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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/10/2026

Data Center, a Milano i comitati rilanciano la moratoria: la questione è chi decide

La manifestazione del 10 ottobre in piazza della Scala a Milano ha segnato un passaggio significativo nella mobilitazione contro la proliferazione dei Data Center. Oltre un migliaio di persone, in rappresentanza di decine di comitati provenienti prevalentemente dalla Lombardia ma anche da altre regioni, hanno portato nel centro della metropoli le vertenze nate nei territori interessati dalla crescente concentrazione delle infrastrutture digitali.

Una partecipazione che testimonia il progressivo superamento della dimensione esclusivamente locale delle mobilitazioni, già emerso durante il convegno del 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano e nella manifestazione del 3 ottobre a Rho. Un percorso attraverso il quale realtà nate dalla contestazione di singoli progetti hanno cominciato a individuare le contraddizioni comuni che ne determinano la proliferazione.

A Rho, dove l’Osservatorio Datacenter del Rhodense si confronta con la concentrazione di più insediamenti, emerge il problema degli impatti cumulativi, a Travagliato la mobilitazione contro il consumo di suolo agricolo ha accompagnato il ritiro del progetto, mentre tra Siziano e Certosa di Pavia il confronto investe le dimensioni degli impianti, le infrastrutture energetiche necessarie e le conseguenze ambientali.

A queste esperienze si affiancano quelle dei comitati di Bollate, Trezzano sul Naviglio, Cornaredo e di numerosi altri territori che hanno contribuito alla costruzione della Rete nazionale.

Le situazioni sono differenti, ma il problema che le accomuna è evidente: la localizzazione dei Data Center risponde a strategie economiche che operano su scala internazionale, mentre le conseguenze ambientali e territoriali ricadono su comunità locali, chiamate a confrontarsi con decisioni sulle quali dispongono di strumenti di intervento limitati.

La frammentazione delle procedure autorizzative rischia così di impedire una valutazione complessiva degli effetti di una trasformazione che supera ampiamente i confini amministrativi dei singoli comuni.

Dietro la rappresentazione apparentemente immateriale dell’economia digitale esiste infatti una struttura produttiva che richiede ingenti quantità di energia, infrastrutture, acqua e suolo. Come richiamato anche dal professor Marco Mazzotti, ingegnere chimico e professore emerito del Politecnico Federale di Zurigo, intervenuto durante il presidio, l’espansione dei Data Center pone problemi rilevanti rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione.

La sostenibilità di queste infrastrutture non può dunque essere valutata esclusivamente attraverso l’efficienza dei singoli impianti, senza considerare la crescita dei consumi complessivi e le differenti finalità alle quali la capacità di calcolo viene destinata.

È proprio dalla necessità di affrontare queste contraddizioni nella loro dimensione complessiva che nasce la proposta di moratoria presentata dalla Rete Nazionale dei Comitati Stop Data Center alla vigilia della manifestazione. Il documento chiede la sospensione temporanea dei nuovi procedimenti autorizzativi, comprese le infrastrutture energetiche direttamente funzionali agli insediamenti, fino all’adozione di un Piano nazionale sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS).

Il punto qualificante della proposta non risiede soltanto nella sospensione delle autorizzazioni, ma nel rovesciamento del criterio attraverso il quale viene programmato lo sviluppo del settore. Prima di decidere quanti Data Center costruire e dove localizzarli, occorre determinare il fabbisogno nazionale di capacità di calcolo, verificare la disponibilità delle risorse energetiche e idriche e valutare la capacità dei territori di sostenere il carico complessivo degli insediamenti.

La moratoria pone così una questione che precede logicamente le valutazioni sui singoli progetti. Non si tratta semplicemente di rendere meno impattanti gli investimenti proposti dai privati, ma di stabilire preliminarmente quali infrastrutture siano necessarie e a quali bisogni debbano rispondere.

Da questa impostazione discendono le richieste di sostituire la strategia ministeriale di “attrazione degli investimenti” con un Piano nazionale, modificare la normativa lombarda, abrogare le disposizioni di accelerazione autorizzativa e arrestare l’iter parlamentare dell’A.S. 1821. Per gli impianti già autorizzati ma non ancora operativi si chiede inoltre di riesaminare le istruttorie laddove non siano stati adeguatamente valutati gli effetti microclimatici e cumulativi.

Il significato politico della proposta emerge con particolare evidenza nel confronto con gli indirizzi istituzionali. Governo e Regione Lombardia hanno introdotto strumenti finalizzati anche a facilitare gli investimenti, mentre gli stessi problemi sollevati dai territori stanno già imponendo una discussione sulla revisione della legge regionale approvata appena quattro mesi fa. La contraddizione non riguarda però soltanto la maggioranza di governo.

Il disegno di legge nazionale sui Data Center, approvato alla Camera il 24 febbraio e attualmente all’esame del Senato, ha raccolto 243 voti favorevoli, nessuno contrario e sei astensioni. Insieme a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, hanno sostenuto il provvedimento anche Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Azione e Italia Viva, mentre Alleanza Verdi e Sinistra si è astenuta.

Una distinzione che, pur esprimendo differenti posizioni sulle garanzie urbanistiche e ambientali, non ha prodotto una contrapposizione parlamentare all’indirizzo generale di promozione del settore. La stessa AVS aveva dichiarato di condividerne gli obiettivi, concentrando le proprie critiche principalmente sulle condizioni della loro realizzazione.

Una contraddizione che non è sfuggita ai comitati, i quali hanno ricordato alle forze politiche presenti in piazza le rispettive responsabilità parlamentari, tanto nell’introduzione del presidio quanto nell’intervento del fisico Sergio Manera, dell’Università di Pavia. La partecipazione alle mobilitazioni territoriali non cancella infatti le scelte compiute nelle sedi istituzionali.

È anche in questo quadro che assume significato la rivendicazione di autonomia e indipendenza della Rete: la volontà di mantenere nelle mani dei comitati la definizione delle proprie rivendicazioni, senza subordinarle alle compatibilità politiche dei partiti.

Ma la questione sollevata dalla moratoria va oltre le contraddizioni parlamentari e investe la funzione stessa della pianificazione economica. Lo sviluppo dei Data Center richiede già un coordinamento su larga scala delle reti elettriche, delle infrastrutture di connessione, degli investimenti energetici e delle trasformazioni urbanistiche.

La pianificazione, dunque, non è affatto assente: è già necessaria per rendere possibile la valorizzazione degli investimenti privati. Ciò che viene messo in discussione è chi ne determini gli obiettivi e nell’interesse di chi venga organizzata.

Una pianificazione realmente pubblica non potrebbe infatti limitarsi a individuare le aree disponibili o a garantire l’energia necessaria agli investimenti già decisi dagli operatori. Dovrebbe partire dalla determinazione dei bisogni sociali e produttivi, stabilire quali priorità soddisfare e valutare l’impiego delle risorse rispetto alle loro possibili destinazioni alternative.

In questo senso, pianificare significa anche decidere quanta capacità di calcolo destinare alla ricerca, ai servizi pubblici e alle attività produttive, con quali criteri di accesso e attraverso quali forme di controllo sulle infrastrutture. La definizione del fabbisogno non è quindi un esercizio puramente tecnico, ma una scelta economica e politica.

La capacità di calcolo costituisce ormai una componente fondamentale delle forze produttive contemporanee, indispensabile alla ricerca, all’industria, alla sanità e a un numero crescente di attività sociali. Proprio questa importanza rende necessario distinguere lo sviluppo delle potenzialità tecnologiche dalle specifiche modalità economiche attraverso le quali vengono utilizzate.

La domanda commercialmente remunerativa di servizi digitali non coincide necessariamente con il fabbisogno socialmente necessario, così come la redditività degli investimenti non costituisce di per sé una misura della loro utilità collettiva.

La manifestazione del 10 ottobre ha mostrato come, attraverso la costruzione di una rete nazionale, la difesa dei territori possa cominciare a confrontarsi con queste contraddizioni generali. La moratoria rappresenta una rivendicazione immediata, ma il suo significato politico risiede nella possibilità di spostare il terreno del conflitto dalla compatibilità dei singoli insediamenti alla determinazione delle finalità dello sviluppo tecnologico.

Non si tratta quindi soltanto di stabilire quanti Data Center realizzare e dove costruirli, ma di affrontare una questione più generale: chi debba decidere quali bisogni soddisfare attraverso la capacità di calcolo e nell’interesse di chi debbano essere impiegate le risorse necessarie al suo sviluppo.

Fonte

28/09/2026

Data center in Lombardia, tra conoscenza tecnica, territorio e pianificazione

Il convegno organizzato il 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano dalla Rete dei Comitati Stop Data Center ha avuto innanzitutto un merito: mettere nella stessa discussione problemi che, fino a quando vengono affrontati separatamente, possono apparire come conseguenze locali di singoli progetti, mentre assumono un significato diverso non appena vengono osservati nella loro relazione reciproca.

Il consumo di energia e di suolo, la disponibilità di acqua, la dissipazione del calore, le emissioni degli impianti di emergenza e la costruzione delle infrastrutture elettriche necessarie, non appartengono infatti a compartimenti fra loro stagni, ma concorrono tutti a determinare l’impronta che la rapida crescita della capacità di calcolo sta imprimendo sul territorio lombardo.

Anche la struttura della giornata seguiva, non casualmente, questo percorso. Dopo l’introduzione affidata all’attivista Pietro Cataldi, la mattinata ha affrontato gli effetti ambientali e sanitari con Federica Brenta, medico chirurgo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Fabiana Di Pino, attivista della Rete Stop Data Center; e Sergio Manera, fisico dell’Università di Pavia ed esperto di radioprotezione presso il Laboratorio Energia Nucleare Applicata dell’ateneo.

Nel pomeriggio lo sguardo si è allargato invece alle strategie di localizzazione e alle dimensioni assunte dal fenomeno attraverso gli interventi di Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e componente del gruppo di ricerca ProdAction; Marco Mazzotti, professore emerito di ingegneria di processo al Politecnico federale di Zurigo; ed Enrico Duranti, attivista del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio.

La parte conclusiva è stata quindi dedicata al confronto tra le differenti realtà territoriali e alla costruzione del coordinamento regionale.

