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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/08/2026

L’Argentina scende in piazza contro Milei e la svendita del Paese agli Usa

L’Argentina è tornata a riempire le strade per protestare contro il governo di Javier Milei. Migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires contro il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata, denunciato da sindacati, organizzazioni sociali, movimenti indigeni e opposizioni come un ulteriore passo verso la privatizzazione della terra e delle risorse nazionali.

La protesta, inizialmente pacifica, è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Lo slogan “La patria non si vende” riassume il significato politico della mobilitazione.

Il provvedimento discusso dal governo mira a rendere più rapide le procedure di sfratto, modificare le regole sull’utilizzo dei terreni rurali e rafforzare le garanzie per i proprietari privati. Una delle norme prevedeva inoltre l’innalzamento dal 15 al 25 per cento del limite massimo di terra acquistabile da investitori stranieri.

Dopo le difficoltà incontrate in Parlamento, questa disposizione è stata ritirata, ma il progetto ha comunque alimentato il timore di una progressiva cessione della sovranità economica argentina a grandi capitali stranieri, in particolare statunitensi.

Le manifestazioni di agosto non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una mobilitazione sociale che dura da mesi. Già alla fine di luglio, dopo la pausa determinata dai Mondiali, migliaia di argentini erano tornati in piazza contro l’austerità, i bassi salari e il deterioramento delle condizioni dei pensionati. Blocchi stradali e scontri con la polizia si erano verificati anche ad Avellaneda, alla periferia della capitale.

In precedenza, i pensionati avevano organizzato manifestazioni settimanali davanti al Congresso per chiedere aumenti delle pensioni e un migliore accesso alla sanità. Quasi la metà dei 7,8 milioni di pensionati argentini percepisce la pensione minima, che, con il bonus, arriva a circa 330 dollari mensili: una cifra che, secondo le organizzazioni che rappresentano gli anziani, resta largamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali.

La protesta ha così assunto una dimensione intergenerazionale. Pensionati, lavoratori, studenti, sindacati e movimenti sociali contestano non soltanto una singola legge, ma l’intero indirizzo economico del governo Milei.

Il modello perseguito dal presidente argentino è fondato su una drastica riduzione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione, sulle privatizzazioni e su una forte apertura agli investimenti e ai capitali stranieri.

Una strategia che i sostenitori del governo presentano come l’unica via per rilanciare un’economia segnata da anni di crisi, mentre i suoi oppositori denunciano il rischio di una progressiva perdita di sovranità economica e sociale.

Il governo rivendica alcuni risultati sul piano macroeconomico. In particolare, sottolinea la forte riduzione dell’inflazione rispetto ai livelli raggiunti negli anni precedenti e il ritorno dei conti pubblici in avanzo.

Tuttavia, la stabilità dei bilanci non coincide automaticamente con il benessere della popolazione. La riduzione dell’inflazione è stata accompagnata da una terapia d’urto che ha inciso profondamente su salari, pensioni, consumi e servizi essenziali.

Come ha osservato il sindacalista Horacio Jérez, la macroeconomia è una cosa e la vita quotidiana degli argentini un’altra: il problema del potere d’acquisto rimane centrale per milioni di famiglie.

Il governo sostiene che i sacrifici imposti nel presente creeranno le condizioni per nuovi posti di lavoro, maggiori investimenti e salari più elevati. Per una parte consistente della popolazione, però, il futuro promesso non compensa le conseguenze immediate della perdita di reddito, dell’aumento dei costi abitativi, della precarizzazione del lavoro e delle crescenti difficoltà nell’accesso alla sanità e all’istruzione pubblica.

La contestazione più profonda riguarda quindi la trasformazione dell’Argentina in una piattaforma sempre più aperta ai grandi investitori internazionali. La liberalizzazione dell’acquisto di vaste aree rurali è stata criticata anche da esponenti della Chiesa cattolica, secondo i quali la terra non può essere considerata esclusivamente come una merce.

In questa prospettiva, la legge sulla proprietà privata viene interpretata dai suoi oppositori non come una misura isolata, ma come un tassello di una strategia più ampia: ridurre il ruolo dello Stato, indebolire alcuni vincoli ambientali e sociali e rendere più agevole l’accesso dei grandi capitali a terreni, risorse naturali e infrastrutture.

È questo il rischio denunciato dai manifestanti: un Paese formalmente sovrano, ma sempre più dipendente da interessi economici stranieri. La svalutazione della moneta, l’erosione dei salari e la difficoltà di molte famiglie a mantenere il proprio livello di vita possono inoltre rendere gli asset argentini particolarmente appetibili per gli acquirenti internazionali.

La vicenda argentina assume così anche un significato continentale. L’amministrazione Trump punta a riaffermare una versione aggiornata della dottrina Monroe, nella quale l’America Latina torna a essere un’area strategica prioritaria per gli Stati Uniti. Una regione ricchissima di petrolio, gas, litio, terre rare, acqua, terre agricole e altre risorse naturali, che Washington considera fondamentali nella competizione economica e geopolitica globale.

In questa visione, l’America Latina rischia di essere trattata come una gigantesca riserva di risorse e opportunità d’investimento, disponibile agli interessi delle grandi corporation e dei grandi capitali statunitensi. Una prospettiva che alimenta, in molti Paesi latinoamericani, il timore di un ritorno a forme di dipendenza economica già conosciute nel corso della storia del continente.

Milei, con la sua apertura radicale ai capitali stranieri e il suo stretto allineamento con Washington, rappresenta uno degli interpreti più decisi di questa impostazione.

Le proteste mostrano però che una parte significativa della società argentina non intende accettare passivamente la trasformazione del proprio territorio in una grande piattaforma d’investimento internazionale, priva di adeguate protezioni sociali, ambientali e nazionali.

La resistenza argentina può assumere anche un significato più ampio per il continente. Cuba, Nicaragua e Brasile rappresentano realtà profondamente diverse per storia, istituzioni e orientamenti politici, ma condividono, seppure con modalità differenti, la ricerca di una maggiore autonomia rispetto alle pressioni economiche e geopolitiche degli Stati Uniti.

La piazza argentina, dunque, non chiede soltanto la modifica di una legge. Chiede che la sovranità, il lavoro, la terra, le pensioni e i servizi pubblici non vengano sacrificati sull’altare di un modello economico che promette prosperità futura mentre impone costi sociali immediati a milioni di cittadini.

È la contestazione di un progetto che i suoi oppositori considerano funzionale agli interessi degli ultramiliardari statunitensi e delle élite economiche argentine che sostengono Milei. Ed è, soprattutto, la rivendicazione di un principio semplice: l’Argentina non è una merce da mettere all’asta, ma un Paese la cui terra, le cui risorse e il cui futuro appartengono prima di tutto al suo popolo.

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22/07/2026

L’offensiva ideologica di Washington e il ritorno del maccartismo

di Luciano Vasapollo

“Stanno promuovendo alleanze dell’estrema destra che ricordano il fascismo hitleriano”. “Tentano di criminalizzare le idee di sinistra e i movimenti progressisti”. “Vogliono imporre una nuova caccia alle streghe contro chiunque metta in discussione il loro modello”.

Sono parole del presidente cubano Miguel Díaz-Canel che ha replicato con fierezza alle dichiarazioni del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, il quale aveva accusato Cuba di alimentare l’estremismo di sinistra nelle Americhe. Una risposta dura che denuncia il ritorno di pratiche politiche e ideologiche che richiamano il maccartismo e la persecuzione del dissenso.

L’offensiva ideologica di Washington e il ritorno del maccartismo

Le parole pronunciate dal presidente cubano Miguel Díaz-Canel non rappresentano soltanto la difesa della sovranità di Cuba. Esse costituiscono una denuncia politica che chiama in causa la deriva sempre più autoritaria degli Stati Uniti e della loro politica estera.

Quando Díaz-Canel afferma che Washington sta promuovendo “alleanze dell’ultradestra che ricordano il fascismo hitleriano”, non ricorre a una provocazione retorica. Indica una tendenza concreta: la costruzione di un blocco ideologico internazionale che demonizza qualsiasi alternativa al neoliberismo, criminalizza il pensiero socialista e tenta di assimilare ogni esperienza progressista a una minaccia per la sicurezza occidentale.

Marco Rubio, nel tentativo di rilanciare una nuova guerra fredda contro Cuba, arriva ad attribuire all’Avana la responsabilità della nascita dell’“estrema sinistra” negli Stati Uniti e nel continente americano.

È una narrazione che ripropone gli schemi più cupi del maccartismo, quando bastava un sospetto di simpatia socialista per essere perseguitati, esclusi dalla vita pubblica o considerati nemici interni.

Una campagna di stigmatizzazione politica che non colpisce soltanto Cuba

Condivido pienamente la denuncia di Díaz-Canel secondo cui gli Stati Uniti stanno alimentando una campagna di stigmatizzazione politica che non colpisce soltanto Cuba, ma ogni forza che si oppone alle guerre, al riarmo, al colonialismo economico e all’imperialismo.

Non è casuale che, mentre Washington intensifica sanzioni e blocchi economici contro l’isola caraibica, costruisca parallelamente una narrazione destinata a presentare il socialismo come una forma di terrorismo ideologico.

Questa offensiva non riguarda esclusivamente Cuba. Colpisce il Venezuela bolivariano, il Nicaragua sandinista, i Paesi dei BRICS e tutti quei governi che cercano di costruire un ordine internazionale multipolare fondato sulla cooperazione anziché sulla subordinazione agli interessi di Washington.

Le accuse rivolte da Rubio appaiono tanto più paradossali se si considera la storia delle interferenze statunitensi in America Latina: colpi di Stato, embarghi, guerre per procura, sostegno a dittature militari e continue operazioni di destabilizzazione.

È proprio questa memoria storica che Díaz-Canel richiama quando denuncia la volontà degli Stati Uniti di riesumare le logiche del fascismo e del maccartismo per colpire ogni forma di dissenso.

Cuba resta nel mirino di Washington: non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta

La Rivoluzione cubana continua invece a rappresentare, nonostante oltre sessant’anni di blocco economico e di aggressioni, un simbolo di autodeterminazione dei popoli. Per questo Cuba resta nel mirino di Washington: non per ciò che possiede, ma per ciò che rappresenta. L’esistenza stessa di un Paese che difende la propria indipendenza e propone un modello alternativo costituisce una sfida politica e culturale all’egemonia statunitense.

Per queste ragioni considero fondate le parole di Díaz-Canel. Oggi assistiamo al tentativo di costruire un nuovo nemico ideologico globale, funzionale alla militarizzazione delle relazioni internazionali, alla repressione del dissenso e alla giustificazione di nuove sanzioni e nuove guerre.

Difendere Cuba significa allora difendere il diritto dei popoli a scegliere liberamente il proprio destino, senza ricatti economici, senza campagne di delegittimazione e senza le antiche pratiche imperiali che, sotto nuove forme, continuano a minacciare la pace, la giustizia sociale e il diritto internazionale.

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19/06/2026

Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione

Mentre i grandi media occidentali continuano a raccontare Cuba come un Paese al collasso, incapace di trovare una via d’uscita dalle difficoltà economiche, dall’Avana arriva in questi giorni un messaggio politico di straordinaria importanza. Non il linguaggio della resa, non quello dell’abbandono dei principi della Rivoluzione, ma la ricerca di nuove forme di sviluppo socialista in condizioni eccezionali, determinate da un blocco economico che il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito ancora una volta un “feroce blocco imperialista”.

Chi sperava di vedere la Rivoluzione piegarsi sotto il peso delle sanzioni si trova oggi di fronte a una realtà diversa. Cuba discute, innova, corregge errori, introduce trasformazioni profonde, ma continua a difendere la propria sovranità. È questo il significato politico delle dichiarazioni rese da Díaz-Canel e del Plenum straordinario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.

