Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Riarmo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Riarmo. Mostra tutti i post

02/10/2026

La UE si prepara alla guerra contro la Russia, entro il 2030

“L’Europa sta conducendo una guerra contro la Russia, su questo non c’è dubbio”. Ad affermarlo è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov. Il problema è che potrebbe non avere torto.

È stato infatti presentato lo scorso 28 settembre, alla riunione del Consiglio Direttivo dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA), il primo Rapporto Annuale sulla Prontezza alla Difesa, che fornisce una valutazione consolidata del processo di riarmo europeo verso il 2030, evidenziando i progressi raggiunti e individuando sia le lacune che le aree in cui sono necessari ulteriori sforzi sul piano del riarmo.

C’è anche una data, quella del 2030, che definisce gli obiettivi del “Defence Readiness” in quanto è proprio per il 2030 che i vertici della UE e della Nato continuano a indicare la timeline dello scontro frontale con la Russia.

Secondo alcuni rapporti di intelligence (i servizi tedeschi, l’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra in particolare), la Russia potrebbe invece procedere con un attacco limitato contro un Paese Nato già nel 2027 o entro il 2029, “con l’obiettivo di distogliere risorse dall’Ucraina e dividere gli alleati”.

Il rapporto presentato a Bruxelles valuta i progressi del riarmo europeo in quattro aree: spesa per la difesa, capacità, industria della difesa e partenariati.

Sulla spesa militare gli Stati membri dell’UE hanno raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi 20 anni. Secondo gli ultimi dati dell’EDA, le spese militari degli Stati membri della UE hanno raggiunto i 418 miliardi di euro nel 2025 (più del doppio di quelle russe), i 454 miliardi nel 2026 e potrebbero aumentare fino a 547 miliardi di euro entro il 2029.

Il progetto di riarmo europeo, stando al Defence Readiness 2030, avanza inoltre in nove aree definite come Aree di Capacità Prioritarie (PCA), “con progressi particolarmente significativi nelle capacità di droni e contro-droni e nel dominio marittimo. Saranno necessari ulteriori sforzi per colmare le lacune di capacità residue”.

Sull’industria militare, secondo il Rapporto, oltre all’aumento della capacità produttiva, la UE “deve continuare a rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento promuovendo al contempo innovazione e concorrenza in tutta la base industriale europea della difesa”.

Infine sulle partnership si registra una cooperazione più stretta con i partner affini e il rafforzamento della cooperazione UE-NATO rimane importante per la prontezza della difesa europea. Viene sottolineato come “L’Ucraina sia un partner particolarmente importante in questo senso. La sua esperienza sul campo di battaglia, l’innovazione tecnologica e le capacità industriali della difesa, unite alla base industriale e tecnologica europea, possono rafforzare la capacità collettiva di raggiungere la prontezza difensiva al ritmo richiesto”.

“Il Rapporto Annuale UE sulla Prontezza alla Difesa dimostra che abbiamo fatto molto. Gli investimenti nella difesa sono aumentati, ma rimangono significative lacune di capacità. Ora dobbiamo concentrarci su come colmare effettivamente queste lacune”, ha dichiarato la estone Kaja Kallas, ossia l’Alto Rappresentante e Capo dell’Agenzia Europea per la Difesa, aggiungendo che l’Europa deve riarmarsi più rapidamente ed efficacemente per raggiungere l’obiettivo di prontezza alla difesa per il 2030.

“L’Europa ha bisogno di un cambiamento decisivo nella scala e nel ritmo degli investimenti nella difesa, dello sviluppo delle capacità, dell’innovazione e della capacità industriale”. 

Gli ha fatto eco un altro esponente del “Partito Baltico per la Guerra”, Andrius Kubilius, lituano e responsabile della Difesa europea: “Se veniamo colpiti da attacchi ibridi russi, le nostre risposte devono essere dolorose quanto gli attacchi”, ha detto in un forum sull’aerospazio.

Dunque l’Unione Europea sta spendendo molto di più per la difesa, ma non abbastanza rapidamente e soprattutto non ancora in modo sufficientemente efficace da raggiungere la piena preparazione (“readiness”) per il 2030, anno in cui i vertici UE e Nato prevedono un’azione militare della Russia contro un Paese europeo. È questo in sostanza il messaggio centrale del primo Defence Readiness Report.

Il documento completo non è ancora pubblico, ma una sua sintesi è stata visionata dalla Reuters e i risultati sono stati discussi il 28 settembre, dai ministri della Difesa dell’Unione Europea in vista del Consiglio europeo del 15-16 ottobre.

La Russia intanto, attraverso la sua ambasciata in Belgio, ha scritto alla Nato per protestare contro la linea “avventurista e irresponsabile della Nato”, che comprenderebbe esercitazioni volte a simulare “l’isolamento dell’exclave di Kaliningrad”, il che aumenta “notevolmente i rischi di uno scontro armato diretto”.

La Russia è pronta a ricorrere “all’intero arsenale di armi a sua disposizione” per difendere il proprio territorio, recita la dichiarazione del governo russo. Una dichiarazione che provoca inevitabilmente un brivido lungo la schiena in tutti i paesi europei.

In mano a questi apprendisti stregoni a Bruxelles, nubi oscure incombono sull’Europa con il pretesto della guerra in Ucraina. Queste nubi vanno spazzate via e allontanate, e prima lo si fa, meglio è.

Il 61,1% degli italiani si oppone all’invio di armi all’Ucraina secondo un sondaggio Eumetra di due giorni fa. Solo il 20,6% è ancora favorevole. Venti giorni prima, in un altro sondaggio, in questo caso Ixè, solo il 18% degli intervistati si è dichiarato favorevole a continuare a sostenere Kiev anche militarmente, finché sarà necessario. 

Ed è questo ciò che continua a pensare e volere la maggioranza del paese, in aperta contraddizione con la visione e le scelte della maggioranza delle forze politiche, siano esse al governo o meno.

Fonte

28/09/2026

Stretta UE sul greenwashing, ma silenzio sull’ipoteca ambientale posta dal riarmo

A partire da ieri, 27 settembre, entrano in vigore in Italia i cambiamenti che la UE ha deciso di introdurre per i prodotti sugli scaffali dei supermercati e anche sulle pagine dell’e-commerce. Si tratta di una stretta sull’utilizzo di alcune formule (“green”, “ecologico”, “amico dell’ambiente”, “climate friendly”) che non possono più essere usate come slogan promozionali, ma dovranno essere sostanziate secondo regole precise.

Si sta parlando della direttiva UE 2024/825 (Empowering Consumers for the Green Transition), che è stata recepita in Italia attraverso il decreto legislativo n. 30 del 20 febbraio 2026, e le cui disposizioni sono state integrate direttamente nel Codice del consumo. L’obiettivo di Bruxelles è quello di dare una definizione di greenwashing che possa rendersi operativa sul mercato.

Il greenwashing è indicato dai vertici europei come l’insieme delle “pratiche commerciali suscettibili di indurre in errore in merito alle caratteristiche ambientali e di sostenibilità dei prodotti”, e imporrà alle imprese un aggiornamento radicale delle pratiche di packaging, così come delle campagne pubblicitarie, siti web e cataloghi allegati.

Tra le principali novità figura il divieto esplicito di presentare un bene come a impatto zero o positivo per il clima qualora tale risultato sia ottenuto unicamente tramite meccanismi di compensazione delle emissioni di gas serra. Detto in maniera più semplice, piantare alberi o finanziare crediti di carbonio non potrà più essere equiparato all’effettiva riduzione dell’impronta emissiva del ciclo produttivo.

La legge sbarra la strada anche a un altro espediente diffuso: attribuire all’intero articolo un beneficio ecologico che riguarda soltanto un singolo componente, un imballaggio o una fase limitata del ciclo di produzione della merce. Chi promette traguardi futuri di sostenibilità, inoltre, dovrà esibire impegni circostanziati, realistici e accompagnati da un piano operativo di attuazione verificabile nel tempo.

Inoltre, i produttori saranno tenuti a fornire indicazioni chiare su durabilità, disponibilità effettiva dei pezzi di ricambio, costi e limitazioni per accedere alle riparazioni, e altre garanzie. Il provvedimento punta a mettere ordine nella giungla delle circa 230 etichette presenti nella UE che si definiscono “green”, pur senza reali criteri di controllo.

Il monitoraggio effettuato dagli uffici della Commissione Europea ha infatti segnalato che il 53,3% dei claim ambientali è vago se non del tutto infondato e ingannevole. Per fare un esempio, nel febbraio 2025 l’antitrust italiana ha inflitto una sanzione di 8 milioni di euro a tre società del gruppo GLS per messaggi ambigui relativi proprio alla tutela ambientale. Le nuove regole del Codice del consumo prevedono sanzioni amministrative che possono raggiungere i 10 milioni di euro.

Concludendo la disamina di questa iniziativa europea, verrebbe da dire che Bruxelles lavori davvero per la sostenibilità. Ma, tirando le somme, si tratta di misure legate più alla dimensione pubblicitaria, che a una vera e propria spinta verso la transizione ecologica. In un certo modo, si potrebbe dire che la direttiva europea stessa è una forma di greenwashing della svolta bellicista unioneuropeista.

