Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/10/2026
La Cina ha un esercito di talenti nell'IA
Nel 2025 la Cina è diventata il paese col maggior numero di ricercatori di punta nel campo dell’intelligenza artificiale (il 41 per cento), davanti agli Stati Uniti (34 per cento). Il primato cinese – emerso dal rapporto Who’s Ahead in the Global AI Talent Race? – segna un’inversione di tendenza rispetto a pochi anni fa. Nel 2022 il 46 per cento dei talenti IA lavorava negli Usa e solo il 27 per cento in Cina. Gli Usa restano la destinazione preferita per i talenti IA che vanno a lavorare all’estero.
Sempre più ricercatori cinesi di punta restano in patria invece di fare rotta verso la Silicon Valley, attratti dai ricchi stipendi di player nazionali come DeepSeek e frenati dalle restrizioni alla concessione dei visti da parte degli Usa, per proteggersi dalla competizione dell’IA cinese. Delle migliaia di talenti censiti dal report, l’anno scorso il 57 per cento aveva conseguito la laurea di primo livello in Cina (+11 per cento rispetto al 2022), mentre solo il 13 per cento aveva completato gli studi universitari negli Usa.
Per la prima volta la spesa in ricerca e sviluppo in percentuale del Pil della Cina – 2,8 per cento nel 2025 – ha superato la media dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ovvero delle economie sviluppate guidate da governi democratici, che l’anno scorso si è fermata al 2,7 per cento.
Nel 2025 la spesa in R&D della Cina è stata di 3.920 miliardi di yuan (584,8 miliardi di dollari). Una crescita che riflette la strategia di autosufficienza tecnologica del governo di Pechino, accelerata dal XV Piano quinquennale (2026-2030).
Il ministro della Scienza e tecnologia, Yin Hejun, ha illustrato i piani del governo per rafforzare la ricerca scientifica di base, definendola essenziale per conseguire progressi tecnologici e affrontare le esigenze della sicurezza nazionale e altre priorità strategiche.
Yin ha aggiunto che Pechino intensificherà gli sforzi per superare i colli di bottiglia nei settori strategici, come i semiconduttori, i macchinari industriali e la strumentazione di alta gamma. Sarà inoltre rafforzato il sostegno alla ricerca nelle tecnologie di frontiera, tra cui l’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche, le biotecnologie e le tecnologie di interazione tra cervello e computer.
Fonte
08/10/2026
Il Parlamento UE vota per una presenza militare stabile a difesa di Taiwan
L’esito della votazione era piuttosto scontato, dopo che pochi giorni fa il testo era già stato licenziato dalla commissione Affari Esteri di Strasburgo con un netto consenso trasversale (44 sì, 9 no e 12 astenuti). Ad opporsi, a sinistra, sono stati soltanto il belga Marc Botenga, il pentastellato Danilo Della Valle, e il cipriota Giorgos Georgiou.
La risoluzione pone al centro la questione della reciprocità commerciale, della sicurezza della produzione e delle tecnologie europee dalle dipendenze dalle filiere cinesi, ma anche il nodo del rapporto tra il Dragone e la Russia, il rispetto dei diritti umani (che non vale per Israele, e nemmeno per Londra per quanto riguarda i tempi di detenzione degli attivisti di Palestine Action).
Ma la linea rossa evidentemente superata è quella dello status dell’arcipelago taiwanese. Il documento conferma l’adesione della UE alla politica di “Una sola Cina”, riconoscendo dunque come unico governo cinese legittimo quello di Pechino, ma allo stesso tempo rifiuta ogni azione che possa modificare lo status quo.
Per sostenere questa linea, la risoluzione sollecita gli stati membri a dispiegare una presenza marittima regolare con manovre navali coordinate nello Stretto di Taiwan, a cooperare sul piano della sicurezza con attori regionali come l’India e a fare pressione all’ONU affinché sia garantito l’accesso alle istituzioni internazionali ai cittadini con passaporto taiwanese.
Strasburgo ha così votato per rendere la propria presenza militare stabile intorno all’isola di Formosa, a difesa di Taiwan e a due passi dalle coste cinesi. Un elemento che aumenta pesantemente la tensione nello Stretto e conferma ai vertici di Pechino che, in sostanza, le rivendicazioni sulla provincia considerata secessionista sono rispettate solo sulla carta.
Più o meno dal 2020, tutta la filiera occidentale – dagli USA all’Australia – ha cominciato a mettere in discussione l’interpretazione della risoluzione ONU 2758, che escludeva le rappresentanze di Taiwan dal sistema delle agenzie delle Nazioni Unite. Tra il 2021 e il 2024 la UE ha approvato altre risoluzioni a favore di Taipei e per approfondire i legami commerciali con l’arcipelago.
