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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2026

Cosa c’è dietro le rivolte giovanili in Francia e gli altri sommovimenti in Europa?

di Domenico Moro 

Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.

Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico

La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.

In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo.  Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi per 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.

Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e l’Italia.

Il debito non è solo quello pubblico

Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte ai propri debiti (cioè alla sua solvibilità).

La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7%, al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].

Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?

Perché il debito dei paesi avanzati non cala?

La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarso utilizzo degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.

Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. In Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.

Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Dario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, provando a imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.

Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero.

Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.

C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari statunitensi. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.

A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.

Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista

Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.

Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.

Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.

E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].

Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.

La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.

Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del '900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.

La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini

L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e in parte civile.

La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo statunitense in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.

Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in UE, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).

Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi all’inizio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.

Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le militarmente deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.

Note

[i] International monetary fund.

[ii] International monetary fund.

[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.

[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.

https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)

[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.

[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.

[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.

[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.

[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo britannico e occidentale è sempre stato la fine della Russia come grande stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.

Fonte 

12/10/2026

Il nuovo disordine mondiale / 40 – Terra, mare e colli di bottiglia

di Sandro Moiso

Antonio Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 254, 19 euro

Non poteva esserci momento migliore per fare uscire un saggio come quello di Antonio Leone, capitano di lungo corso e comandante navale, ma anche studioso di filosofia politica e geopolitica, appena pubblicato da Diarkos. Infatti, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb che da mesi costituiscono un grave rischio economico, ancor prima che militare, a livello planetario o almeno per quella parte di pianeta che interessa maggiormente l’ordine occidentale del mondo, sembrano rappresentare, alla luce di una analisi dettagliata come quella condotta dall’autore, soltanto la superficie di un problema che nel prossimo futuro potrebbe ulteriormente ampliarsi ed aggravarsi.

Così Suez, Gibilterra, Panama, Malacca, oltre ai due già citati, sono gli altri stretti e canali strategici, autentici passaggi obbligati, attraverso i quali transitano merci, energia, interessi militari e rapporti di forza. Fattori determinanti per lo sviluppo delle economie e delle prospettive degli Stati. Sia dell’Occidente e del Nord che dell’Oriente e del Sud. Soprattutto in un sistema di relazioni internazionali segnate dal ritorno dello scontro tra potenze, dalla vulnerabilità delle catene logistiche e dalla crescente centralità delle rotte marittime. Oltre tutto, a ben guardare, il numero di passaggi ristretti tra mare e terra, i cosiddetti chokepoints o colli di bottiglia, sono molti di più di quelli appena elencati, come ci ricorda lo stesso autore.

Se gli stretti consistono in passaggi naturali in cui lo specchio d’acqua si restringe in corrispondenza di due coste prospicienti, i canali marittimi sono vie di comunicazione tracciate attraverso il territorio di uno o più Stati per unire due mari o due oceani separati e consentire così un collegamento diretto, via mare, fra di essi. Gli stretti e i canali presentano, quindi, le stesse caratteristiche e svolgono le stesse funzioni, ma si differenziano per il fatto che i primi sono di origine naturale, mentre i secondi, sono frutto dell’opera dell’uomo.
I principali stretti si collocano nell’area mediorientale ed europea del mondo. Al di fuori dello stretto di Malacca, un corridoio d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, e quello di Bering tra Russia e Alaska, le altre strettoie naturali si trovano infatti nella penisola arabica (lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran e quello di Bab el-Mandeb tra Gibuti e Yemen), in Europa (gli Stretti Danesi, il canale di Corinto e Gibilterra) e a cavallo tra Europa e Asia (i Dardanelli e il Bosforo). […] I canali, a differenza degli stretti, si possono distinguere in nazionali e internazionali, a seconda che la navigazione attraverso essi sia regolata solo dal diritto interno o da norme di diritto internazionale. Canali marittimi interni sono quello di Corinto (inaugurato nel 1893) che congiunge il mar Ionio e il mar Egeo, e il canale di Kiel in funzione, fra il mar Baltico e il mar del Nord, dal 1895. Il canale di Suez, fra il Mediterraneo e il mar Rosso, e il canale di Panama fra gli oceani Atlantico e Pacifico (uno inaugurato nel 1869, l’altro aperto al traffico nel 1914), sono invece canali marittimi internazionali: il primo sulla base della convenzione di Costantinopoli del 1888; il secondo in forza dei trattati anglo-statunitensi (1901) e Stati Uniti-Panama (1903) che ne regolano il regime internazionale1.

Sulla base di quanto appena visto, occorre poi ancora rilevare, come sottolinea l’autore, che:

Una parte rilevante del commercio intercontinentale ha luogo lungo le rotte oceaniche, mettendo in collegamento i diversi continenti mediante un flusso continuo di spedizioni. I percorsi delle grandi navi da carico seguono, quasi esclusivamente, i percorsi di alto mare, dal momento che questi itinerari, essendo soggetti solo ai rischi meteorologici, vengono considerati più sicuri. Gli spazi aperti costituiscono un evidente fattore di sicurezza, tanto che le stesse compagnie di assicurazione prevedono incrementi notevoli delle polizze in caso di cabotaggio delle coste. In alcune circostanze, peraltro, i percorsi del commercio internazionale non possono prescindere dall’utilizzo dei passaggi “sotto costa” costituiti dagli stretti o dai canali. Questi itinerari permettono, infatti, di accorciare notevolmente i percorsi marittimi e consentono quindi una rilevante riduzione dei costi di trasporto2.

Facendo sì che il passaggio delle merci, considerato che quasi l’80% del commercio mondiale avviene principalmente via mare, a ridosso delle coste rappresenti, anche in assenza di guerre o minacce militari, come oggi a Hormuz o Bab el-Mandeb, un aumento dei costi di trasporto e trasferimento delle stesse. Costi ulteriormente aggravati, oggi, in termini assicurativi dal pericolo “concreto” che le navi, indifferentemente dal fatto che si tratti di petroliere, cargo o porta-container, possano essere severamente danneggiate, se non affondate, da chi controlla militarmente e politicamente gli stretti e i canali.

Se si considera infine che Cina e Asia rappresentano il baricentro dei trasporti marittimi poiché sette dei primi dieci porti mondiali per movimentazione container sono in Cina (il primo è Shanghai), mentre il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al decimo posto)3, si capirà chiaramente come, al di là delle mire imperialistiche o espansive delle singole potenze, il passaggio per tali vie diventi obbligatorio, pena il rallentamento della circolazione delle merci e delle materie prime a causa dell’allungamento, talvolta esponenziale, delle rotte percorse.

Però sarebbe davvero inutile qui dilungarsi ancora sugli aspetti odierni del problema, parlando approfonditamente della guerra di Hormuz tra Iran e Stati Uniti oppure della missione Aspides per difendere le navi europee che transitano per la Porta delle lacrime che mette in collegamento il Mar Rosso con l’Oceano Indiano, oppure anche soltanto sullo scontro tra Houti yemeniti e Arabia Saudita. Mentre può essere interessante analizzare il problema, come fa Leone, a partire da quanto scrisse il politologo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), in particolare nel saggio Terra e mare del 19424.

Scritto nel totale isolamento della Berlino in guerra, il saggio di Schmitt rilegge la storia del Mondo nella prospettiva di una opposizione fondamentale, quella tra terra e mare; cercando di mostrare come la terra e il mare, nella loro polarità, siano le componenti di uno dei segreti motori della storia. Per fare questo, Schmitt ripercorre millenni di storia, fino ad approdare all’evento decisivo: quella «rivoluzione spaziale planetaria» da cui è nato il nomos5 dell’Europa moderna, cercando di preconizzare gli scenari del mondo futuro.