Il Green Deal, che già era stato pensato per iniettare denaro nelle filiere in affanno e rafforzare la presenza europea in un settore ad alta competitività come quello delle tecnologie verdi, è scomparso dalle priorità continentali. L’esplosione delle contraddizioni con il conflitto in Ucraina e il genocidio dei palestinesi ha convinto le classi dirigenti europee che la via per assumere un ruolo nell’arena globale è quello di armarsi e tentare di imporre la propria proiezione strategica al Mondo.

Negli ultimi anni, sono state diverse le occasioni in cui Bruxelles ha fatto un passo indietro sugli impegni necessari a una reale transizione verde, ed ha anzi allargato le maglie delle regolamentazione che voleva imporre alla produzione. E anzi, ha proprio rimodellato la retorica green affinché sostenesse il riarmo, nonostante l’evidente incompatibilità.

L’organizzazione britannica Scientists for Global Responsibility ha calcolato che l’aumento della spesa militare previsto dai paesi NATO porterà altre 1.132 milioni di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera, rispetto alle previsioni precedenti. Parliamo di un aumento di emissioni pari a tutte quelle del Brasile, la quinta nazione al mondo per produzione di gas climalteranti.

Uno studio del 2024 ha calcolato che, sommando le stime sul danno economico causato da ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo annuo del riarmo atlantico andrebbe da 116 a 264 miliardi di dollari. Senza considerare, ovviamente, le masse di persone costrette a scappare dalla propria terra per l’aumentare dei conflitti e i problemi che i vari armamenti creeranno, soprattutto a lungo termine, sulla salute delle popolazioni coinvolte.

Alla fine dello scorso anno, la UE aveva messo in chiaro che le velleità guerrafondaie vengono prima della salvezza delle condizioni di abitabilità dell’intero Pianeta, quando è stata impedita la messa al bando dei PFAS, una famiglia di composti inquinanti che sono però considerati insostituibili nelle filiere belliche.

Insomma, la lotta di Bruxelles al greenwashing... è solo greenwashing, mentre ipoteca il futuro delle nostre terre per cercare di garantire alle grandi multinazionali continentali un posto al sole nella competizione interimperialistica.

Fonte

22/09/2026

Riarmo europeo = crescita zero e austerità. L’Italia “mischia” i conti delle spese militari

La corsa al riarmo europeo è un boomerang economico e finanziario dalle proporzioni allarmanti, ma le classi dirigenti del Vecchio Continente fanno finta di nulla. Dietro gli annunci di Bruxelles e gli impegni assunti in sede NATO, il quadro delineato da documenti ufficiali e relazioni istituzionali mostra che la deriva guerrafondaia non porterà crescita economica, ma solo tagli alla spesa sociale.

A fare chiarezza sugli effetti macroeconomici della clausola di salvaguardia nazionale per le spese militari, approvata dalla Commissione Europea, è uno studio commissionato da un’altra Commissione, quella per i problemi economici e monetari (ECON) del Parlamento Europeo.

Ricordiamo che il meccanismo della clausola prevede di escludere dai vincoli di bilancio gli esborsi per la difesa aggiuntivi rispetto al 2021, fino a un massimo dell’1,5% del PIL all’anno tra il 2025 e il 2028. Ma un’esclusione “amministrativa” non cancella gli effetti reali... Il problema è quel che succederà dopo.

Andando con ordine, la prima promessa propagandistica che il rapporto smonta è quella che le iniezioni di fondi per il complesso militare-industriale possa fungere da volano per l’economia. Falso. Gli studiosi dell’Europarlamento affermano che la stima della stessa Commissione UE (appena lo +0,5% annuo) sia fin troppo ottimistica.

Il moltiplicatore fiscale della difesa è infatti inferiore a uno (produce cioè meno di un euro di ricchezza per ogni euro speso), e del tema – e di come è stato manipolato per promuovere il riarmo – ne abbiamo già parlato sul nostro giornale. Quel che lascerà, a partire dal 2029, sarà un sistema produttivo che per sopravvivere avrà bisogno di conflitti, non sarà più ricco di prima, e dovrà fare comunque i conti col ritorno ai precedenti vincoli di bilancio.

Gli economisti dell’ECON avvertono che i paesi ad alto debito – tra cui si indicano esplicitamente Italia, Ungheria, Spagna, Portogallo, Grecia e Polonia – saranno costretti a realizzare consistenti avanzi primari strutturali. Ciò richiederà inevitabilmente aumenti delle tasse o pesanti tagli alle altre voci del bilancio pubblico, o un mix di entrambi, col rischio di arrivare addirittura a deprimere le economie nazionali.

Per limitare i danni, gli autori suggeriscono di non utilizzare per intero la clausola e di sfruttare la quota concessa da Bruxelles per la sicurezza energetica (pari allo 0,3% annuo e allo 0,6% complessivo tra il 2026 e il 2028), che si spera possa attivare meccanismi più virtuosi. La quota che il governo italiano ha, infatti, immediatamente affermato di voler utilizzare.

Parlando dunque del Belpaese, bisogna però dire che, se Roma rimarrà imbrigliata negli indirizzi strategici della deriva bellicista europea e ai target NATO, la situazione non sarà di certo migliore, anzi rischia di avere toni ancora più foschi, dato che ogni euro dovrà essere messo nel comparto militare.

Infatti, nel 2025 l’Italia ha formalmente centrato l’obiettivo atlantico del 2% del PIL destinato alla Difesa. Tuttavia, la Corte dei Conti, nella Relazione sul Rendiconto generale dello Stato del 2025, mette in luce come tale traguardo sia frutto di una semplice riscrittura contabile, e non di nuove risorse stanziate.

Il target è stato centrato allargando il perimetro del bilancio integrato in chiave NATO e riclassificando in quell’ambito voci relative ad altri ministeri: i trattamenti pensionistici delle forze dell’ordine, alcune risorse per la cybersicurezza, investimenti nell’industria spaziale e in infrastrutture dual use, esborsi per Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto e, infine, gli stanziamenti del Ministero delle Imprese per programmi d’arma, saliti da 1,8 miliardi nel 2024 a 2,9 miliardi nel 2025, oltre a fondi per missioni internazionali ed elementi del PNRR.

Dunque, la spesa militare è nettamente aumentata sui libri contabili, ma neanche quanto vorrebbero Bruxelles e Washington. La Corte ha sottolineato l’assenza di trasparenza e omogeneità nei dati, e il “gioco delle tre carte” sulle voci di bilancio può andare bene per tenere calmi gli animi.

Però, una volta giunti alla scadenze, gli obiettivi dovranno essere raggiunti. Il che significherà l’ennesimo massacro sociale per le classi popolari italiane.

Fonte

18/09/2026

Due fronti usa-e-getta per spingere il riarmo

Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile teso tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo.

Il ministro Crosetto, dall’alto della sua carriera da rappresentante degli interessi del nostrano complesso militare-industriale, condivide con l’allora “Lui” la capigliatura, un po’ meno l’eloquio tonitruante. Ma comunque ci prova.

In un solo giorno ha scoperto ben due fronti di guerra, contro nemici decisamente diversi per peso, posizione geografica e pericolosità strategica: la Russia e AnsarAllah, anche detti “gli Houthi” dello Yemen.

Contro la prima, come si sa, da un paio di giorni svolazzano i caccia italiani basati in Lituania. Prima per abbattere un “drone presumibilmente russo”, poi per riaccompagnare fuori dello spazio aereo lituano dei velivoli russi non meglio specificati.

Su questo fronte ci sarebbe molto da dire, perché i paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), nel loro piccolo, da anni sono impegnati ad indicare in Mosca un pericolo sempre imminente. Da quelle parti, non a caso, si registra la massima concentrazione di droni del modello “stavano/per”, sempre di incerta origine e sempre “presumibilmente russi”. Anche se spesso emerge che si trattava di droni ucraini – i paesi baltici consentono a questi ultimi di passare sul proprio territorio per raggiungere obiettivi russi, ma ogni tanto qualcuno cade prima – o addirittura di stormi di uccelli.

Probabilmente, se non ci fosse questa curiosa “tolleranza” per il sorvolo di droni d’attacco ucraini diretti in Russia, dall’altra parte ci sarebbe un’attività aerea e contraerea minore. Quindi anche un minor rischio di “incidenti”... 

Comunque è un fronte ormai consolidato, dove le chiacchiere allarmistiche servono a mantenere alta l’attenzione in attesa di capire se si produrrà un’escalation suicida oppure no.

Il secondo fronte è invece in gran parte nuovo, ancorché frequentato con la semi-dimenticata “missione Aspides”. Parlando dal Forum del Mare a La Spezia il ministro Crosetto ha annunciato che «Di fronte alla difficile situazione che si sta ripresentando nello stretto di Bab el-Mandeb, che si aggiunge alla crisi di Hormuz e alle conseguenze economiche delle numerose tensioni internazionali, ho deciso, insieme al capo di Stato maggiore della difesa, di attivare la Marina Militare per predisporre quanto necessario per garantire il transito in sicurezza delle navi italiane».

Decisione presa, anzi no. Poco dopo ha spiegato che «Non decido adesso. È una situazione di questi giorni, valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, saranno a protezione delle navi mercantili». Senza neanche attendere che le “burocrazie europee” si decidano a fare qualcosa di collettivo... 

