Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/07/2026

Una ricerca sulla finanziarizzazione del mercato immobiliare nella città di Milano

Per parlare di casa oggi bisogna per forza parlare anche di finanza, soprattutto se ci si trova a Milano. Da questa premessa Alberto Bortolotti, architetto e ricercatore del Politecnico, ha pubblicato sotto la supervisione del professore Gabriele Pasqui lo studio “La finanziarizzazione del mercato urbano. Il caso milanese”, presentato lo scorso 20 aprile nella sede del Centro di competenze territori AntiFragili (Craft). Nel rapporto Bortolotti evidenzia con un approccio quantitativo e qualitativo come il capitale finanziario influenzi lo sviluppo urbano e la gestione del patrimonio edilizio, con effetti sull’economia della città e sulla vita quotidiana di chi la abita.

Bortolotti partiamo dall’inizio. Che cosa si intende per finanziarizzazione?

Parliamo di un concetto ampio che appare nella letteratura già dagli anni Novanta e che vede interfacciarsi soggetti diversi. Possiamo definirlo come il dominio della finanza sull’economia reale: tutto ciò che ha a che vedere con parametri finanziari che influenzano lo stato, dall’economia all’istruzione. Nell’immobiliare questo si traduce nel trattamento di beni immobili come prodotti finanziari. Da questa definizione abbiamo deciso di inquadrare il fenomeno attraverso due mosse pratiche: la prima vedendo come la mobilitazione di strumenti finanziari impatti i grandi progetti e le aree circostanti; la seconda mappando – grazie al supporto del Mapping and urban data lab (Maudlab) e dei suoi Fabio Manfredini e Nilva Aramburu Guevara – tutti quegli immobili utilizzati come asset, cioè raggruppati all’interno di fondi o in società di investimento immobiliare.

Il rendimento di questi beni è dato dall’affitto?

L’affitto è la voce principale che genera un cespite per questo tipo di investimento. Tanto è vero che spesso si parla di build to rent, ovvero operatori che costruiscono immobili sapendo già che ci sarà un locatario che subentrerà per un certo numero di anni. In questi casi l’edificio può venire realizzato stipulando contratti prima della costruzione che servono a finanziare l’immobile, a soddisfare le esigenze dell’affittuario e a definire un rendimento atteso per i quotisti del fondo. Molto dipende dalla scala dell’operazione e dal numero di conduttori: le dinamiche possono variare ma il principio resta lo stesso. La questione dell’affitto è quindi centrale, anche perché alcuni dei primi strumenti della finanza di mercato applicati al settore immobiliare derivano dal mondo delle infrastrutture – come autostrade, ferrovie o grandi opere pubbliche – dove i ricavi sono stabili e prevedibili nel tempo. Alcune di queste tecniche sono poi state impiegate nei mercati immobiliari: pensiamo alla cartolarizzazione in cui si emettono titoli il cui rendimento dipende dagli affitti. In altre parole, non si valuta lo stabile in sé ma la sua capacità di generare reddito dalla locazione.

Nella ricerca si menzionano le prime dieci città europee per costo d’affitto mensile degli uffici prime, ovvero quelli nei business district (che nel caso di Milano sono Cordusio e Porta Nuova). Si parte da Londra, seguita da Parigi e Stoccolma. Milano è quarta, prima di Dublino, Lussemburgo e Francoforte. Quando e come è arrivata la finanziarizzazione nell’immobiliare italiano?

Dall’inizio degli anni Duemila e con la normativa sui fondi alla fine degli anni Novanta. Consideriamo che anche lo stato ha utilizzato tecniche di finanza e riorganizzazione immobiliare: durante i Governi Berlusconi, per esempio, sono state avviate operazioni di cartolarizzazione del patrimonio pubblico sugli immobili Inps, in cui stabili pubblici sono stati trasformati in strumenti finanziari da vendere per generare liquidità. Negli ultimi decenni è cambiato il modo di fare sviluppo immobiliare. Nel secondo Dopoguerra erano soprattutto grandi famiglie milanesi a possedere terreni e a realizzarci quartieri. Successivamente sono entrati in gioco gli sviluppatori, spesso ex costruttori che selezionavano aree strategiche da cui estrarre rendita, pensiamo a Milano 2 e Milano 3 sviluppate da Berlusconi. Per finanziare questi progetti gli operatori chiedevano soldi alle banche con mutui e quello che non riuscivano a vendere veniva cartolarizzato attraverso queste ultime. In Italia la cartolarizzazione nasce quindi come operazione legata ai crediti bancari problematici per trasformare flussi futuri in titoli finanziari assimilabili a obbligazioni. Le tecniche attuali per raccogliere credito sulla base di previsioni di reddito sono arrivate invece più tardi, mutuate dal sistema anglosassone, e come parte di un più ampio processo di finanziarizzazione dell’economia che ha progressivamente spostato il sistema da modello bancocentrico a uno dominato dalla finanza di mercato, anche in un Paese come il nostro che era fondato sulle banche e sulle casse di risparmio di territorio.

Che effetto ha avuto?

Quello a cui si è assistito è stato lo smantellamento progressivo degli istituti bancari. Tanto è vero che se oggi guardiamo le strutture societarie delle banche di territorio e delle casse di credito cooperativo vediamo che fanno riferimento ai tre maggiori gruppi bancari italiani. E questo accorpamento è dovuto, a mio parere, a una volontà della Banca d’Italia e della Banca centrale europea di creare strutture più grandi. In questo modo gli sviluppatori classici e gli spin-off bancari, cioè società di sviluppo legate ad alcuni investitori delle banche, hanno lasciato spazio ad attori più specializzati che lavorano in proprio, svincolati dai grandi intermediari.

Nella ricerca, attraverso i sistemi informativi dell’Agenzia dell’Entrate (Sister), avete individuato circa 4.054 immobili finanziarizzati tra Milano e la sua Città Metropolitana gestiti da 65 attori del mercato urbano. Tra questi spiccano Intesa Sanpaolo (702 beni), Ferrovie dello Stato (656), Arexpo (285), Lendlease (181), Mediobanca (171), EuroMilano (168), Kryalos (165), Investire (144), Generali (137), Redo (131), Bnp Paribas (125) e Prelios (106).

Esatto, anche se sicuramente ci è sfuggito qualcosa perché il catasto ha diversi problemi di affinamento. E poi è stato difficile ricostruire questi attori perché il 90% dei fondi immobiliari in Italia sono di tipo chiuso, quindi con un tempo di vita limitato e non quotati. Poi ci sono attori e attori: alcuni mobilitano capitali “pazienti”, come grandi fondi pensione bancari, che accettano rendimenti più bassi in una logica di diversificazione; altri sono più speculativi e operano nel breve periodo su operazioni più rischiose e ad alto rendimento. A Milano abbiamo entrambi ma forse prevalgono i soggetti ad alto rischio.

Le mappature presentate restituiscono una rappresentazione visiva della finanziarizzazione e la sua “clusterizzazione” nel centro storico e a Porta Nuova.

Nel mappare gli edifici abbiamo rilevato una concentrazione molto significativa. Mi ha sorpreso che tantissimi palazzi del centro storico siano asset dove la gente non vive. Questo porta a una riflessione: la presenza di uffici, hotel, negozi e centri commerciali nel centro ha probabilmente spinto molti abitanti fuori dalla prima cerchia, innescando a cascata altre gentrificazioni verso l’esterno. Anche nelle aree dei grandi progetti gli investimenti si estendono alle zone limitrofe: nell’ex scalo Farini, per esempio, dal 2020 al 2025 il volume d’affari sugli immobili non residenziali è passato da 2,4 a 18,5 milioni di euro, pari a una crescita del 960%.

Dal 2016 al 2023 le compravendite di uffici, negozi e centri commerciali a Milano sono passate da 2.403 a 2.703, mentre il residenziale da 21.978 a 24.832.

Le compravendite del residenziale sono in continuo aumento, probabilmente perché in Italia la casa è ancora un bene rifugio. Al di là che si tratti di soggetti finanziari o di privati, il residenziale è visto come una sicurezza e in un contesto di precarietà del lavoro ed esposizione finanziaria le famiglie più abbienti tendono a investirvi per tutelare il proprio stile di vita e proteggersi dalle turbolenze.

Spesso come giustificazione si dice che la finanziarizzazione c’è sempre stata.

Diciamo che bisogna intendere che cosa c’è sempre stato: il fatto che si realizzino degli immobili con capitale bancario preso a prestito o capitale finanziario, questo c’è sempre stato. Però una presenza così forte di soggetti finanziari all’interno delle società di sviluppo immobiliare mi sembra qualcosa di inedito. In passato abbiamo avuto degli imprenditori che hanno fatto importanti opere di sviluppo ma non avevano alle spalle fondi finanziari internazionali che operano anche nel campo dell’energia o della robotica.

Nella ricerca scrive che la finanziarizzazione ha cambiato il rapporto tra operatori immobiliari e pubblica amministrazione, con una dipendenza di quest’ultima dai primi a scapito della regia comunale.

