorare e sentire che i loro diritti sociali sono garantiti e democratizzati, senza tensioni e congiunture imposte per influenzare la vita in società.

Deve essere il Popolo, liberamente, a decidere e scegliere la via da seguire, in condizioni di rispetto della propria sovranità. In tutte le sfide elettorali a venire, la borghesia dovrà essere libera di presentare la sua proposta di economia neoliberale e privatizzazioni senza complessi. Che il popolo abbia la possibilità di valutare e contrastare il progetto socialista, senza ingerenze, senza guerre imminenti, senza menzogne e false dichiarazioni.

Come disse il Libertador: “Ho prove inconfutabili della saggezza popolare nella risoluzione delle grandi scelte; ed è per questo che ho sempre preferito le opinioni del popolo a quelle dei saggi”. Con la rivoluzione bolivariana al potere, il popolo avrà sempre la prima e l’ultima parola nel definire il percorso e il destino della nostra società.

Abbiamo intrapreso processi di dialogo politico con l’opposizione nel 2014, 2016, 2017, 2018 e ora nel 2019. I colloqui sono stati mantenuti nonostante la violenza politica, l’ingerenza protagonista di Washington nelle cospirazioni continue e nelle reazioni di Stato di fronte all’aggressione. Affinché la comprensione dia dei risultati superiori e reali, le parti devono capire e partire dalla natura strutturale, permanente di questa lotta a cui abbiamo fatto riferimento, e contribuire alla costruzione e alla protezione dei meccanismi politici necessari a raggiungere accordi saldi nonostante le differenze, a volte inconciliabili. Coloro che puntato a un dialogo semplice e utilitario per beneficiare gli aggressori, o coloro che hanno un interesse nella guerra, o in un processo per rimuovere un gruppo dal potere o negarne all’altro l’accesso, sbagliano ancora una volta il percorso e la strategia, senza considerare le forze profonde e le contraddizioni radicali che hanno definito l’evoluzione e l’interazione politica negli ultimi tempi.

Non è solo con una firma, un’elezione puntuale o un accordo istruttivo parziale che tali differenze vengono appianate e viene garantita la pace duratura. La soluzione potrebbe includere opzioni e accordi ma non la definiscono o la limitano. Siamo in grado di vedere molto più lontano. Di alzare la posta in gioco, di essere all’altezza della storia e del futuro. Dobbiamo fare politica partendo dalla realtà concreta, dalle nostre posizioni ideologiche ma avendo come obiettivo lo sviluppo umano, la meta bolivariana della massima somma di felicità possibile. La soluzione deve condurci a un meccanismo permanente e flessibile di gestione del conflitto storico che ci ha segnato e ci segnerà per decenni.

Il presidente Nicolás Maduro non si stancherà di muoversi per le vie del dialogo, non per cercare di superare un ostacolo congiunturale o circostanze specifiche, ma per ampliare l’orizzonte di pace e di prosperità attraverso la creazione di canali e metodi stabili di dialogo sociale, politico ed economico, con i partiti dell’opposizione, con la classe operaia, con il potere popolare, con le forze produttive. Avviciniamoci per riconoscerci, comprenderci e rispettarci reciprocamente nelle nostre differenze e coincidenze. Non dobbiamo temere la contraddizione che ha scatenato gli eventi del nostro futuro. Non ignoriamola, non sottovalutiamola non lasciamola da parte. Comprendiamola con coraggio e intelligenza e impariamo a gestire nei prossimi decenni questo conflitto costitutivo, questa disputa onnipresente, che ci domina, con la saggezza e la maturità che esigono il popolo del Venezuela, i Popoli della Nostra America, i popoli in lotta che resistono e hanno il diritto di vivere in pace, in condizioni di libertà e uguaglianza. Ovvero, hanno il diritto di vincere.

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Il livello umano e intellettuale che traspare da questo saggio è impressionante.

18/02/2019

Catalogna - Iniziato il processo, magistratura spagnola contro le piazze indipendentiste

Nelle austere sale del palazzo del Tribunale Supremo di Madrid, è cominciato il processo contro i liders catalani accusati di sedizione e ribellione per aver organizzato il referendum dell’ottobre del 2017, il procedimento penale che rappresenta la punta dell’iceberg repressivo spagnolo: oltre a nove ex membri del governo della Generalitat, alla ex presidente del Parlamento catalano e a due attivisti di Òmnium Cultural e dell’Assemblea Nacional Catalana, la giustizia spagnola sta infatti indagando decine di sindaci e di militanti indipendentisti.