La richiesta, per quanto non vincolante, di impegnarsi in maniera direttamente militare rispetto alla situazione taiwanese è un cambio di passo significativo. La Repubblica Popolare Cinese, nella dichiarazione esplicativa del documento approvato, viene indicata come “una combinazione unica di partner, concorrente e rivale sistemico”, ma è chiaro che la tendenza delle classi dirigenti europee sta virando velocemente verso l’ultima definizione.
Il testo approvato pone grande attenzione alla questione economica, ma offre anche un’elaborazione generale sul ruolo che Pechino ha come attore geopolitico globale, contrastandola in maniera diretta fino al dispiegamento bellico. Si tratta, insomma, della traslazione del braccio di ferro col gigante asiatico su di un piano completamente diverso.
Tutto ciò avviene a preludio della missione del Commissario per il Commercio UE Maroš Šefčovič nella capitale cinese, che si svolgerà proprio oggi. L’eurodeputata che ha steso il documento, Hilde Vautmans di Renew Europe, ha esplicitamente affermato: “voglio che vada lì con il mandato più forte possibile da parte di quest’aula”.
Ma nei fatti, Šefčovič si sta presentando con una dichiarazione di guerra in mano, affermando che la Cina dovrebbe tutelare le aziende europee dalla propria superiorità produttiva e tecnologica, che i “secessionisti” sono legittimi solo se hanno dietro l’Occidente, e che la Repubblica Popolare dovrebbe pure temere esercitazioni congiunte condotte a ridosso dei propri litorali. La protervia del “giardino” di Borrell ha raggiunto vette psicotiche...
Fonte
07/10/2026
03/10/2026
Caso Tesla: quando la finanza di Wall Street si scontra con la macchina industriale cinese
Il 24 settembre 2026, alla Casa Bianca, Donald Trump ha offerto una cena di Stato in onore di Xi Jinping. Il tavolo principale ha riunito il presidente americano e Melania Trump, Xi Jinping e Peng Liyuan. Ma insieme a loro c’erano alcuni degli uomini e delle donne più potenti dell’industria tecnologica americana, tra cui Jensen Huang di Nvidia, Lisa Su di AMD, Tim Cook di Apple. E poi Elon Musk, uno dei pochissimi imprenditori americani ammessi nel cuore della serata.
Appena il giorno prima Musk aveva concesso un’intervista alla televisione di Stato cinese CCTV. Alla domanda su Xi Jinping, lo ha definito un “grande leader”, sostenendo di aver osservato personalmente l’enorme trasformazione della Cina negli ultimi anni. Quando l’intervista ha toccato il tema della Tesla, Musk è stato ancora più esplicito: ha tessuto un elogio alla capacità manifatturiera cinese, ha parlato dei lavoratori del suo stabilimento di Shanghai come di persone talentuose, laboriose e affidabili, e ha definito la Gigafactory cinese una “gem”, un gioiello.
Oggi la Gigafactory di Shanghai è diventata uno dei pilastri dell’intero sistema produttivo di Tesla. Secondo CCTV Finance, solo nella prima metà del 2026 la fabbrica ha consegnato quasi 468.000 automobili.
Dalla fine del 2019, quando sono iniziate le consegne dei veicoli prodotti nello stabilimento, ne sono usciti complessivamente più di 4,5 milioni, destinati non soltanto al mercato cinese ma anche all’Asia-Pacifico e all’Europa.
Le Model 3 vendute in Europa sono quasi tutte derivate dal Gigafactory di Shanghai.
La figura di Musk in Cina è molto conosciuta e ha ormai assunto una dimensione decisamente pop. Un esempio curioso è quello di sua madre, Maye Musk, diventata negli ultimi anni una piccola celebrità nel Paese.
Nel 2023 ha attraversato diverse città cinesi per promuovere l’edizione locale del suo libro, ha collaborato con marchi cinesi e ha raccolto centinaia di migliaia di follower sui social del Paese.
Shanghai, in particolare, compare spesso nei suoi viaggi. Nel febbraio 2024 Maye Musk ha pubblicato sui propri social le fotografie delle lanterne del Capodanno cinese allo Yuyuan Garden. La sua visita ha attirato talmente tanta attenzione che persino il sito ufficiale del governo municipale di Shanghai le ha dedicato un articolo, utilizzandola di fatto come testimonial per promuovere la città presso il pubblico internazionale.
Il rapporto tra Musk e Pechino continua ad apparire piuttosto particolare, proprio in un momento in cui tecnologia e catene industriali sono diventati i principali terreni di competizione tra Stati Uniti e Cina.
E il centro di questo rapporto è proprio Tesla.
La grande scommessa contro Tesla
Tra il 2018 e il 2019 Tesla stava attraversando uno dei momenti più delicati della propria storia: Musk cercava disperatamente di dimostrare che un’azienda nata nella Silicon Valley poteva trasformarsi in un vero produttore automobilistico di massa.
