In un discorso tenuto alla Georgetown University di Washington in occasione della “Serata della Difesa europea”, il commissario alla Difesa europeo Kubilius, ha messo nero su bianco gli orientamenti della Ue in materia di spesa militare e di ambizioni belliciste verso la Russia ma non solo.
Colpisce in un passaggio del suo intervento il livello di integrazione militare raggiunto con l’Ucraina, quella che la Von Der Leyen ha definito come il “porcospino d’acciaio” nel cuore dell’Europa, un po’ come Israele per il Medio Oriente. Il pretesto – perché di questo si tratta nonostante le geremiadi di Calenda e della Picierno – è lo scontro a tutti i costi con la Russia.
Vediamo alcuni passaggi significativi del discorso di Kubilus a Washington.
In primo c’è luogo c’è la riaffermazione dell’asse euroatlantico e della visione di questo come “giardino” da contrapporre alla “giungla”.
“L’equilibrio globale del potere sta cambiando. Cina e India stanno tornando alla leadership economica globale, come lo erano prima che Colombo salpasse per il “Nuovo Mondo”. Per gli USA può essere delicato passare nei prossimi 50 anni dalla leadership economica globale al terzo posto”.
“Un anno dopo la conclusione del nostro accordo su dazi e commercio, vale la pena ripeterlo: gli USA sono la prima economia del mondo. L’Unione Europea è la seconda economia del mondo. Come economie combinate, anche alla fine del secolo, potremmo essere in grado di mantenere la leadership economica globale. Forse. Insieme non dobbiamo temere alcun avversario. Ma da soli e divisi, siamo in pericolo”.
Ma per stare insieme il blocco euroatlantico ha bisogno di una minaccia e di un nemico e per i responsabili della Ue questo nemico è la Russia.
“Il più grande avversario, la minaccia più grande sul continente europeo è ora la Russia. Possiamo scoraggiare l’aggressione russa solo insieme. La Russia spende il 50% del suo budget nazionale per la sua macchina da guerra. La Russia sta producendo più dell’Europa in molti settori e persino degli Stati Uniti e della NATO. E sarà in grado di lanciare 10 milioni di droni l’anno prossimo.
Il Vertice NATO di Ankara lo ha chiarito: la Russia è la più grande minaccia a lungo termine per l’Europa e per la NATO. Per scoraggiare la Russia abbiamo bisogno di un’Europa più forte, per una NATO più forte. Abbiamo bisogno della NATO 3.0”.
Il Big Bang delle spese militari in Europa, è maggiore e più veloce di quanto immaginiamo
“Otto paesi europei stanno già spendendo più degli Stati Uniti per la difesa, in percentuale del PIL. I Paesi Baltici e la Polonia ora spendono più del 5% del loro PIL per la difesa di base. Gli Stati Uniti con il 3,2% sono al 9° posto. E se le tendenze continueranno, entro il 2030 i paesi europei in termini nominali, dollaro per dollaro, euro per euro spenderanno più degli Stati Uniti per la difesa: mille miliardi di dollari. L’Europa si sta mettendo al passo. Un vero big bang della difesa, che rende più forti sia l’Europa che la NATO”.
Un fiume di soldi dall’Unione Europea per l’Ucraina
“È stato positivo anche che al Vertice NATO di Ankara gli alleati abbiano promesso nuovamente: 140 miliardi di euro di sostegno per la difesa dell’Ucraina per quest’anno e il prossimo. L’Unione Europea e gli Stati Membri continueranno il nostro sostegno. Come abbiamo fatto fino ad ora, essendo il più grande sostenitore mondiale dell’Ucraina, con più di 180 miliardi di euro dall’invasione russa.
Gli Stati Membri possono ora utilizzare 150 miliardi di euro in prestiti SAFE per acquistare con l’Ucraina e per l’Ucraina. E ora i soldi del nostro prestito di sostegno all’Ucraina di 60 miliardi, destinati alla difesa dell’Ucraina, stanno iniziando ad arrivare in Ucraina.
Stiamo unendo la potenza industriale dell’Europa e la potenza innovativa dell’Ucraina”.
Nell’intervento di Kubilius, che ricordiamo è un esponente del blocco più guerrafondaio in Europa essendo un baltico come la Kallas, si sottolinea poi la profonda e accresciuta integrazione militare tra Ue e Ucraina. Per i guerrafondai europei siamo ormai alla vera e propria esegesi delle capacità militari ucraine, esattamente come accaduto per troppo tempo con Israele.
Kubilius così afferma nel suo discorso a Washington:
“Ora l’Ucraina non solo riceve sostegno, ma dà anche sostegno. Anche a noi, in Europa. L’Ucraina ha il miglior esercito non solo perché ha i migliori generali e i soldati più coraggiosi. Ma anche perché l’Ucraina ha l’industria e gli ingegneri migliori e più innovativi.
E perché l’industria della difesa ucraina è la più innovativa? All’inizio della guerra, non c’era alcuna richiesta militare da parte dei generali tradizionali dell’Ucraina per droni e per la difesa innovativa.
Stiamo imparando come trasformare la nostra industria e la dottrina di guerra dall’Ucraina. Mettendo l’Ucraina al centro delle nostre iniziative di difesa. Le nostre iniziative sull’innovazione nella difesa, gli acquisti congiunti e la produzione. E l’Ucraina fa parte di progetti di difesa paneuropei come l’Eastern Flank Watch, lo Scudo di Difesa Aerea e lo Scudo Europeo contro i missili balistici.
La scorsa settimana abbiamo firmato il patto industriale di difesa UE-Ucraina. Ed è stata istituita l’alleanza dei droni tra l’industria dell’UE e quella ucraina per produrre congiuntamente sistemi di droni e controdroni. E sono stati annunciati piani per costruire un sistema antibalistico congiunto, basato su missili prodotti dall’Ucraina e cercatori e radar europei. Stiamo unendo la potenza industriale dell’Europa e la potenza innovativa dell’Ucraina”.
In ogni riga di questo intervento del responsabile europeo alla Difesa, trasuda la logica per cui l’Unione Europea sarebbe di fronte ad una sfida esistenziale che richiede e legittima il ricorso alla guerra. La guerra in Ucraina con la Russia è stata una occasione costruita a tavolino dai membri europei della Nato per farne una crisi costituente e dotarsi degli strumenti per farla.
Questi vanno fermati, a tutti i costi, almeno tenendo fuori il nostro paese dal mattatoio che stanno preparando.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/07/2026
La UE si prepara alla guerra, senza gli Usa ma insieme all’Ucraina
14/11/2025
Germania - Verso l’arruolamento obbligatorio nelle forze armate
Secondo quanto trapelato, come previsto nella proposta di legge originale del ministro della Difesa, a tutti i diciottenni verrà inviato un questionario all’inizio del 2026 che sarà obbligatorio per gli uomini e facoltativo per le donne.
Nel primo anno, saranno reclutati circa 20 mila volontari di una certa fascia d’età. Dalla metà del 2027, circa 300 mila uomini appartenenti a una determinata fascia d’età saranno sottoposti a un esame approfondito per ottenere una panoramica di coloro che risulteranno idonei al servizio militare. Il sistema di estrazione a sorte precedentemente previsto per questa fase verrà accantonato, ma in caso di carenza di reclute volontarie, la coscrizione obbligatoria potrebbe comunque essere introdotta in una fase successiva.
Un gruppo di lavoro della coalizione di governo aveva negoziato un compromesso fino a poco prima della mezzanotte di mercoledì, dopo che un primo tentativo di accordo a metà ottobre non si era concluso.
La recente discussione ha riguardato l’opportunità di reclutare sul territorio nazionale intere fasce d’età, in caso di dubbio potrebbe essere un sorteggio a decidere chi viene arruolato. Secondo il giornale Handesblatt, il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) “deve definire l’obiettivo con cifre più precise per l’aumento del personale delle forze armate nel progetto di legge”.
I giovani tedeschi nati nel 2008, già l’anno prossimo devono essere arruolati obbligatoriamente, ma solo nella misura in cui le capacità di reclutamento che devono ancora essere costruite lo permettano.
Il nuovo “percorso di crescita” per la Bundeswher deve essere incluso nella legge con obiettivi per i livelli di personale da raggiungere annualmente. Per il prossimo anno, si applica una quota da 186.000 a 190.000 soldati. Attualmente, il numero di militari è di circa 183.000 tra uomini e donne. Nel 2035 si raggiungerà una forza organica compresa tra 255.000 e 270.000 soldati.
Pochi giorni fa il cancelliere tedesco Merz aveva annunciato che “Vogliamo rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte dell’Unione Europea, come si addice a un Paese della nostra dimensione e responsabilità”, sancendo la svolta militarista della Germania, che punta a dotarsi della forza armata più potente del continente per affrontare quella che definisce “una nuova era di minacce”. Il riferimento è ovviamente alle tensioni e al conflitto con la Russia.
Dopo la modifica al freno al debito approvata dal Bundestag, il cancelliere Friedrich Merz ha stanziato fino a 377 miliardi di euro per le spese militari, oltre ai 100 miliardi di euro previsti dal fondo speciale istituito dal precedente governo guidato da Olaf Scholz. L’obiettivo è portare la spesa militare della Germania al 3,5 per cento del Pil entro il 2029, sei anni prima della scadenza fissata da altri alleati della Nato.
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30/10/2025
In Germania è isteria di guerra nelle scuole
Sabato, ad esempio, l’ex ispettore generale della Bundeswehr, Eberhard Zorn, ha lanciato da solo il “piano d’attacco russo” regolarmente evocato dai propagandisti della NATO e dagli ufficiali dell’intelligence per il 2029: “Potrebbe essere il 2026. Potrebbe essere stasera”, ha dichiarato a Springer’s World. E il giornale non si chiede se il generale in pensione faccia sul serio, ma se sia davvero sufficiente iniziare a registrare i giovani nell’esercito fino al 2027.
Ma la propaganda non vuole davvero prendere piede. L’entusiasmo del popolo di questo paese per la guerra è ancora limitato, così come la volontà dei giovani di alzare la testa nella Bundeswehr per la “difesa” di uno Stato che non ha più nulla da offrire loro. Secondo vari sondaggi degli ultimi giorni, ad esempio dell’Università di Bielefeld o di Greenpeace, fino a due terzi dei giovani rifiutano ancora la reintroduzione del servizio militare obbligatorio, nonostante il costante fuoco propagandistico dei media.
È qui che entra in gioco Alexander Dobrindt. Il ministro dell’Interno della Repubblica Federale Tedesca vuole rivolgersi direttamente ai giovani, lì dove non possono fuggire: a scuola. In un’intervista all’Handelsblatt (edizione domenicale), l’uomo della CSU ha annunciato di voler lavorare alla prossima conferenza dei ministri dell’Interno per “integrare il tema della prevenzione delle crisi nella vita scolastica di tutti i giorni”.