Particolarmente significativa è la frase con cui il presidente cubano sintetizza la filosofia delle nuove misure economiche: “insieme possiamo promuovere produttivamente il Paese, creare ricchezza e distribuire tale ricchezza con giustizia sociale”. Non si tratta della ricerca del profitto come fine, ma della creazione di ricchezza per garantire equità, diritti sociali e protezione dei più deboli.

Qui emerge la differenza fondamentale tra il progetto socialista cubano e il modello neoliberista dominante. Mentre il capitalismo privatizza i profitti e socializza le perdite, Cuba afferma che la produzione deve essere al servizio della giustizia sociale. Non è casuale che Díaz-Canel abbia sottolineato: “se non abbiamo ricchezza è molto difficile poter avanzare”, soprattutto per affrontare “le disuguaglianze” e le vulnerabilità che la lunga guerra economica ha prodotto.

Le misure annunciate non rappresentano una rinuncia al socialismo, come alcuni osservatori occidentali si affrettano a sostenere. Al contrario, costituiscono un tentativo di renderlo più efficace. La lotta contro la burocrazia, la concessione di maggiori poteri ai municipi, l’autonomia delle imprese statali e il rafforzamento delle capacità produttive locali non sono concessioni al mercato, ma strumenti per liberare energie sociali e produttive oggi frenate da meccanismi amministrativi ormai superati.

Colpisce soprattutto il richiamo continuo a “rompere gli ostacoli”, abbattere vincoli inutili che impediscono la crescita della produzione nazionale. Non è la prima volta che una rivoluzione socialista affronta questo problema. Lo fecero la Cina e il Vietnam nelle loro specifiche condizioni storiche. Oggi Cuba cerca una propria strada, coerente con la sua storia e con la sua identità rivoluzionaria. Lo stesso Díaz-Canel ha ricordato che le nuove proposte sono state studiate confrontando anche le esperienze di Paesi socialisti come Cina e Vietnam.

Il Capo dello Stato ha dichiarato che questa politica “sta avendo un impatto che complica la vita quotidiana dei cubani”. E ha sottolineato: “In ogni dettaglio della vita dei cubani, in ogni dettaglio familiare, in ogni dettaglio della nostra economia, ci sono situazioni estremamente complesse che solo un popolo eroico come il nostro può affrontare”, e che “può sopravvivere e può avere la volontà di superare”.

Il presidente ha affermato che è proprio di questo che “dobbiamo parlare”: di come i cubani “li supereranno”; di come “li stiamo superando”. Ha poi sottolineato che “gli Stati Uniti non possono perdonarsi il fatto che, a questo punto, nonostante tutte le pressioni esercitate, la Rivoluzione continui ad esistere e il Paese continui a funzionare. E nemmeno loro stessi credono a ciò che continuano a dire e ripetere riguardo a uno Stato fallito”.

Il Presidente della Repubblica ha osservato che uno Stato fallito non sarebbe in grado di sopravvivere, nemmeno per settimane, a una situazione come quella attuale; e ha ricordato che, come “ci ha insegnato Fidel”, nei momenti complessi non possiamo fare a meno della passione per la creatività, che, “insieme all’unità del nostro popolo e alla nostra volontà, può aiutarci a superare tutte queste sfide”. Il dignitario ha ricordato l’idea di Fidel secondo cui “ogni opportunità nel mezzo di una crisi deve essere colta come un momento di decollo, come un momento di crescita. Pertanto, abbiamo stabilito una serie di priorità per affrontare l’intera situazione”.

Il primo punto, ha affermato, “è la preparazione alla difesa. E tutti voi conoscete l’intensità con cui viene preparato ogni elemento del sistema di difesa territoriale; come vengono utilizzate le giornate settimanali dedicate alla Difesa e tutto ciò che viene fatto per affinare i piani, adattandoli alle esperienze acquisite; ma anche cercando di ottimizzare ogni aspetto in termini di protezione della popolazione, della partecipazione della popolazione a una strategia di Guerra Popolare”.

Di particolare interesse è l’idea di rafforzare il ruolo dei municipi, permettendo loro di valorizzare le risorse endogene, attrarre investimenti, sviluppare progetti produttivi e persino gestire attività di importazione ed esportazione. È una concezione dinamica del socialismo che parte dai territori e dalle comunità, senza rinunciare alla pianificazione strategica nazionale. Come ha spiegato il presidente cubano, queste misure non “sono in contraddizione con le priorità nazionali; al contrario: si rafforzano reciprocamente”.

L’Occidente parla di “liberalizzazione”. In realtà siamo davanti a qualcosa di molto diverso. Siamo di fronte al tentativo di difendere le conquiste sociali della Rivoluzione in un contesto internazionale sempre più aggressivo. Persino analisti non certo favorevoli al governo cubano riconoscono che queste trasformazioni avvengono sotto la pressione di un blocco statunitense ulteriormente irrigidito e di un vero e proprio strangolamento finanziario ed energetico.

In questa cornice di riforme economiche e di ridefinizione del modello socialista cubano, le parole del Capo dello Stato assumono un valore che va oltre il piano tecnico-amministrativo e si colloca dentro una visione strategica di lungo periodo. L’apertura alla possibilità per l’Impresa Socialista Statale e per tutti i settori produttivi di “aprire conti correnti reali in valuta estera presso le banche”, così come la spinta verso la semplificazione delle procedure per la creazione d’impresa e lo sviluppo agricolo, indicano la volontà di accelerare i processi produttivi riducendo rigidità burocratiche e ritardi, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la sovranità alimentare e l’autosufficienza.

In questa direzione si inserisce anche il riconoscimento della pluralità degli attori economici, inclusi i cubani residenti all’estero e quelli che vivono nell’Isola, chiamati a partecipare “in condizioni di parità come attori economici”, accanto agli investimenti diretti esteri, alle imprese statali, agli enti non statali e alle cooperative. Il tutto dentro un quadro giuridico stabile, “rispettoso, sicuro e, soprattutto, che incentivi e incoraggi la partecipazione di questi attori”, rafforzando così la tenuta e la pianificazione del sistema economico nazionale.

Particolarmente rilevante è anche l’indirizzo strategico sul fronte energetico, dove viene ribadita la priorità delle fonti rinnovabili e della progressiva riduzione della dipendenza dai combustibili fossili importati, in un contesto segnato dagli effetti pesanti del blocco economico e dalla cronica scarsità di approvvigionamenti energetici. Come è stato sottolineato, si punta ad “aumentare la mobilità elettrica”, sia attraverso l’importazione di tecnologie sia attraverso l’assemblaggio e la produzione interna di mezzi e infrastrutture energetiche. Parallelamente, si delinea una riforma del sistema di welfare con la graduale trasformazione dei sussidi ai prodotti in sussidi alla persona, “con un sostegno differenziato per chi ne ha più bisogno”, rafforzando la responsabilità sociale degli attori economici a tutti i livelli.

Ma è sul piano politico e simbolico che emerge con maggiore forza la dimensione della resistenza cubana. Il Presidente ha richiamato la necessità di “avere fiducia”, ribadendo che “il Paese non è in una situazione di stallo”, ma sta affrontando con consapevolezza e intelligenza una fase complessa, nella quale non tutto può essere esplicitato apertamente “perché il nemico si annida in ogni nostra azione”. Da qui l’appello all’unità e al confronto aperto: “la nostra risposta deve essere unitaria”, e ogni proposta alternativa deve poter essere discussa e valorizzata.

Nel denunciare la pressione costante esercitata sull’Isola, è stato ricordato come “ogni giorno” vengano introdotte nuove misure coercitive, accompagnate da una strategia di isolamento e di logoramento. Una vera e propria “guerra psicologica per intimidirci, per spaventarci, per costringerci alla resa”. Tuttavia, a fronte di questa offensiva, emerge con chiarezza un elemento decisivo: la consapevolezza che esiste “un popolo, per la maggior parte, disposto a non arrendersi, a non essere umiliato e a non perdere ciò che può essere migliorato”.

È proprio in questa tensione tra riforma economica, resistenza politica e autodeterminazione nazionale che si colloca la traiettoria attuale di Cuba: un processo complesso, non lineare, ma attraversato dalla volontà di coniugare trasformazione e sovranità, apertura e difesa dell’indipendenza. Una traiettoria che, al di là delle difficoltà, continua a rappresentare un punto di riferimento nel dibattito globale sulle alternative al modello neoliberale e sulle possibilità concrete di costruzione di un’economia orientata alla giustizia sociale e alla dignità dei popoli.

È qui che emerge la grandezza della resistenza cubana. Dopo oltre sessant’anni di blocco, Cuba continua a discutere del proprio futuro senza rinunciare alla propria indipendenza. Continua a cercare soluzioni senza accettare imposizioni esterne. Continua a difendere il diritto di un popolo a scegliere autonomamente il proprio destino.

La vera notizia, che molti giornali europei e nordamericani preferiscono ignorare, è che la Rivoluzione cubana non è immobile. Si trasforma, si adatta, sperimenta. Ma lo fa mantenendo fermo un principio che oggi appare rivoluzionario più che mai: l’economia deve essere al servizio dell’essere umano e non il contrario.

Per questo motivo il dibattito aperto a Cuba non riguarda soltanto i cubani. Riguarda tutti coloro che nel mondo cercano un’alternativa alla barbarie del neoliberismo, alla dittatura della finanza e alla logica della guerra permanente. In un tempo segnato da conflitti, disuguaglianze e nuove forme di colonialismo economico, la piccola isola dei Caraibi continua a ricordare che la sovranità, la dignità e la giustizia sociale non sono merci da mettere sul mercato.

Ed è proprio questa la ragione per cui, nonostante tutto, Cuba continua a dare fastidio ai potenti del mondo.

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12/06/2026

Cuba, la democrazia che non vogliono vedere

Negli ultimi giorni sono giunte alle redazioni che si occupano in modo militante di difendere Cuba – oltre a noi,  FarodiRoma e Medifighter – diverse lettere e commenti critici dopo le iniziative di solidarietà con Cuba e dopo il dibattito svoltosi a Roma presso il Cinema Aquila.

Nulla di nuovo. Da decenni, ogni volta che si parla della Rivoluzione cubana, riaffiorano le stesse accuse: “non c’è democrazia”, “non c’è libertà”, “ci sono prigionieri politici”, “si tratta di una dittatura”.

Sono affermazioni che vengono ripetute con tale frequenza da apparire verità acquisite. Eppure raramente chi le pronuncia dimostra di conoscere davvero la realtà cubana, la sua storia, il suo sistema politico e soprattutto le condizioni eccezionali nelle quali il popolo cubano è costretto a vivere da oltre sessantasette anni.

La prima domanda che dovremmo porci è molto semplice: che cosa intendiamo per democrazia?

È davvero democratico un sistema nel quale quote sempre più ridotte della popolazione partecipano al voto? È davvero democratico un modello nel quale le decisioni fondamentali sono spesso determinate dal potere economico, finanziario e mediatico? È davvero democratico un sistema che lascia ai margini milioni di cittadini, privati di rappresentanza effettiva e sempre più lontani dalle istituzioni?

A Cuba esiste un modello diverso, che può essere condiviso oppure criticato, ma che non può essere liquidato con slogan superficiali. Si tratta di una concezione della democrazia fondata sulla partecipazione territoriale, sulle assemblee di quartiere, sul coinvolgimento delle organizzazioni sociali e popolari e su un processo di selezione dei candidati che non dipende dalle campagne milionarie né dalle lobby economiche.

Si può discutere di questo modello, ma non si può fingere che non esista.

Il bloqueo: espressione di una politica criminale che innesca un genocidio per colonizzare la perla dei Caraibi

Esiste poi una seconda questione che molti preferiscono ignorare: Cuba vive da oltre mezzo secolo sotto un blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. Non un semplice embargo bilaterale, come spesso viene definito, ma un sistema di sanzioni extraterritoriali che colpisce chiunque intrattenga rapporti con l’isola.

Immaginiamo per un momento qualsiasi altro Paese sottoposto per decenni a una simile pressione economica, aggravata oggi da nuove misure restrittive. Immaginiamo quali sarebbero le conseguenze sociali, produttive e finanziarie. Eppure Cuba continua a garantire istruzione pubblica, sanità universale, ricerca scientifica e programmi sociali che molti Paesi più ricchi non riescono a offrire.