In Terra e mare Carl Schmitt prende in esame l’iniziale prevalenza dell’elemento terrestre, all’origine della statualità, e la successiva ascesa del mare come fattore spaziale, così le ultime pagine del testo sono dedite alle riflessioni sulla trasformazione di questo elemento all’indomani della Prima guerra mondiale, come riassume Leone nel suo testo.

Nei quattro secoli precedenti, l’Inghilterra era stata in grado di trasformarsi, da isola marginale e fondata su un’economia terrestre basata sull’allevamento, in un «puro aggregato marino, in una nave o, ancora più chiaramente, in un pesce». Progressivamente, essa si rivelò in grado di creare un disegno imperiale mondiale in gran parte autonomo rispetto alla madrepatria terrestre, configurandosi come il «centro mobile di uno sconnesso impero mondiale esteso su tutti i continenti». Un’analoga trasformazione, per cui è il mare che guarda la terra e questa viene vista solo come una costa con un retroterra, ha caratterizzato gli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale. La sostituzione della pax britannica con la successiva pax americana è l’esito di un analogo processo di spostamento del baricentro operativo verso il mare. Anche gli Stati Uniti cominciarono così a essere considerati come «un vasto intermezzo insulare stretto tra due possenti oceani, più che un blocco di terraferma i cui litorali si affacciano su due mari».6.

Va qui annotato che fin dall’antichità le maggiori potenze e imperi dell’Occidente avevano basato una parte considerevole della loro forza militare ed economica sulla capacità di controllare porzioni di mare sempre più ampie: dal mar Egeo per Atene al Mediterraneo o Mare Nostrum di Roma oppure dal controllo delle rotte atlantiche e dell’oceano indiano, del Portogallo, della Spagna, che tentò però di spingersi fino al Pacifico, e dell’Olanda fino a quello esercitato più stabilmente dall’impero britannico su tutti gli oceani. Ma furono proprio gli Stati Uniti a cambiare il modo di guardare la Terra e il Mare.

Carl Schmitt considera gli Stati Uniti come un’isola. Il politologo tedesco condivide la visione di Mahan che, all’inizio del Novecento, prevede il passaggio di egemonia da un’isola ormai troppo piccola come il Regno Unito a una nuova entità, gli Stati Uniti. Questi ultimi si rivelano in grado di inaugurare un nuovo grande spazio dell’emisfero occidentale e, con la loro discesa in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, pongono le premesse per conquistare, all’indomani del 1945, il monopolio dell’ordine mondiale senza più limiti geografici.
Schmitt, essendo un fautore della politica dei grandi spazi, condivide i princìpi della politica statunitense tra le due guerre mondiali, considerandola in linea con l’evoluzione dei rapporti geopolitici. È invece più critico sulla vocazione universalista e di egemonia planetaria manifestate dagli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale. Secondo Schmitt, questa strategia è l’esito di «travisamenti imperialistici» della dottrina Monroe iniziati a fine Ottocento. Lo studioso risulta consapevole, peraltro, che «il passaggio di consegne tra Inghilterra e Stati Uniti era una conseguenza delle dinamiche di egemonia che hanno accompagnato la storia mondiale dei due ultimi millenni»7.

Da un controllo territoriale diretto della Terra, si passa dunque, in nome del business e della libertà dei commerci, come ben dimostra ogni dichiarazione di Donald Trump, ad un suo controllo parzialmente indiretto, ma fondamentalmente basato sull’egemonia marittima di un’unica potenza. Uno strumento fondamentale per la globalizzazione delle economie, dei commerci e della superiorità militare e politica dell’Occidente, ma sostanzialmente garantita dalle navi della marina statunitense.

Schmitt prende atto, peraltro, come nel Novecento si verifichi una rottura decisiva nella «sicurezza della moderna navigazione tecnicizzata». In primo luogo, diventa possibile localizzare dalla terra, con dispositivi di rilevazione radar, la presenza di una nave nell’alto mare oceanico. Ciò determina il superamento della netta separazione tra la terra e il mare su cui si fondava il nomos della prima globalizzazione marittima. In secondo luogo, l’apertura dello spazio aereo, attraversato non solo da velivoli ma anche da onde radio, modifica le modalità di esercitare la marineria civile e militare.
Una terza rottura della sicurezza della moderna navigazione è rappresentata dal ruolo assunto dal controllo degli stretti e dei canali. Schmitt rileva, infatti, che «non vi può essere un’economia pianificata a livello locale», dal momento che solo i grandi spazi risultano «adatti alla misura intrinseca del controllo e della pianificazione degli umani». La gestione dei grandi spazi marittimi trova un ostacolo, peraltro, nel fatto che alcuni passaggi chiave della navigazione sono controllati da Paesi spesso in competizione o apertamente ostili 8.

In queste ultime osservazioni, tratte ancora dal testo di Schmitt e riassunte da Leone, si cela uno dei maggiori problemi da cui è scaturita, nel corso degli ultimi decenni e i cui frutti iniziano a cogliersi oggi, l’attuale perdita di egemonia sia degli Stati Uniti che dell’Occidente, che a partire da ciò, come si è già detto in passato, inizia a rivelarsi piuttosto diviso al suo interno.

Infatti, se a quanto previsto da Schmitt si aggiunge l’attuale “semplificazione” delle tecnologie militari più avanzate che, con l’utilizzo dei droni, può mettere a disposizione di avversari meno dotati di capitali e tecnologie la possibilità di colpire duramente anche coloro che si ritenevano garantiti dalla propria supremazia economica e tecnologica, e soltanto in ultima istanza, anche se decisiva, militare, si giungerà a comprendere l’attuale allarme statunitense per il controllo degli stretti e dei mari di cui non possono più farsi carico esclusivo per la difesa dell’ordine occidentale del mondo.

Diventa dunque indispensabile comprendere tutto questo in termini estremamente materiali e concreti e non soltanto attraverso gli scarsi strumenti forniti dall’ideologia, per capire a fondo le origini sia del tentativo di Trump di trarre qualche vantaggio economico dalla situazione venutasi a creare sul fronte della disponibilità di gas e petrolio, di cui la svolta intervenuta nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa costituisce allo stesso tempo un sintomo e una conseguenza, e, più in generale, l’apparente “novità” rappresentata dalla postura assunta dal governo americano nei confronti della Russia di Putin e della Cina di Xi. Destinata a contenere o cercare di mantenere ancora a vantaggio degli Stati Uniti l’attuale evolversi di quello che anche l’autore tende a definire come nuovo ordine mondiale, soprattutto se si considera che:

cinque degli otto chokepoints marittimi principali si collocano nell’area europea-arabica. Le aree dell’Asia sud-orientale e caraibica ospitano gli altri nodi fondamentali del traffico globale, caratterizzati sia da grandi corridoi naturali posizionati a ridosso di complessi insulari, sia da vie d’acqua artificiali di primaria importanza strategica.
La localizzazione geografica e la natura di stretti e canali evidenziano come si tratti di passaggi caratterizzati da un’importanza strategica diversa dal punto di vista commerciale. L’impossibilità di percorrere gli stretti insulari asiatici o caraibici determina un allungamento solo relativo delle tratte navali. […] Una decina di stretti e canali, al contrario, risultano fondamentali per garantire che il commercio internazionale avvenga con tempi e costi sostenibili. Una chiusura del canale di Panama, ad esempio, richiederebbe la circumnavigazione dell’America Latina, così come un blocco a Gibilterra, Suez o dei Dardanelli precluderebbe l’accesso ai mari interni (il Mediterraneo e il mar Nero), rendendo impossibile raggiungere i porti localizzati sulle loro sponde.
[…] i quattro principali chokepoints a livello mondiale, per ammontare del traffico giornaliero, siano lo stretto di Hormuz, quello di Malacca, il canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. […] Il trasporto del petrolio e del gas avviene per il 60 per cento via mare e interessa otto principali chokepoints. Due di questi passaggi, lo stretto di Hormuz e lo stretto di Malacca, sono fondamentali per il transito globale dei combustibili, il primo perché permette di accedere ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente, mentre il secondo perché opera come punto di transito commerciale tra l’India e la Cina 9.