Uno dei problemi è stato che pur di rigenerare delle parti di città “abbandonate” si è deciso di facilitare l’allocazione di capitali con alto rendimento per gli operatori privati senza richiedere le giuste compensazioni. Ne è conseguito che negli ultimi 40 anni c’è stato uno smantellamento significativo nelle amministrazioni di competenze tecniche – architetti, ingegneri, geologi, strutturisti – che prima c’erano e che invece in questo momento solo il privato può fornire. Il risultato è la tendenza alla dismissione del patrimonio pubblico.

Che cosa si potrebbe fare di diverso?

L’Europa potrebbe intervenire sul regolamento comunitario limitando, per esempio, gli investimenti nel comparto residenziale. Oppure si potrebbe valutare una tassazione progressiva su alcuni tipi di fondi, perché non è chiaro come mai in Italia ci sia un’aliquota fissa mentre la tassazione per le persone è progressiva: si tassa più il lavoro che i rendimenti delle grandi società. E poi si potrebbe decidere di alzare i tabellari degli oneri di urbanizzazione. Basti pensare a quanto è stato fatto di edilizia residenziale sociale negli anni – molto poco – a fronte dei tanti interventi di rigenerazione su vasta scala: è chiaro che c’è un problema. Mi sarei aspettato che l’amministrazione promuovesse strumenti di cattura della rendita più efficaci perché vi fosse un contrappeso non solo sull’edilizia abbordabile ma anche sui servizi carenti, come piscine pubbliche, parchi e strutture sportive. Gli oneri potrebbero essere modulati: aumentati quando il mercato tira – come oggi – e ridotti nelle fasi recessive, in base alla volontà del decisore pubblico.

Nello studio evidenziate che i processi di finanziarizzazione sono stati resi possibili da una politica del Comune iniziata nel 2011, sostenuta da dispositivi giuridici, fiscali e urbanistici abilitanti a livello nazionale ed europeo.

Forze dell’economia hanno progressivamente spinto affinché l’immobiliare divenisse una delle grandi classi di investimento all’interno dei mercati finanziari con la conseguenza che la finanziarizzazione è uno – non l’unico – dei fenomeni che genera la crisi abitativa.

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29/04/2026

La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa

Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale e la funzione che da almeno trent’anni ricopre, sussumendo, disinnescando o riconducendo nell’alveo della compatibilità al “centrosinistra” anche ogni generoso tentativo di incidere sul segno politico di quella piazza (vedi “25 aprile a Milano: se il nemico marcia alla tua testa”).

La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.

La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.

Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.

La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.

Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.

D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.

Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.

Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?

Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?

Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?

Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.

Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.

La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?

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28/04/2026

Così funziona la propaganda sionista

In questa foto ricavata da un filmato, sotto lo striscione della “Brigata Ebraica” Eyal Mizrahi, quello di “definisci bambino”, chiede al PD Emanuele Fiano “se far deviare la brigata ebraica a destra o far manganellare questi qua”. E Fiano risponde “no, non ci spostiamo”… Poi invece la polizia, una volta tanto saggiamente, non ha manganellato nessuno e ha fatto spostare il gruppetto dei manifestanti pro Israele, pro Trump e Netanyahu, pro Shah.

Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.

NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.

È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.

Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.

Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.

Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.

I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.

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Il 25 aprile a Milano è andato in scena il fallimento e la pericolosità del DDL sull’antisemitismo

Il 25 aprile è diventato una sorta di festa del provocatore, un palcoscenico per chi vuole (più o meno scientemente) accreditare la narrazione sulla festa divisiva, vuole distorcere la storia per legittimare le guerre di oggi, in generale cerca attenzione, vuole frenare qualunque cosa di sinistra respiri, fiancheggiare le destre, comprese quelle di diretta derivazione missina (che proprio non ci stanno nemmeno dopo 80 anni a chiedere scusa e ad accettare le radici della Costituzione).

A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.

Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.

A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.

Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.

Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione

Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).

Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.

Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.

Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.

Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.

Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.

Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).

L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.

E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?

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26/04/2026

Un 25 aprile senza sconti per nessuno

Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza oggi (ieri -ndR) in tutte le città italiane per celebrare la giornata della Liberazione dal nazifascismo.

Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.

A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.

Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.

Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.

A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.

Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.

A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.

Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.

Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.

A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.

L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.

C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.

C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.

C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.

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23/03/2026

L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia la mobilitazione contro guerra e leva militare

L’Assemblea internazionale e internazionalista dei giovani contro la leva militare e il riarmo, sapeva già di momento storico da venerdì 20, quando fuori l’Università Statale i primi compagni delle delegazioni internazionali arrivati a Milano si raggruppavano, conoscendosi e scambiando materiale politico.

Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro di realtà studentesche e giovanili europee provenienti da diversi paesi (Francia, Germania, Paesi Baschi, Svizzera, etc.) promosso, oltre che dalle due organizzazioni italiane, da Aktion gegen Krieg und Militarisierung (Germania), Young Struggle (Germania, Francia), Jeunesse Communiste (Francia), Gatze Koordinadora Sozialista (Paesi Baschi) che si sono raggruppati nella neonata sigla “We do not enlist – War on War”.

Le realtà aderenti in verità sono state ben più numerose e alla fine la partecipazione ha reso gremita e stretta l’aula dell’università Bicocca da duecento posti che ospitava l’incontro, un po’ scomodo per alcuni ma decisamente incoraggiante sul piano politico per tutti.

È bene ricordare che i paesi delle realtà giovanili promotrici sono accomunati dai medesimi processi di militarizzazione di società e sistemi formativi, oltre che dalla reintroduzione della leva militare che è di recente tornata in Germania e Croazia ma annunciata anche in Francia e in Italia dal ministro Crosetto.

La percezione comune che si respirava fra i partecipanti a Milano è che l’incontro sia stata una boccata d’aria fresca, necessaria e attesa per inquadrare la questione e immaginare un piano d’opposizione unitario a un progetto che investe tutti.

D’altronde, se le classi dirigenti europee lavorano insieme e sono strette da interessi economici comuni, lo stesso si può e bisogna fare “dal basso” fra organizzazioni rivoluzionarie, per scardinare l’imperialismo dell’UE che ormai ha perso ogni parvenza di “progressismo e umanità” di cui un tempo amava fregiarsi. Questa visione accettata anche a sinistra non regge più.

Ad inaugurare simbolicamente i lavori è stato un ricordo della strage di Piazza Fontana fatto venerdì prima con una relazione in università e poi con un presidio in piazza.

La strage, anche se chiaramente più legata alla vicenda italiana, è stato un momento della guerra che a diversi livelli di intensità in base ai diversi paesi, è stata condotta dall’imperialismo occidentale della NATO al movimento di classe in tutta Europa, con la manovalanza del neofascismo internazionale che dopo la seconda guerra mondiale si era riciclato nel ruolo di lacchè dell’imperialismo.

La giornata di sabato è stata aperta dalle relazioni delle organizzazioni promotrici. Dopo la pausa pranzo i lavori sono ripresi con la seconda fase di discussione che ha visto la partecipazione anche di realtà italiane. Grande entusiasmo per l’Unione Sindacale di Base la cui attività contro il traffico di armi ha ormai riconoscimento e stima internazionale.

Importante il contributo sulla nuova leva alla luce delle dottrine militari sulla “difesa totale” da parte della compagna Serena Tusini dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università (di cui abbiamo pubblicato il contributo sulla leva sul nostro giornale), ma il momento più toccante è stato senza dubbio quello dell’intervento del Consolato Cubano.

Come è stato giustamente detto, l’affetto che l’isola riceve oggi è il ritorno del lavoro del Che e di Fidel, del suo “Medici e non bombe” che più che uno slogan è diventata una realtà che il nostro paese ha conosciuto bene. La stessa assemblea si è aperta in solidarietà a Cuba che in contemporanea, si preparava ad accogliere il Nuestra America Convoy, con delegazioni già presenti sull’isola per portare aiuti sanitari, fra cui una compagna di Cambiare Rotta, che si è connessa salutando la platea.

Ma, all’analisi e al confronto, si è aggiunto il rilancio di lotta. L’8 maggio – Giornata dell’Europa per l’UE e la borghesia transnazionale, Giornata della Vittoria sovietica sul nazismo per noi – è stata scelta come data di mobilitazione giovanile internazionale contro la leva militare e il riarmo, gli organizzatori si sono dati prossimi momenti di confronto per definire le forme ma lo sciopero di oltre 50mila studenti tedeschi contro la leva lo scorso 5 marzo indica che c’è un terreno fertile di indisponibilità alla guerra da coltivare.

Lo spettro della guerra torna inquietante in Europa così come l’ascesa dell’estrema destra senza che ci sia un’opposizione convincente.

In questo senso, l’Assemblea Internazionale ha fatto intravedere una luce in fondo al tunnel, che fa ben sperare e a cui sarà opportuno dare continuità, come gli organizzatori si sono ripromessi di fare. Nel momento più buio una generazione di giovani europei contro la guerra può sorgere, se le realtà che ne sono l’avanguardia sanno sostanziare questo percorso che a Milano finalmente è nato.

Qui di seguito riportiamo la risoluzione approvata dall’assemblea internazionale di Milano.