Durante la pandemia di Covid-19, il mondo ha visto medici cubani operare in decine di nazioni, comprese regioni italiane in difficoltà. Da decenni migliaia di professionisti cubani lavorano nei contesti più poveri dell’America Latina, dell’Africa e di altre aree del pianeta. Non è propaganda. È una realtà documentata.

Le faknews sui prigionieri politici

C’è poi il tema dei cosiddetti “prigionieri politici”, spesso evocato senza alcuna distinzione tra casi diversi e senza alcuna contestualizzazione. Come avviene in ogni Paese, anche a Cuba esistono persone detenute per reati comuni e procedure giudiziarie che possono essere oggetto di discussione e valutazione critica. Ma trasformare automaticamente ogni detenuto in un perseguitato politico è una semplificazione che non aiuta a comprendere la realtà.

Il punto fondamentale è un altro. Perché Cuba viene sottoposta a un livello di scrutinio e di condanna che raramente vediamo applicato ad altri Paesi alleati dell’Occidente, dove pure si registrano violazioni dei diritti umani, repressioni sociali e profonde disuguaglianze economiche?

La risposta è evidente. Cuba continua a rappresentare un’esperienza di indipendenza nazionale, di sovranità politica e di resistenza a un ordine internazionale dominato dalle grandi potenze economiche. È questo che molti non le perdonano.

Naturalmente Cuba non è un paradiso. Nessuna società lo è. Esistono problemi, difficoltà, contraddizioni e limiti che gli stessi cubani discutono quotidianamente. Ma una critica seria dovrebbe partire dalla conoscenza dei fatti e non dalla ripetizione meccanica di stereotipi costruiti in decenni di guerra mediatica.

Un rapporto fecondo tra direzione politica e popolo organizzato

Cuba ha resistito e continua a resistere da oltre sessantacinque anni a un blocco economico, commerciale e finanziario che non può essere ridotto a semplice misura diplomatica, ma che ha assunto nel tempo caratteristiche sistemiche di pressione permanente. In questo lungo processo storico, le leadership rivoluzionarie di Fidel Castro, Raúl Castro e oggi Miguel Díaz-Canel hanno rappresentato non soltanto una continuità politica, ma anche un modello di coinvolgimento popolare fondato su un principio essenziale: il mutuo insegnamento tra direzione politica e popolo organizzato.

In questa prospettiva, la Rivoluzione cubana non è mai stata un processo calato dall’alto, ma un’esperienza storica in cui la costruzione del consenso e della partecipazione ha assunto forme originali, radicate nella storia nazionale e nella lotta per la sovranità. È anche in questo senso che la figura di Fidel Castro può essere interpretata come quella del Martí del XX secolo, così come Hugo Chávez ha rappresentato una rielaborazione contemporanea dell’eredità bolivariana. Entrambi hanno contribuito in modo decisivo a definire le coordinate teoriche e politiche di ciò che oggi viene definito socialismo del XXI secolo.

Non è un caso che il cuore politico e teorico dell’ALBA-TCP si fondi proprio sull’integrazione bolivariana e martiana, intesa non come semplice alleanza regionale, ma come progetto storico di emancipazione dei popoli latinoamericani dal dominio economico e geopolitico esterno. In questo quadro, la dimensione simbolica e ideologica si intreccia costantemente con quella materiale, dando vita a un processo che non può essere compreso con le categorie convenzionali della politica occidentale.

Le relazioni internazionali avviate da Fidel e Che che continuano oggi

Una delle grandi capacità storiche di Fidel Castro è stata quella di costruire relazioni internazionali fondate non sulla potenza economica o militare, ma sulla forza concreta delle idee e della solidarietà attiva. È su questa base che Cuba ha sviluppato una rete di cooperazione internazionale unica nel suo genere, in particolare nei settori della sanità, dell’istruzione e della formazione, che ancora oggi rappresentano uno dei tratti distintivi della sua diplomazia.

Non a caso, la diplomazia cubana è oggi riconosciuta tra le più efficaci nel dialogo con soggetti e realtà politiche anche molto lontane dal campo socialista. Ciò dimostra come l’esperienza cubana non sia mai stata chiusa in sé stessa, ma abbia costantemente cercato interlocuzioni globali, mantenendo al centro la propria autonomia politica e la propria identità storica.

L’epoca aperta dalla Rivoluzione cubana ha dunque una risonanza universale che va ben oltre i confini dell’isola. Gli ideali di José Martí e di Fidel Castro continuano a rappresentare una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le dinamiche della transizione contemporanea, soprattutto nei Paesi del Sud globale, impegnati ancora oggi in processi di sviluppo segnati dagli effetti persistenti di un ordine economico internazionale profondamente diseguale.

È in questo contesto che si comprende anche il senso profondo della dignità, dell’appartenenza e dell’orgoglio nazionale del popolo cubano. Non si tratta di elementi astratti, ma di componenti storiche e materiali costruite nel tempo attraverso una lunga esperienza di resistenza e di costruzione sociale, profondamente intrecciata con l’evoluzione della Rivoluzione.

Questa specificità storica non può essere separata dal contesto in cui si è sviluppata. Essa è infatti strettamente legata a una realtà rivoluzionaria concreta e non può essere trasposta meccanicamente in contesti differenti, in particolare nei Paesi a capitalismo avanzato o in quelli pienamente inseriti nei circuiti dell’economia globale. Il suo significato cambia radicalmente a seconda delle condizioni materiali e dei rapporti di classe nei quali viene interpretata.

Basta con i doppi standard

Ed è proprio per questo che ogni analisi seria su Cuba deve partire dalla consapevolezza della sua storia concreta, evitando semplificazioni ideologiche e letture decontestualizzate che finiscono per oscurare la complessità di un’esperienza politica unica nel panorama contemporaneo.

Per questo rispondiamo alle lettere ricevute non con l’insulto ma con l’invito allo studio, all’approfondimento e al confronto. Chi vuole discutere di Cuba è il benvenuto. Ma discutiamo della Cuba reale, non di quella immaginata da una propaganda che troppo spesso sostituisce l’analisi con il pregiudizio.

La solidarietà con Cuba non significa rinunciare allo spirito critico. Significa rifiutare i doppi standard e riconoscere il diritto di un popolo a decidere autonomamente il proprio destino, senza assedi economici, senza ricatti e senza interferenze esterne.

È questo, in fondo, il vero tema della discussione.

Fonte

20/04/2026

Intervista a Miguel Díaz-Canel

“Non ci piace la guerra, promuoviamo la solidarietà e la cooperazione tra i popoli, ma siamo pronti a difendere questa pace”.

In un contesto di massima tensione diplomatica e crisi energetica, il leader cubano offre in questa intervista una risposta netta alle recenti minacce provenienti da Washington. Rispondendo alle domande, Díaz-Canel analizza la sovranità dell’isola, la possibilità di un conflitto armato e la complessa situazione sociale che attraversa il popolo cubano sotto il peso del blocco.

Presidente Díaz Canel, benvenuto a Meet the Press.

Molte grazie, grazie a voi per l’opportunità e grazie per essere a Cuba.

Grazie per averci invitato nel vostro bel paese, è un onore.

Per noi è un piacere che siate qui.

Grazie, moltissime grazie. Io vorrei cominciare con il presidente Trump. Egli ha detto di avere piani per prendere Cuba in qualche modo. Ha detto: “Credo di poter fare quello che voglio con Cuba”. Lei prende sul serio le minacce di Trump?


Io credo che negli ultimi giorni siano state dette molte cose non solo dal Presidente, ma anche da altri funzionari del Governo degli Stati Uniti, che denotano realmente un linguaggio e una retorica aggressiva verso Cuba.
Bisogna conoscere la storia del nostro paese. Il nostro è un paese che nella sua identità ha molto radicati i valori della sovranità e dell’indipendenza. Per 150 anni Cuba ha lottato, prima per liberarsi dalla colonia e poi dalla neocolonia. E con la Rivoluzione Cubana, con il suo trionfo nel gennaio del 1959, sono state cancellate tutta una serie di dipendenze, si è cancellato l’assoggettamento, la subordinazione a una potenza straniera, e questo ha portato tutta una serie di conseguenze per il paese a beneficio delle quali il popolo cubano non è disposto a rinunciare.
C’è uno dei generali più brillanti delle nostre guerre di indipendenza, Antonio Maceo, che disse: “Chi tenti di impossessarsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
Noi siamo un paese di pace. Noi non promuoviamo la guerra, non ci piace la guerra, favoriamo la solidarietà, la cooperazione tra i popoli, ma siamo disposti a difendere quella pace che vogliamo; pertanto, non ci lasciamo intimidire, e non vogliamo che ci colga né la sorpresa né la sconfitta.
Questa è una delle interpretazioni che si possono dare a questa minaccia e su quale sia la posizione di Cuba. L’altra interpretazione che si può dare è quando parlano del fatto che Cuba cadrà da sola, e cercano di metterci un’etichetta di Stato fallito o di paese che sta per collassare, il che è smentito dalla realtà: come può un paese come questo aver sopportato in 67 anni ogni tipo di pressione, di aggressione e, persino, per più di sessant’anni, il blocco più prolungato della storia, che è un blocco criminale, genocida?
Ci sarebbe molto da parlare su questi temi, ma vi dico che il popolo cubano, la Rivoluzione Cubana, è disposta a difendersi.

Passiamo alla prossima domanda. Il presidente Trump vuole prendere Cuba come ha fatto con il presidente Maduro in Venezuela, come ha fatto in Iran dove ha ucciso il Leader Supremo. Lei pensa che potrebbe essere arrestato o assassinato dal Governo degli Stati Uniti?

È una domanda molto interessante. A me non piace mai che si facciano parallelismi tra Cuba e altre nazioni, perché noi abbiamo una storia propria, ci muoviamo in una circostanza propria, ed è anche ignorare un po’ la nostra storia, la forza della nostra unità e la forza delle nostre istituzioni.
Noi che assumiamo responsabilità all’interno della Rivoluzione abbiamo un impegno con la Rivoluzione e, soprattutto, con il nostro eroico popolo. E in quel senso di responsabilità è inclusa la convinzione che siamo disposti a dare la vita per la Rivoluzione, per la causa che difendiamo.
Pertanto, per me questa non è una preoccupazione. Se arrivasse il momento, non credo ci sia giustificazione affinché gli Stati Uniti provochino un’aggressione a Cuba o affinché gli Stati Uniti trattino di dare un colpo chirurgico o il sequestro di un presidente a Cuba. Se si producesse, c’è combattimento, c’è lotta. Ci difenderemo, e se ci tocca morire, moriremo, perché come dice il nostro Inno Nazionale: “Morire per la Patria è vivere”.
Ma qui si confonde qualcosa, ed è che si personalizza sempre la direzione della Rivoluzione Cubana con una persona. In un momento si personificò con il Comandante in Capo, in un altro momento con il Generale d’Esercito, ora cercano di personificarla con me; il punto è che noi abbiamo una direzione collettiva nella quale c’è un’unità, una coesione, un’unità ideologica anche, e c’è una disciplina rivoluzionaria.
Pertanto, eliminare una persona all’interno della struttura di direzione della Rivoluzione non risolve nessun problema, al contrario, ci sono centinaia di persone che sono in condizioni di occupare quella responsabilità e di decidere in maniera collettiva. E siamo preparati ad affrontare qualunque tipo di situazione.

Quello che lei dice ha molta forza, ma ha timore per se stesso, per la sua famiglia? È preparato, come lei dice, a fare l’ultimo sacrificio se fosse attaccato?

