Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/08/2026

La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia

di Alessandro Volpi

In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.

Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.

Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.

Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.

La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.

Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.

In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.

In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.

In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.

Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.

Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.

L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.

Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.

Su questo esiste il campo largo???

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga vincolato a investimenti nella transizione ecologica e nel welfare. Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.

Ripeto, su questo esiste il campo largo???

Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre.

Fonte

L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale

Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.

In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.

Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!

Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.

Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.

Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.

Unione Sindacale di Base

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31/07/2026

La favola tragica del riarmo a costo zero

di Emiliano Brancaccio

Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.

È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.

Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.

I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.

Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.

Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui.

Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.

Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035.

Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.

L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.

All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.

In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.

A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.

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30/06/2026

«Poveri ma bellici»: il gran pasticcio della discussa corsa al riarmo

Bruxelles, la guerra sulla difesa

«Il caos scoppiato ieri a Bruxelles sul programma di riarmo «Safe» ha messo a nudo un intruglio micidiale di incertezze burocratiche e tensioni politiche che sta dividendo sia la Commissione Europea che il governo italiano, in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti». L’accusa del Manifesto è netta e senza scorciatoie. Il Governo, che aveva prenotato 14,9 miliardi nell’agosto 2025, non ne ha ancora deciso l’attivazione. Ora l’Unione europea bottegaia: l’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma e poi quel denaro verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti. Ma anche sulla difesa, l’Italia litiga in casa.

Cos’è SAFE, Security Action For Europe

Una invenzione politico finanziaria Ue per mettere in campo fino a 150 miliardi in prestiti per l’industria militare (15 ne ha chiesto l’Italia, poi ridotti a 5), ma il faraonico progetto di riarmo appena alla sua nascita sembra sia precipitato in un paradosso in cui nemmeno il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ne conosce con esattezza i termini e le scadenze, l’accusa. Interpellato ieri il commissario ha ammesso: «Devo fare un controllo con i colleghi sulla scadenza specifica per questi programmi che sono già in corso di definizione e i Paesi stanno già firmando accordi». Eppure, sul sito ufficiale della Commissione la data limite per quantificare le richieste è fissata al 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che senza una firma rapida i 14,9 miliardi ‘opzionati dall’Italia’ verranno indirizzati altrove.

Bruxelles ora preme su Roma

Dombrovskis incerto non sa bene cosa stia accadendo, ma il portavoce Ue Thomas Regnier alza il tiro su Roma: «Il tempo è essenziale. Incoraggiamo tutti gli Stati membri che ancora non l’hanno fatto, compresa l’Italia, a procedere rapidamente alla firma degli accordi di prestito. Perché dobbiamo aiutare l’industria europea della difesa ad aumentare il ritmo». Ed ecco che per il governo nazionale la spinta europea verso l’economia di guerra è un’altra insidia che si aggiunge a Donald Trump che attacca la premier anche sul piano personale con la sua ormai tipica grossolanità maleducata. Ma un contro sono i proclami politici, e altro i conti economici veri. La tenaglia dei rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dal patto di stabilità.

Il riarmo diventa ferita politica

Giorgetti chiarisce che, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi: «È diverso il tema dell’aumento delle spese della difesa che richiedono uno scostamento di bilancio che non può essere deciso solo dal governo, né dal ministro dell’economia, ma come dice la Costituzione dal parlamento ed è quello che sarà fatto nei prossimi mesi, a settembre presumibilmente». Altro rinvio, scivolando verso ‘data da destinarsi’ e – speranza politica di una parte governativa –, verso l’oblio. Con un colpo di coda ‘scorpionesco’: «Come ministro devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costano di più o di meno rispetto al rendimento dei titoli di Stato (Btp). Se costano meno li prendo».

Per i colossi delle armi?

Per i colossi delle armi gli affari continuano anche senza i fondi Ue, sottolinea la stampa internazionale anche per contro della parte italiana del settore. E Leonardo esce allo scoperto con Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato: «Noi ci tariamo sempre su quello che è il bilancio della difesa e sappiamo che abbiamo determinati progetti già in corso e coperti dai fondi ordinari. Se il Safe sarà qualche cosa in più, sono sicuro che ci saranno dei programmi che potranno essere addirittura anticipati, altrimenti continuiamo sulla linea dei programmi già lanciati. Partendo da Michelangelo Dome».

Spunta il ‘Michelangelo Dome’

Tra fantascienza tecnica e fantapolitica. Michelangelo Dome: «Sistema difensivo che vede la cooperazione di forze di terra, mare, aria, spazio e cybersicurezza interconnessi da satelliti che vengono coordinati da personale militare con il supporto dell’intelligenza artificiale», provano a spiegare, non rassicurando. Proposta Leonardo come sistema di difesa comunitario dell’Unione Europea per operare con ‘la costellazione satellitare IRIS’, con future basi spaziali, con il futuro programma di stazione orbitante europea e il progetto di base lunare permanente in cui Leonardo è direttamente coinvolta.