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Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo!
8 maggio mobilitazione internazionale contro la leva e la guerra

 
Comunicato delle organizzazioni politiche e sociali della campagna internazionale ‘Noi non ci arruoliamo’.

In meno di tre mesi del nuovo anno, gli USA con la complicità dell’Unione Europea hanno attaccato il Venezuela, intrapreso una nuova guerra contro Libano e Iran, hanno proseguito nel genocidio dei palestinesi e hanno stretto la morsa su Cuba, cingendola d’assedio. Un aumento dell’aggressività militare che può portarci sull’orlo di una nuova guerra mondiale.

Al contempo i nostri governanti usano lo spauracchio della minaccia esterna per provare a giustificare enormi investimenti nel riarmo, restringimento delle libertà democratiche, sdoganamento dei fascisti e dei peggiori istinti reazionari e persino reintroduzione della leva militare. La Germania infatti l’ha reintrodotta in maniera parziale lo scorso 5 dicembre, Italia e Francia hanno annunciato di voler fare lo stesso e la Croazia ha reintrodotto il 6 marzo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani.

Le classi dirigenti cercano di venderci il riarmo come necessità di difesa, con discorsi intrisi di suprematismo occidentale, mentre i tagli allo stato sociale si fanno sempre più pesanti e gli strumenti repressivi vengono rafforzati per schiacciare il dissenso. Ma sono i paesi della NATO a portare la guerra in tutto il mondo per i propri interessi imperialisti e per risollevare le proprie economie investendo nel settore militare.

Noi siamo la generazione che ha visto lo schermo della propaganda infrangersi nel tentativo di giustificare le decine di migliaia di morti a Gaza. Non ci faremo trascinare in un nuovo conflitto mondiale.

Lanciamo per venerdì 8 maggio una giornata di mobilitazione internazionale in occasione dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Scenderemo in piazza ancora una volta contro la leva, contro l’imperialismo USA e l’Unione Europea della guerra e del riarmo, per un futuro di pace, solidarietà e giustizia.

Per fermare le classi dominanti che hanno deciso di portarci in guerra, è urgente e necessario organizzarci a livello internazionale e mobilitarci come giovani europei su parole d’ordine chiare:

1)Fermiamo il processo di reintroduzione della leva in tutta Europa. Noi non ci arruoliamo, non vogliamo essere mandati in guerra per gli interessi della borghesia occidentale: blocchiamo le leggi di reintroduzione della leva, parziale o meno, e resistiamo ai reclutamenti.

2) Lottiamo contro ogni piano di riarmo prodotto dai governi nazionali, dalla NATO e dall’UE e la costituzione di un esercito europeo, che avrebbe il solo scopo di aggredire altri popoli. Servono più fondi alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, alla casa, ai salari e alle spese sociali, non più armi.

3) Non crediamo alla favola della minaccia esterna per la quale sarebbe necessario il riarmo per difenderci. Sono i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti a scatenare guerre in tutto il mondo e a voler accelerare ulteriormente la corsa verso una guerra generalizzata a livello globale.

4) I nostri paesi non devono in alcun modo partecipare ad azioni di guerra. Lotteremo affinché interrompano la propria partecipazione anche indiretta nei conflitti in corso e ritirino i propri soldati impegnati all’estero al di fuori di missioni ONU. Rifiutiamo inoltre l’uso dei nostri spazi aerei e di basi situate nei nostri paesi per le guerre degli Stati Uniti e della NATO.

5) Ci battiamo per l’uscita di tutti i nostri paesi dalla NATO, alleanza militare storicamente offensiva e strumento per le nostre classi dirigenti per imporci guerre superando l’opposizione interna con il pretesto del vincolo all’alleanza internazionale.

6) Ancor più urgente è la fine di ogni complicità con lo Stato terrorista di Israele e la partecipazione attiva nel genocidio dei palestinesi da parte dei nostri governi nazionali e dell’Unione Europea, che si concretizzano in accordi di collaborazione economica, militare e di ricerca, nel traffico di armi e nell’impegno propagandistico per coprire le nefandezze israeliane.

7) Siamo nemici di ogni progetto imperialista europeo e occidentale e siamo schierati senza ambiguità al fianco di Cuba e di tutti i popoli del Sud globale che oggi affrontano direttamente la barbara aggressione dell’imperialismo, che essa sia sanzioni economiche, blocco navale, tentativi di colpo di Stato, aggressioni militari, guerra generalizzata o genocidio. Siamo più vicini ai popoli sotto le bombe che ai governanti di Bruxelles, rilanciamo l’internazionalismo!

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06/03/2026

Le ambiguità sull’aggressione all’Iran creano “pasticci”. Il caso di Milano

Martedì 3 marzo a Milano abbiamo assistito, al classico “pasticciaccio brutto” di un presidio convocato sotto il Consolato USA che ha rivelato le ambiguità e le debolezze del campo della sinistra “radicale” pur di fronte alla portata enorme degli eventi bellici che si stanno verificando in Iran e Medio Oriente.

Un risultato penoso e controproducente, in qualche modo solo “compensato” dalla buona riuscita della piazza di Roma, che ha avuto ben altre caratteristiche contrapponendosi apertamente alle forze italiane, filo-israeliane e iraniane che sostengono i bombardamenti sull’Iran.

Scattata l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, come Rete dei Comunisti, assieme ad altre forze politiche, ci siamo da subito attivati per scendere in piazza e indicare le responsabilità degli USA e di Israele nel generale attacco ai popoli del Medio Oriente e non solo, ma anche la complicità del nostro governo e delle istituzioni europee nello spingere sull’acceleratore del militarismo e dell’economia di guerra. Un processo che sta accompagnando in tutta evidenza la repressione, la compressione dei diritti e l’attacco sempre più feroce ai settori popolari e di classe, rischiando poi di trascinarci direttamente in guerra.

Abbiamo deciso di rispondere, con le nostre parole d’ordine, alla convocazione chiamata da altre forze politiche e sindacali della piazza a Milano sotto il consolato USA, evitando “settarismi” e senza creare spaccature inutili di fronte alla gravità della situazione, anche perché, in un primo momento, la mobilitazione era stata convocata su una piattaforma debole ma tutto sommato condivisibile.

Nel giro delle successive 48 ore, però, la convocazione e la piazza si è andata configurando come una vera e propria palude politica, ambigua e pericolosa, al punto che la nostra scelta finale è stata di evitare la partecipazione ritagliandoci un momento di protesta precedente e separato.

Ancora una volta c’è chi ha pensato, mantenendo una ambiguità di fondo volta a schivare i problemi, di tentare di accreditarsi nel cosiddetto “campo largo” o ad “allargare” al cosiddetto “popolo della sinistra” (con risultati anche numerici deludenti), facendo di una questione seria come quella della guerra una merce di scambio strumentale.

Questo ha prodotto la voragine che abbiamo visto in piazza martedì a Milano, creando le condizioni affinché si spostasse l’attenzione sullo scontro che si è verificato nella piazza stessa tra le diverse posizioni dei diversi gruppi di iraniani, una ambiguità alimentata dal “né-né-ismo” degli organizzatori che avevano convocato la piazza, fornendo così ampia visibilità e spazio di manovra agli ulteriori contestatori reazionari muniti di bandiera dello scià di Persia e di Israele.

Quanto è accaduto è il frutto della mancanza di una posizione netta e coerente. È del tutto fuorviante continuare ad evitare di assumersi la responsabilità di cogliere nel nostro contesto il nemico principale (Usa e Israele).

Inseguire e farsi poi utilizzare dai corpi intermedi del “campo largo”, rinnovando una subalternità pluridecennale, porta ormai a fare proprie le posizioni da “sinistra imperiale” di Elly Schlein, quella che in nome della superiorità dell’Europa non disdegna affatto di aggredire o sanzionare altri paesi o altri popoli nel resto del Mondo.

Accettare questa logica è stata una discesa negli inferi che ha determinato lo sbandamento delle forze di classe, l’abbandono di una prospettiva internazionalista capace di ricostruire una prospettiva socialista e comunista, cosa che nel tempo ha provocato la sfiducia e a volte persino l’odio per il tradimento subìto da parte dei settori popolari.

C’è bisogno di ben altre indicazioni e determinazione davanti alla crisi sempre più evidente e alla rinnovata aggressività da parte dell’Occidente collettivo dentro (e verso il basso) e fuori i propri confini, piuttosto che anteporre distinguo e i propri desiderata alla necessità di combattere contro l’imperialismo, anche di casa nostra, le sue complicità e responsabilità, senza se e senza ma.

Un atteggiamento esattamente opposto è stato invece quello che ha fatto riuscire le enormi mobilitazioni a fianco del popolo palestinese lo scorso autunno, manifestazioni che hanno rotto gli argini della passività nel nostro paese.

Proprio sulle mobilitazioni per la Palestina queste ambiguità e subalternità dannose si sono manifestate in maniera chiara e limpida. Fin dall’inizio del genocidio la questione di “appoggio/dissociazione da Hamas” è stata utilizzata come una clava contro la possibilità di costruire un movimento di solidarietà col popolo palestinese, mentre era in realtà un elemento secondario di fronte a 76 anni di resistenza di un popolo alla pulizia etnica e ai massacri sfociati nell’orrore di un genocidio vero e proprio.