Non si è trattato soltanto di una successione di relazioni, perché procedere dagli effetti del singolo impianto alla distribuzione territoriale dei progetti significa modificare progressivamente la domanda dalla quale si parte. Finché si osserva un solo data center, infatti, è possibile discutere se produca troppo rumore, quanta acqua impieghi, quale terreno occupi o se i sistemi di raffreddamento adottati siano più o meno efficienti, quando invece sulla stessa carta geografica vengono sovrapposti progetti differenti, che insistono sulle medesime reti energetiche e su territori contigui, il problema diventa necessariamente quello dell’effetto complessivo prodotto dalla loro concentrazione.

Uno degli aspetti più riusciti del convegno è stato, in questo senso, l’incontro tra competenze scientifiche ed esperienze maturate nei territori, che ha permesso di sottrarre il confronto tanto a una generica paura della tecnologia quanto alla rappresentazione dei data center come infrastrutture sostanzialmente immateriali.

Dietro la capacità di calcolo ritornano infatti immediatamente la fisica e l’ingegneria. Un data center deve essere alimentato in modo continuo, raffreddato e mantenuto operativo anche in condizioni di guasto, il che significa dimensionare reti, trasformatori, gruppi di continuità, generatori di emergenza e sistemi termici con livelli di affidabilità elevati.

Queste infrastrutture non sono elementi collaterali del progetto, ma fanno parte della condizione stessa che permette alla capacità computazionale di essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro.

Sul piano termico il problema appare con particolare chiarezza. Quasi tutta l’energia elettrica utilizzata dall’hardware viene infine convertita in calore e, per quanto sia possibile migliorare enormemente le tecnologie attraverso le quali questo viene trasferito all’esterno, ridurre il consumo dei sistemi ausiliari o recuperarne una parte per altri utilizzi, il bilancio energetico di fondo non scompare. Proprio per questo l’efficienza, pur essendo necessaria, non esaurisce la questione.

L’impiego di sistemi di raffreddamento più performanti permette di dissipare una determinata quantità di calore con minori consumi accessori, mentre il raffreddamento a liquido rende possibile concentrare nei rack potenze assai superiori rispetto alle configurazioni tradizionali ma se l’aumento dell’efficienza consente contemporaneamente di installare una quantità ancora maggiore di capacità di calcolo, la riduzione dell’impatto per unità di potenza non coincide necessariamente con una diminuzione dell’impatto complessivo.

Lo stesso vale per il recupero del calore, spesso indicato come una delle possibili forme di integrazione dei data center con il territorio. Collegare un impianto a una rete di teleriscaldamento può essere tecnicamente sensato, perché consente di utilizzare almeno in parte un flusso termico che altrimenti dovrebbe essere dissipato, ma affinché questo recupero sia effettivo occorrono reti e utenze sufficientemente vicine, temperature compatibili e una domanda capace di assorbire il calore disponibile.

Poiché la produzione termica del data center rimane sostanzialmente continua mentre il fabbisogno di riscaldamento varia fortemente durante l’anno, deve comunque essere prevista la possibilità di disperdere il calore quando non può essere utilizzato.

Più che dimostrare che non esistano soluzioni tecnologiche, questi esempi mostrano quindi la necessità di collocarle nella scala corretta: si può progettare meglio un singolo impianto, ma la tecnologia non può stabilire da sola quale quantità complessiva di capacità computazionale sia opportuno concentrare in una determinata area.

Lo stesso ragionamento riguarda le emissioni dei generatori di emergenza, il consumo idrico e le opere elettriche. Se ogni progetto viene valutato singolarmente, può risultare compatibile con determinati limiti, quando però nello stesso territorio vengono previsti diversi campus (cioè un’area costituita da più “edifici” datacenter), ciò che deve essere considerato è anche la sovrapposizione dei loro fabbisogni, delle sottostazioni e dei cavidotti necessari ad alimentarli, delle emissioni e delle trasformazioni del suolo che li accompagnano.

La questione degli effetti cumulativi, emersa come uno dei temi trasversali della giornata, costituisce perciò il punto nel quale il dato tecnico incontra direttamente quello politico: se l’oggetto da valutare è un sistema territoriale e non più semplicemente un edificio, anche il livello al quale vengono assunte le decisioni deve necessariamente allargarsi oltre i confini del singolo comune.

È qui che il contributo della sessione pomeridiana ha permesso di fare un passo ulteriore. Alice Franchina ha partecipato negli ultimi mesi al lavoro con cui il gruppo ProdAction del Politecnico di Milano ha mappato la localizzazione, le superfici e le potenze dei data center presenti, in costruzione o programmati nell’area metropolitana, cercando di leggere il fenomeno non soltanto come successione di immobili, ma come trasformazione territoriale.

La ricerca del Politecnico ha infatti censito 33 data center attivi nella Città metropolitana di Milano, ai quali si aggiungono strutture in costruzione e numerosi progetti in valutazione, mentre le dimensioni medie dei nuovi insediamenti risultano sensibilmente superiori a quelle della generazione precedente.

Quando la scala passa da impianti relativamente piccoli a campus da decine o centinaia di megawatt, la distinzione tra investimento privato e infrastruttura pubblica diventa progressivamente più difficile da sostenere nella sua forma più semplice, perché la realizzazione dell’investimento presuppone una disponibilità di rete, trasformazioni urbanistiche e opere energetiche che devono necessariamente essere programmate. La pianificazione, insomma, entra nella vicenda prima ancora che qualcuno decida di chiamarla così.

Il problema diventa allora capire da quale punto essa debba partire. Se un progetto da centinaia di megawatt viene assunto come dato iniziale, la discussione consiste inevitabilmente nel determinare quali infrastrutture siano necessarie per alimentarlo, come raffreddarlo, quali risorse possa utilizzare e quali mitigazioni debbano essere previste.

Se si rovescia l’ordine del ragionamento, invece, la prima domanda riguarda la quantità e la funzione della capacità computazionale che si vuole installare, mentre il dimensionamento delle infrastrutture viene soltanto dopo. Da un punto di vista ingegneristico il principio sarebbe persino banale: prima si definisce il requisito e successivamente si dimensiona il sistema necessario a soddisfarlo. Trasferito alla scala territoriale, però, lo stesso principio assume immediatamente una dimensione politica, perché stabilire il requisito significa decidere quale quantità di energia, acqua, suolo e infrastrutture debba essere destinata a una funzione piuttosto che a un’altra.

È precisamente su questa scala che il passaggio dai singoli comitati alla costruzione di una rete regionale rappresenta il risultato più significativo della giornata.

Le mobilitazioni nate nei mesi precedenti hanno necessariamente preso le mosse da situazioni molto concrete: un terreno destinato a cambiare funzione, una sottostazione prevista vicino alle abitazioni, un nuovo elettrodotto, il timore per il rumore o per l’utilizzo delle risorse.

Il convegno ha permesso di mettere in relazione queste esperienze, facendo emergere come problemi apparentemente locali siano spesso parti differenti dello stesso processo. Il manifesto attraverso il quale la rete si è presentata pubblicamente aveva già indicato questa direzione, proponendo che lo sviluppo delle infrastrutture digitali venisse sottoposto a una programmazione capace di considerare insieme interesse collettivo, ambiente, salute, lavoro e diritti delle comunità, anziché lasciare ai singoli territori il compito di confrontarsi separatamente con progetti arrivati spesso a uno stadio già avanzato.

La composizione iniziale della rete comprende realtà provenienti da numerosi comuni lombardi. Il passo compiuto il 26 settembre consiste quindi nel rendere più difficile trattare la crescita dei data center come la semplice sommatoria di vicende comunali indipendenti. Non significa che il convegno abbia prodotto una soluzione già definita alla questione, né che un coordinamento regionale possa sostituire immediatamente la pluralità delle esperienze territoriali; significa però che esiste oggi un luogo nel quale conoscenze, documentazione e pratiche maturate nelle singole vertenze possono essere confrontate, permettendo di osservare il fenomeno nella sua dimensione complessiva.

Finché ogni comunità deve ricostruire autonomamente procedure autorizzative, consumi previsti, opere connesse e caratteristiche tecniche del progetto che la riguarda, il rapporto con operatori e istituzioni rimane inevitabilmente asimmetrico. Mettere in comune queste conoscenze significa invece aumentare la capacità dei territori non soltanto di contestare un singolo impatto, ma di confrontare progetti differenti e riconoscere le dinamiche che li accomunano.

Il confronto milanese ha mostrato inoltre come, una volta allargata la scala, la discussione possa difficilmente fermarsi agli effetti ambientali immediati.

Dietro il raffreddamento compare la quantità di potenza installata; dietro la connessione elettrica compare la programmazione della rete; dietro la scelta del sito compare la destinazione del territorio.

Seguendo fino in fondo questa concatenazione, la domanda iniziale sul singolo impianto conduce inevitabilmente a quella su chi stabilisca priorità e dimensioni dello sviluppo della nuova infrastruttura digitale. Domande alle quali la politica ha difficoltà a rispondere, schiacciata dalle sue contraddizioni e del suo ruolo di “garante della profittabilità”.

Accade così che il tentativo di passerella del consigliere regionale PD Pierfrancesco Majorino abbia visto la piccata risposta, con conseguenti applausi dell’intera sala, di uno dei relatori che gli ricordava come il suo partito a livello nazionale avesse votato con la maggioranza tutte le norme di deregolamentazione.

Il prossimo passaggio di questo percorso è già fissato per sabato 10 ottobre alle 15 a Milano, quando la rete ha convocato una manifestazione regionale contro lo sviluppo incontrollato dei data center.

L’appuntamento era stato previsto nel manifesto insieme alla mobilitazione territoriale del 12 settembre e al convegno del 26, delineando così un percorso che dalle iniziative locali ha portato prima al confronto comune e ora a una mobilitazione regionale.

Il 26 settembre non si è semplicemente aggiunto un altro appuntamento alla lunga serie di assemblee sui singoli progetti: si è cominciato a costruire una scala comune alla quale discuterli.

Ed è proprio questa nuova scala a modificare la domanda.

Non soltanto se un determinato data center posso essere costruito in un determinato luogo, ma quale capacità computazionale debba essere realizzata, quali risorse sia ragionevole destinarle e attraverso quale processo collettivo debbano essere stabilite le priorità.

