Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/10/2026
Intervista al sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko
Bally Bagayoko: «Ora una risposta politica, o la protesta non si fermerà». La destra, sia francese che italiana, ha dichiarato guerra al sindaco che “sta sulle barricate” insieme ai suoi concittadini. Ci è sembrato doveroso intervistarlo, ieri, prima delle manifestazioni...
450.000 manifestanti, di cui 100.000 solamente a Parigi. In questa giornata di sciopero generale era accanto ai liceali a Saint-Denis, comune della banlieue della capitale di cui è sindaco. La Cgt e gli altri grandi sindacati hanno annunciato un nuovo sciopero per giovedì. Sarà ancora presente e qual è il bilancio della mobilitazione?
Si, ci sarò, perché è il momento della de-escalation e soprattutto della risposta politica, non della risposta repressiva. Ero accanto a loro la settimana scorsa e lo sarò ancora nei prossimi giorni.
Ci sarò perché sono dei liceali, quindi dei minori, e dobbiamo tutti garantire che non ci siano dei feriti tra di loro. E oggi l’inquietudine è grande perché si tratta di una ampia mobilitazione e chiedo a tutti quelli che partecipano di manifestare pacificamente.
Il Presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno hanno una responsabilità e chiedo loro di trasmettere un messaggio rassicurante per evitare di trovarsi davanti a un dramma.
Ho visto delle azioni della polizia totalmente sproporzionate rispetto alla pacificità del corteo. Io stesso sono stato colpito da tiri di gas lacrimogeno e ho rischiato di essere manganellato, mentre invece ero presente per assicurare che non ci fossero violenze. Ho anche visto dei ragazzi accanto a me che si sono fatti colpire mentre erano inermi e con le braccia alzate.
Questa non è la risposta politica attesa. Il Presidente della Repubblica deve intervenire all’altezza dei valori repubblicani, mentre ora li sta calpestando. Sono relativamente inquieto perché a ogni sequenza di questa mobilitazione lo Stato è rimasto in ritardo.
In principio ha lasciato che l’indignazione salisse, perché da diversi anni nessun investimento è stato fatto, in particolare per rispondere alla promessa repubblicana che, su tutto il territorio francese, ci siano i mezzi per l’insieme dei liceali di studiare in condizioni degne.
Le rivendicazioni sono chiare, dalla mancanza di professori a un orario scolastico che ha pochi eguali in Europa, dalle infrastrutture degradate ai problemi nell’orientamento scolastico. Abbiamo un dispositivo parcoursup che ha lasciato duemila studenti senza formazione. Quindi sono inquieto perché, dopo l'indifferenza e il ritardo nella risposta da parte del governo, ora arriva solo la risposta repressiva.
Palazzo Matignon [la sede del primo ministro, ndr] ha insistito, ieri sera, perché queste rivendicazioni siano espresse in maniera pacifica; lei ha parlato, la settimana scorsa, di una violenza che può essere legittima da parte dei liceali... Considera i suoi propositi ancora validi, ora che fa un appello a la de-escalation perché temete degli incidenti più gravi?
C’è qualcosa di molto particolare, perché coloro che sono responsabili di questa situazione, cioè il governo, non hanno avuto alcuna parola né di conciliazione, né di risposta politica concreta, e nessuno è andato a chiedergli di render conto sulla questione, né in parlamento, né sui mezzi d’informazione.
E non spetta al ministro dell’Interno Laurent Nuñez di dare una risposta educativa. Lui porta soltanto una risposta securitaria, con tutte le conseguenze che vediamo.
Io non rinnego nulla di quello che ho detto, cioè che la violenza può essere legittima. E quando dico questo intendo due cose: la prima è che la storia francese lo rende evidente, tutti i progressi sociali si sono sviluppati, sfortunatamente, su delle forme di violenza. La seconda è perché i fenomeni che osserviamo, da una parte della risposta repressiva e dall’altra delle rivendicazioni, si rifanno a questa storia.
Diversi giornalisti le hanno chiesto, dato il bilancio di 215 liceali feriti e diversi mutilati, se si è sentito in qualche modo responsabile, visto che ha accompagnato e difeso fin dall’inizio questo movimento. Cosa risponde?
Quando mi presento davanti ai licei, e invito ciascuno a farlo, di fronte ai battaglioni di poliziotti in tenuta antisommossa, sono là per calmare la situazione ed evitare il confronto. Le immagini che sono circolate, estrapolate dal loro contesto, sono strumentalizzate.
Sfido chiunque, nell’ambito di una grande manifestazione, ad andare a spegnere un incendio o togliere dei barili infiammabili senza farsi manganellare. Quindi, quando lo fanno, come nel mio caso, è un segno di rispetto. Indipendentemente da tutti quelli che puntano il dito contro noi sulla responsabilità delle violenze.
I primi responsabili sono coloro che hanno fallito nel mantenere la promessa repubblicana di una scuola degna per tutti. Trovo quindi scandaloso di chiedermi di precisare il mio pensiero sulla questione, e di dover rispondere a un governo che mi accusa di attizzare le violenze, quando le rivendicazioni dei liceali non sono nemmeno ascoltate.
Trovo che sia un attitudine totalmente irresponsabile, da parte di una grande potenza mondiale come la Francia, di scaricare la responsabilità di un movimento su un sindaco di periferia. Mentre la loro prima responsabilità, per quanto riguarda le funzioni sovrane dello Stato sull’educazione, coesione sociale e giustizia, è totalmente fallimentare, come dicono tre rapporti parlamentari.
In particolare sui quartiere popolari, e quindi una forma importante di diseguaglianza. La mia posizione, come padre di famiglia e educatore, è chiara. No alla violenza gratuita, ma le rivendicazioni vanno ascoltate.
Questa rabbia liceale è partita dalle banlieues. C’è la sensazione, come lei dice, di essere stati per molto tempo abbandonati?
Molto chiaramente. Un segno di rispetto, però, è riconoscere la legittimità della loro parola. Lo paragono ad esempio alla mobilitazione sulle violenze sessuali, di cui sono uno strenuo difensore.
Non si comincia col dire ‘aspettate, quello che dite è falso‘. Si comincia dicendo ‘sì, vi crediamo‘ per poi studiare il dossier. La stessa cosa vale per i liceali. La cronologia, ricordiamolo, è indignazione, rivendicazioni massive in maniera pacifica, poi raggruppamento e contagio, in seguito alla risposta repressiva e, infine, conflagrazione generale su tutto il territorio francese.
Non facciamo finta che lo Stato abbia risposto fin da subito. Avrebbero dovuto aprire delle discussioni con i presidi, che a loro volta avrebbero dovuto ricevere i responsabili delle organizzazioni liceali. E nessun preside ha ricevuto l’autorizzazione di ricevere le loro rivendicazioni.
Il governo ha atteso che la mobilitazione esplodesse, per poi cercare dei colpevoli. È una forma di debolezza dire che è colpa de la France Insoumise. Io rivendico di essere dalla parte dei miei cittadini, e i liceali ne fanno parte.
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Il dibattito iraniano sul trattato di non proliferazione nucleare
Dopo due ondate di attacchi statunitensi e israeliani nell’arco di un anno, cresce la pressione sulla dirigenza iraniana affinché si ritiri dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. I sostenitori affermano che il Trattato non è riuscito a proteggere il programma nucleare civile iraniano né i suoi scienziati.
Gli oppositori avvertono che il ritiro potrebbe fornire a Washington e Tel Aviv un pretesto per un nuovo attacco. Il dibattito ora va ben oltre il Majlis (il Parlamento iraniano).
“Una decisione importante in vista” è un modo per descrivere una mozione che giace da mesi nella presidenza del Parlamento iraniano. Un gruppo di parlamentari ha ora rilasciato una dichiarazione pubblica chiedendo al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e al Ministero degli Esteri di avviare il processo formale di ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Chiedono inoltre a Teheran di porre fine agli impegni nucleari volontari che vanno oltre gli obblighi previsti dal Trattato.
I parlamentari sostengono che il Trattato di non Proliferazione Nucleare e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica non siano riusciti a salvaguardare il diritto dell’Iran alla tecnologia nucleare a fini pacifici. Accusano l’Agenzia di aver permesso che le informazioni ottenute tramite le ispezioni raggiungessero i nemici dell’Iran, esponendo impianti nucleari e scienziati ad attacchi.
La loro dichiarazione fa seguito ad anni di controversie sull’accesso dell’Agenzia ai siti iraniani e sull’utilizzo dei suoi risultati da parte dei governi occidentali. Invocano l’articolo 10 del trattato, che consente il ritiro quando uno Stato ritiene che eventi straordinari abbiano messo in pericolo i suoi interessi supremi. Un ritiro richiederebbe un preavviso di tre mesi alle altre parti e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
A seguito di questa dichiarazione pubblica, il parlamentare di Isfahan Hussein-Ali Haji-Deligani ha rivelato che lui e i suoi colleghi hanno presentato mesi fa una proposta di legge sul ritiro dell’Iran dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, e spetta al presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, sottoporla al dibattito in aula. Heji-Delogani ha ribadito: “Considerate le due guerre combattute contro l’Iran dai suoi nemici, la permanenza dell’Iran nel Trattato di non Proliferazione Nucleare è inutile, soprattutto dopo che il Consiglio dei governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha inviato il dossier sull’Iran al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pertanto, l’Iran dovrebbe uscire dal trattato per evitare ulteriori danni”.
Altri parlamentari hanno rivolto le loro critiche alla dirigenza parlamentare. Il deputato di Teheran Kamran Ghazanfari ha accusato il presidium di aver impedito che la mozione venisse discussa in aula, un’accusa rivolta principalmente a Ghalibaf.
Ghalibaf si è allineato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian su diverse questioni di politica statale, attirandosi le critiche degli ex alleati tra i Principalisti. La disputa sul Trattato di non Proliferazione Nucleare è diventata un ulteriore punto di contesa tra di loro.
Un altro parlamentare, Mohammad-Reza Sabaghian, ha dichiarato: “Dobbiamo usare il coraggio dimostrato e la giusta strategia per chiudere lo Stretto di Hormuz nella discussione sul ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare. Questo è il secondo passo che porterà al fallimento dei piani americani”.
Mohsen Sani, membro della Commissione Parlamentare per la Sicurezza Nazionale, si è spinto oltre: “A nostro avviso, il Trattato di non Proliferazione Nucleare non ha più alcun significato o rilevanza, sia che si voglia rimanervi che uscirne. Quando uno Stato membro del Trattato attacca un altro membro (l’Iran), significa ritirarsi da tutti gli impegni e i trattati che sono esistiti a questo riguardo. Le recenti pressioni suggeriscono che dovremmo riconsiderare l’arricchimento”.
La richiesta di ritiro ha incontrato resistenza all’interno del parlamento iraniano. Il parlamentare di Teheran Mohammad Seraj non vede alcun vantaggio nell’uscire. A meno che l’Iran non intenda costruire la bomba atomica, sostiene, tale passo danneggerebbe solo le sue relazioni con gli Stati amici.
Khorasan, un quotidiano vicino a Ghalibaf, ha criticato i parlamentari per aver “radicalizzato il clima politico del Paese e costretto la Repubblica Islamica a prendere una decisione così delicata”, definendola “un regalo a Trump”.
Il giornale sostiene che “qualsiasi passo verso l’uscita dal Trattato di non Proliferazione Nucleare fornisce a Trump e Netanyahu una giustificazione sufficiente per i loro futuri attacchi contro l’Iran, alienandosi al contempo amici come la Cina e la Russia, che hanno sempre sostenuto il legittimo diritto dell’Iran a un programma nucleare civile”.
Rouydad24, un sito di notizie con forti legami con il fronte riformista, ha attaccato i parlamentari definendoli “radicali” che “sono tornati con una ricetta controversa e costosa”.
Il sito di notizie riformista accusa Pezeshkian di aver trasformato “il ritiro dal Trattato di non Proliferazione Nucleare in uno slogan politico, senza considerare che si tratta di una questione complessa dal punto di vista economico, militare e internazionale”.
Il dibattito è diventato una sfida per Pezeshkian, il cui governo ha difeso la permanenza dell’Iran nel trattato. Ma il presidente non è l’unica voce in capitolo. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha apertamente sollevato la possibilità di un ritiro.
Rezaei ha dichiarato: “Dopo che gli Stati Uniti hanno abbandonato il Memorandum d’Intesa di Islamabad del dopoguerra, siamo giunti alla conclusione che dobbiamo cambiare rotta. Non abbiamo ancora preso una decisione sul ritiro dal Trattato, perché il nostro ritiro dipende totalmente dal comportamento di Washington”.
Il Generale ammette che la Repubblica Islamica rimane fedele al divieto religioso sull’uso delle armi nucleari, sancito dalla Guida Suprema Ali Khamenei, e non ha modificato la sua dottrina nucleare; tuttavia, “nessuno può garantire il futuro”, precisa.
L’Iran sta cercando di dotarsi di armi nucleari?