Il processo contro i dirigenti più in vista del movimento si annuncia esemplare: il nazionalismo spagnolo vuole affermare una volta per tutte che il lascito franchista dell’unità dello stato non può essere messo in discussione, né si può riconoscere il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il fatto che questa domanda di trasformazione, sorta dalla società catalana, sia il risultato di un lungo processo democratico che, pur con molti limiti, ha portato al consolidamento di una maggioranza indipendentista in Catalunya, è del tutto indifferente agli amministratori dell’eredità franchista. Il Partido Popular, il PSOE e Ciudadanos, ai quali si è accodato Vox, il nuovo partito della destra radicale, sono strettamente uniti nella conservazione degli equilibri esistenti, all’ombra del grande capitale sia spagnolo sia catalano e dell’UE. Senza questo sostegno sarebbe stato indubbiamente più difficile sciogliere il Parlamento di Barcelona dopo il referendum e mantenere in carcere preventivo per più di un anno gli imputati che in questi giorni cominciano a dichiarare.

Nel corso della udienza di mercoledì scorso Oriol Junqueras, l’ex vicepresidente del governo della Generalitat e presidente di Esquerra Republicana de Catalunya, ha immediatamente affermato di essere un prigioniero politico, in carcere a causa delle proprie idee e si è rifiutato di rispondere alle domande del pubblico ministero e dell’avvocato di parte civile. Arroccato a difesa della Spagna una, grande y libre, Vox si è infatti costituito parte civile, nell’intento evidente di proseguire la campagna elettorale che, dopo l’irruzione nel parlamento andaluso, dovrebbe consacrarlo anche a Madrid. Rispondendo al suo avvocato, Junqueras ha affermato che il lavoro politico e pacifico per l’indipendenza di Catalunya, così come l’organizzazione di un referendum, non costituiscono reati e ha rivendicato il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sostenendo anche che il Tribunale non fermerà il processo verso la Repubblica catalana e l’indipendenza. Il Giudice l’ha lasciato parlare a lungo, cercando così di salvare almeno le forme di un processo la cui sentenza sembra già ampiamente scritta. La condanna degli imputati è infatti data per scontata da praticamente tutti gli osservatori. E Amnesty International e International Trial Watch non sono state autorizzate dal Tribunale Supremo a presenziare al processo, mentre due deputate della Linke, pur sapendo di non essere autorizzate, si sono presentate invano alle porte del tribunale all’apertura della prima udienza.

Il piatto forte dell’accusa è tutto politico: davanti al processo di organizzazione popolare e di democrazia diretta culminato nel referendum sovversivo del primo ottobre, si deve riaffermare la supremazia assoluta della legge, a tutela degli equilibri del cosiddetto regime del ’78. Denunciandone già dalla prima sessione il carattere persecutorio, Junqueras ha cercato di fare un uso politico del processo, approfittando della tribuna per affermare che “votare non è un delitto” e che la violenza è ravvisabile solo nell’intervento che la polizia e la Guardia Civil dispiegarono nel corso del primo ottobre. Il tentativo del presidente di ERC è invertire i ruoli e mettere lo stato spagnolo sul banco degli imputati. Una linea difensiva che alcuni degli accusati potrebbero accentuare ulteriormente se, come afferma Benet Salellas, l’avvocato di Jordi Cuixart, “la nostra idea di fondo è far affiorare la natura politica del processo e cercare che non si sviluppi nei termini costruiti dallo stato, cioè come lezione, punizione e vendetta contro l’indipendentismo”. Nella convinzione, espressa dall’avvocato ed ex deputato della CUP, che “l’unico modo di uscire vittoriosi dal giudizio è proporre uno scontro politico con il tribunale”.

Per dimostrare la violenza necessaria a ravvisare la sedizione e la ribellione, l’accusa si basa su un rapporto della Guardia Civil relativo alle perquisizioni e agli arresti del 20 settembre 2017, con particolare riguardo ai fatti accaduti davanti alla sede della Consiglieria di Economia a Barcelona, quando migliaia di persone resero assai difficile l’operazione della polizia. Le proteste furono ferme ma pacifiche e proprio i dirigenti di Òmnium Cultural e dell’ANC sciolsero le manifestazioni, senza peraltro evitare critiche e alcuni tafferugli nel corso della notte

Su quella giornata è necessario soffermarci. La Guardia Civil lasciò all’interno di due auto parcheggiate davanti alla Consiglieria diverse armi, visibili e incustodite. Contemporaneamente cercò di entrare senza successo nella sede nazionale della CUP, sottoposta a un assedio di oltre sei ore e difesa fermamente da centinaia di militanti e simpatizzanti. L’intento della Guardia Civil era evidentemente quello di innescare lo scontro per avviare la repressione nelle piazze. Ma per dimostrare l’attitudine violenta degli indipendentisti, al pubblico ministero è bastato il grido No passaran!, riportato nel rapporto della Guardia Civil.