Fonte

25/09/2026

UE - Cina: siamo sicuri che il problema sia il disavanzo

di Domenico Moro

La bilancia commerciale dell’Ue a 27 nei confronti della Cina è notevolmente peggiorata negli ultimi anni, passando da un deficit di 50,6 miliardi di euro nel secondo trimestre del 2021 ai 103,3 miliardi di quello del 2026[i]. Tale peggioramento dipende soprattutto dall’aumento delle importazioni europee dal gigante asiatico che, sempre nel secondo trimestre, sono passate dai 107 ai 153 miliardi. I prodotti più importati in Ue dalla Cina sono nell’ordine: apparecchiature elettriche, macchinari e veicoli.

Sono soprattutto questi ultimi ad essere aumentati, grazie alla grande competitività dell’auto cinese, le cui importazioni nella Ue nei primi sei mesi del 2025 e del 2026 sono passate da 14,4 a 20,4 miliardi, mentre l’esportazione europea in Cina è scesa da 9,3 a 6,7 miliardi, quasi triplicando il deficit da 5,1 miliardi a 14 miliardi. A pagare il prezzo del calo dell’export sono i produttori di auto europei, a partire dalla tedesca Volkswagen, che, come abbiamo rilevato in altri articoli, progetta di licenziare 50mila addetti e chiudere quattro fabbriche in Germania.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che lo squilibrio commerciale con la Cina è insostenibile e sta portando alla deindustrializzazione dei principali poli europei. La von der Leyen ha attribuito alla Cina la responsabilità di questi squilibri, a causa dell’eccesso di capacità produttiva e della concorrenza scorretta delle imprese cinesi, che sarebbero sussidiate dallo Stato. La presidente della Commissione ha quindi minacciato la Cina di dazi più alti alle sue esportazioni, nel caso in cui i negoziati in corso non portassero a cambiamenti significativi. I cinesi hanno risposto con decisione, dicendo che avrebbero risposto proporzionatamente a ogni azione protezionistica europea. Inoltre, i cinesi hanno affermato che i loro prodotti sono semplicemente più competitivi, grazie alle loro capacità innovative e tecnologiche. Secondo la Cina, è l’industria europea che dovrebbe migliorare la sua capacità di innovazione.

La situazione odierna, però, è simile a quella che c’era nell’Ottocento. L’Europa, compresa l’Inghilterra, importava molto dalla Cina e vi esportava poco, da cui un deficit commerciale enorme. Gli inglesi tentarono di trovare merci appetibili per i cinesi, ma non ci riuscirono. A un certo punto, però, ne trovarono una, l’oppio dell’India, che era colonia britannica. In questo modo, inondarono la Cina di droga, riequilibrando la bilancia commerciale. Quando il governo cinese bloccò il traffico di droga, gli inglesi, sostenuti dai francesi, intervennero con la forza militare (le cosiddette guerre dell’oppio, 1839-'42) e obbligarono la Cina ad aprirsi alla “libertà di mercato”. In realtà, l’Occidente ha sempre avuto problemi di deficit commerciale con la Cina, fin dall’Impero Romano, che malgrado le rampogne di Plinio il Vecchio, importava grandi quantità di spezie e soprattutto di seta per soddisfare i lussi delle ricche matrone.

Il fatto è che la Cina è sempre stata il paese con il Pil assoluto maggiore del Mondo, ma perse sempre più posizioni nel periodo in cui è stata una semi-colonia degli occidentali. Il Pil degli Usa nei confronti di quello della Cina era il 7,9% nel 1820, il 157% nel 1900 e il 531% nel 1950[ii]. Ora, la Cina sta riacquistando il posto che storicamente ha sempre occupato: nel 2025 il Pil Usa era il 119% di quello cinese, ma, calcolato a parità di potere d’acquisto, rappresentava appena il 74%[iii]. Il recupero cinese odierno non è, però, dovuto solo all’ingegnosità e alla laboriosità dei suoi abitanti o al costo del lavoro inferiore a quello dei paesi capitalistici avanzati. Ci sono due fattori che di solito non vengono nominati. Il primo è la grandezza del mercato cinese, il maggiore del mondo, per cui la Cina può fare economie di scala enormi, risparmiando sui costi di produzione. Ma soprattutto la Cina ha un ordinamento socialista (con caratteristiche cinesi, come dicono loro), che le permette di sfruttare la pianificazione diretta dallo Stato.

I piani quinquennali cinesi non stabiliscono rigidamente quote di prodotto, ma obiettivi generali, in base alle necessità del paese. Una volta che gli organismi politici e statali definiscono le priorità, come produrre una determinata quota di energia da fonti rinnovabili, o recuperare il ritardo nei semiconduttori, il sistema si dirige in quella direzione. Ad esempio, il sistema bancario, che è interamente pubblico, facilita gli investimenti nei semi-conduttori. Dunque, esistono imprese private, che ricercano il profitto, ed un mercato, ma accanto c’è non solo un settore di imprese pubbliche, ma anche un ecosistema finanziario (fra l’altro la Banca centrale non è autonoma come da noi), scientifico e tecnologico pubblico che cerca di far marciare tutto insieme. Non sempre ci riesce in modo ottimale, come nel caso della crisi immobiliare. Inoltre, tendenze liberiste cercano di affermarsi, problemi di corruzione esistono e il welfare va potenziato[iv]. Ma i positivi risultati generali sono sotto gli occhi di tutti.

Se l’Europa non innova è perché è un’area di capitalismo avanzato, dove la produzione è sottomessa solo al profitto delle imprese multinazionali che viene effettivamente realizzato. Se il profitto (o meglio un certo livello di profitto) non viene garantito, l’investimento, l’innovazione e la produzione ristagnano e i capitali vengono investiti nella finanza o in settori protetti e monopolistici (come le utility), oppure la produzione viene spostata dove la forza lavoro è meno cara, ossia in Asia orientale e in America Latina, o, più vicino, in Marocco e in Turchia.

Per concludere, la superiorità cinese deriva sì dall’innovazione, ma perché lo Stato la stimola e la pianifica insieme a tutta l’economia. Si tratta, quindi, di una superiorità di sistema. Il socialismo, sebbene a uno stadio iniziale, dimostra la sua superiorità sul capitalismo speculativo e finanziario. L’Europa occidentale e gli Usa hanno una economia speculativa e parassitaria, basata sullo sfruttamento del resto del Mondo. Quando questo viene meno, come nel caso della Cina dove lo Stato, attraverso il Partito comunista, garantisce la sovranità e l’indipendenza del paese, ecco che Europa occidentale e Usa hanno seri problemi.

Dunque, non credo che l’Europa sia in grado – a causa dei rapporti sociali in essa dominanti – di recepire l’invito della Cina a innovare. Penso che, quindi, quello che dobbiamo aspettarci è un aumento dei dazi protezionistici, a dispetto del fatto che la Ue si è sempre eretta a paladina del libero mercato. È sicuro, inoltre, che ci sarà una nuova ondata di esternalizzazioni produttive all’estero, dove il costo del lavoro è più basso, dall’Europa orientale (magari nei paesi che si apprestano a fare il loro ingresso nella Ue) al Magreb. La deindustrializzazione, insieme all’intelligenza artificiale, colpirà il tessuto sociale dell’Europa occidentale, e ciò destabilizzerà l’assetto politico, come sta accadendo in Germania. La conversione delle fabbriche di auto in fabbriche di armi – come già sta avvenendo in Germania – e l’aumento della spesa militare sono semplici palliativi dal punto di vista del rilancio economico, ed è una scelta molto pericolosa dal punto di vista degli equilibri politici internazionali.

L’alternativa, però, esisterebbe. Bisognerebbe cambiare paradigma, abbandonando quello mercantilista, basato sulle esportazioni e sulla moderazione salariale, a discapito di un mercato interno depresso anche dalla austerità di bilancio. E bisognerebbe abbandonare anche il paradigma neoliberista, fondato sulle privatizzazioni, sulla subalternità della politica e dello Stato a imprese private, libero mercato e profitto. Lo Stato dovrebbe ritornare a essere protagonista, come prevede la nostra Costituzione, che parla di programmazione economica (art. 41 e 43), e come accadeva all’epoca della Prima repubblica, quando l’Italia era la quinta economia mondiale. Un modello che all’epoca fu studiato attentamente proprio dai cinesi.

Ma, a questo punto, è evidente che tutto ciò richiede una trasformazione profonda della politica non solo dell’Italia ma anche della Ue. Questa, infatti, negli ultimi decenni ha imposto politiche di bilancio restrittive, che hanno tagliato i servizi pubblici, ha bloccato l’intervento imprenditoriale pubblico, classificandolo come “aiuti di stato”, ed ha “raccomandato” le cosiddette “riforme”, che hanno condotto a massicce privatizzazioni e reso il lavoro salariato sempre più debole nei confronti del capitale e meno pagato.

Note

[i] Eurostat, Statistics Explained, Eu trade with China-Latest developments, August 2026.

[ii] Maddison Project Database, miei calcoli sui dati del Pil pro-capite e popolazione.

[iii] World Bank Group, Database, miei calcoli su dati del Pil in dollari costanti del 2015 e in dollari costanti del 2021 a parità di potere d’acquisto.

[iv] Il presidente cinese Xi Jinping ha accentuato la lotta contro la corruzione. Inoltre, dal covid la sanità cinese è molto migliorata e gli economisti stanno discutendo di introdurre il “salario vitale”, calcolato sui reali costi della vita, un reddito di base universale e pensioni non contributive.

Fonte

11/09/2026

Data center, valorizzazione del capitale e sovranità digitale in Lombardia

La nuvola ha radici nella terra

Per anni la trasformazione digitale è stata raccontata attraverso un lessico apparentemente immateriale: i dati sono nella “nuvola”, i servizi vengono erogati dal cloud e l’intelligenza artificiale sembra operare in uno spazio separato dalla produzione materiale. Eppure, proprio mentre questa rappresentazione si afferma, diventa sempre più evidente che dietro ogni modello, piattaforma o servizio digitale esiste una base fisica fatta di semiconduttori, server, edifici, reti in fibra ottica, sottostazioni elettriche, sistemi di raffreddamento, acqua, energia e territorio.

