E per fortuna che dovevano essere gli iraniani a mostrare “spaccature interne”… Negli States, invece, c’è così tanta unità che si sparano tra loro e il presidente-faccio-tutto-io improvvisamente invita tutti alla calma. Sminuendo la portata di quello che sembra un “quasi attentato” nei suoi confronti.
Vediamo i fatti. Ieri sera – piena notte per l’Italia – in un hotel nei pressi della Casa Bianca era prevista la cena con i corrispondenti accreditati, più i membri del Congresso, per un totale di 2.600 invitati. Protetti da una cintura di poliziotti, scorte, servizi segreti, ecc., sicuramente superiori di numero. Nel complesso, un fortilizio blindato inattaccabile.
La cena è stata annullata dopo che un singolo attentatore ha provato a superare la cintura protettiva più esterna. Il video delle telecamere di sorveglianza – qui – mostra un gruppo di agenti piuttosto rilassati che improvvisamente vede sfrecciare un uomo con un fucile in mano. Il seguito è scontato. Tutti mettono mano alle armi e l’uomo viene colpito ancor prima di arrivare ai metal detector, pochi metri più in là. Molto prima della grande sala del ricevimento.
Ciò nonostante l’allarme si diffonde in tutta la struttura e nella sala si vedono le scene da film, tutte uguali, con i parlamentari e i giornalisti sdraiati per terra, sotto i tavoli, qualcuno con gli occhi strabuzzati per la paura.
Il presidente viene ovviamente sommerso di agenti di scorta e portato rapidamente via, così come il vice J.D. Vance, il capo dell’Fbi e altri ministri.
L’attentatore, una volta identificato – Cole Tomas Allen – risulta essere un ingegnere californiano, insegnante persino stimato. Nulla si sa per ora delle ragioni del suo gesto, compiuto peraltro portandosi dietro anche una pistola e un coltello, oltre il fucile.
Nonostante le competenze ingegneristiche, però, “l’azione” risulta assai poco scientifica. Partire all’attacco della protezione esterna, da solo, correndo con un fucile in mano, garantisce esclusivamente quel che è accaduto. Un flop totale – se per caso il bersaglio fosse stato Trump o qualcuno dei ministri più noti – in cui si è fortunati se non si muore subito.
Archiviato insomma il gesto, è interessante quel che è avvenuto politicamente dopo.
Il tycoon, invece di assumere la postura “fight, fight, fight”, come avvenuto nell’attentato del 2024 che gli ferì un orecchio, si è esibito nelle vesti del paciere. “Alla luce degli eventi di questa sera, chiedo a tutti gli americani di impegnarsi di nuovo a risolvere pacificamente le nostre differenze”. Sottolineando che “Non è la prima volta nell’ultimo paio di anni che i repubblicani vengono attaccati o uccisi. Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Vale per i repubblicani, i democratici, gli indipendenti, i progressisti”.
Anche sull’attentatore – un californiano, quindi facilmente assimilabile al milieu di “estrema sinistra” con cui etichetta i suo avversari – si è limitato a parlare di una “persona malata”, ma il diventare bersaglio “Fa parte del gioco”, perché fare il presidente “è un mestiere pericoloso”.
Parola d’ordine, insomma, “spegnere l’incendio”... che lui stesso ha attizzato nella società statunitense (ad esempio con le azioni dell’ICE e i fatti di Minneapolis).
Tra le notizie di dettaglio, Trump ha precisato che aveva preparato un discorso molto duro nei confronti della stampa che “parla male di lui”, praticamente una lista di proscrizione dei giornalisti che non si limitano a porre il microfono e lasciarlo parlare senza far domande (a lui o alla portavoce Karoline Leavitt).
“Non so se potrò mai essere duro come lo sarei stato stasera”, ha confessato, mentre garantiva che l’appuntamento di ieri sarebbe stato riprogrammato quanto prima. Una revisione generale dell’atteggiamento nei confronti di chi lo critica che suscita la netta impressione che la sua mente sia stata attraversata da un lampo di consapevolezza, tipo “se continuo così, gira gira mi prendono davvero”.
Trump è in effetti al terzo attentato in tre anni. Nel primo, come ricordato, era rimasto ferito da un cecchino piuttosto abile durante un comizio all’aperto. Successivamente un aspirante killer era stato fermato mentre cercava una postazione di tiro nella sua tenuta di Mar-a-lago, in Florida.
Nelle ultime settimane ha licenziato – direttamente o tramite i ministri – diversi funzionari e generali di grande esperienza, normalmente etichettati come “deep state”. La sua politica interna e internazionale sta preoccupando ormai anche il suo entourage, dividendo in modo violento l’opinione pubblica e anche i quadri amministrativi (civili e militari).
Fin qui gli aspiranti attentatori non si sono rivelati all’altezza dell’obbiettivo. Ma il “deep state” sovrabbonda di american sniper eventualmente riciclabili nella parte che fu di Lee Harvey Oswald.
Calmare gli animi non è nel suo stile, insomma, ma può diventare un’assicurazione sulla vita...
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