La scarsità delle prove atte a dimostrare il tentativo di ribellione è solo una delle contraddizioni della causa: mentre si processano i “ministri” indipendentisti, l’ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, può muoversi come un libero cittadino per tutta Europa, dopo che la giustizia belga e quella tedesca l’hanno scagionato dalle accuse mossegli dai giudici spagnoli. E dopo che la stessa Spagna si è rassegnata a ritirare l’euro-ordine di cattura che lo riguardava. È interessante notare come tra il sistema giudiziario e quello politico si sia optato per una divisione del lavoro intenta a salvare il formalismo democratico dell’unione: mentre i tribunali europei sembrano finora più imparziali degli spagnoli, le autorità politiche sono schierate decisamente con Madrid. Ne è una conferma il recente divieto di Tajani alla conferenza che Puigdemont e Torra (l’attuale presidente della Generalitat) avrebbero dovuto tenere al Parlamento Europeo.

Del resto la giustizia europea si staglia già all’orizzonte: data per scontata la condanna, i liders catalani si appelleranno con ogni probabilità al Tribunale di Strasburgo, dove negli scorsi decenni lo stato spagnolo ha già perso alcune battaglie significative. Tra queste la condanna per non aver indagato e spiegato cosa realmente avvenne nei casi delle torture denunciate dagli indipendentisti catalani arrestati nel 1992 su mandato di Garzón (lo stesso dedito alla repressione della sinistra abertzale). In quel caso la condanna arrivò con 12 anni di ritardo e c’è chi pensa che la vicenda processuale di oggi potrebbe seguire lo stesso copione. Una condanna che arrivi tra una decina d’anni sembra infatti perfettamente digeribile dallo stato spagnolo, che disporrebbe di tutte le armi e del tempo necessari a reprimere il movimento.

Nel frattempo i settori più avanzati dell’indipendentismo, quali la CUP, i Comitès de Defensa de la República, alcuni sindacati di base, parte dell’elettorato di ERC, sono impegnati a mantenere la mobilitazione nelle piazze, coscienti che lo scontro in corso non si esaurisce e soprattutto non si vince, nelle aule del Tribunale Supremo. Numerose manifestazioni e proteste si sono già verificate nei giorni precedenti l’inizio del processo, mentre si annuncia già lo sciopero generale di otto ore per il 21 febbraio, convocato dalla Intersindical-CSC con la parola d’ordine “senza diritti non esiste libertà”, uno slogan che intende coniugare diritti dei lavoratori e liberazione nazionale, nel solco della tradizione della sinistra indipendentista catalana. A sette anni dalla riforma del lavoro approvata dal PP (che il PSOE non ha voluto modificare) e che ha aggravato la disuguaglianza e la precarietà dei lavoratori in tutto lo stato, rilanciare la lotta a favore delle classi popolari sembra quanto mai necessario e urgente. Contemporaneamente si chiede anche il recupero delle leggi in materia sociale approvate negli scorsi anni dal Parlamento catalano e annullate dal Tribunale Costituzionale spagnolo. La mobilitazione nelle piazze sembra riaccendersi, come dimostra anche la grande manifestazione di sabato a Barcelona, dove il movimento indipendentista ha riempito quasi cinque chilometri della Gran Via con un corteo di circa mezzo milione di persone (200.000 secondo la guardia urbana) sfilate dietro a uno striscione unitario che recitava “l’autodeterminazione non è un delitto”.

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02/02/2019

Barcellona, gli indipendentisti catalani occupano la Commissione Europea

La “giustizia spagnola” ha fissato la data del processo contro i leader e i militanti indipendentisti catalani: le udienze cominceranno il prossimo 12 febbraio.

Ieri una lunga carovana di mezzi della Guardia Civil ha prelevato i prigionieri politici dal carcere catalano di Lledoners per condurli in un carcere di Madrid, dove i leader politici e sociali imprigionati ormai da 14 mesi rimarranno per tutta la durata del procedimento giudiziario. Un vero e proprio processo politico contro dirigenti politici e sociali accusati di ribellione e sedizione, che rischiano pene dai 15 ai 25 anni di reclusione. Ad accusarli ci saranno per lo più agenti dei corpi repressivi di Madrid, che rappresentano l’80% dei test dell’accusa.

Intanto migliaia di catalani protestavano contro la repressione e la criminalizzazione del movimento per l’autodeterminazione.

Circa quattromila persone hanno risposto all’appello dell’Assemblea Nazionale Catalana, di Esquerra Republicana e della CUP – la sinistra radicale indipendentista – manifestando in passeig de Gràcia e nel tardo pomeriggio una ventina di attivisti hanno occupato la sede di Barcellona della Commissione Europea.

Il messaggio che hanno voluto mandare a Bruxelles, e in particolare a Jean Claude Juncker, è che “L’autodeterminació és un dret, no un delicte”, l’autodeterminazione è un diritto, non un crimine.

La presidente dell’Assemblea Nazionale Catalana, Elisenda Paluzie, nel suo intervento ha denunciato la violazione sistematica dei diritti civili e politici degli indipendentisti, chiedendo all’Unione Europea di attivare l’articolo 7 del trattato costitutivo e di privare lo Stato Spagnolo dei suoi diritti di voto e di rappresentanza all’interno delle istituzioni comunitarie.