I data center costituiscono questa base materiale. Al loro interno non vengono semplicemente conservati dati, ma viene prodotta la capacità di calcolo dalla quale dipendono ormai una parte crescente dell’industria, della logistica, del sistema bancario, della pubblica amministrazione e, soprattutto, dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Proprio per questo la questione non può essere ridotta al confronto tra innovazione e ambiente, perché, prima ancora di discutere quanto queste infrastrutture consumino risorse, occorre capire quale funzione stiano assumendo nel processo di accumulazione e chi controlla la ricchezza che esse rendono possibile.

La crescita degli investimenti mostra infatti che non siamo davanti a una componente marginale dell’economia digitale. Nel 2025 la spesa in conto capitale delle maggiori imprese tecnologiche mondiali ha raggiunto centinaia di miliardi di dollari e continua ad aumentare, fino a collocarsi su dimensioni confrontabili, e in alcuni casi superiori, con quelle dei grandi settori energetici tradizionali.

L’intelligenza artificiale, quindi, non rende il capitalismo meno materiale; al contrario, costringe il capitalismo delle piattaforme a poggiare su una quantità crescente di capitale fisso. Se Google, Amazon, Microsoft o Meta erano state spesso rappresentate come imprese capaci di valorizzarsi soprattutto attraverso software, dati e proprietà intellettuale, la nuova fase mostra come quella valorizzazione richieda ora [abbia sempre richiesto in realtà -ndR] enormi anticipazioni di capitale in infrastrutture energetiche e computazionali.

Questo non significa che la corsa all’intelligenza artificiale sia soltanto un modo per assorbire capitale eccedente, dal momento che le applicazioni della nuova tecnologia possono effettivamente trasformare produttività, organizzazione del lavoro e interi settori economici. Proprio perché questa trasformazione è reale, tuttavia, essa apre una nuova frontiera della valorizzazione e rende strategico il controllo della capacità di calcolo sulla quale quella trasformazione si fonda.

La concentrazione del mercato mostra già in quale direzione si stia procedendo: Amazon Web Services, Microsoft e Google controllano insieme la maggior parte del mercato mondiale delle infrastrutture cloud. Quanto più la capacità di calcolo diventa una condizione generale della produzione, tanto maggiore diventa quindi il potere economico di chi può determinarne accesso, prezzo e destinazione.

È in questo passaggio che il rapporto tra capitale e Stato assume un’importanza decisiva, perché la crescita dei data center non avviene attraverso il semplice funzionamento spontaneo del mercato. Quando una nuova infrastruttura diventa essenziale per la competitività e per la posizione geopolitica delle economie occidentali, gli Stati intervengono direttamente per costruirne le condizioni di sviluppo, finanziando nuove reti, semplificando le procedure, mettendo a disposizione territori e sostenendo gli investimenti.

Negli Stati Uniti questo avviene apertamente, perché la costruzione di data center, impianti per semiconduttori e nuova capacità energetica viene ormai considerata una condizione della competizione internazionale sull’intelligenza artificiale; l’Unione europea utilizza invece il linguaggio dell’“autonomia strategica” e della “sovranità tecnologica”, ma persegue anch’essa un’espansione accelerata della capacità computazionale, mobilitando risorse pubbliche con l’obiettivo dichiarato di attirare una quantità ancora maggiore di capitale privato.

La pianificazione, dunque, non è scomparsa sotto il neoliberismo; ciò che è cambiato è soprattutto il fine al quale viene subordinata. Lo Stato non pianifica necessariamente quali bisogni sociali soddisfare, ma organizza le condizioni generali affinché il capitale possa investire nei settori ritenuti strategici.

I data center rendono questo processo particolarmente evidente, perché il capitale privato può possedere edifici, server e sistemi di raffreddamento, ma non può costruire autonomamente la rete elettrica, le infrastrutture territoriali, le procedure urbanistiche e autorizzative, la disponibilità di energia e il quadro normativo necessari al funzionamento degli impianti. Le condizioni della produzione vengono quindi socializzate, mentre il controllo dell’infrastruttura e l’appropriazione della ricchezza rimangono privati.

L’Italia entra in questo processo con una contraddizione ancora più evidente, dal momento che il governo Meloni presenta l’espansione dei data center come parte della costruzione della “sovranità digitale”, mentre la propria strategia ufficiale è esplicitamente orientata all’attrazione degli investimenti esteri nel settore.

Agli investimenti già avviati dovrebbero aggiungersi nei prossimi anni decine di miliardi, con un ruolo rilevante di operatori globali come EdgeConneX, Equinix e K2 Strategic. La distanza tra sovranità proclamata e realtà non consiste tuttavia soltanto nell’origine straniera dei capitali, perché localizzare fisicamente un data center in Italia può certamente migliorare latenza, resilienza e giurisdizione sui dati, senza che ciò significhi controllare la capacità computazionale che vi è installata, dal momento che il capitale, le piattaforme cloud, i semiconduttori e i modelli di intelligenza artificiale possono continuare a dipendere da soggetti multinazionali.

La sovranità rischia così di ridursi alla capacità di ospitare sul territorio nazionale infrastrutture che rimangono inserite in catene del valore e di comando esterne. Lo Stato mantiene il controllo sul luogo nel quale vengono collocate le macchine, senza per questo acquisire il controllo sulle macchine stesse, sulla capacità computazionale che producono e sulla ricchezza che attraverso di esse viene generata.

È dentro questo processo generale che va collocata la crescita dei data center in Lombardia, dove nel marzo 2026 risultavano 49 impianti attivi, 33 dei quali nella Città metropolitana di Milano, nella quale si concentra circa il 68% della potenza nominale nazionale censita. A questi si aggiungono gli impianti in costruzione e quelli sottoposti a valutazione, che mostrano dimensioni molto maggiori rispetto alla generazione precedente.

Quando gli insediamenti passano da pochi megawatt a campus da decine o centinaia di megawatt, il problema non può più essere trattato come quello di una singola attività produttiva, perché la loro presenza comincia a incidere direttamente sulla pianificazione energetica e territoriale. Le richieste di connessione alla rete attribuite ai progetti di data center hanno ormai raggiunto in Lombardia valori dell’ordine delle decine di gigawatt; non tutta questa potenza verrà necessariamente realizzata, ma la sua dimensione è già sufficiente a influenzare la programmazione delle infrastrutture elettriche.

A questo punto la questione ambientale assume un significato politico più preciso. Non si tratta soltanto di misurare quanta energia o quanta acqua consumi il singolo impianto, perché anche un data center efficiente continua a utilizzare risorse che potrebbero essere destinate ad altri usi.

L’energia necessaria ad alimentare centinaia di megawatt di capacità computazionale può essere utilizzata anche per elettrificare i trasporti, decarbonizzare l’industria o ridurre il consumo di combustibili fossili negli edifici; allo stesso modo un terreno può essere destinato a un data center, all’agricoltura o a servizi, mentre un’area urbana dismessa può ospitare infrastrutture digitali ma anche edilizia pubblica, ricerca, produzione o verde.

Quando le risorse sono limitate, decidere come utilizzarle significa inevitabilmente stabilire una gerarchia tra bisogni differenti.

La legge regionale lombarda sui data center, approvata nel giugno 2026, rende visibile proprio questa contraddizione. Da un lato introduce criteri ambientali reali, privilegiando le aree dismesse, il recupero del calore e la riduzione dei consumi idrici; dall’altro afferma esplicitamente l’obiettivo di favorire gli investimenti attraverso semplificazioni e misure premiali.

Non siamo quindi davanti a una Regione che ignora gli impatti ambientali, bensì a un modello nel quale quegli impatti vengono trattati come variabili da governare affinché l’espansione possa continuare.

Il consumo di suolo lo dimostra bene: pur privilegiando le aree già compromesse, la legge non vieta in assoluto l’utilizzo di suolo agricolo, ma rende economicamente più onerosi gli interventi che lo consumano. Il limite naturale viene così trasformato in un costo che può essere incorporato nell’investimento.

La differenza tra due possibili forme di pianificazione emerge precisamente qui. Una pianificazione orientata ai bisogni collettivi può decidere che una determinata quantità di territorio, acqua o energia non sia disponibile perché necessaria ad altre finalità; una pianificazione orientata alla valorizzazione, invece, prende l’investimento come punto di partenza e cerca successivamente di renderlo compatibile, mitigando o compensando gli effetti prodotti.

Non sorprende, da questo punto di vista, che nella discussione regionale siano emerse forti resistenze nei confronti di una valutazione cumulativa più stringente degli insediamenti e di limiti rigidi alle localizzazioni, mentre nella stessa maggioranza è stata esplicitata la preoccupazione che norme troppo severe possano spingere gli investitori verso territori meno restrittivi.

Il capitale può scegliere dove localizzarsi; le istituzioni vengono quindi spinte a competere per rendere il proprio territorio sufficientemente attrattivo.

Milano riproduce la stessa contraddizione su scala urbana. Il progetto Rubattino 84, collocato interamente nel Comune di Milano, interessa circa 66 mila metri quadrati e viene presentato dall’amministrazione come parte della trasformazione dell’area in un polo tecnologico e infrastrutturale avanzato.

Nel caso di Rubattino l’investimento privato porta con sé opere pubbliche e interventi di riqualificazione, tra cui collegamenti ciclabili, mobilità e trasformazioni degli spazi circostanti. Il problema non è negarne l’utilità, ma osservare che il bisogno pubblico viene soddisfatto come conseguenza di una trasformazione privata dalla quale l’amministrazione cerca di ricavare una quota di utilità collettiva.

È lo stesso meccanismo che attraversa una parte della trasformazione urbanistica milanese: anziché partire dai bisogni della città per individuare gli investimenti necessari, si parte dall’investimento disponibile e si negoziano al suo interno servizi, verde e compensazioni.

Anche in questo caso, dunque, non manca la pianificazione; cambia il principio dal quale prende le mosse.

È questa logica che le mobilitazioni lombarde potrebbero mettere in discussione, qualora riuscissero a superare la dimensione della singola vertenza e a sottrarsi alla possibilità che il conflitto venga progressivamente ricondotto entro il terreno della compatibilità.

La nascita della Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center e il manifesto “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei Data Center” indicano, da questo punto di vista, una possibilità interessante, perché il documento non rifiuta la digitalizzazione né l’intelligenza artificiale, ma pone il problema del modo in cui il loro sviluppo viene deciso, chiedendo un Piano nazionale capace di stabilire quali data center siano realmente necessari, dove possano essere localizzati e quali limiti energetici, idrici e territoriali debbano rispettare.