In un’intervista esclusiva con Fox News, organo di stampa del Partito Repubblicano, Pezeshkian ha categoricamente negato che l’Iran stia cercando di dotarsi di una bomba atomica, aggiungendo che il suo Paese è persino disposto a diluire le scorte di uranio purificato al 60%, pari a 440 chilogrammi, e a consentire agli ispettori nucleari dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di supervisionare il programma nucleare iraniano.
Pezeshkian ha rilasciato queste dichiarazioni mentre la Repubblica Islamica non permette agli ispettori internazionali di visitare i suoi impianti nucleari, distrutti da Stati Uniti e Israele durante le due guerre del giugno 2025 e del febbraio-marzo 2026.
Le rassicurazioni di Pezeshkian contrastano con l’avvertimento di Rezaei, secondo cui il futuro del Paese non può essere garantito. Le notizie provenienti da Teheran, secondo cui la Guida Suprema Mojtaba Khamenei avrebbe escluso colloqui sul nucleare con Washington, rimangono non confermate e non offrono alcun fondamento per considerare tale divieto come una politica consolidata.
L’adesione dell’Iran al Trattato di non Proliferazione Nucleare si è trasformata da questione tecnica e legale in un dibattito più ampio sulla deterrenza, dopo gli attacchi ai suoi impianti nucleari. Il disegno di legge parlamentare dà a questo dibattito una piattaforma pubblica, ma i soli legislatori non basteranno a risolverlo.
La decisione finale spetterebbe ai più alti livelli dell’istitutivo politico e di sicurezza della Repubblica islamica. Un voto al Parlamento potrebbe formalizzare una linea d’azione già definita altrove, come già accaduto con precedenti leggi sul nucleare.
La Legge sull’azione strategica per la revoca delle sanzioni del 2020, ad esempio, obbligava il governo ad ampliare le attività nucleari e a limitare le ispezioni qualora non si fosse concretizzata la revoca delle sanzioni. Essa ha drasticamente ridotto il margine di manovra dell’amministrazione Rouhani rispetto all’accordo sul nucleare del 2015, il Piano d’Azione Globale Congiunto. Il precedente è rilevante perché un disegno di legge presentato come iniziativa parlamentare può diventare una leva per politiche concordate tra le istituzioni di sicurezza dello Stato.
Per ora, le proposte di uscita dal Trattato di non Proliferazione Nucleare e gli appelli a costruire la bomba atomica circolano parallelamente. Ciò non dimostra che una delle due posizioni sia stata effettivamente adottata. Mostra però quanto posizioni un tempo relegate ai margini del dibattito pubblico siano entrate a far parte della discussione sulla sicurezza dell’Iran.
Il parlamentare Ahmad Bakhshayesh Ardestani ha sostenuto la necessità di costruire prima un’arma nucleare e poi ritirarsi dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, “perché solo in questo caso si può garantire la deterrenza contro una rinnovata aggressione israelo-americana”.
Persino il Khorasan, che mette in guardia contro un’uscita immediata dal Trattato di non Proliferazione Nucleare, non esclude tale possibilità. La sua tesi è che l’Iran dovrebbe prima costruire e testare un’arma nucleare. Fino ad allora, afferma, Teheran sopporterebbe i costi di uno Stato dotato di armi nucleari senza possedere un deterrente nucleare.
Il disaccordo in Iran non si limita più alla questione se il Paese debba uscire dal Trattato. Riguarda anche il momento in cui ciò avverrà.
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Perchè i colossi dell’IA distruggono i libri?
L’ultima novità è di poche settimane fa e viene dal Giappone. Nel paese del Sol Levante sta infatti succedendo una cosa curiosa: alcune librerie dell’usato hanno recentemente registrato vendite quintuplicate, con ordini da centinaia di volumi alla volta, tutti diretti allo stesso centro logistico nella prefettura di Okayama. Da lì, i pallet di libri partono verso gli Stati Uniti: oltre cinquanta tonnellate in totale, secondo le notizie raccolte dalle testate giornalistiche nipponiche. Nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore finale, ma il percorso ricalca uno schema già noto altrove.
È lo stesso schema emerso in una causa giudiziaria che sta facendo la storia: Bartz v. Anthropic. Gli atti del processo sono stati resi noti dalla stampa americana e raccontano la storia di un’azienda che ha comprato milioni di libri di seconda mano, li ha fatti smontare tagliando la rilegatura, li ha fatti scansionare pagina per pagina sostanzialmente distruggendoli, e infine li ha buttati al macero.
Quello di Anthropic non è l’unico caso. Un’inchiesta della testata 404 Media ha seguito, grazie a un tracciatore nascosto in un lotto di volumi rari, un processo analogo che ha portato un lotto di alcune centinaia di libri comprato all’ingrosso fino a un magazzino Amazon vicino a Las Vegas, dove, anche in questo caso, alcuni lavoratori avrebbero raccontato di aver tagliato le rilegature, scansionato le pagine e gettato i resti.
La società non ha però confermato pubblicamente che i file siano destinati all’addestramento dei suoi modelli, né ha chiarito quanti libri siano coinvolti o quale criterio usi per selezionare i volumi. Amazon ha risposto che “acquista libri tramite i canali commerciali per contribuire allo sviluppo e al miglioramento dei prodotti e dei servizi utilizzati dai nostri clienti”.
Questo è uno dei punti comuni. Le aziende spesso non negano l’acquisto dei libri, ma evitano di confermare pubblicamente il processo completo: acquisto, scansione, uso nei dataset, distruzione e conservazione delle versioni digitali ricavate. Segnalazioni di pratiche simili arrivano anche da Regno Unito, Irlanda e altri Paesi europei.
Il filo che lega questi episodi è più interessante della singola notizia e conduce in una direzione molto chiara: la guerra senza quartiere in corso tra i colossi dell’intelligenza artificiale per ottenere la supremazia sviluppando nuovi modelli di frontiera sempre più potenti.
Per anni la battaglia sui dati con cui si addestrano i modelli linguistici ha riguardato soprattutto le persone: foto, conversazioni e tutte le altre tracce digitali lasciate in rete. Oggi quel fronte si è spostato sulla carta stampata, perché i grandi archivi del web cominciano a scarseggiare e i libri restano un giacimento ancora relativamente poco sfruttato.
Anthropic, per esempio, ha sostenuto che Claude viene addestrato su una combinazione di dati disponibili pubblicamente sul web, dataset acquistati commercialmente e dati prodotti dall’azienda. Ha anche dichiarato che acquistare libri è una pratica ampiamente utilizzata nel settore dell’IA, e che nessuno dei suoi programmi di acquisizione dati compra e distrugge “libri rari o antiquari”.
Questa dichiarazione è importante, ma va letta con precisione. Non equivale a dire che Anthropic non abbia mai usato la cosiddetta “scansione distruttiva”. Gli atti giudiziari del caso Bartz v. Anthropic descrivono invece un programma chiamato Project Panama, nel quale copie cartacee venivano acquistate, private della rilegatura, scansionate e poi scartate. La dichiarazione aziendale insiste sulla categoria “rari o antiquari”, lasciando aperta la questione di libri fuori catalogo, specialistici o difficili da reperire, ma non formalmente classificati come antiquari.
Gli atti e le cause americane indicano che il problema riguarda più aziende, non soltanto Anthropic. Meta avrebbe definito l’accesso a grandi quantità di dati librari “essenziale per restare competitiva”. OpenAI è stata accusata di aver usato libri protetti da diritto d’autore, e avrebbe riconosciuto di aver scaricato materiale da piattaforme pirata come Library Genesis (LibGen) e Z-Library (spesso menzionate insieme ad altre “shadow libraries” come Sci-Hub e Bibliotik), sostenendo di averlo cancellato prima del lancio di ChatGPT. Questi elementi non provano però che tutte le aziende citate abbiano adottato lo stesso sistema di acquisto, taglio e distruzione fisica dei libri.
La distinzione è fondamentale: ci sono prove di una corsa generale ai libri, ma non esiste ancora una prova pubblica uniforme che ogni grande azienda abbia un “Project Panama” identico.
Materia prima pregiataC’è un motivo se l’industria editoriale è entrata nel mirino dei colossi dell’IA, e riguarda la qualità del lavoro umano specializzato. In generale, un romanzo curato da un editor, un saggio storico, un manuale specialistico offrono una scrittura di qualità superiore a gran parte di quanto circola online, caratterizzata da testi e strutture coerenti e corretti, frutto di anni di lavoro redazionale. A finire nella lista dei desideri delle aziende sono soprattutto testi scritti prima che l’intelligenza artificiale generativa cominciasse a riempire il web di contenuti sintetici, quindi genuinamente umani.
Per un modello linguistico questa è la materia prima più pregiata che esista perché evita del tutto il rischio del “collasso del modello” (model collapse), che si verifica invece quando l’addestramento avviene con contenuti generati da un’altra IA (o da versioni precedenti di se stessa). Questa forma di endogamia digitale (non a caso chiamata anche, con una certa ironia, Habsburg AI, l'“IA degli Asburgo”, dinastia nota per la sua endogamia) è un processo di addestramento paragonabile a una fotocopia di una fotocopia: a ogni passaggio il modello addestrato perde sfumature, dettagli rari e aderenza alla realtà, accumulando errori e appiattendo le risposte.
La soluzione al “problema Asburgo” dell’IA è trovare “materiale umano” fresco, meglio se verificato, com’è il caso dell’industria editoriale pre-ChatGPT. E di questo materiale ne serve tanto.
I numeri danno l’idea della scala. Secondo Epoch AI, l’insieme del testo umano di qualità disponibile online è un numero attorno ai trecentomila miliardi di token, con un esaurimento previsto tra il 2026 e il 2032. Nello stesso periodo si è formato un mercato delle licenze per dataset che vale già alcuni miliardi di dollari l’anno. Anthropic, per esempio, nel 2026 ha pagato un miliardo e mezzo di dollari per chiudere una causa legata a circa cinquecentomila libri scaricati da archivi pirata.
Qui entra in gioco il diritto d’autore. Chi compra una copia di un libro può rivenderla, prestarla o anche distruggerla senza chiedere permesso a nessuno. È il principio che rende possibili le biblioteche e le bancarelle dell’usato. Possedere il volume, però, non significa avere anche il diritto di riprodurne liberamente il contenuto, per esempio digitalizzandolo integralmente.
Sul versante opposto, va anche segnalato che la distruzione dei libri è tutt’altro che un’anomalia: gli editori mandano da sempre al macero le copie non vendute, restituite dai librai come parte del “reso”, cioè dell’invenduto. Che è però un modo per chiudere una perdita logistica, non per estrarne valore.
Lo scandalo del macero industrialeQuindi, la distruzione delle copie in sovrappiù c’è sempre stata. Allora perché la vicenda dei libri usati comprati dai produttori e poi distrutti diventa scandalosa? Il macero tradizionale elimina copie che nessuno vuole più leggere. Le aziende di IA, invece, comprano deliberatamente libri che sono sul mercato, che hanno ancora un valore informativo, ne assorbono il contenuto e poi ne distruggono il supporto fisico, spesso senza che autori ed editori vedano un euro. Se il volume era un’edizione rara, quel testo esce per sempre dal mondo condiviso della lettura, ogni libro sparisce davvero solo quando smettiamo di parlarne e di sfogliarlo.
Tuttavia, alcuni commentatori tecnologici e di orientamento libertario sostengono che la scansione distruttiva venga presentata in modo troppo apocalittico. Per esempio, Jack Nicastro, in un commento ripreso dall’Information Technology and Innovation Foundation, argomenta che il procedimento può convertire rapidamente libri fisici in testo ricercabile, aiutare a rispettare il copyright e ampliare l’accesso alla conoscenza. Secondo questa lettura, il problema principale sarebbe la trasparenza e non la distruzione materiale in sé.
La posizione della Commissione Europea è invece opposta: lo scorso 16 settembre la Commissione ha dichiarato che la digitalizzazione di un libro fisico protetto è un atto di riproduzione e che le eccezioni non coprono, nella sua interpretazione, la digitalizzazione di opere originariamente fisiche.
Inoltre, l’European Writers Council ha condannato la scansione distruttiva di milioni di libri, sostenendo che non si tratta soltanto di copyright, ma di rispetto per il lavoro creativo e per il patrimonio culturale. Questa posizione considera il libro non un semplice contenitore di token: un volume può avere valore come oggetto, come esemplare raro, come testimonianza di una biblioteca, come testo annotato o come unica copia ancora reperibile. Il PDF può salvare le parole, ma non conserva integralmente la storia materiale del libro.
È difficile capire quale possa essere il punto di vista corretto, soprattutto se l’obiettivo è di preservare la cultura di cui i libri sono simbolo oltre che contenitori. Un’altra analisi pubblicata da Stanford difende la scansione distruttiva in linea di principio: anche biblioteche e archivi possono smontare copie duplicate per preservare il contenuto e renderlo studiabile. La condizione, però, è che la procedura sia usata correttamente, su copie adeguate e dentro una politica di conservazione responsabile.
Da un lato, digitalizzare una copia duplicata e depositare il file in un archivio controllato può avere un valore conservativo. Dall’altro, è facilmente dimostrabile che comprare indiscriminatamente migliaia di libri fuori catalogo, tagliarli in modo irreversibile, non rendere pubblico l’elenco dei titoli e usare il risultato per addestrare prodotti commerciali è invece molto più problematico.
