Approvato con la fiducia il pacchetto repressivo del governo Meloni: fermo preventivo, nuove pene contro il dissenso, più poteri agli apparati, criminalizzazione della povertà e dei migranti. Una svolta autoritaria contro la Costituzione
Il decreto sicurezza è stato convertito in legge. Con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto, la Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento voluto dal governo Meloni. Le opposizioni hanno protestato cantando Bella ciao ed esponendo cartelli con la scritta: “La nostra sicurezza è la Costituzione”.
È una frase esatta. Perché ciò che è stato approvato non rafforza la sicurezza collettiva, ma il potere repressivo dello Stato.
Nasce così una nuova fase politica: quella dello Stato penale di polizia.
Il decreto raccoglie e sistema la linea perseguita dalla destra fin dal suo insediamento: affrontare problemi sociali, economici e politici non con welfare, investimenti e mediazione democratica, ma con carcere, sanzioni, poteri amministrativi e apparati repressivi.
Il cuore del provvedimento è chiaro. C’è il fermo preventivo fino a dodici ore per chi viene ritenuto potenzialmente pericoloso durante manifestazioni pubbliche. Non serve un reato commesso. Non serve una condanna. Basta una valutazione preventiva delle forze dell’ordine.
Si limita la libertà personale sulla base del sospetto. È un salto gravissimo: il cittadino non viene colpito per ciò che ha fatto, ma per ciò che l’autorità presume possa fare.
Ci sono poi nuove pene contro chi protesta, blocca strade o ferrovie, occupa immobili. Il conflitto sociale viene trasformato in materia penale. Scioperi, picchetti, lotte territoriali, mobilitazioni per la casa o contro le grandi opere vengono trattati come problemi di ordine pubblico.
Ma il nucleo più inquietante del decreto è un altro: la protezione speciale concessa agli apparati coercitivi dello Stato.
Lo scudo penale per le forze dell’ordine rappresenta un principio politico prima ancora che giuridico. Il messaggio è semplice: chi esercita la forza pubblica deve essere messo al riparo da controlli, verifiche e responsabilità. Il governo aveva tentato inizialmente una sterilizzazione ancora più esplicita delle indagini; la norma è stata ritoccata, ma la direzione resta identica.
Si crea un doppio binario: rigore massimo per chi contesta, garanzie speciali per chi reprime.
È il contrario dello Stato di diritto, che dovrebbe sottoporre il potere coercitivo a controlli più severi, non più deboli.
Ancora più grave è la norma sugli agenti infiltrati nelle carceri. Personale della polizia penitenziaria potrà operare sotto copertura, fingersi detenuto, entrare nei circuiti interni, raccogliere informazioni e compiere attività normalmente penalmente rilevanti con copertura normativa finalizzata all’indagine.
Il carcere, già luogo segnato da opacità, sovraffollamento, violenze, suicidi e scarsissimo controllo esterno, viene trasformato in laboratorio permanente di eccezione. Invece di affrontare le cause strutturali del collasso penitenziario, il governo introduce logiche da intelligence dentro istituti dove lo Stato esercita già il massimo potere sui corpi e sulle vite delle persone recluse.
Questa norma non aumenta la sicurezza. Aumenta l’arbitrio.
Mette i detenuti dentro un regime di sospetto continuo, altera i rapporti interni, incentiva provocazioni, rende ancora più fragile il diritto di difesa e la trasparenza.
Scudo penale agli agenti e infiltrati nelle carceri sono il vero cuore autoritario del decreto. Perché rivelano la concezione dello Stato che ispira questo governo: un potere che si autoassolve mentre intensifica il controllo sugli altri.
Non manca il consueto capitolo propagandistico sulla sicurezza urbana e giovanile. Il governo interviene contro i cosiddetti “maranza”, costruendo il solito nemico sociale utile alla comunicazione politica: giovani delle periferie, spesso figli dell’immigrazione, trasformati in simbolo del disordine.
La marginalità viene criminalizzata invece che affrontata.
Sul fronte migratorio, il caso più grottesco è stato il bonus per i legali che accompagnano i rimpatri volontari, corretto all’ultimo minuto dopo i rilievi del Quirinale. Ma il problema vero resta l’impianto complessivo: il migrante trattato come pratica da espellere, non come soggetto di diritti.
Il decreto sicurezza non nasce da una necessità straordinaria. Nasce da una strategia politica coerente. Dal decreto rave al decreto Cutro, dal decreto Caivano ai pacchetti sicurezza successivi, il governo Meloni ha governato attraverso il panpenalismo: nuovi reati, aggravanti, più carcere, più discrezionalità amministrativa, meno garanzie. Invece di investire in scuola, lavoro, casa, sanità e servizi sociali, investe nel potere di polizia.
Il risultato è un mutamento dell’equilibrio costituzionale: meno giudice, più questore; meno Parlamento, più decreto; meno diritti, più interdizioni; meno welfare, più repressione.
Le libertà non vengono cancellate in un giorno. Vengono svuotate gradualmente, articolo dopo articolo. Oggi è stato compiuto un altro passo decisivo.
Questa legge normalizza il sospetto, protegge gli apparati, colpisce il dissenso e rafforza l’idea che i problemi sociali si risolvano con la forza.
Va detto senza ambiguità: non è una legge sulla sicurezza. È una legge di potere. È la costruzione dello Stato penale di polizia.
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