Il deputato catalano Carles Riera, della CUP, ha fatto appello alla continuità della mobilitazione e all’unità del movimento popolare, definendo l’Unione Europea una “prigione dei popoli”, mentre il deputato di ERC Ruben Wagensberg ha detto che la Commissione Europea ha il dovere di pronunciarsi, “siamo abituati a vedere che si gira dall’altra parte di fronte alla violazione dei diritti individuali e collettivi”.

Il PDeCat del President Quim Torra, invece, non ha voluto partecipare alla mobilitazione, nonostante in prigione e sotto processo ci siano alcuni dei suoi esponenti di punta.

Circa duemila persone hanno manifestato a Girona, e migliaia di manifestanti sono scesi in piazza nel resto delle località della Catalogna, alla fine della giornata si contano una cinquantina di concentramenti e cortei.

Indignazione ha suscitato un video, registrato con lo smartphone da un agente della polizia spagnola che scortava i prigionieri politici catalani, in cui questi e i manifestanti catalani che protestano al passaggio del convoglio sulle strade catalane vengono derisi.

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31/01/2019

La campana del Venezuela


Perché è così decisivo stare con o contro Maduro?

Il degrado della cultura politica, in Italia, è piuttosto grave. Lo vediamo da tanti commenti che propongono luoghi comuni invece che un briciolo di riflessione seria, anche “a sinistra”. “E’ un paese lontano...”, “c’è pure tanta corruzione, però, eh...”, “sono beghe da sudamericani”, o addirittura “ma in fondo tutto è nato da un pronunciamento militare...” (come se qualcuno avesse mai disprezzato la Rivoluzione dei Garofani, in Portogallo, solo perché era stata portata a termine da ufficiali progressisti al seguito di Otelo de Calvalho).

Qualcuno resuscita il termine idiota di “campismo”, come se ci trovassimo ancora nel mondo diviso in due, quello precedente al 1989 e alla caduta del Muro, che decretò in pochi mesi la fine del “campo socialista”. Quando, insomma, si era obbligati a difendere “uno dei nostri” anche se tutti sapevano che era quasi indifendibile.

A quel tempo funzionava così da entrambe le parti, e resta nella storia la battuta di un presidente statunitense tra i più rispettati – il “democratico” Franklin Delano Roosevelt – a proposito del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza: «Sarà pure un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». Ci pensarono poi i Sandinisti, nel 1979, a metter fine a quella dittatura, mica i “democratici” che dicevano di voler diffondere la democrazia...

Oggi, nel mondo attraversato dalla fine della “globalizzazione” e dall’emergere di più poli in conflitto tra loro (Usa, Unione Europea, Cina, Russia, quelli principali), ognuno con caratteristiche diverse ma ben piantati nel modo di produzione capitalistico, rispolverare “i campi contrapposti” come sistemi alternativi non ha molto senso.

Anche se, nel caso del Venezuela e in generale dei paesi dell’Alba Latino-Americana, aggrediti in questi ultimi anni dagli Usa con golpe suave (Brasile, Argentina, Ecuador, Paraguay) oppure classicamente militari (Honduras), in effetti c’entra molto un senso di vicinanza politico-sociale con paesi e governi che hanno cominciato a mettere in atto riforma politiche ed economiche di stampo nettamente progressista.

Comunque, non è questo il punto. Anche chi non condivide in toto le politiche di Chavez e Maduro, o non ama il socialismo bolivariano, deve interrogarsi sul vero problema in ballo in questo autentico assalto occidentale al governo venezuelano per imporre un regime change con qualsiasi mezzo. Anche con la guerra.

Sul fatto che Maduro abbia ottenuto un’ampia maggioranza nelle ultime elezioni presidenziali, a maggio 2018, ci sono pochi dubbi. Che le elezioni siano state regolari, anche (si vota in elettronico presentando l’impronta digitale, quindi non si possono fare facilmente brogli di dimensioni significative; ed in ogni caso la “certificazione” sulla correttezza è arrivata anche da una commissione internazionale presieduta da Jimmy Carter (ex presidente degli Stati Uniti).

Dunque la domanda è: un popolo può scegliersi o no il governo che preferisce? Può decidere o no di usare le proprie risorse nel modo che crede migliore?

Insomma: esiste ancora o no il “diritto di autodeterminazione dei popoli?”

Se sì, bisogna lasciare in pace il Venezuela. Anche abolendo parecchie sanzioni economiche, perché è indecente strangolare economicamente un paese e poi accusare il suo governo di non essere in grado di garantire il benessere di quel popolo...

Se no, allora si fiancheggiano i golpisti. Che non sono soltanto i minoritari complici interni, da Guaidò in giù, ma soprattutto gli Stati Uniti (indimenticabile l’appunto di Bolton sullo spostamento di truppe dall’Afghanistan alla Colombia, per preparare l’invasione...).