È forse il caso di ricordare che le milizie yemenite, in pochi giorni impossessatesi totalmente delle coste sullo Stretto e anche di alcune isole, disperdendo le forze mercenarie saudite spedite in supporto del governo, hanno per ora minacciato di colpire soltanto le petroliere di Riad (oltre alle navi israeliane).

Quindi l’unica nave militare in questo momento a Gibuti, sulla costa africana dello Stretto, ovvero la fregata Bergamini, non corre particolari rischi nell’accompagnare mercantili battenti la nostra bandiera. Anche perché non ce ne sarebbe uno stretto bisogno.

È ovviamente comprensibile che gli equipaggi di navi civili abbiano timore nel passare lungo coste dove si sta combattendo ancora in questi giorni, ma c’è anche da dire che una nave militare può attirare su di loro ancora più attenzione.

Va ricordato infatti che AnsarAllah ha già colpito navi occidentali durante la fase acuta della guerra israelo-americano contro l’Iran. E che sia Tel Aviv che Washington hanno condotto pesanti bombardamenti sulle loro postazioni, ed anche sul porto di Al Hodeida, provocando danni e morti, ma senza ridurne la capacità militare (come si vede dalla veloce avanzata di questi giorni).

Difficile insomma che una fregata italiana, da sola, possa riuscire dove hanno clamorosamente fallito eserciti decisamente meglio attrezzati.

Dunque perché suonare le fanfare di guerra su due fronti contemporaneamente, ben sapendo che sviluppi seri – e ovviamente negativi – sarebbero parecchio problematici per questo Paese?

Il discorso torna sempre sullo stesso punto dolente: c’è un riarmo da imporre, tagliando sanità e spesa sociale, e c’è una popolazione in stragrande maggioranza contraria.

Un po’ di sano allarmismo a gratis (per ora, ripetiamo, i militari italiani su quei due fronti non rischiano granché) torna utile. Tanto il sistema mediatico è totalmente sotto controllo e non mette in discussione “la linea”. Anzi, semmai incita a “fare di più”...

Fonte

No autosufficienza, no patrimoniale, ma riarmo

di Alessandro Volpi

Ma davvero possiamo “permetterci” il riarmo e di non tassare gli extraprofitti e le grandi ricchezze in un paese dove esiste un enorme questione rappresentata dalle difficoltà infinite delle famiglie con anziani non autosufficienti?

Le stime disponibili collocano nell’ordine dei 25 miliardi di euro la spesa pubblica annua per l’assistenza continuativa agli anziani non autosufficienti e in un ordine di grandezza analogo, circa 25 miliardi netti, il costo sostenuto direttamente dalle famiglie. Numeri che, pur non essendo perfettamente omogenei per definizione e perimetro, restituiscono la dimensione economica complessiva della non autosufficienza in Italia.

Si tratta di 3,8 milioni di anziani non autosufficienti + 2,9 milioni di caregiver familiari + oltre 1,1 milioni di assistenti personali: significa che il fenomeno coinvolge direttamente o indirettamente una parte enorme della società italiana, ben oltre i soli beneficiari delle prestazioni pubbliche.

Una gran parte di questo universo di poco meno di 10 milioni di persone divora in tali spese larghe porzioni del proprio reddito, spesso quasi l’intero patrimonio e si indebita. La stima più attendibile è quella di un nuovo indebitamento bancario ogni anno per una cifra compresa tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro, mentre il settore bancario registra favolosi profitti e distribuisce mega dividendi.

In moltissimi casi per sostenere queste spese per la non autosufficienza si procede ad una contrazione dei consumi da parte delle famiglie interessate che può essere stimata in una cifra compresa tra i 5 e i 7,5 miliardi di euro l’anno.

Allora, se una delle cause più evidenti dell’impoverimento, del deterioramento profondo della qualità della vita e dell’accrescimento delle disuguaglianze sociali per 10 milioni di persone in Italia è costituita dalla grave insufficienza delle risorse pubbliche in tale destinazione, come si fa a parlare ogni giorno di droni, di guerra ibrida, persino di petardi per alimentare un clima di guerra?

Come si fa a sostenere che non esistono gli extraprofitti, che la patrimoniale per i super ricchi è un furto e che bisogna procedere ancora nelle privatizzazioni?

Morire per abbandono e per disperazione è certo più tragico, ora nel nostro paese, rispetto alla possibilità – quantomeno remota – di morire in guerra.

Disertare la guerra significa anche questo.

Fonte

09/09/2026

Riarmo europeo. Non tornano i conti

Lo scorso 3 settembre la Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto destinato a far rumore. Si tratta del rapporto “La politica di difesa dell’Ue sotto i riflettori” che esamina gli sviluppi del settore della Difesa a partire dal 2019.

“L’obiettivo della presente analisi è fornire un aggiornamento sul panorama in materia di difesa dell’UE a partire dall’analisi del 2019 sulla difesa europea ed evidenziare i rischi, le sfide e le opportunità associati alle recenti iniziative dell’UE in questo settore” – scrive la ECA (Corte dei Conti europea) – “La Corte intende fornire ai portatori di interessi informazioni e disamine pertinenti sulla politica di difesa dell’UE e sui suoi sviluppi più recenti, in particolare per quanto concerne questioni significative relative alla gestione finanziaria, alla governance, alla trasparenza e all’obbligo di rendiconto”.

Scorrendo le pagine del rapporto, le ambizioni militariste della Commissione e dei governi europei ne escono piuttosto malmessi, anche sul piano della mera contabilità.

“Nonostante gli ambiziosi piani dell’UE e l’aumento della spesa, sarà difficile conseguire la prontezza alla Difesa entro il 2030, a causa dei notevoli vincoli esistenti”. La Corte dei Conti spiega infatti che il piano di riarmo da 800 miliardi di euro annunciato con enfasi lo scorso anno, potrebbe rivelarsi un enorme spreco di risorse pubbliche. Si parte da “un coordinamento insufficiente tra i vari flussi di finanziamento dell’UE, nonché tra i finanziamenti dell’UE e quelli nazionali”, fino ad arrivare a “strozzature in termini di materiali, componenti chiave o personale qualificato”.

Come noto, il piano Rearm EU – poi ribattezzato Readiness 2030 – impegna i paesi dell’Unione Europea a una spesa complessiva di 800 miliardi di euro da destinare alla Difesa. Come? Sia con l’aumento dell’indebitamento dei singoli stati, sia attraverso i prestiti a tassi agevolati, il famoso fondo SAFE a cui recentemente ha aderito anche l’Italia, con 8,9 miliardi già impegnati rispetto ai 14 a disposizione. 

Ma è proprio questo meccanismo che ha fatto scattare l’allarme della Corte dei Conti europea, secondo cui “il crescente ricorso alla spesa per la difesa finanziata tramite debito, ai prestiti garantiti dall’UE e all’attivazione delle clausole di flessibilità può compromettere la sostenibilità di bilancio rallentando la riduzione del debito pubblico”.

Non convince i giudici contabili europei il fatto che la Commissione europea ricorra sempre più spesso a prestiti garantiti dal bilancio dell’UE. È il caso del fondo per le spese militari SAFE, da 150 miliardi di euro, ma anche dell’ulteriore prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina.

“Per tali prestiti – scrive la Corte dei Conti UE – la Commissione prende a sua volta in prestito i fondi necessari sui mercati dei capitali. La Corte ha ripetutamente avvertito che, in assenza di accantonamenti, qualsiasi perdita relativa ai prestiti dovrà essere coperta dal margine di bilancio dell’UE noto come ‘margine di manovra’. Ciò potrebbe comportare una richiesta di contributi aggiuntivi agli Stati membri”.

A 18 Paesi membri è stato concesso di poter derogare ai micidiali vincoli europei racchiusi nel Patto di stabilità, in nome del quale, in passato è stata invece taglieggiata la spesa sociale nei vari paesi o massacrata la Grecia.

Con il riarmo invece stanno suonando un’altra musica, e dopo anni di austerità, tagli, rigore di bilancio, l’UE prevede la prospettiva di un maggior debito, sia sul piano nazionale che europeo.

Infine, nel rapporto della Corte dei Conti europei c’è anche una bastonata sulla contraddizione tra ambizioni e fatti. I paesi europei, nonostante il piano di riarmo concordato, continuano a comprare troppi armamenti dagli Stati Uniti.

“Dall’inizio della guerra in Ucraina fino al giugno 2023, il 78% delle acquisizioni nel settore della difesa da parte degli Stati membri dell’UE proveniva da paesi esterni all’Unione: gli Stati Uniti da soli ne rappresentavano il 63%”. Una dipendenza aggravata da un fornitore quasi monopolistico, che ipoteca seriamente le ambizioni della Commissione sul “riarmo europeo”.

I conti non tornano, dicono dunque i giudici contabili europei. Ma se non tornano sul piano generale, tornano ancora meno sul piano delle inevitabili ricadute interne.

Un intenso piano di spesa militare, pur con le deroghe previste sul Patto di Stabilità, va ad incidere pesantemente ed inevitabilmente sugli altri capitoli della spesa pubblica, inclusa e soprattutto la spesa per i sistemi di welfare ai quali le classi dominanti vorrebbero sostituire il warfare. Niente assegni familiari ma carri armati, pensioni più basse in cambio di droni. Che pacchia!