Fino a quel momento Musk aveva dimostrato di saper costruire automobili elettriche desiderabili, tecnologicamente avanzate e molto costose. La Model 3 doveva cambiare tutto: con un prezzo di partenza annunciato di 35.000 dollari, sarebbe stata l’automobile con cui Tesla avrebbe finalmente tentato di entrare nel mercato di massa.
Nel luglio 2017 Musk prevedeva una crescita rapidissima della produzione: 100 Model 3 in agosto, oltre 1.500 in settembre e addirittura 20.000 al mese entro dicembre.
Ma nello stesso momento, a Wall Street, una quantità enorme di denaro stava scommettendo esattamente sul contrario: sul fatto che Tesla non ce l’avrebbe fatta. Reuters riporta che in quel momento diversi analisti di Wall Street dubitavano fortemente che Tesla sarebbe mai riuscita ad avviare una produzione davvero di massa.
Inizialmente la realtà sembrava dare ragione a Wall Street. Nell’intero quarto trimestre del 2017 Tesla era riuscita a produrre appena 2.425 veicoli e a consegnarne 1.550. Non solo la produzione era stata molto più lenta del previsto, ma era iniziato quello che Musk stesso ha chiamato “production hell”, l’inferno della produzione.
Come scrive Elon Musk su X, tra il 2017 e il 2019 Tesla è stata a circa un mese dalla bancarotta. “La produzione della Model 3 è stata fonte di stress e sofferenza estremi per un lungo periodo, da metà 2017 a metà 2019. Un vero inferno per la produzione e la logistica”, aggiunge.
L’automazione che Musk aveva immaginato come uno dei grandi vantaggi di Tesla si stava rivelando in alcuni punti eccessivamente complessa; alcuni processi dovettero essere riprogettati e diversi colli di bottiglia rallentarono l’intera catena.
In altre parole, il problema non era inventare una buona automobile, ma produrne migliaia alla settimana mantenendo qualità, costi e tempi compatibili con un’industria automobilistica di massa.
Con il crescente clima di sfiducia che si diffondeva sul mercato, Tesla era diventata uno dei titoli preferiti dai ribassisti. Nell’agosto 2018 circa 35 milioni di azioni Tesla risultavano vendute allo scoperto: gli investitori ribassisti avevano preso in prestito e venduto sul mercato azioni Tesla che, ai prezzi di quel momento, valevano complessivamente oltre 10 miliardi di dollari, nella speranza di ricomprarle successivamente a un prezzo più basso e guadagnare sulla differenza.
Era una scommessa enorme contro l’azienda: Tesla era in quel momento uno dei titoli più venduti allo scoperto negli Stati Uniti. Tra i suoi avversari più celebri figuravano Jim Chanos, fondatore di Kynikos Associates, e David Einhorn, miliardario alla guida dell’hedge fund Greenlight Capital.
Le loro ragioni non erano completamente irrazionali. Tesla cresceva velocemente, ma consumava quantità enormi di capitale, faticava a rispettare le promesse sulla produzione e per anni aveva accumulato perdite. Alla fine di giugno 2018 disponeva di solo 2,24 miliardi di dollari in liquidità, mentre continuava contemporaneamente a finanziare l’espansione della Model 3, la Gigafactory del Nevada, la rete commerciale e i Supercharger, con investimenti complessivi per circa 2,5 miliardi di dollari.
La stessa Tesla avvertiva nei documenti depositati presso la Securities and Exchange Commission, l'ente federale statunitense preposto alla vigilanza delle borse valori, che ulteriori ritardi nella produzione della Model 3 avrebbero potuto danneggiare in modo significativo le sue condizioni finanziarie e le prospettive dell’azienda. Come si legge in quei documenti:
Abbiamo riscontrato e potremmo continuare a riscontrare ritardi nel raggiungimento delle tempistiche previste e degli obiettivi di costo e volume per la produzione e l’avvio della produzione del nostro veicolo Model 3, il che potrebbe danneggiare la nostra attività, le prospettive, la situazione finanziaria e i risultati operativi.
Il nostro futuro commerciale dipende in larga misura dalla nostra capacità di realizzare i piani di produzione, commercializzazione e vendita del modello Model 3, che offriamo a un prezzo inferiore e che produciamo in volumi significativamente più elevati rispetto ai modelli Model S e Model X. […]
Ad oggi, la nostra esperienza nella produzione di veicoli ad alti volumi, come quelli che abbiamo recentemente raggiunto e che prevediamo di incrementare ulteriormente con la Model 3, è limitata. [...] È inoltre prevedibile che si presentino ulteriori colli di bottiglia con l'ulteriore aumento della produzione, ed è fondamentale affrontarli tempestivamente.
Potremmo non essere in grado di rispettare i nostri crescenti piani di produzione, consegna e assistenza dei veicoli, il che potrebbe danneggiare la nostra attività e le nostre prospettive.