Oggi e di nuovo, a “sinistra”, molti ricadono nella stessa trappola sulla questione dell’“appoggio/dissociazione dalla Repubblica Islamica”, spingendosi inconsapevolmente o consapevolmente sulla narrazione decisa di fatto da Israele, ieri nella retorica del “massacro del 7 ottobre”, di “liberare i palestinesi da Hamas”, in una spirale disarmante e devastante, oggi sul liberare le donne iraniane dagli ayatollah.

La stessa logica si è vista anche sul Venezuela, nel tentativo di separare l’attacco al paese dal rapimento del Presidente Maduro e dal processo Bolivariano, ma a Milano viene riproposta anche ogni 25 aprile, quando in nome dell’unità antifascista e dei “valori condivisi” si è marciato, spesso in una sfilata con caratteristiche da “rave party”, dietro ai responsabili dell’equiparazione nazismo-comunismo, della brigata ebraica, o alle bandiere dalla NATO, ecc.

Emerge la necessità di costruzione di percorsi coerenti, autonomi e in rottura con queste logiche. È un terreno difficile che spesso ci ha visti andare controcorrente e talvolta in solitudine, ma sulla quale continueremo ad impegnarci con tutte le compagne, i compagni e le realtà che rigettano ogni equidistanza di fronte all’aggressività militare dell’imperialismo.

Per queste ragioni parteciperemo sabato 7 marzo, come tutti i sabati, alla manifestazione indetta a Milano dalle organizzazioni palestinesi per dire “Giù le mani dal Medioriente, fermiamo il genocidio in Palestina, no al progetto della Grande Israele e al dominio imperialista USA”, assieme a chi coerentemente si è sempre mobilitato a fianco del popolo palestinese e contro le aggressioni imperialiste.

Sabato 7 marzo tutte e tutti al corteo “Giù le mani dal Medioriente” da Piazza Scala al Consolato USA.

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24/02/2026

Rogoredo non è un caso isolato

Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.

Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.

Non sono dettagli. È un quadro.

Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.

Ma non si è fermata lì.

La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.

(Quello nella foto di copertina è il segretario del Siulp, sindacato di polizia, Paolo Macchi, durante una trasmissione televisiva)

La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».

Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.

Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.

Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 – che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa – Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.

Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.

Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.

Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.

Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.

Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.

Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.

E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.

C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.

Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.

La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.

Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.

Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.

Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.

In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.

Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.

Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.

E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.

Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.

La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce. Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.

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19/02/2026

Prove di ICE a Milano. No alla stato di polizia e giustizia per Ramy e Mansour

di Marta Collot - Potere al Popolo

Per mesi abbiamo atteso le evoluzioni del caso di Ramy Elgalm, ucciso al termine di un inseguimento a Milano nel novembre del 2024. All’epoca, io stessa ero finita in un linciaggio mediatico alimentato sapientemente dai media, per perorare la causa di un aumento dei sistemi di controllo e repressione verso ogni forma di dissenso. Chiedevamo semplicemente una cosa: giustizia per Ramy, in un caso che aveva troppe somiglianze con altri di malapolizia a cui ci siamo dovuti purtroppo abituare in Italia.

Ora, mentre le ipotesi di reato contestate a cinque carabinieri vanno dall’omicidio stradale con eccesso colposo fino al favoreggiamento, al depistaggio, al falso ideologico nel verbale d’arresto, nascondendo sia l’urto tra l’auto dei militari e lo scooter su cui si trovava Ramy sia i video di body e dashcam, arriva la voce stessa dei carabinieri a dirci quale giustizia va pretesa. Gli audio, diffusi dal giornale Domani e che sono agli atti del processo, rivelano che i carabinieri speravano nella morte dell’amico di Ramy, anche lui sullo scooter, facevano dichiarazioni razziste e violente contro chi manifestava per la verità.

E poi, c’è un carabiniere che lo dice chiaro e tondo: il testimone che aveva ripreso delle scene dell’accaduto è stato “brutalizzato” (parole sue) per costringerlo a cancellare prove. Il militare si chiede poi da dove sia uscito fuori un nuovo testimone, che lui e i suoi colleghi non hanno visto. Come a dire che l’opera di depistaggio era sistematica, ragionata.

Questi messaggi venivano scambiati in chat con molti altri carabinieri. Perché non sono “mele marce”, ma rappresentano un modo di intendere le “forze dell’ordine” strutturato, profondo, difeso dalle classi dominanti perché gli è utile nello zittire dissenso e manifestazioni. E vale per tutti i loro rappresentanti, dal governo nazionale a quello di centrosinistra di Sala. Il sindaco di Milano, alla fine del 2025, ha consegnato al Nucleo Radiomobile del Comando Provinciale Carabinieri di Milano, quello coinvolto nell’omicidio di Ramy, l’Ambrogino d’Oro, ovvero il massimo riconoscimento civico concesso dal comune di Milano. Un modo per dirgli: “ottimo lavoro”.

Questi carabinieri hanno provato a prendersi da soli uno “scudo penale”, “brutalizzando” un testimone. Scudo che ora, insieme a varie altre misure dal sapore fascista, il governo sta implementando col nuovo decreto Sicurezza. E questo mentre, a Rogoredo, alla periferia di Milano, comincia a emergere la verità anche sul caso di Abderrahim Mansour, ucciso a fine gennaio in un controllo antidroga.

Anche in questo caso, 5 poliziotti sono ora indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, oltre che per omicidio volontario del giovane. Quello che sta emergendo dagli accertamenti è un’azione che ha la stessa logica dei fatti riguardanti Ramy: l’arma (finta) che viene attribuita a Mansour sarebbe stata piazzata dopo accanto al cadavere. Non ci sono, infatti, le sue impronte, e il ritardo nel chiamare i soccorsi, che l’ha condotto alla morte, sarebbe esattamente il tempo che i poliziotti hanno usato per recuperare la pistola giocattolo.

Quando scendevamo in piazza per Ramy e per Mansour, o chiedevamo verità e giustizia in televisione, lo facevamo per combattere questa tendenza all’impunità, all’autoritarismo, alla repressione, che era già forte e che oggi sta facendo un salto di qualità, di fronte all’incancrenirsi della crisi. L’unica “soluzione” pensata, da Roma a Bruxelles, è la guerra, interna ed esterna, con il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle classi popolari. Delle nostre condizioni di vita e di tutti i fratelli e sorelle come Ramy e Mansour.

Ovviamente, attendiamo la prosecuzione del processo, ma il nodo è politico. Giustizia per Ramy, e lotta per far sì che i diritti di chi vive in questo paese non possano essere “brutalizzati” da guerrafondai che sono nemici nostri e di un futuro di pace e sviluppo.

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30/01/2026

Milano. Il colpo, le telecamere e lo scudo

Ci sono almeno tre, forse quattro telecamere che potrebbero aver ripreso il momento in cui Abderrahim Mansouri è stato ucciso, lunedì pomeriggio, in via Impastato a Milano. Una in particolare è puntata esattamente sul punto in cui il 28enne è caduto a terra dopo essere stato colpito da un proiettile esploso da un agente del commissariato Mecenate, oggi indagato per omicidio volontario e tuttora in servizio.

Quella telecamera si trova dall’altra parte del muro che separa il vialetto sterrato dal deposito Atm. È ben visibile in un video consegnato dall’avvocata della famiglia, Debora Piazza, al sostituto procuratore Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta. Eppure, a oggi, quelle immagini non risultano ancora acquisite né analizzate.

Un dettaglio tutt’altro che marginale, perché una parte decisiva della ricostruzione si gioca proprio su ciò che quelle riprese potrebbero mostrare: la distanza, la postura dei corpi, la dinamica reale del gesto che ha portato alla morte di Mansouri.

Sul fronte delle testimonianze, il quadro resta fragile. Il collega che accompagnava l’agente indagato nel boschetto ha confermato integralmente la sua versione: Mansouri avrebbe avuto un’arma in mano e non si sarebbe fermato all’alt. Ma c’è almeno un’altra presenza evocata dallo stesso agente durante l’interrogatorio: una “ombra”, una figura comparsa e poi scomparsa nella penombra del pomeriggio piovoso, mai identificata.

A questa si aggiunge la possibilità di altri testimoni tra i frequentatori abituali del boschetto, persone che potrebbero chiarire un elemento cruciale: il rapporto pregresso tra la vittima e chi ha sparato. Che i due si conoscessero, del resto, è già emerso.

Intanto la procura ha sequestrato gli smartphone di entrambi gli agenti coinvolti nel “servizio”. Un atto dovuto, che potrebbe restituire informazioni non solo sugli istanti precedenti allo sparo, ma anche sulle modalità operative di un poliziotto descritto come “di grande esperienza”, profondo conoscitore di Rogoredo, uno dei principali nodi dello spaccio nella periferia sud di Milano.