Il suo suggerimento è “che in un anno scolastico, in una doppia lezione, gli studenti più grandi discutano quali scenari di minaccia possono esserci e come prepararsi ad affrontarli”. Dopotutto, i bambini sono “importanti portatori di conoscenza” nelle famiglie.
A quanto pare, il ministro federale dell’Interno spera che gli scolari – spaventati da alcuni “scenari di minaccia” – portino con sé la paura della Russia per infettare i loro genitori e fratelli.
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13/09/2025
Crosetto confessa le ragioni del bellicismo del governo
Infatti, succede che un ex mercante d’armi, diventato ministro della Difesa, non ha resistito alla tentazione di parlare troppo e ha così svelato l’inconfessabile ragione del bellicismo sfrenato che attraversa il governo italiano e le cancellerie europee, trasuda dalle tv, alimenta gli opinionisti, tanto che sia la carta stampata che il digitale ne sono letteralmente intrisi.
Si sostengono tesi ardite a proposito della necessità di prepararsi alla guerra, tanto che un altro ex ministro della difesa, l’ineffabile Ursula von der Leyen, ha ipotizzato niente meno che 800 miliardi di euro per armare l’Europa, il fantascientifico ReArm Europe (rinominato poi Readiness 2030, cioè “stiamo all’erta”).
Complessivamente si pianificherebbe un investimento annuo pari al 3,5% del PIL, vale a dire l’1,5% per soddisfare l’obiettivo Eu più il 2% preteso dalla Nato, uno sproposito. Il tutto mentre Trump con la sua proverbiale arroganza promette dazi da una parte e armi all’Ucraina dall’altra, che però dovrà pagare l’Ue.
Fin qui è chiaro come vogliono fare. La domanda è: perché? Se non che è diventato chiaro perché si ostinano a parlare di guerra. Ed è qui che interviene il ministro Crosetto. Che, tomo tomo cacchio cacchio – come direbbe Totò – dice candidamente a Paola Di Caro che lo intervista per il Corriere (vedi pag.13 del 12/09):
“Né io, né Giorgetti (ministro dell’Economia, ndr), né la premier siamo sprovveduti. La nostra linea è investire in maniera tale da avere ricadute sul Pil interno, usando la capacità produttiva italiana, e utilizzare la tecnologia militare anche per far crescere quello che può trovare applicazioni civili. Un esempio: se lavoro sugli elicotteri Augusta per uso militare, contemporaneamente ne favorisco l’eccellenza anche per le produzioni civili”.Notate quel “anche”!
Finalmente è tutto chiaro. Con il pretesto artificiosamente reso impellente di armarsi, lo Stato finanzia direttamente gli industriali con danaro pubblico.
Addio neoliberismo? Macché. “Meno Stato più mercato” vale solo e sempre per la Sanità, la Scuola e la Previdenza pubbliche. Alla famosa “manina invisibile del mercato” bisogna semplicemente darle un’arma da guerra, si ché per far fare i profitti ai soliti, visto che non sono più capaci di essere competitivi come si erano sempre vantati di essere, bisogna fare i neoliberisti coi più deboli e neokeynesiani con i più forti.
Insomma, il riarmo è uno sfacciato pretesto per nascondere che i soldi a palate andranno alla siderurgia, alla manifattura, alla tecnologia italiana ed europea, incapaci di competere con i mercati globali.
Quando la giornalista del Corriere sbotta: “ma sono comunque tantissimi soldi”, ecco Crosetto, senza pudore, rispondere: “Ma nessuno pensa di arrivare al 3,5% domani, parliamo del 2035”. Vale a dire: le nostre politiche di oggi voi le pagherete come minimo durante i prossimi dieci anni.
Sempre che a forza di giocare con le armi, non parta un colpo e succeda davvero l’irreparabile.
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24/08/2025
355 miliardi di euro per una Germania militare da far paura
«Per ora si tratta di spese definite a livello tabellare, nella rigida e fredda contabilità di cui i decisori germanici sono maestri, ma che danno l’idea dell’ampiezza dell’ambizione di Berlino», avverte Andrea Muratore su Inside Over.
Lista della spesa colossale
La lista delle spesa militare in ordine crescente nei 15 anni. 13,3 miliardi per le comunicazioni satellitari delle forze armate; 15,9 miliardi per rinnovare la sistemistica di telecomunicazione; 20,8 miliardi per veicoli e strumentazione ad essi dedicata; 20,9 miliardi per materiale da campo e strumentazione utile alle truppe combattenti. Poi i ‘grossi calibri’: 34,2 miliardi destinati alla Luftwaffe per il rinnovo del parco aeronautico e degli apparati missilistici, 36,6 miliardi per navi e sottomarini, 52,5 miliardi per carri armati e altri veicoli da combattimento, ben 70,3 miliardi di euro per il munizionamento di artiglieria, mortai, fanteria, contraerea e via dicendo.
Fino a 52 miliardi di euro l’anno
L’ondata di fondi tedeschi per il riarmo. «Il portale tedesco Hartpunkt, specializzato in questioni di sicurezza, ha ben riassunto le linee guida di bilancio del governo di coalizione tra Cdu e Spd, sottolineando come la spesa-extra potrà essere incrementata e si avrà un picco di spesa nel 2029-2030. In quegli anni si prevede che la Germania spenda 52 miliardi di euro l’anno in acquisizione di strumenti militari. Per fare un paragone, tutta la spesa militare del 2024 era pari a 86-88 miliardi di euro secondo le varie stime a disposizione. La Germania vuole spendere nei prossimi anni, per due anni di fila, oltre la metà di questa cifra solo per procacciarsi nuova strumentazione militare».
European Sky Shield Initiative
Con ogni probabilità, nel programma di spesa rientreranno quei progetti di espansione delle forze armate tedesche già avviati da tempo e non ancora totalmente coperti dal Fondo Speciale introdotto da Olaf Scholz nel 2022. «Tra questi, si segnalano il progetto dell’European Sky Shield Initiative (Essi) per un’antiaerea continentale a guida tedesca, il piano congiunto con l’Italia per sviluppare con la joint venture Rheinmetall-Leonardo la costruzione dei moderni carri armati Panther, la produzione dei caccia F-35 destinati alla Luftwaffe in terra tedesca, il progetto tedesco-britannico per costruire un nuovo sistema di attacco balistico in profondità (Deep Precision Strike) per Berlino e Londra».
Rilancio della capacità militare tedesca
Dietro i numeri una discutibile strategia geopolitica e industriale. La Germania punta molto sul rilancio della sua capacità militare. Gli Anni Trenta del Duemila dovranno, nelle intenzioni di Merz, essere contraddistinti dal rilancio della capacità combattente della Bundeswehr e dalla ripresa di Berlino, già oggi quarta capitale al mondo per spesa militare, nel gotha delle potenze militari mondiali.
Germania sempre sul fronte russo
La Germania di Merz crede in un prossimo decennio segnato dal rischio di un confronto diretto con la Russia sull’Ucraina (lettura baltica delle crisi) e al momento sulla necessità di garantire a Kiev le adeguate garanzie di sicurezza. «Al contempo, questo riarmo dovrà il più possibile presentarsi come progetto Made in Germany per far evolvere le prospettive industriali di settori produttivi messi alle corde dai dazi, dalla crisi energetica degli anni scorsi, dall’appannamento della potenza commerciale tedesca».
Riarmo solo rilancio industriale?
«La mercantilista Germania prevede un piano di vero e proprio keynesismo militare da quindici anni per sostenere la sua economia, oltre che le sue forze armate: il riarmo è l’unica emergenza che poteva consentire il consolidamento di tale svolta».
Potere al ‘falco’ Pistorius
Nei prossimi anni, regista del riarmo sarà il ministro della Difesa Boris Pistorius: «Il piano introduce impegni a lungo termine noti come ‘Verpflichtungsermächtigungen,’ o autorizzazioni di impegno, validi dal 2027 al 2041, per un valore di circa 325 miliardi di euro, che consentono al Ministero della Difesa di firmare contratti per sistemi importanti come carri armati, navi e aerei che saranno consegnati negli anni successivi», nota Defense-Blog.
Industria militare a spinta
Pistorius pressa l’industria perché si prepari alla grande sfida del riarmo e otterrà la capacità di accelerare sulla conclusione dei contratti e della disposizione dei programmi di spesa per rassicurare le imprese e la filiera sulla certezza degli ordini e dei flussi di cassa, vero e proprio cruccio per il settore difesa, avverte Andrea Muratore.
Sfide aperte per Berlino
Disponibilità di acciaio, capacità di mantenere quote di manodopera all’altezza delle commesse, gestione di una logistica di materie prime, semilavorati e mezzi efficienti metteranno alla prova la capacità industriale tedesca. «I soldi ci sono, ma da soli non bastano. Servono strategia e programmazione per gestire la sfida industriale e serviranno visione politica e sangue freddo per non vedere come un fine in sé, come spesso sembra essere, il programma di rilancio delle forze armate in un mondo complesso».
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23/07/2025
Nato e Ue spingono la Moldavia in guerra contro la Russia
Secondo quanto si apprende dal Rapporto, la Nato sta trasformando il piccolo Paese stretto tra Ucraina e Romania in un avamposto strategico sul fianco orientale, modernizzando gli aeroporti, creando hub logistici e adattando le ferrovie all’eventuale rapido dispiegamento delle forze atlantiche ai confini con la Russia.
Il rapporto del Servizio di intelligence estero russo
“La Nato si sta preparando attivamente a utilizzare la Moldavia in un possibile conflitto armato con la Russia. A Bruxelles è stata presa la decisione di accelerare la trasformazione di questo Paese in una testa di ponte avanzata dell’alleanza sul fianco orientale”, si legge nel Rapporto.
“Le forze Nato stanno trasformando la repubblica agraria, un tempo pacifica, in un banco di prova militare, attuando progetti per il passaggio allo scartamento ferroviario europeo e per l’aumento della capacità di transito dei ponti. Si stanno costruendo hub logistici, grandi magazzini e siti per la concentrazione di equipaggiamento militare”, continua l’Svr.
A oggi, la Moldavia non fa parte né dell’Unione Europea, né della Nato. Ma dalla salita al potere nel dicembre del 2020 della presidente Maia Sandu, il Paese sta scivolando verso l’Occidente, cavalcando d’altra parte la retorica antirussa e reprimendo duramente chiunque si opponga al percorso euroatlantico dell’ex Repubblica sovietica.