Europa e Stati Uniti: stessi libri, leggi diverseQuello che Anthropic e le altre aziende stanno facendo nasce, come detto, dal bisogno di dati freschi e dagli spazi lasciati dal diritto vigente, soprattutto negli Stati Uniti: la legge per ora permette più di quanto il senso comune sia disposto a concedere. Negli Stati Uniti il giudice che ha istruito il caso Anthropic ha separato con cura i libri scaricati da biblioteche pirata dai libri comprati legalmente e poi scansionati. Ha ritenuto legittimo l’uso dei testi per addestrare i modelli e la digitalizzazione delle copie acquistate, mentre ha escluso che il fair use potesse giustificare l’acquisizione e la conservazione di libri ottenuti da archivi pirata. Si tratta di una sentenza di merito legata a quella singola fattispecie, ma è stata interpretata come un lasciapassare generale.
Chi si oppone a questa interpretazione, autori ed editori inclusi, nota però che il proprietario di una copia comprata legalmente può altrettanto legalmente rivenderla o distruggerla, ma questo non gli concede automaticamente il diritto di riprodurne il contenuto su scala industriale.
In Europa il quadro è più prudente e non ricalca quello statunitense. Le eccezioni per l’estrazione di testi e dati previste dalla normativa comunitaria permettono in alcuni casi di analizzare opere a cui si abbia accesso lecito, ma gli autori possono riservarsi esplicitamente i diritti per gli usi commerciali. Per questo le segnalazioni arrivate da librerie del Regno Unito, dell’Irlanda e di almeno sette Paesi del continente (non risulta ad oggi che l’Italia sia tra questi) mostrano che il fenomeno non è confinato agli Stati Uniti. La conclusione di un tribunale californiano non si trasferisce da sola nel diritto europeo: davanti a un giudice del Vecchio continente il risultato con tutta probabilità sarebbe molto diverso.
Anthropic, peraltro, non è sola in questa corsa. Ci sono Meta e OpenAI, probabilmente anche Amazon. Le aziende hanno fornito dichiarazioni parziali: confermano acquisti commerciali o descrivono in modo generale le fonti dei dati, ma raramente pubblicano liste complete dei libri, procedure di conservazione, criteri per escludere opere rare e informazioni verificabili sul percorso dei file. Nessuno di questi elementi dimostra infatti che tutte le aziende seguano lo stesso protocollo di acquisto, taglio e distruzione fisica, ma conferma che la caccia ai libri è un fenomeno parte di un mercato ormai strutturato, non un’anomalia isolata.
Resta, sullo sfondo, un deficit di trasparenza che accomuna quasi tutti i protagonisti della vicenda. In Giappone l’associazione degli editori ha chiesto chiarimenti al grande distributore Nippan, il cui nome compare negli atti del contenzioso americano, senza ottenere finora risposte sulle singole transazioni.
Librai e artisti contro l’IAQuesta storia si inserisce in una vicenda più ampia che da alcuni decenni vede contrapposta l’industria culturale alle multinazionali tecnologiche. Dalle guerre a Napster alla fine degli anni Novanta fino agli scontri di oggi fra artisti e colossi dello streaming, tutto ruota intorno alla ridistribuzione dei profitti: artisti pagati pochi centesimi per ascolti che generano fatturati miliardari.
È la stessa guerra che ha mandato in sciopero per 148 giorni gli sceneggiatori di Hollywood, preoccupati che l’IA potesse scrivere al posto loro togliendo lavoro futuro (alla fine hanno ottenuto la garanzia che nessun testo generato da un modello potesse valere come materiale letterario), ma finora nessuno si era posto il problema, enorme, della sostituzione anche fisica del libro in quanto strumento più antico e potente per la trasmissione della cultura delle nostre società.
Adesso, il libro, oggetto apparentemente innocuo su uno scaffale, è diventato il terreno di uno “scontro finale” tra chi crea e chi addestra. Tuttavia, le storie che circolano online secondo le quali i grandi dell’intelligenza artificiale “stanno distruggendo tutti i libri del mondo”, “ogni volume giapponese finisce in Anthropic”, “tutte le aziende bruciano opere uniche” vanno ridimensionate.
Il fenomeno non è una leggenda nata sui social. La vera novità però è che la trasformazione del libro in materia prima industriale per l’IA sta diventando abbastanza vasta da produrre effetti visibili nei mercati dell’usato, nei rapporti fra editori e distributori e nel dibattito sulla conservazione culturale.
Chi governa Berlino?
Questo successo non ha nulla di misterioso. Si basa su un lavoro di fondo. Durante la campagna, migliaia di volontari di Die Linke hanno battuto i quartieri. Porta dopo porta. Palazzo dopo palazzo. Si sale, si scende, si risale. Niente belle brochure sotto il braccio, solo una domanda: cosa impedisce alla gente di dormire?
Per centinaia di migliaia di berlinesi, la risposta salta agli occhi, e fa male: l’affitto. Quella busta che cade nella cassetta delle lettere ogni mese. Quella certezza che una parte sempre più grande dello stipendio finisce dritta sul conto di un padrone di casa anonimo.
Die Linke vuole affitti accessibili, spezzare il potere dei giganti immobiliari quotati in Borsa e far finalmente rispettare il referendum. Nel 2021, più di un milione di berlinesi aveva votato per la socializzazione dei grandi parchi immobiliari privati.
Sul tema della casa, nessun altro partito ispira tanta fiducia ai berlinesi. I numeri parlano da soli: all’indomani del voto, il 37% di tutti i berlinesi ritiene che sia Die Linke ad avere le soluzioni migliori per abitare a un prezzo accessibile.
L’establishment contrattacca: il grande ribaltamento del dibattito
Die Linke ha vinto sul concreto: la casa, gli affitti, la proprietà. Ma in un batter d’occhio, la stampa e i salotti televisivi non ne parlano quasi più. Da un giorno all’altro, il dibattito politico ruota attorno ad accuse di antisemitismo.
Attorno alla Rote Hilfe, un’organizzazione di solidarietà di sinistra che fornisce sostegno legale a militanti e detenuti. Attorno a presunti legami con “clan” criminali. Attorno all’idea che parti del partito uscirebbero dal quadro democratico accettabile. Nei media, la questione non è più come far scendere gli affitti, ma se Die Linke sia «semplicemente in grado di governare».
È il grande ribaltamento. Non si parla più degli affitti inaccessibili, dell’onnipotenza dei gruppi immobiliari, della crisi abitativa. Si parla della legittimità del partito che ha vinto le elezioni proprio su quei temi. Nel frattempo, dietro le quinte, l’establishment federale si adopera per rendere giuridicamente impossibile qualsiasi socializzazione dei giganti immobiliari, la famosa Vergesellschaftung. Anche se l’articolo 15 della Legge fondamentale tedesca la consente in linea di principio.
Quello a cui assistiamo è una controffensiva organizzata dei blocchi di potere economici e politici in carica. Aprono diversi fronti contemporaneamente: economico, giuridico, politico e ideologico. Passiamo in rassegna le nove forze che si sono schierate in ordine di battaglia contro Die Linke a Berlino.
1. Il capitale immobiliare
Lo scontro più frontale oppone Die Linke al capitale immobiliare. Il partito vuole espropriare i gruppi immobiliari a scopo di lucro che possiedono più di tremila alloggi. Nella città sono interessati più di 200.000 alloggi. In prima linea: Vonovia, il più grande gruppo immobiliare d’Europa, che da sola detiene 138.000 appartamenti a Berlino.
Il 21 settembre, all’indomani del voto, il BFW Berlin-Brandenburg, la lobby dei promotori privati, lancia il segnale d’allarme. Denuncia «un ritorno indietro in materia di politica abitativa». L’espropriazione frenerebbe le costruzioni. Il capitale privato fuggirebbe.
La BBU, la federazione dei locatori di Berlino-Brandeburgo, è a sua volta sul piede di guerra. Sui giornali Handelsblatt, Die Welt, Die Zeit e Tagesspiegel, agita lo spettro di «massicci rischi di disinvestimento». In breve: se si minaccia anche solo minimamente il suo modello di proprietà e di profitto, la lobby immobiliare scende immediatamente in campo.
È la lotta di classe nella sua forma più materiale. Die Linke vuole passare il potere dei grandi proprietari immobiliari verso gli inquilini e la proprietà pubblica. Il settore immobiliare vuole mantenere il regno della proprietà privata, delle rendite locative e dei ritorni sugli investimenti.
La posta in gioco è quanto mai concreta: a chi appartengono gli alloggi, chi incassa gli affitti, dove vanno i soldi pubblici, e chi ha il diritto di deciderne?
2. Il capitale finanziario
Chi dice immobiliare dice banche. Lo stesso 21 settembre, Die Deutsche Kreditwirtschaft, la potente federazione del settore bancario tedesco, lancia un avvertimento ufficiale. Socializzare gli alloggi farebbe fuggire il capitale privato. Complicherebbe il finanziamento immobiliare. Farebbe lievitare i premi di rischio. E poiché l’ipocrisia non ha limiti, «ridurrebbe i mezzi disponibili per l’istruzione e la politica sociale».
Come se le banche tedesche si fossero mai preoccupate di questo genere di cose negli ultimi decenni.
I mercati reagiscono all’istante. Il titolo di Vonovia subisce un colpo e arretra dell’1,7% controcorrente rispetto al mercato, raggiungendo il livello più basso da giugno 2023. Anche Deutsche Wohnen ne risente. Perché? Perché per questi signori, un alloggio a Berlino non è un luogo dove si vive, dove si ama, dove si crescono i figli. Per il grande capitale, gli alloggi sono veicoli di investimento e garanzie che permettono in cambio di fare montagne di debiti.
Togliete questi alloggi dal mercato privato, e non colpirete solo il padrone di casa, ma anche il gestore di fondi, il banchiere e lo speculatore: tutto l’ecosistema parassitario di Francoforte. Anche questa è lotta di classe.
3. Il grande padronato berlinese
Il capitale berlinese tradizionale si era trincerato ben prima del voto. Le quattro grandi organizzazioni padronali, la Camera di commercio (IHK Berlin), la Camera delle arti e mestieri, la VBKI e l’UVB, avevano serrato i ranghi nella loro “Wahlarena der Berliner Wirtschaft”. In questo forum elettorale comune, i principali partiti venivano a difendere il loro programma economico davanti al padronato organizzato.
Il loro lobbismo non si ferma la sera delle elezioni. Dopo la vittoria di Die Linke, il presidente della VBKI, Harald Christ, monta sul suo cavallo di battaglia. Il suo messaggio? «Chi vuole espropriare la proprietà privata in questa città gioca con il nostro futuro».
La VBKI è uno dei circoli più esclusivi della Berlino degli affari, di quelli che vivono più dei redditi delle loro proprietà e del lavoro altrui che del proprio lavoro. Per Harald Christ, che non è mai stato eletto a nulla, un partito «che non si distacca chiaramente dall’antisemitismo» non dovrebbe nemmeno governare.
Le due linee d’attacco dell’establishment convergono perfettamente qui. Da un lato, la difesa della sacrosanta proprietà privata. Dall’altro, il ricatto morale. Die Linke deve essere trattata da paria finché non si piega a tutte le esigenze dell’establishment.
4. L’industria degli armamenti
Secondo fronte economico: l’industria degli armamenti. I militaristi sognano di fare di Berlino un crocevia dell’industria bellica. Die Linke non vuole. Nessuna espansione dell’industria militare in città. Nessuna propaganda militare per le strade. Nessun reclutatore dell’esercito nelle scuole.
È bestemmiare in piena messa del militarismo tedesco. Avido di nuovi contratti miliardari, il complesso militare-industriale vuole fare della Regione Berlino-Brandeburgo un polo della difesa e dell’aeronautica. La ministra dell’Economia del Land del Brandeburgo, Martina Klement, ha già avvertito che il suo Land «andrà da solo se necessario» se Berlino bloccherà i suoi progetti. Punta il dito contro l’ostilità di Die Linke verso la Rüstungsindustrie, l’industria degli armamenti.
Anche questa è lotta di classe: Berlino diventerà un ingranaggio dell’economia di guerra in pieno sviluppo, o le farà da argine?
5. Lo Stato federale e il veto istituzionale
La pressione non viene solo dalle banche, dai promotori e dalle lobby. Interi pezzi dell’apparato statale entrano direttamente nella danza.
Che Die Linke non debba in nessun caso guidare la formazione del governo berlinese, sembra essere stato deciso prima ancora della chiusura dei seggi. Il 20 settembre, pochi minuti dopo le 18, a urne appena chiuse, il cancelliere Friedrich Merz pronuncia un discorso dal messaggio limpido: mantenere la rotta, qualunque cosa dicano gli elettori.
Il giorno dopo, Merz annuncia di voler accelerare una legge federale contro la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari. La sua coalizione si era già accordata sul principio, ma con la vittoria di Die Linke, la questione diventa improvvisamente urgente.