La domanda sull’autodeterminazione dei popoli vale infatti anche per noi, che vediamo da molti anni come sia impossibile – dentro l’Unione Europea, non “in Europa” – decidere liberamente sulle politiche economiche, industriali, monetarie, sociali.

Lo diciamo da internazionalisti impenitenti, da sempre al fianco di tutti i popoli in lotta per liberarsi:

«E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te». Questa volta dal Venezuela.

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28/07/2018

I “diritti umani” liberal in Crimea e in Ucraina

Il Dipartimento di stato USA ha rilasciato una “Dichiarazione sulla Crimea”, in cui si ribadisce che Washington non riconosce la penisola come parte della Federazione Russa e insiste sulla “violazione dei diritti dell’uomo in Crimea”. Ovviamente, osserva topwar.ru, non si specifica in cosa tali diritti vengano ora violati dalla Russia, o non lo fossero prima dall’Ucraina, allorché Kiev, ad esempio, non riconosceva il diritto dei tatari di Crimea, a differenza di oggi, a usare la loro lingua quale idioma ufficiale.

Commentando la “Dichiarazione”, l’ambasciata russa negli Stati Uniti nota come Washington tenti di far discendere la propria posizione dal diritto internazionale, relativamente al principio dell’autodeterminazione: esattamente quel diritto che è stato alla base del ritorno della Crimea nella compagine russa, quattro anni fa. Si ha l’impressione, conclude il commento, che la “Dichiarazione” sia stata confezionata a esclusivo uso interno, soprattutto dopo le parole del presidente Trump a proposito della “Crimea russa”: qualcuno, nell’amministrazione USA, sta ancora cercando i modi per spiegare le parole di Trump agli americani e agli “alleati” ucraini.

“Fedele alla linea”, anche la parubiniana on. Laura Boldrini, ha voluto dire la sua a proposito della Crimea. Scriveva ieri il manifesto – peraltro senza commenti, come si conviene a un asettico quotidiano che pur mantiene nella testata il termine “comunista” – che l’ex presidente della Camera si era detta soddisfatta delle risposte avute, nel corso del question time alla Camera, dal Ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi, il quale ha confermato “in parlamento la posizione ufficiale dell’Italia in merito alla illegittima annessione russa della Crimea. Una dichiarazione che di fatto smentisce quanto detto da Salvini”.

Per la cronaca, in un’intervista di una settimana fa al Washington Post, il ministro leghista aveva sostanzialmente parlato di aree “storicamente russe, con cultura e tradizioni russe”, che sono dunque “legittimamente parte della Federazione Russa” e aveva ricordato il referendum del marzo 2014 con cui “il 90% della popolazione ha votato per il ritorno della Crimea nella Federazione Russa“. Ora, per la gioia dell’on. Boldrini, il Ministro Moavero ha ribadito che «il governo italiano ritiene che vadano sempre rispettate le regole del diritto internazionale, in particolare l’integrità territoriale di ciascun paese» e ha sottolineato che l’Italia ha preso «una posizione coerente con quella espressa a livello collettivo dall’Unione Europea». Nell’intervista al giornale americano, il ministro leghista aveva anche ammesso, a parole, che il golpe del 2014 in Ucraina fosse stato “una pseudo rivoluzione sponsorizzata da altri paesi”.

Ora, si è già scritto che non saranno certo le dichiarazioni di Salvini, fatte per puri interessi di bottega, a indurci ad applaudire la Lega e i suoi adepti pontidesi dagli elmi cornuti in trasferta al Viminale. Qualche considerazione però sembra d’obbligo a proposito delle parole di Moavero e della conseguente “soddisfazione” di colei che è usa firmare protocolli coi nazisti ucraini.

A tal proposito, non sembra superfluo ricordare, nel parlare della decisione crimeana di staccarsi dall’Ucraina e tornare nella compagine russa, il golpe di inizio 2014 che aveva portato al potere gli uomini scelti dal Dipartimento di Stato (ricordano Moavero e Boldrini le parole di Victoria Nuland a proposito del “nostro Jats”: il banchiere Jatsenjuk poi messo sulla poltrona di primo ministro?), promossi al rango di presidente e ministri con l’ausilio dei massacri perpetrati dai neonazisti di Pravyj Sektor. Fu in quella situazione (ricordano Moavero e Boldrini gli autobus degli antimajdanisti di Crimea, assaltati dai nazionalisti e i loro occupanti uccisi e feriti a randellate?) che il Parlamento della Crimea – eletto nel 2010 e non “sotto i fucili russi”, come amano dire a Roma e a Kiev – approvò, con 78 voti su 81, una risoluzione secondo cui, se la Repubblica fosse divenuta indipendente, potesse entrare a far parte della Federazione russa. Poi, la dichiarazione di indipendenza dall’Ucraina e infine, il 16 marzo, il referendum, con il 96,77% dei votanti (3 su 4 del milione e mezzo di aventi diritto) espressisi per la riunificazione alla Russia.