Se questa impostazione venisse portata fino alle sue conseguenze, il conflitto potrebbe spostarsi dalla compatibilità del singolo impianto alla finalità sociale dell’intero processo: perché domandare quali data center siano necessari significa inevitabilmente chiedere quanto siano necessari a chi, per produrre cosa e sotto il controllo di quale soggetto.

Non è però un esito scontato

Le mobilitazioni territoriali attraversano inevitabilmente contraddizioni politiche e sociali differenti e possono essere ricondotte, attraverso il rapporto con amministrazioni, forze istituzionali e associazioni ambientaliste, sul terreno della mitigazione e della compensazione. Il precedente di Bollate è istruttivo proprio perché mostra questa ambivalenza: il ricorso e la mobilitazione hanno prodotto risultati concreti sul piano delle compensazioni ambientali e della tutela di alcune aree, senza tuttavia impedire la realizzazione dell’infrastruttura, tanto che il conflitto ha potuto chiudersi attraverso un accordo tra le parti.

Non si tratta di liquidare quel risultato, che per il territorio può avere un valore reale, quanto di coglierne il limite politico: quando la discussione viene spostata esclusivamente sulla quantità della compensazione, la decisione fondamentale sull’utilità sociale dell’investimento torna fuori dal campo del conflitto.

Lo stesso rischio potrebbe riprodursi su scala regionale qualora la costruzione della rete dei comitati si limitasse a ottenere maggiori tutele, compensazioni o una distribuzione territorialmente meno impattante degli impianti, lasciando però intatto il principio secondo cui la quantità di capacità computazionale da costruire viene determinata dalla domanda del mercato e dalla disponibilità del capitale a investirvi.

La presenza, intorno alle mobilitazioni, di forze politiche e istituzionali che criticano alcuni aspetti dell’attuale sviluppo dei data center senza mettere necessariamente in discussione il modello di fondo rende questa possibilità tutt’altro che astratta. Ciò non significa attribuire ai comitati una regia esterna né negarne l’autonomia, ma riconoscere che ogni movimento attraversa una lotta sulla propria direzione politica e sul punto fino al quale è disposto a spingere le proprie rivendicazioni.

Se riuscisse a mantenere aperta la domanda sulla necessità degli impianti, sulla proprietà della capacità di calcolo e sulla destinazione delle risorse, la rete potrebbe quindi superare tanto il localismo quanto il rifiuto astratto della tecnologia; se invece il conflitto venisse ricondotto alla ricerca di un compromesso più sostenibile con lo stesso modello di sviluppo, il risultato potrebbe essere una forma più regolata e territorialmente compensata della medesima espansione.

La differenza è decisiva

Se la capacità di calcolo sta diventando una forza produttiva indispensabile alla ricerca, alla sanità, all’industria e ai servizi pubblici, proprio per questo la sua quantità, la sua localizzazione e il suo controllo non possono essere lasciati esclusivamente alla redditività degli investimenti privati.

Una pianificazione fondata sui bisogni sociali dovrebbe partire dalla quantità di capacità computazionale realmente necessaria e dalle funzioni alle quali destinarla, stabilendo poi quali risorse possano essere impiegate e quale forma di proprietà consenta di distribuire collettivamente i benefici prodotti. La pianificazione oggi dominante segue invece il percorso inverso: parte dalla nuova frontiera di valorizzazione, mobilita energia, territorio, reti e apparati pubblici affinché l’investimento si realizzi e interviene successivamente per mitigarne le conseguenze.

Nel primo caso sono i bisogni a determinare l’investimento; nel secondo è l’investimento a determinare quali bisogni possano trovare spazio.

La contraddizione che attraversa oggi la Lombardia non riguarda quindi soltanto alcuni data center. Essa mostra come, proprio mentre le condizioni della produzione diventano sempre più socializzate e dipendenti dall’intervento pubblico, il controllo delle nuove forze produttive e l’appropriazione della ricchezza rimangano concentrati.

Per questo i conflitti nati intorno ai terreni agricoli, alle sottostazioni, ai consumi idrici o ai nuovi insediamenti potrebbero diventare qualcosa di più di una resistenza periferica alla modernizzazione, nella misura in cui riuscissero a mettere in discussione non soltanto gli effetti della trasformazione digitale, ma il principio secondo il quale essa viene organizzata.

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06/09/2026

«Il problema non è il woke, è il liberalismo»

Woke, disuguaglianze, economia. In questa torrida coda d’estate le opposizioni al governo Meloni dibattono, alla ricerca di un senso comune, una strategia di costruzione del consenso che possa scardinare l’egemonia della destra. Ne parliamo con l’economista Emiliano Brancaccio, uno studioso che in questi anni ha contribuito a riportare la ricerca marxista al centro della scena internazionale, tramite confronti con vari premi Nobel e banchieri centrali. Brancaccio è autore con Feltrinelli di Libercomunismo, un libretto che sta facendo discutere, da Tremonti a Bertinotti, da Caracciolo a Pievani, e che approfondisce molti temi oggetto del dibattito estivo.

Professor Brancaccio, su iniziativa di Carlo Galli è partito un dibattito sul “woke” che ha coinvolto vari esponenti della politica e della cultura, da Conte a Tajani, da Renzi a Vannacci, da Piccolotti a Valditara. Galli dichiara che il “woke” è “sovrastruttura” e che le sinistre dovrebbero dare la priorità ai problemi di “struttura”, come le disuguaglianze sociali. Massimo Cacciari sostiene che l’opposizione farebbe bene a mettere in secondo piano il woke e ripassare i fondamentali di Marx. Ma esiste davvero una contrapposizione tra il “woke” dei nostri giorni e la storica lotta di classe marxiana?

Il “woke” nasce nella cultura afroamericana, come esortazione a tenere gli occhi aperti sui rapporti di dominio che regolano la società contemporanea. È un movimento che ha insistito sul carattere “sistemico” delle discriminazioni di razza, di genere e di orientamento sessuale. Ha aiutato tanta gente a capire che se un nero innocente viene ammazzato dalle forze dell’ordine, la causa non è un poliziotto bianco “cattivo” ma un intero apparato di repressione sociale. E se una donna lavoratrice viene pagata molto meno dei suoi colleghi uomini a parità di prestazioni, il problema non risiede in un vago maschilismo dei padroni ma in un sistema strutturato per dividere al suo interno la classe subalterna. E se le libere preferenze sessuali di una persona diventano motivo di discriminazione sociale, la ragione non risiede banalmente nell’arretratezza del contesto culturale ma nel fatto che il governo della sessualità è un classico dispositivo di orientamento, per indurre le persone a metter su famiglia, produrre, consumare, risparmiare, procreare, in sintonia coi ritmi dell’accumulazione. Rispetto molto i colleghi Galli e Cacciari, ma non credo che ridurre questi temi cruciali a “sovrastruttura” o a mero vezzo foucaultiano aiuti la discussione. La verità è che, nelle sue radici originarie, il “woke” può esser pienamente integrato nella moderna critica marxista del capitalismo, sulla scia di Angela Davis, Jules Joanne Gleeson e altre. Se volessi cimentarmi anche io in una citazione dotta, direi che, in un’ottica di “surdeterminazione”, lotta alle discriminazioni e lotta di classe sono esattamente la stessa cosa.

Però converrà che talvolta il “woke” è sfociato in eccessi difficilmente comprensibili. Per esempio, la “cancel culture”, che giudica opere, autori, simboli del passato sulla base dei valori contemporanei, e sostituisce alla comprensione storica la condanna morale.

Tra le file del “woke” esistono sia personalità intelligenti che ottuse, come del resto anche tra i marxisti. Cancellare dai piani di studio Aristotele perché era schiavista sarebbe orrido fanatismo. Altra cosa sarebbe se i programmi partissero proprio dallo studio dell’aristotelico “schiavo per natura”, per situare subito il filosofo greco nell’ordine stringente dei rapporti di potere del suo tempo. Alle militanti woke dico che abbiamo bisogno non di “cancel culture” ma della forza sovversiva di quella che un tempo si definiva “storia sociale”, inclusa la “storia sociale della filosofia”.

Il dibattito di questi giorni, però, ha insistito sul fatto che il “woke” ha confinato la battaglia della sinistra alla sola questione dei diritti di libertà del singolo, abbandonando il tema storico della lotta di classe. Che ne pensa?

Il problema non è il woke, è il liberalismo. Il woke nasce dai ghetti, come movimento di strada contro soprusi e violenze degli apparati di potere, e si è incrociato più volte con le lotte per il lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali. Certo, i liberali hanno lavorato per egemonizzare il movimento e disinnescare la sua carica dirompente. Se tu promuovi leggi contro il razzismo, il femminicidio e l’omofobia fai una cosa degna e giusta, ma se contestualmente agisci anche per indebolire le tutele del lavoro, contestare un’imposta patrimoniale o proteggere la libera circolazione dei capitali, di fatto stai annacquando il woke nel vecchio e placido mare del radicalismo liberale. Nei movimenti, americani ed europei, molti hanno assecondato questa “normalizzazione” liberale, in base all’idea che i temi della lotta di classe fossero ormai superati e che fosse più efficace puntare solo sulle battaglie contro le discriminazioni razziali, sessuali e di genere.

Avevano ragione?

No, è stata una scommessa perdente: in realtà è accaduto l’esatto opposto. Il woke ha perso slancio, diventando una caricatura di sé stesso, proprio perché si è agganciato a un’ideologia liberale che si stava avviando verso una crisi profondissima e irreversibile.

Lei insiste da tempo sul fatto che, dopo il crollo del “muro” di Wall Street del 2008, il liberalismo è entrato in una crisi da cui non può uscire. Può spiegare?

Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza che Marx aveva predetto e che trova oggi indiscussi riscontri empirici: è la centralizzazione del capitale in sempre meno mani che, a colpi di fallimenti dei capitali più deboli e acquisizioni da parte dei più forti, ormai pone oltre l’80 percento del capitale azionario sotto il controllo di meno dell’1 percento dei proprietari. Ebbene, proprio questa formazione di oligopoli colossali, questa immane concentrazione del potere economico, è tra i fattori alla base delle “riforme” che stanno determinando un’altra concentrazione, quella del potere politico, dalle aule parlamentari ai governi, dai governi ai capi di governo, e così via. È quella che va sotto il nome di “recessione democratica”, anche questo un fenomeno documentato, che erode dall’interno gli istituti che fondano la democrazia liberale, dalla tipica ripartizione dei poteri fino alla tutela dei più elementari diritti individuali. Il guaio dei liberali è che pretendono di assecondare la tendenza alla centralizzazione capitalistica e al tempo stesso vorrebbero proteggere l’assetto liberaldemocratico che quella stessa tendenza sta distruggendo. È un’aporia, una contraddizione insanabile, dalla quale non riescono a uscire.