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31/05/2026

Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo

Che ci fosse un po’ di maretta nella maggioranza era divenuto chiaro con il giallo sulla mozione che qualche giorno fa aveva tenuto col fiato sospeso il dibattito pubblico, soprattutto perché riguardava quello che ormai è l’asse portante di tutto l’assetto continentale: l’aumento delle spese militari in linea con gli obiettivi NATO.

È abbastanza chiaro che la legislatura è stata sostanzialmente ipotecata – fatta eccezione per la legge elettorale – e dunque ogni partito comincia a guardare a come ritagliarsi il proprio posto nel mercato elettorale del 2027, e il fatto che Palazzo Chigi dovrà gestire quella che per molti è la peggior crisi energetica di sempre preoccupa. Crosetto, tuttavia, deve far contenta anche la sua base sociale: il complesso militare-industriale.

È partendo da queste semplici consapevolezze che va inquadrato lo scontro che si sta consumando a Roma, e tra Roma e Bruxelles. In una conferenzza stampa del 29 maggio, Thomas Regnier, portavoce della Commissione Europea, ha confermato che l’Italia non darà seguito a tutti gli accordi preannunciati all’interno del programma SAFE (Security Action For Europe).

L’iniziativa consta di 150 miliardi di euro, finanziati a debito comune (e perciò con tassi di interesse vantaggiosi rispetto a quelli che può ottenere il governo sul mercato) la cui scadenza è fra 45 anni. Il loro scopo, sulla carta, dovrebbe essere quello di rafforzare lo sviluppo di una difesa comune europea.

Dei 14,9 miliardi di euro inizialmente prenotati da Roma, l’esecutivo sembra volerne richiedere effettivamente circa un terzo, tra i 4 e i 5 miliardi, ovvero ciò che è necessario per coprire esclusivamente i progetti già vincolati da contratti firmati. Il taglio di 10 miliardi alle promesse è esplicitamente usato come leva politica nei confronti della UE, in relazione alla mancanza di flessibilità sulle spese relative proprio allo shock dei prezzi dei carburanti e dell’energia.

Proprio oggi, 31 maggio, è fissata la scadenza per la presentazione formale dei progetti da finanziare tramite il SAFE, ma la data non è considerata dal governo come perentoria. Prima di procedere in qualsiasi senso, Roma ha deciso di attendere il 3 giugno, per avere in mano l’attesa risposta della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a una lettera inviata il 18 maggio, in cui si chiedeva di rendere l’emergenza energetica prioritaria, al pari degli investimenti militari, e godere così della stessa flessibilità in termini di spesa.

Va dunque sottolineato un primo nodo: il governo non sta rinunciando al SAFE. Ne prende una parte, comunque sostanziosa, e spera di poter muovere Bruxelles “a più miti consigli” su una minaccia sostanziale a quel che rimane dell’industria italiana (minacciata dai prezzi dell’energia), sfruttando la centralità del paese nei programmi di riarmo europeo. Basti pensare che il Belpaese dovrebbe usare il SAFE per lo sviluppo comune del sistema satellitare Sicral2, e per l’acquisto di 272 carri armati e di 24 Eurofighter.

La sottolineatura di come il 31 maggio non sia una data perentoria è come un mettere le mani avanti per la possibilità futura di accedere ai restanti 10 miliardi per ora congelati, nel caso in cui il braccio di ferro con la Commissione non vada a buon fine. Del resto, bisogna pure considerare che c’è la necessità di fondi a buon mercato per un paese ancora sotto infrazione europea per il deficit, e che ha comunque promesso di raggiungere gli assurdi target di spesa della NATO.

Parallelamente, si muovono anche gli uomini di Fratelli d’Italia a Bruxelles. Raffaele Fitto, commissario europeo alle Politiche Regionali e di Coesione, ha avanzato la proposta di riallocare i fondi strutturali europei esistenti (come il Fondo di coesione e il Fondo europeo di sviluppo regionale) per contrastare il caro energia e la carenza di approvvigionamenti causata dalla crisi dello Stretto di Hormuz.

Roma, non a caso, si è detta favorevole, ma molte regioni europee hanno alzato un muro di proteste contro il cambio di destinazione delle risorse territoriali. Ma va detto che, ad ogni modo, per quanto articolata possa essere la strategia che sembra mettere d’accordo Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, si muove completamente all’interno della gabbia dei vincoli europei.

E anzi, non solo non ne mette in discussione l’indirizzo bellicista, ma lo promuove attivamente, al di là della retorica e della propaganda. In un’intervista a Mattino Cinque del 28 maggio, la presidente del Consiglio ha affermato che “non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa” e non per il costo del pieno e delle bollette. I dati, però dicono esattamente questo.