La presidente Sandu schiera la Moldavia con l’Occidente
I governi occidentali “stanno costringendo Chisinau ad adottare i concetti di guerra della Nato. L’esercito moldavo viene inondato di istruttori militari provenienti dagli stati dell’alleanza”, continua il Rapporto.
“Il regime di Maia Sandu è pronto a soddisfare tutte le richieste dell’Occidente. Chisinau conta molto sul sostegno materiale e organizzativo degli stati membri della Nato per il partito della presidente Azione e solidarietà (Pas) alle prossime elezioni parlamentari del 28 settembre”, afferma l’Svr.
Al di là della propaganda contenuta nel rapporto, è da registrare che la presidente Sandu ha promesso ai vertici Nato di revocare lo status di Stato neutrale per la Moldavia in caso di vittoria parlamentare da parte del Pas.
Guerra e repressione nell’agenda politica moldava
Ad aumentare la tensione non solo le parole, ma i fatti. Solo pochi giorni fa, il 19 luglio il Comitato elettorale centrale della Moldavia ha vietato all’opposizione di Victoria-Pobeda la partecipazione alle prossime elezioni parlamentari con l’accusa di essere filorussi.
La dinamica è simile a quanto è avvenuto negli ultimi anni in Ucraina, dove dal 2022 il regime di Zelensky – il cui mandato ricordiamo è scaduto nella primavera del 2024 – ha messo fuorilegge ben 11 partiti con la stessa accusa.
A fine novembre 2024 invece la Moldavia e il Regno Unito, alla presenza interessata della ministra degli Esteri della Romania, hanno firmato un accordo di collaborazione nel campo della difesa e della sicurezza con l’obiettivo di contrastare le “minacce provenienti dalla Russia”.
A scuotere il Paese ci aveva già pensato a fine ottobre il contestato esito referendario per l’inserimento in Costituzione dell’adesione della Moldavia all’Ue. In quell’occasione, il Sì aveva vinto per un pugno di voti dopo che i sondaggi attribuivano un solido vantaggio al No e dopo che l’opzione contraria era stata in vantaggio per tutto il conteggio notturno. A differenza di quanto avvenuto in Romania, i vertici occidentali riconobbero immediatamente il voto.
Non sorprende che l’avvicinamento al referendum e alle elezioni presidenziali, vinte dal Pas al ballottaggio, sia stato caratterizzato da forti proteste antigovernative e da un clima repressivo cresciuto durante la presidenza Sandu.
La guerra a oltranza di Nato e Ue contro la Russia
Il rapporto dell’Svr si inserisce nel più generale “piano B” di continuazione della guerra a oltranza contro la Russia in caso di sconfitta occidentale sul campo ucraino.
Come dichiarato alla Tass da Ralph Bosshard, ufficiale svizzero ed ex consigliere militare del segretario generale dell’Osce, l’utilizzo della Moldavia come ariete contro Mosca significa che Bruxelles considera compromessa la difesa ucraina delle regioni meridionali, in particolare le aree costiere come Odessa, le quali secondo l’analista “prima o poi passeranno alla Russia”.
Ma è tutta l’Europa orientale ad accentuare la retorica bellicista e filoatlantica del ritorno dell’“orso russo”. Dalla Scandinavia al Mar Nero, passando per i Paesi baltici, Polonia, Romania e Bulgaria (con le sole eccezioni di Ungheria e Slovacchia, a guida di conservatori o socialdemocratici), è tutto un pericoloso richiamo alle armi per la difesa del suprematismo europeo, mascherato ovviamente da libertà occidentale.
Lo spostamento a est dell’asse europeo rispetto al duo Parigi-Berlino non fa che ridurre all’opzione guerrafondaia la strategia dell’Unione europea per rispondere alla crisi sistemica in cui sono finiti gli imperialismi occidentali.
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23/05/2025
La UE trova i soldi per il riarmo e vara la Forza di Dispiegamento Rapido
Tramite il SAFE, saranno erogati prestiti fino a 150 miliardi di euro, garantiti dal bilancio europeo. L’importanza di questo programma è nel fatto che, tolta la maggiore libertà fiscale accordata tramite le clausole di salvaguardia sulle spese per la difesa, di cui si può avvantaggiare maggiormente la Germania, il SAFE rivoluziona davvero il quadro del complesso militare-industriale europeo.
Lo rivoluziona nella misura in cui i suoi prestiti sono pensati per incentivare la produzione bellica integrata a livello europeo, per favorire le forniture interne al Vecchio Continente, per stimolare il “Buy European” e ridurre le dipendenze dall’estero. Insomma, è lo strumento appositamente pensato per sviluppare una maggiore autonomia strategica e militare della UE.
In ogni caso, attraverso i prestiti del SAFE Bruxelles punta a costruire un impianto davvero continentale di difesa, che tenga dentro tutti coloro che sono associati alla UE sul piano economico. Infatti, i fondi verranno affidati a quei progetti in cui almeno il 65% del valore del sistema d’arma è prodotto in uno stato della UE, dello Spazio economico europeo o anche dell’Associazione europea di libero scambio.
Eleggibili in questo 65% sono poi anche altri partner di rilevanza strategica: vi è già stata inserita l’Ucraina, come era stato annunciato e promesso, mentre la lista potrebbe allungarsi con Regno Unito, Norvegia, Corea del Sud e Giappone sulla base di accordi bilaterali che dovranno essere stipulati.
Salta certamente all’occhio come non compaiano gli Stati Uniti, le cui produzioni collegate finiranno dunque nel 35% di valore rimanente. Un evidente segnale per cui l’architettura della difesa europea è pensata in relazione a sfide globali (come quelle dell’Indo-Pacifico), ma nettamente in autonomia, anche se non in opposizione, agli interessi di Washington.
Del resto, con il SAFE la UE chiede pure alle sue aziende di mantenere la “autorità di progettazione” dei sistemi acquistati: una misura pensata per proteggersi dal “kill switch”, ovvero dal meccanismo con cui il fornitore può disattivare persino a distanza l’operatività dei prodotti venduti, tema che era finito all’attenzione dei media proprio con alcuni aerei di fabbricazione statunitense.
I settori che rappresentano una priorità per i finanziamenti SAFE sono quelli della guerra contemporanea, così come è stata sperimentata in Ucraina e in Medio Oriente: munizioni e difesa aerea, certo, ma anche sistemi anti-droni, guerra elettronica e mobilità militare. Devono essere almeno due i paesi coinvolti nei progetti, che dovranno essere presentati entro due mesi dall’approvazione definitiva del fondo.
Accanto a questo grande passo per la definitiva cementazione di un sistema industriale della difesa davvero europeo, è passato un poco più in sordina il via libera dato a un altro strumento a lungo dibattuto, che rappresenta pienamente la volontà comunitaria di proiezione verso mire imperialistiche continentali: il contingente di ‘Capacità – o Forza – di dispiegamento rapido dell’UE’, denominato RDC.
Si tratta del primo nucleo di un esercito europeo, un contingente di 5 mila soldati che ha raggiunto la piena operatività già all’inizio del 2025 e ora ha ricevuto il sostegno politico dei ministri della Difesa e degli Esteri dei membri UE, come ha annunciato Kaja Kallas martedì sera. La politica estone ha affermato che “questo permetterà all’Europa di agire più rapidamente quando scoppiano le crisi”.
È bene essere precisi: si tratta infatti di un’unità militare pensata appositamente per operazioni specifiche, secondo piani già definiti nella Strategic Compass europea del 2022. La funzione affidatagli è in particolare quella di interventi di salvataggio ed evacuazione in aree di conflitto all’estero, o quella di fornire aiuti umanitari e soccorsi in caso di disastri.
I paesi europei devono approvare, di volta in volta, il dispiegamento del RDC, un percorso ovviamente complesso e farraginoso. Ma si tratta comunque di un salto di qualità importante nella capacità di proiezione militare di Bruxelles, soprattutto se si considera la facilità con cui, nella narrazione occidentale, ‘crisi’, ‘disastri’ e ‘missioni umanitarie’ diventano occasioni di intervento armato arbitrario.
Non a caso, per alcuni un primo teatro per il dispiegamento del RDC potrebbe essere proprio l’Ucraina, nell’eventualità dell’imposizione di un cessate il fuoco, seppur sia una possibilità piuttosto controversa. Ad ogni modo, la velocità con cui la UE si avvia a strutturare una propria architettura militare a 360 gradi è preoccupante, e va combattuta con indipendenza rispetto a coloro che fino a oggi si sono fatti promotori di tale deriva bellicista.
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17/05/2025
Spese militari al 2% del PIL (forse)... ma è solo l’inizio
Il ministro italiano ha detto che Giorgia Meloni avrebbe voluto annunciarlo al summit NATO del 24 e 25 giugno, di cui l’incontro di Antalya è un passaggio preparatorio. Ma alla fine Tajani ha preferito fregiarsene subito, durante un’occasione che aveva al centro, oltre all’espansione della produzione e il rafforzamento di deterrenza e difesa, anche l’aumento delle spese militari.
Nelle parole di Tajani c’è sicuramente la volontà di mostrarsi sulla buona strada rispetto agli impegni presi, arrivando alla soglia di spesa fissata ormai nel 2014. Ma andando più a fondo è anche una mossa di un governo che sa di non avere molto spazio fiscale, e che a fine giugno la NATO deciderà obiettivi finanziari molto più onerosi.
Infatti, nemmeno un mese fa Rutte, di ritorno da un incontro a Washington con il presidente statunitense Donald Trump, aveva annunciato la volontà di fissare una nuova soglia di spesa al 5% del PIL, da raggiungere gradualmente entro il 2032. Del resto, si prevede che entro la fine del 2025 tutti i paesi dell’alleanza raggiungeranno il 2%, e perciò si vuole spingere l’acceleratore sulla deriva bellicista.
L’idea sarebbe quella di toccare il 3,5% del PIL per la difesa in senso stretto – i core military requirements, elaborati secondo i criteri di calcolo di spesa attualmente in uso tra i membri dell’alleanza atlantica – e l’1,5% in più generiche spese per la sicurezza, i broader defence related investments, la cui definizione dovrà essere contrattata, e che sicuramente sarà tema del vertice NATO di fine giugno all’Aja.
Su questa divisione di spesa Tajani non è molto d’accordo, e ha affermato di ritenere più equilibrato un investimento del 3% nella difesa in senso stretto e del 2% nella sicurezza. La soglia del 2% raggiunta in questi giorni, annunciata da Tajani e poi anche da Crosetto, quasi sicuramente è stata raggiunta conteggiando nel totale un insieme di spese non propriamente militari.