Nel documento, Tesla descrive con notevole precisione i problemi che avrebbe dovuto risolvere. L’eccessiva fiducia di Elon Musk nell’innovazione e nella sua formula “machine that builds the machine” aveva prodotto colli di bottiglia nella produzione, costringendo Tesla a reintrodurre lavorazioni semiautomatiche o manuali.
In più Tesla non aveva ancora una catena di fornitura particolarmente robusta o diversificata: un problema presso pochi fornitori chiave, come ad esempio Panasonic per le batterie, poteva rallentare la produzione, aumentare i costi e danneggiare i risultati finanziari. Come si legge nel documento:
Dipendiamo dai nostri fornitori, la maggior parte dei quali sono fornitori unici, e l’incapacità di questi fornitori di consegnare i componenti necessari ai nostri prodotti secondo le tempistiche previste e a prezzi, livelli di qualità e volumi per noi accettabili, o la nostra incapacità di gestire in modo efficiente tali componenti, potrebbe avere un impatto negativo significativo sulla nostra situazione finanziaria e sui nostri risultati operativi.
Abbiamo stipulato accordi a lungo termine con Panasonic, che sarà il nostro partner di produzione e fornitore di celle agli ioni di litio presso la Gigafactory 1 in Nevada e di celle e pannelli fotovoltaici presso la Gigafactory 2 a Buffalo, New York. Qualora dovessimo riscontrare difficoltà impreviste con fornitori chiave come Panasonic e non fossimo in grado di soddisfare tali esigenze con altri fornitori, potremmo subire ritardi nella produzione e una potenziale perdita di accesso a tecnologie e componenti importanti per la produzione, l’assistenza e il supporto dei nostri prodotti.
Inoltre, cambiamenti imprevisti nelle condizioni di mercato, nei prezzi dei materiali, nelle problematiche del lavoro, guerre, cambiamenti di governo, disastri naturali come i terremoti del marzo 2011 in Giappone e altri fattori al di fuori del nostro controllo e di quello dei nostri fornitori, potrebbero influire sulla capacità dei nostri fornitori di consegnarci i componenti nei tempi previsti.
La perdita di un fornitore unico o di un numero limitato di fornitori, o l’interruzione della fornitura di componenti da parte di questi fornitori, potrebbe comportare modifiche alla progettazione dei prodotti e ritardi nelle consegne ai nostri clienti, con conseguenti danni ai nostri rapporti con la clientela, pubblicità negativa, danni al nostro marchio e un impatto negativo significativo sulla nostra attività, sulle prospettive, sulla situazione finanziaria e sui risultati operativi.
Il problema non era quindi legato solo a Tesla, ma anche alla sua catena di rifornimento. Nel commentare uno dei tanti ritardi nel lancio della Model 3, Elon Musk ha affermato che in quell’occasione la produzione della berlina è stata rallentata da un fornitore che ha “completamente sbagliato tutto”.
Tesla alla fine riuscirà a centrare l’obbiettivo ridimensionato di 5.000 Model 3 a settimana entro la fine di giugno 2018. Ma Wall Street continuerà ad avere dei dubbi, chiedendosi se quei 5.000 veicoli fossero un ritmo industriale stabile oppure uno sprint eccezionale per chiudere il trimestre.
Come riportava Reuters: “secondo quanto riferito dai lavoratori, Tesla ha raggiunto l’obiettivo lavorando senza sosta e dirottando operai da altri progetti. L’azienda ha inoltre compiuto il passo senza precedenti di allestire una nuova linea di produzione all’interno di una tenda nel campus del suo stabilimento di Fremont”, un ritmo di produzione considerato non sostenibile né dal punto di vista operativo né da quello finanziario. Così le vendite allo scoperto sono proseguite.
All’inizio del 2019 sembrava che i ribassisti avessero avuto ragione. Tesla aveva bruciato circa 1,5 miliardi di dollari di cassa nel primo trimestre. Poche settimane dopo il titolo era sceso sotto i 200$ per la prima volta dalla fine del 2016. Secondo l’istituto finanziario S3 Partners, a quel punto chi aveva scommesso contro Tesla aveva accumulato nel 2019 circa 5,16 miliardi di dollari di guadagni.
Solo più tardi Musk avrebbe rivelato quanto fosse stata grave quella fase, raccontando come, nel momento peggiore tra la metà del 2017 e la metà del 2019, Tesla si fosse trovata a circa un mese dalla bancarotta.
Ma mentre a Wall Street infuriava la partita finanziaria, a Shanghai, invece, stava per cominciarne un’altra. Nessuno aveva programmato uno scontro tra questi due mondi, eppure, nel giro di appena due anni, la macchina industriale cinese avrebbe contribuito in modo decisivo a smentire la scommessa dei ribassisti: gli investitori che avevano puntato contro Tesla avrebbero accumulato perdite per quasi 40 miliardi di dollari, mentre Elon Musk sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo.