Fonte

28/08/2026

L’ansia di guerra, a cervelli spenti

Allora. Uno si siede al computer, scorre le notizie e si trova davanti ad un bivio logico, concettuale, strategico pressoché irrisolvibile.

Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”.

Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal tranquillo incarico di sindaco di Manchester a quello più stressante di gestore di un paese con nostalgie imperiali e un presente da servi impoveriti, dice che “la Russia attaccherà, è inevitabile”, “è solo questione di quando, non di se”.

Entrambi stanno in un’alleanza militare chiamata Nato, e in molti altri organismi sovranazionali di intelligence, parlano la stessa lingua (niente lost in translation, insomma) e condividono gli stessi “valori” che poi è uno solo: “il mercato è sovrano”, lo dice pure Tajani.

La distonia è troppo evidente per essere nascosta, ma i media mainstream ci provano lo stesso, magari alludendo al fatto che Trump non ci sta troppo con la testa – in effetti si occupa di scemenze come rinominare l’Ontario in “lago America” – oppure che è “putiniano” perché non apprezza la stessa democrazia che lo ha selezionato. Come se Burnham fosse stato eletto o Macron avesse una maggioranza parlamentare... 

Se si guarda al panorama europeo la situazione è invece uniforme. Tutti i cosiddetti leader (della UE o dei singoli paesi) gridano che bisogna riarmarsi, e di corsa, perché la Russia attaccherà presto. “È solo questione di quando, non di se”.

In testa, come decibel, ci sono quattro nanerottoli ringhiosi confinanti appunto con la Russia (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia, da poco entrata nella Nato ma già lobotomizzata quanto basta da farsi dirigere da un certo Stubb).

I quattro invocano la guerra ogni giorno, fanno transitare nel loro spazio aereo i droni ucraini che devono colpire la Russia “nel profondo” (qualcuno sospetta che in realtà ospitino direttamente i lanciatori) e pressano la Nato perché agisca al più presto perché loro – giurano – voglio “la pace” e naturalmente “la sicurezza”.

I paesi più grandi – Francia, Germania, la stessa Gran Bretagna, la Polonia – sono d’accordo sul risultato finale (la guerra contro Mosca) molto meno su tempi e modi. Parigi e Londra scalpitano per “manovre congiunte con l’esercito ucraino”, presumibilmente in territorio ucraino per “non sguarnire le difese di Kiev” impegnate a combattere sul serio, mentre Berlino e Varsavia preferiscono accelerare la preparazione. Pardon, il riarmo.

Dell’Italia è inutile parlare, perché non sanno quel che vogliono né quel che fanno. Ed è quasi una fortuna... 

Tutti, però, condividono la “narrativa”: la Russia ci vuole invadere. Il paese più esteso del mondo, ma con appena 130 milioni di abitanti, ricchezze naturali dalle dimensioni ancora semi-sconosciute ma ciclopiche, saldamente collegato con la prima economia del mondo (la Cina, a parità di potere d’acquisto), vorrebbe insomma “allargarsi” inglobando un territorio frammentato e abitato da quasi 500 milioni di persone, in profonda crisi economica e “di senso”, pressoché privo di materie prime ed ormai anche di tecnologie di punta.

Realistico, no? Più probabile – a naso – il contrario...

Ma se si parla di guerra, si incrementano i dispositivi (e la spesa) militari, si provoca sistematicamente l’avversario armando con sistemi sempre più “offensivi” il suo attuale antagonista sul campo – l’Ucraina – in modo da massimizzarne il logoramento... prima o poi la guerra arriva.

Perché non puoi seriamente parlare di “guerra ibrida russa” per ogni drone non identificato che cade sui confini e far finta che i “tuoi” missili, gentilmente regalati all’Ucraina, con in più il supporto radar e satellitare per indirizzarli con efficacia, siano invece un “semplice risultato commerciale” di cui non sei responsabile per l’utilizzo.

Se si parla di guerra, insomma, e la si fa pure facendo finta del contrario, la guerra vera prima o poi arriva... Per un “incidente” mal calcolato, un missile su un obbiettivo “troppo sensibile”, oppure per la decisione della controparte di non attendere che il futuro “aggressore europeo” si sia organizzato abbastanza da poterlo fare davvero.

Perché in tutta questa follia guerrafondaia c’è un solo piccolissimo problema: per “sdraiare” le velleità europee non serve “invaderne” i territori confinanti – processo costoso in uomini e mezzi, dai risultati incerti e con prospettive invalidanti sul medio-lungo periodo (la legittima “resistenza” degli invasi). Bastano un paio di “atomiche tattiche”, quelle meno potenti ma egualmente micidiali.

Lo sanno tutti, tanto che l’ineffabile Corsera affida al suo direttore tuttofare – Giuseppe Sarcina – il compito di stilare un lungo elenco, e relativa mappa, degli “obbiettivi sensibili” sul territorio europeo. Come se dovesse avvenire domattina...

Ovvio – per chi non ha portato il cervello in discarica – che neanche i più “falchi” tra i dirigenti russi vogliano far passare i rapporti con i guerrafondai europei dall’attuale “tensione” alla guerra totale, che in quel caso coinvolgerebbe probabilmente anche gli Stati Uniti (che di atomiche ne hanno altrettante).

In tre quarti d’ora sarebbe tutto finito. Superati tutti i problemi che affliggono l’umanità... per estinzione della stessa.

Lo sappiamo tutti, meno – sembra – qual piccolo branco di idioti che popola le stanze delle “cancellerie”, da Bruxelles a Londra e dintorni.

La domanda è perciò: quanto è grave la crisi che li attanaglia se non riescono ad immaginare altro che la guerra come “soluzione”?

Ogni giorno che restano al loro posto rende il pericolo maggiore...

Fonte

24/08/2026

Italia - 3,4 miliardi in nuovi carri armati. Ecco il warfare del governo

Il Ministero della Difesa sta formalizzando una prima commessa da 3,4 miliardi di euro per l’acquisizione dei nuovi carri armati pesanti Panther KF-51 che saranno costruiti da una joint venture tra la Leonardo e la tedesca Rheinmetall Military Vehicles.

Questo primo stanziamento rappresenta il primo passo di un piano di riarmo molto più ampio – stimato in 23,2 miliardi di euro complessivi – destinato a trasformare in profondità la capacità militare terrestre dell’Italia con l’acquisto di circa 280 carri armati e oltre 1.000 veicoli da combattimento per la fanteria.

Secondo InfoDifesa, la commessa da 3,4 miliardi per il nuovo carro armato Panther KF-51 dovrebbe servire a sbloccare l’avvio della produzione dei primi mezzi e a definire la pianificazione operativa per le unità destinate all’Esercito Italiano.

“La trattativa industriale tra Leonardo e Rheinmetall è entrata nella fase più delicata: l’obiettivo è arrivare alla firma entro settembre, ma il calendario resta legato alle effettive disponibilità di cassa della Difesa. Un eventuale rallentamento contabile potrebbe far slittare la chiusura dell’accordo all’anno successivo”.

La nuova struttura industriale ruota attorno alla joint venture “Leonardo Rheinmetall Military Vehicles”, partecipata al 50% dalla Leonardo e al 50% dalla Rheinmetall. La joint venture è stata creata per sviluppare e produrre i futuri mezzi da combattimento destinati alle Forze Armate italiane.

Il piano prevede due linee principali:

  • produzione dei carri armati Panther KF-51, destinati a sostituire progressivamente l’attuale Ariete;
  • produzione dei veicoli da combattimento della fanteria A2CS, basati sulla piattaforma Lynx KF-41.

La quota di produzione destinata agli stabilimenti italiani dovrebbe attestarsi intorno al 60% delle attività complessive. In Italia verrebbero svolte lavorazioni su componenti ad alto valore aggiunto, tra cui torrette, elettronica di bordo, sensori, sistemi di comando e controllo, integrazione operativa e supporto logistico.

Un ruolo centrale sarà affidato alla sede di Roma e al polo industriale di La Spezia, con l’obiettivo di rafforzare la filiera nazionale della difesa terrestre e ridurre la dipendenza da fornitori esteri.

La spesa militare dell’Italia nel 2026 resta al momento fissata al 2,8% del PIL, come è stato comunicato da Roma in sede NATO. Il governo, per ora, ha scelto di non ricorrere ai crediti di guerra europei del fondo SAFE destinati agli acquisti congiunti di armamenti.

Ma la tendenza ad aumentare la spesa militare e ad utilizzarla come leva per l’economia appare ormai strutturale, un vero e proprio sistema di Warfare che sta conformando l’intera Europa. Italia inclusa.

Fonte

23/08/2026

La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia

di Alessandro Volpi

In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.

Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.

Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.

Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura antiaerea e antimissile dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.

La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.

Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.

In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.

In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.

In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.

Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.

Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.

L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.

Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.

Su questo esiste il campo largo?

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga investito nella transizione ecologica e nel welfare.

Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.

Ripeto, su questo esiste il campo largo? Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre...

Fonte

08/08/2026

Cos’è l’antifascismo oggi?

di Giorgio Cremaschi

Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.

Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.

Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.

È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?

Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.

Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.

Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.

I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.

Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”

Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.

Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.

Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.

La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.

Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.

Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.

Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.

Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.

L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.