Un punto fermo, al momento, esiste: la distanza. Circa trenta metri. Da lì l’agente ha dichiarato di aver visto un’arma, poi risultata essere una Beretta 92 a salve, e di aver sparato per paura, centrando Mansouri alla tempia destra. Dopo il colpo si è avvicinato al corpo, ancora vivo, e ha spostato la pistola finta che si trovava a pochi centimetri dalla mano. I soccorsi sono arrivati dieci minuti dopo. Nel giubbotto della vittima sono state trovate modeste quantità di droga.

Resta da chiarire anche la genesi dell’intervento. L’agente non era previsto in via Impastato. Era appostato altrove, in piazzale Corvetto, a bordo della sua auto. Ha raccontato di essersi diretto sul posto dopo aver sentito via radio che era in corso un “servizio” dei colleghi. Una decisione autonoma, non pianificata, che apre interrogativi pesanti sulla catena di comando, sulle procedure e sulle responsabilità.

Le questioni aperte sono molte, ed è proprio per questo che suona surreale – se non pericolosa – la campagna politica e sindacale che chiede di evitare persino l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati. Senza quell’iscrizione, non ci sarebbe nemmeno il diritto alla difesa tecnica. Ma soprattutto, si impedirebbe un accertamento pieno dei fatti. È l’anticamera dello scudo penale, invocato a gran voce dalla destra: non uno strumento di tutela, ma un dispositivo di immunità preventiva.

Il contesto, poi, pesa come un macigno. L’agente che ha sparato appartiene allo stesso ufficio coinvolto in altri due casi di morte durante interventi di polizia: quello di Michele Ferulli nel 2011 e di Igor Squeo nel 2022. Tre storie diverse, tre morti, un commissariato che ritorna.

Nel caso Ferulli, la procura arrivò a chiedere condanne pesanti per omicidio preterintenzionale, finite poi in assoluzione. Nel caso Squeo, una perizia indipendente ha messo in discussione la versione ufficiale, attribuendo la morte non a un’overdose ma alla contenzione.

Non si tratta di stabilire colpe a priori, ma di riconoscere un pattern: interventi violenti, morti, versioni univoche, assoluzioni o archiviazioni, e una politica pronta a blindare tutto prima ancora che le indagini parlino.

Tutto questo avviene mentre, nel cuore delle cosiddette “democrazie occidentali”, il modello statunitense avanza senza più maschere: negli Stati Uniti l’ICE uccide persone per strada e gode di coperture politiche totali. È lo stesso Paese che Milano si prepara ad accogliere durante le Olimpiadi, con la presenza del vicepresidente Vance e del segretario di Stato Rubio. Non è una coincidenza, ma un clima.

Lo scudo penale non è una riforma tecnica. È una scelta politica. Non “prepara” lo Stato di polizia: ne segna l’inaugurazione. E Abderrahim Mansouri, oggi, non è solo una vittima da etichettare e archiviare. È il punto in cui questo passaggio diventa visibile, misurabile, irreversibile.

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13/01/2026

A Milano sfila il “campo larghissimo” della guerra

Sabato si è svolto in piazza della Scala a Milano un presidio, organizzato da Ponte Atlantico e dall’associazione Maanà, per esprimere sostegno alle manifestazioni di protesta in corso in Iran.

Erano presenti un centinaio di persone con bandiere iraniane monarchiche, di Israele, ucraine e del Venezuela. Si sono susseguiti una serie di interventi che, a partire dall’Iran, hanno spaziato su diversi temi, ricalcando sostanzialmente l’agenda politica internazionale messa in campo dall’amministrazione Trump nei diversi quadranti del mondo.

Hanno preso parola, soprattutto, numerosi esponenti politici. Il che ha reso subito evidente quale fosse l’operazione politica dietro la chiamata delle associazioni promotrici: legittimare il partito trasversale della guerra attraverso la mobilitazione delle comunità esiliate da “feroci dittature” – vale a dire dei paesi che sono attualmente nel mirino delle politiche euro-atlantiche.

Operazione mal riuscita dato più che la manifestazione di un movimento spontaneo di queste comunità, si è trattato ancora una volta di sparuti gruppi arruolati dalla politica; gli stessi, pochi, che abbiamo visto in questi giorni presentarsi alle mobilitazioni per la Palestina o per il Venezuela e Maduro cercando la provocazione in favore di telecamera, e facilmente disinnescati e allontanati dalle piazze.

Rappresentando un’agghiacciante sintesi della reazione mondiale attuale, hanno quindi sfilato in ordine da destra a destra: Fidanza (Fratelli d’Italia), Gallera (Forza Italia), Gelmini (Noi Moderati), Ascioti (Azione), Scalfarotto (Italia Viva), Valcauda (Europa radicale), Hallissey (+ Europa), Maran (Partito Democratico) e Buscemi (sempre PD e Presidente del Consiglio comunale del sindaco Sala).

Se il “campo largo” non dovesse essere sufficiente a vincere le prossime elezioni, possono comunque dormire tutti sonni sereni, il campo non è largo, è già larghissimo: fascisti, liberali e “democratici” vanno a braccetto, e tutto fila con estrema naturalezza; con buona pace di chi da sinistra ha da tempo deciso di legare al PD le proprie sorti, nell’illusione – si fa per dire, dopo trent’anni di mortale coazione a ripetere – di contare qualcosa e, soprattutto, che questo qualcosa possa essere di segno progressivo e politicamente alternativo all’attuale governo Meloni.

D’altronde non è bastato nemmeno un genocidio o il rapimento di un presidente a segnare una qualche sostanziale differenza tra i “due” schieramenti. Condito da un malcelato odio di classe, c’è per entrambi la fedeltà assoluta ai desiderata delle classi dominanti euro-atlantiche e alle loro politiche di guerra, a spese dei lavoratori, e di rapina verso i popoli e i governi che non sono più disposti ad accettare un ordine globale ingiusto e fallimentare e, se ne facessero una ragione, ormai superato.

Se questa, a monte, è la scelta di campo, ogni decisione politica è già servilmente tracciata e non può esserci spazio, tale è il livello delle contraddizioni, ormai neanche per la minima variazione sul tema.

In tempi di guerra vengono meno le sfumature, i distinguo che prima – sempre meno, per la verità – poteva sembra contassero ancora qualcosa: o stai dalla parte giusta oppure da quella di chi la guerra (mondiale) la prepara, e la sta già facendo.

La giornata di sabato a Milano ci restituisce limpidamente questa polarizzazione. Da una parte oltre duemila persone (in larghissima parte lavoratori italiani e immigrati, giovani e studenti) attraversavano in corteo la città dirette verso il consolato USA – nella convergenza tra la mobilitazione per gli attivisti palestinesi ingiustamente arrestati e quella promossa in trenta città italiane contro l’aggressione al Venezuela e per la liberazione del presidente Maduro e della compagna Cilia Flores.

Dall’altra un centinaio di guerrafondai si radunavano in piazza della Scala – ribattezzata piazza Gaza questo autunno da ben altri numeri e contenuti – per chiedere variamente di sterminare un popolo o di bombardare il proprio, applauditi e decisamente ben rappresentati dal campo larghissimo della guerra e del pensiero unico.

Va detto, l’operazione sperimentata sabato in piazza della Scala al momento non sembra poter riuscire, se nonostante abbia mobilitato esponenti politici di spicco non è stata in grado di muovere che qualche decina di persone, evidenziando anzi il solco sempre più profondo tra lavoratori, giovani e classi popolari e una classe politica già ampiamente sfiduciata dalle oceaniche mobilitazioni autunnali per la Palestina e poi dalla due giorni del 28 e 29 novembre contro governo Meloni e finanziaria di guerra.

Ci dà, però, certamente la misura del degrado valoriale e della pericolosità del nemico con cui dovrà fare i conti il movimento di opposizione al governo Meloni che va, invece, affermandosi e definendosi nel paese – nel segno della crescente conflittualità dei settori sociali organizzati, del rinnovato attivismo dei settori giovanili e studenteschi e della solidarietà coi popoli, dalla Palestina al Venezuela.

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25/11/2025

“No all’Ambrogino d’oro ai Carabinieri”

“Continua la fiducia nella giustizia ma non va bene così, non devono fare il regalo degli Ambrogini”. Pesano come pietre le parole al Tg della Lombardia di Yehia Elgaml, il padre di Ramy, il ragazzo morto esattamente un anno fa durante un inseguimento dei carabinieri.

Il padre ha commentato la decisione del Comune di Milano di assegnare l’Ambrogino d’oro al Nucleo Operativo Radiomobile dei Carabinieri, coinvolti nell’inseguimento che portò alla morte di suo figlio.

Il 7 dicembre, infatti, tra i 42 riconoscimenti civici che verranno consegnati c’è anche quello al reparto dei Carabinieri proposto dalla vice segretaria della Lega nonché consigliera comunale milanese Silvia Sardone e con un obiettivo dichiarato apertamente: “un modo – aveva detto – per chiudere le polemiche che ci furono contro i carabinieri per il caso Ramy”.

Tutto questo mentre, come affermato da Potere al Popolo in una nota sul caso Ramy, “proprio in questi giorni la Lega di Salvini ha presentato un disegno di legge ribattezzato ‘anti-maranza’, un odioso provvedimento che si accanisce sul diritto di cittadinanza mentre il Governo si appresta ad approvare una finanziaria che impegna miliardi in riarmo e taglia risorse alle spese sociali e alle periferie”.