Non ho timore, sono disposto a dare la vita per la Rivoluzione. Ovviamente, non mi piacerebbe che questa fosse l’attitudine del Governo degli Stati Uniti. Non credo che il popolo nordamericano, che è un popolo sensibile, permetterebbe o vedrebbe bene che il proprio paese, il proprio Governo invada una piccola isola che non riporta nessuna preoccupazione in materia di sicurezza nazionale per il Governo degli Stati Uniti; un’isola che vuole pace, un’isola che vuole dialogare, un’isola dove il suo popolo vuole avere una relazione diretta con il popolo nordamericano.
E poi, quale sarebbe la giustificazione per fare questo? Ma, inoltre, un’aggressione a Cuba avrebbe costi per entrambi i paesi in perdite di vite umane inutilmente, che possono essere evitate; avrebbe costi materiali; influenzerebbe la sicurezza e la stabilità degli Stati Uniti, di Cuba e della regione.
Io credo che bisogna vedere le cose con molta responsabilità quando si prende la decisione su un fatto di quella portata. E, soprattutto, quando prima di prendere quella decisione, che è totalmente illogica e irrazionale, c’è una logica che è più giusta, che è quella di dialogare, di discutere, di dibattere e di trattare di arrivare ad accordi che ci allontanino dall’affrontamento militare.

Cuba si sta preparando attivamente di fronte alla possibilità di un attacco da parte degli Stati Uniti?

Guarda, come ho sempre espresso in altri incontri, in altre interviste, anche quando parliamo al popolo cubano, è evidente che c’è una minaccia, è nella retorica del Governo degli Stati Uniti. Cuba non ha fatto nulla che offenda gli Stati Uniti. Cuba non ha proposto in nessun momento di aggredire gli Stati Uniti, né di intromettersi negli affari interni degli Stati Uniti. Tuttavia, costantemente si sta dicendo che Cuba è la prossima, che si aggredirà Cuba, che ci sono uscite per Cuba, che prenderanno Cuba.
Pertanto, questo, dalla posizione di responsabilità nella direzione del paese, è un allerta e dobbiamo responsabilmente proteggere il nostro popolo, proteggere il nostro progetto, proteggere il nostro paese.
Allora, sì, ci prepariamo per la difesa. Ora, qual è il concetto della nostra preparazione per la difesa? Noi abbiamo una dottrina militare che è totalmente difensiva, non è aggressiva, non implica un pericolo per nessuno; è semplicemente una dottrina che si conosce come “Guerra di Tutto il Popolo”, che è stata costruita collettivamente con l’esperienza della nostra storia, e si è finiti di concepire, si è finiti di strutturare precisamente in una tappa molto dura della nostra storia dove eravamo molto minacciati anche dal Governo degli Stati Uniti.
E si basa sulla partecipazione popolare: ogni cubana e ogni cubano ha una missione, ha un proposito, ha un obiettivo da difendere, ha un luogo e una posizione da occupare nella difesa. E si fa sulla base della partecipazione popolare, della partecipazione volontaria e, naturalmente, comprende la preparazione per la difesa di tutti gli scaglioni e di tutti gli anelli che conformano la nostra difesa territoriale; ma è una concezione totalmente difensiva e non aggressiva.
E, inoltre, partiamo anche da un fatto: che preparandoci per difenderci è la maniera migliore per evitare la guerra ed è la maniera migliore per preservare la pace.
Ti dirò di più, io credo che quello che merita tanto il popolo nordamericano quanto il popolo cubano, nella loro relazione, non è un’aggressione né è un linguaggio di guerra. Quello che meritano il popolo nordamericano e il popolo cubano è la pace, una pace che ci permetta di avere un ambiente di fiducia, di cooperazione, di collaborazione, anche di solidarietà e, naturalmente, di intesa.

Pensa che l’esercito cubano possa aver successo in un confronto contro gli Stati Uniti, se questo si producesse?

Quando parliamo di difesa di Cuba, parliamo delle nostre gloriose Forze Armate Rivoluzionarie, ma anche del nostro popolo, che è strutturato in differenti anelli di quella difesa territoriale. Sì, avremmo successo, sì, possiamo avere successo. Non c’è nemico che non possa essere sconfitto.

Ma contro gli Stati Uniti, la potenza maggiore del mondo?

Gli Stati Uniti hanno una loro concezione del fare la guerra. Il nostro concetto di difesa territoriale si basa su una guerra irregolare, asimmetrica, dove potrebbero avere successi in un determinato momento; ma si renderebbe loro insostenibile invadere e occupare il suolo cubano, perché c’è una decisione, e quella decisione, quella convinzione la rimando nuovamente alla frase di Maceo: “raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perisce nella lotta”.
E non è una consegna, non è uno slogan. Se ora esci in strada e commenti o mostri la prima parte di quella frase a un bambino, a un anziano, a un cubano, a un giovane, te la completerà immediatamente, perché così ci siamo formati, e questo è nei nostri sentimenti. Ti ripeto che non è quello che desideriamo. Non desideriamo una guerra, non desideriamo un confronto. Avrebbe un costo molto alto per tutti.

Bene, le chiedo su questo momento straordinario. Gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di combustibile a Cuba; ma la Russia le ha riprese. Lei pensa che i russi abbiano ottenuto il permesso per aiutare Cuba? Come ha funzionato questo?

Io credo che mai un fatto così comune, come può essere il commercio tra due paesi, fosse stato così seguito dai mezzi di stampa e dalla popolazione, in differenti confini del mondo, come l’arrivo della nave russa con combustibile, che è venuta con un concetto di aiuto umanitario. Ossia, non è stata una relazione commerciale.
Io credo che Cuba abbia il diritto, come qualunque paese, di importare petrolio. E tutti i paesi hanno il diritto di esportare petrolio a Cuba. Pertanto, è molto ingiusto questo blocco energetico che inasprisce ancora di più il blocco degli Stati Uniti verso Cuba. Ossia, aver dichiarato il blocco energetico a Cuba dimostra ancora una volta che c’è tutta un’aggressione multidimensionale da parte del Governo degli Stati Uniti a Cuba.
Con una guerra economica che è durata 67 anni, con un blocco che è durato più di 60 anni, con un blocco che nell’anno 2019 con la prima amministrazione Trump si inasprì, che fu mantenuto dall’amministrazione Biden anche in condizioni di COVID-19, e che ora, nuovamente, ha un’espressione di massima pressione che provoca danni devastanti nella popolazione cubana col blocco energetico.
La Federazione Russa ha potuto inviare quella nave in un concetto di aiuto umanitario. Gli Stati Uniti hanno persistito nel mantenere il blocco energetico, pertanto, noi non abbiamo la sicurezza di quando possa entrare un’altra nave carica di petrolio a Cuba, anche se a noi corrisponde il diritto di poterlo ottenere. E questa nave che è arrivata neppure deve sollevare false aspettative, sebbene sia un aiuto importante in un momento come questo, che riconosciamo, ma copre solo la terza parte della domanda di combustibile di un mese a Cuba. Ossia, neppure ora possiamo credere che questo abbia già salvato la situazione.
È un greggio che ora dobbiamo raffinare, che dobbiamo distribuire per tutto il paese, che dedicheremo in parte importante a sfruttare una capacità di generazione elettrica di più di 1.200 megawatt che è stata inutilizzata per quattro mesi e potrebbe darci una migliore situazione nella fornitura di energia, e anche per appoggiare alcune attività dell’economia.

Per quanto tempo potrete sopravvivere fino al prossimo carico di petrolio dalla Russia?

È una domanda sommamente interessante e bisogna rispondere in un momento molto difficile. Nessun paese al mondo può sviluppare un’economia che avanza, prospera, senza combustibile. Per questo dico che c’è un elemento di perversione, di cattiveria, quando una potenza che gioca un ruolo aggressivo sottomette a una situazione come questa una piccola nazione che viene costantemente aggredita.
Ma noi non siamo rimasti con le braccia incrociate. A cosa abbiamo puntato? Abbiamo tutta una Strategia e un Programma di rivitalizzazione del tema energetico nel paese: primo, passare dalla dipendenza delle importazioni al greggio nazionale.
A Cuba abbiamo giacimenti di petrolio, non bastano per coprire tutte le necessità; ma noi possiamo e di fatto stiamo incrementando la produzione di petrolio, stiamo esplorando più giacimenti; siamo aperti per l’investimento straniero a Cuba in perforazione ed esplorazione di pozzi di petrolio. Sarebbe un’opportunità per anche imprenditori nordamericani se potessero partecipare a Cuba in investimenti nel tema energetico.
Quello che succede è che il blocco è l’elemento che lo impedisce, ma Cuba riceverebbe imprese nordamericane che volessero partecipare nel business energetico in Cuba, senza nessun tipo di pregiudizio. Quella è una linea.
D’altra parte, abbiamo fatto ricorso alla scienza e all’innovazione. I nostri scienziati hanno trovato tecnologie, hanno sviluppato tecnologie affinché quel greggio cubano, che è molto pesante perché ha un alto contenuto di zolfo, possa essere raffinato.
Pertanto, se aumentiamo la produzione, potremmo avere una determinata disponibilità, che non coprirebbe tutta la nostra domande; ma una determinata disponibilità, che non abbiamo oggi, di prodotti che uscirebbero dalla raffinazione del greggio cubano.
E d’altra parte, abbiamo sviluppato tutta una strategia di transizione energetica con l’uso più intensivo delle fonti rinnovabili di energia e, naturalmente, anche con una strategia di efficienza energetica. Tutto questo combinato ci porterà o ci sta portando a una situazione distinta. È ancora complessa, richiede tempo, ma potremo resistere.
 
Ma che si può dire sulla forza del regime cubano in questi momenti che ha bisogno dell’appoggio della Russia per sopravvivere?

Noi abbiamo bisogno, innanzitutto, del nostro popolo e delle nostre capacità. Io credo che la prima cosa che bisogna evidenziare è la creatività con cui il nostro popolo ha affrontato le avversità che gli impone il blocco, il blocco inasprito, e ora il blocco energetico.
Io descrivo sempre l’attitudine del nostro popolo, del quale mi sento totalmente orgoglioso, perché costantemente sta dando lezioni di resistenza, una resistenza creativa. Il popolo cubano non resiste tenendo botta, sopportando in maniera umiliata. Al contrario, resiste e cresce, è capace di innovare, è capace di creare, e con questo può sorpassare l’avversità.
Pertanto, è il popolo, e la nostra forza è nel nostro popolo e nell’unità che abbiamo con quel popolo.
Ora, per noi, benvenuto sia l’aiuto della Russia, l’aiuto della Cina, l’aiuto del Vietnam, l’aiuto del Messico, l’aiuto di altri paesi. Gli Stati Uniti potrebbe avere anche loro un’altra visione verso Cuba che non sia quella del confronto, l’aggressione e il blocco, e potrebbe aiutare Cuba. Cosa pregiudica che Cuba si sviluppi?

Il presidente Trump dice che Cuba è un paese sull'orlo del collasso.

È molto curioso, perché nelle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, soprattutto in momenti di tensione, si ricorre molto alle costruzioni mediatiche, alle costruzioni rappresentative di stereotipi, e persino, per l’opinione pubblica mondiale, quasi vengono impongono determinate visioni. E in questo caso c’è quella del collasso.
Io chiederei, quale paese al mondo sarebbe capace, come ha fatto Cuba, come ha fatto il popolo cubano, di sopportare 67 anni di aggressione mantenuta, sostenuta, della potenza più poderosa del mondo, con più di 60 anni di blocco, con gli ultimi sei o sette anni con blocco inasprito, e ora con blocco energetico, senza collassare?
Noi non siamo collassati, noi manteniamo un paese organizzato, un paese con armonia. In 67 anni di Rivoluzione abbiamo conquistato molti traguardi nel sociale; a volte siamo criticati sotto l’aspetto economico, ma abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quella economia di guerra la nostra economia è stata capace di sopportare e avanzare in progetti sociali.
Noi abbiamo più di 32 progetti sociali per assistere vulnerabilità, disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso che il paese non collassasse, e non collasserà!
Il paese ha sviluppato conquiste. Noi abbiamo un sistema universale di salute, che arriva gratuita per tutta la popolazione. Abbiamo un sistema di educazione, dall’insegnamento generale fino all’insegnamento universitario, che include tutti ed è anch’esso gratuito. Abbiamo traguardi nella cultura e nello sport, siamo uno dei paesi con la migliore proporzione di medaglie olimpiche per abitante. Abbiamo sviluppato le risorse umane, e abbiamo un potenziale anche di forza lavoro qualificata, di scienziati. Abbiamo sviluppato la scienza e l’innovazione. Si conoscono gli avanzamenti della biotecnologia e dell’industria biofarmaceutica cubana. Abbiamo ottenuto equità, giustizia, uguaglianza.
Abbiamo una società dove si respira tranquillità, una società sicura; una società che non ammette la corruzione, il narcotrafico, il crimine organizzato; una società che è capace di offrire solidarietà ad altri popoli a partire dalle sue potenzialità.
E questo non lo si può vedere come un collasso. Cercano di imporci la matrice del collasso quando per una politica aggressiva, per una politica genocida di blocco, ci portano a vivere una situazione complessa. Noi stiamo vivendo una situazione complessa, il nostro popolo vive cose molto dure tutti i giorni, che sono nell’ambito del nazionale, ma lo possiamo portare all’ambito del familiare. Ma non è collassato il nostro paese.

