Mai fidarsi degli Stati Uniti. Sospettare per principio di Israele.
Come al solito agiscono su due piani completamente opposti: da un lato aprono a una trattativa con l’Iran che tenga dentro anche il Libano, dall’altro preparano nuovi attacchi.
Detto chiaramente. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato la possibilità di un ritorno al tavolo, ad Islamabad: “Si svolgono discussioni di questo tipo, ma nulla è ufficiale fino a che non ve lo confermiamo noi”. E in effetti numerosi siti di informazione mediorientali in queste ore stanno annunciando la riapertura imminente del tavolo in Pakistan.
Contemporaneamente altri 10.000 soldati Usa sono stati inviati in Medio Oriente, in aggiunta ai 50.000 già presenti. Pochi per una «offensiva di terra», abbastanza per condurre operazioni importanti, troppi per fare una pace.
Sulla stessa linea i genocidi di Tel Aviv. “I nostri amici americani ci tengono aggiornati sui loro contatti con l’Iran. I nostri obiettivi e quelli degli Stati Uniti sono gli stessi” (falso come Giuda, si dice a Roma), ha affermato Benjamin Netanyahu, sottolineando però che è “troppo presto per dire come finirà” e che Israele è “preparato a ogni scenario, in previsione di una ripresa dei combattimenti”.
Sarebbe la quarta volta che nel bel mezzo di un ciclo di «incontri di pace» i due paesi-killer attaccano l’Iran e il Libano.
Che anche il Paese dei Cedri sia rientrato nella partita complessiva, con una possibile tregua, è peraltro confermato anche da Hezbollah, con Al Jazeera che riferisce di un cessate il fuoco che potrebbe entrare in vigore “presto” secondo il movimento sciita.
Che sia una forma di pressione su Teheran e Beirut per costringerle ad accettare condizioni di pace più sfavorevoli, oppure solo un modo di prendere tempo per riorganizzarsi militarmente (sia gli Stati Uniti che Tel Aviv hanno «sentito» pesantemente la risposta missilistica iraniana, esaurendo o quasi la dotazione di missili difensivi, peraltro non rimpiazzabili allo stesso ritmo con cui vengono consumati), lo sapremo solo seguendo gli avvenimenti.
Mai fidarsi degli Stati Uniti. Sospettare per principio di Israele.
Per quanto riguarda il merito della trattativa. Sull’uranio, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, parlando con i giornalisti durante la conferenza stampa settimanale, ha sottolineato che l’Iran non scenderà a compromessi sui suoi diritti di arricchimento, affermando che il suo diritto all’energia nucleare è saldamente radicato nel diritto internazionale e nel Trattato di non proliferazione nucleare, cui Teheran aderisce – accettando quindi i controlli da parte dell’Aiea – e Israele no (uno stato-canaglia genocida e con l’atomica è un problema per tutto il Mondo, non solo per i vicini).
Sul punto anche la Russia ha fatto sentire la sua voce, col ministro degli esteri Lavrov che da Pechino – non a caso – ha confermato che «Il diritto di arricchire l’uranio per scopi pacifici è un diritto inalienabile della Repubblica islamica dell’Iran». In più la Russia si è dichiarata disponibile a ritirare il materiale e riprocessarlo entro i limiti dei trattati internazionali.
Per quanto riguarda invece lo Stretto di Hormuz, più o meno chiuso da entrambi i lati (l’Iran per una parte del traffico, gli Usa per l’altra), vale sempre la pena di ricordare che era completamente aperto fino al 28 febbraio, data di inizio dell’attacco israelo-americano. Ripristinarne la libera circolazione dipende solo dalla fine della guerra, anche se Teheran pretende – con qualche giustificazione – di ricavarne un pedaggio utile a compensare i danni subiti dall'aggressione.
Ancora una volta, però, è Israele a mettersi di traverso. Eyal Zamir, capo di Stato Maggiore dell’esercito, ha dato ordine ai suoi soldati di non fare prigionieri nel sud del Libano, uccidendo tutti i combattenti (di Hezbollah o meno) che dovessero riuscire a raggiungere. Un esempio fisico è stato fornito da un video israeliano in cui si vede un uomo ferito, nascosto in un anfratto, colpito definitivamente da un drone esplosivo.
È un crimine di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra, ma i genocidi se lo rivendicano apertamente. Un modo, fra l’altro, di ridurre lo spazio per qualsiasi trattativa.
Intanto il Pakistan si prepara a ricevere nuovamente le delegazioni di Usa e Iran. Il generale Asim Munir, capo dell’esercito, è giunto ieri a Teheran per recapitare un messaggio degli Stati Uniti alla leadership iraniana che evidentemente non poteva viaggiare per telefono.
Il centro dovrebbe essere la questione del nucleare, su cui – secondo quanto ammesso anche dagli Stati Uniti – la distanza si limita alla durata dell’eventuale stop all’arricchimento dell’uranio. Gli Usa vorrebbe che per 20 anni fosse vietato, mentre Teheran contro propone solo 5 anni.
Tutte le parti hanno l’esigenza di metter fine a questa guerra, ma con tempi e soglie di sopportazione differenti. I più stressati sono gli statunitensi, con l’amministrazione Trump che vede ormai smottare il mondo “Maga” e il blocco sociale che ne aveva permesso la vittoria elettorale. Questa guerra è forse la più impopolare della sua storia, dopo quella del Vietnam, anche agli occhi del resto del Mondo.
All’inizio di novembre il Congresso potrebbe essergli contro per intero (Camera e Senato), mentre già stanno partendo le richieste di impeachment. Per il momento contro il ministro più svalvolato e impresentabile: Pete Hegseth, “ministro della guerra”.
Israele ormai ha subito una trasformazione suicida anche sul piano strettamente militare, passando dall’essere il campione delle “guerre lampo” al “cane pazzo” bisognoso di stare sempre in guerra, logorando se stesso insieme ai sempre più numerosi nemici. Se persino il governo Meloni ha sentito la necessità di fare un piccolo gesto di critica, bloccando il rinnovo automatico della partnership militare, si può immaginare quale sia il sentiment di tutto il Mondo verso Tel Aviv.
L’Iran, per quanto ferito, non paradossalmente ha più tempo a propria disposizione. Non deve conquistare nessun territorio, non deve imporre nessuna volontà a nessuno. Gli basta continuare ad esistere per vedere il Mondo intorno a sé cambiare la struttura delle relazioni. L’ingresso in partita di Cina e Russia ha fatto il resto.
Ma mi fidarsi degli Stati Uniti. Sospettare per principio di Israele.
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