Ricondividamo l’interessante contributo di Elia Buonora, pubblicato sui social dal circolo Arci GAP di San Lorenzo, Roma. Elia fa emergere importanti elementi su come la politica sia ormai stata trasformata in un “mercato” in cui le varie forze politiche vendono lo stesso prodotto (ricette sociali da lacrime e sangue e politica estera guerrafondaia e imperialista), ma cambiano la “confezione”.
La riflessione del compagno mette in chiaro una necessità non rimandabile: quella di un polo indipendente e di rottura rispetto al bipolarismo che stritola una reale alternativa al pilota automatico impostato nel nostro paese. Un pilota automatico che ha come traguardo il disastro sociale, ecologico, bellico.
Vi lasciamo alle parole di Elia, che riteniamo utili nell’evidente impellenza di un’altra battaglia da riprendere in mano, con tutti gli strumenti possibili: quella culturale. Buona lettura.
La riflessione del compagno mette in chiaro una necessità non rimandabile: quella di un polo indipendente e di rottura rispetto al bipolarismo che stritola una reale alternativa al pilota automatico impostato nel nostro paese. Un pilota automatico che ha come traguardo il disastro sociale, ecologico, bellico.
Vi lasciamo alle parole di Elia, che riteniamo utili nell’evidente impellenza di un’altra battaglia da riprendere in mano, con tutti gli strumenti possibili: quella culturale. Buona lettura.
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Per capire ciò che si muove intorno al recentissimo successo mediatico di Silvia Salis e al vociare che le si è alzato intorno bisogna prenderla alla larga e partire da una specifica figura: Marco Agnoletti.
Agnoletti è stato ingaggiato come spin doctor da Salis e nel suo palmarès appaiono diverse personalità del mondo del centro-sinistra e della sua intellighenzia, sia a livello politico che mediatico: Stefano Bonaccini, Sara Funaro, Dario Nardella, Eugenio Giani e poi Fabio Fazio, Francesca Fagnani e, last but not least, Matteo Renzi.
A partire da questa considerazione e tenendo presente quella che fu ai tempi l’ascesa dell’astro di Firenze (ve lo ricordate con il chiodo di pelle su Vanity Fair a parlare di “rottamazione”?) bisogna mettere a fuoco le recenti mosse comunicative di Silvia Salis. Il dj set techno gratuito di Charlotte de Witte in piazza a Genova va quindi inquadrato come una mossa (va detto, geniale) di marketing, di branding, di posizionamento “commerciale” nel mercato della politica.
Salis e chi la segue nel team di comunicazione hanno capito che la politica oggi è prettamente brand, una lotta marginale da combattere sul terreno delle guerre culturali, una battaglia di posizionamento per vincere la guerra della rappresentanza elettorale. In questo senso organizzare un enorme dj set techno nella città da lei amministrata si colloca in ovvio contrasto con la sua nemesi Giorgia Meloni che all’inizio del suo percorso al governo del paese fu artefice del cosiddetto decreto rave.
Inquadrando la questione in un’ottica di comunicazione politica, di branding appunto e tenendo presente chi si muove dietro le quinte, si può leggere l’intera questione. Il punto non è demonizzare un evento che obiettivamente, nell’Italia retrograda e culturalmente medievale del governo Meloni, unisce le persone in un momento di gioia collettiva.
Il punto è capire come questa sia solo ed esclusivamente una mossa pubblicitaria, utile a posizionarsi nell’agone politico e che fa utilizzo di una sottocultura come quella techno (nata nei bassifondi industriali di Detroit, cresciuta nei rave illegali a Berlino) facendone un prodotto culturale, una situazione di consumo, un’etichetta su cui applicare un copyright politico.
Parlando di techno non è un caso che la figura scelta per questo evento sia Charlotte de Witte, madrina della techno mainstream, prima donna a chiudere il main stage a quel festival dell’edonismo che è il Tomorrowland. Una techno che perde la sua oscura energia esplosiva, il suo essere sotterranea, eversiva, che viene edulcorata pronta al consumo delle centinaia di cellulari pronti a immortalare il momento in una storia Instagram. Pronta per il mercato in poche parole.
Alla luce di tutto ciò la considerazione è tutto sommato semplice e non particolarmente originale: nel grande campo liberista (centro)sinistra e destra fanno l’una il gioco dell’altra, creandosi vicendevolmente le condizioni immaginative per far spazio al prossimo, in un eterno valzer dove però le politiche economiche, materiali, sono sempre uguali.
Inutile qui fare la disamina di tutte le riforme regressive e di macelleria sociale che si sono avvicendate negli ultimi decenni da parte di entrambi gli schieramenti. Inutile ricordare le politiche Renziane, il quale guarda caso appoggia senza indugi Salis come figura unificante del campo largo.
Un po’ meno inutile forse cercare di smontare la retorica di questi moloch di potere, l’uno funzionale all’altro. Con l’augurio che si possa iniziare ad immaginare e costruire qualcosa di radicalmente diverso, un soggetto politico che agisca sulla struttura materiale della società, che porti il conflitto in piazza non a favore di camera al suono dei 130 bpm ma nelle strade, nei posti di lavoro, fino nelle sale del potere, per cambiare finalmente tutto.
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