Ha o non ha un qualche significato il fatto che la decisione pressoché plebiscitaria dei crimeani di opporsi al regime golpista di Kiev, si sia manifestata proprio in una situazione di aperta nazistizzazione del paese, avviata appunto in qui mesi? Ha o non ha un qualche peso il fatto che sia stata proprio quella situazione di colpo di stato, spinto da Berlino e Parigi – a dispetto dell’accordo raggiunto poche settimane prima con il legittimo presidente Viktor Janukovic – e finanziato dal Dipartimento di Stato, a spingere i crimeani a staccarsi dall’Ucraina e, poi, gli abitanti del Donbass, a opporsi armi alla mano all’aggressione ucraina e ai battaglioni nazisti di “Ajdar”, “Azov”, “Pravyj Sektor”, “Donbass”...?

Che la decisione dei crimeani di staccarsi da Kiev coincidesse con l’interesse di Mosca a non lasciar cadere in mano golpista e NATO la base strategicamente importante di Sebastopoli, non fa che confermare la pericolosità internazionale (oltreché di affamamento del proprio stesso popolo) di un regime messo in piedi da quella “posizione coerente” politica, economica, ma soprattutto militare, “espressa a livello collettivo dall’Unione Europea”.

Antonio Cassese scriveva nel 1984 che “Il diritto internazionale è un ordinamento giuridico realista, che tiene conto dei rapporti di potere esistenti e si sforza di tradurli in norme giuridiche. Esso è largamente basato sul principio di effettività, stabilisce cioè che solo quelle pretese e situazioni che sono effettive acquistano rilevanza giuridica“.

Come disse nel 2015 Vladimir Putin, fu proprio a partire dalla Crimea che “insieme alla vicinanza etnica, la lingua e gli elementi comuni della cultura materiale, i nostri antenati per la prima volta e per sempre presero coscienza di essere un solo popolo. E questo ci dà tutti i fondamenti per dire che, per la Russia, la Crimea, l’antica Korsun, il Chersoneso, Sebastopoli, hanno un grande significato“.

Ora, riguardo a quelle “regole del diritto internazionale”, di cui il ministro Moavero ha citato “in particolare l’integrità territoriale”, non pare fuor di luogo ricordare che quel diritto prevede anche un’altra “quisquilia” quale il principio di autodeterminazione. Sempre Putin aveva detto che, con la loro scelta, i crimeani avevano realizzato “la cosa più importante e cioè che al momento di decidere dell’autodeterminazione, il popolo che vive in un territorio non deve chiedere il parere delle autorità centrali dello Stato in cui si trova nel dato momento” e aveva aggiunto: “nulla di diverso da ciò che è stato fatto in Kosovo, è stato fatto in Crimea“. L’indipendenza del Kosovo non era stata forse sponsorizzata e prontamente riconosciuta da tutto l’Occidente?

Ma Putin non è “uomo d’onore”, avrebbe detto Marcantonio-Boldrini. E allora, i giuristi italiani Giuliano, Scovazzi e Treves scrivono che “La Corte internazionale di giustizia ha definito il ‘principio di autodeterminazione’ come rispondente ‘alla necessità di rispettare (da parte degli Stati) la volontà liberamente espressa dai popoli’ (parere del 16 ottobre 1975 relativo al Sahara occidentale). L’esistenza di tali obblighi tra gli Stati favorisce in fatto l’autodeterminazione e cioè la costituzione di nuovi soggetti“. Quando cioè si arriva a una situazione di fatto, che realizza la volontà di una data popolazione, la comunità internazionale non può che constatare la scelta operata dalle persone che si sono messe sulla strada dell’autonomia o della separazione da una data struttura statale.

Lenin – ci scuseranno Boldrini-Moavero – scriveva che “Il diritto delle nazioni all’autodecisione non significa altro che il diritto all’indipendenza in senso politico, alla libera separazione politica dalla nazione dominante“. E “Il diritto all’autodeterminazione ... significa la soluzione della questione precisamente non da parte del parlamento centrale, bensì da parte del parlamento, della dieta, di un referendum della minoranza che si separa. Quando la Norvegia si separò (nel 1905) dalla Svezia, la cosa fu decisa dalla sola Norvegia“.

Ancora il capo dei bolscevichi – di nuovo, chiediamo scusa – scriveva, a proposito della questione alsaziana e della sua separazione dalla Germania e unione alla Francia: “l’autodeterminazione presuppone la libertà di separazione dallo Stato oppressore. Del fatto che l’unione a un dato Stato presupponga il suo assenso, in politica ‘non è uso’ parlare, così come in economia non si parla del ‘consenso’ del capitalista a ricevere il profitto o del lavoratore a ricevere il salario. Parlare di questo è ridicolo“.