Fonte

07/08/2026

Dal governo Meloni via libera alla clausola di salvaguardia per il riarmo, il campo largo è spaccato

Alla fine, l’Italia torna all’ovile di Bruxelles, o meglio prosegue sulla strada tracciata del riarmo europeo, ormai pilastro strategico centrale di come la classe dirigente si immagina dovrà apparire in futuro il Vecchio Continente: un “porcospino d’acciaio”, come ha avuto a dire Ursula von der Leyen dell’Ucraina, un blocco armato per cercare di imporsi nella competizione globale.

Mercoledì 5 agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alle due ali del Parlamento per le comunicazioni con le quali ha annunciato la volontà di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle norme di bilancio UE per il riarmo. Si tratta, in sostanza, della possibilità di deviare temporaneamente dalle norme di bilancio del Patto di stabilità e crescita.

Era abbastanza scontato accadesse, dato che all’interno della clausola è prevista la flessibilità anche per gli investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, modifica avvenuta all’inizio di giugno proprio su istanza di Palazzo Chigi. Una farsa architettata tra Roma e Bruxelles, che mostra come l’ormai abbandonata transizione ecologica venga ritirata fuori solo per giustificare l’accelerazione sul riarmo.

Il piano illustrato dal titolare del MEF prevede di sfruttare appieno la flessibilità consentita da Bruxelles sul fronte energetico, chiedendo il massimo possibile, ovvero lo 0,6% del PIL, pari a circa 14 miliardi di euro. Riguardo alle spese militari, invece, Italia si attesterà su una richiesta dello 0,9% del PIL (circa 21-22 miliardi di euro), cifra da intendersi in maniera cumulativa per il periodo da qui al 2028.

Entro metà agosto 2026 la richiesta formale di attivazione della clausola verrà inviata a Bruxelles con la stima dei costi e l’elenco di massima delle misure. A ottobre è previsto che in merito si esprima l’Ecofin, il Consiglio dell’Unione Europea nella sua configurazione “economica”, e se tutto filerà liscio allora avverrà il voto del Parlamento italiano a maggioranza assoluta, per autorizzare lo scostamento di bilancio vero e proprio.

L’esito del passaggio parlamentare di Giorgetti ha visto l’approvazione della risoluzione di maggioranza, ma la giornata ha messo a nudo le forti tensioni politiche che attraversano sia lo schieramento di governo sia il campo largo, dato che questa decisione rappresenta un vero e proprio cappio al collo del paese.

Rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni, Giorgetti ha rimarcato che l’obiettivo primario del governo rimane quello di chiudere la legislatura uscendo dalla procedura europea per deficit. È evidente che la scelta presentata al Parlamento non aiuterà a raggiungere questo traguardo, anche solo per le sollecitazioni che causerà sui costi per il rifinanziamento del debito.

Anche per questo, in un certo senso, si chiude la gabbia dei vincoli europei attraverso il SAFE. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha presentato il ricorso al programma di acquisti comuni europei come una scelta tecnica per risparmiare un po’ rispetto all’emissione di titoli di stato italiani. Ecco preparata la trappola: i quasi 15 miliardi di spesa prenotati diventeranno la panacea contro un eccessivo aumento del debito, legando per anni, in maniera vincolante, una fetta importante della spesa pubblica alla deriva bellicista europea.

Quella che è una scelta politica diventa un’operazione di bilancio. E tuttavia, con le elezioni che si avvicinano, le formazioni parlamentari non possono rinunciare al teatrino necessario per dissimulare il fatto che tutti appartengono al partito unico della guerra. Sia a destra sia a “sinistra” si è tentato di distinguersi, soprattutto per sembrare estranei a una decisione che verrà pagata colpendo pesantemente la spesa sociale.

Nel corso della mattinata, una sospensione dei lavori richiesta dal governo è servita a riformulare il testo della risoluzione di maggioranza per ridimensionare il riferimento al SAFE. Nel testo approvato, infine, è stato scritto che per pagare lo scostamento seguente alla clausola di salvaguardia si potrà “valutare il ricorso a diverse condizioni ivi incluse ove ritenute vantaggiose quelle incluse al programma SAFE preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.

Agitando un po’ di propaganda intorno a una “italica” spesa verso cui destinare il SAFE e, dunque, anche il maggiore impegno di bilancio, nei fatti anche il Carroccio ha aperto la porta al programma europeo. Ed è in sostanza la risoluzione stessa a confermare che la richiesta del SAFE avverrà proprio per coprire le maggiori spese dovute alla clausola di salvaguardia.

Il Partito Democratico ha criticato il governo per l’assenza di qualsiasi dettaglio sui reali interventi che intende fare, ma non ha messo in dubbio l’orizzonte bellicista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha ribadito la ferma contrarietà della sua forza politica al riarmo, nonostante abbia aumentato lui stesso le spese militari e continui a sostenere lo sviluppo di una difesa europea (che è poi lo scopo del SAFE), ovvero della trasformazione della UE in un “porcospino d’acciaio”.

Per ora, qualsiasi resa dei conti interna al campo largo rispetto alle sfumature con cui aderiscono alla visione di una UE armata è stata rimandata proprio grazie alla votazione della risoluzione di centrodestra. Il testo unitario presentato da PD, M5S e AVS non è giunto al voto, e ciò è stato provvidenziale per la segreteria di Elly Schlein, dal momento che l’area riformista dem aveva già annunciato la propria contrarietà al testo, a loro avviso contrario agli impegni europei e atlantici.

C’è poco di alternativa nel campo largo, se posizioni così blandamente lontane dalle imposizioni di Bruxelles scatenano una tempesta nel PD, contro cui i pentastellati si giocano l’egemonia in un fronte sostanzialmente allineato con la deriva bellicista. Intanto, la stretta del riarmo fa un passo avanti.

Fonte

01/08/2026

La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia

di Alessandro Volpi

In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.

Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.

Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.

Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.

La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.

Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.

In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.

In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.

In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.

Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.

Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.

L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.

Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.

Su questo esiste il campo largo???

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga vincolato a investimenti nella transizione ecologica e nel welfare. Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?

Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.

Ripeto, su questo esiste il campo largo???

Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre.

Fonte

31/07/2026

La favola tragica del riarmo a costo zero

di Emiliano Brancaccio

Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.

È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.

Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.

I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.

Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.

Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui.

Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.

Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035.

Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.

L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.

All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.

In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.

A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.

Fonte

18/07/2026

Il riarmo europeo procede a velocità record

Gli stati europei si stanno armando a velocità record. È questo la conclusione è cui è giunta una nuova indagine dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e resa pubblica dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt.

Secondo quanto riferito dal rapporto dell’EDA, nel 2025 sono stati spesi 1000 euro per ogni cittadino UE per le spese militari. Dieci anni prima, nel 2014, erano 500 euro.

La spesa di tutti gli Stati membri dell’UE è aumentata del 20 percento, raggiungendo i 418 miliardi di euro nel 2025 rispetto all’anno precedente. Questo corrisponde al 2,2 percento del prodotto interno lordo (PIL) combinato dell’UE.

Nel frattempo, l’obiettivo della quota di spese militari nei paesi NATO è stato aumentato al cinque percento del PIL. Nel 2025, secondo l’EDA, i paesi dell’UE hanno speso circa 297.000 euro per soldato attivo, rispetto ai 253.000 euro del 2024.

Secondo le previsioni la spesa militare dovrebbe crescere ulteriormente nel 2026: al 2,4 percento del PIL, cioè a 454 miliardi di euro. Dall’escalation della guerra in Ucraina nel 2022, si tratta di una crescita del 47 percento.

Il 36 percento della spesa totale per la difesa probabilmente fluirà verso i cosiddetti investimenti in armi ossia nell’acquisto di attrezzature e nella ricerca e sviluppo. Nel 2025, gli investimenti nella difesa rappresentavano già il 32,2 percento della spesa totale del bilancio per la difesa.

Una ricerca svizzera del Dipartimento Federale per gli Affari Internazionali prevede che nel 2029, gli stati europei potrebbero arrivare a spendere 547 miliardi di euro in spese militari.

Il riarmo degli Stati membri dell’UE sta quindi progredendo più velocemente di quanto la FDFA avesse previsto in passato.

L’85 percento degli investimenti in armi – 115 miliardi di euro – è stato destinato all’acquisto di attrezzature nel 2025, mentre negli anni precedenti la guerra in Ucraina, meno soldi erano stati destinati al settore militare.

Un miglioramento strutturale delle capacità belliche è rimasto in ritardo: la spesa per la ricerca e lo sviluppo della difesa è salita a 17 miliardi di euro, ma ha rappresentato solo il quattro percento della spesa totale. Le spese per il personale militare, invece, sono aumentate solo del 3,8 percento.

Ed anche la cooperazione intereuropea sembra procedere più lentamente del previsto. Per aumentare la loro capacità gli stati dell’UE ritengono di dover investire più congiuntamente che individualmente. Tuttavia, l’analisi della FDFA mostra che nel 2025 solo il 24 percento delle armi è stato acquisito congiuntamente con partner UE o paesi terzi. Le collaborazioni puramente europee rappresentavano solo l’11%.