Entra in scena la Cina
Proprio mentre Wall Street aumentava le proprie puntate, dall’altra parte del Pacifico stava succedendo qualcosa che avrebbe modificato radicalmente i termini della scommessa. Il 7 gennaio 2019 Elon Musk si trovava in un terreno semi vuoto alla periferia di Shanghai per inaugurare la costruzione della prima Gigafactory Tesla fuori dagli Stati Uniti.
Sia ben chiaro, il governo cinese non aveva deciso di “salvare Elon Musk” e non esiste alcun elemento che faccia pensare che Pechino stesse elaborando una strategia contro i venditori allo scoperto americani.
La Cina aveva i propri interessi: attrarre investimenti stranieri, accelerare lo sviluppo dell’auto elettrica e utilizzare la concorrenza internazionale per trasformare la propria industria automobilistica.
Ma il risultato è stato che proprio mentre il mercato finanziario americano metteva in dubbio la capacità di Tesla di diventare un vero produttore di massa, la Cina le offriva le condizioni per tentare di dimostrare il contrario.
Nel 2017 Tesla trattava già con Shanghai per costruire automobili in Cina, ma la legislazione obbligava i costruttori automobilistici stranieri a creare una joint venture nella quale la partecipazione estera non poteva superare il 50%. Musk, invece, voleva mantenere il controllo completo della propria fabbrica.
Nell’aprile 2018 il governo cinese annunciò che proprio quell’anno avrebbe eliminato il limite alla partecipazione straniera per i produttori di veicoli a nuova energia, prima di estendere gradualmente l’apertura al resto dell’industria automobilistica. Non era una norma scritta esclusivamente per Musk, ma Tesla è stata la prima grande beneficiaria del cambiamento: il 10 maggio viene registrata Tesla (Shanghai) Co. Ltd. e due mesi dopo Musk firma con le autorità di Shanghai l’accordo per costruire il primo stabilimento automobilistico cinese interamente controllato da un produttore straniero.
La velocità con cui le decisioni successive sono state prese è forse ancora più sorprendente della decisione politica iniziale. Il 17 ottobre Tesla ottiene attraverso un’asta un terreno di circa 865.000 metri quadrati. Il 7 gennaio 2019, meno di tre mesi dopo, Musk è già a Shanghai per la cerimonia di posa della prima pietra. Da quel momento inizia quella che in seguito le stesse autorità municipali di Shanghai avrebbero chiamato “Tesla speed”.
I documenti del governo di Shanghai sono particolarmente interessanti perché permettono di capire che la velocità non dipese soltanto dagli operai che lavoravano giorno e notte, ma anche da una scelta precisa dell’amministrazione: invece di costringere il progetto ad adattarsi passivamente alle procedure esistenti, le procedure vennero riorganizzate attorno alle esigenze del progetto.
Il problema era enorme. Il governo di Shanghai racconta che quasi il 90% delle infrastrutture municipali necessarie doveva essere modificato o costruito: acqua, elettricità, gas e telecomunicazioni. Contemporaneamente Tesla continuava a modificare il progetto della fabbrica, tanto che progettazione, consultazione con le autorità e correzione dei piani procedevano in parallelo, invece di aspettare che ogni fase fosse completamente terminata prima di iniziare quella successiva.
E poi c’erano i soldi. In un momento in cui Tesla aveva bisogno di proteggere la propria liquidità, una parte importante dell’investimento di Shanghai non è stata finanziata drenando ulteriore capitale dagli Stati Uniti. Il 1° marzo 2019, Tesla Shanghai ha ottenuto una linea di credito fino a 3,5 miliardi di yuan da un consorzio formato da China Construction Bank, Agricultural Bank of China, Industrial and Commercial Bank of China e Shanghai Pudong Development Bank. Alla fine dell’anno, quando la fabbrica era ormai entrata in funzione, il finanziamento cinese sarebbe diventato ancora più grande: una linea fino a 9 miliardi di yuan per gli investimenti fissi e altri 2,25 miliardi di capitale circolante.
Questo non significa che la Cina stesse regalando una fabbrica a Musk. Il contratto sul terreno imponeva a Tesla obiettivi molto impegnativi: almeno 14 miliardi di yuan di investimenti fissi e, una volta raggiunta la produzione prevista, 2,23 miliardi di yuan all’anno di entrate fiscali. Era una transazione industriale nella quale entrambe le parti pretendevano qualcosa dall’altra.
Resta impressionante la combinazione di decisione politica e flessibilità amministrativa mostrata dal governo di Shanghai. Tanto che, una volta concluso il progetto, Shanghai arriva a considerare Tesla non semplicemente come un caso di successo aziendale, ma come modello amministrativo da replicare. Negli anni successivi i documenti ufficiali della città avrebbero parlato esplicitamente di “modello Tesla” e della necessità di rendere la “Tesla speed” una prassi normale per altri grandi investimenti industriali.