L’osservatorio Milex ha calcolato per il 2025 una spesa militare italiana secondo i criteri NATO di poco superiore ai 35 miliardi: mancano 10 miliardi all’appello per raggiungere la soglia del 2% del PIL. Probabilmente oggi sono state conteggiate anche le pensioni militari, le spese della Guardia costiera e della Guardia di finanza, e forse altri fondi del ministero dell’Università e dell’Industria.
C’è chi valuta che, nelle spese militari largamente intese, il governo voglia considerare anche quelle per il Ponte sullo Stretto di Messina, di cui è stata dichiarata l’importanza strategica. Quello di Tajani è un annuncio che mostra la buona volontà italiana nella militarizzazione dell’economia, ma che serve anche a mandare un messaggio rispetto alla trattativa che riguarderà i paesi NATO nei prossimi mesi.
L’obiettivo, ad ogni modo, è condiviso: sollevare gli Stati Uniti da parte del peso della spesa per l’alleanza atlantica. Passare dal burden shifting, ossia dal semplice spostamento degli oneri, al burden sharing, ovvero la condivisione di essi, stando al contenuto di una lettera inviata da Rutte ai membri della NATO, anticipata dalla rivista tedesca Der Spiegel.
Un percorso che asseconderebbe i desideri di Washington, ma che rappresenta anche la giustificazione del progresso nell’edificazione di una compiuta difesa europea. Proprio ieri, 16 maggio, si è svolta a Roma la quarta riunione dell’E5, un formato di cooperazione informale tra i ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania, Polonia e Regno Unito.
L’obiettivo di questo tipo di forum, si legge sul sito della Difesa italiana, è quello di promuovere una “maggiore autonomia strategica dell’Europa nella gestione delle proprie questioni di sicurezza, pur mantenendo saldi legami con la NATO e con l’Unione Europea”. Ne fanno infatti parte i cinque grandi attori del complesso militare-industriale europeo.
Le prime tre economie della UE, il bastione del fronte orientale di Unione Europea e NATO, e il Regno Unito. Sono questi gli attori che si candidano a guidare un nuovo sistema integrato delle difese del Vecchio Continente, come strumento strategico fondamentale in questa fase della competizione globale. Per questo il 2% è solo l’inizio...
Fonte
08/04/2025
In Europa si torna a parlare di coscrizione obbligatoria
La coscrizione obbligatoria era stata abbandonata o sospesa quasi ovunque in Europa tra gli anni ’90 e i primi dieci anni del duemila. Ma il clima bellicista che ormai emerge dal linguaggio politico come dalle scelte concrete con il piano di riarmo europeo della Von der Leyen, sta però riportando all’ordine del giorno una crescente militarizzazione dell’economia e del senso comune.
Capofila di questa tendenza è, quasi ovviamente, la Germania dove la reintroduzione della coscrizione obbligatoria è diventata tema di dibattito nella formazione del nuovo governo di coalizione tra Cdu-Spd e Verdi.
E proprio i Verdi hanno presentato una proposta per introdurre l’istituto del “servizio di libertà” che renderebbe obbligatorio per tutti i cittadini – tedeschi e non – prestare volontariato in uno degli apparati dello stato. La proposta è stata formulata in modo piuttosto ambiguo.
La leva obbligatoria in Germania è attualmente in fase di discussione all’interno dell’appena subentrato governo e sembra godere di forti consensi da parte degli esponenti politici. Con la proposta dei Verdi si offrirebbe la possibilità di scegliere ai cittadini tra volontariato civile o militare, estendendo tuttavia l’obbligo all’intera popolazione e non limitatamente – come invece avverrebbe con la leva militare – solo ai giovani neomaggiorenni.
Il Ministero dell’Interno, Nancy Faeser (SPD), ha chiesto che i giovani siano preparati alle crisi e ai possibili eventi di guerra. “Alla luce dell’evoluzione della situazione della politica di sicurezza negli ultimi tempi, si dovrebbe porre maggiore attenzione sulla protezione civile, anche nell’istruzione scolastica”, ha detto lunedì il quotidiano tedesco Handelsblatt citando un portavoce del ministero. Nell’articolo si riporta anche l’auspicio del responsabile della sicurezza della CDU Roderich Kiesewetter, secondo cui: “È imperativo che l’emergenza sia praticata, perché gli studenti sono particolarmente vulnerabili e particolarmente colpiti in un’emergenza”.
In Europa attualmente prevale ancora la volontarietà della leva militare. Il servizio militare su base volontaria è stato introdotto in Belgio dal 1994, in Portogallo dal 1999, nel Regno Unito dal 2001, in Spagna dal 2002, in Italia dal 2005, in Francia dal 2006, in Germania nel 2011. Ma oggi in molti paesi sta tornando a crescere l’interesse per forme di coscrizione obbligatoria.
Anche la Svezia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato nel mese di settembre dello scorso anno il ripristino del servizio militare obbligatorio a partire dal 2028, otto anni dopo la sua soppressione. Ad essere chiamati alle armi saranno tutti i giovani nati dopo il 1999.
In Italia la leva obbligatoria era stata sospesa nel 2005 con la legge numero 226 del 23 agosto 2004. Ma Salvini era tornato a parlare della reintroduzione della ferma obbligatoria nel corso della campagna elettorale del 2018, ma oggi nel clima di guerra dominante quella che allora era sembrata una boutade viene ripresa in considerazione.
Ma le controindicazioni alla coscrizione obbligatoria non stanno solo nella minore o maggiore vocazione guerrafondaia dei governi. Ad esempio ci sono “limiti strutturali” che nel tempo potrebbero incidere seriamente sulla efficacia della leva militare di massa.
Secondo gli scenari indicati dall’Istituto Bruegel (un think thank dei poteri forti europei) l’Unione Europea sta per entrare in un’era di declino demografico che cambierà profondamente il suo assetto socio-economico. A partire dal 2026, la popolazione del continente inizierà a ridursi, con impatti tangibili su economia, mercato del lavoro e welfare. Lo scenario indicato dall’Istituto Bruegel è a tinta grigia: entro il 2050, ben 22 Stati membri sui 27 della Ue vedranno una riduzione della popolazione in età lavorativa, mentre la quota di over 85 raddoppierà.
Ma il problema non è solo numerico, è anche geografico: il calo sarà più marcato nei Paesi dell’Est e dell’Europa euromediterranea, dove a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) si somma la scarsa capacità di attrarre immigrati. In altre parole, mentre le economie più sviluppate del Nord e dell’Ovest riusciranno a tamponare il problema grazie a una maggiore immigrazione, l’Europa del Sud e dell’Est rischiano di trovarsi con le spalle al muro a causa dell’ invecchiamento e dello spopolamento.
Ad esempio Italia, Spagna e Grecia sono i tre Paesi più colpiti dal calo della popolazione in età lavorativa e quindi anche “militarizzabile”: entro il 2050, gli under 65 diminuiranno del 20%, mentre gli over 65 aumenteranno del 40%.
E poi c’è la fuga all’estero dei giovani dai paesi in questione. L’Ue ha fissato come obiettivo per il 2030 un tasso di fuga dei giovani dai propri paesi inferiore al 9%, ma Italia, Spagna e Grecia sono ben lontane da questo obiettivo. Anche nell’Europa dell’Est (quindi dei paesi più vicini alla “frontiera di guerra”, ndr) è in corso lo spopolamento da parte dei giovani. Paesi come Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria stanno sperimentando una doppia emorragia: da un lato, la natalità è in calo vertiginoso; dall’altro, migliaia di giovani lasciano ogni anno i loro Paesi d’origine per cercare migliori opportunità altrove. Le difficoltà nell’arruolamento militare in Ucraina ha già rivelato questa contraddizione.
Sia la Nato che alcuni rapporti dei servizi di sicurezza tedeschi parlano insistentemente del 2030 come “anno fatidico” in cui la guerra potrebbe rivelarsi come opzione sul tappeto della storia in Europa.
Ma i governi guerrafondai devono fare i conti con un sentimento delle proprie popolazioni niente affatto coincidente con i propri progetti bellicosi.
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| Sondaggio Gallup. In rosso i contrari a combattere per il proprio paese |
Un recente sondaggio della Gallup ha rivelato che nell’Unione Europea sono una minoranza coloro che si dicono oggi disponibili a combattere per il proprio paese. Fatta eccezione per la Finlandia (74%), la Grecia (54%) e la Polonia (45%), negli altri paesi le percentuali di disponibilità a combattere diminuiscono vertiginosamente.
In Germania solo il 23 per cento combatterebbe per difendere il proprio stato. In Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. In Italia ha risposto sì solo il 14 per cento.
Se i governi europei vorranno mettere mano alla questione, e ripristinare la leva obbligatoria per dotare di “carne da cannone” le proprie forze armate, dobbiamo aspettarci già dai prossimi mesi una intensificazione della propaganda bellicista, in particolare nelle scuole e nelle università.
Un processo del resto già avviato da tempo, come denunciano l’Osservatorio contro la militarizzazione di scuola e università o organizzazioni giovanili come Cambiare Rotta. Nulla esclude che tra qualche mese il ministero dell’istruzione venga avanti con l’Alternanza Scuola-Caserma oltre a quella scuola-lavoro. Alle guerre servono carne da cannone ma il problema, anche in questo caso, potrebbe essere quello della scarsità.
Fonte
28/03/2025
Il nuovo disordine mondiale / 28: l’antifascismo europeista e la diplomazia delle armi
di Sandro Moiso
“Il nazismo è una forma di colonizzazione dell’uomo bianco sull’uomo bianco, uno choc di ritorno per gli europei colonizzatori: una civiltà che giustifica la colonizzazione [...] chiama il suo Hitler, voglio dire il suo castigo. (Hitler) ha applicato all’Europa dei processi colonialisti afferenti, fino a quel momento, solo agli arabi d’Algeria, ai servi dell’India e ai negri d’Africa” (Aimé Césaire)
“L’antifascismo è il peggior prodotto del fascismo” (Amadeo Bordiga)
La vera novità del nuovo giro di valzer di “The Donald 2.0” e dai suoi cavalieri dell’Apocalisse hi-tech è rappresentata dall’aggressività di carattere economico, ma anche politico, nei confronti degli “alleati” europei e non solo. Da lì deriva lo smarrimento manifestato da editorialisti, opinionisti, rappresentati politici e pennivendoli di vario livello di fronte ad un’America che rischierebbe di perdere le sue prerogative di custode dell’ordine liberal-democratico occidentale e, quindi, planetario.