Con quali conseguenze?

La loro morte annunciata, direi. Ancora quindici anni fa i liberali tenevano le leve del potere. Mentre oggi, privi di memoria storica, molti di essi si stanno riducendo a perorare un rinnovato abbraccio mortale con le destre reazionarie e con movimenti di nuova fattura, che io definisco “oltrefascisti”. In questo modo credono di difendere i loro interessi, e poco badano al fatto che si stanno rendendo corresponsabili di ulteriori torsioni del sistema verso forme di centralizzazione autoritaria del potere, più o meno imbellettate. Il risultato finale è un “tradimento”: i liberali non sono più in grado di difendere la democrazia, la libertà, figurarsi le istanze “woke”. È un’altra delle catastrofi che stanno caratterizzando il cosiddetto declino dell’Occidente. Ma a pensarci bene è anche un’occasione politica.

Lei sta dicendo che nella crisi del liberalismo toccherà ad altri farsi carico delle lotte per le libertà e contro le discriminazioni?

Esatto. Vede, nella discussione di questa estate mi sembra che sia mancata proprio una percezione della tendenza storica. La contrapposizione che è emersa dal dibattito, tra il “woke” dei diritti civili e un imprecisato “marxismo” dei diritti sociali, non fa i conti con la contraddizione mortale in cui sta cadendo il liberalismo. E con l’enorme spazio politico che questa crisi liberale sta aprendo. La questione, oggi, non è metter da parte il woke per tornare alla lotta sociale. La questione è che le lotte per i diritti civili e sociali hanno un destino comune, sono ormai inesorabilmente intrecciate. E dunque il loro rilancio può venire solo da una ripresa, in chiave moderna, della critica generale del meccanismo capitalistico e delle sue tendenze più distruttive. E quindi da una nuova politica, che sia realmente capace di fronteggiare la tendenza micidiale alla centralizzazione capitalistica del nostro tempo.

In cosa dovrebbe consistere questa nuova politica?

I populisti hanno cercato di rallentare la tendenza alla centralizzazione inondando di prebende e regalie i piccoli proprietari, anche quelli più inefficienti, che sarebbero stati destinati ai fallimenti e alle acquisizioni. È stata una strategia disastrosa, che ha causato solo enormi danni al lavoro, al bilancio pubblico, al welfare. Bisogna agire in direzione contraria. La competizione capitalistica deve andare avanti, i fallimenti e le acquisizioni devono compiersi, la centralizzazione deve avanzare. Ma a un certo stadio di sviluppo deve incrociare la sua unica, vera nemesi: l’acquisizione pubblica dei capitali monopolistici, nell’ambito di un rinnovato progetto di espansione delle logiche di “piano”, nel senso moderno in cui Leontief le intendeva davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 1974. Nell’epoca oscura della centralizzazione autoritaria, questa è l’unica via per aprire una nuova stagione di conquiste, civili e sociali.

Professore, tutto molto logico, ma sembra anche lontano dall’agenda politica e dal programma del campo largo, se ne verrà uno.

Niente affatto. È uno sguardo sul futuro, certo, ma coi piedi ben piantati nel presente, ossia nella piena coscienza della crisi presente, che tanti fingono di non vedere. Non dimentichiamo che, dopo le crisi finanziaria, pandemica e militare, pur tra mille contraddizioni, veri e propri prodromi di pianificazione sono ormai situati nei gangli profondi della politica economica contemporanea. Il problema politico odierno è come sciogliere quelle contraddizioni. Per intenderci: chi davvero intende sfidare il governo Meloni dovrà decidere tra la vecchia, costosa e inefficiente politica di regalie ai capitali inefficienti e una nuova politica di comando, basata su norme capaci di elevare le tutele del lavoro, della salute e dell’ambiente e di selezionare così soltanto i capitali migliori. Dovrà decidere la posizione che lo stato dovrà assumere nei processi di fusione e acquisizione in atto, in campo bancario e non solo, superando l’antinomia pedestre tra liberismo dei liberali da un lato e amichettismo delle destre dall’altro. E dovrà decidere se inaugurare una battaglia perdente che contrapponga diritti civili e sociali oppure, al contrario, fare i conti con la tendenza in atto e cogliere nella crisi liberale l’opportunità di nuovi laboratori, di inedite fusioni politiche tra libertà e uguaglianza. Insomma, i leader di questo tempo saranno solo quelli capaci di tenere in gran conto la tendenza del tempo: la centralizzazione autoritaria, che sta già aggredendo la libertà, la democrazia, la stessa pace. “Politica” significa oggi solo una cosa: governare quella tendenza, come si cavalca una tigre.

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28/08/2026

L’Italia può abbandonare l’acciaio? Spunti per una produzione pianificata e sostenibile

A inizio agosto ci siamo espressi circa l’ennesima recrudescenza della vertenza Ilva, determinata dall’ingiunzione di chiusura delle aree a caldo dell’impianto di Taranto. Una situazione che, lo ribadiamo, minaccia direttamente gli impianti di Genova e Novi Ligure ma più in generale costituisce una seria ipoteca sulla tenuta della produzione siderurgica in Italia.

La situazione, da allora, ha registrato un precipitoso susseguirsi di fatti:
  1. il gruppo indiano Jindal ha manifestato disponibilità immediata ad accordarsi con il Governo Meloni per rilevare AdI, comprese le aree a caldo dell’impianto di Taranto su cui pende l’ingiunzione di chiusura entro 90 giorni sentenziata dalla magistratura milanese;
  2. a seguire si è palesata – probabilmente su input governativo – una presunta cordata italiana, che ricorda il format dei “capitani coraggiosi” del disastro Alitalia patrocinato nel 2008 dal governo Berlusconi;
  3. infine, quanto sopra sta emergendo come il probabile smantellamento di AdI e il declassamento definitivo della siderurgia italiana sul mercato internazionale.
In questa sede non intendiamo sviscerare la storia delle gare con cui i governi degli ultimi 14 anni hanno cercato un acquirente privato per l’ex Ilva. Ci limitiamo a ricordare che si è trattato di procedimenti dove i soggetti interessati all’acquisizione – gruppi nazionali, internazionali e pure fondi d’investimento “di settore” – hanno dato vita a una danza macabra che ha lasciato sul campo esuberi, operai morti, produzione in vertiginoso calo, disfacimento degli impianti e dipendenza dalle importazioni.

In mezzo a questo valzer non è mai emerso un soggetto istituzionale, industriale o finanziario che si esprimesse seriamente in merito a cosa produrre e con quali tecnologie (Jindal non fa differenza, basta osservare lo stato in cui langue la ex Lucchini di Piombino ed è meglio tacere circa le capacità di analisi e pianificazione dei padroni di Federacciai).

È questa macroscopica ma sistematicamente taciuta assenza che ha trasformato la vertenza ex Ilva nella gestione, differita nel tempo, di uno smantellamento. Quella che, di fatto, è diventata una campana a morto che suona a rallentatore, può essere silenziata solo tornando a parlare di politica industriale da un punto di vista di classe.

Nelle righe che seguono esporremo quello che secondo noi va fatto per rilanciare un settore che è fondamentale per lo sviluppo economico.

Il contesto

La siderurgia mondiale – È in sovra-capacità produttiva strutturale: a fronte di impianti in grado di produrre annualmente 2,5 miliardi di tonnellate di acciaio, il mercato mondiale ne ha assorbiti 1,85 miliardi (dati 2024 [1]). L’eccedenza è dunque pari a ben il 25% e la tendenza non è verso una riduzione di sovra-capacità produttiva.

La siderurgia in Italia – Ha caratteristiche peculiari: l’acciaio è prodotto in prevalenza da rottame, mediante forni elettrici in impianti medio/piccoli. Tale produzione genera emissioni relativamente basse di CO2 perché basata su forni elettrici.

Rispetto alle “esigenze” della produzione manifatturiera italiana (autoveicoli seppur in drastica riduzione, elettrodomestici, edilizia) il settore presenta una carenza di 13 milioni di tonnellate in laminati piani e lunghi che vengono importati dall’estero. In Italia, il settore sconta le seguenti criticità:
  • costi energetici più alti della concorrenza internazionale, in particolare intra UE, determinati
  • dalla dipendenza della produzione elettrica italiana dal gas;criticità nell’approvvigionamento della materia prima rottame (la richiesta di settore supera abbondantemente l’acciaio riciclato a livello nazionale);
  • calo di fatturato (-39,7%) e dei profitti (-45,3%).
Considerazioni – Sulla base dei dati esposti è evidente che:
  • nessun grande produttore internazionale può avere interesse effettivo a rilanciare una azienda in una condizione di mercato globale caratterizzata da una marcata sovrapproduzione. L’unico interesse verso AdI, quindi, può essere quello di rilevarla per toglierla dal mercato, oppure frazionarla scaricando i costi ambientali e sociali sulla finanza pubblica, come di fatto si è verificato da quando la vertenza ex Ilva è in atto.
  • date le specificità del settore italiano, nemmeno i produttori nazionali hanno interesse a rilevare in toto AdI. Anzi, una sua chiusura potrebbe incrementare la redditività complessiva del settore.
  • se il rilancio di AdI è l’obiettivo da perseguire, la proprietà aziendale non può che essere pubblica e il rapporto con il privato “limitato” alle fasi operative di riqualificazione/ricostruzione degli impianti produttivi.
Ipotesi di rilancio per Acciaierie d’Italia

Nel contesto attuale, a livello produttivo, AdI può trovare spazio occupando la carenza di laminati piani e lunghi sul mercato nazionale (come detto, volume produttivo 13 milioni di tonnellate annue) e conservando la quota di mercato nella produzione della banda stagnata [2] in cui è specializzato lo stabilimento di Genova Cornigliano.