Lasciando da parte i trucchi di bilancio per dichiarare il raggiungimento del 2% del PIL in spese militari, in conformità con le richieste della NATO, l’Osservatorio Mil€x stima che sia stato comunque toccato il record, in termini assoluti, di spesa nel settore bellico: circa 33,9 miliardi di euro, intorno all’1,46% del PIL.

Soprattutto, il trend di crescita per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma resta reale e ai massimi storici. Infatti, i fondi stanziati per il 2026 raggiungono i 13,1 miliardi di euro (+60% rispetto al 2022), con impegni pluriennali già approvati dal Parlamento che superano i 36 miliardi di euro. Nei prossimi 15 anni si preventivano addirittura impegni per 130 miliardi.

Insomma, il governo sta trattando non un cambio di rotta che risponda alla maggioranza della popolazione, quanto piuttosto su tempi e ritmi del massacro sociale inevitabile, dentro la gabbia europea e con la necessità di spendere ogni centesimo disponibile nella tendenza alla guerra. Per fare in modo che non sia l’attuale maggioranza a pagarne lo scotto elettorale.

Non bisognerà attendere troppi giorni per capire come evolverà la situazione. Intanto, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha convocato un vertice informale sulla sicurezza nel formato “E5” (che oltre alla Germania coinvolge il Regno Unito, la Francia, la Polonia e l’Italia) a Berlino per il 2 giugno, suscitando l’irritazione italiana, dato che si tratta della Festa della Repubblica, giornata in cui tra l’altro è prevista la tradizionale parata delle forze armate.

Roma ha chiesto formalmente un rinvio al 3 o 4 giugno (quando tra l’altro dovrebbe essere ormai nota la risposta della Commissione alla lettera del 18 maggio), ma Tajani già si prepara a partecipare nel caso in cui non venga concesso. È in sostanza sempre maggiore la pressione sugli assetti europei, che possono essere superati solo con uno strappo in cui ci saranno vincitori e vinti. Il governo non vuole essere tra gli ultimi, o per lo meno non fino a dopo le elezioni generali.

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21/06/2025

La Commissione conferma: “giustificato scavalcare il Parlamento UE sul SAFE”

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha risposto alla collega Roberta Metsola, a capo del Parlamento Europeo, che non torna indietro sulle proprie decisioni: nessun passaggio in aula per il SAFE, i fondi per gli acquisiti comuni del piano di riarmo europeo. L’utilizzo dell’articolo 122 del TFUE è considerato legittimo.

Il dettato della citata norma del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea prevede una clausola di emergenza per cui è possibile scalvare il parlamento di Strasburgo nel voto di una proposta della Commissione. Da Bruxelles scrivono che l’urgenza è giustificata dal “drastico deterioramento del contesto di sicurezza, che richiede un massiccio incremento della spesa nell’industria della difesa”.

“Safe è stato proposto come risposta eccezionale e temporanea a una sfida urgente ed esistenziale”, scrive von der Leyen. Tale sfida è il pericolo russo alle porte, anche se si tratta della copertura propagandistica della vera sfida, ovvero quella di diventare un attore imperialistico a tutto tondo e di poter vantare una maggiore autonomia da Washington nella rottura dell’euroatlantismo.

Il mese scorso Metsola aveva minacciato il ricorso ad azioni legali se la Commissione non fosse tornata sui propri passi. A questo punto, il prossimo passo sarà la votazione che avverrà in Commissione Affari Giuridici di Strasburgo (JURI) martedì prossimo, che dovrà decidere se aprire un contenzioso ufficiale presso la Corte di Giustizia UE, che potrebbe durare anche due anni.

Bisogna ricordare che il Parlamento Europeo ha già approvato ex post il piano di riarmo, compreso il SAFE. Von der Leyen, tra le altre cose, ha ricordato che l’assemblea ha esaminato numerose altre proposte in materia di difesa attraverso le procedure ordinarie, “dimostrando che la Commissione non ha mai inteso eludere i poteri del Parlamento Europeo, nemmeno in un contesto che richiedeva un’azione rapida”.

Nel merito, tutti i vertici europei sono saldi sull’idea di procedere a passo spedito verso un’economia e una politica di guerra. È solo nel metodo che Strasburgo ha avuto da ridire, facendo ricadere il dossier dentro i parametri dell’articolo 173 del TFUE, quello riguardante la competitività dell’industria europea, e dunque del suo complesso militare-industriale, in questo caso.

Come abbiamo scritto ai tempi, il vero contendere della questione era sostanzialmente una diatriba lobbistica, tutta interna alle consorterie che gravitano intorno ai gangli del comando UE, le quali avrebbero voluto avere maggior peso nella definizione dei criteri del SAFE, e nelle spartizioni che accompagnerà.