Del resto sia il segretario della Nato Rutte che la Von der Leyen continuano a fare ponti d’oro all’acquisto di armamenti statunitensi, consentendo agli azionisti dei cosiddetti “campioni europei” di decidere ancora sulla base dei dividendi economici e non delle ambizioni politiche globali della Ue. È una contraddizione interna al sistema da cui non riescono a uscire.

Fonte

08/07/2026

Il MES torna a parlare, per indorare la pillola del riarmo

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è uno degli strumenti più stringenti della gabbia dei vincoli unioneuropeisti, ma è anche una delle “ultime spiagge” di questo sistema di strozzamento dei popoli. Rimane lì, sullo sfondo, a incutere timore e a indicare la strada ai vari governi. E proprio in questo frangente fondamentale per gli orizzonti della UE torna a parlare, attraverso una nuova pubblicazione, l’Euro Area Stability Watch.

Il primo rapporto di questa nuova serie di studi si intitola “Resilienza sotto pressione”, e guarda essenzialmente alle sfide che l’Eurozona si trova ad affrontare in questa congiuntura storica, a partire – e come ci si può sbagliare – dalla tenuta dei conti pubblici e dalla crescita economica.

Rolf Strauch, capo economista del MES, ha affermato che “la resilienza non si sostiene da sola. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche che vengono fatte oggi”. Tradotto: il percorso dei trattati europei va seguito alla lettera, pena una tempesta finanziaria, e in prospettiva le uniche spese concesse sono quelle militari.

Gli esperti del MES hanno evidenziato che lo spazio per manovre fiscali va ancor di più riducendosi, e dunque ogni “misura anticrisi deve essere temporanea e mirata”. Insomma, il modello di sviluppo, per quanto fallimentare, non si cambia, e a pagarne le conseguenze saranno le classi popolari. Ogni centesimo libero sarà speso per la deriva bellicista del Vecchio Continente.

Il fatto che sempre più fondi saranno assorbiti dalla difesa e della sicurezza è visto come processo da dare per scontato, necessario e inevitabile. Viene poi calcolato che, per raggiungere i target richiesti dalla NATO (il 3,5% di spese militari in senso stretto), l’eurozona dovrà investire circa 45 miliardi di euro in più ogni anno, fino al 2035.

Il MES chiarisce anche gli indirizzi preferibili per questa spesa. Se i fondi finiranno a fornitori europei e in progetti ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro investito torneranno indietro sotto forma di crescita e gettito fiscale a lungo termine. E qui c’è il primo evidente nodo di una scelta politica, pensata in funzione di una UE capace di essere attore globale per mezzo delle armi, e a discapito di lavoratori, pensionati e, soprattutto, i più giovani.

Un moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra l’effetto sul PIL e l’incremento della spesa pubblica, che nel migliore dei casi permette un ritorno della metà di quanto speso è tutto fuorché un viatico alla crisi. L’anno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcolava dati simili, mentre la Banca d’Italia segnalava che investimenti in capitale pubblico hanno un moltiplicatore fiscale tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.

Detto in parole povere, il riarmo europeo sarà uno straordinario spostamento di ricchezza sociale, raccolta con i vari strumenti di cui dispone lo stato, verso le multinazionali della difesa, con effetti economici risibili rispetto a quelli che si potrebbero ottenere rilanciando lo sviluppo infrastrutturale e della proprietà pubblica, intesa in senso lato.

Quella del riarmo, insomma, è una scelta totalmente “anti-economica”, se volessimo ragionare secondo la patina “tecnica” che le classi dirigenti nostrane affibbiano alle proprie scelte politiche. Riarmo e difesa europei, invece, rappresentano la strada strategica imboccata dalla UE, ovvero quella di affidare alla guerra la definizione degli equilibri futuri a livello mondiale, e dunque anche il futuro dei popoli su cui governa.

Ciò è confermato da altri due fattori che, sempre secondo gli esperti del MES, rendono complessa la condizione dell’eurozona in questa fase storica. Da una parte, c’è il conflitto contro l’Iran e le interruzioni delle forniture energetiche che ha prodotto: l’aumento ulteriore dei prezzi di gas e petrolio minerebbe in profondità quel che rimane della competitività europea.

Dall’altra, c’è una sostanziale esposizione degli investitori europei a potenziali correzioni dei mercati statunitensi, in cui i titoli continuano a essere gonfiati rispetto al loro valore reale, soprattutto in virtù della bolla finanziaria sull’IA. Ecco quel che succede quando uno strumento dall’enorme potenziale per migliorare le condizioni di lavoro viene interpretato come terreno di speculazione.

Entrambi questi fattori sono parte integrante del modello economico e dell’allineamento strategico ribadito ogni giorno da Bruxelles: finanziarizzazione come risposta alla crisi, interconnesione con Washington, sostanziale complicità quando si tratta di sostenere aggressioni imperialiste, attraverso e in virtù degli accordi stretti in ambito NATO.

In pratica, la UE si è cacciata con le proprie mani in un vicolo cieco che porta inevitabilmente alla guerra, e lo spaccia come soluzione al proprio fallimento. Il MES è intervenuto per affermare ai quattro venti, di nuovo, che “there is no alternative”... ma nei fatti, ha messo in chiaro che alternative ce ne sono, eccome.

Fonte

30/06/2026

«Poveri ma bellici»: il gran pasticcio della discussa corsa al riarmo

Bruxelles, la guerra sulla difesa

«Il caos scoppiato ieri a Bruxelles sul programma di riarmo «Safe» ha messo a nudo un intruglio micidiale di incertezze burocratiche e tensioni politiche che sta dividendo sia la Commissione Europea che il governo italiano, in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti». L’accusa del Manifesto è netta e senza scorciatoie. Il Governo, che aveva prenotato 14,9 miliardi nell’agosto 2025, non ne ha ancora deciso l’attivazione. Ora l’Unione europea bottegaia: l’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma e poi quel denaro verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti. Ma anche sulla difesa, l’Italia litiga in casa.

Cos’è SAFE, Security Action For Europe

Una invenzione politico finanziaria Ue per mettere in campo fino a 150 miliardi in prestiti per l’industria militare (15 ne ha chiesto l’Italia, poi ridotti a 5), ma il faraonico progetto di riarmo appena alla sua nascita sembra sia precipitato in un paradosso in cui nemmeno il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ne conosce con esattezza i termini e le scadenze, l’accusa. Interpellato ieri il commissario ha ammesso: «Devo fare un controllo con i colleghi sulla scadenza specifica per questi programmi che sono già in corso di definizione e i Paesi stanno già firmando accordi». Eppure, sul sito ufficiale della Commissione la data limite per quantificare le richieste è fissata al 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che senza una firma rapida i 14,9 miliardi ‘opzionati dall’Italia’ verranno indirizzati altrove.

Bruxelles ora preme su Roma

Dombrovskis incerto non sa bene cosa stia accadendo, ma il portavoce Ue Thomas Regnier alza il tiro su Roma: «Il tempo è essenziale. Incoraggiamo tutti gli Stati membri che ancora non l’hanno fatto, compresa l’Italia, a procedere rapidamente alla firma degli accordi di prestito. Perché dobbiamo aiutare l’industria europea della difesa ad aumentare il ritmo». Ed ecco che per il governo nazionale la spinta europea verso l’economia di guerra è un’altra insidia che si aggiunge a Donald Trump che attacca la premier anche sul piano personale con la sua ormai tipica grossolanità maleducata. Ma un contro sono i proclami politici, e altro i conti economici veri. La tenaglia dei rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dal patto di stabilità.

Il riarmo diventa ferita politica

Giorgetti chiarisce che, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi: «È diverso il tema dell’aumento delle spese della difesa che richiedono uno scostamento di bilancio che non può essere deciso solo dal governo, né dal ministro dell’economia, ma come dice la Costituzione dal parlamento ed è quello che sarà fatto nei prossimi mesi, a settembre presumibilmente». Altro rinvio, scivolando verso ‘data da destinarsi’ e – speranza politica di una parte governativa –, verso l’oblio. Con un colpo di coda ‘scorpionesco’: «Come ministro devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costano di più o di meno rispetto al rendimento dei titoli di Stato (Btp). Se costano meno li prendo».

Per i colossi delle armi?

Per i colossi delle armi gli affari continuano anche senza i fondi Ue, sottolinea la stampa internazionale anche per contro della parte italiana del settore. E Leonardo esce allo scoperto con Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato: «Noi ci tariamo sempre su quello che è il bilancio della difesa e sappiamo che abbiamo determinati progetti già in corso e coperti dai fondi ordinari. Se il Safe sarà qualche cosa in più, sono sicuro che ci saranno dei programmi che potranno essere addirittura anticipati, altrimenti continuiamo sulla linea dei programmi già lanciati. Partendo da Michelangelo Dome».

Spunta il ‘Michelangelo Dome’

Tra fantascienza tecnica e fantapolitica. Michelangelo Dome: «Sistema difensivo che vede la cooperazione di forze di terra, mare, aria, spazio e cybersicurezza interconnessi da satelliti che vengono coordinati da personale militare con il supporto dell’intelligenza artificiale», provano a spiegare, non rassicurando. Proposta Leonardo come sistema di difesa comunitario dell’Unione Europea per operare con ‘la costellazione satellitare IRIS’, con future basi spaziali, con il futuro programma di stazione orbitante europea e il progetto di base lunare permanente in cui Leonardo è direttamente coinvolta.

