Qualcosa di grosso, e di serio, sembra stia finalmente maturando. La prudenza – come si dice in questi casi – è d’obbligo quando si ha a che fare con una superpotenza in crisi e gestita da pagliacci come Hegseth (quello che invita a pregare recitando la parte di Samuel Jackson in Pulp fiction), nonché uno stato genocida che teme la pace come la fine del (suo) mondo.
Però la successione delle conferme è troppo serrata per essere solo gioco delle parti.
Ieri sera – alle 23 ora italiana – Trump ha annunciato l’inizio di un cessate il fuoco di dieci giorni in Libano. Il “collegio di guerra” israeliano era ancora riunito per discuterne (controvoglia, come si è visto dopo), ma la decisione era per Tel Aviv vincolante, stavolta.
Immediate le reazioni isteriche sia della destra millenarista dei coloni, che dell’“opposizione” sedicente “di sinistra”, che ha accusato Netanyahu di farsi dirigere dagli Stati Uniti anziché il contrario. Stanno messi così, non c’è niente da sperare…
Stamattina il ministro degli esteri iraniano Seyed Abbas Araghci ha postato su X un messaggio inequivocabile: “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto per il periodo residuo del cessate il fuoco sulla rotta coordinata come già annunciata dall’organizzazione Porti e organizzazione marittima della repubblica Islamica dell’Iran”.
Di fatto la rivendicazione politica della vittoria diplomatica ottenuta collegando – come realtà oggettiva pretendeva – tutti i conflitti nella regione (Iran, Libano, Yemen, in parte lo stesso Iraq). Com’è noto Israele pretendeva invece di considerare “separatamente” l’inizio del genocidio nel Paese dei Cedri, dove stava applicando il “modello Gaza” (distruzione di tutto, a partire da ospedali, servizi di soccorso, infrastrutture civili, abitazioni, ecc.), incontrando la decisa resistenza di Hezbollah.
Si ferma la guerra anche in Libano, si riapre Hormuz. Chiaro e semplice. A meno che gli Usa non vogliano truccare ancora le carte, nel qual caso si richiude e si combatte.
Fa parte della scena teatrale la risposta di Trump, che prima ringrazia direttamente l’Iran, poi prova a minimizzare affermando che “il suo” blocco invece “rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran fino a quando le trattative con l’Iran non saranno completamente concluse. Questo processo dovrebbe svilupparsi molto rapidamente, la maggior parte dei punti sono già stati negoziati”. La nuova “narrazione” comincia a prendere forma, rispolverando l’immagine del condottiero che “mette fine alle guerre” (chissà se rispunteranno anche quelli che gli vorrebbero dare il Nobel per la pace...).
Mentre stava twittando, una petroliera cinese passava tranquillamente e già ieri tre petroliere iraniane hanno lasciato il Golfo con cinque milioni di barili di petrolio greggio, le prime dall’inizio del blocco imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani. Secondo i dati di Kpler, la Deep Sea, la Sonia I e la Diona, tutte e tre soggette a sanzioni da parte degli Stati Uniti, provenivano dall’isola di Kharg, sede del più grande terminal petrolifero iraniano, attraverso il quale transita circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio del paese.
Siccome è necessario sorridere anche nei momenti di grande tensione, nelle stesse ore i “volenterosi europei” erano riuniti a Parigi per “decidere” in che modo contribuire alla riapertura dello Streatto, inviando magari qualche dragamine. Nessuno li aveva evidentemente avvertiti che il problema era già stato risolto, e che quindi potevano pure passare al pranzo senza guastarsi lo stomaco con pensieri troppo complessi per loro.
Era presente anche Giorgia Meloni, dopo molte esitazioni, che in questo periodo sembra non perdere un’occasione per sbattere la faccia ancora prima di “mettercela”.
A questo punto manca solo l’annuncio ufficiale della ripresa dei colloqui ad Islamabad, che dovrebbe giungere nelle prossime ore.
I problemi e gli ostacoli sono ancora ovviamente innumerevoli. La questione dell’uranio arricchito – circa 400 kg, forse conservati nelle profondità della terra nei pressi di Isfahan, dove si è infranta l’unica “operazione di terra” significativa da parte Usa, nel tentativo di rubarli – sembra ancora fumosa. L’ultima offesa trumpiana è la richiesta di averli in cambio di 20 miliardi dollari. Per un Paese che denuncia 270 miliardi di danni, pretendendo perciò un risarcimento (magari sotto forma di “pedaggio” per le navi in transito nello Stretto) è poco meno di un insulto.
Più seriamente la Russia si è offerta di ritirarle e riprocessarle, affermando che secondo tutte le convenzioni internazionali ancora valide – se rispettate – anche l’Iran ha diritto a sviluppare il nucleare civile (anche perché il petrolio non è eterno...).
La domanda è sempre la stessa: che si inventeranno ora a Tel Aviv? Da parte sua Trump recita su Truth la parte del capomafia che sa tenere a bada “i suoi ragazzi”: “Israele non bombarderà più il Libano; gli è stato proibito di farlo dagli Stati Uniti”.
Anche il tono è cambiato. Vedremo presto se è vero...
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