Ecco allora alzarsi, dal World Economic Forum di Davos o dall’aula parlamentare di Bruxelles per voce di Ursula von der Leyen così come dalle pagine di «Repubblica», del «Corriere della Sera » o dalla penna di uno stagionato rappresentante dei nouveaux philosophes come Bernard-Henri Lévy, un autentico peana per l’età dell’oro perduta e di rimpianto per quando l’America, gli States, la Land of Freedom svolgevano davvero il lavoro affidatogli dal Manifest Destiny1 ovvero proteggere e sviluppare gli interessi occidentali, quindi anche europei, in tutto il mondo.
Purtroppo, però, per gli autori di questi plaidoyer per i principi e i diritti perduti, l’attuale politica americana porta alla luce ciò che ha sempre sotteso la democrazia bianca e liberale trionfante nel corso del secolo americano. Una politica di feroci disuguaglianze all’interno e all’estero, di repressione indiscriminata nei confronti di qualsiasi opposizione o resistenza, una politica imperiale sapientemente divisa tra il big stick delle armi, delle flotte e dei bombardamenti indiscriminati e la carota degli aiuti “umanitari” e dei dollari distribuiti a pioggia tra gli alleati più fedeli a garanzia dell’ordine imperiale mondiale.
Tanto da spingere la giornalista italo-marocchina Karima Moual a chiedere provocatoriamente ai politici italiani ed europei: «Come ci si sente se Trump tratta l’Europa da debole? Come ci si sente se i diritti e la giustizia sono sottomessi al business? Tutto questo lo conoscono bene e da tante tempo i popoli arabi e quelli dell’Africa»2.
Certo, c’è da dire, le posizioni espresse dall’attuale amministrazione americana, dal possibile ritiro dall’impegno militare in Europa e nella Nato fino ai dazi sui prodotti europei e canadesi (oltre che cinesi) e al disconoscimento di organizzazioni internazionali ormai fallimentari come l’ONU o il tribunale penale internazionale dell’Aja o l’estromissione dei maggiori paesi europei da qualsiasi trattativa diplomatica riguardante le sorti dell’Ucraina, non sono, come molta stampa liberaldemocratica vorrebbe far credere, frutto di decisioni improvvise e inaspettate. Piuttosto, invece, sono il frutto obbligato di una crisi dell’Occidente che ha finito, inevitabilmente, col riflettersi nel voto americano, prima, e nel sistema delle alleanze interne allo stesso ordine occidentale, dopo.
In fin dei conti la brutalità e la “mancanza di tatto” del presidente statunitense, la nuova ricerca di una nuova condivisione del governo del mondo, successivo al tanto agognato nuovo ordine mondiale ventilato fin dalla caduta del muro, e il rifiuto di coinvolgere ancora l’Europa e i suoi rappresentanti nelle politiche globali, ha almeno un pregio: quello di togliere il velo che nascondeva la finzione insita nelle roboanti dichiarazioni atlantiste e liberali sul ruolo dell’Occidente e di un’Europa sempre più evanescente sulla scena politica mondiale, dell’ONU e degli altri organismi internazionali nel governo democratico del mondo e sulla diffusione di valori e diritti liberali dati per scontati, ma scarsamente condivisi in diverse aree del globo.
Per il destino del nostro continente il segnale era arrivato immediatamente dal fatto che Trump avesse nominato come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea Andrew Puzder, ex-dirigente di alcune delle più note catene di fast food in America, come dire che il buongiorno si vede fin dalla colazione. Il tutto poi aggravato dalle dichiarazioni rilasciate, al canale televisivo Fox News, dal mediatore per la guerra in Ucraina Steve Witkoff, che ha definito i leader europei come dei sempliciotti, “tutti convinti di essere dei nuovi Churchill”3. O, ancor peggio, i giudizi espressi in una comunicazione che avrebbe dovuto rimanere riservata tra J.D. Vance e Pete Hegseth, capo del Pentagono, a proposito di un possibile intervento militare contro gli Houthi dello Yemen, portato a termine nei giorni successivi4.
Anche per questi motivi gli europei e gli europeisti si son trovati di fronte al dilemma di come sopperire al venir meno della protezione prima offerta dal fratello maggiore, optando naturalmente per un piano di riarmo che dovrebbe contribuire sia a proteggere l’Europa dalla novella barbarie asiatica di Putin che a rilanciare la stagnante economia europea. Basata principalmente su un antiquato modello guidato dal settore dell’automotive come si è già sottolineato in un precedente articolo (qui).
Forse mai come in questo periodo lo stretto legame tra crisi dell’imperialismo (economica e politica), corsa agli armamenti e guerra è stato dichiarato, da Draghi a Ursula “bomber” Layen, così apertamente e chiaramente. Passando, altrettanto, dall’inossidabile rampollo della famiglia Agnelli, John Elkann, che nei giorni scorsi ha chiarito, con uno straordinario giro di parole e di non detti, che la riconversione bellica non sarà la soluzione dei problemi dell’industria automobilistica, ma che quest’ultima, nella sua incarnazione in Stellantis, si adeguerà ai flussi di investimenti destinati a risollevarne le sorti. Ovvero che il piano ReArm Europe sarà alla fine il solo disponibile, sia nella sua forma “europea” che in quella degli interessi nazionali.
Sì perché, intanto, ancora una volta si è palesato il fatto che il vero ostacolo alla tanto strombazzata necessità di costruzione di una difesa europea non è rappresentato per ora dall’opposizione politica, o autodefinentesi tale senza alcun merito, né dalla protervia del nuovo babau americano o dall’aggressività russa, ma semplicemente dal fatto che gli interessi del capitale europeo restano comunque nazionali ed ognuno cercherà di tirare l’acqua al proprio mulino in termini di investimenti, raccolta di flussi finanziari e produzione di armi e mezzi corazzati, aerei, droni, sistemi elettronici e navi. Così come rivelano anche le divisioni, manifestatesi nel più recente vertice europeo del 20 marzo, a proposito di debito comune, eurobond, invio delle truppe in Ucraina e politiche nei confronti dei dazi, della Nato e degli Stai Uniti.
Una scelta, quella del riarmo, che comunque, nell’intento generale espresso da von der Leyen e Kaja Kallas, ha escluso i produttori di armi degli Stati Uniti dal nuovo massiccio piano di spesa per la difesa dell’Unione Europea, in cui precedentemente gli stessi avevano ormai raggiunto una quota del 64% della stessa, e dal quale anche il Regno Unito è stato, per ora, escluso.
“Dobbiamo comprare di più europeo. Perché ciò significa rafforzare la base tecnologica e industriale della difesa europea”, ha dichiarato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Peccato, però, che nel tentativo di rafforzare i legami con gli alleati, Bruxelles abbia coinvolto paesi come la Corea del Sud e il Giappone e l’Associazione europea di libero scambio (EFTA) nel suo programma che potrebbe arrivare a una spesa di 800 miliardi di euro per la difesa.
Fino ad ora, circa due terzi degli ordini di approvvigionamento dell’UE sono andati a industrie belliche statunitensi, ma il cambiamento radicale dell’ordine internazionale indotto dalle scelte di Trump e dal suo nuovo rapporto “privilegiato” con la Russia di Putin ha fatto dire a Kaja Kallas, la massima rappresentante diplomatica dell’UE, che «Non lo stiamo facendo per andare in guerra, ma per prepararci al peggio e difendere la pace in Europa»
La proposta più concreta è l’impegno della Commissione a prestare fino a 150 miliardi di euro ai paesi membri da spendere per la difesa nell’ambito del cosiddetto strumento SAFE.
Mentre i prestiti saranno disponibili solo per i paesi dell’UE, anche gli stati amici al di fuori del blocco potrebbero prendere parte all’acquisto congiunto di armi.
L’aggiudicazione congiunta nell’ambito della proposta SAFE è aperta all’Ucraina; Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein dell’EFTA; nonché “i paesi in via di adesione, i paesi candidati e potenziali candidati, nonché i paesi terzi con i quali l’Unione [Europea] ha concluso un partenariato per la sicurezza e la difesa”.
Alla fine di gennaio, l’UE aveva sei partenariati di difesa e sicurezza con Norvegia, Moldavia, Corea del Sud, Giappone, Albania e Macedonia del Nord. Anche la Turchia e la Serbia, in qualità di paesi candidati all’adesione all’UE, potrebbero potenzialmente aderire.
Ciò lascia fuori gli Stati Uniti e il Regno Unito, anche se lo status della Gran Bretagna potrebbe cambiare [...] Il Canada ha anche chiarito di volere relazioni di sicurezza più strette con l’UE. Mercoledì la Commissione ha anche proposto una maggiore cooperazione in materia di difesa con Australia, Nuova Zelanda e India. «Ci sono molte richieste in tutto il mondo di cooperare con noi», ha detto un alto funzionario dell’UE5.
Un invito ad un banchetto finanziario che nasconde come a tale punto di crisi e necessità di riconversione bellica si sia giunti dopo tre anni di conflitto in Ucraina che hanno visto i paladini della democrazia, del liberalismo e dell’antiautoritarismo europeo sposare la causa della guerra e, soprattutto, delle sanzioni alla Russia di Putin senza mai chiedersi quanto tutto questo potesse gravare, così come è stato, sull’economia e le società del continente. Il dato di fatto è talmente visibile da non meritare altre contorte considerazioni, se non la sottolineatura del fatto che quegli stessi stati democratici hanno saputo, e tutt’ora sanno, soltanto dichiarare che per ottenere la pace non serve la diplomazia, ma soltanto preparare la guerra.
In un’autentica orgia di dichiarazioni belliciste una gran parte degli imprenditori europei, e non solo, ha fiutato l’odore dei soldi e del sangue, mentre, senza alcuna vergogna, i governanti si son precipitati a dichiarare l’inevitabilità della guerra, compresa quella nucleare. “La Polonia deve perseguire le capacità più avanzate, comprese le armi nucleari e le moderne armi non convenzionali. Questa è una gara seria – una gara per la sicurezza, non per la guerra” ha dichiarato il primo ministro polacco Donald Tusk al parlamento di Varsavia all’inizio di questo mese6.
Anche se il dibattito sull’ombrello nucleare europeo ha contribuito a mettere in risalto la differenza di interessi tra Macron, Starmer e dell’avatar di Olaf Scholz che già governa la Germania pur non avendo ancora messo in piedi un vero governo, Friedrich Merz. Oltre che le stesse difficoltà insite nell'ipotesi di allargamento del programma nucleare militare ad altri paesi europei, mentre «l’obiettivo di Parigi potrebbe essere quello di scaricare le spese per l’ombrello nucleare sui Partner comunitari, liberando risorse per le spese nazionali [...] Parlare poi di buy European in assenza di una politica sulle materie prime fa semplicemente sorridere. Secondo le stime di JP Morgan, il consumo europeo di acciaio derivante dal solo piano di riarmo tedesco registrerà un balzo annuo dell’8-12%, oltre le 10mila tonnellate; ma forse non tutti sanno che oggi in Europa esiste un solo produttore certificato di acciai balistici, il che pone un problema serio di dipendenza. La guerra del rame in corso tra Washington e Pechino potrebbe inoltre creare forti carenze nel mercato dell’ottone, ostacolando i piani di produzione (e di ripristino delle scorte) di munizionamento»7.