Bisogna, secondo Merz, rassicurare gli investitori internazionali: in Germania, la proprietà privata è al sicuro e non si espropria alla leggera. Che questo messaggio venga da Merz non è banale. Prima del suo ritorno in politica, ha presieduto dal 2016 al 2020 il consiglio di sorveglianza della filiale tedesca di BlackRock, uno dei più potenti gestori di asset al mondo.
Tutto ruota attorno all’articolo 15 della Legge fondamentale. Dal 1949, prevede nero su bianco che il suolo, le risorse naturali e i mezzi di produzione possono, per legge, essere trasferiti alla proprietà collettiva o ad altre forme di economia collettiva, dietro indennizzo fissato dalla legge. Questo articolo non è mai stato applicato. Tutta la battaglia di Berlino è sapere se potrà esserlo, per la prima volta, contro i grandi gruppi immobiliari.
Altri responsabili non sono da meno. Il presidente del Consiglio bavarese Markus Söder (CSU) minaccia di rimettere in discussione i trasferimenti finanziari verso Berlino se la città virerà troppo a sinistra. La Baviera è uno dei Länder più ricchi e uno dei principali contributori netti alla redistribuzione tra i Länder. La Baviera è ricca, la Baviera paga. Quindi Söder vuole dettare a Berlino come votare. Una pericolosa «lega-nordizzazione» del federalismo tedesco: la regione ricca che si compra la democrazia della regione povera.
Anche alcuni ministri si intromettono, servendosi della loro funzione ufficiale. La ministra federale dell’Economia, Katherina Reiche, ha usato l’account Instagram del suo ministero per attaccare Die Linke sulle espropriazioni, l’antisemitismo e presunti legami con la criminalità organizzata. Die Linke ha agito le vie legali invocando il dovere di neutralità delle istituzioni pubbliche.
Persino la giustizia si invita nel dibattito. In piena polemica su presunti contatti tra Die Linke e “clan” criminali, la procuratrice generale di Berlino, Margarete Koppers, ha avvertito che le reti criminali cercano deliberatamente di avvicinare i responsabili politici. Non ha accusato Die Linke per nome, ma il suo intervento ha dato un peso istituzionale supplementare all’immagine che si stava fabbricando attorno al vincitore delle elezioni.
Merz e il suo vice-cancelliere e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil (SPD), sanno benissimo cosa è in gioco: se la socializzazione dei grandi gruppi immobiliari riesce a Berlino, l’idea potrebbe farsi strada altrove, nell’automotive, nell’energia o in altri settori strategici.
È proprio questo precedente che bisogna uccidere sul nascere. Una vittoria elettorale di Die Linke non deve assolutamente scuotere l’ordine della proprietà, e ancor meno diventare un esempio che appiccherebbe il fuoco ad altre lotte sociali.
6. La polizia e l’apparato di sicurezza
Sesta linea di pressione: l’apparato di polizia. Dopo le elezioni, alcuni sindacati di polizia berlinesi hanno avvertito che un governo guidato da Die Linke rischierebbe di indebolire la polizia limando i suoi poteri, i suoi mezzi di sorveglianza e di repressione. La Gewerkschaft der Polizei (GdP) è andata oltre, avvertendo SPD e Verdi che «la sicurezza di questa città è in gioco». Ha persino lasciato intendere che agenti potrebbero lasciare Berlino per altri Länder.
La minaccia ha presto preso una piega molto concreta. I governi CDU del Baden-Württemberg e del Brandeburgo hanno apertamente invitato i poliziotti berlinesi a fare i bagagli, collegando esplicitamente la loro campagna di reclutamento alla prospettiva di un governo guidato da Die Linke.
È una pressione organizzata, un ricatto in piena regola da parte di alcuni sindacati di polizia e di governi regionali conservatori: adottate la nostra visione della polizia e della sicurezza, o svuoteremo i ranghi della vostra polizia.
7. L’ambasciata d’Israele
E poi c’è l’elefante nella stanza: la campagna sull’antisemitismo. Il 26 settembre, l’ARD, il grande network pubblico radiotelevisivo tedesco, constatava che la polemica sull’antisemitismo aveva «eclissato tutti gli altri temi dalla vittoria elettorale».
In linea di principio, un ambasciatore non deve immischiarsi direttamente nella vita politica del paese che lo ospita. Ciò non ha impedito all’ambasciatore d’Israele, Ron Prosor, di denunciare, dopo la vittoria di Die Linke, una «minaccia esistenziale immediata» per la comunità ebraica a Berlino. Fedele sostenitore di Netanyahu e fustigatore della Corte penale internazionale, Prosor accusa parti di Die Linke di «antisemitismo sfrenato» e di ostilità verso Israele.
Quasi nello stesso momento, Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, interpellava direttamente SPD e Verdi: chiunque aiuti Die Linke a entrare al Rotes Rathaus, il municipio rosso di Berlino, mette secondo lui in pericolo la coesione sociale e la comunità ebraica.
Nel SPD e nei Verdi, questa pressione israeliana trova un’eco. L’eletto SPD Martin Hikel giudica impossibile cooperare con un partito che, secondo lui, «tollera dichiarazioni antisemite». L’antisemitismo e la difesa di Israele sono ormai al centro delle prime discussioni tra Die Linke, il SPD e i Verdi. L’intervento israeliano pesa così direttamente sul clima in cui si negozia il futuro governo berlinese.
Dietro tutto ciò si delinea un intreccio strategico più ampio. Nonostante il genocidio a Gaza, la Germania e Israele rafforzano la loro cooperazione militare-industriale. Quest’anno, il produttore di armi israeliano Elbit Systems ha firmato nuovi accordi strategici con, tra gli altri, TKMS e Diehl Defence, in particolare per sistemi d’arma navali e droni destinati alla Bundeswehr. Elbit conta di aprire fino a otto nuovi siti in Germania negli anni a venire.
La battaglia attorno a Israele ha quindi anch’essa una dimensione materiale. Non si tratta solo di Gaza, dell’apartheid e del colonialismo di insediamento israeliano, ma anche di un intreccio militare e industriale sempre più stretto. In questo contesto, l’etichetta «antisemita» assume una carica politica del tutto particolare quando la si appiccica alle forze che si oppongono al governo israeliano, al riarmo tedesco o a questa crescente cooperazione militare-industriale.
8. ELNET: la rete di lobbying internazionale
Oltre all’ambasciata, esiste tutta un’infrastruttura di lobbying. E una cosa colpisce: ogni volta che una sinistra sfonda nelle urne, l’antisemitismo torna al centro del dibattito.
In Gran Bretagna, tre grandi quotidiani hanno affermato all’unisono, nel 2018, che un governo guidato da Jeremy Corbyn avrebbe rappresentato una «minaccia esistenziale» per la comunità ebraica. Bisognava delegittimare Corbyn perché rompeva con il consenso su Israele, sosteneva apertamente la causa palestinese e difendeva un programma socio-economico in rottura frontale con l’establishment britannico. L’accusa di antisemitismo è diventata un’arma in una battaglia più ampia: dichiararlo inabile al potere.
Stesso scenario in Francia. Nel 2024, Yonathan Arfi, presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (CRIF), dichiarava che «La France Insoumise non ha posto al governo». Motivo invocato, anche qui: l’«antisemitismo».
In realtà, era la critica del genocidio a Gaza da parte della sinistra a essere presa di mira. Prima delle recenti elezioni municipali, il servizio francese di vigilanza e protezione contro le ingerenze digitali straniere Viginum ha persino portato alla luce una vasta campagna di disinformazione israeliana, orchestrata dall’oscuro ufficio Blackcore. Siti falsi, profili falsi, notizie false, bot dopati con l’IA: i candidati LFI sono stati sistematicamente infangati.
A Berlino, gli sguardi si rivolgono soprattutto verso ELNET Deutschland, un’organizzazione di lobbying che vuole stringere i legami tra Israele e l’Europa. Il finanziamento di questa impresa proviene principalmente dagli Stati Uniti. In un solo anno, l’ufficio tedesco ha ricevuto più di un milione di euro da ELNET US.
ELNET ha finanziato viaggi in Israele per almeno 51 deputati del Bundestag. Poco prima delle elezioni berlinesi, ha fatto venire sei ufficiali delle Tsahal nella capitale per incontrare responsabili politici, la Bundeswehr e i media. ELNET è così un anello chiave tra i circoli di sicurezza israeliani e l’establishment politico tedesco, con mezzi considerevoli e un accesso diretto ai decisori.
Nel dibattito politico berlinese attuale, questa infrastruttura contribuisce a creare un clima politico in cui l’atteggiamento verso Israele è sempre più usato come criterio per determinare chi può o non può governare.
9. Gli Stati Uniti
Resta l’ingerenza americana. Nella loro National Security Strategy ufficiale, gli Stati Uniti non fanno mistero del loro sostegno attivo alle forze di estrema destra e nazionaliste in Europa, dal Rassemblement national in Francia all’AfD in Germania. Per Trump, un’Europa simile presenta un doppio vantaggio: alleati più vicini a Washington, e un’Unione europea divisa, incapace di affermarsi come potenza autonoma.
Negli ultimi anni, pesi massimi americani, da Elon Musk a Donald Trump passando per JD Vance, Marco Rubio e l’ex ambasciatore Richard Grenell, si sono apertamente immischiati nella politica tedesca, il più delle volte per offrire all’AfD legittimità e spazio politico.
Quando l’AfD ha sfondato in Sassonia-Anhalt, Trump, Musk e Grenell erano in prima fila ad applaudire. Trump ha salutato pubblicamente il risultato, Musk ha scritto «Gut gemacht!» e Grenell ha parlato di «una grande vittoria e di un giorno nuovo per la Germania». Succedeva appena due settimane prima delle elezioni berlinesi.
Allo stesso tempo, l’ambasciata americana in Germania ha sbloccato quest’estate circa 400.000 dollari per organizzazioni della società civile, in particolare per progetti di lotta contro l’antisemitismo («countering antisemitism»). Fondi diplomatici per pesare sull’agenda politica interna. Su istruzione di Washington, le ambasciate americane in Europa alimentano la caccia alle streghe contro la sinistra, mentre mettono il piede nella staffa all’estrema destra.
Un’ammissione di debolezza
Sommate tutte queste forze, banche, gruppi immobiliari, padronato, industria degli armamenti, giustizia, governo federale, ambasciate, capitale internazionale, e vedrete cosa si sta giocando davvero a Berlino. Diverse frazioni della classe dominante, ciascuna con i propri interessi, fanno blocco non appena si toccano i rapporti di proprietà e di potere.
Il primo fronte è materiale. Il capitale immobiliare difende i suoi affitti e il suo patrimonio fondiario, le banche i loro crediti e le loro garanzie, gli investitori i loro rendimenti, l’industria degli armamenti i suoi contratti miliardari e i suoi ordini pubblici. I loro interessi divergono, ma convergono su un punto: Die Linke non deve toccare la presa del capitale privato sulla casa, sull’investimento e sul denaro pubblico.
Il secondo fronte è politico e ideologico. Non appena questi interessi materiali sono minacciati, il dibattito scivola verso l’antisemitismo, l’estremismo, la Rote Hilfe e presunti legami con i clan criminali. Non si tratta più solo di bloccare riforme concrete. Si tratta di spingere Die Linke fuori dal campo politico accettabile.
Ma siamo onesti: questa campagna di calunnie disperata è soprattutto una formidabile ammissione di debolezza. Le élite trascinano Die Linke nel fango per mancanza di argomenti. Nessuno può guardare i berlinesi negli occhi e dire loro che una topaia a 1.500 euro al mese è normale. La crisi abitativa non è una posizione estremista. È il quotidiano dell’immensa maggioranza della popolazione, compresi molti elettori del SPD, dei Verdi e della destra.
Poiché non può vincere quel dibattito, l’establishment tenta di imporne un altro. Le cortine fumogene si susseguono: «Antisemitismo!» «Clan!» «Islamisti!» «Rote Hilfe!» Meno si risponde alla questione sociale, più si grida sulla presunta incapacità di Die Linke di governare.
Il vero estremismo non è un partito che organizza gli inquilini. Il vero estremismo è una società in cui milioni di persone sono cacciate dalla loro città perché una manciata di avvoltoi reclama il suo rendimento. Il vero estremismo è un sistema che riduce la casa alla speculazione e la guerra a un business.
Die Linke ha vinto la battaglia sulla questione fondamentale: a chi appartiene Berlino? Chi fissa le regole, chi controlla gli immobili e a chi deve servire la città? La risposta dei berlinesi è stata chiara. La violenza della controffensiva mostra quanto il campo avverso comprenda bene cosa è in gioco.
Questa polarizzazione non deve spaventare nessuno. È semplicemente il rumore della lotta di classe: i poteri economici difendono i loro beni e il loro capitale, i poteri dello Stato tentano di blindare il perimetro entro cui un risultato elettorale ha il diritto di cambiare qualcosa.
Un profumo di panico aleggia nei circoli del potere. Non è il momento di mettersi sulla difensiva né di arretrare. È il momento, più che mai, di appoggiarsi alla popolazione e mobilitarsi. Perché è proprio qui che si gioca la questione decisiva: chi forma realmente la maggioranza a Berlino, e chi ha il potere di sbarrargli la strada?