A tutto questo va poi ancora aggiunta la crescita del trasporto via mare dei prodotti alimentari che ha fatto sì che, nel 2018, 2,8 miliardi di persone siano state nutrite per mezzo del sistema di trasporto marittimo globale. Così, come la guerra in Ucraina col blocco del porto di Odessa e dei traffici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo ha dimostrato, con il possibile blocco del mais, del riso e del grano coltivati nei grandi granai russi, asiatici e americani, che costituiscono le fondamenta della sicurezza alimentare globale, insieme a quello della soia prodotta in America Latina e in Asia che rappresenta tre quarti dell’alimentazione del bestiame. Un fatto che potrebbe rappresentare non soltanto un calo drastico dei proventi derivanti dall’agricoltura condotta su larga scala, ma anche un probabilissimo motore per rivolte e ampi sommovimenti sociali.

Occorre dunque sottolineare come l’ennesimo intervento militare americano nel Medio Oriente non derivi soltanto dai timori per il business, dall’ego smisurato e bellicista di un Trump sempre sospeso tra sale da ballo faraoniche e piscine coperte destinate a silenziare i media considerati nemici, o dai possibili ricatti di Netanyhau e di Israele sul presidente americano, ma anche, e forse soprattutto, dalle conseguenze derivanti da un sempre più ampio controllo delle vie marittime in prossimità dei checkpoints più importanti da parte di paesi e potenze economiche e militari non appartenenti allo schieramento occidentale. In grado, oltre tutto, di chiuderli, bloccarli o controllarli attraverso ben modulate tattiche politico-militari e l’utilizzo di tecnologie relativamente a basso costo, realizzabili anche sul territorio nazionale o nelle sue vicinanze.

Così, se da un lato il gioco di Trump sul possesso statunitense della Groenlandia mira a creare un possibile chokepoint nel mare Artico per rendere meno “libere” le nuove rotte apertesi per cinesi e russi in conseguenza del riscaldamento globale, oppure per mantenere libero a favore delle navi e delle merci statunitensi il transito nello stretto di Bering, dall’altro la chiamata alle armi di Trump per i paesi “alleati” sembra rispondere ancor più alla impossibilità americana di gestire, come unico body guard dell’interesse economico e politico occidentale, una rete di trasporti e traffici commerciali che avvolge ormai l’intero Pianeta.

Un problema per cui, come è solito fare un certo fantasma già evocato da Marx nel 1848, l’assenza di rivolte sociali su scala globale potrebbe ben presto essere sostituito dal loro esplodere a Ovest come a Est e a Nord come a Sud. Cosicché la guerra, per il capitalismo non soltanto americano, potrebbe ancora rappresentare una possibile via di uscita, se non l’unica, come il riarmo europeo e l’allarmismo sulle iniziative russe ai confini d’Europa e in Germania sembra voler rilanciare quotidianamente.

Tutto questo per dire che oggi, in un contesto economico mondiale allo stesso tempo enormemente differenziato e unificato, la volontà dei singoli individui o di unici settori economici, ad esempio quello degli armamenti, non sono più bastevoli, ammesso che mai lo siano stati, a determinare il corso della Storia e l’avvento, o meno, di nuove guerre, mentre l’insofferenza sociale diffusa, dovuta a difficoltà di ordine economico, alimentare e lavorativo, può ancora rappresentare una forza capace di determinare o impedire nuovi devastanti conflitti. Tutto il resto è meglio che lo si lasci dire al Papa e alle anime belle del suo seguito.

Chi scrive, certamente, si è spinto ben al di là degli intenti dell’autore, ma ciò non toglie che il suo saggio, ricchissimo di dati e considerazioni, sia di carattere geografico e militare che economico e tecnico, possa rivelarsi utilissimo per tutti coloro che vogliano imbastire un ragionamento o anche solo un discorso sulle ragioni dei conflitti in corso e, soprattutto, del loro inarrestabile allargamento.

Note

  1. A. Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 116-118.
  2. A. Leone, op. cit., p. 116.
  3. Si veda: D. Vecchioni, Suez: il canale che ha cambiato la geografia del mondo, Santarcangelo di Romagna, Maggioli 2023.
  4. Oggi: C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002.
  5. Nell’antica Grecia, la legge, l’usanza vigente nelle comunità umane. Un tema cui avrebbe dedicato nel 1950 una delle sue opere più celebri e forse la più importante: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.
  6. A. Leone, op. cit., p. 136.
  7. Ivi, p. 137.
  8. ibidem, pp. 137-138.
  9. ibid., pp. 119-125.

Fonte 

17/08/2026

“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”

Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione  della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano rivolto alla Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.

In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui  Paesi amici?

Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
Il fatto però è che queste ultime sono bombe che servono sostanzialmente per bombardamenti a tappeto, in questo momento improponibili e prodromo dell’uso dell’atomica. I Tomahawk, che sono i migliori missili americani e quelli più flessibili come punto di lancio, sono stati “consumati” al 50%; i missili intercettori sono stati utilizzati con percentuali che vanno intorno al 60%, mentre per quelli più avanzati si parla di un uso che sfiora l’80% delle disponibilità.
Negli ultimi giorni, è uscita la notizia che anche l’Arabia Saudita, che possiede solo armi americane, ha utilizzato circa l’86% dei suoi missili intercettori.

Le conseguenze?

Ciò significa che, se gli americani dovessero ricostituire queste scorte di armi, dovrebbero ulteriormente intaccare le loro. Ma in questo momento non le hanno.
Sempre il CSIS elenca i tempi necessari alla ricostituzione delle scorte per ciascun tipo d’arma: si va dai 42 ai 64 mesi. A ciò si deve aggiungere il fatto che queste armi sono piene zeppe di strumentazione elettronica richiedente l’uso di terre rare, in stragrande maggioranza raffinate in Cina anche quando estratte altrove.
Esattamente come gli USA nei confronti della Cina, Pechino ha un elenco di prodotti strategici da non esportare. Quindi l’invio all’estero dei prodotti delle raffinazioni delle terre rare che entrano nella produzione di queste armi è vietata o fortemente centellinata.
Ne consegue che gli USA non potranno completare il rinnovo delle scorte nei tempi tecnici previsti. Hanno poca capacità di raffinazione così come ne ha pochissima il Giappone, che in questi rami industriali fa da spalla agli USA.

Questo cosa significa, al di là del ragionamento militare?