Secondo Fabian Rene Hoffmann, ricercatore presso l’Oslo Nuclear Project, anche se una delle potenze europee della Nato fosse intenzionata a sviluppare armi nucleari proprie, anziché semplicemente ospitarle, si troverebbe a partire da zero.
“Il problema principale che i Paesi europei si trovano ad affrontare è che non dispongono di infrastrutture nucleari civili per avviare un programma di armi nucleari o, se dispongono di infrastrutture nucleari civili, che sono altamente ‘resistenti alla proliferazione'”, ha dichiarato a Euronews.
“Per esempio, Finlandia e Svezia hanno solo reattori ad acqua leggera, che non sono adatti alla produzione di plutonio per armi. Inoltre, nessuno di questi Paesi ha impianti di ritrattamento chimico, necessari per separare gli isotopi ricercati da quelli indesiderati nella produzione di materiale fissile”, ha poi spiegato l’esperto.
“Quindi, anche se volessero lanciare un programma nucleare, non potrebbero farlo con le infrastrutture esistenti, almeno nel breve periodo. Questo è il caso di tutti gli Stati europei non dotati di armi nucleari con un programma nucleare civile in questo momento”. Hoffman ha riconosciuto una discutibile eccezione: la Germania.
“Sebbene non disponga più di un’infrastruttura nucleare civile significativa, ha una grande scorta di uranio altamente arricchito per scopi di ricerca”, ha spiegato. “In teoria, queste scorte potrebbero essere riutilizzate per creare materiale fissile per le armi”.
“Ma anche in questo caso sarebbero sufficienti solo per circa 5-15 testate nucleari, quindi non sarebbe sufficiente per dispiegare quello che chiamiamo un deterrente nucleare “robusto””, ha poi detto Hoffman8.
Questo in un contesto in cui anche il concetto di “volenterosi” inventato dal premier inglese si fa di giorno in giorno più ambiguo. Considerata anche la diffusione da parte della testata tedesca «Welt am Sonntag» di una fake news sull’offerta cinese di invio di truppe in Ucraina per garantire la pace, smentita dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun9.
Naturalmente mentre l’italietta meloniana, ancor più inconsistente della falange comune europea, si adegua al motto secolare: «Franza, America o Alemagna pur che se magna». Travestendo il tutto da raffinata tattica politica e diplomatica, con l’Italia ponte tra Europa, America e Nato, oppure cercando di nascondere l’autentico gioco delle tre carte portato avanti dal ministro dell’economia Giorgetti rispetto al debito italiano e possibilità di investimenti privati nel settore della difesa. Sì, se non ci fosse di mezzo il pericolo, ormai quasi certo, del deflagrare di un nuovo macello imperialista mondiale, ci sarebbe soltanto da ridere.
La risvegliata, ma tutt’ora esanime armata Brancaleone europea deve, però, fare i conti con un altro problema, rappresentato proprio dalle società che si intendono governare e trascinare nei conflitti a venire e si parla qui di conflitti e non di conflitto poiché, come già sottolineava Trockji nei suoi scritti sulla guerra oppure in altri scritti comparsi anche qui su Carmilla, una volta che la guerra è nell’aria l’unica cosa sicura è che ci sarà, ma su quali saranno alla fine i veri contendenti o i fattori scatenanti sarà solo il disordinato e caotico divenire degli eventi a dirlo.
Infatti, per tornare a quanto si diceva della società europee, è proprio la ritrosia che si manifesta in gran parte dei cittadini delle stesse ad impugnare le armi per cause non meglio definite, ma sicuramente contrarie agli interessi vitali ed economici degli stessi, a sabotare quello che i maggiorenti delle istituzioni europee vorrebbero vendere come unico percorso possibile per uscire dalla crisi dell’Occidente e dei suoi “valori”, oltre che da quella economica e di rappresentanza politica e diplomatica.
Un recente sondaggio dell’istituto Gallup ha infatti rivelato che, a partire dalla Polonia, dove la percentuale di coloro favorevoli alla difesa in divisa della propria nazione, nonostante i propositi sempre bellicosi di Tusk, è del 45 per cento, la medesima percentuale scende rapidamente negli stati i cui governanti con tanta facilità sembrano volersi impegnare in un conflitto. In Germania con il 23 per cento, mentre in Belgio si dice disponibile solo il 19 per cento. Nei Paesi Bassi ancora meno, il 15 per cento. Risale in Francia e Spagna con un 29 per cento e in Austria il 20 per cento e ancora in Gran Bretagna con il 33 per cento. Ultima viene l’Italia con il 14 per cento. Considerati anche gli stati “più combattivi” (Finlandia 74%, Grecia 54 % e Ucraina 62%) si giunge ad una media europea del 34% ben distante da una entusiastica risposta ad una mobilitazione generale10.
Occorre poi ancora sottolineare come il dato ucraino sia poco affidabile, considerata la diffusa resistenza alla leva manifestatasi negli ultimi anni e nell’ultimo periodo che ha visto almeno un milione di uomini di età arruolabile lasciare clandestinamente il paese, mentre numerosi soldati, circa 1.700, dei 5.800 inviati in Francia per essere addestrati hanno preferito disertare una volta giunti lì. Esattamente come hanno fatto, fino ad ora, almeno 100.000 soldati ucraini incriminati per diserzione11. Cui bisogna ancora aggiungere il provvedimento di Zelensky per impedire a giornalisti e artisti di abbandonare l’Ucraina con permessi speciali di cui facevano buon uso non ritornando in patria e la sempre più forte resistenza all’arruolamento forzato dei giovani che ha visto assalti agli uffici di arruolamento e, in alcuni casi, l’omicidio degli ufficiali incaricati dell’arruolamento da parte di parenti dei giovani cercati per essere inviati al fronte12.
In Germania, dove il progetto di riarmo sembra voler riportare la nazione mitteleuropea ai suoi nefasti splendori militareschi del Primo e Secondo macello imperialista, la resistenza della cosiddetta “Gen Z”, i nati dopo il 1997 che oggi sarebbero i primi reclutati dalla leva, è evidentissima. Lo dimostrano i dati degli obiettori di coscienza (coloro che dopo essersi arruolati hanno poi lasciato le forze armate) che sono aumentati del 500% nel 2023 dopo lo scoppio del conflitto ucraino. Nel dettaglio 1 su 4 dei 18.810 uomini e donne che si erano arruolati nel 2023 hanno lasciato le forze armate entro 6 mesi. Dati guardati con preoccupazione da parte del ministero della Difesa in un momento in cui la Germania punta sempre di più sul rafforzamento della difesa nazionale e che potrebbe prevedere una leva obbligatoria sia per gli uomini che per le donne.
Da quando la Russia ha lanciato la sua invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, la Germania ha avviato uno sforzo di riarmo su vasta scala. L’esercito tedesco può contare su 181mila soldati, con un’età media di 34 anni (Più dell’Italia che conta 161mila effettivi, mentre la Francia ne ha circa 260mila). Tuttavia un ultimo rapporto ufficiale evidenzia alcune criticità, il 28% delle posizioni nei ranghi più bassi non sono coperte e mancano il 20% degli ufficiali che sarebbero necessari. A questo si aggiungono gli alti numeri delle defezioni del 2023 (il 25% dei neo-assunti). Anche per far fronte a questi problemi in parlamento si è tornato a discutere di leva obbligatoria. La proposta è arrivata dal parlamentare Florian Hahn che ha dichiarato alla Bild che “Già da quest’anno i primi soldati di leva devono entrare nelle caserme”. Ricordando che il mondo è diventato più insicuro e la Germania «ha bisogno di un deterrente credibile dato proprio dalla capacità di aumentare gli effettivi. Obiettivo che può essere raggiunto anche attraverso cittadini in uniforme siano essi volontari o di leva». In Germania il servizio militare obbligatorio è stato abolito nel 2011. Era stato istituito nel 1956. Tuttavia né la minaccia russa né il crescente clima di tensione internazionale sembrano motivare i giovani tedeschi ad arruolarsi, tanto che, come riporta il Financial Times in un reportage l’esercito ha “Sempre più difficoltà a trovare giovani della Gen Z pronti per la guerra”. «Meglio sotto occupazione che morto», la frase pronunciata da Ole Nymoen, giornalista freelance ventisettenne tedesco, sta facendo discutere la Germania insieme al suo libro dall’eloquente titolo “Perché non combatterei mai per il mio paese”. Il saggio è uscito questa settimana e analizza il punto di vista di molti ragazzi: «La nazione si trasfigura in una grande comunità solidale, che tutti devono servire con gioia. E questo dopo decenni di desolidarizzazione, durante i quali i politici neoliberisti hanno dichiarato che l’impoverimento di ampie fasce della popolazione era l’unica opzione»13.
E adesso, proprio mentre l’America di Trump dimostra, con la sua politica che cerca di ristabilire una equilibrata ripartizione del mondo oggi con la Russia di Putin, ma in un ancora incerto futuro, forse, anche con la stessa Cina, di essere giunta a un punto di non ritorno della sua pretesa egemonia mondiale e i governi europei sbandano dandosi come unico “obiettivo” comune quello di entrare in un’economia di guerra, si riattivano anche i corifei dei diritti umani, delle liberà, delle democrazie solo e sempre parlamentari e dell’antifascismo europeista che tornano a dimostrare l’esattezza dell’assunto di Amadeo Bordiga secondo il quale: Il peggior prodotto del fascismo è l’antifascismo. Un’affermazione che va però inserita in una più ampia riflessione sulle caratteristiche del fascismo che vale la pena qui di riportare:
Il fascismo venne da noi considerato come soltanto una delle forme nelle quali lo Stato capitalistico borghese attua il suo dominio, alternandolo, secondo le convenienze delle classi dominanti, con la forma della democrazia liberale, ossia con le forme parlamentari, anche più idonee in date situazioni storiche ad investirsi degli interessi dei ceti privilegiati. L’adozione della maniera forte e degli eccessi polizieschi e repressivi, ha offerto proprio in Italia eloquenti esempi: gli episodi legati ai nomi di Crispi, di Pelloux, e tanti altri in cui convenne allo Stato borghese calpestare i vantati diritti statutari alla libertà di propaganda e di organizzazione. I precedenti storici, anche sanguinari, di questo metodo sopraffattore delle classi inferiori, provano dunque che la ricetta non fu inventata e lanciata dai fascisti o dal loro capo, Mussolini, ma era ben più antica.[...] Divergendo dalle teorie elaborate da Gramsci e dai centristi del Partito italiano, noi contestammo che il fascismo potesse spiegarsi come una contesa tra la borghesia agraria, terriera e redditiera dei possessi immobiliari, contro la più moderna borghesia industriale e commerciale. Indubbiamente, la borghesia agraria si può considerare legata a movimenti italiani di destra, come lo erano i cattolici o clerico-moderati, mentre la borghesia industriale si può considerare più prossima ai partiti della sinistra politica che si era usi chiamare laica. Il movimento fascista non era certo orientato contro uno di quei due poli, ma si prefiggeva d’impedire la riscossa del proletariato rivoluzionario lottando per la conservazione di tutte le forme sociali dell’economia privata. Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che dal fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici14.