Nessuno metterebbe in discussione il fatto che il blocco o l’embargo abbiano avuto impatto, ma discutiamo qualcosa sulla situazione qui a Cuba. Il popolo di Cuba sta soffrendo, c’è scarsità di energia, di alimenti. Ha lei qualche responsabilità per la sofferenza che sperimenta il popolo in questi momenti? Come Presidente, lei non si sente responsabile di ciò?

Vediamo, il popolo cubano sta soffrendo. E quella sofferenza, come ti dicevo, lo possiamo vedere in due ambiti: nell’ambito del nazionale e nell’ambito del familiare, perché tutto è nella quotidianità. Ora, qual è la causa fondamentale di quel sofferenza? Sono stati gli errori che possa aver commesso io, o, come ti dico, una direzione collettiva?

O il Governo?

O il Governo. Oppure quella sofferenza si deve innanzitutto alla politica di blocco inasprita, mantenuta e sostenuta dagli Stati Uniti? Io credo che la risposta la può dare il popolo, la maggioranza del nostro popolo è sottoposto a quella politica di ostilità permanente del Governo degli Stati Uniti.
Guarda, a livello nazionale: siamo un paese che dopo l’anno 2019, quando ci inasprirono il blocco, quando l’amministrazione del Governo degli Stati Uniti applicò 240 misure che inasprirono quel blocco e inoltre ci incluse in una lista spuria, dove accusano Cuba di essere un paese che “appoggia il terrorismo”, ci sono state tagliate tutte le fonti di finanziamento esterno.
Noi non riceviamo crediti da nessuna banca. C’è una persecuzione finanziaria ed energetica. A chiunque venga a fare un’operazione commerciale, finanziaria, bancaria con Cuba applicano misure coercitive, applicano pressioni. Lo stesso fanno con le compagnie di navigazione, lo fanno con le agenzie petrolifere.
Hanno fatto pressione e preso misure per tagliare il turismo a Cuba. Per esempio, un cittadino europeo dispone di un visto che si chiama visto ESTA per visitare gli Stati Uniti; se quel cittadino europeo viene in visita a Cuba come turista, gli Stati Uniti automaticamente gli ritirano il visto ESTA. Ossia, sono tutto un gruppo di situazioni che non si applicano a nessun paese al mondo.
A noi manca finanziamento per acquisire alimenti; per acquisire input per le nostre principali produzioni e servizi; per avere i medicinali di cui abbiamo bisogno; per le riparazioni che abbiamo bisogno di fare al nostro sistema elettrico nazionale e alla nostra base industriale. Ora, come si sta riflettendo questo nel nostro popolo.
E ciò nonostante il popolo di Cuba dice che può incolpare gli Stati Uniti sul perché durante gli ultimi dieci anni l’economia è andata in declino. Ci sono migliaia di persone che hanno abbandonato il paese.
Ti dicevo allora, questo nella vita familiare oggi, come si traduce? C’è scarsità di alimenti, c’è scarsità di medicinali; le mattine diventano mattine faticose perché, quando tu passi 20 ore senza energia elettrica prodotto di un blocco, non dell’incapacità di un governo, a quell’ora devi fare i doveri di casa.
 
Ma questo è stato prima del blocco, la gente soffriva anche prima del blocco.

No, no, no, ti spiegherò. Lì c’è una confusione di approccio, lì c’è una confusione di approccio! Noi già vivevamo sotto le condizioni di blocco, ma questo si inasprisce e ottiene una qualità distinta nel secondo semestre dell’anno 2019, con queste 240 misure e con l’inclusione di Cuba in una lista di paesi che si sospetta appoggino “il terrorismo”.
Pertanto, tutto si inasprì. E qui c’è l’effetto del blocco preesistente a cui si cumula l’effetto del suo inasprimento, più l’effetto dell'attuale blocco energetico.
Te lo dico responsabilmente, non è colpa del Governo cubano. Non è colpa del Governo cubano! Ha anche creato malessere, perché vivere gli ultimi 10 anni che hanno vissuto sotto quelle condizioni, che sono estreme in comparazione con un altro momento... 
Il popolo cubano ha frustrazioni, il popolo cubano ha fastidi, il popolo cubano soffre situazioni molto complesse; ma la maggioranza del popolo cubano non addossa quella colpa al Governo. Ci sono state anche molte manipolazioni nelle reti mediatiche, si cerca di ignorare gli effetti che ha avuto quel blocco in tutti questi anni.
E ti commenterò con esempi concreti, perché tu veda la brutalità di quel blocco e quello che ha implicato nel popolo cubano, e, tuttavia, quale è stata la risposta di quel Governo che vorrebbero condannare come colpevole. E mi riferisco ai momenti del COVID-19.
Durante la pandemia, quando la COVID-19 entrò nel nostro paese, già all’inizio ci rendemmo subito conto che non avremmo avuto accesso al mercato dei vaccini nel mondo, che era dominato dalle grandi transnazionali, e, pertanto, con le restrizioni economiche che già vivevamo a seguito dell'inasprimento del blocco, non avevamo il denaro necessario per acquisire quei vaccini. Pertanto, per noi era negata l’acquisizione di vaccini.
Abbiamo dovuto ricorrere alla scienza cubana. Questo Governo “condannato” da alcuni ha dedicato tutti i suoi sforzi a proteggere la vita delle cubane e dei cubani. Abbiamo fatto appello ai nostri scienziati e i nostri scienziati in poco tempo sono stati capaci di sviluppare vaccini cubani che ci permisero di avere uno dei livelli di miglior effetto nel confronto alla COVID19.
I nostri indicatori di confronto alla COVID19, in efficienza, sono migliori di quelli degli Stati Uniti, che è una potenza che non è bloccata da nessuno. Dopo abbiamo avuto una crisi per una rottura nell’impianto di produzione di ossigeno medicale. Il Governo degli Stati Uniti in quel momento negò che le imprese potessero venderci ossigeno, il che è una cosa totalmente criminale. Ma con la solidarietà internazionale e anche con tutta un’operazione organizzativa siamo riusciti a superare quel momento.
E quando abbiamo dovuto aumentare le sale di terapia intensiva, il Governo degli Stati Uniti proibì che si vendessero ventilatori polmonari a Cuba. Abbiamo fatto ricorso a giovani scienziati e quegli scienziati hanno sviluppato i ventilatori polmonari.
Ora, tu sai che per fare un ventilatore polmonare si ha bisogno di pezzi e componenti nordamericani. Il blocco impedisce che un’attrezzatura con più di un 10% di componenti nordamericani possa essere venduta a Cuba. Allora, c’è stato bisogno di uscire in differenti paesi a comprare un pezzettino, a comprare un conduttore, a comprare un servomotore per ottenere quelle cose. Quegli ostacoli non li hanno imposti a nessun altro al mondo.
Il blocco è molto aggressivo, è davvero genocida. E allora è ingiusto, è ingiusto incolpare un Governo che tutto quello che ha è una vocazione per il suo popolo, per consegnarsi al suo popolo, per cercare giustizia sociale, per trovare soluzioni, e in situazioni complesse le andiamo trovando, non incolparlo di quei mali.
Io credo che il Governo degli Stati Uniti debba rivedere quanto è stato crudele verso Cuba e verso il popolo cubano. E che non venga a presentarsi come salvatore della situazione cubana; non ha quel diritto, né ha la statura morale per farlo!

Ma abbiamo visto con i nostri occhi quello che il popolo cubano sta sperimentando, ci sono persone che stanno soffrendo nelle strade dell’Avana, la capitale. Non è ora che Cuba si assuma la responsabilità, che si guardi allo specchio e cambi il proprio sistema economico in favore delle persone che stanno soffrendo?

Noi facciamo sempre analisi molto autocritiche delle nostre realtà e costantemente stiamo lavorando per trasformare, per rivoluzionare quello che facciamo, cercando di perfezionarlo. Ma questo non ha a che vedere con il sistema politico. Il nostro sistema politico non abbraccia l’impossibilità di avanzare. Ti ripeto che il responsabile è il blocco che ha esercitato il Governo degli Stati Uniti.
Quello stesso popolo che oggi soffre quelle situazioni e che, per una parte importante, comprende chi è il vero colpevole. È il popolo che ha approvato, in vari esercizi di consultazione popolare e di referendum, il sistema politico che noi difendiamo. Il nostro sistema politico è in funzione delle persone, è in funzione della giustizia sociale, è in funzione del fatto che tutti avanziamo.
E sembra che dia fastidio ad altri nel mondo per quello che potrebbe rappresentare, perché è un sistema per noi, non è un sistema che vogliamo imporre a nessuno, e allora lo bloccano in quella maniera; perché, guarda, non solo stiamo parlando di un blocco, stiamo parlando di un blocco che è inusuale, è stato il più prolungato nella storia dell’umanità, il più severo.
Un blocco che, inoltre, non è solo contro il popolo cubano, è anche contro il popolo nordamericano. E, inoltre, si è internazionalizzato. Gli imprenditori nordamericani non possono investire a Cuba. Perché? I cittadini nordamericani non possono visitare liberamente Cuba, perché? I cittadini di altri paesi, gli imprenditori di altri paesi sono sottomessi anche a sanzioni.

Ma voi potete commerciare con altri paesi...

Noi possiamo commerciare, ma con molte limitazioni, davvero molte limitazioni! Perché le leggi del blocco si sono internazionalizzate da quando si applica il Titolo III della Legge Helms-Burton. Bisogna cercare molto, bisogna documentarsi molto, perché la narrativa che c’è nei media e le narrative che ci sono nelle reti sociali stanno promuovendo l’odio e confondendo le persone, ma non sono realistiche.
Credo che su questo dobbiamo avere anche uno sguardo critico. E noi continuiamo ad avere disposizione nel nostro Governo insieme al nostro popolo per trasformarlo e per avanzare, persino per superare queste situazioni.

Cina e Vietnam hanno abbracciato il sistema unipartitico e hanno fatto cambiamenti. Perché Cuba non potrebbe fare lo stesso?