Fonte

Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio

La Germania del cancelliere Merz ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi.

Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane che ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione risponde alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.

Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati a oggi 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico nazionale, autonomo dagli Stati Uniti.

Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini. Del resto, questi due teatri di conflitto rappresentano un ottimo terreno di sperimentazione diretta di nuove tecnologie e soluzioni belliche, a cui Berlino è felice di attingere.

Tra i prodotti su cui le autorità tedesche avrebbero messo gli occhi ci sono due sistemi già sviluppati e testati sul campo dall’Ucraina, in attacchi in profondità nel territorio russo: il FP-5 Flamingo, prodotto dalla società di Kiev Fire Point (coinvolta nella profonda corruzione dei vertici ucraini), con una portata dichiarata di 3 mila chilometri, e i droni-missili Bars.

Secondo quel che ha riportato il Financial Times, il colosso della difesa tedesco Diehl Defence, noto per il sistema di difesa aerea IRIS-T, ha già avviato trattative preliminari con Fire Point per produrre il Flamingo direttamente in Germania (così da immettere anche un po’ di linfa produttiva nel sistema industriale tedesco in crisi).

Il vero punto di forza di queste armi è il prezzo: circa 500 mila dollari a unità, ossia un quinto rispetto ai 2,5 milioni necessari per un singolo Tomahawk. Un vantaggio competitivo enorme, dato che l’esperienza delle ultime guerre imperialiste ha mostrato come i sistemi a basso costo siano uno strumento fondamentale per saturare le difese aeree e anti-missile dell’avversario.

Berlino però non intende slegarsi completamente dal complesso militare-industriale statunitense, anche solo per il fatto che anch’esso è sempre più integrato con quello israeliano. Infatti, la Germania avrebbe presentato una richiesta formale anche a Covenant, una startup israeliana di tecnologia militare fondata nel 2024 da Michael Kaufman, ex investitore di Thiel Capital.

Politico scrive che l’impresa è stata creata proprio con “l’obiettivo di costruire un ecosistema di fornitura europeo autonomo e linee di produzione in Germania e nel Regno Unito”, ma allo stesso tempo Covenant ha raccolto centinaia di milioni di dollari di investimenti da colossi della Silicon Valley, compreso il Founders Fund guidato proprio da Peter Thiel.

La startup sta sviluppando un sistema missilistico denominato Anthem, i cui test sul campo in Israele vedranno la partecipazione diretta di osservatori militari tedeschi. Quello che viene ovviamente taciuto è che tali tecnologie sono sviluppate dallo stato sionista come parte del suo progetto di continua espansione a discapito dei suoi vicini.

La diversificazione dei fornitori, per la Germania, si inserisce in un piano più ampio del ministero della Difesa per dotare la Bundeswehr di capacità di attacco in profondità entro i prossimi dieci anni, che dovrebbe vedere anche lo sviluppo di un missile da crociera ad alte prestazioni da produrre insieme con il Regno Unito.

Al solito, la motivazione portata a giustificazione di questa corsa al riarmo è lo sbandieramento propagandistico del “pericolo” russo, che è rappresentato dai missili Iskander e Oreshnik. Ma la realtà è quella di un riarmo pensato esattamente come strumento per un salto di qualità europeo nella competizione globale.

Questo passo in avanti è strettamente connesso alla trasformazione dell’Ucraina in un grande laboratorio e stabilimento bellico, soluzione gradita anche a Zelensky per salvarsi da una pace che decreterebbe la sua fine. Per quanto riguarda Israele, è stato lo stesso ministro della Difesa Israel Katz a dirlo: l’export militare è uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera” dello stato genocida. Servono altri motivi per lottare contro il riarmo europeo?

Fonte

07/06/2026

L’UE approva lo sforamento di bilancio per l’energia, in Italia passa il dl sul nucleare

Due giorni fa (4 giugno, ndr), a esattamente 15 anni dal giugno 2011 in cui la popolazione italiana si espresse per la seconda volta contro la costruzione delle centrali a fissione in Italia, la Legge Delega sul “nucleare sostenibile” è stata approvata alla Camera dei deputati.

Un testo di legge dai tratti fumosi, pieno di retorica e ambiguità, che non ci consegna alcuna risposta alla crisi energetica e al rincaro delle bollette – frutto della guerra in cui ci stanno conducendo le nostre classi dirigenti e della totale assenza di controllo statale sul mercato – ma che raccoglie il favore di tutto quel padronato (da Orsini di Confindustria a Cingolani di Leonardo) che spera di ricavare il proprio appalto nel grande cantiere della rinuclearizzazione.

D’altra parte, se è vero che il Governo è in affanno anche sul contenimento dei prezzi del carburante, è vero anche che l’idea del ritorno al nucleare in Italia (da Cingolani a Pichetto-Fratin) ha sempre avuto alle spalle i progressivi adeguamenti normativi, strumenti economici e sostegno politico dell’Unione Europea. Infatti, proprio lo stesso giorno, il Commissario Europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis ha annunciato l’apertura dell’UE all’ampliamento della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità anche all’energia.

La “clausola di salvaguardia” prevista come parte del piano ReArm Europe/Prontezza per il 2030 proposto dalla Commissione europea nel marzo 2025, era stata attivata nel luglio 2025 dalla Commissione Europea per permettere uno scostamento del bilancio dell’1,5% del PIL a causa della “crescente esigenza di intensificare la capacità di produzione dell’industria europea della difesa”, col “fine di rafforzare la difesa collettiva dell’UE”.

Questa clausola viene estesa ora al “rafforzamento della resilienza strutturale del sistema energetico europeo e per accelerare la transizione fuori dai combustibili fossili”, prevedendo un ulteriore sforamento fino allo 0,3% del PIL ogni anno. Ma qual è l’exit strategy europea dai fossili?

Da che è stata approvata nel 2023 la tassonomia europea delle fonti sostenibili che ha re-introdotto la fissione nucleare come fonte che “non arreca danno significativo”, fino ad arrivare al RePowerEU sull’indipendenza energetica e le materie prime critiche, è chiaro che l’UE utilizza il paravento della sostenibilità solo come ulteriore leva per perseguire il proprio rafforzamento strategico, insieme alla difesa.

Lo stesso risvolto militare del nucleare inizia ad essere sempre meno uno spettro e sempre più un obiettivo, a cominciare dal proposito di Macron di mettere l’arsenale francese a disposizione di un ombrello atomico europeo, proposito a cui si sono uniti per ora altri otto Paesi.

“Per essere liberi, bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna avere potenza” – questo afferma il Presidente Francese pochi giorni prima che la Von der Leyen, durante il Nuclear Energy Summit scelga un taglio più sobrio “Credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.

Il teatrino quindi è chiaro: siamo lontani anni luce dal proposito di aiutare le famiglie in difficoltà per il caro-bollette e soprattutto dal voler davvero contrastare la crisi climatica sempre più tangibile. Governo Meloni e Unione Europea dichiarano guerra all’ambiente, nascondendo queste politiche guerrafondaie ed ecocide dietro una finta transizione ecologica.

Smascheriamo questa bugia e organizziamoci per contrastarli! Ci vediamo il 20 giugno a Bologna per il convegno nazionale in cui approfondiremo questi temi e rilanceremo la mobilitazione ambientalista contro il Governo.

Fonte 

04/06/2026

L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa

Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta nell’operazione ospitando nel 1983 i missili Cruise con testate nucleari nella base di Comiso, in Sicilia. Gli altri paesi europei coinvolti furono Germania, Belgio e Paesi Bassi.

La Polonia non ha fatto mistero di essere pronta ad ospitare le armi nucleari Usa sul proprio territorio, dunque a ridosso dei confini russi.

Il Financial Times scrive che “Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato dopo una riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza il mese scorso, che c’era “un’intesa comune sul fatto che, mentre gli Stati Uniti si orienteranno maggiormente verso altri teatri operativi... la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono rimanere invariate”. “Voglio essere assolutamente chiaro... Se qualcuno fosse così sciocco da attaccarci, la risposta sarebbe devastante”, ha affermato Rutte”.

Il rilancio del riarmo nucleare in Europa, segna la conclusione definitiva dei negoziati avviati alla fine degli anni Ottanta (c’era ancora l’URSS) e che portò alla riduzione degli arsenali atomici dislocati in Europa.

Nella fase storica più recente, nel 2010 Obama e l’allora presidente russo Medvedev firmarono a Praga il trattato New Start, che evolveva i precedenti accordi Start sulle armi nucleari strategiche. Il trattato fissava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna delle due superpotenze.

Ma solo due anni dopo la firma del trattato, nel 2012, l’amministrazione Obama chiedeva nuovi investimenti per rafforzare il sistema di deterrenza nucleare statunitense. La prima amministrazione Trump (2026) ne avrebbe accelerato la modernizzazione. Contestualmente la Russia aveva avviato un vasto programma di aggiornamento del proprio arsenale nucleare già nel decennio 2011-2020, seguito da un nuovo piano ancora in attesa di compimento.

A livello mondiale subito dopo Stati Uniti e Russia si collocano Cina, Francia e Regno Unito, riconosciuti come Stati nucleari dal Trattato di non proliferazione (TNP).  Pechino possiede circa 600 testate, un numero in crescita costante. La Francia dispone di circa 290 testate nucleari, mentre il Regno Unito ne possiede circa 225.