Sicuramente, in questi quattro anni, molte notizie ci sono sfuggite. Ma non ricordiamo che il Dipartimento di Stato, o, in casa nostra, l’ex presidente della Camera, mentre firmava protocolli con lo speaker nazista della Rada, abbia sollevato interrogazioni allorché i nazisti di “Pravyj Sektor” e il Medzhlis dei tatari di Crimea – legato ai “Lupi grigi” turchi e agli islamisti di “Hizb-ut-Tahrir” – avevano decretato il blocco alimentare della Crimea. E Poroshenko, aggiungendovi il blocco energetico, aveva dichiarato che l’azione dei nazisti si inseriva nei piani di Kiev per “il ristabilimento della sovranità statale ucraina sulla Crimea”.

Non ci sembra che, per venire al presente, l’on. Boldrini abbia sollevato interrogazioni sul fatto che il Consiglio regionale di Zhitomir abbia deciso di dichiarare il 2019 “anno di Stepan Bandera”; o che si sia preoccupata di conoscere a cosa serva quella “lista nera” di oltre 1.500 giornalisti stranieri, e oltre il doppio di giornalisti russi, che il fascista Anton Gerashchenko, consigliere del Ministro degli interni Arsen Avakov, ha inserito in quello stesso elenco del sito web “Mirotvorets” (“Mediatore di pace”!) in cui era finito, per fare un solo nome, il giornalista Oles Buzina, assassinato nell’aprile 2015.

Ci sarà una nuova interrogazione per conoscere la sorte del giornalista Sergej Bliznjuk, che a Borzna, nella regione di Cernigov, è stato preso ieri a bastonate in testa da una trentina di nazisti di “Azov” e costretto a firmare le proprie dimissioni? Cosa dice l’on. Boldrini: coincide, tutto ciò, con qualcosa che riporta alla mente cronache di un centinaio di anni fa nelle nostre contrade? Ma questa è l’Ucraina, da cui la Crimea è riuscita a separarsi: e si chiama autodeterminazione dei popoli.



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30/01/2018

I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli

Contributo inviato al seminario organizzato dalla Rete dei Comunisti il 13 gennaio 2017

Cari compagni,

in prima battuta intendiamo ringraziarvi d'averci invitato a questo seminario. Per il nostro collettivo è un onore confrontarci con voi su una questione di livello così dirimente.

Pur avendo avuto esperienza diretta dei fatti attraverso lo stretto contatto con alcuni compagni catalani da una parte e la nostra partecipazione a iniziative di solidarietà reale con i compagni del Donbass, non crediamo di poter vantare la conoscenza minuziosa dei numerosi scenari in cui la questione nazionale si è rivelata dirimente tanto all'interno dei rapporti capitalistici, quanto per quelli di classe. Tuttavia, pensiamo di poter affermare che essa, proprio in questi anni, sia assurta nuovamente a chiave di volta delle relazioni politiche su scala globale.

Gli avvenimenti in catalogna, quelli in Donbass, la rinnovata recrudescenza della lotta di emancipazione del popolo palestinese su Gerusalemme, la questione curda, la Brexit, crediamo rappresentino la lapide con cui seppellire una narrazione trentennale in cui la questione nazionale è stata sistematicamente declinata in chiave antitetica alle "magnifiche e progressive sorti" del capitalismo finanziario nuovamente globalizzato, che avrebbe diffuso lo "sviluppo" occidentale in ogni angolo del globo.

Oggi, possiamo affermare senza indugio che quella retorica, oltre a essere viziata da una visione che scambiava l'occidente con l'intero mondo, era esclusivamente funzionale a promuovere nelle società che ne avrebbero scontato le conseguenze – tra cui le nostre – l'ineluttabile necessità della riorganizzazione su scala planetaria delle filiere produttive capitaliste.

Come abbiamo avuto modi di verificare plasticamente da un decennio a questa parte, il combinato disposto tra questi due fattori ha generato, letteralmente, mostri.

Da un lato, la pretesa dell'occidente capitalista di ergersi a unico modello globale ha condotto le classi dirigenti uscite "vittoriose" dal confronto con il socialismo a incancrenirsi su se stesse, divenendo del tutto incapaci non solo di risolvere, ma anche solo governare le contraddizioni generate dal modo di produzione di riferimento in questo emisfero.

Dall'altro lato, in quello delle classi subalterne – ceto medio incluso – il venir meno del riferimento "nazionale", sia declinato in chiave culturale, ma soprattutto economica, ha lasciato il posto a un vuoto al momento parzialmente occupato soltanto da nauseabondi rigurgiti reazionari, i cui frutti peggiori sono: a livello collettivo le guerre tra poveri e a livello di singolarità l'alienazione e l'interiorizzazione di qualsivoglia problema, che diviene "sconfitta" personale slegata dalle condizioni sistemiche entro cui si è consumata.