Ecco allora arrivare oggi alle nostre orecchie lo schiamazzo osceno di chi, non sapendo in quale altro modo chiamare i giovani e le società intere al massacro bellico, non può far altro che riscoprire un antiamericanismo di maniera, patriottico e nazionalista, oppure il richiamo all’antiautoritarismo liberale in difesa della democrazia offesa dall’autocrate Putin, con manifestazioni di piazza e chiamate alle armi velenose e subdole. Degne sì di essere chiamate fasciste e contrarie a qualsiasi altro interesse di classe e della specie, visto che le posizioni espresse dalla Schlein su difesa europea e debito comune sono molto simili a quelle espresse dalla Meloni e dal suo governo. Oppure, come hanno fatto i verdi tedeschi, si ammanta l’approvazione dello sforzo bellico con la necessità di una “transizione ecologica” o ancora, com’è successo l’estate scorsa in Francia, con il voto della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon ai candidati di Macron, il principe dei guerrafondai europei tenuto a freno solo dalle considerazioni di carattere economico della Banca di Francia, per opporsi a Marine Le Pen.
Mobilitazioni di carattere principalmente ideologico cui, però, fa da corollario il piano della Commissione Europea che, mescolando tra di loro i pericoli rappresentati da guerre, pandemie e disastri ambientali affiancati alle politiche securitarie portate avanti da tutti i governi nel corso degli ultimi decenni, è stato presentato in bozza a Bruxelles per una “Strategia di preparazione dell’Unione” o di “Vigilanza” che formula la necessità per le famiglie di accumulare scorte di medicine, batterie e cibo per resistere 72 ore in caso di guerra e per le scuole e gli insegnanti di preparare gli allievi ai “pericoli” della guerra, non certo in chiave antimilitarista (qui e qui).
Note
1) Il Destino manifesto è un’espressione che indica la convinzione che gli Stati Uniti d’America abbiano la missione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia. La frase “destino manifesto” venne all’inizio usata principalmente dai sostenitori della democrazia jacksoniana negli anni 1840, per promuovere l’annessione di buona parte di quelli che oggi sono gli Stati Uniti d’America occidentali (il Territorio dell’Oregon, l’Annessione texana e la Cessione messicana) a partire dalla presidenza di James Knox Polk. Il termine venne riesumato negli anni 1890, questa volta dai sostenitori repubblicani, come giustificazione teorica per l’espansione statunitense al di fuori del Nord America e alcuni commentatori ritengono che questi aspetti del destino manifesto, in particolare il credo in una “missione” statunitense per promuovere e difendere la democrazia in tutto il mondo, abbia continuato a lungo a influenzare la politica statunitense e la sua narrazione, in patria e fuori.
2) K. Moual, Hey, amici, come ci si sente con la Ue trattata come uno staterello africano?, Huffington Post, 20 Febbraio 2025.
3) E. Franceschini, “Putin super intelligente, Ucraina falso Paese”. L’assurda intervista di Witkoff, inviato di Trump, «la Repubblica», 24 marzo 2025.
4) JD. Vance: «Penso che stiamo commettendo
un errore: solo il 3% del commercio Usa passa dal Canale di Suez,
contro il 40% di quello europeo. C’è il rischio reale che il (nostro)
pubblico non capisca perché questa azione sia necessaria […] Se ritenete
che dovremmo comunque farlo, allora andiamo. Però detesto l’idea di
salvare gli europei ancora una volta».
P. Hegseth: «Condivido in pieno la tua critica degli approfittatori europei. È patetico.» in R. Fabbri, Vance-Hegseth e l’odio per l’Ue. La chat segreta, «Il Giornale», 25 marzo 2025.
5) Si veda: G. Sorgi, J. Barigazzi e G. Faggionato, EU slams the door on US in colossal defense plan, «Politico» 19 marzo 2025.
6) A. Naughtie, Un altro Paese europeo potrebbe sviluppare le proprie armi nucleari?, «Euronews», 23 marzo 2025.
7) G. Torlizzi, Armi, il piano di Parigi per escludere l’Italia, «Il Giornale», 26 marzo 2025.
8) A. Naughtie, art. cit.
9) Cfr: Cina: “Le nostre truppe di peacekeeping in Ucraina? Fake news”, «la Repubblica», 24 marzo 2025.
10) Per tutto quanto riguarda i risultati del sondaggio dell’istituto Gallup, si vedano: Se scoppiasse una guerra, combatteresti? Cosa farebbero gli italiani, Adnkronos, 18 marzo 2025 e E. Pitzianti, Combatteresti per il tuo Paese? Ecco la risposta degli italiani, Esquire Italia, 7 marzo 2025.
11) Si vedano: F. Kunkle, S. Korolchuk, Ukraine cracks down on draft-dodging as it struggles to find troops, «The Washington Post», 8 dicembre 2024; A. D’Amato, I soldati ucraini che hanno disertato in Francia: «Erano nelle caserme, avevano diritto di uscire», «Open.online», 7 gennaio 2025; Ucraina diserzioni, 19mila soldati hanno già abbandonato. Kiev depenalizza il reato per chi lascia la prima volta: l’altro fronte odioso della guerra, «Il Messaggero», 8 settembre 2024; D. Bellamy, Decine di migliaia di soldati hanno disertato dall’esercito ucraino, «Euronews», 30 novembre 2024.
12) N. Scavo, Agguati contro i reclutatori. Kiev teme la rivolta interna, «Avvenire», 4 marzo 2025.
13) Leva obbligatoria, la Germania vuole reintrodurla ma la Gen Z si rifiuta: «Meglio sotto occupazione che morto», «Il Messaggero», 18 marzo 2025.
14) Edek Osser, Un’intervista a Amadeo Bordiga, giugno 1970 (qui)
Fonte24/03/2025
Germania e UE abbracciano il keynesismo militare
Mezzo trilione di euro sono stati destinati alla vaga categoria di “infrastrutture e neutralità climatica”, mentre l’aumento della spesa militare è ora esentato dalla Schuldenbremse, la rigorosa legge anti-debito introdotta nel 2009. Il voto ha inaugurato il più grande programma di armamenti in Germania dalla fondazione della Repubblica Federale nel 1949.
L’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e il Partito Socialdemocratico (SPD) – che formeranno un governo di coalizione quando il nuovo Bundestag si riunirà il 25 marzo – hanno ottenuto il sostegno dei Verdi per assicurarsi la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la “Legge Fondamentale” tedesca.
I tre partiti centristi si sono affrettati a far passare questi emendamenti nell’ultima settimana del parlamento uscente perché, altrimenti, avrebbero dovuto contare sul sostegno del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD), che ha ottenuto 69 seggi in più nel nuovo parlamento. Sebbene l’AfD non sia contraria all’aumento della spesa militare, collaborare con il partito di estrema destra rimane un tabù per molti tedeschi e avrebbe rischiato di prolungare i negoziati sulla militarizzazione e di provocare un maggiore malcontento nella popolazione.
Spinti dal trio CDU-SPD-Verdi, gli emendamenti hanno generato poca resistenza popolare e godono del sostegno dei leader aziendali, della lobby climatica e dei sindacati.
Dopo aver imposto ampie sanzioni alla Russia nel 2022 e aver perso terreno rispetto alla produttività cinese in settori chiave come le auto elettriche, l’economia tedesca è rimasta bloccata in una recessione biennale.
Con l’arrivo dei dazi statunitensi, la crescita prevista dello 0,2% per il 2025 sembra ora un’illusione. Sotto l’ombra di un terzo anno consecutivo di recessione, imprenditori, commentatori dei media e persino leader sindacali stanno ora sostenendo una strategia di “crescita attraverso gli armamenti” basata sul debito per rilanciare l’economia. È in questo contesto che devono essere compresi i nuovi emendamenti alla “Legge Fondamentale” tedesca.
Le modifiche alla “Legge Fondamentale” significano che il budget militare non ha più un limite superiore. I partiti centristi si rifiutano di indicare una cifra concreta per l’aumento previsto della spesa militare. Invece, tutto ciò che supera l’1% del PIL destinato alla spesa militare è stato semplicemente dichiarato, nelle parole della legge, “esentato dal freno al debito in futuro”.
Questo voto riecheggia il famigerato voto del 1914, in cui i socialdemocratici si unirono ai centristi per approvare all’unanimità i fondi per la guerra della Germania contro Francia e Russia. Tuttavia, a differenza del 1914, il governo tedesco oggi ha il potere di indebitarsi senza limiti.
Il “pacchetto di finanziamento speciale per le infrastrutture e la neutralità climatica” che accompagna l’aumento della militarizzazione sarà finanziato da 500 miliardi di euro di prestiti aggiuntivi. Questi fondi saranno distribuiti nell’arco di 12 anni. Tuttavia, la loro destinazione non è stata ancora specificata. I portavoce dei partiti hanno evidenziato reti ferroviarie e stradali, ponti, vie navigabili e porti, approvvigionamento energetico, istruzione e ospedali.
Tuttavia, con praticamente nessun obiettivo concreto stabilito, il prossimo governo CDU-SPD è libero di definire cosa rientri nella categoria di “infrastrutture”. Il “pacchetto di finanziamento speciale” serve in ultima analisi a due scopi: è una foglia di fico per placare infermieri, macchinisti e operai dell’auto in sciopero e amplierà le infrastrutture necessarie per la logistica militare.
La transizione verso un’economia di guerra è accolta come una vittoria a Berlino e Bruxelles. Da un lato, eserciti nazionali più forti in Europa possono aumentare ulteriormente la pressione sul principale nemico dell’Unione Europea (UE): la Russia.
Come ha dichiarato il primo ministro polacco Donald Tusk il 6 marzo 2025: “L’Europa deve unirsi a questa corsa agli armamenti e vincerla... Sono convinto che la Russia perderà questa corsa agli armamenti, proprio come l’Unione Sovietica perse una corsa simile 40 anni fa”.