Ieri sera per ricordare il primo anniversario della morte, la famiglia ha organizzato una fiaccolata, nel quartiere Corvetto dove abitava, fino a via Ripamonti, dove Ramy è morto alle 5 del mattino del 24 novembre del 2024: “Una fiaccolata pacifica, tranquilla, anche gli amici non fanno casino”, ha spiega Yehia Elgaml. “Sono passati 365 giorni, non so come siano passati così velocemente, Ramy era una persona speciale, mi manca tanto”, ha concluso il padre.

L’inchiesta sulle responsabilità della morte di Ramy vede indagati per concorso di colpa in omicidio stradale sia l’amico di Ramy Fares Bouzidi alla guida dello scooter sia Antonio Lenoci, il carabiniere che guidava la macchina dei Carabinieri. Le indagini preliminari sono state chiuse lo scorso luglio, ma ancora non è arrivata da parte della Procura la richiesta di rinvio a giudizio.

La fiaccolata è partita da Piazzale Gabrio Rosa per rendere vivo il ricordo di Ramy mentre una targa commemorativa è stata posta in via dei Cinquecento.

Il comunicato di Potere al Popolo. 
Un anno fa Ramy, giovane di Corvetto, quartiere di periferia interessato da profonde operazioni speculative, veniva ucciso dai carabinieri in un inseguimento.

Oggi insieme ai suoi amici e familiari e a tanti solidali abbiamo partecipato alla fiaccolata in suo ricordo, fermandoci anche dove solo qualche mese dopo è rimasto ucciso un altro giovane di Corvetto, Moha, in un altro inseguimento.

Non solo le loro morti rimangono ancora senza giustizia, ma a ciò si aggiunge la vergognosa decisione del consiglio comunale di Milano di conferire l’Ambrogino d’Oro ai carabinieri del nucleo coinvolto nel caso Ramy.

Mentre l’inchiesta, tra depistaggi e perizie negate, resta sospesa in una zona grigia che pesa come un macigno, proprio in questi giorni la Lega di Salvini ha presentato un disegno di legge ribattezzato “anti-maranza”, un odioso provvedimento che si accanisce sul diritto di cittadinanza mentre il Governo si appresta ad approvare una finanziaria che impegna miliardi in riarmo e taglia risorse alle spese sociali e alle periferie.

È chiaro che l’alternativa per cui dobbiamo batterci dalla parte di chi vive i quartieri popolari di questa città va costruita al di fuori e contro di una classe politica trasversale che sa solo promuovere (e premiare con l’ambrogino!) la repressione e la violenza poliziesca, negando ogni giustizia sociale.
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23/09/2025

Una straordinaria giornata di indignazione stravolta sulle prime pagine dei giornali

Ecco come i principali quotidiani di oggi descrivono la straordinaria giornata di mobilitazione per Gaza di ieri. “Guerriglia a Milano su Gaza” (Corriere della Sera); “Piazze di pace e scontri a Milano” (Repubblica); “Palestina rivoluzione francese” e poi “Mezza Italia ferma per la pace a Gaza. Le famiglie in piazza e gli scontri a Milano” (La Stampa); “Marea pacifica, ma tutti parlano di 100 violenti” (Il Fatto); “Mezzo milione in piazza per Gaza L’urlo dell’Italia: “No al genocidio” (Il Domani).

Prevedibilmente più ignobili e con qualche torsione razzista i giornali della destra: “Centri sociali e giovani arabi. Delinquenti per Gaza” (Il Giornale); “Guerra a Gaza, guerriglia in Italia. Sinistra pacifista” (Libero). Per onestà occorre dire che anche il Corriere della Sera ha inseguito la stampa di destra su questo terreno accollando gli scontri di Milano ai “maranza”.

Se una persona in carne ed ossa dovesse valutare la straordinaria giornata di mobilitazione popolare di ieri in tutta Italia dai titoli di prima pagina dei quotidiani di oggi, sarebbe completamente portata fuori strada.

L’informazione mainstream, che tanto ha faticato nel cominciare a dare conto seriamente del genocidio dei palestinesi in corso a Gaza, sta cercando in tutti i modi di nascondere agli occhi dei propri lettori le responsabilità su quanto accade e il vero segnale di ripudio inviato dalle imponenti manifestazioni in occasione dello sciopero generale del 22 settembre.

Focalizzando l’attenzione e lo stigma sugli scontri di Milano dentro e intorno la stazione centrale, riescono ad assolvere ben tre soggetti dalle loro responsabilità e a rimuovere dati di fatto rilevanti.

Sparisce la complicità del governo Meloni con il genocidio e la politica israeliana che è stato il vero detonatore politico e morale dell’indignazione popolare vista nelle piazze.

Sparisce la responsabilità di editori, direttori e capi redattori che usano i fatti di Milano come tema principale per relativizzare il resto ed evitare di interrogarsi seriamente su quanto si è visto sulle piazze.

Sparisce ogni legittima domanda sul fatto che l’opposizione al governo si è manifestata al di fuori dei recinti e dei riti del “campo largo”, indicando una radicalità e partecipazione ben diversa dalla sterile e ossessiva richiesta “la premier venga in aula a riferire”.

Infine sparisce anche ogni domanda sull’atteggiamento della polizia alla stazione di Milano con quei lacrimogeni tirati in uno spazio chiuso e poi le cariche a spazzare la piazza antistante ma che ha visto migliaia di manifestanti tenere comunque la piazza. Un atteggiamento nella gestione dell’ordine pubblico sostanzialmente diverso da quello utilizzato in tutte le altre città dove pure alcune stazioni sono state bloccate dalle manifestazioni, ma emblematicamente diventato il centro delle feroci dichiarazioni degli esponenti del governo e della destra.

Quello che ogni serio giornalista avrebbe dovuto indagare e riferire, è la dimensione e la forza dell’indignazione popolare contro il genocidio dei palestinesi e il fatto che, per la prima volta, un’organizzazione sindacale abbia trovato il coraggio di convocare uno sciopero “politico” e combattivo su una questione apparentemente diversa e distante dai temi strettamente sindacali, infine diventa decisivo farsi qualche domanda sul come questa convocazione abbia raccolti consensi superiori ad uno sciopero tradizionale.

L’insopportabilità del genocidio del popolo palestinese e la spinta a fare qualcosa di fronte all’inerzia/complicità del governo, hanno fatto da detonatore ad una indignazione generale.

Di fronte all’evidenza di quanto i corrispondenti hanno visto davanti ai propri occhi (piazze stracolme di gente, grande determinazione nel bloccare le merci e snodi nevralgici delle città, enorme partecipazione giovanile e studentesca), i media mainstream non potevano nascondere le manifestazioni come avvenuto in altre occasioni, ma hanno strumentalizzato un singolo fatto – Milano – per relativizzare tutto il resto.

In troppi avevano dato per liquidata la dignità di lavoratrici e lavoratori e ritenuto definitiva la “letargia” del mondo del lavoro. Non solo. Lo sciopero e la straordinaria mobilitazione sociale sono nati dall’appello di un pezzo di quella classe operaia – i portuali – che molti ritenevano ormai incapace di dialogare e connettersi con il resto della società.

La giornata del 22 settembre è una smentita clamorosa, non è ancora un movimento ma è una rottura straordinaria che si è materializzata visibilmente. Sorprendentemente è avvenuta sul piano politico e non vertenziale, a conferma che le contraddizioni di questa fase storica chiedono un cambiamento politico e non un aggiustamento.

Ma è proprio questo che i giornali di oggi esorcizzano e che il governo Meloni comincia a temere seriamente.

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30/08/2025

Sullo sgombero del Leoncavallo

di Sergio Fontegher Bologna

Com’era prevedibile, alla proditoria azione di sgombero attuata dal Ministero per giocare d’anticipo e bloccare a) una programmata azione di mediazione del Comune di Milano con la ricerca di una nuova sede, b) un ricompattarsi di quel che resta del “movimento” al rientro dalle ferie, è seguito un dibattito sulla stampa e sui social dove se ne leggono di tutti i colori e s’aggiunge confusione a quella che già ammorba da tempo lo spazio pubblico.

Nella speranza di diradare un po’ di questa nebbia fitta mi permetto di fare qualche osservazione. Tanto per cominciare: un minimo di memoria storica non fa mai male.

I “centri sociali” sono nati negli anni Settanta come contenitori di una conflittualità e di un antagonismo sociale che non trovava spazi adeguati nemmeno nei gruppi extraparlamentari, erano già espressione di una generazione successiva al ’68. Non a caso prenderanno slancio dopo il ’77 e in particolare negli anni della grande repressione e della sconfitta operaia, quindi nei decenni Ottanta e Novanta.