Intanto, pensiamo al fatto che gli USA si sono fatti riconsegnare, da altre zone del mondo tanti missili intercettori che a suo tempo gli avevano fornito e che facevano parte della dotazione degli “alleati”. Armi che per ora non sono in grado di reintegrare. Di fatto, sono completamente scoperti.
Consideriamo che la vera natura di queste guerre (per questo gli Stati Uniti si sono fatti trascinare da Israele) era quella di conquistare aree cruciali, i cosiddetti punti di strangolamento per quanto riguarda il passaggio del petrolio e di staccare l’Iran dalla Cina e dalla Russia, realizzando, con bombardamenti e azioni di guerra, il cambiamento di regime.
Non dimentichiamo che se l’Iran, o prima ancora l’Iraq, fossero stati esclusivamente grandi produttori mondiali l’uno di pistacchi e l’altro di fagiolini, non sarebbe scoppiato il conflitto. Ovviamente, la causa principe è, fin dall’intervento USA in Iran del 1953 per abbattere l’allora legittimo governo di Mohammad Mossadegh, il petrolio cui si è aggiunta la strategia di condizionare e controllare la Cina.

In che senso?

Nel senso molto semplice che gli USA hanno bisogno del petrolio per sostenere il dollaro come moneta a livello mondiale.
Facciamo attenzione: gli americani vogliono essere in deficit rispetto al resto del mondo, dal momento che per loro è basilare spendere e spandere per quanto possibile per poi farsi finanziare dal resto del mondo attraverso le emissioni dei buoni del tesoro americani. Questo è il meccanismo che tiene in piedi il sistema finanziario USA e soprattutto la crescita continua della bolla di Wall Street.
D’altro lato, essendo l’Iran un importante fornitore di petrolio per la Cina, creare difficoltà a Pechino è coerente con il proprio obiettivo principale. Tuttavia, il dato di fatto rimane: in questo momento gli USA sono completamente sguarniti a livello militare e in completo caos. Anche per quanto riguarda l’amministrazione.
L’impressione è quella di una nave alla deriva prima di finire sugli scogli.

Ma con l’indebolirsi dell’egemonia statunitense, non è inevitabile che il mondo si riorganizzi?

Questo è vero in teoria. Ma il processo è caratterizzato da ciò che in statistica si chiama “passeggiata aleatoria”, in cui ogni azione può anche avere una sua logica ma nell’insieme ne scaturisce un movimento casuale.
Un esempio è dato dalla incompatibilità tra il ruolo del Giappone e la sua reale situazione. Per Washington, dal 1950 in poi, la frontiera statunitense più avanzata verso la Cina è il Giappone assieme alla Corea del Sud.
In questo momento il Giappone dà l’impressione di essere un Paese nel pallone più totale. Sta scivolando ulteriormente nella crisi economica che lo divora da oltre trent’anni, ed è incapace di riposizionarsi. Tant’è vero che nel corso delle cerimonie di commemorazione del bombardamento di Hiroshima, la primo ministro giapponese ha evitato di ricordare che i due bombardamenti nucleari sono stati compiuti dagli Stati Uniti.
L’Europa non è per niente diversa, rispetto alla sua capacità di riposizionarsi, perché la formazione dell’intero ceto politico occidentale è completamente plasmato dagli USA. Una volta scomparsi gli Adenauer, i Willy Brandt, i De Gaulle, i De Gasperi, i Moro, in Italia la Prima Repubblica, il ceto politico successivo (in Italia, alla fin fine, persino la dirigenza del PCI) è stato plasmato o rimodellato dagli Stati Uniti, così da non avere la possibilità di creare statisti.
Questo è il punto, che riguarda non solo l’Europa, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.

Se questo è vero per Europa, Giappone, e gli alleati storici degli USA, non le sembra che altri Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Pakistan, abbiano la capacità di reagire a un mondo in cui la potenza statunitense si sta via via appannando?

Il problema che ha posto è molto reale. Intanto, bisognerebbe parlare dell’Accordo della Mecca in cui è stato stretto un patto tra i tre Paesi citati, con l’avvertenza che in realtà degli articoli del Patto non sappiamo ancora nulla.
Andando per ipotesi e ricordando che anche l’Egitto, se saranno superati alcuni nodi tecnici, potrebbe entrare a farne parte, possiamo tentare di capire qualcosa dalle reazioni degli altri Paesi.
Quella di Israele è negativa. Del resto, quando si illudevano di sconfiggere l’Iran grazie alla potenza americana, lo stesso leader dell’opposizione israeliana Neftali Bennett, aveva detto, assieme all’attuale governo, che il nuovo pericolo è un’alleanza sunnita, e la nuova minaccia è la Turchia, per cui bisognava prepararsi a fare guerra alla Turchia.
Dall’altro lato, tutti e tre i Paesi che formano questo Accordo sono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la firma del Patto della Mecca uccide gli Accordi di Abramo, ovvero quegli Accordi del 2020 formulati dagli USA che hanno portato prima alla normalizzazione diplomatica dei rapporti fra Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Israele, che poi avrebbero dovuto sfociare nella normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo Patto li svuota completamente.

Ma intanto come sono posizionati i Paesi che lo compongono?

La Turchia di Erdogan svolge una politica ambigua e possibilistica. Bisogna comprendere a cosa punta la Turchia e si può già capire che un loro obiettivo è quello di trasformare la Siria in un  protettorato di Ankara. Uno dei segnali è che i turchi stanno installando radar militari in Siria.
Questo significa che gli aerei israeliani non potranno più posizionarsi nello spazio aereo siriano, come facevano dalla caduta di Bashar Al-Assad, posizionamento che permetteva loro di lanciare missili sull’Iran in relativa sicurezza, dal momento che gli aerei israeliani e quelli americani preferiscono evitare di entrare nello spazio aereo iraniano. 
Il fatto che Ankara stia installando radar militari in Siria complica la vita a Israele, dal momento che i suoi aerei verranno “visti” dalla Turchia. Soprattutto, potrebbero essere anche operazioni sgradite alla Turchia.
Quanto alle dichiarazioni israeliane che identificano la Turchia con il nuovo nemico, Erdogan ha risposto in modo molto duro, dicendo che Israele se ne deve andare dalla Siria, dal Libano, ecc.
Tirando le fila, l’Accordo della Mecca può avere impatti diversi a seconda del lato da cui lo si prende, anche se, fintanto che non ne sappiamo di più sui contenuti degli articoli, sarà difficile dargli la giusta dimensione. 
Detto ciò, la reazione iraniana non è stata negativa. Teheran ha dichiarato che il Patto, retto da una clausola di mutuo sostegno in caso di aggressione simile all’Articolo 5 della NATO, non è diretto contro l’Iran.
Ancora più esplicito è stato Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, il quale ha affermato di vedere molto positivamente l’Accordo tra i tre paesi firmato alla Mecca. Wang Yi ha inoltre auspicato di poter giungere alla creazione di un quadro di sicurezza collettiva tra la Cina ed i paesi islamici dell’Asia occidentale, come oggi viene chiamato quello che fu il Medioriente, quadro che include l’Iran. 

Tuttavia il ruolo del Pakistan è già emerso come molto importante per la regione...