Il fatto che l’approvazione definitiva del SAFE dovesse passare unicamente dai governi non ha infatti trovato ostacoli una volta che il dossier è arrivato sul tavolo del Consiglio dei ministri per gli Affari europei. Gli esecutivi delle stesse forze politiche che siedono a Strasburgo hanno dato il via libera senza batter ciglio.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, l’intera vicenda mostra l’inconsistenza del Parlamento Europeo. Ma, del resto, è l’architettura stessa della UE che è stata pensata per limitare al minimo il dibattito politico, e per accentrare il potere negli esecutivi, siano quelli nazionali o quello comunitario. È quello che succede quando la politica estera diventa il vettore delle decisioni prese all’interno di un’intera comunità.

Un centro unico di comando, poco imbrigliato dalla dialettica politica, è quello che serve per un’entità come la UE che si vuole gettare nella competizione globale, che si prepara a entrare in una condizione di guerra continua.

Sentiamo spesso dire dai finti ‘democratici’ che le ‘autocrazie’ hanno un vantaggio: non dover rispondere al dibattito pubblico, alle opinioni delle persone.

Non possiamo che concludere che la UE, questa natura autocratica, la rappresenta in pieno.

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30/05/2025

L’Unione Europea incassa il suo bottino di guerra

L’UE ha stanziato fino a 150 miliardi di euro per l’acquisto congiunto di armamenti. Il provvedimento è entrato in vigore giovedì dopo che mercoledì, a seguito di due mesi di negoziati, era stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale comunitaria.

Si tratta del regolamento “che istituisce lo strumento ‘Misure di sicurezza per l’Europa (SAFE) attraverso il rafforzamento dell’industria europea della difesa’”, adottato il giorno prima dai cosiddetti ministri europei per l’Europa.

Lo stesso giorno, il cancelliere Friedrich Merz (CDU) ha dichiarato in occasione della consegna del Premio Carlo Magno di Aquisgrana alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: “Dovremo sviluppare ulteriormente il progetto di pace europeo, che ha avuto così tanto successo all’interno, in un progetto di pace anche all’esterno”. L’Ue-Europa deve diventare così forte “da poter riportare la pace nel nostro continente e garantire la libertà a lungo termine”.

Von der Leyen ha presentato SAFE il 4 marzo come parte del suo piano “Riarmare l’Europa” in cinque punti. Per giustificare ciò, ha detto che “Siamo in un’epoca di riarmo”. Il piano potrebbe consentire ai paesi dell’UE di investire fino a 800 miliardi di euro nel settore della difesa entro il 2030. All’epoca, ha spiegato che si trattava “dell’urgenza a breve termine” di sostenere l’Ucraina e di “soddisfare la necessità a lungo termine di assumersi molte più responsabilità per la nostra sicurezza europea”.

SAFE fornisce fondi per progetti di armamenti sotto forma di prestiti garantiti dal bilancio dell’UE. Secondo von der Leyen, sarà disponibile per “difesa aerea e missilistica, sistemi di artiglieria, missili e droni, munizioni, nonché sistemi anti-drone, ma anche difesa informatica e mobilità militare”.

Il ministro polacco per l’Europa Adam Szłapka ha dichiarato martedì a nome dell’attuale presidenza del Consiglio dell’UE del suo paese: “Questo è uno strumento senza precedenti che rafforzerà le nostre capacità di difesa e sosterrà la nostra industria della difesa”.

Di conseguenza, l’emittente Euronews aveva già celebrato la decisione SAFE a livello di ambasciatori il 21 maggio con “L’Europa prende le armi”. Martedì, la Frankfurther Allgemeine Zeitung ha proseguito: “Finalmente procuratevi le armi insieme”. Il documento analizzava che SAFE dovrebbe “produrre la prossima generazione di sistemi d’arma europei” ed essere “la leva più importante per consolidare l’industria europea degli armamenti, e quindi ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti”. Qui sta la sua importanza strategica.

Il programma è quindi orientato a livello globale: oltre ai 27 Stati dell’UE, sono ammessi a partecipare i quattro Stati dell’Associazione europea di libero scambio – Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein – e l’Ucraina. È inoltre aperto a tutti i paesi candidati all’adesione all’UE e ai paesi con i quali l’UE ha un partenariato in materia di sicurezza: Giappone, Corea del Sud e Regno Unito. Secondo le informazioni della FAZ, sono in corso colloqui anche con l’Australia e l’India.

Accettando il Premio Carlo Magno, von der Leyen ha ribadito l’affermazione globale: “Un nuovo ordine internazionale emergerà prima della fine di questo decennio”. Deve essere plasmato dall'“Europa”: “La nostra missione è l’indipendenza europea” Diverse centinaia di manifestanti hanno protestato contro i piani di riarmo ad Aquisgrana giovedì.

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