Sia chiaro che non è nostra intenzione riproporre la visione nazionalista come panacea di alcun male. Nella storia anche recente abbiamo conosciuto nazionalismi feroci con le classi subalterne, basti pensare alle sconfitte del movimento operaio inglese sotto la guida di Margaret Thatcher.

Intendiamo piuttosto riferirci a condizioni in cui il conflitto di classe può incidere sulle politiche complessive e far valere la propria forza. D'altra parte, se non abbiamo inteso male, la declinazione sul “no sociale” che abbiamo tenuto durante la battaglia referendaria del 2016 alludeva anche a questo.

Il fine ultimo della controriforma Renzi non era, infatti, la farsesca abolizione del Senato ma l'avvio di un processo in cui ogni lotta sociale sarebbe stata ulteriormente depotenziata, rafforzando un esecutivo blindato, capace di resistere indipendentemente dal consenso effettivo ed eliminando ogni possibilità di intervento locale e nazionale sacrificati sull’altare dell’europeismo.

La sinistra, in tutte le sue varie sfumature, ha purtroppo dato prova di essere facilmente permeabile alla narrazione dominante, confondendo il cosmopolitismo borghese con la nuova frontiera dell'internazionalismo. I danni di questo assorbimento acritico pensiamo siano sotto gli occhi di tutti sia a livello politico con la rivendicazione di diritti civili per le minoranze nei fatti inesigibili perché scollegati dalle rivendicazioni sociali che li rendono effettivi, sia economico per cui si seguita a non comprendere i motivi che hanno spinto fasce considerevoli di proletari impoveriti dalla crisi a identificare nel migrante un concorrente da combattere come un nemico.

Siamo quindi convinti che per una sinistra autenticamente rivoluzionaria, in questi tempi, sia dirimente un approccio dialettico alla questione nazionale che non la releghi ad anticaglia buona per i fascisti nostalgici dell'autarchia; ma piuttosto che sia in grado di attualizzarne gli aspetti progressivi, che sappia porre l'accento sulla fattualità per cui l'ambito nazionale è al momento quello più a portata per la modifica radicale dello stato di cose presenti e che, di conseguenza, tutte le architetture sovranazionali che ci sono state imposte dal capitale negli ultimi decenni - nel nostro continente ci riferiamo, ovviamente all'Unione Europea, e alla NATO - siano da considerare nemici verso cui è unicamente percorribile una strada che concorra esclusivamente al loro disfacimento.

Ci riferiamo, per fare solo un cenno, alla questione catalana dove sappiamo bene che all'interno del movimento indipendentista si sia giocata una dura partita interna. E' ben diverso infatti l'atteggiamento di chi, come i compagni della CUP, proponeva una indipendenza come recupero della sovranità schiacciata non solo dal fascismo spagnolo ma anche dalla dittatura tecnocratica della UE e chi invece si caratterizzava per le continue richieste di aiuto a una Unione Europea che taceva o simpatizzava apertamente con Rajoy. Crediamo infatti che l'autodeterminazione del popolo catalano fosse, almeno in gran parte, un esempio di quelle lotte che devono unire rivendicazioni interne ad altre più generali.

Nulla di nuovo del resto: si può declamare d’essere internazionalisti sulla carta ma ciò che possono fattivamente fare i singoli compagni è combattere l'imperialismo all'interno del proprio spazio di riferimento con uno sguardo che deve, ovviamente, travalicare il particolare per divenire generale.

Qualsiasi altro approccio sulla questione lo consideriamo nella migliore delle ipotesi spurio, nella peggiore del tutto assimilabile dalla retorica capitalistica sulla modernità della globalizzazione.

Abbiamo quindi necessità di sviluppare una profonda conoscenza di questi fenomeni e crediamo che occasioni come queste ci possano essere di grande aiuto. Siamo immersi in una cultura in cui il nemico di classe impone un pensiero unilaterale. Ci hanno detto che la Brexit era espressione di un sentimento razzista, egoista e di destra. Ci hanno raccontato che gli inglesi erano rancorosi e gretti. Ecco, più che interessarci al reale pensiero di Corbyn e del Labour in quella fase, ragioniamo sul fatto che laddove la Brexit ha stravinto poi, qualche mese dopo, Corbyn ha ottenuto risultati straordinari. Cerchiamo cioè di cogliere l'analisi di fase liberandoci da quelle sovrastrutture ideologiche che il nemico ci impone. Evidentemente questo ci racconta qualcosa sulla classe più che sui suoi rappresentanti reali o presunti.

Comprendere questi fatti ci aiuterà a uscire da una situazione di stallo in cui siamo tutt'ora immersi e da cui stiamo provando a liberarci. Per il momento abbiamo le idee un po' più chiare. Non è molto, ma è già un inizio.

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