Naturalmente Shanghai non ha inventato dal nulla la capacità produttiva di Tesla. Fremont era stato il laboratorio nel quale Tesla aveva scoperto, spesso attraverso errori costosissimi, che costruire un prototipo tecnologicamente straordinario e produrre centinaia di migliaia di automobili sono due mestieri diversi.
E per sostenere una produzione davvero di massa serviva una catena di fornitura stabile, profonda e resiliente: esattamente il tipo di ecosistema industriale che la Cina era in grado di offrire.
Nell'agosto 2019, mentre Shanghai si preparava ad avviare la produzione, Reuters riferiva che Tesla per le batterie stava negoziando con LG Chem, che disponeva di capacità produttiva a Nanchino, e contemporaneamente valutava anche fornitori locali come CATL. Reuters descriveva esplicitamente la mossa come un tentativo di diversificare le fonti rispetto alla precedente dipendenza esclusiva da Panasonic.
Questo è esattamente il problema che Tesla aveva descritto alla SEC un anno prima: se Panasonic ha un problema, chi ci fornisce le celle? In Cina la domanda comincia ad avere più risposte possibili.
Nel giro di pochi anni il 95% dei componenti delle auto prodotte a Shanghai viene acquistato localmente, attraverso una rete di oltre 400 fornitori cinesi; più di 60 di questi sono stati successivamente incorporati anche nella supply chain globale di Tesla, una localizzazione profonda che ha contribuito sia ad abbassare i costi sia a ridurre l'esposizione alle interruzioni logistiche internazionali.
La costruzione della gigafactory di Shanghai era cominciata nel gennaio 2019. A ottobre Tesla aveva già iniziato la produzione di prova. Bloomberg ha calcolato appena 168 giorni lavorativi tra l’ottenimento dei permessi e l’allacciamento della nuova fabbrica alla rete elettrica, una velocità eccezionale persino per gli standard cinesi.
La scommessa si rovescia
Tornando a Wall Street, il primo segnale che qualcosa stava cambiando arriva nell’ottobre del 2019. Soltanto quattro mesi prima il titolo Tesla era precipitato ai minimi da anni e i venditori allo scoperto stavano accumulando miliardi di dollari di guadagni.
Il 23 ottobre, invece, Tesla ha pubblicato il rapporto trimestrale che sorprende completamente Wall Street: nei risultati del terzo trimestre, contro le aspettative, la società di Elon Musk torna in utile: 143 milioni di dollari di profitto netto, 371 milioni di free cash flow e una liquidità salita a 5,3 miliardi.
Il dato era sorprendente perché non derivava da un’esplosione dei ricavi. Tesla stava piuttosto cominciando a risolvere proprio il problema che per anni aveva alimentato lo scetticismo degli investitori: produrre in massa senza dissanguarsi. Le consegne avevano raggiunto il record di 97.000 vetture, il costo di produzione della Model 3 continuava a diminuire e il margine automotive era risalito dal 18,9 al 22,8 per cento in appena tre mesi. Nel frattempo Musk aveva imposto una drastica cura dei costi: le spese operative erano scese al livello più basso dall’inizio della produzione della Model 3.
E proprio mentre Fremont cominciava finalmente a funzionare con maggiore efficienza, dall’altra parte del Pacifico Tesla poteva mostrare qualcosa di ancora più sorprendente. La Gigafactory di Shanghai, il cui cantiere era stato inaugurato appena dieci mesi prima, era già pronta per la produzione sperimentale. Secondo Tesla, realizzare quella capacità produttiva era costato circa il 65 per cento in meno rispetto alle linee della Model 3 costruite negli Stati Uniti. E, nel documento, Tesla specifica di avere anche un nuovo mercato a disposizione, il mercato cinese.
Wall Street si trova improvvisamente davanti a una Tesla diversa. Il giorno successivo il titolo balza di circa il 17 per cento, costringendo molti degli investitori che avevano scommesso contro Musk a ricomprare le azioni, alimentando ulteriormente il rialzo.
A questo punto la scommessa finanziaria iniziata poco tempo prima si era completamente rovesciata. Nel corso del 2020 le azioni Tesla aumentano del 743%. A dicembre la società è entrata addirittura nello S&P 500, il principale indice azionario americano, costringendo i fondi che lo replicano ad acquistare il titolo.
Per chi aveva scommesso sul contrario, il conto è stato devastante. Secondo i calcoli di S3 Partners riportati da Reuters, nel solo 2020 le posizioni ribassiste su Tesla hanno accumulato oltre 40 miliardi di dollari di perdite.
Cosa ha guadagnato la Cina?
Il governo cinese non ha messo a disposizione di Tesla credito, terreno, infrastrutture e una straordinaria flessibilità amministrativa per fare un favore a Elon Musk. La Cina aveva un proprio obiettivo industriale e, sotto questo aspetto, l’arrivo di Tesla rappresentava uno strumento perfettamente coerente con una trasformazione che Pechino aveva già deciso di accelerare.