Il Pakistan è stato un Paese fondamentale anche nello sviluppo della difesa dell’Iran sia sotto l’aspetto dei rapporti diplomatici che dal punto di vista logistico militare. L’azione della sua diplomazia verso Teheran, espletatasi sempre col pieno appoggio della Cina,  è stata fondamentale per la firma dell’accordo di Islamabad che poi è stato formalizzato in Svizzera.
In quel frangente gli iraniani non parlavano direttamente con gli americani, che pure erano presenti, e i loro rapporti erano mediati dal Pakistan e dal Qatar.
In particolare si segnala per importanza la figura del capo di stato maggiore pakistano, il generale Asim Munir, il vero mediatore invisibile, com’è stato definito dalla stampa internazionale.
Il Pakistan ha rivestito questo ruolo di fondamentale importanza per il suo legame con la Cina, che, in veste di suggeritore, ha coadiuvato il Pakistan su come parlare con l’Iran per giungere alla sottoscrizione dell’accordo d’intesa.

Come evolve il rapporto con la Cina?

Il rapporto Cina-Pakistan ha funzionato anche sul terreno, dal momento che mentre gli USA bombardavano il porto iraniano al confine col Pakistan, Chabahar, il porto che ha permesso all’Iran di non fermarsi è stato lo scalo fratello pakistano di Gwadar a poca distanza da Chabahar. Gwadar fa parte dell’odierna Via della Seta ed è un nodo fondamentale dei rapporti fra Cina e Pakistan.
Quest’ultimo ha messo a disposizione dell’Iran il porto di Gwadar, sottraendo ai bombardamenti americani le navi col petrolio iraniane. Inoltre, con l’aiuto tecnico della Cina, il Pakistan ha aperto sei valichi di frontiera per il trasporto con autocisterne di petrolio fra Iran e Pakistan.
Un altro elemento di grandissima importanza, è che durante la guerra, la precisione dei missili iraniani è andata aumentando molto rapidamente. Come mai? A parte che, secondo Ted Postol, professore di fisica al MIT e già consulente del Pentagono su questione balistiche, sembra che gli iraniani abbiano sviluppato dei missili superiori al missile cinetico di alta potenza russo Oreshnik, i cinesi, con i pakistani, hanno accelerato il trasferimento all’Iran del sistema di direzione elettronica cinese BeiDou impervio alla penetrazione da parte dagli americani, superando il problema di sicurezza del sistema iraniano che aveva mantenuto la tecnologia GPS americana penetrata dagli USA e da Israele a tal punto che nella guerra di giugno del 2025 riuscirono a far deviare non pochi missili iraniani.
Tutto ciò mi porta a dire che, sebbene sia vero che il Pakistan è fortemente legato agli USA, è anche vero che è altrettanto fortemente legato all’Iran e non ne vuole la sconfitta.

Ma quali sarebbero i motivi?

Mi sembrano evidenti. Intanto, il rapporto Pakistan-Cina, che passa attraverso quello Iran-Cina. Legami molto stretti, che fanno sì che il Pakistan non voglia alterare i rapporti.
L’altro motivo è che in Pakistan, su oltre 260 milioni di abitanti, il 20% sono Sciiti, che fanno riferimento all’autorità religiosa di Teheran.  Il capo di questa comunità è un personaggio molto influente con stretti legami con il ministro degli Interni pakistano Moshin Naqvi,  il quale al momento di scrivere si trova in visita ufficiale a Teheran.
Naqvi è molto popolare in Pakistan in quanto presidente del comitato nazionale di cricket che, in Pakistan quanto in India, è una fede mistica di massa oltre che uno sport.

Tirando le fila, quali saranno le conseguenze di questa guerra per gli USA?

In America la sconfitta strategica, così chiamata senza peli sulla lingua, è materia di ampia discussione pubblica. Gli USA hanno ormai perso le basi in quell’area, semplicemente perché non esistono più a livello fisico.
Le basi americane sono state distrutte con una percentuale attorno all’80%. Nel Golfo esiste il problema della base nel Bahrein ove si colloca il quartier generale della V Flotta. Sembra vi sia ancora personale che non può venir via a causa della chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz.
Le altre basi sono state tutte evacuate precipitosamente, a cominciare dalla zona curda dell’Iraq, considerata strategica grazie alla presenza dei combattenti curdi, che, debitamente armati dagli americani, avrebbero dovuto invadere l’Iran da quella parte. 
Gli americani si sono ritirati dall’Iraq, dalle due basi in Giordania dove ufficialmente non si trovavano. Si sono arroccati in Arabia Saudita, in Israele e in parte si sono riposizionati in Europa.
Il dato di fatto è che nell’area non c’è più presenza americana strutturalmente coordinata a prescindere dalle due portaerei con qualche unità che stazionano al largo nel Mar Arabico attuando il controblocco di Hormuz senza riuscire a scardinare la posizione dell’Iran circa la chiusura dello stretto.
La situazione USA ha raggiunto livelli di superficialità inimmaginabili. L’ammiraglio Brad Cooper capo del CENTCOM, il comando USA delle forze destinate all’area che va dall’Asia centrale al Golfo Persico, ha apertamente sollecitato tutti i soldati di qualsiasi rango ad inviare suggerimenti su come punire (verbatim) l’Iran.
Nel frattempo la condizione dell'equipaggio della portaerei Lincoln, da molti mesi in navigazione tra il mar Arabico e l’Oceano Indiano, tende a quella dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale: cibi avariati, igiene scarsa, tentativi di suicidio e di saltare fuori bordo.
Tutto ciò mentre non esiste di fatto alcun dialogo fra Iran e USA. Gli Stati Uniti si trovano in un vero vuoto strategico, legato, fra l’altro, anche alla situazione delle armi di cui abbiamo parlato all’inizio.

In tutto ciò, quanto pesa l’elemento petrolio?

Mi sembra che fuori dagli USA se ne parli in modo inadeguato e superficiale. L’America si sta accorgendo che manca il petrolio cosiddetto greggio-acido o pesante, ovvero quello da cui si trae kerosene per gli aerei e diesel per i camion.
Le auto usano petrolio dolce o leggero che costituisce la grande maggioranza del greggio estratto dai pozzi sul territorio americano. Il greggio acido lo devono importare e, con la chiusura di Hormuz, le importazioni non sono sufficienti.
La quantità di petrolio a disposizione come riserva strategica ufficiale, è scesa di oltre la metà, per quanto riguarda tutti i tipi. Dall’anno scorso si è passati da 700 milioni di barili a 300 milioni. Il 36% è petrolio pesante, ovvero acido.
Intanto, non solo non esce niente da Hormuz, ma – dopo il bombardamento missilistico saudita della pista dell’aeroporto di Sanaa nello Yemen il 13 luglio scorso – Ansara Allah (i “Partigiani di Dio”, conosciuti in Occidente come Houthi)  hanno bloccato le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita.
La scarsità di petrolio per il momento, non si manifesta eccessivamente sui prezzi perché questi  vengono calmierati proprio dall’uso a man bassa delle riserve strategiche. Ma la scarsità dovrà emergere. Un’eventuale espansione del mercato nero (petrolio russo comprato dall’India e rivenduto ai Paesi che non lo comprano direttamente a causa del sanzioni), non è sufficiente.
L’unica che continua ad alimentarsi col petrolio saudita è la Cina, nei cui confronti Ansar Allah, come l’Iran, non applicano blocchi di alcun genere.
Ad oggi non esiste alcuna tregua formale, solo di fatto, perché gli USA non sono in grado di continuare i combattimenti. Esistono negoziati tra l’Oman e l’Iran riguardo la gestione del traffico nello stretto di Hormuz e la spartizione degli incassi dei pedaggi.
Tuttavia Teheran, seguita da Ansar Allah per quanto riguarda lo stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, ha dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché non verrà posta fine alla guerra, non verranno completamente ritirate le forze USA dall’insieme dell’area e dall’Iraq, finché Israele non cesserà ogni attacco al Libano, ritirandosi dal territorio occupato, ed dalla Palestina. Ne consegue che la scarsità di petrolio potrà durare a lungo.