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Il “Patto della Mecca” attivato: Ankara e Islamabad a difesa di Riyad
A due mesi dalla sua firma, il Patto della Mecca è ufficialmente operativo. L’alleanza militare trilaterale tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ha visto, lunedì 6 ottobre, il suo primo banco di prova a Riyad, con la convocazione di una riunione straordinaria del comitato congiunto di difesa e politica estera.
Al tavolo sedevano il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, e il vice primo ministro e capo della diplomazia pakistano, Ishaq Dar. Al termine del vertice, i tre paesi hanno annunciato l’immediata attuazione degli impegni di sicurezza collettiva e l’avvio di un quanto più rapido possibile dispiegamento di contingenti militari sul territorio saudita.
La decisione era già stata paventata da Islamabad al riaccendersi del conflitto, un mese fa, ed è infine giunta dopo altri riusciti attacchi condotti dagli Houthi contro installazioni energetiche, aeroporti e, secondo quanto denunciato da Riyad, anche contro postazioni in prossimità dei luoghi santi di La Mecca e Medina, questi ultimi smentiti dai vertici del gruppo yemenita.
L’attivazione dell’alleanza si inserisce in un quadro militare in rapida evoluzione. Dopo le vittorie delle forze di Ansar Allah lungo la costa del Mar Rosso lo scorso mese, la coalizione a guida saudita sta provando a ribaltare la situazione con una massiccia controffensiva, denominata operazione “Alba dello Yemen”.
Per il principe Mohammed bin Salman, blindare l’appoggio di Turchia e Pakistan – assieme a contatti paralleli con Washington (tra cui l’incontro con il senatore statunitense Chris Murphy) e con i vicini del Golfo – punta a dimostrare che la controffensiva non è un’iniziativa solitaria ma gode di legittimità internazionale.
Le forze terrestri del governo yemenita legate ai sauditi, dopo un fitto bombardamento aereo alleato, si sono mossi secondo una manovra a tenaglia verso la costa del Mar Rosso, affermando di aver ripreso la città di Mokha, snodo costiero fondamentale, e anche di avere il controllo effettivo di tutto il litorale.
Le dichiarazioni sono però contrastanti, e sembra che in realtà stiano avvenendo tuttora aspri combattimenti, in particolare nel distretto di Dhubab e a ridosso dello stretto di Bab al-Mandab. In risposta alle centinaia di raid aerei subiti, gli Houthi hanno bersagliato con missili e sciami di droni diversi obiettivi sauditi, tra cui una raffineria di Saudi Aramco.
Tornando all’attivazione del Patto della Mecca, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha precisato che le forze del suo paese e quelle turche stanno già fornendo supporto e continueranno a farlo in futuro, principalmente nella ricognizione e nell’intelligence. Il combattimento diretto sul campo rimarrà in capo ai sauditi.
Per Ankara, aiutare Riyad significa innanzitutto permettere all’alleato di concentrare le proprie attenzioni verso nord (Israele) essendo sicuro dei suoi confini meridionali. Inoltre, la Turchia ha investito molto per proiettare la propria influenza, politica ed economica, in tutta la regione, e assumere il ruolo di ponte commerciale verso l’Europa, salvaguardando la posizione acquisita.
Per quanto riguarda il Pakistan, la presenza militare nella penisola arabica non è nuova. Già nei mesi scorsi aveva schierato circa 8 mila effettivi, uno squadrone di caccia multiruolo JF-17 Thunder, velivoli a pilotaggio remoto e batterie contraeree HQ-9.
Sono però i risvolti legati all’intera attività diplomatica di Islamabad che risultano i più interessanti. Il Pakistan ha, come la Turchia, un ruolo centrale nei corridoi commerciali della regione, e con Teheran ha sviluppato un intenso interscambio di confine.
Durante l’aggressione israelo-statunitense, ha aperto valichi terrestri per far transitare il petrolio iraniano e ha persino offerto il porto di Gwadar (terminale della Via della Seta) per proteggere alcune navi della Repubblica Islamica. Non si può poi dimenticare che, in Pakistan, un quinto della popolazione è sciita, e fa riferimento a Khamenei come guida spirituale.
Ma soprattutto, Islamabad si è lanciata come figura di mediazione tra Teheran e Washington. Una fonte pakistana di alto profilo avrebbe riferito al Financial Times che il suo governo è ben consapevole di come l’escalation tra sauditi e Ansar Allah aumenti ulteriormente il peso della leva strategica iraniana sulla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Islamabad non vuole il collasso della Repubblica Islamica, ma sicuramente vuole disinnescare uno dei fattori dell’equazione dell’Asia occidentale. Intanto, i vertici dei principali colossi del trading di materie prime mettono in guardia: se i flussi petroliferi subissero un blocco duraturo, i prezzi del greggio e dei carburanti potrebbero raggiungere nuovi record.
La scommessa del Patto della Mecca si trova dunque al vertice di un crinale: scivolando da una parte, potrebbe riuscire a imporre l’alleanza come polo di stabilizzazione e “ago della bilancia” regionale, scivolando dall’altra, però, potrebbe essere la benzina che trasformerà il Mar Rosso nell’epicentro di una conflagrazione ancora più grande. Anche sui conti dei popoli occidentali.
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Francia - L’onda studentesca si salda con i sindacati. Panico all’Eliseo
La gioventù francese non è più sola nelle piazze, e l’onda d’urto adesso fa vacillare il potere.
Nemmeno i 488 fermi eseguiti ieri in tutto il Paese, né le cariche della polizia a Place de la Nation o i lacrimogeni lanciati un po’ ovunque, sono riusciti a piegare l’«Atto III» di un movimento studentesco che continua a raccogliere una partecipazione impressionante nelle piazze, almeno 450.000 i manifestanti di ieri.
A fare da scudo ai liceali contro la brutalità esibita dalle forze antisommossa sguinzagliate, su ordine dell’Eliseo, sono scesi in campo ufficialmente i sindacati: CGT, Force Ouvrière (FO), FSU e Solidaires.
La mobilitazione si è trasformata in una spallata interprofessionale totale che ha largamente superato i confini delle scuole.
Accanto ai docenti hanno scioperato i lavoratori degli ospedali, della funzione pubblica e persino i comparti strategici dei trasporti e dell’energia, uniti contro il congelamento dei salari e i tagli del bilancio, destinati a ridurre il deficit al 5%.
Anche i trattori della Confédération paysanne erano presenti.
Hanno presidiato i licei nella Manica, nel Maine-et-Loire e nella Drôme, spingendosi in Alvernia fino a «assediare» il «Sommet de l’élevage» a Cournon-d’Auvergne, dove la Ministra dell’Agricoltura è stata costretta ad annullare la sua visita ufficiale.
Davanti a un Paese paralizzato e al drammatico bilancio dei giorni scorsi – che vede molti giovani gravemente feriti, fra cui un quattordicenne con la mano mutilata da una granata a Lens, un sedicenne gravemente ferito a un occhio a Argenteuil da un colpo di LBD e un altro adolescente che ha perso un occhio durante gli scontri a Tours – Emmanuel Macron ha convocato d’urgenza un vertice all’Eliseo, ieri sera, con il Premier Lecornu, il Ministro dell’Interno Nuñez e il Ministro dell’Educazione Geffray.
Macron tenta disperatamente di presentare l’incontro come un semplice e ordinario «monitoraggio della situazione», diverse indiscrezioni confermano invece che dietro le quinte il clima era di massima tensione e che il Capo dello Stato ha mostrato segni di grande nervosismo. Il Presidente è fortemente preoccupato dal rischio di un cortocircuito istituzionale e dal totale isolamento politico del governo.
Per cercare di riprendere il controllo il vertice ha «ideato» questa manovra: l’obbligo di liberare una mezza giornata di corsi da qui a venerdì in tutti i licei francesi.
Presentata ufficialmente da Lecornu all’Assemblea Nazionale come la concessione di un “tempo di democrazia e dibattito interno”, la misura nasconde l’obiettivo di isolare la protesta dentro le mura scolastiche. Obbligando gli studenti a entrare nelle aule per discuterne anziché presidiare i cancelli, il governo spera così di smantellare i picchetti... ingenui!
Questa decisione ha scatenato invece la furia dei sindacati. Durissima la reazione dello SNPDEN-UNSA, il sindacato maggioritario dei presidi francesi: rifiutano di fare da ammortizzatori sociali e moderatori della rabbia studentesca davanti a quella che hanno apertamente liquidato come una “totale cacofonia”.
Ma la scadenza più temuta dall’intelligence e dagli apparati di sicurezza del governo si avvicina sempre più. Il 17 ottobre è prevista una grande giornata di mobilitazione e protesta nazionale contro il caro carburanti.
Non è guidata da partiti o sigle istituzionali, ma è nata da una dinamica puramente virale su TikTok, innescata dal video-sfogo del profilo anonimo «v2.95» contro la fiammata dei prezzi e si è diffusa in modo impressionante.
La scelta della data del 17 ottobre non è casuale, anticipa volutamente di un mese esatto l’anniversario della storica mobilitazione dei Gilets Jaunes del novembre 2018. Questo movimento spontaneo rifiuta i tradizionali cortei autorizzati per puntare all’azione diretta sul territorio: presidi improvvisati sugli assi strategici (Autostrade, rotonde ecc.) e blocco mirato dei depositi energetici.
Alla sola idea di una «convergenza delle lotte», ovvero di una fusione tra il movimento studentesco, la mobilitazione dei “nuovi gilets jaunes” e l’opposizione parlamentare di sinistra... il governo trema. E se poi osserva l’orizzonte che punta direttamente al 5 novembre, il governo va proprio nel panico.
È infatti questa la data scelta dall’intersindacale per far scattare uno sciopero generale che bloccherà contemporaneamente il settore pubblico e quello privato.
Se la convergenza delle lotte dovesse concretizzarsi, il movimento dell’autunno francese si trasformerebbe in uno stato di mobilitazione, di agitazione, di rivolta permanente.
Una pressione che diventerebbe presto insostenibile per il governo macronista, isolato, e in fase terminale avanzata.
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06/10/2026
Non indossano uniformi, ma questi colossi Usa combattono per l’Ucraina
Inizialmente Palantir ha offerto i suoi servizi all’Ucraina gratuitamente. Nel frattempo, ha sfruttato la guerra in Ucraina come banco di prova per la sua tecnologia emergente, collaborando con l’Ucraina per sviluppare l’intelligenza artificiale per analizzare e vagliare le informazioni sul campo di battaglia e per pianificare e coordinare operazioni di attacco in profondità. Ora l’intelligenza artificiale si estende al controllo di sciami di droni e all’identificazione dei bersagli. Palantir ha stretto partnership con numerosi ministeri ucraini, tra cui un importante accordo annunciato a maggio per ampliare l’uso dell’IA in tutte le operazioni di difesa, sia militari che civili. Nel 2022 la capitalizzazione di mercato di Palantir era inferiore a 25 miliardi di dollari, oggi si avvicina ai 450 miliardi di dollari.
Nel frattempo, i sistemi satellitari Starlink di Elon Musk consentono alle forze armate ucraine di comunicare, tracciare i movimenti delle truppe russe e selezionare gli obiettivi. Nel suo libro “La guerra russo-ucraina: le follie dell’impero”, Richard Sakwa afferma che la disponibilità di tale capacità “è stata cruciale per il successo iniziale dell’Ucraina nel respingere l’avanzata russa su Kiev”.
Sebbene Musk si sia opposto all’utilizzo di Starlink da parte dell’esercito ucraino per attacchi in profondità in Russia – una posizione che ha ribadito ad agosto – l’impiego di Starlink da parte dell’Ucraina per i droni impiegati negli attacchi ha chiaramente trasformato la guerra. Jennifer Kavanagh, Senior Fellow e Direttrice dell’Analisi Militare presso Defense Priorities, ha dichiarato a Rolling Stone che “l’Ucraina non sarebbe in grado di condurre la sua attuale campagna militare senza il supporto di Starlink”.
L’anno scorso, Musk ha affermato che “l’intera linea del fronte dell’esercito ucraino crollerebbe se lo disattivassi”.
Fornire servizi satellitari gratuiti all’Ucraina si è rivelato oneroso per Musk. Dopo un anno e mezzo di guerra, Musk minacciò di interrompere i servizi se il governo statunitense non si fosse fatto carico delle spese. E così fu. Anche il governo polacco ha dichiarato di contribuire al finanziamento dei servizi Starlink in Ucraina, versando 50 milioni di dollari all’anno.
La mobilitazione di Microsoft per l’Ucraina è stata molto più discreta. La maggior parte di noi pensava che la guerra fosse iniziata il 24 febbraio 2022. Secondo il presidente di Microsoft, Brad Smith, è iniziata il giorno prima. “È stato allora che abbiamo assistito a 300 attacchi informatici coordinati dalla Russia, tutti volti a destabilizzare il governo ucraino”. Ed è stato allora che, per usare le parole del New York Times, “Microsoft si è gettata nel mezzo di una guerra di terra in Europa”.