Quando nel 2018 la Cina ha eliminato il limite alla partecipazione straniera per i produttori di veicoli a nuova energia, la misura non riguardava infatti soltanto Tesla. Faceva parte di una più ampia apertura del settore manifatturiero agli investimenti stranieri. Ma è interessante osservare come il governo stesso spiegava quella decisione. La Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (NDRC) scriveva che la nuova apertura avrebbe contribuito ad “attrarre maggiormente gli investimenti stranieri, promuovere la concorrenza di mercato e rafforzare la capacità di innovazione”.
Poche settimane prima la stessa NDRC aveva affermato che l’obiettivo era consentire alle aziende cinesi e straniere di svilupparsi in un ambiente di concorrenza e favorire scambi più ampi di capitale, tecnologia, management e talenti.
Già all’epoca in Cina si cominciava a utilizzare una metafora che negli anni successivi sarebbe diventata ricorrente: quella del 鲶鱼效应, l’effetto pesce gatto. L’idea è semplice: inserire in un ambiente relativamente tranquillo un concorrente estremamente aggressivo costringe tutti gli altri a muoversi più velocemente.
Questa pressione non era teorica. Una Model 3 prodotta localmente significava che Tesla poteva progressivamente ridurre costi, dazi e spese logistiche, diventando un concorrente molto più pericoloso per BYD, Nio, Xpeng e gli altri produttori cinesi. Nel 2020, quando Tesla ha cominciato a ridurre ripetutamente il prezzo della Model 3 cinese, il dibattito è diventato così acceso che alcuni osservatori hanno iniziato a chiedersi se Pechino avesse introdotto nel proprio mercato un “pesce gatto” o uno “squalo”.
Il timore era che, invece di stimolare le aziende locali, Tesla avrebbe potuto divorarne una parte. La lettura opposta era che proprio quella pressione avrebbe costretto le imprese cinesi a migliorare più rapidamente prodotti, tecnologia, costi e organizzazione.
C’era poi un secondo effetto, forse ancora più importante: la catena di fornitura. Tesla non era semplicemente un produttore americano che assemblava automobili in Cina utilizzando componenti importati dagli Stati Uniti. La Gigafactory ha iniziato molto rapidamente a localizzare la produzione. Secondo il governo di Shanghai, già nel 2022 oltre il 95% dei componenti utilizzati nello stabilimento era ormai di provenienza locale. Intorno alla fabbrica si è formato nel delta del Fiume Azzurro un ecosistema che comprende batterie, chip automobilistici, sistemi di guida intelligente, interni e lavorazioni di precisione. Le autorità di Shanghai affermano esplicitamente che l’arrivo di Tesla aveva favorito l’aggiornamento e l’innovazione della filiera automobilistica regionale.
Negli anni successivi l’effetto si sarebbe allargato ulteriormente. Tesla ha dichiarato di avere oltre 400 fornitori cinesi di primo livello, più di sessanta dei quali sono poi entrati anche nella sua catena di fornitura globale. Questo è forse il risultato industriale più interessante dell’intera vicenda: la Cina non aveva semplicemente attirato una fabbrica straniera; aveva inserito una delle aziende automobilistiche più innovative del mondo dentro un ecosistema produttivo cinese, permettendo contemporaneamente ai fornitori locali di entrare più profondamente nelle catene globali.
Parlare di un semplice “trasferimento di tecnologia” sarebbe eccessivo: Tesla rimane proprietaria delle proprie tecnologie e non ha un partner cinese nella società, ma concorrenza, localizzazione della fornitura, formazione dei lavoratori e integrazione produttiva hanno prodotto inevitabilmente conoscenze, standard e capacità industriali che sono andati ben oltre i cancelli della Gigafactory.
Wall Street e Shanghai, insomma, avevano fatto due scommesse opposte sulla stessa azienda. Alcuni investitori americani speravano di guadagnare dal fallimento di Tesla; la Cina sperava di guadagnare dal suo successo.
02/10/2026
Trump-Xi, non è stato solo uno show
Il commento più perspicace che mi è capitato di leggere sulla visita di stato di Xi Jinping che si è conclusa ieri negli Stati Uniti è un post secco su LinkedIn, pubblicato da una donna cinese. Non riesco a ritrovarlo – dunque non posso citare l’autrice – ma ricordo che recita così: solo se sei potente vieni rispettato.
La Cina che Donald Trump ha offeso ripetutamente ai tempi del suo primo mandato (2017-2021), tra l’altro dandole dell’untrice globale durante la pandemia di Covid-19 e ribattezzando quella malattia “virus cinese”, non è la stessa Cina di cui, da giovedì a sabato, ha accolto il leader con una pompa tale da suscitare inquietudine in patria (tra i suoi stessi repubblicani) e all’estero.