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11/08/2026

Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale

di Gioacchino Toni

Luciano Di Gregorio, La necessità del mito. Eroi, supereroi e mostri. Mitopoiesi nel nuovo disordine mondiale, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 226, € 20,00

Nelle civiltà arcaiche, la narrazione mitica serviva a spiegare l’ignoto, a giustificare l’ordine sociale e a dare risposte a catastrofi naturali in assenza di conoscenze scientifiche. Il perdurare della mitopoiesi ai nostri giorni, sostiene Luciano Di Gregorio nel suo libro La necessità del mito (Mimesis, 2026), sembra rispondere a un generale senso di insicurezza e di impotenza che caratterizza una realtà sempre più indecifrabile e minacciosa che non trova conforto nella razionalità scientifica. Insomma, di fronte all’ignoto, come accadeva nelle comunità antiche, ancora una volta l’umanità sembra non disdegnare di cercare rifugio nell’immaginario mitologico.

Secondo lo studioso, l’interpretazione della realtà attraverso il mito nella società contemporanea ha a che fare con il desiderio degli esseri umani di rappresentarsi o di identificarsi in figure dotate di superpoteri. Ciò è suggerito dalle pubblicità, nell’attribuzione di superpoteri alle merci o a determinate pratiche di consumo, così come dai social media, caratterizzati dall’insistita autoattribuzione di facoltà straordinarie da parte degli utenti, e dalle illimitate promesse tecnologiche. Certo, quello contemporaneo è un mito democratizzato, che vede l’individuo accontentarsi del successo di riflesso. In linea con l’imperversante logica prestazionale, l’essere umano si sente in dovere di ottenere un’affermazione pubblica straordinaria e, in mancanza di potere reale, il desiderio di sentirsi parte di un’aura mitologica ripiega sulla partecipazione e sull’identificazione.

L’attribuzione di superpoteri a leader carismatici tende a trasformare le comunità in “tribù” omogenee, propense ad affidarsi ciecamente a queste figure “rassicuranti”, percepite come divinità contemporanee o supereroi capaci di risolvere, come per incanto, i problemi complessi con formule magiche o slogan. La giustificazione dell’autoritarismo e l’accettazione delle disuguaglianze, sottolinea lo studioso, rappresentano il prezzo da pagare in cambio del senso di sicurezza emanato da tali leader carismatici. Anche la religione continua a fare la sua parte, rispondendo al bisogno di protezione attraverso il rimando alla provvidenza divina, oltre che a leader religiosi rassicuranti nella loro promessa di un mondo migliore.

Secondo Di Gregorio è dunque possibile leggere la mitopoiesi del supereroe come risposta a una necessità securitaria globale. Che ci si affidi a un brand commerciale, alle promesse di qualche tecno-guru, a un demagogico leader politico autoritario o a un’entità spirituale, l’obiettivo profondo degli esseri umani contemporanei è il medesimo: allontanare il senso di precarietà e immaginare un futuro migliore, sentendosi parte della fazione vincente della società.

Anche nella civiltà contemporanea, accanto alla visione razionale, perdura una modalità immaginaria di approccio alla comprensione della realtà e alla visione del mondo che riprende il mito, in particolare quello dell’eroe, attualizzandolo e indirizzandolo a svolgere una funzione protettiva nei confronti delle minacce che inquietano la nostra epoca. Nei periodi di incertezza sociale, l’individuo proietta il proprio Ideale dell’Io su una figura esterna di leader carismatico, accettando una forma di sudditanza che prevede l’annullamento del pensiero critico e della propria originalità.

Molti dei miti originati in epoche lontanissime conservano attualità ancora oggi, in un contesto enormemente mutato. L’antico “mito dell’eroe”, con il suo archetipico viaggio – comprendente la chiamata all’avventura, la lotta contro le forze oscure e il ritorno del sé trasformato –, continua ancora oggi a rispecchiare la lotta degli individui contro l’ignoto e il desiderio di superare anche gli ostacoli più ardui. A differenza dell’eroe di un tempo, quello contemporaneo non è più un semidio dotato di poteri straordinari, ma un individuo capace, grazie alla resilienza e al coraggio, di compiere imprese che possono dirsi eroiche pur non disponendo di abilità soprannaturali; imprese che consentono di continuare a essere propositivi in un mondo che richiede invece accettazione e inazione.

Nella cultura pop gli eroi incarnano la classica traiettoria di scoperta di sé e lotta contro il male. Il ritorno dei simboli mitici e delle fiabe agisce in maniera compensativa: di fronte a una realtà sempre più tecnologizzata, l’essere umano riscopre la necessità della fantasia e del simbolo. In un’epoca segnata da un’angoscia crescente, il mito contribuisce a ridurre il senso di impotenza.

Se da un lato il ricorso al mito viene finalizzato al mantenimento e alla giustificazione dell’ordine sociale, dunque all’inazione e all’accettazione, dall’altro può servire a ridurre tale senso di impotenza. Resta da vedere se, in questo secondo caso, il ricorso al mito si limiti ad agire da anestetico, utile a sopportare la realtà, o funga da stimolo al cambiamento della stessa.

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10/08/2026

Il capitalismo fragile

di Guglielmo Forges Davanzati 

Nel panorama del dibattito macroeconomico contemporaneo, il libro di Dario Togati Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump (Diarkos, 2026) presenta tratti di originalità; la sua chiarezza espositiva – derivante da uno stile piano e largamente privo di tecnicismi – è accentuata dal frequente ricorso a illustrazioni fumettistiche. Il tema centrale del libro è la fiducia e, al tempo stesso, la critica alla sostanziale assenza di questa categoria nella teoria economica dominante. Quest’ultima – come è noto e in estrema sintesi – di ispirazione liberista e di matrice utilitarista, si fonda sulla convinzione per la quale l’Economia sia una scienza con uno statuto metodologico affine alle “scienze dure” (fisica, matematica), dedita esclusivamente ai problemi attinenti all’allocazione di risorse scarse fra usi alternativi dati. Date queste premesse, si mostra che un’economia di mercato deregolamentata – ovvero in assenza di interventi esterni – tenda spontaneamente all’equilibrio. La concorrenza, vista in quest’ottica, è la precondizione per la generazione e la diffusione del benessere materiale e per la crescita economica, quest’ultima quantificata dall’andamento nel tempo del Prodotto Interno Lordo, definito come il valore dei beni e servizi finali prodotti da un’economia in un dato intervallo di tempo. L’assioma alla base di questa conclusione è quello dell’homo oeconomicus, ovvero di un agente economico rappresentativo che massimizza una funzione obiettivo con preferenze esogene (assioma motivato dal de gustibus non est disputandum), dati i vincoli esogeni di scarsità. L’agire economico viene così concepito secondo una dinamica di impulso-risposta basata su incentivi, ai quali gli agenti economici rispondono sempre calcolando. In tal senso, in questa struttura teorica, non si fa, a rigore, riferimento alla fiducia, ma al rischio.