In Asia ci sono poi India e Pakistan che possiedono rispettivamente circa 180 e 170 testate nucleari. Infine ci sono Israele che si stima detenga circa 90 testate e la Corea del Nord che dispone oggi di un numero stimato in circa 30 e 50 testate nucleari.

La Russia investe annualmente circa 8,5 miliardi di dollari nel settore nucleare militare, mentre gli Stati Uniti spendono in questo settore oltre 35 miliardi, quattro volte di più. La Russia possiede circa 6.370 testate atomiche. Gli Stati Uniti ne possiedono tra le 5.000 e le 6.000 a seconda delle metodologie di conteggio.

Di queste armi nucleari USA, più di un centinaio risultano ancora dislocate in Europa, e tra queste alcune decine – i dati sono però discordanti – sono stoccate in Italia, nelle basi militari di di Aviano e Ghedi.

Eppure, in teoria, l’Italia non potrebbe ospitare armi nucleari in base al Trattato di non proliferazione nucleare che ha firmato il 2 maggio del 1975. In particolare, l’articolo II del TNP è estremamente chiaro e vincolante per i Paesi che, come l’Italia, non possedevano armi atomiche al momento della firma.

L’articolo II recita testualmente: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari”. Questo impegno implicava il divieto non solo di produrre, ma anche di ricevere e ospitare sul proprio territorio ordigni nucleari di qualsiasi tipo. La sottoscrizione di questo trattato avrebbe dovuto, in teoria, rendere il suolo italiano completamente libero da tali armamenti, ma come abbiamo visto non è affatto così.

La base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, ospita circa 50 testate (tra le 20 e le 30 secondo fonti diverse, ndr), mentre la base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia, ospiterebbe il rimanente arsenale, quantificato in circa 20-40 bombe. Si tratta di ordigni nucleari B61-12 di esclusiva proprietà e controllo degli Stati Uniti, presenti nel nostro Paese nell’ambito della NATO. La base militare di Ghedi, situata a circa 25 chilometri da Brescia, è sede di una flotta di 30 cacciabombardieri F-35, velivoli progettati per il trasporto e il lancio di armamenti nucleari.

Mentre imperversano i dott. Stranamore de noantri, diventa sempre più prioritario porre il problema dell’allontanamento di queste armi nucleari dal territorio italiano in ogni agenda di politica internazionale che riguardi il nostro paese.

Fonte

31/05/2026

Il governo Meloni frena sul SAFE, ma non sul riarmo

Che ci fosse un po’ di maretta nella maggioranza era divenuto chiaro con il giallo sulla mozione che qualche giorno fa aveva tenuto col fiato sospeso il dibattito pubblico, soprattutto perché riguardava quello che ormai è l’asse portante di tutto l’assetto continentale: l’aumento delle spese militari in linea con gli obiettivi NATO.

È abbastanza chiaro che la legislatura è stata sostanzialmente ipotecata – fatta eccezione per la legge elettorale – e dunque ogni partito comincia a guardare a come ritagliarsi il proprio posto nel mercato elettorale del 2027, e il fatto che Palazzo Chigi dovrà gestire quella che per molti è la peggior crisi energetica di sempre preoccupa. Crosetto, tuttavia, deve far contenta anche la sua base sociale: il complesso militare-industriale.

È partendo da queste semplici consapevolezze che va inquadrato lo scontro che si sta consumando a Roma, e tra Roma e Bruxelles. In una conferenzza stampa del 29 maggio, Thomas Regnier, portavoce della Commissione Europea, ha confermato che l’Italia non darà seguito a tutti gli accordi preannunciati all’interno del programma SAFE (Security Action For Europe).

L’iniziativa consta di 150 miliardi di euro, finanziati a debito comune (e perciò con tassi di interesse vantaggiosi rispetto a quelli che può ottenere il governo sul mercato) la cui scadenza è fra 45 anni. Il loro scopo, sulla carta, dovrebbe essere quello di rafforzare lo sviluppo di una difesa comune europea.

Dei 14,9 miliardi di euro inizialmente prenotati da Roma, l’esecutivo sembra volerne richiedere effettivamente circa un terzo, tra i 4 e i 5 miliardi, ovvero ciò che è necessario per coprire esclusivamente i progetti già vincolati da contratti firmati. Il taglio di 10 miliardi alle promesse è esplicitamente usato come leva politica nei confronti della UE, in relazione alla mancanza di flessibilità sulle spese relative proprio allo shock dei prezzi dei carburanti e dell’energia.

Proprio oggi, 31 maggio, è fissata la scadenza per la presentazione formale dei progetti da finanziare tramite il SAFE, ma la data non è considerata dal governo come perentoria. Prima di procedere in qualsiasi senso, Roma ha deciso di attendere il 3 giugno, per avere in mano l’attesa risposta della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, a una lettera inviata il 18 maggio, in cui si chiedeva di rendere l’emergenza energetica prioritaria, al pari degli investimenti militari, e godere così della stessa flessibilità in termini di spesa.

Va dunque sottolineato un primo nodo: il governo non sta rinunciando al SAFE. Ne prende una parte, comunque sostanziosa, e spera di poter muovere Bruxelles “a più miti consigli” su una minaccia sostanziale a quel che rimane dell’industria italiana (minacciata dai prezzi dell’energia), sfruttando la centralità del paese nei programmi di riarmo europeo. Basti pensare che il Belpaese dovrebbe usare il SAFE per lo sviluppo comune del sistema satellitare Sicral2, e per l’acquisto di 272 carri armati e di 24 Eurofighter.

La sottolineatura di come il 31 maggio non sia una data perentoria è come un mettere le mani avanti per la possibilità futura di accedere ai restanti 10 miliardi per ora congelati, nel caso in cui il braccio di ferro con la Commissione non vada a buon fine. Del resto, bisogna pure considerare che c’è la necessità di fondi a buon mercato per un paese ancora sotto infrazione europea per il deficit, e che ha comunque promesso di raggiungere gli assurdi target di spesa della NATO.

Parallelamente, si muovono anche gli uomini di Fratelli d’Italia a Bruxelles. Raffaele Fitto, commissario europeo alle Politiche Regionali e di Coesione, ha avanzato la proposta di riallocare i fondi strutturali europei esistenti (come il Fondo di coesione e il Fondo europeo di sviluppo regionale) per contrastare il caro energia e la carenza di approvvigionamenti causata dalla crisi dello Stretto di Hormuz.

Roma, non a caso, si è detta favorevole, ma molte regioni europee hanno alzato un muro di proteste contro il cambio di destinazione delle risorse territoriali. Ma va detto che, ad ogni modo, per quanto articolata possa essere la strategia che sembra mettere d’accordo Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, si muove completamente all’interno della gabbia dei vincoli europei.

E anzi, non solo non ne mette in discussione l’indirizzo bellicista, ma lo promuove attivamente, al di là della retorica e della propaganda. In un’intervista a Mattino Cinque del 28 maggio, la presidente del Consiglio ha affermato che “non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa” e non per il costo del pieno e delle bollette. I dati, però dicono esattamente questo.

Lasciando da parte i trucchi di bilancio per dichiarare il raggiungimento del 2% del PIL in spese militari, in conformità con le richieste della NATO, l’Osservatorio Mil€x stima che sia stato comunque toccato il record, in termini assoluti, di spesa nel settore bellico: circa 33,9 miliardi di euro, intorno all’1,46% del PIL.

Soprattutto, il trend di crescita per l’acquisto di nuovi sistemi d’arma resta reale e ai massimi storici. Infatti, i fondi stanziati per il 2026 raggiungono i 13,1 miliardi di euro (+60% rispetto al 2022), con impegni pluriennali già approvati dal Parlamento che superano i 36 miliardi di euro. Nei prossimi 15 anni si preventivano addirittura impegni per 130 miliardi.

Insomma, il governo sta trattando non un cambio di rotta che risponda alla maggioranza della popolazione, quanto piuttosto su tempi e ritmi del massacro sociale inevitabile, dentro la gabbia europea e con la necessità di spendere ogni centesimo disponibile nella tendenza alla guerra. Per fare in modo che non sia l’attuale maggioranza a pagarne lo scotto elettorale.

Non bisognerà attendere troppi giorni per capire come evolverà la situazione. Intanto, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha convocato un vertice informale sulla sicurezza nel formato “E5” (che oltre alla Germania coinvolge il Regno Unito, la Francia, la Polonia e l’Italia) a Berlino per il 2 giugno, suscitando l’irritazione italiana, dato che si tratta della Festa della Repubblica, giornata in cui tra l’altro è prevista la tradizionale parata delle forze armate.

Roma ha chiesto formalmente un rinvio al 3 o 4 giugno (quando tra l’altro dovrebbe essere ormai nota la risposta della Commissione alla lettera del 18 maggio), ma Tajani già si prepara a partecipare nel caso in cui non venga concesso. È in sostanza sempre maggiore la pressione sugli assetti europei, che possono essere superati solo con uno strappo in cui ci saranno vincitori e vinti. Il governo non vuole essere tra gli ultimi, o per lo meno non fino a dopo le elezioni generali.

Fonte