Secondo quanto si racconta, un malware “wiper” tentò di cancellare i dati da centinaia di server appartenenti al governo ucraino. Il Threat Intelligence Center di Microsoft fu il primo a individuarlo, stando a quanto riportato da Henry Farrell e Abraham Newman nel loro libro “Underground Empire: How America Weaponized the World Economy”. Separati da un oceano, i dipendenti di Microsoft “prestano servizio in prima linea in Ucraina”. Condivisero rapidamente le informazioni con i funzionari ucraini della sicurezza informatica e, nel giro di poche ore, i sistemi antivirus ucraini furono aggiornati e il codice malevolo bloccato.
Microsoft, scrivono Farrell e Newman, aveva stretto “un rapporto più stretto con il governo ucraino e con i consiglieri e il team per la sicurezza nazionale presenti sul territorio”. Erano diventati lo “scudo… dell’Ucraina contro le ondate di attacchi”.
Come se si trattasse della propria nazione, Microsoft ha annunciato di “condannare questa invasione ingiustificata, immotivata e illegale da parte della Russia” e di “sospendere immediatamente tutte le nuove vendite di prodotti e servizi Microsoft in Russia”.
Nel 2022, il New York Times scrisse di come dirigenti del settore tecnologico, inclusi quelli di Microsoft, avessero ottenuto autorizzazioni di sicurezza e partecipato a briefing riservati della NSA e del Comando Cibernetico degli Stati Uniti. Microsoft e Google erano le fonti della maggior parte delle informazioni condivise e utilizzabili. All’epoca, Microsoft aveva istituito la “condivisione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, di informazioni sulle minacce” in modo che, “lavorando a stretto contatto con i funzionari del governo ucraino e il personale addetto alla sicurezza informatica”, potessero “identificare e contrastare le attività dannose contro le reti ucraine” e “difendersi dagli attacchi”.
In un’intervista rivelatrice di quattro anni fa, il presidente di Microsoft, Brad Smith, affermò che la prima cosa che Microsoft aveva fatto era stata, francamente, sostenere e difendere l’Ucraina. Dichiarò che Microsoft aveva collaborato con il governo per trasferire 16 dei 17 ministeri ucraini sul cloud. Usando un’analogia militare, Smith parlò come un generale della guerra cibernetica, paragonando la situazione a una classica manovra militare: “bisogna disperdere le proprie risorse difensive in modo che non siano vulnerabili a un singolo attacco”.
Secondo un rapporto di Microsoft del giugno 2026, il colosso tecnologico ha speso più di 700 milioni di dollari per fornire all’Ucraina tecnologia e sicurezza informatica. Se Microsoft fosse un Paese, si classificherebbe tra i primi 25 sostenitori dell’Ucraina.
La guerra russo-ucraina ha cambiato la natura del conflitto. Fucili e carri armati, osserva il Wall Street Journal, stanno “facendo la fine dei duelli con la spada e delle cariche di cavalleria” ora che “i pollici sui joystick hanno in gran parte sostituito le dita sui grilletti e si combatte sempre più spesso sugli schermi e sempre meno nelle trincee”[questa è una sonora stupidaggine, lo dimostra proprio il conflitto in questione -ndR].
Sebbene Brad Smith affermi che Microsoft sia “un’azienda e non un governo o uno Stato”, ha “chiarito”, secondo il New York Times, che “non è neutrale”. Grandi aziende tecnologiche, come Microsoft, SpaceX e Palantir hanno scelto da che parte stare diventando partner essenziali in un campo di battaglia trasformato. La tecnologia che queste aziende hanno inviato all’Ucraina è stata importante quanto le armi fornite dagli Stati alleati.
“La vostra capacità di individuare la tecnologia giusta e di implementarla determinerà ciò che accadrà sul campo di battaglia”, ha dichiarato nel 2023 Alex Karp, CEO di Palantir, aggiungendo che Palantir è “responsabile della maggior parte delle attività di targeting in Ucraina”. Nello stesso anno ha affermato di essere “favorevole a una posizione di forza in America” e che Palantir desidera persone che vogliano stare dalla parte dell’Occidente, contribuendo a rendere l’Occidente una società migliore, più capace di difendersi.
Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, gli Stati Uniti e i paesi alleati hanno inviato armi. Colossi tecnologici come Microsoft, SpaceX e Palantir hanno fornito tecnologia, espresso la loro lealtà ideologica all’Ucraina e si sono schierati dalla sua parte nella guerra. Molti potrebbero pensare che un simile comportamento sia naturale, soprattutto quando la causa è considerata giusta nel proprio paese.
Altri potrebbero ritenere che si oltrepassi un limite, che si contribuisca a prolungare una guerra distruttiva che alla fine non si vincerà sul campo di battaglia, aumentando al contempo i profitti degli azionisti e gli stipendi dei dirigenti aziendali. In qualche modo, non mi sembra giusto.
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La finanza elimina il lavoro
di Alessandro Volpi
A lungo almeno una parte della riflessione economica si è nutrita della convinzione che la ricchezza aziendale fosse il risultato diretto del lavoro umano e che al crescere del valore di un’impresa corrisponda inevitabilmente un incremento delle persone da essa impiegate.
La cruda realtà dei mercati finanziari ha smentito questo paradigma dimostrando l’esistenza di una profonda e pericolosa scissione tra la forza lavoro e la produzione di valore.
Sulle schermate di Borsa, la capitalizzazione di mercato misura la ricchezza finanziaria attribuita dagli investitori a una società, rispondendo a logiche del tutto avulse dall’impatto occupazionale diretto, come emerge chiaramente dall’analisi dei colossi del listino milanese FTSE MIB, dove il divario tra il valore di Borsa e il numero di dipendenti assume dimensioni vertiginose e dimostra quantitativamente la frattura in atto.
Il caso più emblematico del listino italiano è rappresentato da Ferrari, la cui capitalizzazione di Borsa sfiora i 60 miliardi di euro a fronte di un organico di poco superiore ai 5.200 dipendenti, il che significa che in termini finanziari ogni singolo lavoratore “incarna” o sostiene una quota di valore aziendale pari ad oltre 11,5 milioni di euro.
All’estremo opposto si colloca Poste Italiane, che rappresenta il principale datore di lavoro privato del Paese con circa 118.000 lavoratori ma registra una capitalizzazione di mercato di circa 37 miliardi di euro, facendo scendere il valore di Borsa per singolo addetto a poco più di 313.000 euro, ovvero meno di un trentaseiesimo rispetto a Ferrari pur garantendo un assorbimento occupazionale immensamente superiore.
Un’analoga sproporzione si riscontra nei colossi del settore bancario ed energetico come UniCredit e Intesa Sanpaolo, che hanno superato i 110 miliardi di euro di valore azionario ciascuno pur contando rispettivamente circa 72.000 e 93.000 dipendenti (con un valore per lavoratore che oscilla tra 1,2 e 1,6 milioni di euro), o come Enel, che si attesta su 89 miliardi di capitale azionario con 61.000 addetti (circa 1,45 milioni di euro per lavoratore), fino a STMicroelectronics che con 50.000 dipendenti vale circa 45 miliardi di euro (900.000 euro a testa).
Questa drammatica sproporzione, che peraltro genera una sproposita creazione di valore per ogni singolo occupato, non è casuale ma rivela la pericolosa scissione strutturale tra chi produce fisicamente beni e servizi e i meccanismi con cui la finanza estrae e riconosce il valore.
Nelle metriche degli analisti di mercato, infatti, l’aumento dei ricavi nei settori ad alto margine o a forte contenuto tecnologico e di brand avviene in modo altamente scalabile senza richiedere nuova manodopera, mentre nei settori tradizionali l’automazione e la digitalizzazione permettono di gestire volumi crescenti di beni o servizi riducendo costantemente la quantità di lavoro necessaria.
In questo contesto, il lavoro umano cessa di essere considerato un fattore primario di creazione della ricchezza e viene trattato dai mercati alla stregua di una voce di costo fisso da contenere o tagliare, con la conseguenza che piani industriali basati su riduzioni d’organico, chiusure di filiali o esternalizzazioni vengono frequentemente premiati dalla Borsa con un rialzo immediato dei titoli azionari.
A drammatizzare ulteriormente questa frattura interviene il ruolo sistematico delle operazioni di buyback, ovvero il riacquisto e l’annullamento di azioni proprie da parte delle società, un meccanismo attraverso il quale le grandi aziende e i gruppi bancari drenano decine di miliardi di euro di liquidità anziché destinarli a investimenti produttivi, ricerca e sviluppo o nuove assunzioni.
Poiché il buyback riduce il numero complessivo di azioni in circolazione, esso determina un aumento matematico dell’Utile per Azione anche a parità di fatturato e di occupati, spingendo artificialmente verso l’alto il valore del titolo in Borsa e garantendo ai vertici aziendali il raggiungimento dei parametri legati alle stock option.
Tramite il buyback si compie così il definitivo cortocircuito dell’economia finanziaria, che ricompensa il capitale concentrato e autorigenerante sottraendo risorse vitali all’economia reale e trasformando la crescita della ricchezza azionaria in un indicatore del tutto scollegato dalla tenuta occupazionale e dal benessere sociale del Paese.
La finanza non vuole sottopagare il lavoro, lo vuole proprio eliminare.
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La politica tedesca soffia sulla guerra contro la Russia, ma la gente scende in piazza per la pace
Il quotidiano tedesco Handesblatt riferisce che secondo il capo dei servizi di intelligence tedeschi “Il confronto che stiamo vivendo con la Russia ha una qualità nuova, più pericolosa”.
Nella stessa audizione il capo dell’altro servizio tedesco di intelligence (BVF) Sinan Selen, riferendosi ai droni all’aeroporto di Lipsia ha dichiarato che “Le tracce portano molto chiaramente alla Russia”.
Infine anche il capo del terzo servizio di intelligence (MAD) Martina Rosemberg ha dichiarato che la situazione sta ulteriormente peggiorando, motivo per cui i servizi segreti tedeschi devono adeguare le proprie capacità a quelle delle altre agenzie partner europee. Con una dichiarazione minacciosa chiaramente rivolta al fronte interno, la Rosemberg ha affermato che “le forze armate tedesche sono minacciate da diversi pericoli provenienti sia dall’esterno che dall’interno”.
Per il capo del BND Jaeger la leadership russa vuole “garantire che in futuro non vengano prese decisioni politiche contro Mosca a Berlino e nelle altre capitali europee”, sottolineando che il Cremlino ha l’obiettivo di interrompere il sostegno europeo all’Ucraina.
È evidente che il riferimento dei capi dei servizi segreti tedeschi sulla minaccia “interna” a questo punto sia esplicito almeno quanto quello sulla minaccia “esterna”. E questo è un grave sintomo sia dell’isteria che delle pulsioni autoritarie contro chi si oppone alla guerra e al militarismo, in Germania come negli altri paesi europei.
La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi erano scesi in piazza contro la leva militare e la reintroduzione della coscrizione.
Sabato invece decine di migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni contro la guerra e il militarismo che si sono svolte nelle principali città della Germania.
“Antimilitaristi e anticapitalisti giovani e vecchi hanno manifestato insieme il loro ‘no’ alla guerra e al riarmo in strada nel fine settimana” scrive Junge Welt il giornale della sinistra alternativa tedesca. Le proteste hanno visto mobilitazioni a livello nazionale a Berlino e Stoccarda. “Migliaia di persone hanno raccolto l’appello dell’iniziativa “Mai più guerra – Deponete le armi” e di altre organizzazioni”.
I mass media ufficiali e guerrafondai tentano di minimizzare e criminalizzare la crescente ondata antimilitarista in Germania, ma il tono delle dichiarazioni dei capi dei servizi di intelligence tedeschi confermano la crescente preoccupazione del governo e dei sostenitori del “Partito della Guerra”.
E le preoccupazioni della leadership tedesca si spiegano molto chiaramente. Friedrich Merz era arrivato domenica mattina a Kiev con un treno speciale per una visita non annunciata pubblicamente. Nella delegazione erano presenti anche la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche e dieci rappresentanti di aziende tedesche degli armamenti e dell’energia.
Il governo tedesco ha annunciato di aver varato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina del valore di oltre 1,3 miliardi di euro. Ma il consenso nei confronti del cancelliere federale Friedrich Merz è sceso a un nuovo minimo nei sondaggi.
Solo il 15 per cento dei tedeschi si dichiara soddisfatto del suo operato, mentre il 79 per cento è insoddisfatto. Per il governo federale il sostegno è ancora più basso, al 14 per cento: anche in questo caso il 79 per cento valuta negativamente il lavoro dell’esecutivo. Più di quattro intervistati su dieci ritengono che il sostegno militare tedesco all’Ucraina sia eccessivo.
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Spagna: la grande rivolta contro la turistificazione
In Spagna è nata la prima ribellione di massa contro l’industria turistica selvaggia che è diventata il simbolo del caro vita diffuso. Assistiamo infatti a una rivolta aperta che ha come detonatore la critica assoluta a un modello economico speculativo, estrattivo, devastatore. I cittadini si ribellano alla gentrificazione, alla trasformazione delle città in parchi a tema per il consumo globale.