Cina e Vietnam sono paesi che costruiscono il socialismo, come Cuba. Bisogna dire che ho studiato molto le riforme di Cina e Vietnam e le abbiamo prese come riferimento per Cuba. In un certo momento si ebbero le conseguenze di misure coercitive, sanzioni da parte degli Stati Uniti, e rimasero bloccati; blocchi che durarono meno tempo, approssimativamente un decennio.
Quando uscirono da quei blocchi ebbero però tutta la possibilità di sviluppare le loro capacità di costruzione socialista. Applicarono un gruppo di riforme e con quelle riforme hanno dimostrato che il socialismo, con un unico partito a capo, è vitale e riesce a dimostrare importanti sviluppi economici, sociali, tecnologici.
Oggi la Cina è una potenza importante nel mondo. Noi abbiamo uno scambio permanente, siamo paesi fratelli, i nostri partiti hanno una relazione interpartitica profonda, e scambiamo costantemente informazioni sui nostri processi.
Quello che succede però è che Cuba ha anche le sue peculiarità. Cuba è uno stato insulare, Cuba è un paese a 90 miglia dagli Stati Uniti. Cuba è stata un paese aggredito al quale non hanno tolto il blocco, per più di sessant’anni, come ti dicevo; pertanto, noi non abbiamo potuto costruire quello che abbiamo sognato né quello che avremmo voluto essere.
Abbiamo molte cose pendenti perché il blocco le ha impedite, ma ci sono persone che non lo capiscano. Quando uno studia i momenti di riforma in cui Cina e Vietnam hanno potuto svilupparsi di più, vede che sono partiti da una situazione meno favorevole in materia di infrastruttura, in materia di sviluppo, di quelli che forse abbia Cuba nell’attualità.
Allora bisognerebbe dire al Governo nordamericano: toglimi il blocco e vediamo come va! Venite a vedere se Cuba, con tutte quelle potenzialità che ha, anche se bloccata è stata capace di ottenere traguardi, perché siamo stati capaci persino di dare solidarietà pur essendo sotto blocco.
Perché gli Stati Uniti devono spendere milioni? Se siamo così incapaci, se siamo così sciocchi come ci vogliono vedere, se siamo così chiusi, se siamo così poco innovatori, perché allora si sono impegnati durante tanti anni a spendere milioni – milioni di dollari dei contribuenti, ossia, il popolo nordamericano – per piani sovversivi, per blocchi, per schiacciare la Rivoluzione Cubana?
Perché non ci lasciano cadere da soli, se è quello che loro credono succederà? O forse non sarebbero disposti ad apprezzare che Cuba senza blocco sarebbe capace di avere livelli di sviluppo economico e sociale di ampio impatto e dimostrare che altre soluzioni sono possibili nel mondo?

Parliamo del futuro. Ci sono state conversazioni tra Cuba e gli Stati Uniti. Lei crede sia fattibile arrivare a un accordo con il presidente Trump, con gli Stati Uniti?

Io credo che possiamo avere un approccio che parte da quello che è possibile e da quello che è difficile. Credo che il dialogo e gli accordi con il Governo degli Stati Uniti siano possibili, ma sono difficili.
La possibilità dove sta? Cuba, in tutti gli anni della Rivoluzione, ha sempre avuto la disponibilità ad avere una relazione civilizzata come vicini con gli Stati Uniti, che ci permetta in tutto un gruppo di settori di avere cooperazione, scambi, relazioni normali. E quello che abbiamo sempre chiesto è che quella relazione bisogna costruirla da una posizione di rispetto, di uguaglianza, senza imporre, senza condizionare; perché condizionare non porta al dialogo, imporre non porta alla negoziazione.
Perché ci sia una conversazione, perché ci sia un dialogo, perché si possa arrivare a un accordo negoziato, deve esserci capacità di dialogare e di ascoltare da entrambe le parti, deve esserci rispetto, onestà e deve esserci riconoscimento reciproco. Pertanto, ci sono tutte le condizioni e tutte le possibilità, se entrambe le parti siamo d’accordo, di avere quel dialogo.
Quali sono le cose che rendono difficile quel dialogo? In primo luogo, in questi 67 anni, la politica degli Stati Uniti verso Cuba è stata totalmente ostile. Gli Stati Uniti hanno sempre assunto, come potenza, una posizione agguerrita e Cuba ha dovuto assumere la posizione, come piccola isola, di aggredita.
In vari momenti – e questo è un altro dei precedenti che facilita possa esserci un dialogo – si sono avuti accordi, un dialogo con differenti amministrazioni degli Stati Uniti e si è arrivati a impegni. Cuba ha sempre adempiuto i suoi impegni. Gli Stati Uniti invece ne hanno lasciati inadempiuti molti.
Gli Stati Uniti, per esempio, anche di questi tempi, sono stati in trattativa con altri paesi ma in mezzo a quelle conversazioni li hanno aggrediti. Tutto questo crea molta diffidenza. E sappiamo che negli Stati Uniti ci sono forze che, costantemente, ogni volta che vedono un momento in cui ci sono possibilità di dialogare, cercano di boicottare quel negoziato.
Ma, insisto, confido nel fatto che possiamo conversare con rispetto, con onestà; nel fatto che possiamo trovare, per la via del dialogo, soluzione alle nostre differenze bilaterali; nel fatto che possiamo trovare aree di cooperazione nelle quali si possono sviluppare progetti.
Ci sono molti temi sui quali possiamo lavorare, dal narcotraffico al terrorismo, sulle questioni migratorie, sulla lotta al crimine transnazionale. Possiamo progredire in negoziati, possiamo avere investimenti e affari di imprenditori nordamericani dentro Cuba.
Esiste una comunità cubana residente negli Stati Uniti alla quale dobbiamo anche facilitare le attività tanto negli Stati Uniti quanto nel nostro paese; il popolo nordamericano che potrebbe visitare Cuba. Possiamo avere scambio culturale, sportivo, sanitario.
Tutto questo ci permetterebbe allora di costruire spazi di intesa, che ci allontanino dalla contrapposizione, che garantiscano la pace e la sicurezza non solo di Cuba e degli Stati Uniti, ma anche dell’area dell’America Latina e dei Caraibi. Quello è il futuro cui noi aspiriamo, avere una relazione di buoni vicini, una relazione civilizzata, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche. Io credo che sarebbe un’opportunità, è quello che meritano i nostri popoli. Ti racconterò un aneddoto.

Mi dicono che ci scade il tempo.

È un peccato, un vero peccato!

Per favore, ci lasci finire con le domande.

È un peccato che ci scada il tempo, perché abbiamo molto di cui parlare. Pertanto, ti propongo che in un altro momento possiamo riprendere. Intanto, ti racconterò due aneddoti.

Va bene. Abbiamo molte più domande. Volevo darle il tempo e darle la risposta perché la ascoltino il popolo cubano e quello degli Stati Uniti.

Sono d’accordo.

Va bene.

Due aneddoti che danno l’idea di quanto entrambi i popoli potrebbero guadagnare se arrivassimo ad accordi e realizzazioni comuni, a spazi che lo permettano. Un ente cubano di scienza, tecnologia e biotecnologia farmaceutica da anni porta avanti un test clinico inseme ad un prestigioso ente di ricerca sul cancro negli Stati Uniti. Un test clinico su un vaccino cubano contro il cancro polmonare. E sono già quasi dieci anni che dura questo test clinico. E bisogna dire che i risultati di questo test clinico sono sommamente incoraggianti.
Tanto la parte nordamericana quanto la parte cubana hanno una grande fiducia nel successo di questo test e in quello che potrebbe rappresentare per la salute negli Stati Uniti e a Cuba. Di recente, tutte le settimane ho avuto incontri con scienziati cubani perché cerchiamo di affrontare con la scienza e l’innovazione la soluzione ai problemi del paese, e mi hanno presentato i risultati che sta avendo anche un test clinico su un medicinale cubano, molto innovativo, per combattere l’Alzheimer.
In quel test c’è una collaborazione con una clinica del Colorado, negli Stati Uniti, da dove vengono pazienti nordamericani per ricevere il trattamento a Cuba, dopo tornano negli Stati Uniti e continuano lì il trattamento. Bisogna vedere in che termini il Direttore di quella clinica in Colorado parla di come i suoi pazienti sono migliorati e hanno avuto risultati superiori a qualunque altro medicinale.
Allora, non si può privare con una politica di blocco – che risponde ad interessi di minoranze, di una élite – il rapporto che potrebbero avere i nostri due popoli.
Questo è quello che io esorto, che ci sia comprensione, che ci sia sensibilità, che vediamo le opportunità nei nostri rapporti. Non incoraggiamo la contrapposizione, la guerra e l’aggressione.

Vorrei continuare a parlare sul futuro dei negoziati. Lei ha fiducia nel fatto che il presidente Trump possa arrivare ad un accordo?

Beh, noi se siamo entrati in un dialogo è perché aspiriamo a che si possa arrivare a un accordo. Arrivare a un accordo dipende dalla disposizione delle due parti a trovare le aree di collaborazione e cooperazione; a costruire spazi di intesa, ad affrontare il problema con sensibilità, con responsabilità e anche con molta serietà.

Signor Presidente, lei si sta confrontando direttamente con il segretario di Stato, Marco Rubio? Ha lei fiducia in lui?

Noi ci confrontiamo e ci confronteremo, sempre che gli Usa siano disposti, con il rappresentante del Governo degli Stati Uniti. I processi di confronto sono processi complessi. Sono processi dove prima si stabiliscono i canali di dialogo; dopo bisogna costruire agende che permettano di dibattere e conciliare interessi comuni.

Ma lei ha parlato con il segretario Rubio?

No, io non ho parlato con il segretario Rubio, non lo conosco ancora. Dopo aver costruito agende e dibattuto, se c’è disposizione, si può arrivare agli accordi. Ma questi sono processi che bisogna condurre con molta sensibilità, con molta responsabilità, con molta onestà e discrezione, per non creare false aspettative, perché non si manipoli l’informazione, perché non si manipolino i propositi. Pertanto, preferisco non dare dettagli su questi temi.

Parliamo di alcune delle domande chiave degli Stati Uniti: il riconoscimento della stampa libera, la liberazione dei prigionieri politici, la celebrazione di elezioni giuste.

In questi momenti nessuno ci ha fatto domande su quei punti, e noi abbiamo stabilito che l’ordine interno, l’ordine costituzionale cubano, il rispetto al nostro sistema politico sono temi che non vengono negoziati né sottoposti a discussione con gli Stati Uniti. E credo, Kristen, che bisogna superare tutto universo di concetti fasulli riguardo a Cuba, sulla democrazia, i diritti umani, se siamo tirannia o dittatura oppure no, sulla libertà di espressione, l’esistenza di sindacati.
Questioni sui quali c’è molta manipolazione e molti pregiudizi che io credo dobbiamo superare, e porterebbe via ora molto tempo. Ma noi abbiamo tutti gli argomenti per dimostrare quanto e come siamo democratici, come è il sistema delle elezioni a Cuba, che è un sistema che viene dalla base; su come esercitiamo il potere insieme al popolo, come siamo difensori dei diritti umani, come non siamo una dittatura.
Dovrei spiegarlo in molto più tempo e ti chiedo in un altro momento di riprendere a parlare di queste cose. Ma c’è molto pregiudizio che bisogna oltrepassare e che bisogna eliminare.

Due domande in più. Ci sono più di 1.200 prigionieri politici in Cuba. Maykel Osorbo, per esempio, è prigioniero e ha vinto due Grammy latini.

Questo è un altro dei temi sui quali ci sono quei pregiudizi. Si parla di prigionieri politici a Cuba. Qui, come tu stessa dicevi, il popolo vive una situazione difficile; non tutta la popolazione è a favore della Rivoluzione, ci sono persone che non accolgono la Rivoluzione, e che tutti i giorni manifestano in differenti forme contro la Rivoluzione e non sono prigioniere.
Quell’immagine che hanno creato, secondo cui chiunque parli contro la Rivoluzione noi lo mettiamo in prigione ed è un prigioniero politico, è una menzogna, una calunnia, fatta per screditare, per collocarci fuori dal mondo, per demonizzare e “assassinare” la reputazione della Rivoluzione Cubana.
Ora, cosa accade? A Cuba, per esempio, si creano manifestazioni, soprattutto quando ci sono blackout lunghi, quando ci sono problemi di fornitura. La gente, quando manifesta, cosa fa? Vanno dalle istituzioni del nostro Governo, alle istituzioni dello Stato, e lì condividono i problemi con dirigenti che li attendono, spiegano loro perché ci sono quei problemi, provano a risolverli o si danno argomenti per capire. Quello è un esercizio totalmente democratico e nessuno finisce prigioniero per questo.
Molte altre volte, invece, si promuove la confusione e si stimolano persone che hanno una determinata avversione o un determinato scontento perché commettano atti vandalici o che alterano il nostro ordine costituzionale, o che alterano anche l’ordine interno, o aggrediscono la tranquillità cittadina. Persino, a volte, finanziate da organizzazioni terroristiche, tramite programmi di agenzie del Governo nordamericano che stimolano la sovversione contro Cuba; a volte istruiti, persino direttamente dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Cuba.
E quelle persone, allora, non sono prigioniere perché hanno manifestato. Sono prigioniere, come lo sarebbero in qualunque luogo del mondo che imponga il rispetto della propria Costituzione e i propri processi legali, per atti vandalici e azioni che sono condannabili in qualunque luogo del mondo. Non ci sono prigionieri politici a Cuba, te lo assicuro.