Criticità economiche – Il possibile spazio di mercato da coprire non modifica in positivo le criticità economiche del contesto siderurgico italiano. Ciò implica che l’intervento pubblico deve necessariamente valicare il piano meramente proprietario della nuova AdI, intervenendo con funzione di pianificazione, direzione e controllo sia sulla catena di fornitura, in particolare sul versante delle materie prime, sia sull’ambito normativo di settore (come si deve produrre per vendere sul mercato nazionale).

Criticità ambientali – A dispetto di come si è configurata in tempi recenti, la vertenza ex Ilva, tanto a Taranto quanto a Genova, si è connotata storicamente come una questione di conflitto capitale/salute (sia dei lavoratori che pubblica in senso generale). Per questo non vanno minimizzate o rimosse le ragioni degli abitanti dei quartieri posti in prossimità degli impianti produttivi.

In base a questa considerazione:
  • per Taranto la produzione deve essere decarbonizzata nei tempi più brevi possibili. Il periodo di esercizio dell’attuale ciclo a caldo (cokeria + alti forni) deve essere direttamente legato ai tempi realizzativi e di messa in servizio del nuovo ciclo (impianto di preriduzione con idrogeno “verde” e forni elettrici) e comunque prevedere l’implementazione di tutte le tecnologie oggi disponibili atte ad abbattere in maniera massiccia le emissioni dell’attuale ciclo produttivo a caldo.
  • Il nuovo ciclo produttivo non deve contemplare, nemmeno come soluzione “provvisoria” l’uso del metano come riduttore, oppure come “materia prima” tramite cui ricavare idrogeno (cosiddetto “blu”) da impiegare come riduttore nella produzione di DRI (il cosiddetto preridotto).
  • L’obiettivo da perseguire fin da subito e con decisione deve essere la produzione con DRI e forni elettrici, dove il DRI sia ottenuto da processi che utilizzano come riduttore idrogeno cosiddetto “verde”[3], cioè, ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua con energia elettrica generata integralmente da fonti rinnovabili [4].
  • Per Genova l’ipotesi della costruzione di un nuovo forno elettrico va scartata perché, come hanno sostenuto negli ultimi mesi i comitati di quartiere di Cornigliano, costituirebbe un peggioramento oggettivo del contesto attuale in cui nessuna lavorazione a caldo è presente nell’acciaieria [5]. Per altro, l’eventuale costruzione di un forno elettrico a Genova, di fatto aprirebbe la strada a uno scorporo degli impianti AdI del Nord Italia rispetto a Taranto, che verrebbe a trovarsi in posizione ancora più precaria di quella attuale. Deve quindi essere chiaro che la nuova AdI ha futuro solo mantenendo l’unità degli impianti produttivi sul territorio nazionale.
Criticità normative – La sostenibilità economica della nuova AdI, date le criticità di settore (elevati costi energetici), pregresse aziendali (ampio accumulo di debito) e di riqualificazione (costi elevati dei nuovi impianti) richiedono una tutela pubblica ad hoc che, come già scritto, non va intesa come “limitata” alla proprietà pubblica dell’azienda (in toto o a maggioranza azionaria) ma deve allargarsi al piano normativo per:
  • stilare e implementare un piano energetico nazionale volto a ridurre drasticamente i costi energetici per cittadini e aziende [6];
  • massimizzare l’utilizzo di fondi UE per la riqualificazione (che a oggi inspiegabilmente nessun governo ha nemmeno tentato di mobilitare, ma anzi ha stralciato verso altre destinazioni d’uso);
  • “orientare” il consumo del mercato italiano verso l’“acciaio verde” con lo scopo di:
    • garantire redditività alla nuova AdI (unica via reale per la tenuta dei livelli occupazionali e la riduzione del debito aziendale);
    • trainare la siderurgia italiana nella risalita della catena globale del valore (condizione che in potenza potrebbe determinare ricadute positive sulla contrattazione dei lavoratori dell’intero settore).
Quanto fin qui descritto, andrebbe sviluppato in un piano organico che ovviamente non è possibile dettagliare in un semplice testo. A nostro avviso, tuttavia, costituisce un primo passo per riportare nel dibattito di classe temi più strategici e di peso rispetto alle cronache giornalistiche mentre i territori, più o meno silenziosamente, sprofondano nel sottosviluppo dell’economia turistica e del movimento merci.

Note
  1. Fonte dei dati: rapporto di settore redatto da Cassa Depositi e Prestiti.
  2. La banda stagnata è una lamina di acciaio particolarmente sottile e rivestito di La lavorazione ha lo scopo di produrre un laminato maggiormente resistente alla ruggine, utilizzato per la produzione di imballaggi speciali come le lattine e i contenitori alimentari.
  3. Per approfondire gli aspetti tecnologici della produzione citata si veda qui.
  4. A Taranto, “vincolare” il nuovo impianto a una produzione basata su energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili attiverebbe un ciclo virtuoso valorizzando, da un lato l’elevata percentuale di potenza rinnovabile installata nella regione Puglia, dall’altro la produzione locale perché il secondo stabilimento industriale tarantino per numero di addetti è Vestas, che produce pale e generatori eolici.
  5. Un forno elettrico, inoltre, non è compatibile con le attuali aree di AdI che si trovano sulla traiettoria di decollo/atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, situazione che limita lo sviluppo in altezza delle infrastrutture limitrofe allo scalo.
  6. Qui sono disponibili molte affermazioni circostanziate sull’argomento.
Fonte

25/08/2026

La scarsità vale oro. Le aziende multiutility, mercato e crisi energetica

La multa ad A2A per manipolazione del mercato elettrico non racconta soltanto il comportamento di una grande azienda multiutility, ma rende visibile una contraddizione più generale del sistema energetico: ciò che per la società costituisce scarsità, e quindi maggiore costo, per chi controlla la capacità produttiva sì trasformara in una fonte di profitto.

È da questa contraddizione che conviene partire per comprendere la crisi del modello costruito attraverso le liberalizzazioni e, contemporaneamente, il ritorno della pianificazione pubblica come condizione necessaria allo stesso funzionamento del mercato.

L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha sanzionato A2A con 5 milioni di euro per comportamenti relativi al mercato elettrico del 2022, attraverso la deliberazione 279/2026/S/eel del 30 luglio 2026. Il meccanismo contestato è quello dell’economic withholding (trattenimento economico della capacità produttiva). In termini semplici, immaginiamo che in una determinata ora il sistema abbia bisogno di 100 MWh di elettricità e che 90 siano già disponibili.

Un produttore possiede una centrale in grado di fornire i 10 MWh mancanti, ma presenta quell’energia a un prezzo sufficientemente elevato da farla rimanere fuori dal mercato. La capacità non viene fisicamente sottratta, perché la centrale resta disponibile, ma viene resa economicamente indisponibile. Poiché la domanda deve comunque essere soddisfatta, diventa necessario ricorrere a un’offerta più costosa e il prezzo può aumentare.

Per un grande produttore che vende energia attraverso più impianti, la rinuncia a una quantità relativamente piccola può essere compensata dal maggiore prezzo incassato sull’energia che continua a vendere: in un esempio puramente illustrativo, 100 MWh venduti a 100 euro producono 10.000 euro di ricavi, mentre 90 MWh venduti a 130 euro ne producono 11.700.

Naturalmente non qualsiasi offerta superiore al costo marginale costituisce una manipolazione, perché esistono vincoli tecnici, costi di avviamento, manutenzione e altre ragioni economiche che possono giustificare differenti strategie di offerta. Proprio per questo ARERA deve verificare l’effettiva capacità dell’operatore di influenzare il prezzo e l’assenza di motivazioni legittime.

Il punto politico, tuttavia, precede l’accertamento dell’illecito: la società ha interesse a disporre della maggiore quantità possibile di energia a un costo sostenibile, mentre il capitale che controlla quella produzione di energia deve ricavarne il massimo rendimento. Quando l’offerta è abbondante i due interessi possono apparire compatibili; quando l’energia diventa scarsa, la loro divergenza emerge con maggiore evidenza.

Per famiglie e lavoratori la scarsità energetica significa aumento delle bollette, inflazione e riduzione del salario reale; per le imprese significa crescita dei costi di produzione. Chi controlla capacità produttiva, accumuli, stoccaggi o altre risorse decisive nei momenti critici può invece vedere aumentare il valore economico degli asset posseduti.

La stessa condizione materiale assume quindi un significato differente a seconda della posizione occupata nel rapporto economico: aumenta il valore economico del controllo sulla scarsità proprio mentre aumenta il costo sociale della scarsità stessa.

Il maggiore prezzo all’ingrosso non rimane confinato nella Borsa elettrica, ma si trasmette con tempi e intensità differenti sui venditori, sulle imprese e sui consumatori finali. Un contratto indicizzato al Prezzo Unico Nazionale (PUN) è più direttamente esposto rispetto a uno a prezzo fisso, mentre i fornitori possono attenuare temporaneamente gli effetti attraverso acquisti anticipati e coperture finanziarie.

Quando però il costo dell’energia aumenta in maniera significativa, il sovrapprezzo tende a propagarsi nell’intero sistema economico. È quindi particolarmente rilevante che, nel procedimento contro A2A, ARERA abbia costruito uno scenario controfattuale per stimare quale prezzo si sarebbe formato in assenza della strategia contestata, arrivando a quantificare quello che definisce il “massimo danno potenziale per i consumatori di energia elettrica ascrivibile a A2A”.

Quel numero esiste, ma nella versione pubblica del provvedimento non è conoscibile: sono coperti da omissis il mese preciso del 2022 interessato, l’incremento medio del prezzo in euro per MWh e l’importo complessivo del danno potenziale.

Conosciamo quindi la sanzione, cinque milioni di euro, ma non quanto la condotta sanzionata possa essere costata ai consumatori. Se un’autorità pubblica ha già effettuato quella stima, renderla conoscibile e ricostruire quanto del sovrapprezzo sia arrivato realmente sulle bollette diventa una rivendicazione immediata, sulla quale possono essere utilizzati l’accesso agli atti e, se ne emergessero i presupposti, anche strumenti risarcitori.

La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei profitti che ne derivano.

La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.

Isolare il caso A2A come semplice deviazione di un singolo operatore sarebbe però fuorviante. Nel luglio 2025 ARERA ha pubblicato un rapporto sul Mercato del Giorno Prima relativo al 2023-2024, nel quale viene analizzato il funzionamento complessivo del mercato.