La bocciatura parlamentare di due decreti d’emergenza sulla casa ha fatto saltare ogni argine e la “protesta delle chiavi” ha portato in piazza più di mezzo milione di persone. Lo slogan è chiaro: le città appartengono a chi le vive, non ai mercati finanziari.
Città come Barcellona, Valencia e Palma di Maiorca sono diventate porti di sbarco per navi sproporzionate, l’impatto ambientale è catastrofico, i motori delle navi da crociera rimangono accesi anche in porto, inquinano senza sosta e tutto questo in cambio di: zero ricchezza, ma massimo consumo. Croceristi e aribnb sono ormai i simboli di un’industria turistica cannibale, nefasta.
Le mega crociere consumano risorse pubbliche e intascano i soldi dei biglietti. In sintonia con gli speculatori edilizi distruggono il tessuto sociale, colonizzano i quartieri, sostituiscono le popolazioni. E così i centri urbani si omologano. I negozi di prossimità spariscono.
Al loro posto nascono catene di fast food e negozi di souvenir. Tutti uguali. È la fine della storia, della singolarità, delle diverse originali identità. Interi quartieri popolari in tutti i più bei porti del Mediterraneo vengono acquistati da grandi fondi d’investimento multinazionali.
I centri storici sono diventati prodotti finanziari. La redditività degli affitti brevi tramite grandi piattaforme ha drogato il mercato immobiliare; i canoni d’affitto superano ormai i salari medi locali. I giovani non possono emanciparsi e sempre più lavoratori regolari sono costretti a vivere in auto o in una tenda.
Di fronte a questa situazione di totale degrado la protesta diffusa che dilaga sempre più, non è guidata dai partiti, ma da reti sociali nate dal basso.
Il Sindicato de Inquilinas (Sindacato degli Inquilini) in testa alla mobilitazione di Madrid e Barcellona, chiede il blocco totale delle licenze turistiche e l’espropriazione dei “Fondos buitre”, i fondi avvoltoi, i grandi fondi d’investimento speculativi che “volano” sopra le città in crisi per fare incetta di case a prezzi stracciati.
Stanno organizzandosi per giungere a un obbiettivo strategico: uno sciopero generale degli affitti per bloccare l’economia della rendita speculativa.
Nelle isole, il collettivo Menys Turisme, Més Vida (Meno Turismo, Più Vita) pratica la resistenza civile. Occupano le spiagge e i porti per opporsi al sovraffollamento. Chiedono una moratoria sui voli e sugli sbarchi delle navi da crociera.
A difesa dei quartieri opera la rete Stop Desahucios (Stop Sfratti). Creano barriere umane per difendere le famiglie dall’espulsione.
Nelle piazze risuona il coro: “Vecina despierta, hay buitres en tu puerta” (Vicina svegliati, ci sono gli avvoltoi alla tua porta). La Spagna sta tracciando una linea rossa globale. Le città devono tornare a essere comunità vive, non merci da vendere al miglior offerente.
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L’Occidente vuole che Netanyahu se ne vada, per silenziare il genocidio
La visita lampo di Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti la scorsa settimana per intervenire all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata un’ulteriore prova che il primo ministro israeliano è ormai un paria universale.
Viene abbandonato persino dai suoi alleati più stretti.
Non sorprende forse che 77 nazioni, tra cui alcuni stati europei, abbiano abbandonato l’aula per protestare contro il fatto che a un sospettato di crimini di guerra ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI) fosse stata data la possibilità di parlare sul palcoscenico più importante del mondo.
Molto più degno di nota è ciò che è accaduto – o meglio, non è accaduto – lontano dal podio. Netanyahu ha trascorso solo otto ore negli Stati Uniti prima di tornare in Israele. È difficile credere che sia stata una sua scelta.
Gli è stato negato il suo consueto momento di gloria con Donald Trump alla Casa Bianca, e non è riuscito nemmeno a ottenere un incontro con il Segretario di Stato Marco Rubio.
Non ha ricevuto alcun invito a parlare al Congresso degli Stati Uniti, e con esso le solite scene di legislatori che celebrano con entusiasmo la sua istigazione anti-palestinese.
L’ex ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, ha dichiarato a Reuters: “Non ricordo un’occasione in cui il primo ministro sia venuto negli Stati Uniti senza incontrare il presidente”.
L’ostracismo nei confronti di Netanyahu contrastava nettamente con l’accoglienza riservata a Xi Jinping. Il leader cinese è stato accolto personalmente all’aeroporto da Trump con un tappeto rosso e un sorvolo militare.
Avvertenze ignorate
La visita di Netanyahu all’ONU è stata sfruttata da entrambe le parti – dai funzionari israeliani e dai leader occidentali – per promuovere i propri obiettivi distinti e contrastanti.
Manca un mese alle elezioni generali, in cui Netanyahu si troverà ad affrontare una competizione serrata e, per la prima volta, i suoi fallimenti nel prevenire l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 saranno oggetto di un’attenta analisi.
Secondo un numero crescente di recenti rapporti, Netanyahu sarebbe stato avvertito dai leader egiziani e del Golfo di un evento di grande portata – un “terremoto” – proveniente da Gaza nei giorni e nelle settimane precedenti lo sfondamento di Hamas, ma non avrebbe agito.
Netanyahu aveva programmato il suo discorso all’ONU in prima serata in Israele, per attirare il maggior numero possibile di spettatori nazionali. Ha colto l’occasione per definire gli altri leader mondiali “codardi morali” e “ipocriti”.
Come fa notare l’analista israeliano Jonathan Ofir, Netanyahu ha anche sfruttato la piattaforma delle Nazioni Unite per introdurre di nascosto una frase biblica in ebraico, pensata, per gli ascoltatori in patria, come un messaggio in codice: un incitamento a Israele a perpetrare il genocidio fino alla fine.
L’obiettivo di Netanyahu era dimostrare agli elettori di essere ancora una figura di spicco sulla scena internazionale e di essere l’unico in grado di proteggere Israele da un mondo presumibilmente intriso di sentimenti “antisemiti” e anti-israeliani.
I leader occidentali, al contrario, desiderano dimostrare esattamente l’opposto, sperando di spingere Netanyahu a lasciare l’incarico suggerendo agli israeliani che il loro leader è ormai una forza esaurita, che si è spinto troppo oltre.
È ora di sbarazzarsi di lui.
Potrebbe non essere una questione semplice. Netanyahu è il grande sopravvissuto politico, avendo ricoperto la carica di primo ministro del suo paese per quasi vent’anni, un record, persino più a lungo del padre fondatore di Israele, David Ben Gurion. Ha sfruttato questo tempo per aizzare gran parte della società israeliana verso un fervore ultranazionalista e genocida sempre maggiore.
Responsabilità politica
L’attuale antipatia nei confronti di Netanyahu delle capitali occidentali non si basa certamente su alcuna valutazione etica delle recenti azioni di Israele: tre anni di sanguinosa violenza a Gaza; la violenta espansione degli insediamenti ebraici e la pulizia etnica nella Cisgiordania occupata; i bombardamenti e la pulizia etnica del Libano meridionale; e il ruolo di primo piano del leader israeliano, insieme agli Stati Uniti, nel lancio di una guerra catastrofica contro l’Iran, le cui conseguenze hanno destabilizzato l’economia globale.
Washington, con l’appoggio dei suoi stati clienti europei, è stata un’ardente complice di questi crimini, fornendo munizioni, informazioni e influenza diplomatica per aiutare Israele a perpetrarli.
Ma Netanyahu ora sembra essere un peso politico, persino per Trump. Il presidente americano, in picchiata nei sondaggi, ha bisogno di un capro espiatorio, e il primo ministro israeliano sembra l’unico adatto al ruolo.
L’antagonismo è, in parte, personale. Numerosi rapporti recenti indicano che Netanyahu ha fatto di tutto per convincere Trump, contro il parere dei suoi generali, a lanciare una guerra non provocata e illegale contro l’Iran.
La promessa di una vittoria decisiva convinse Trump di potersi assicurare un posto nei libri di storia come il presidente che “ha rimodellato il Medio Oriente”. Una volta eliminato l’Iran dalla scena, gli Stati Uniti avrebbero goduto di un controllo incontrastato sul petrolio della regione.
E tutto ciò sarebbe presumibilmente avvenuto settimane dopo che Trump aveva consolidato il suo controllo sul petrolio venezuelano, in seguito a un’operazione illegale all’inizio dell’anno culminata con il rapimento del presidente Nicolás Maduro.
Con la sconfitta dell’Iran e la sottomissione del Venezuela, la rivale economica Cina si troverebbe dipendente dagli Stati Uniti per l’accesso al principale motore dell’economia globale. Trump potrebbe evitare uno scontro militare diretto con Pechino, piegandola semplicemente minacciando di interrompere le forniture di petrolio.
Ma, ovviamente, nulla di tutto ciò si è avverato.
Washington è ora impegnata in una guerra persa in partenza con l’Iran, che ha chiarito a Teheran la portata del suo potere sullo Stretto di Hormuz e del potere parallelo di Ansar Allah, i suoi alleati in Yemen, sullo Stretto di Bab al-Mandab. Insieme, possono infliggere danni incalcolabili all’economia mondiale.
L’impennata dei prezzi della benzina presso i distributori statunitensi rischia di essere un fattore determinante nel crollo del voto repubblicano alle elezioni di medio termine di novembre e nella probabile perdita di entrambe le Camere a favore dei Democratici, trasformando Trump in un presidente azzoppato.
Nel frattempo, la guerra ha insegnato agli stati clienti di Washington nel Golfo che sono estremamente vulnerabili a qualsiasi rappresaglia da parte di Teheran e dello Yemen, un fatto che viene loro ricordato ogni volta che Trump ordina un’altra sconsiderata serie di attacchi contro l’Iran.
Nonostante la sua potenza militare, Washington ha dimostrato di non essere in grado di difendere i suoi alleati del Golfo.
Di fronte a una resa dei conti
Ma Netanyahu non dovrà rendere conto delle sue azioni solo per il suo ruolo nell’organizzazione di una disastrosa guerra contro l’Iran.
Nonostante i migliori sforzi compiuti dalla classe politica e mediatica occidentale negli ultimi tre anni, la realtà della distruzione di Gaza da parte di Israele – e l’uccisione e il ferimento di decine di migliaia di bambini palestinesi – è diventata sempre più difficile da nascondere o giustificare.
Anche tra quella parte dell’opinione pubblica poco interessata agli affari internazionali, la verità sta gradualmente prendendo piede, favorita dalle battaglie che si sono svolte negli spazi culturali mainstream e che si sono schierate in modo decisivo contro Israele.
NAZA , un nuovo documentario su Gaza realizzato da cineasti israeliani, ha ricevuto una standing ovation record di 25 minuti al Festival del Cinema di Venezia dello scorso mese. Nel film, soldati e ufficiali dell’intelligence israeliani, rimasti anonimi, documentano nel dettaglio come hanno orchestrato il genocidio nella piccola enclave. La sua disponibilità in streaming gratuita è prevista per novembre.
La nazionale irlandese, costretta a giocare contro Israele nella UEFA Nations League lo scorso fine settimana, non ha nascosto il proprio disappunto. I giocatori hanno indossato fasce nere al braccio in segno di solidarietà con le vittime israeliane a Gaza e si sono rifiutati di stringere la mano agli avversari. Il capitano irlandese Dara O’Shea si è impegnato a devolvere il suo compenso per la partita a cause umanitarie a Gaza.
La superstar della musica Ed Sheeran si è ritrovata inaspettatamente dipinta come il cattivo per non aver difeso il suo artista di supporto, il rapper Macklemore, in seguito ai commenti di quest’ultimo contro il genocidio a Gaza.
Come prevedibile, di fronte alle minacce dei proprietari degli stadi filo-israeliani di annullare il tour, Sheeran ha ceduto e ha escluso Macklemore dalla tournée. Ma Sheeran sta subendo le conseguenze di una diffusa ondata di critiche che lo ha chiaramente colto di sorpresa.
E importanti politici britannici, come l’ex primo ministro Keir Starmer e i ministri degli esteri David Cameron e David Lammy, si trovano per la prima volta ad affrontare un serio esame critico da parte dei media tradizionali per la loro condotta nei confronti di Gaza.
La scorsa settimana, un documentario di Channel 4, intitolato “I segreti della Gran Bretagna a Gaza smascherati”, ha rivelato che i funzionari britannici avevano imposto una metodologia profondamente viziata, apparentemente per poter ignorare le crescenti prove di crimini di guerra sistematici israeliani a Gaza.
Di conseguenza, sono riusciti a sottrarsi ai loro obblighi legali di intraprendere azioni contro Israele, tra cui la cessazione della vendita di armi.
Ondata di repulsione
Le capitali occidentali si stanno finalmente rendendo conto che questa crescente ondata di indignazione per il genocidio di Gaza non può essere arginata.
Negli Stati Uniti, dove i legami con Israele vengono invariabilmente descritti dai politici come “indissolubili”, il 62% degli intervistati da Pew a luglio ha dichiarato di avere un’opinione negativa del governo di Netanyahu.
Nel frattempo, un sondaggio del mese scorso ha rilevato che il 60% degli ebrei americani desidera che il primo ministro israeliano venga destituito alle prossime elezioni.