Devo mettere fine all’intervista. Devo farle questa ultima domanda. Sarebbe lei disposto a dimettersi pur di salvare Cuba, il popolo di Cuba?

Tu che sei una giornalista importante, riconosciuta, hai fatto questa domanda a qualche altro presidente nel mondo?

Se glielo chiedessero gli Stati Uniti, perché è una delle condizioni che sta imponendo gli Stati Uniti...

Ti ripeto, tu avresti fatto questa domanda a un altro presidente nel mondo? L’hai fatta a un altro presidente? Lo potresti domandare a Trump?

Io faccio domande molto difficili al presidente Trump...

È una domanda tua o è una domanda del Dipartimento di Stato o del Governo degli Stati Uniti?

La mia domanda è a lei, perché è una delle cose che abbiamo sentito dal Governo degli Stati Uniti. Se glielo chiedessero.

Per la tua sincerità assumerò che la poni precisamente per questo.
Primo: a Cuba le persone che sono alla guida e nelle responsabilità di Governo non le sceglie il Governo degli Stati Uniti, né le ha mandate il Governo degli Stati Uniti. Noi siamo uno Stato sovrano, libero. Noi abbiamo autodeterminazione, noi abbiamo indipendenza e non ci sottomettiamo a nessun disegno del Governo degli Stati Uniti.
D’altra parte, non arriviamo a diventare dirigenti cubani perché rappresentiamo un’élite di potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, nel seno di quale famiglia sono nato, quello che ho fatto nella vita. È il popolo quello che ci sceglie, sebbene ci sia una matrice che cerca di ignorarlo.
Qualunque di noi, per occupare un posto di responsabilità, deve essere scelto nella base, in un distretto elettorale, da migliaia di cubani, e dopo i rappresentanti così eletti nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare scelgono le persone per le cariche in una votazione indiretta, come avviene in altri paesi del mondo!
Noi abbiamo un sistema anche di elezioni che è totalmente basato sulla partecipazione popolare. Pertanto, quando noi assumiamo una responsabilità, non lo facciamo né per ambizione personale, né per ambizione corporativa, né persino per una posizione di partito, perché il nostro Partito non è elettorale.
Lo facciamo per un mandato del popolo, e nel concetto dei rivoluzionari non c’è l’arrendersi. Se il popolo cubano ritiene che sono incapace, che non sono alla sua altezza, che non lo rappresento, quello deve decidere se io debba essere nella direzione, occupare la carica di Presidente oppure no.
Inoltre, si ricordi che non possono focalizzare la direzione del paese, la direzione della Rivoluzione e la continuità della Rivoluzione in una sola persona. Qui c’è una direzione collegiale ed è una direzione collegiale che ha un ampio vincolo con il popolo.
Ma non sono gli Stati Uniti quelli che ci possono imporre né ci possono chiedere un cambiamento. Il Governo degli Stati Uniti, che ha portato quella politica ostile contro Cuba, non ha il diritto morale di esigere nulla da Cuba. Non ha diritto, persino, di dire che “loro sono preoccupati” per la situazione del popolo cubano o che il Governo cubano è quello che ha portato Cuba a questa situazione, quando sono proprio loro ad avere hanno tutta la responsabilità della situazione.
Io credo che la cosa più importante sia che assumano una posizione critica, una posizione sincera, vedendo quanto è costato quello che hanno fatto politicamente contro il popolo di Cuba in sofferenza e limitazioni. Quanto hanno privato il popolo nordamericano di una relazione normale con Cuba. E si dispongano, come abbiamo chiesto e sollecitato, a dialogare, a dibattere su qualunque tema, senza pretendere di condizionare, senza esigere cambiamenti del nostro sistema, così come noi non esigeremmo cambiamenti del sistema nordamericano sul quale abbiamo un’infinità di dubbi e un’infinità di critiche.
Ci concentriamo su quello che ci può unire, su quello che ci può facilitare spazi di intesa, e ancora una volta, ripeto, per evitare la contrapposizione e avere un futuro di benefici, di relazione, di amicizia e anche di solidarietà per entrambi i popoli.

Presidente Díaz Canel, grazie.

Molte grazie a te, per averci dato questa opportunità di parlare per il popolo nordamericano. E siete permanentemente invitati, voi, per poter parlare su altri temi e con più ampiezza.

Grazie.

Grazie a voi.

Speriamo che possiamo avere più interviste per continuare la discussione.

Così sarà.

È un onore.

Grazie a te.

Fonte

10/03/2026

Fede popolare e costruzione politica nella lettera di Maduro dal carcere

di Luciano Vasapollo

Il messaggio del presidente Maduro (vedi sotto) non può essere letto come una semplice dichiarazione celebrativa per l’8 marzo. Esso si colloca dentro una tradizione storica e culturale che appartiene profondamente all’America Latina: quella che unisce fede popolare, liberazione nazionale e partecipazione democratica dei popoli.

Il riferimento evangelico alla fede che muove le montagne richiama una spiritualità concreta, radicata nella vita dei popoli latinoamericani. Non si tratta di una fede astratta, ma di una fede che diventa impegno sociale, solidarietà comunitaria, costruzione di giustizia.

Allo stesso tempo il richiamo a Simón Bolívar e al Discorso di Angostura indica una direzione politica precisa: l’idea di uno Stato fondato sulla sovranità popolare, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione dei cittadini. Nella visione bolivariana contemporanea questa partecipazione si concretizza anche nelle Comunas, strutture territoriali di autogoverno riconosciute dalla Costituzione venezuelana e nate per promuovere la gestione diretta delle comunità locali.

Il riferimento a Cristo, Bolívar e Chávez non è dunque un semplice slogan. È la sintesi di tre dimensioni che nel processo bolivariano si intrecciano: la spiritualità cristiana della liberazione, la tradizione indipendentista latinoamericana e il progetto politico inaugurato da Hugo Chávez.

In questo quadro, il ruolo delle donne – richiamato nel messaggio dell’8 marzo – assume un valore centrale. Nelle comunità popolari, nei movimenti sociali, nelle organizzazioni territoriali, sono spesso proprio le donne a rappresentare il cuore della resistenza sociale e della costruzione della solidarietà.

La questione decisiva: la sovranità dei popoli

Ma il significato più profondo di questa lettera emerge quando la si colloca nel contesto geopolitico attuale. Il Venezuela, come molti altri Paesi dell’America Latina, continua a essere sottoposto a forti pressioni economiche, diplomatiche e militari da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Da anni Washington utilizza strumenti come sanzioni economiche, isolamento politico e minacce militari per tentare di piegare governi che rivendicano una linea indipendente. Lo stesso governo venezuelano ha denunciato più volte queste pressioni e ha chiamato alla mobilitazione popolare contro le minacce provenienti dagli Stati Uniti.

Qui emerge la questione fondamentale: il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Se esiste un principio che dovrebbe essere universalmente riconosciuto nel diritto internazionale è proprio questo: ogni popolo ha il diritto di decidere liberamente il proprio destino politico, economico e sociale.

Eppure assistiamo sempre più spesso a una politica internazionale in cui questo principio viene calpestato senza scrupoli quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze.

L’arroganza imperiale degli Stati Uniti

La politica estera degli Stati Uniti negli ultimi decenni – dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’America Latina – ha mostrato con chiarezza una logica di dominio che pretende di imporre modelli politici ed economici attraverso sanzioni, destabilizzazioni e, quando necessario, interventi militari. È una politica che parla continuamente di diritti umani ma troppo spesso nega nella pratica il diritto dei popoli alla sovranità.

Nel caso del Venezuela, questa contraddizione è evidente. Mentre si invoca la democrazia, si sostengono sanzioni economiche che colpiscono la popolazione e si tenta di isolare politicamente il Paese. Nel frattempo si costruisce una narrazione mediatica che riduce la complessità di una società a un semplice schema propagandistico.

Di fronte a questa realtà, il messaggio che arriva dal carcere di New York – al di là delle opinioni politiche che ognuno può avere sulle scelte politiche di Maduro – pone una domanda fondamentale al mondo: chi ha il diritto di decidere il destino di un popolo? Se davvero crediamo nei valori della democrazia, della pace e del diritto internazionale, la risposta dovrebbe essere una sola: i popoli stessi.

Ed è proprio questa la sfida che emerge dalle parole della lettera di Maduro: la convinzione che la storia non debba essere scritta dalle potenze imperiali ma dalla partecipazione cosciente dei popoli.

Per questo la fede che muove le montagne non è soltanto un’immagine religiosa. È una metafora politica potente: la fede dei popoli nella propria dignità, nella propria libertà e nel diritto di costruire il proprio futuro senza padroni.

Riportiamo integralmente la lettera diffusa dal presidente venezuelano Nicolás Maduro in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna.
Oggi, 8 marzo, Giornata della Donna, veniamo davanti a Dio e a Bolívar, insieme alle amate comunas del Venezuela, per chiedere al Signore di accompagnarci in questa giornata di costruzione del Potere Popolare, realizzata dalle mani coraggiose delle nostre donne e degli uomini del popolo.

Alziamo questa parola d’ordine che ci guida come idea centrale: “La fede che muove le montagne e l’azione che costruisce il nuovo, in Cristo e Bolívar”. 

Gesù ci ha insegnato: «Se avete fede e non dubitate, potete dire a questa montagna: spostati e gettati nel mare, e così avverrà», come si legge nel Vangelo di Matteo. Donaci quella fede sincera e popolare per muovere le montagne delle difficoltà che a volte ci frenano e trasformarle in una strada libera per la nostra patria.

E Bolívar, ad Angostura, ci ha indicato il cammino dell’azione: chiedeva un governo popolare, giusto e morale, capace di porre fine all’oppressione e portare la pace. Oggi lo stesso Bolívar ci invita a votare e a costruire, a partire dalle comunas, un governo in cui regnino l’uguaglianza e la libertà.

Che questa giornata, benedetta da Dio, sia segno della nostra fede salda e della nostra lotta quotidiana. Uniti in Cristo, Bolívar e Chávez faremo del Venezuela una casa di amore, giustizia e potere popolare. Amen.

Nicolás Maduro Moros
Fonte

23/01/2026

Cuba - Díaz-Canel rilancia l’asse antimperialista

Il discorso pronunciato da Miguel Díaz-Canel alla Tribuna Antimperialista José Martí, in occasione dell’omaggio ai 32 combattenti cubani caduti in Venezuela il 3 gennaio, va ben oltre la commemorazione solenne dei morti. È un atto politico di grande portata, che intreccia lutto nazionale, denuncia dell’imperialismo statunitense e riaffermazione della continuità storica della Rivoluzione cubana nel XXI secolo.

Secondo il presidente cubano, l’attacco contro il Venezuela non è un episodio isolato, ma l’ennesima manifestazione di una strategia imperiale che, ignorando il diritto internazionale, avrebbe inaugurato una nuova fase di barbarie globale. Il riferimento diretto all’amministrazione statunitense e a Donald Trump segna un cambio di tono netto: non più solo resistenza diplomatica, ma denuncia frontale di un’aggressione presentata come fascista, terroristica e destabilizzante per l’intera America Latina.