Allo stesso tempo, l’aumento della spesa militare ha il potenziale di rilanciare le più grandi economie dell’UE. Mentre gli stati dell’UE attualmente dipendono fortemente dalle importazioni di equipaggiamenti militari statunitensi, la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen ha ripetutamente sottolineato la necessità di “comprare più europeo”.
Per facilitare ciò, von der Leyen ha annunciato una nuova “Clausola di fuga nazionale” che permetterà agli stati membri di piegare regole fiscali altrimenti inflessibili se lo scopo è esclusivamente per la spesa militare. I prezzi delle azioni delle aziende europee di armamenti come Rheinmetall e Leonardo sono saliti alle stelle dopo l’annuncio dell’UE del piano “ReArm Europe” del valore di 800 miliardi di euro.
Il numero di persone impiegate nelle industrie degli armamenti dell’UE è cresciuto costantemente e, nel 2023, si attestava a circa 581.000 persone in tutta l’UE, circa il 15% in più rispetto al 2021.
Per quelle aziende dell’UE che lottano contro la superiorità cinese e il protezionismo statunitense, la militarizzazione offre anche un’ancora di salvezza. Volkswagen, ad esempio, ha recentemente annunciato che è aperta a tornare a produrre veicoli militari, una delle principali linee di produzione dell’azienda durante il Terzo Reich.
Le élite tedesche hanno quindi avviato una transizione completa dall’austerità neoliberale al keynesismo di guerra. La loro strategia può essere riassunta dalle parole dell’ammiraglio olandese Rob Bauer: “L’esercito può vincere le battaglie, ma è l’economia a vincere le guerre”.
La missione di “rovinare la Russia” richiede la mobilitazione totale del fronte interno. Il ministro della difesa tedesco, che dovrebbe tornare nel nuovo governo, ha fissato il 2029 come l’anno entro il quale il paese deve essere “pronto per la guerra”. La CDU sta quindi spingendo per una rapida reintroduzione della leva obbligatoria.
“Se l’Europa vuole evitare la guerra, l’Europa deve prepararsi alla guerra”, sono state le parole usate da von der Leyen lo stesso giorno in cui il parlamento tedesco ha votato per modificare la costituzione.
Queste parole riecheggiano i sentimenti del cancelliere Theobald von Bethmann Hollweg, che presiedette la sessione del Reichstag del 1914 che concesse i crediti di guerra al Kaiser alla vigilia della Prima Guerra Mondiale: “Solo in difesa di una causa giusta la nostra spada volerà dal fodero. Il giorno è arrivato in cui dobbiamo estrarla – contro la nostra volontà, contro i nostri onesti sforzi. La Russia ha dato fuoco alla casa. Siamo in una guerra forzata con la Russia e la Francia”.
Fonte
23/03/2025
La guerra non è uguale per tutti
E per alcuni è più uguale che per altri. Per scoprirlo basta leggere il cosiddetto Joint White Paper for European Defence, appena pubblicato dalla Commissione Europea e dall’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.
La distruzione di vite umane e la violenza bruta sono l’aspetto più visibile e drammatico di un conflitto, di ogni conflitto, ma a fianco di ciò che accade alla luce del sole si agitano dinamiche più profonde, che contribuiscono a spiegare perché ciclicamente il vento del bellicismo più sguaiato torna a fare mostra di sé. È notizia di pochi giorni fa l’appello lanciato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ad armarsi e partire, rimettendo (parzialmente) in discussione il dogma dell’austerità di bilancio per ‘riarmare l’Europa’. Adesso il White Paper permette di chiarire con più precisione i contorni di questa operazione e, soprattutto, di fare luce su quali interessi economici si muovano e soffino sul fuoco della guerra alle porte.
Il documento si apre facendo sfoggio di retorica di grana grossa – siamo circondati dalla minaccia rappresentata da Stati autoritari come Russia e Cina; c’è la prospettiva di un conflitto su larga scala all’orizzonte – e provando a convincere il lettore che il riarmo auspicato è negli interessi di tutta la popolazione europea, poiché il nostro stile di vita e le nostre prospettive di prosperità sono messe a repentaglio dall’incertezza causata dalla rottura dell’ordine internazionale e dalle minacce esterne.
Eppure, ci viene da dire, nello stesso White Paper si riconosce che la spesa europea in armamenti è molto aumentata nell’ultimo decennio. L’UE spende già oggi in termini assoluti molto più di quanto spenda la Russia. Secondo i dati del SIPRI, le prime cinque economie dell’UE per spesa militare (Germania, Francia, Italia, Polonia e Spagna) hanno speso da sole 220 miliardi nel 2023, il doppio di quanto ha speso la Russia.
Nel 2022, l’industria della difesa europea aveva un fatturato annuo di 135 miliardi (oltre 52 miliardi di esportazioni) ed è estremamente competitiva in settori specifici. Secondo il famigerato Rapporto Draghi, alcuni prodotti e tecnologie dell’UE sono superiori o equivalenti in termini di qualità a quelli prodotti dagli Stati Uniti in diversi settori, come i carri armati principali e i relativi sottosistemi, i sottomarini convenzionali e le armi da fuoco. E allora, ci viene da dire, è proprio necessario finanziare un riarmo su scala europea? Da dove viene questa insaziabile esigenza di risorse pubbliche?
Dopo poche pagine di preambolo si giunge al dunque. La questione è semplice, nella sua essenza: il grande capitale europeo rischia di entrare in sofferenza, schiacciato dalla competizione internazionale di giganti come la Cina – di cui si denuncia un approccio al commercio e al progresso tecnologico che cerca di raggiungere “la primazia e, in alcuni casi, la supremazia” – e gli Stati Uniti, che paiono non volerci più bene come un tempo. Allo stesso tempo, diventa di importanza cruciale riuscire a garantirsi un accesso stabile alle cosiddette materie prime critiche, fonte di conflittualità crescente tra potenze economiche.
Qual è la soluzione proposta? Provare a regalare miliardi di euro all’industria bellica europea, con la speranza che questo riesca a soddisfare la sete di profitto del padronato del nostro continente. La Commissione si impegna, infatti, a lanciare un “dialogo strategico” con le imprese del settore, per raccogliere i loro desiderata (p. 9) e provvedere, di conseguenza, a rimuovere ostacoli regolatori e garantire la concessione rapida di permessi per costruire fabbriche di morte chiudendo un occhio o forse due sull’impatto ambientale (“consentire il rapido rilascio delle autorizzazioni edilizie e ambientali per i progetti industriali di difesa come questione di interesse pubblico prioritario”).
L’industria bellica ha anche bisogno di certezze. Ecco, quindi, la priorità di garantirle preventivamente la certezza di un flusso di domanda di armamenti ed affini su di un orizzonte pluriennale (p. 5), così da minimizzare i rischi e permetterle di investire senza remore nell’ampliamento di capacità produttiva. Anche in questo caso, le parole usate dalla Commissione sono quanto di più eloquente: “l’aumento della capacità produttiva dipende dal fatto che le aziende abbiano un flusso costante di ordini pluriennali consistenti per orientare gli investimenti in linee di produzione aggiuntive” (p. 13), a segnalare la necessità di impegnare nel lungo periodo, tramite ordini distribuiti su più anni, risorse pubbliche destinate alle tasche del complesso industriale militare.
Si legge anche, tra le righe, una certa invidia per quei Paesi che hanno imboccato la strada dell’economia di guerra. In tale ottica si può leggere l’invito alla riconversione a fini di produzione bellica di filiere produttive strategiche per l’industria europea, tra cui l’automotive, che altrimenti sarebbero condannate ad un lento declino dalla prolungata stagnazione europea. La tabella di marcia è serrata: bisogna supportare e rinforzare – con soldi pubblici – la capacità di produrre armi, garantire all’industria della guerra forniture costanti di materiali critici, deregolamentare a tutto spiano e tagliare le normative vigenti, finanziare – con soldi pubblici – la ricerca e sviluppo del settore e cercare di attirare ‘talenti’ per convincerli a lavorare nella difesa. Serve infatti manodopera, da convogliare in questo settore per tenere il passo con la desiderata espansione della capacità produttiva.
Non finisce qui, poiché il cinismo stesso delle istituzioni europee non conosce limiti. Se da un lato si ribadisce che la maniera migliore per supportare l’Ucraina è continuare a foraggiare l’acquisto di armi, dall’altro si dice a chiare lettere che, attraverso uno strumento denominato Extraordinary Revenues Acceleration (ERA), questo sarà reso possibile da prestiti all’Ucraina che daranno priorità ad acquisti di armamenti prodotti dalle industrie europee. Si soffia sul fuoco della guerra e si cerca anche di lucrarci sopra, estendendo prestiti a una delle parti in causa del conflitto per comprare armi prodotte sostanzialmente dallo stesso soggetto che eroga il prestito!
Non può mancare, infine, una parentesi di disgustosa ipocrisia, con parole che non meritano neanche un commento. Leggere per credere: “in Medio Oriente il cessate il fuoco a Gaza ... fornisce l’occasione per ridurre le tensioni regionali e mettere un punto alle sofferenze umane” (p. 4), scritto nello stesso momento in cui Israele riparte con la sua carneficina ad ampio raggio.
C’è anche una ciliegina finale sulla torta. Grande enfasi è posta sulla necessità di indirizzare anche i capitali privati, dormienti magari in conti correnti poco remunerativi, verso il supporto alla follia bellicista. C’è da dire che il mercato sta già facendo il lavoro sporco, considerando l’impennata delle quotazioni delle imprese operanti nel settore della guerra. Le azioni di Leonardo sono cresciute del 120% negli ultimi 6 mesi e dell’800% negli ultimi 5 anni. Sulla stessa scia la tedesca Rheinmetall, che ha visto il valore delle proprie azioni crescere del 130% negli ultimi 6 mesi. Nonostante ciò, la Commissione ritiene utile sottolineare (p. 18) come gli investimenti nel settore della difesa vadano considerati, a tutti gli effetti, perfettamente in linea con il Regolamento europeo 2019/2088, che definisce i prodotti finanziari che rispettano la sostenibilità ecologica.
Dopo anni di proclami demenziali sul sostegno a Kiev – “fino alla vittoria!” – tutti sulla pelle degli ucraini, e di completa assenza di iniziative diplomatiche finalizzate alla tregua, l’Unione Europea tira fuori dal cappello un programma di finanziamento pubblico dell’industria bellica che non fa altro che allontanare la costruzione di un processo di pace. Nessuno ne sentiva l’esigenza, se non quelle fasce del capitalismo europeo sconfitte dalla competizione internazionale. Nella vostra guerra non ci arruoliamo!