Il libro si interroga, nella sezione introduttiva e poi nella parte conclusiva, sulla razionalità delle scelte che hanno portato Donald Trump alla Presidenza degli USA, sgombrando il campo dalla teoria del ‘pazzo al potere’. Non è, tuttavia, un testo strettamente su Trump, sugli effetti dei dazi, sulle cause delle guerre in corso o sul disordine globale attuale. La gran parte della trattazione – accessibile anche ai non addetti ai lavori – riguarda il dibattito macroeconomico fra neoclassici e keynesiani e attiene alla formazione delle aspettative, alla funzione degli investimenti e dei consumi, al commercio estero, al ruolo delle politiche fiscali e monetarie.

Togati ritiene che Trump non sia un “asteroide” e che, pure a fronte di consolidate opinioni nell’ambito dell’orientamento dominante, sia impossibile e sostanzialmente anche indesiderabile tornare alla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta; delle cui storture l’attuale Presidente USA è appunto, secondo l’autore, la massima espressione. L’emergere di Trump nella scena politica statunitense viene ricondotto da Togati a una crisi di sfiducia. Su questo tema, l’autore sposta correttamente l’attenzione su uno dei fondamentali discrimen fra l’approccio neoclassico e quello keynesiano, laddove quest’ultimo – soprattutto nella tematizzazione degli animal spirits – considera le fondamentali decisioni economiche come dominate da un’incertezza radicale, per sua natura non misurabile. E, infatti, la teoria economica dominante tende a presentarsi come scienza per sua natura assiomatica.

Il tema posto da Togati, con particolare riferimento al nesso fiducia-crescita, si presta ad alcune considerazioni che richiamano il fatto che la produzione politica di sfiducia da parte di Trump sia parte di un progetto ideologico di estremizzazione delle connotazioni liberali e liberiste dell’economia e della società statunitense.

  1. Sebbene la gran parte degli economisti abbiano sostanzialmente sempre pensato che la fiducia istituzionale sia un fondamentale presupposto per il corretto funzionamento di un sistema economico, il modello di Trump sposta l’angolo visuale sulla fiducia privata – al deal – ovvero all’accordo fra privati, nel quale il più abile riesce a ottenere il massimo tornaconto. In questo schema, l’apparato delle norme formali conta sempre meno, spingendo il sistema a un grado di deregolamentazione che probabilmente non si è mai conosciuto prima. Ciò potrebbe dar conto del superamento dei dispositivi che hanno governato, negli ultimi decenni, l’ordine internazionale (si pensi, all’estremo, all’idea dell’acquisto della striscia di Gaza da impiegare per fini turistici).
  2. L’incessante delegittimazione degli organi di stampa – e la continua produzione di fake news – sembra essere funzionale a far diventare la parola del leader l’unica fonte di discernimento fra ciò che è vero e ciò che è falso.

Per quanto possa apparire paradossale, la scommessa di Trump è ripristinare in pieno l’egemonia statunitense – e far fronte alla deindustrializzazione prodotta negli anni della globalizzazione – proprio mediante il ricorso alla produzione politica di incertezza e della correlata sfiducia. Ciò sia sul piano interno, sia sul piano esterno. In politica interna, lo smantellamento del settore pubblico – descritto come sola fonte di inefficienza (si pensi al piano Schedule F) – dovrebbe servire a stimolare gli investimenti privati, a ragione dei minori costi di produzione e della minore burocrazia. Per quanto attiene alla politica internazionale, il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Steven Miran, consigliere di Trump, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera USA. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno – gli shock geopolitici che i conflitti producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni. Ciò per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, può spingere le imprese statunitensi a tornare in patria. A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il c.d. “friend-shoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in Paesi politicamente non ostili.

Il testo di Togati consente di cogliere un fondamentale rischio associato a questa strategia: il continuo cambiamento delle regole del gioco, attuato mediante i canali social direttamente gestiti dalla Presidenza USA, può facilmente dar luogo a un crollo degli investimenti per effetto del deterioramento degli animal spirits e, dunque, come conseguenza proprio del venir meno del patto istituzionale della fiducia.

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09/08/2026

Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran

È stato firmato in questi giorni un accordo di cooperazione militare tra sauditi, pakistani e turchi. E non è stato firmato in un luogo qualunque ma alla Mecca, “capitale” delle fede mussulmana. Potrebbe essere il nucleo di quella Nato islamica di cui si parla da tempo. Lo capiremo se i prossimi ad aderire saranno i Paesi del GCC (Il Consiglio di Cooperazione del Golfo) cioè quelli che si affacciano sul Golfo Persico salvo Iran e UAE.

È un evento in teoria epocale, se non verrà depotenziato dagli Usa e da Israele che ne subiscono il contraccolpo. Ad allearsi formalmente sono nell’ordine: le none forze armate del mondo (Turchia), le quattordicesime (Pakistan che ha l’arma atomica), le ventincinquesime (i sauditi hanno tanti soldi ma delle forze armate, sinora, dagli scarsi successi).

Questa firma sancisce in qualche modo la trasformazione di Washington da fornitore di sicurezza a fornitore di armi, grazie alla miopia di Trump che si esprime sia modo in cui tratta gli alleati, sia nell’essersi imbarcato nell’aggressione all’Iran.

Nei suoi due mandati con l’Arabia Saudita ha perseguito solo vantaggi familiari (vedi i miliardi di Kushner) e contratti per le aziende americane, in primis di armi, fino a definire Ryad partner di pari livello a quelli Nato, quindi con la possibilità di aver accesso a tecnologie di ultima generazione. A ciò si aggiunga l’accordo recentissimo sul nucleare civile che mette, almeno su carta, i sauditi in condizione di avere la bomba atomica.

I danni vengono dall’ossessione di Trump nel considerare i costi diretti di quello che fanno gli Usa ma mai i vantaggi indiretti. È lo stesso approccio che sta avendo con l’Europa: la politica estera viene ridotta ad una trattativa per una fornitura di cemento per uno dei suoi casinò ad Atlantic City (che fallirono). Nessuna valutazione geopolitica, solo un occhio alle cifre a piè di lista.

Inoltre la guerra all’Iran ha evidenziato un enorme dato: le basi che gli Usa hanno costruito nell’area dopo a partire dalla guerra all'Iraq di Saddam nel 1990 sono state a lungo una leva nelle relazioni tra Paesi del Golfo e gli Usa, l’Iran le ha trasformate in bersagli e quindi in un problema per gli Stati che le ospitano (sinora sono state un problema solo con l’opinione pubblica interna, infatti alle nostre latitudini non se ne parlava o non le si vedeva).

Oggi sono inabitabili e non utilizzabili per via degli attacchi dell’Iran, verranno sfrattate visto che sono diventate un rischio per la sicurezza? Non lo si sa, ma cresce questa tentazione nei governi dell’area. Se così fosse, tra l’altro, Israele e l’Italia con le loro basi diverrebbero ancora più strategici per collocazione geografica e allineamento politico.

I tre Paesi firmatari sono legati da un accordo (modello articolo 5 della Nato) di mutua difesa in caso di attacco. Questa intesa, che potrebbe essere l’embrione della Nato sunnita, è in chiave anti-Iran (sciita) nel senso che se domani Teheran dovesse tornare ad attaccare i sauditi, in teoria Turchia e Pakistan dovrebbero intervenire. Ma non è solo questo il punto.

Nella lista dei “prossimi nemici” di Israele, ci sono la Turchia, l’Egitto e il Pakistan. Questa alleanza salda due di loro con i sauditi, che Trump sta spingendo (invano) a sottoscrivere gli “accordi di Abramo”.