Per gli impianti a ciclo combinato l’Autorità individua possibili fenomeni di economic withholding in una quota significativa delle ore osservate, pari a circa il 30% nello scenario più prudenziale.

Nelle simulazioni controfattuali, sostituendo le offerte considerate potenzialmente riconducibili al trattenimento con offerte coerenti con il comportamento di un operatore price-taker (un operatore che accetta il prezzo di mercato senza essere in grado di influenzarlo), ARERA rileva impatti al rialzo sui prezzi zonali in almeno il 28% delle ore del 2023 e nel 25% di quelle del 2024, con differenze medie, nelle ore interessate, comprese fra 17 e 22 €/MWh nel 2023 e fra 15 e 24 €/MWh nel 2024.

Questi dati non equivalgono all’accertamento di manipolazioni da parte di tutti gli operatori analizzati, ma mostrano che il problema del potere sull’offerta non può essere ridotto alla condotta occasionale di una singola impresa.

Si manifesta qui una prima contraddizione del modello liberista. Il mercato dovrebbe produrre attraverso la concorrenza un comportamento tale da impedire ai singoli operatori di determinare il prezzo di una merce; nella realtà, a venticinque anni dalla liberalizzazione, l’autorità pubblica deve costruire simulazioni per stabilire quale prezzo si sarebbe formato se gli operatori reali si fossero comportati come i soggetti senza potere di mercato presupposti dalla teoria.

La concorrenza cessa così di apparire come una caratteristica spontanea del mercato e diventa una condizione che deve essere continuamente difesa e ricostruita attraverso regolazione e intervento pubblico.

Uno dei passaggi decisivi nella costruzione di questo sistema avviene in Italia con il decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999, il cosiddetto decreto Bersani, emanato in attuazione della direttiva europea 96/92/CE. Produzione, importazione, esportazione, acquisto e vendita dell’elettricità vengono liberalizzati, mentre trasmissione e dispacciamento restano riservati allo Stato e la distribuzione viene organizzata attraverso concessioni.

La promessa politica della stagione neoliberista era che la rottura dei monopoli pubblici e la concorrenza avrebbero aumentato l’efficienza e prodotto condizioni più favorevoli anche per gli utenti. Il processo storico ha determinato un esito diverso: le vecchie municipalizzate non sono state sostituite da una moltitudine di piccoli produttori in concorrenza tra loro, ma fusioni, acquisizioni, quotazioni e aggregazioni territoriali hanno favorito la formazione di grandi multiutility capaci di operare sui mercati nazionali ed europei.

A2A è controllata per metà dai Comuni di Milano e Brescia, Iren è a maggioranza pubblica, Hera conserva una forte presenza degli enti locali, mentre Acea è controllata da Roma Capitale.

Questa presenza pubblica nella proprietà non modifica però la funzione economica assunta dalle società, che devono produrre margini, remunerare il capitale, distribuire dividendi, finanziarsi sui mercati e competere con altri gruppi. La liberalizzazione non ha dunque semplicemente trasferito aziende dal pubblico al privato, ma ha trasformato anche una parte della proprietà pubblica in capitale.

Il Comune che possiede una multiutility viene così attraversato da una contraddizione strutturale: come istituzione rappresenta cittadini e lavoratori che hanno interesse a servizi accessibili e prezzi energetici contenuti, mentre come azionista è interessato alla redditività della partecipata e ai dividendi. Non si tratta quindi della sensibilità dei singoli amministratori, ma della funzione attribuita all’impresa: aziende nate per erogare un servizio sono state inserite in un meccanismo nel quale devono comportarsi come capitali e vengono valutate attraverso i criteri della loro valorizzazione.

Questa trasformazione si è sviluppata in una fase caratterizzata dall’integrazione crescente dei mercati e dalla relativa stabilità delle principali direttrici energetiche internazionali. L’espansione dei volumi, il trading (compravendita di energia sui mercati), le aggregazioni e la diversificazione potevano sostenere la redditività dentro un sistema nel quale gli approvvigionamenti apparivano relativamente prevedibili.

La crisi delle catene globali del valore, la guerra in Ucraina, la drastica riduzione delle forniture russe e la crescente competizione internazionale per il gas naturale liquefatto (GNL) hanno però modificato profondamente questo quadro.

Parallelamente, la crescita di fotovoltaico ed eolico aumenta la variabilità della produzione: nelle ore di abbondanza i prezzi possono diminuire fortemente, mentre quando la produzione rinnovabile si riduce acquistano maggiore valore le centrali programmabili, gli accumuli, gli stoccaggi, le interconnessioni e la flessibilità della domanda.

Di conseguenza non conta soltanto quanta energia si produce, ma quale capacità si controlla nel momento in cui il sistema ne ha bisogno.

La sicurezza energetica richiede però che capacità e infrastrutture esistano prima dell’emergenza. Reti, stoccaggi, accumuli, interconnessioni e impianti di riserva devono essere programmati su orizzonti pluriennali, anche quando una parte di essi rimane inutilizzata per lunghi periodi.

Se il prezzo di mercato fosse sufficiente a indirizzare autonomamente tutti gli investimenti necessari, non sarebbe necessario remunerare separatamente la capacità; esiste invece il capacity market (mercato della capacità), attraverso il quale gli operatori ricevono una remunerazione per garantire che determinata capacità produttiva rimanga disponibile quando il sistema ne avrà bisogno.

Allo stesso modo, quando i ricavi di mercato non garantiscono sufficiente certezza agli investimenti vengono utilizzati contratti di lungo periodo e meccanismi di stabilizzazione, quando i prezzi diventano socialmente insostenibili intervengono i governi e quando l’esercizio del potere di mercato minaccia la formazione dei prezzi interviene il regolatore.

Il paradosso prodotto da un quarto di secolo di liberalizzazioni sta precisamente qui. Il mercato è stato costruito come alternativa alla pianificazione pubblica diretta, ma il suo funzionamento dipende sempre più da decisioni pubbliche che programmano infrastrutture, garantiscono capacità, sostengono investimenti, assorbono gli shock e regolano i comportamenti degli operatori.

La crisi del modello liberista non elimina la pianificazione: mostra che il capitale ha bisogno di una pianificazione crescente per continuare a valorizzarsi.

La questione diventa allora quale funzione debba avere questa pianificazione. Oggi lo Stato e le autorità pubbliche garantiscono una parte crescente delle condizioni generali della produzione energetica e ne assorbono una quota rilevante del rischio, mentre gli asset che diventano particolarmente preziosi nei momenti di scarsità rimangono strumenti di valorizzazione dei capitali che li controllano.

La socializzazione riguarda quindi non soltanto i costi delle crisi, ma la costruzione stessa delle condizioni che rendono possibile la redditività privata.

Il caso A2A rappresenta, secondo l’accertamento dell’Autorità, il punto in cui l’utilizzo privato del potere sulla capacità ha superato il limite fissato dalla regolazione; tuttavia la contraddizione esiste prima di quel limite, perché per la società la scarsità deve essere ridotta, mentre per il capitale che controlla una risorsa scarsa essa può aumentarne il rendimento.

Da questo punto di vista, contrapporre semplicemente mercato e pianificazione significa ormai discutere di un’alternativa che lo sviluppo materiale del sistema ha già superato. L’energia viene pianificata e dovrà esserlo sempre di più, perché la sicurezza degli approvvigionamenti, la transizione energetica, le reti e la capacità di riserva non possono essere affidate alla somma delle decisioni immediate di imprese separate. Il vero conflitto riguarda quindi il contenuto della pianificazione, gli obiettivi che le vengono assegnati e i soggetti che ne esercitano il controllo.

La proprietà pubblica, da sola, non fornisce una risposta, come dimostra precisamente il caso di multiutility formalmente controllate dagli enti locali ma inserite pienamente nella logica della valorizzazione.

Un sistema energetico pianificato nell’interesse dei lavoratori dovrebbe invece assumere come criteri prioritari il contenimento strutturale del costo dell’energia, la tutela del salario reale, la sicurezza degli approvvigionamenti, la resilienza delle infrastrutture, la decarbonizzazione e la continuità delle produzioni socialmente necessarie, subordinando a questi obiettivi la formazione e la destinazione del surplus.

La questione di classe non riguarda quindi il funzionamento tecnico della rete elettrica, ma chi sopporta i costi delle scelte necessarie a mantenerla e chi si appropria dei risultati economici che ne derivano.

La vera alternativa non è più tra mercato e pianificazione, ma tra una pianificazione subordinata alla valorizzazione del capitale e una pianificazione sottoposta al controllo sociale e orientata agli interessi dei lavoratori.

In questo quadro, anche la richiesta di rendere pubblico il massimo danno potenziale ai consumatori calcolato da ARERA assume un significato che supera il singolo procedimento: parte da una vertenza concreta su chi abbia sostenuto il sovrapprezzo, ma conduce direttamente alla questione di chi controlli le informazioni e le decisioni fondamentali del sistema energetico.

Il decreto Bersani e la stagione delle liberalizzazioni promettevano che la concorrenza avrebbe disciplinato gli operatori e reso più efficiente l’allocazione delle risorse; oggi il pubblico deve programmare le reti, garantire la capacità, sostenere gli investimenti, assorbire gli shock geopolitici, proteggere gli utenti nelle crisi e impedire che il potere degli operatori alteri la formazione dei prezzi.

La pianificazione, dunque, non è una proposta da introdurre in futuro: è già una necessità materiale del sistema. Il punto politico è sottrarla alla funzione di garanzia della valorizzazione privata e trasformarla in uno strumento di controllo sociale della produzione energetica, perché in una fase nella quale il controllo della capacità disponibile nei momenti di scarsità acquista un valore crescente, decidere chi controlla quella capacità significa decidere anche a quali interessi deve rispondere il potere sull’energia.

Fonte

21/08/2026

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro

di Pasquale Liguori

Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio.

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale.

Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica.

Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno.

E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica.

Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse.

È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi.

È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping.

A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica.

Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera.

Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura.

Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una “vittoria spontanea del mercato” si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile.

Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono “democrazie” mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale.

Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità.

Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica.

Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato.

La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.

Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore.

La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto.

Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo.

Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo.

Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.

Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione.

Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

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