Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale e la funzione che da almeno trent’anni ricopre, sussumendo, disinnescando o riconducendo nell’alveo della compatibilità al “centrosinistra” anche ogni generoso tentativo di incidere sul segno politico di quella piazza (vedi “25 aprile a Milano: se il nemico marcia alla tua testa”).
La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.
La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.
Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.
La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.
Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.
D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.
Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.
Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?
Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?
Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?
Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.
Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.
La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?
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