La conseguenza pratica, è la fine degli “accordi di Abramo”. I sauditi hanno più volte detto che normalizzeranno le relazioni diplomatiche con Tel Aviv quando verrà riconosciuto uno Stato palestinese, ma a questo punto è Israele che non può accettare rapporti normalizzati con i sauditi, amici dei loro nemici.

Resta da capire se (e con quali conseguenze sulla Nato) questa alleanza crescerà numericamente e geograficamente. Sta di fatto che si tratta un nuovo esempio di un mondo che si prepara a nuovi scenari (che vanno dall’uscita Usa dalla Nato alla difesa europea), ad un equilibro multi-polare e ad un mondo post cura Trump.

La firma di questa alleanza conferma comunque una cosa:  la guerra all’Iran è stato un errore clamoroso per gli Usa. Convinto di poter ottenere una vittoria rapida e indolore, Trump – il presidente che aveva promesso pace – si ritrova impanato nell’ennesima guerra americana in Medio Oriente, dalla durata incerta, alla rincorsa e alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa come nell’Iraq del 2003, ma con molte meno opzioni militari di allora.

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02/08/2026

Contrordine! Per oggi non si spara...

Il clown famoso per i capelli arancione, purtroppo alla guida di una superpotenza nucleare, ci ha fatto la grazia.

“Ho accettato, per il futuro beneficio del MONDO e, allo stesso modo, per la sopravvivenza di un Iran prospero e di successo, di annullare l’attacco, subordinatamente alla possibilità di raggiungere rapidamente un ACCORDO”, ha scritto sul suo account Truth Social (le parole in maiuscolo sono farina del suo sacco).

Secondo lui sia l’Iran (molto improbabile) che “altri Paesi del Medio Oriente” avevano chiesto agli Stati Uniti di sospendere l’attacco “dato che erano state concordate le basi di un accordo. Ciò includerebbe l’immediata, completa e totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ, e la fine della minaccia nucleare iraniana”.

Il primo annuncio è stato dato come al solito dal sito Axios, che però stavolta non l’ha affidato a Barak Ravid – ex ufficiale dell’Unità 8200 dei servizi segreti israeliani – ma ad altri due redattori. Si vede che il “titolare” aveva digerito male e ha marcato visita...

Di sicuro tutti i Paesi del Golfo hanno tempestato di telefonate la Casa Bianca, a partire da Mohammed Bin Salman, principe saudita. Dopo ripetuti contatti con Teheran, infatti, tutti erano arrivati alla stessa conclusione: il minacciato “attacco durissimo”, condotto in tandem tra Stati Uniti e Israele, che avrebbero questa volta preso di mira anche gli impianti di estrazione petrolifera dell’Iran per comprometterne a lungo la capacità produttiva, avrebbe avuto come immediata conseguenza una risposta “simmetrica” su tutti gli impianti del Golfo. E ovviamente anche su Israele.

Dopo cinque mesi di guerra “a rate”, del resto, la realtà ha stabilito che Teheran ha ancora grandi capacità di risposta missilistica e che la presenza di basi militari Usa nell’area è un pericolo per chi le ospita, non una “protezione”. Tanto meno una protezione efficace.

La prospettiva di un attacco “risolutivo”, dunque, che avrebbe fatto felice Netanyahu (questa la ragione del suo viaggio a Washington nei giorni scorsi), coincideva con il disastro per economie già pesantemente rallentate dal blocco dello Stretto di Hormuz e dalle prime avvisaglie di “problemi” anche nel passaggio di Bal-el Mandeb, porta del Mar Rosso.

Di lì a far esplodere una crisi globale per scarsità di forniture energetiche, il passo era infinitesimale.

Non è un segreto che fin qui i danni economici sono stati in varia misura tamponati con misure eccezionali e, in quanto tali, di breve durata. Come il rilascio di buona parte delle “riserve strategiche” di greggio da parte di quasi tutti i paesi (a partire proprio dagli Usa). Ma una riserva va poi ricostituita, e se c’è scarsità di forniture, resta semi-vuota. Con i prezzi che, come sperimentiamo quotidianamente, volano in cielo.

Anche perché quasi nessuno ha una capacità di diversificazione delle fonti di energia del livello della Cina (-40% di import petrolifero dal Golfo, compensato da rinnovabili e carbone).

Gli analisti militari ci aggiungono però i calcoli fatti dal Pentagono, alle prese con un consumo ormai accertato di missili intercettori (Patriot ed altri) tale da svuotare i depositi, mentre la produzione – per quanto incentivata dalla Casa Bianca – resta infinitamente più lenta.

Tra la fase iniziale dell’“Operazione Epic Fury” e l’ultima campagna offensiva gli Stati Uniti hanno lanciato circa 1.500 missili intercettori Patriot, più della metà delle scorte dichiarate prima della guerra, ovvero 2.300.

La linea di produzione della Lockheed, anche dopo i contratti di emergenza, procede a rilento: 620 missili l’anno, da condividere peraltro con ogni “alleato” disperato, dall’Ucraina al Golfo e soprattutto Israele.

In questi cinque mesi sono stati effettivamente consegnati solo 172 esemplari di ricambio, poco più del 10% rispetto al “consumo”. L’aumento promesso non si concretizzerà prima della fine del decennio; il ripristino dei depositi di munizioni prebellici è previsto per la metà del 2029, ma naturalmente solo se si smette di usarli nelle varie guerre in corso.

Preoccupazioni simili ci sono però anche per i missili “offensivi” come i Tomahawk (uno dei quali ha provocato la strage di Minab, 162 bambine uccise nella loro scuola). L’unica alternativa, come già detto, restano le vecchie bombe “prive di intelligenza”, che vanno però portate sugli obbiettivi da aerei, con il forte rischio che vengano abbattuti (un F-15 e un F-35 hanno subito questa sorte e da allora gli attacchi sono quasi solo missilistici, così come le risposte iraniane).

Insomma Donal “Taco” Trump ci fa la grazia di sospendere un nuovo attacco perché non se lo può permettere, sia per calcolo economico (e politico, visto che tra 90 giorni si vota per rinnovare metà Congresso), sia per brutale matematica militare.

Questo non vuol dire però che la strada per un “accordo” – possibilmente meno ambiguo del Memorandum firmato in Svizzera tempo fa – sia in discesa. Anzi...

Ross Harrison, del Middle East Institute, ha spiegato ad Al Jazeera che “Abbiamo altri file che sono ora confusi con il file iraniano: il file del Libano, il file Israele-Palestina, il file saudita-houthi, il file in Iraq. Ad un certo punto nel tempo, i responsabili delle decisioni perdono il controllo della dinamica [perché] anche se vogliono una de-escalation, altri attori possono intensificare il quadro, e potrebbe rendere molto, molto difficile per gli Stati Uniti e l’Iran districarsi dalla situazione”.

Le verifiche ci sono già state: ogni volta che “la trattativa” tra Usa e Iran sembrava prendere la direzione giusta, Israele è intervenuta – con azioni dirette o false-flag – per riportare tutto sul piano puramente militare. Altri soggetti “bisognosi” della guerra perenne, nell’area, non ce ne sono...

La situazione, quindi, per ora non cambia. Questo continuo stop & go appare destinato a durare ancora a lungo. Molti scommettono, augurandosi ovviamente di sbagliare, che si potrebbe arrivare fino a metà 2027.

Con la benzina a 4 euro al litro non si va lontano...

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