Ci cresceranno i nostri figli, che oggi hanno più di 50 anni, troveranno un luogo dove mantenere certi valori, dove difendersi da certi pericoli (la droga pesante), dove cominciare a produrre e consumare una nuova cultura, che fu chiamata cultura underground, dove trovare situazioni affini quando andavano all’estero, in Germania, negli Stati Uniti, cioè nei paesi a capitalismo avanzato, dove trovare chi li rendeva famigliari con le nuove tecnologie, con quell’universo chiamato web, con il movimento dei cyberpunk, degli hacker. Dai “centri sociali” sono venuti fuori fior di informatici, di ex “smanettoni”, sono venuti fuori tecnici del suono ed esperti di trattamento immagini. A Milano quanti lavoratori del cinema, del mondo dello spettacolo, della musica, dell’editoria digitale, sono usciti dai “centri sociali”!

Sentir parlare oggi dei “centri sociali” come posti dove la birra costava 1,50 euro, come luoghi di sfogo della street art, come sedi di concerti a tutto volume fino alle 2 di notte, sentirne parlare con la nostalgia pelosa di quelli che ne rappresentano l’opposto, leggere che li apprezzava pure Vittorio Sgarbi, mi fa venire il voltastomaco. E ancora di più quando leggo che l’opposizione parlamentare esplode in un: “allora per par condicio chiudiamo anche lo stabile occupato da Casa Pound a Roma, per ristabilire la legalità”. Lo dicono in un paese dove dilaga la simil-schiavitù nelle campagne, nella logistica, nella ristorazione, nel food delivery ecc..

Certo, anche i “centri sociali” hanno avuto il loro declino, in parallelo con tutta la società italiana. Primo Moroni, che ne è stato il “tutor” più illustre con la sua Libreria Calusca di Milano, li definiva “luoghi d’aggregazione del disagio giovanile” già alla fine degli Anni Novanta. La cosiddetta cultura underground ha perso tutto il suo slancio, anzi, ha fornito modelli per la più becera cultura del consumismo, dal prêt-à-porter alla musica rap molti ambiti del consumismo moderno hanno attinto a piene mani ai modelli lanciati dalla cultura underground. Oggi tanti segni identitari dei radical chic sono identici a quelli diffusi nei “centri sociali” anni Novanta, quando il figlio del brigatista condannato all’ergastolo si alzava nelle assemblee dichiarando con orgoglio, “sono figlio di un combattente comunista”. Ma mentre sul carro della cultura underground, della street art, saltavano tanti paraculi, dai “centri sociali” all’inizio del nuovo millennio partiva lo spunto della lotta al precariato. San Precario non l’hanno mica inventato CGIL CISL e UIL. A Milano alle May Day Parade c’erano duecentomila giovani in corteo con gli impianti hi fi a pieno volume caricati su semirimorchi il pomeriggio del Primo maggio, alla mattina, alla manifestazione ufficiale con sindacati, autorità e compagnia cantante se c’erano 5 mila presenti era tanto.

E allora qui bisogna tornare, da qui occorre riprendere il discorso. Urgente è ricostituire un movimento antagonista, conflittuale, radicale, che ponga al centro il dramma numero 1 oggi in Italia (ma in realtà presente nel mondo capitalista tutto): lo squilibrio spaventoso tra capitale e lavoro. Il problema che aveva il figlio del brigatista negli anni Novanta ce l’ha oggi il laureato a pieni voti alla Statale, ce l’ha il guardiasala della Fondazione Prada, laurea in storia dell’arte e conoscenza di due lingue straniere a 5 euro l’ora, e ce l’ha l’autista dell’ATM a 1600 euro al mese, che non si può permettere un affitto a Milano e al mattino si fa 1 ora e mezza di viaggio per venire a lavorare. Ce l’hanno le migliaia di donne e uomini a partita Iva, che lavorano in prestigiosi studi professionali o nei servizi di cura in appalto presso enti ospedalieri, case per anziani e altro, per non parlare delle cameriere e dei camerieri che lavorano in nero nei bar, nei ristoranti, negli alberghi, nelle pizzerie. Ridare un minimo di dignità al lavoro, un minimo di prestigio alle competenze, questi sono i temi che mi piacerebbe entrassero con forza nella manifestazione del 6 settembre. I “centri sociali” sono luoghi dove persone giovani e meno giovani si riprendono il senso dell’esistenza, si riprendono i loro desideri, non sono (o non dovrebbero essere) ambiti in cui una generazione ripiegata su se stessa cerca consolazione alle proprie sfighe.

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15/08/2025

Milano dall’elettronica alle aragoste

di Sergio Fontegher Bologna

Adesso che ho cominciato a dire la mia come faccio a tirarmi indietro?

L’altro giorno il “Corriere” ha intervistato mons. Delpini. Tra le tante cose sacrosante che ha detto, una mi è piaciuta particolarmente. Tanti dicono che Milano avrà la forza di risollevarsi dopo questa batosta. “Se queste persone ci sono, si facciano avanti!” dice Delpini.

Ma all’orizzonte non si vede anima viva, non si fa avanti nessuno. Qui l’aria che tira è: “ha da passà ‘a nuttata!”

I giornali poi sull’intervista di Delpini hanno chiesto il parere di Elena Buscemi, Presidente del Consiglio Comunale. Quando si occupava di città metropolitana ha dato una mano a noi di ACTA, perché potessimo avere più spazio nella tutela delle Partite Iva. La ricordo quindi con gratitudine. Oggi si trova in un’altra posizione e immagino che la poltrona che occupa non sia il massimo della comodità. Ovviamente non fa una difesa d’ufficio della Giunta, però dice una cosa che mi lascia perplesso: la bella Milano che tanti rimpiangono contrapponendola a quella di oggi, che tanti non sopportano, in realtà non è mai esistita, è il prodotto della fantasia di chi oggi critica la politica urbanistica.

Boh, sarà. Posso anche essere d’accordo: nella sequenza Mediobanca-Ligresti-Berlusconi- Catella-Sala-Tancredi c’è effettivamente una certa continuità, anzi mettiamoci dentro anche la “Milano da bere”, e abbiamo una storia che dura da quarant’anni (1985-2025). Elena ne ha 43 e capisco che non ha visto altro nella vita, quindi ha ragione a dire che “l’altra Milano” sta solo nella testa di anime belle.

Io ho il doppio degli anni di Elena Buscemi e ricordo che la Milano che ho vissuto dal 1957 in poi, cioè dai vent’anni in su, aveva tante cose diverse da quella di oggi – ci mancherebbe – però una, grande come una casa, salta agli occhi di chiunque conservi un po’ di senno. Cos’è?

La differenza di qualità dei ricchi. La dignità dei padroni di ieri e la cafonaggine dei padroni di oggi. Non è una battuta, è storia d’Italia. Un certo Enrico Mattei certo che stava a Roma ma Metanopoli l’ha messa qui e quando ha fondato un quotidiano la redazione era qui. Ed è morto poco lontano da qui, perché dava fastidio ai potenti del petrolio. E un certo Adriano Olivetti è vero che la sua azienda aveva il centro a Ivrea, ma quando ha avuto la lungimiranza di capire che un giorno il mondo sarebbe stato dominato dall’informatica, i suoi laboratori di ricerca li ha messi da queste parti, a Borgolombardo, a Pregnana Milanese. Da quei laboratori è uscito il primo personal computer della storia. E la Direzione Pubblicità coi grafici che hanno stupito tutto il mondo, Pintori, Bonfanti, e copywriter che rispondevano ai nomi di Franco Fortini e Giovanni Giudici, stava in via Clerici o in via Baracchini, non stava a Torino o a Chivasso. E la Direzione Commerciale Elettronica stava a due passi dal Pirellone. E i Sottsass, i Bellini, i Maldonado, grandi designer, stavano da queste parti, e non risulta che avessero traffici col Comune per vincere dei bandi. E Leopoldo Pirelli che quando diventa Presidente di Confindustria cerca di dare una svolta e di convincere gli industriali che le maestranze non sono solo delle braccia ma hanno anche un cervello, è uno che non ha paura di essere controcorrente.

Mettete a paragone questa gente con i vari Armani, che si fanno cucire le borsette da disperati a 4 euro l’ora, coi Farinetti, i Briatore, i Benetton, i Della Valle...

Insomma, sarò anche un vecchio brontolone, ma nessuno mi toglie dalla testa che il confronto tra i padroni di ieri e quelli di oggi è davvero impietoso. E questo ha delle conseguenze sull’aria che tira in una città, soprattutto se è sempre stata una città in mano ai padroni. Quelli di ieri stavano dentro le alte tecnologie, quelli di oggi che sanno fare? Scarpe, magliette, pizzerie. Prendiamo della gente come i Benetton. Ai tempi dei distretti erano bravi nella logistica, facendo magliette conquistano i mercati. Poi si sono stufati, troppa fatica pensare agli operai, meglio farsi dare dallo Stato le utilities, aeroporti, autostrade, quella roba costruita coi soldi dei contribuenti, che ti fa lavorare di meno e guadagnare un fracco di soldi: tu stai in poltrona e incassi i pedaggi. È il momento buono, tanto al governo c’è un certo Prodi, amico dei privati, l’uomo che ha smantellato l’IRI (di cui era Presidente). Certo, sulle autostrade bisogna fare un po’ di manutenzione, ma attenti a non spendere troppo eh... Così crolla il ponte Morandi, 43 morti. I Benetton vanno in galera? Ma manco per sogno. Però lo Stato li “punisce” e toglie loro la concessione. Il tutto dovrebbe avvenire senza indennizzi, il minimo, per il danno che hanno provocato. Macché, lo Stato si ricompra l’autostrada. La ricompra coi soldi nostri, ovviamente. Due miliardi e 400 milioni. Tanto al governo chi c’è? Una faccia nuova, un certo Conte, il cui partito sta oggi a Strasburgo all’estrema sinistra... e a Milano chiede le dimissioni di Sala. Ma allora stava con Salvini ed era culo e camicia con Trump primo.