Come ha osservato il quotidiano israeliano Haaretz: “Trump è ben consapevole del costante e vertiginoso calo del sostegno a Israele tra gli americani”.
Ecco perché lui e altri politici occidentali sono disperati nel voler ridefinire la discussione. Puntare il dito contro Netanyahu per le atrocità israeliane a Gaza non li scagiona, perché è fin troppo evidente la loro collaborazione in ogni fase del processo.
I leader occidentali, invece, vogliono spostare l’attenzione sulla Cisgiordania, dove il loro ruolo è più facilmente occultabile e le violazioni della legge da parte di Netahyahu sono inequivocabili.
Dall’ottobre 2023, lui, insieme al suo ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, che si autodefinisce fascista, ha concesso maggiore libertà sia alle violente milizie di coloni ebrei sia all’esercito israeliano di terrorizzare le famiglie palestinesi e costringerle ad abbandonare le proprie terre in preparazione all’annessione della Cisgiordania.
Nella nuova narrativa, dettata da interessi personali, dell’Occidente, Netanyahu non è un paria perché è ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, in particolare per aver causato la fame nella popolazione di Gaza.
Né perché la Corte Internazionale di Giustizia sta attualmente indagando sul suo governo per accuse “plausibili” di genocidio nell’enclave.
Né perché il suo governo ha supervisionato l’uccisione di oltre 21.000 bambini in quel luogo, e molto probabilmente di molti di più.
Né perché continua a violare un finto “cessate il fuoco”, nel quale Israele ha ucciso più di 1.400 palestinesi intrappolati tra le rovine della loro enclave da quando i combattimenti sarebbero dovuti cessare. Altri 4.900 residenti di Gaza sono rimasti mutilati nello stesso periodo.
No, Netanyahu non è un emarginato agli occhi dei leader occidentali a causa di nessuno di questi crimini efferati, crimini nei quali sono stati pienamente complici.
La sua colpa – quella su cui ora sono determinati a concentrare l’attenzione – è il ruolo svolto da Netanyahu dall’ottobre 2023 nell’intensificare la costruzione e l’espansione degli insediamenti illegali in Cisgiordania per espellere i palestinesi dalle loro terre.
Ma questa narrazione funziona solo se i politici e i media occidentali ignorano volutamente il contesto: ovvero che per oltre mezzo secolo tutti i governi israeliani hanno promosso l’espansione degli insediamenti, con l’obiettivo di attuare una pulizia etnica nei confronti della popolazione palestinese.
Netanyahu non è un caso isolato in questo. Ha semplicemente sfruttato l’opportunità di accelerare le espulsioni dalla Cisgiordania, facendo leva sulla solidarietà internazionale dopo l’attacco di un solo giorno perpetrato da Hamas nell’ottobre del 2023.
‘Pulizia etnica’
La spiegazione più plausibile del perché la Gran Bretagna e altri 11 Stati occidentali, tra cui Francia e Canada, abbiano dichiarato il mese scorso l’intenzione di imporre sanzioni agli insediamenti in Cisgiordania è che, per la prima volta, avevano ricevuto segnali dall’amministrazione Trump che indicavano l’assenza di gravi ripercussioni in tal senso.
Il nuovo governo britannico guidato da Andy Burnham ha persino osato definire “pulizia etnica” ciò che Israele ha fatto ai palestinesi della Cisgiordania. Significativamente, e paradossalmente, il Regno Unito ha evitato di usare il termine per descrivere la ben più sfacciata pulizia etnica perpetrata da Israele a Gaza, una campagna di espulsioni fin troppo chiaramente agevolata dai bombardamenti e dalla logistica occidentali.
Secondo alcune fonti, i funzionari guidati da Mike Huckabee, l’ambasciatore statunitense in Israele noto per le sue posizioni fortemente partigiane, avrebbero redatto una dura replica in preparazione all’annuncio delle sanzioni da parte del Regno Unito. Nella lettera, Londra veniva accusata di replicare il “manuale del movimento antisemita di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS)”.
Quella linea d’attacco prevedibile, favorita dai gruppi di pressione israeliani, è stata presumibilmente la ragione per cui Ed Miliband, il ministro degli esteri britannico, si è spinto a tali estremi per prendere pubblicamente le distanze dal movimento BDS con la sua nuova politica.
In realtà, però, non si è concretizzato alcun attacco da parte dell’amministrazione Trump. Al contrario, Marco Rubio, omologo statunitense di Miliband, ha dichiarato innocuamente: “Al momento non ho commenti da fare in merito [alla politica sulle sanzioni]”.
Il giorno successivo, Trump sembrò prendere tempo con una risposta insolitamente evasiva : “Voglio scoprire perché all’improvviso è successo questo [l’annuncio delle sanzioni contro il Regno Unito]”.
Trump e Rubio non hanno aggiunto altro di sostanziale sulla questione.
Poi c’è la recente ondata di notizie mediatiche che suggeriscono che Netanyahu personalmente non abbia dato ascolto ai molteplici avvertimenti provenienti da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, secondo i quali un attacco senza precedenti da Gaza era imminente nei giorni precedenti la rivolta di Hamas del 7 ottobre 2023.
Netanyahu ha chiesto ad Abu Dhabi di smentire le fughe di notizie, ma finora non ha fornito alcun aiuto in tal senso.
I due paesi, tra gli stati clienti più vicini a Washington nella regione, sono sempre sembrati ansiosi di evitare di sfidare apertamente un Trump notoriamente vendicativo.
Teatro della distrazione
Nel suo discorso alle Nazioni Unite, Burnham ha evidenziato il dilemma che i governi occidentali si trovano ad affrontare: “Viviamo in un’epoca di scarsa fiducia nella politica. Se continuassimo a parlare della soluzione dei due Stati, senza però dare seguito a queste parole con i fatti, la fiducia calerebbe ulteriormente, e i nostri nemici cercherebbero di sfruttare l’alienazione che ne deriverebbe”.
Burnham sembra ignaro della realtà: uno dei motivi per cui la fiducia è così bassa è che una successione di governi britannici non solo ha collaborato al genocidio di Gaza, ma ha anche arrestato i critici del genocidio accusandoli di essere sostenitori del terrorismo.
Miliband ha dimostrato proprio quel tipo di ipocrisia che, secondo Burnham, sta allontanando l’opinione pubblica, quando questa settimana, durante la conferenza del Partito Laburista, ha dichiarato – tra gli applausi – che “milioni di persone in questo Paese”, contrarie al genocidio, “avevano ragione”.
Il giorno precedente, decine di manifestanti erano stati arrestati fuori dal luogo della conferenza per aver esposto in silenzio cartelli con la scritta: “Mi oppongo al genocidio. Sostengo Palestine Action”.
Burnham e Miliband vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca. Nessuno dei due ha dato alcun segno di voler abrogare la decisione del precedente governo di applicare le leggi antiterrorismo contro chiunque esponga un cartello del genere, o abbia “ragione”, come ora ammette Miliband.
Ciò in cui sono impegnati i leader occidentali è qui il cinico teatro della distrazione.
Le dichiarazioni “Avevi ragione” e “Comprendiamo il tuo dolore”, le promesse di sanzioni e gli appelli urgenti per la soluzione dei due Stati, non sono altro che una dimostrazione di buonismo. Sono concepite per deviare l’indignazione pubblica per le atrocità commesse da Israele dalla complicità delle capitali occidentali e indirizzarla esclusivamente contro Netanyahu.
La nuova interpretazione suggerisce che i fanatici religiosi armati negli insediamenti della Cisgiordania, che da oltre mezzo secolo – sotto i successivi governi israeliani – sono diventati sempre più violenti e potenti politicamente, siano una creazione esclusiva di Netanyahu.
La nuova interpretazione sostiene che la crescente sicurezza di questi autori di pogrom, che da tempo collaborano a stretto contatto con l’esercito israeliano, non abbia nulla a che vedere con il sostegno incondizionato che l’Occidente ha fornito a Israele nel corso di molti decenni.
Tutto come al solito
Nel tentativo di assolversi, tuttavia, i leader occidentali stanno necessariamente creando una nuova menzogna per ingannare il loro pubblico: una menzogna che suggerisce che i “terroristi coloni” siano una sorta di milizia personale di Netanyahu, la cui sopravvivenza dipende dal suo mandato di primo ministro.
L’implicazione di questa nuova narrazione è che, qualora Netanyahu venisse estromesso dal potere, emergerebbe una leadership più empatica, che le potenze occidentali potrebbero sostenere per raggiungere la pace con i palestinesi.
Sono tutte sciocchezze.
Come l’opinione pubblica israeliana, anche i leader di tutto lo stretto spettro politico sionista e suprematista etnico di Israele condividevano la logica genocida che ha portato avanti la distruzione di Gaza negli ultimi tre anni.
Nessuno dissentì. Tutti si impegnarono nell’incitamento al genocidio.
Non c’è speranza che si raggiunga la pace con i palestinesi sotto occupazione illegale quando i leader israeliani non permettono nemmeno ai propri “cittadini” palestinesi – una minoranza fortemente oppressa che rappresenta un quinto della popolazione israeliana – di avere voce in capitolo nelle elezioni generali del mese prossimo.
La commissione elettorale centrale, un organismo politico i cui membri provengono dai principali partiti israeliani, ha votato per escludere dalla competizione elettorale tutte e quattro le fazioni che rappresentano la minoranza palestinese.
Chiunque vinca le elezioni del mese prossimo, che sia Netanyahu di nuovo o uno dei suoi rivali, manterrà il Paese sulla stessa strada di supremazia etnica che Israele percorre da decenni. Trump, Burnham, Macron e altri leader occidentali lo sanno bene.
Vogliono che Netanyahu si tolga di mezzo non per un vero cambiamento, ma semplicemente per poter tornare alla normalità pre-genocidio di Gaza: un ritmo più lento e graduale verso lo sterminio del popolo palestinese.
Vogliono poter ridefinire il genocidio di Gaza come la follia storica di un singolo uomo, una tragica catastrofe irreversibile ma mitigabile con la sua scomparsa.
Vogliono che guardiamo risolutamente avanti, verso gli affari immobiliari e una lontana soluzione a due Stati, non indietro: al loro ruolo attivo nel radere al suolo le case di oltre due milioni di persone, perlopiù con munizioni statunitensi che hanno sprigionato una forza esplosiva otto volte superiore a quella delle bombe atomiche che distrussero Hiroshima e Nagasaki.
L’amministrazione Trump ha già autorizzato la spedizione di un gran numero di queste megabombe per rifornire le scorte israeliane, ancor prima che si conosca l’esito delle elezioni israeliane.
È significativo notare che la stessa amministrazione Trump che ha permesso a Netanyahu, sospettato di crimini di guerra, di recarsi alle Nazioni Unite a New York, ha impedito al presunto leader palestinese, Mahmoud Abbas, di fare lo stesso.
Nell’annunciare la sua nuova politica di sanzioni contro gli insediamenti illegali israeliani, Miliband ha tenuto a sottolineare che non avrebbe in alcun modo intaccato la condivisione di informazioni di intelligence con Israele, quel tipo di coordinamento che ha visto gli aerei britannici condurre operazioni di sorveglianza su Gaza durante il genocidio.
E sebbene Miliband avesse promesso un “doppio blocco contro le esportazioni di armi” verso Israele nell’ambito del pacchetto di sanzioni del Regno Unito, in pratica da allora non è stata revocata o sospesa nemmeno una singola licenza di esportazione di armi esistente.
Credibilità in declino
La lotta attuale non è contro uno stato israeliano genocida o per un illusorio stato palestinese, tanto meno per la giustizia per il popolo palestinese, incessantemente vessato.
Si tratta di attuare un riassetto in cui l’Occidente riporti al potere la vecchia guardia israeliana.
I leader occidentali sono rimasti imbarazzati dalle farneticazioni del governo di Netanyahu. Questa settimana Smotrich ha esortato Israele a scatenare le sue politiche genocidarie contro Gaza anche in Cisgiordania, presumibilmente usando proprio le bombe che Trump sta per inviare loro.
Ha dichiarato ai media israeliani: “Dovremmo fare lì quello che abbiamo fatto a Gaza”.
I leader occidentali temono le conseguenze che ciò avrebbe sulla loro già precaria credibilità. E hanno alleati in Israele, tra l’opposizione, la cui visione – almeno per il momento – non coincide con quella di Smotrich di una distruzione della Cisgiordania in stile Gaza.
Piuttosto, la loro visione è quella di proseguire sulla traiettoria attuale, trasformando gradualmente i piccoli ghetti palestinesi sopravvissuti in Cisgiordania, intrappolati in un mare di insediamenti ebraici illegali, in mini-campi di concentramento: piccole repliche di Gaza prima della sua distruzione.
Queste sono le visioni contrastanti tra gli israeliani riguardo alla Cisgiordania: la reclusione assoluta dei palestinesi in una serie di gabbie contro il loro sterminio.
Questo è ciò che è veramente in gioco, nient’altro, nella lotta dell’Occidente per spodestare Netanyahu e difendere la sua leggendaria soluzione a due Stati.
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