La figura dei 32 caduti diventa così centrale non solo come simbolo del sacrificio, ma come prova vivente – anzi, morente – dell’alleanza organica tra Cuba e Venezuela. Díaz-Canel respinge con forza la lettura utilitaristica dei rapporti tra i due Paesi, spesso ridotti dalla propaganda occidentale a un mero scambio di servizi e risorse. Al contrario, rivendica una fratellanza storica che affonda le sue radici in Bolívar e Martí, passa per Fidel e Chávez e si incarna oggi nel sangue versato dai combattenti cubani a difesa della sovranità venezuelana.

Il discorso costruisce una narrazione epica, in cui i caduti non sono “superuomini”, ma soldati formati a un’etica rivoluzionaria che mette al centro l’unità, l’antimperialismo e la lealtà alla missione. I riferimenti a Maceo, Almeida, Fidel e Martí non hanno solo una funzione retorica: servono a inscrivere l’evento dentro una lunga genealogia di resistenza, presentando l’attuale fase storica come continuità delle guerre d’indipendenza del XIX secolo, della Sierra Maestra e delle missioni internazionaliste del Novecento, fino all’Africa e oggi al Venezuela.

Particolarmente significativo è il modo in cui Díaz-Canel ribalta il rapporto di forza simbolico con gli Stati Uniti. Da un lato descrive la sproporzione tecnologica e militare degli aggressori – droni, elicotteri, visori notturni, blackout – dall’altro esalta la resistenza dei combattenti cubani, armati “solo” di armi convenzionali, morale e disciplina. In questa contrapposizione, la tecnologia imperiale appare come segno di codardia, mentre il sacrificio umano diventa misura della superiorità etica.

Costruire la pace ma non abbandonare i cubani ad un destino di servitù.

Cuba è un Paese che sceglie la pace, che lavora instancabilmente per la pace, che rivendica la pace come principio fondativo della propria azione internazionale. Ma Cuba non è un Paese inerme. Sa difendersi, perché la difesa di Cuba coincide con la difesa di tutti i popoli oppressi.

Questa verità si è manifestata, nel corso della storia, nella straordinaria capacità di sacrificio del popolo cubano: nei medici, negli insegnanti, nei cooperanti internazionalisti, e fino all’estremo dono della vita. I 32 combattenti caduti in Venezuela ne sono la prova più alta: uomini che, nel difendere il presidente Nicolás Maduro e la sovranità venezuelana, hanno resistito per ore contro un apparato militare infinitamente superiore, mettendo consapevolmente a disposizione la propria esistenza.

Per questo la strada del socialismo non si interrompe. E per questo l’imperialismo statunitense – qualunque volto assuma, anche quello di Donald Trump – non troverà terreno facile. Di fronte a sé non ha una nazione piegata, ma una resistenza eroica, radicata nella storia e proiettata nel futuro.

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08/01/2026

Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano

Vorrei condividere un paio di osservazioni che ritengo importanti in relazione alle notizie che stanno circolando sul recente attacco militare da parte dell’imperialismo statunitense contro il territorio venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana con il sequestro del presidente Nicolás Maduro.

Innanzitutto, credo che ci sia già la consapevolezza che uno dei motivi principali per i quali l’imperialismo sceglie di attaccare non solo militarmente il Venezuela, ma anche attraverso sanzioni, attraverso una guerra economica e mediatica, ha a che fare con l’interesse degli Stati Uniti ad accedere direttamente e poter continuare il saccheggio coloniale e imperialista delle risorse naturali del Venezuela, in particolare del petrolio.

Tuttavia, credo sia molto importante tenere presente che questa consapevolezza, ad esempio in certi contesti progressisti, decoloniali, che si definiscono di “sinistra” – sia in America Latina che in Spagna o in diversi contesti europei – non ha nulla a che vedere con il sostegno, che infatti è stato sempre negato, alla Rivoluzione Bolivariana. Sono state spesso proprio le persone che animano questi contesti, che si definiscono anticolonialiste e progressiste, ad essere attive nel tagliare i legami di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, nell’impedire che ci fosse un lavoro politico attivo in sua difesa. (...)

L’interesse degli Stati Uniti in questo territorio ha a che fare con la possibilità di continuare a depredare le nostre risorse naturali e per questo hanno bisogno di controllare i media, di controllare il governo, di avere un’élite che sia a loro servizio, hanno bisogno di avere un intero apparato statale che sia funzionale all’imperialismo per continuare il saccheggio coloniale. Se siamo tutti consapevoli di questo però non è perché è stata ascoltata la Rivoluzione Bolivariana, le persone organizzate nelle comunità o le autorità del governo chavista del Venezuela, ma perché Donald Trump ha avuto la sfacciataggine di ripeterlo più volte nelle sue conferenze stampa, così come i vari funzionari del suo governo e persino i funzionari militari. Sia Trump che molti altri hanno detto chiaramente che l’interesse principale nel territorio venezuelano è quello di poter accedere alle sue risorse naturali, in particolare al petrolio.

Ecco quindi il primo punto che mi sembra importante tenere presente: in quale collasso ideologico di visione e impostazione politica si trovano i progressisti, gli anticolonialisti, le femministe che si dicono di sinistra – tanto in Sudamerica che in Europa – che non hanno mostrato solidarietà con la rivoluzione bolivariana, se hanno dovuto aspettare che Donald Trump e lo stesso governo statunitense e le sue autorità confermassero esplicitamente che il loro interesse è quello di accedere alle risorse naturali del Venezuela?

A che livello di razzismo e di arroganza ci troviamo? Credo che sia molto importante tenere presente che la rivoluzione bolivariana è fatta dal popolo venezuelano, dalla classe proletaria, dai contadini venezuelani, dalle persone razializzate, dalle persone che hanno vissuto per 500 anni la sottomissione coloniale. Anche i suoi rappresentanti eletti fanno parte di questa classe, lo stesso presidente Nicolás Maduro è un autista che non appartiene alle élite né alla classe politica creola bianca, lo stesso Hugo Chávez non proviene da un contesto privilegiato ed era un uomo razzializzato.

Credo che ci sia stata una logica profondamente razzista nel non ascoltare questo popolo razzializzato, proletario, contadino che da 20 anni denuncia che l’imperialismo contro il Venezuela ha a che fare principalmente con l’accesso e il saccheggio coloniale delle sue risorse. Invece molti hanno dovuto aspettare che fossero lo stesso Donald Trump, l’imperialismo e le sue autorità, a confermare con assoluta disinvoltura che il proprio interesse principale è l’accesso e il saccheggio delle riserve di petrolio. Quando finalmente i progressisti occidentali riescono a riconoscere che c’è un intervento imperialista e che l’interesse è il petrolio, sostengono però contemporaneamente che questo intervento non abbia nulla a che fare con Maduro, né con la rivoluzione, né con il tipo di governo che c’è in Venezuela.

Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana, che ha avuto come una delle sue priorità, ed è per questo che c’è questo livello di attacco e pressione, difendere la sovranità del territorio venezuelano.

E cosa significa “sovranità” in una visione socialista? Il popolo venezuelano, a partire da una prospettiva non capitalista, non coloniale, da una prospettiva che non avvantaggia le élite, ha deciso autonomamente come gestire lo sfruttamento delle proprie risorse naturali, la loro vendita e i profitti ottenuti da questa. Questo è quello che ha fatto il chavismo nei primi anni della rivoluzione, quando c’erano ottime condizioni materiali per promuovere quel processo rivoluzionario, perché sono riusciti a ridistribuire le ricchezze che venivano dal proprio territorio e dalle proprie risorse naturali, risorse a cui gli Stati Uniti e l’imperialismo non avevano più accesso. (...)

La figura di Maduro, come è stato fatto a suo tempo con Chávez, è stata “mostrificata” perché sia Chávez che Maduro, come il governo del Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana, hanno impedito agli Stati Uniti di portare avanti il saccheggio coloniale.

Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, quelle autorità, quel presidente Nicolás Maduro, che garantivano che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantivano che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana. A decidere come reinvestire i profitti, come è stato fatto nei primi anni della rivoluzione.

Certo, bisogna riconoscere, che negli anni successivi tutto è stato molto più complesso in virtù delle sanzioni e dei blocchi imposti dai paesi imperialisti che sono stati pensati e applicati per far crollare sistematicamente l’economia e generare, ad esempio, un processo di migrazione forzata di massa, come quello a cui abbiamo assistito, della popolazione venezuelana.

Abbiamo visto anche come nelle ultime settimane gli Stati Uniti abbiano sequestrato e si siano impossessati di due navi che trasportavano petrolio. Quel sequestro ha a che fare con il saccheggio delle risorse, ma anche con la possibilità che il processo rivoluzionario manchi delle condizioni materiali, politiche e sociali per poter essere realizzato, per poter costruire quella sovranità e per poter difendere il diritto del popolo venezuelano di decidere cosa fare con quelle risorse.

C’è qualcosa di molto importante che vorrei sottolineare: ci sono persone, tra quelle che ho definito “progressiste” che, dopo aver letteralmente accusato di dittatura il governo del Venezuela e definito Maduro un dittatore, hanno sistematicamente messo al servizio dell’imperialismo gli strumenti interpretativi e le argomentazioni della sinistra, del discorso decoloniale, femminista, per rompere i legami di solidarietà, e ancora più grave, per impedire la possibilità di fare un lavoro di pedagogia politica che consentisse di comprendere cosa succede nel contesto venezuelano, limitandosi così solo a ripetere la narrazione imperialista che, evidentemente, è stata da loro molto ben assorbita.

Credo sinceramente, e in questo momento non ho più alcuna ritrosia a dirlo, che molte di queste persone hanno tanta visibilità e popolarità nella loro presunta radicalità femminista, nella loro radicalità “antirazzista”, proprio perché l’egemonia imperialista permette loro di accedere a spazi istituzionali. (...)

Molte figure pubbliche considerate decoloniali, antirazziste, radicali hanno potuto ampliare i loro spazi di visibilità utilizzando questo armamentario retorico apparentemente progressista perché hanno mantenuto il patto imperialista di tacere di fronte alle sanzioni e al blocco, che sono metodologie e punizioni collettive razziste che hanno imposto la fame principalmente ai contadini, alle classi proletarie venezuelane, mentre le élite creole se la spassavano a Madrid e a Miami.

Finora hanno taciuto. E adesso che hanno deciso di dire qualcosa, molte di queste persone, per esempio riguardo al bombardamento del Venezuela (a quanto pare dovevano vedere le bombe per capire come funziona l’imperialismo!), hanno utilizzato, per esempio chiamando Maduro dittatore, la stessa retorica dell’imperialismo, ammantandola di parole femministe, anticoloniali, antirazziste e così via.

Così facendo, e questo è l’ultimo punto che volevo condividere, queste persone hanno ostacolato la possibilità di comprendere la profondità e la ricchezza della coscienza antimperialista che questo governo e le autorità – pur tenendo conto degli errori, dei fallimenti o delle contraddizioni del presidente Hugo Chávez e del presidente Nicolás Maduro – sono riuscite a costruire nel contesto venezuelano.

Questo credo davvero che sia qualcosa contro cui l’imperialismo non potrà lottare, non stiamo parlando, ad esempio, di una situazione come quella che si è presentata in Afghanistan, ma di un contesto in cui c’è una coscienza politica molto forte, che forse è più simile al contesto del Vietnam al tempo della sua guerra. Il chavismo ha fatto un vero e proprio lavoro di pedagogia politica antimperialista, ha spiegato come leggere l’imperialismo, quali sono le sue finalità, i suoi interessi, e il popolo venezuelano è assolutamente consapevole che la serie di eventi che sta vivendo da decenni ha principalmente a che fare con il saccheggio delle sue risorse.

Io dico che quel popolo deve essere ascoltato, deve essere visto, deve essere compreso e deve essere rispettato, soprattutto in questi momenti in cui è indispensabile continuare ad articolare e rafforzare la solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana affinché la sovranità e le risorse venezuelane possano essere protette dall’assedio imperialista che questa volta si è manifestato attraverso la sua forma più diretta e visibile: i bombardamenti.

Fonte