Che bei padroni! Pensate a Farinetti. Cosa fa lui per te? Ti sceglie i formaggi migliori, ti risparmia una bella fatica. E li sceglie anche per la middle class di Manhattan.

E Briatore? Beh, qui rimando a Crozza.

Questa è tutta gente che apprezza il “modello Milano”, che la trova come Londra, come New York.

Chiudo con un consiglio turistico. Volete godervi “il modello Milano” nella sua pura essenza? Andate a cena alla “Langosteria”, in una traversa di Coni Zugna. Dicono i tassisti che si spende anche 900 euro a cena, mangi l’aragosta. Ma non è questo il bello, davanti all’ingresso, sempre, anche fuori dall’orario dei pasti, c’è un negro vestito elegante. Una volta, all’inizio, aveva anche il cilindro. Ed è lui che apre la porta, non si deve neanche far fatica, e una volta dentro si respira l’aria che dovevano respirare i padroni delle piantagioni, sì i sudisti, che avrete visto tante volte nei film, quelli convinti che i negri devono essere schiavi, quelli che ce l’avevano con Abramo Lincoln. Geniale il proprietario. Sempre pieno, tanto che ha dovuto aprire un locale gemello a due passi, in via Savona. Crozza dovrebbe imitare lui, altro che quel suonato di Briatore!

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05/08/2025

Milano. Dopo il terremoto dell’urbanistica una sfida per l’opposizione al “Modello Milano di Sala”

Si sta ormai palesando in modo sempre più lampante la gravità delle inchieste sull’urbanistica milanese, che hanno smascherato il modo in cui il governo della trasformazione urbana della città guidata dal centrosinistra sia stato di fatto consegnato nelle mani di un manipolo di affaristi e speculatori vari, che l’hanno gestito secondo i propri privati interessi e appetiti speculativi e che ha portato per ora all’indagine dello stesso sindaco Sala e alle misure cautelari per 6 persone, tra assessori, membri della commissione paesaggio, architetti e costruttori.

Di fronte a questo, vale la pena soffermarsi su quella che è stata la reazione da parte di alcune realtà cittadine che da tempo denunciano un modello di città ormai piegato agli interessi della speculazione immobiliare e sulle possibilità, a partire da una mobilitazione cittadina, di invertire la rotta verso una concezione del governo pubblico radicalmente opposta rispetto a quella rappresentata dalla giunta Sala; un governo pubblico che non sia più comitato di affari di chi deve speculare sullo spazio urbano, producendo sistematicamente sofferenza sociale, economica e ambientale per la maggioranza degli abitanti, ma governo al servizio dei cittadini e a tutela dei loro diritti, a partire da quello ad un’abitazione dignitosa a prezzi sostenibili che in questi anni è stato sistematicamente negato.

È una sfida di cambiamento radicale che si proietta ben oltre Milano, se si pensa che la città è apripista e laboratorio di questo modello di sviluppo urbano distorto che viene poi sperimentato in tante altre aree metropolitane italiane, in particolare quelle governate dal campo largo del Centro sinistra come Bologna e Roma.

Un primo segnale chiaro di opposizione militante di fronte a queste vicende è arrivato dalla mobilitazione quasi immediata di Potere al Popolo, che ha aperto le danze con la richiesta di dimissioni della giunta Sala sotto Palazzo Marino in concomitanza con il consiglio comunale nel quale il Sindaco, forte del sostegno già garantito nelle ore precedenti dalle dichiarazioni di tutto l’arco parlamentare del partito unico degli affari, da Schlein a Meloni, ha avuto invece gioco facile a sottrarsi alle dimissioni.

Un sostegno bipartisan per lo più giustificato con la scusa del “garantismo”, eludendo completamente il nodo della responsabilità politica di chi ha fatto prosperare un sistema di malaffare tra pubblico e privato. Tutto questo al di là dell’esito giudiziario difficilmente prevedibile, vista la capacità difensiva in termini legali di chi muove miliardi.

Nessuno sconto poi è stato fatto al centrodestra e a Salvini che è stato contestato pochi giorni dopo da Potere al Popolo nella sua passerella elettorale in un convegno che si proietta già verso le elezioni comunali del 2027 dal titolo “costruiamo insieme Milano”.

In questa occasione Salvini è stato indicato come l’altra faccia del Modello Milano; è evidente infatti che in tutti i momenti decisivi per la tenuta del modello di città eventificio e parco giochi per ricchi basato sul servilismo alla speculazione privata il centrodestra ha sempre dismesso i panni dell’“opposizione” a Sala, ricompattandosi col centrosinistra.

Un esempio chiaro è stato l’iter del decreto Salva Milano, prodotto della convergenza di interessi tra il centrosinistra bisognoso di paralizzare le indagini e il centrodestra sempre pronto a difendere le colate di cemento dei palazzinari e a invocare drammaticamente la necessità di “sbloccare i cantieri”.

Non è mancata anche la mobilitazione da parte degli studenti di Cambiare Rotta Milano rispetto al fatto che anche il diritto allo studio e il bisogno di studentati è diventato per la classe politica e per i signori del mattone un terreno di speculazione, facendo leva sulla possibilità di utilizzare fondi pubblici, soprattutto grazie al PNRR, per costruire studentati a gestione privata.

La denuncia delle responsabilità politiche della giunta Sala e la rivendicazione della città pubblica come alternativa possibile e necessaria per Milano è proseguita poi con volantinaggi anche a Corvetto, uno di quei quartieri particolarmente emblematici delle logiche di gentrificazione ed espulsione finalizzate alla costruzione della città dei ricchi.

Momenti di mobilitazione che hanno avuto la lucidità non solo di mettere in luce le contraddizioni della città, che ormai da più parti vengono evidenziate, soprattutto in termini di emergenza abitativa, ma di essere conseguenti nei punti di rivendicazione politica, a partire dalla richiesta di dimissioni della giunta.

È infatti proprio il livello di contraddizioni raggiunto in città in questi anni in termini di diseguaglianza, di erosione del potere d’acquisto e di vivibilità, che fa luce su un elemento politico ineludibile: la Giunta Sala è il Modello Milano e quello che le inchieste hanno scoperchiato non è un incidente di percorso ma è il disvelamento dei meccanismi e delle logiche alla base del modello di sviluppo della città, voluto e perseguito dalle giunte di centrosinistra che governano la città da quasi 15 anni.

Agitare lo slogan della Milano città pubblica senza individuare le responsabilità politiche e le rivendicazioni conseguenti rischia di relegare all’inconsistenza o peggio, prestare il fianco ai tentativi già in atto di ripresa del PD sui temi sociali; le mancate dimissioni di Sala e il sacrificio dell’ormai ex assessore Tancredi unite alle promessa di una svolta sull’urbanistica mirano a dare la parvenza del cambiamento mentre stanno in realtà garantendo la continuità del sistema.

Per non parlare del fatto che già stanno emergendo le prime iniziative da parte dei giganti del mattone, Assoedilizia in testa, per una legge nazionale che costituisca di fatto un Salva Milano bis.

Questi elementi non possono essere ignorati per chi vuole mettere in campo un’opposizione che non faccia solo testimonianza ma si doti di strumenti adeguati e di una piattaforma rivendicativa chiara per mettere in discussione il sistema, oltre che di un’attitudine militante e conflittuale capace di rompere l’asfittico clima politico di consociativismo tra centrodestra e centrosinistra.

Un sistema che è certamente tentacolare e pervasivo, che può contare sul sostegno bipartisan, ma che al contempo ha prodotto un livello di contraddizioni tale da mostrare crepe sempre più importanti. Anche l’aver limitato di fatto la partecipazione dei cittadini al consiglio comunale in cui si attendeva il discorso di Sala, con le sale disponibili riempite dagli esponenti amici della giunta, oltre all’ingente dispiegamento di forze di polizia schierate per impedire l’ingresso ai manifestanti, è un elemento in più che dimostra quanto il sistema abbia paura di una mobilitazione determinata in città.

Si aprono dunque gli spazi per mettere in campo una vera alternativa; ci vogliono però soggettività che sappiano coglierli e su questo bisognerà verificare a partire da settembre quale sarà la disponibilità di comitati, realtà politiche e sociali. È chiaro infatti che le mobilitazioni promosse da Potere al Popolo sono state un segnale chiaro e una promessa di opposizione, ma l’obiettivo è ambizioso e necessita di un ampio raggio di forze che si vogliano misurare su questo terreno.

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