Per comprendere perché il presidente Usa abbia alla fine optato per una linea più accomodante nei confronti di Pechino – che probabilmente porterà avanti fino a quando, il 20 gennaio 2029, dovrà lasciare la Casa bianca – bisogna ricordare i fattori principali che hanno determinato questa scelta che, a giudizio di chi scrive, come ben sintetizzato dal post della signora cinese, vanno ben al di là di un mero calcolo elettoralistico di Trump, atteso il 3 novembre alla prova delle urne per il Mid Term:
- la Cina è diventata, sempre più, una superpotenza commerciale. Nel 2025 ha registrato un surplus di 1.200 miliardi di dollari e monopolizza l’export di terre rare, indispensabili per l’industria elettronica e bellica degli Usa (e di altre economie avanzate);
- l’influenza internazionale di Pechino è cresciuta notevolmente, spinta dalle iniziative promosse dalla leadership cinese (Global Development Initiative e Belt and Road Initiative, tra le altre) e favorita dall’unilateralismo di Trump;
- l’esercito popolare di liberazione si è rafforzato: nel Pacifico occidentale – soprattutto nei “mari della Cina” (Mar cinese meridionale e Mar cinese orientale) – l’egemonismo statunitense ha incontrato finalmente un argine;
- l’hi-tech cinese – rappresentato dalle sue compagnie di internet e di intelligenza artificiale – ha fatto passi da gigante, con la conseguenza che il paese sta riducendo in quest’ambito cruciale le dipendenze dalle economie più avanzate, in primis quella statunitense.
Accordi e disaccordi
Tuttavia gli esiti concreti del summit rivelano che a cambiare è il metodo dell’amministrazione Trump, che, con la Cina, è diventato dialogante, non la dinamica delle relazioni tra le prime due economie del Pianeta, due superpotenze, che resta di competizione e rivalità. Questo vertice però – è importante sottolinearlo – non era stato organizzato per sottoscrivere intese di rilievo, ma, appunto, per dare continuità al nuovo corso.
Come che sia, il caso che meglio rappresenta le difficoltà di Washington e Pechino – mentre il Congresso, il Pentagono e la Cia restano ostili alla Cina – di trovare compromessi sostanziali è quello dell’intelligenza artificiale, sulla quale nei giorni scorsi si sono moltiplicati gli appelli alla cooperazione bilaterale, dopo gli allarmi lanciati dagli esperti Usa del settore sulla possibilità che la tecnologia vada fuori controllo.
Trump ha spento le speranze di chi auspica una collaborazione fruttuosa tra i due paesi leader nello sviluppo dell’IA. «La Superintelligenza sarà un tema di discussione molto importante, ma voglio lasciarla esattamente dov’è», ha tagliato corto, mentre Xi ha sostenuto che andrebbe mantenuta sotto il controllo umano e dovrebbe servire l’interesse pubblico.
Nei giorni scorsi, le aziende cinesi erano state accusate di aver sottratto e copiato modelli americani attraverso «campagne di distillazione su scala industriale». Pechino aveva reagito contro-accusando Washington di voler imporre un monopolio sulla nuova tecnologia e frenare lo sviluppo della Cina, e minacciando contromisure.
Nel Fact Sheet, non un vero e proprio comunicato, della Casa bianca, si sottolinea che Trump ha ottenuto da Xi l’ok a chiamarla “Superintelligenza” e che tra i due paesi partirà un dialogo formale sull’IA.
Di fatto, Cina e Stati Uniti andranno avanti sviluppandola ognuno a modo suo: indirizzata dallo stato, open source e forse meno performante quella cinese; in mano alle corporation, finanziarizzata e con poche regole quella statunitense. Trump e Xi non ne rallenteranno la corsa come Ronald Reagan e Michail Gorbačëv fecero con l’atomica: i modelli non hanno ancora prodotto i disastri della bomba e Trump ha illustrato con chiarezza adamantina il suo punto di vista: «Chi vince sull’IA, vince su tutto».
Anche sul commercio non c’è ancora un’intesa, nonostante le trattative mensili tra le rispettive delegazioni. Lo sbarco a Washington del segretario generale del Partito comunista è stato preceduto dall’annuncio dell’estensione di due mesi – fino al 10 gennaio – della tregua di un anno sui super-dazi, siglata dai due il 30 ottobre scorso.
È il segnale che Washington e Pechino, in questa nuova fase che i cinesi hanno etichettato come “stabilità strategica costruttiva”, vogliono confrontarsi sulle questioni più spinose, ma anche della difficoltà di raggiungere un compromesso, che il segretario al tesoro, Scott Bessent, e il vice premier e responsabile per l’economia, He Lifeng, stanno discutendo da un anno. Ieri Bessent ha dichiarato che l’amministrazione repubblicana è «disponibile sia a continuare semplicemente con l’intesa raggiunta a Busan sia a valutare un accordo più ampio», caldeggiato dai cinesi.
Raggiunta un’intesa di massima su un regime tariffario reciprocamente non penalizzante su 30 miliardi di beni “non sensibili”, in entrambe le direzioni, tra i quali rientrerà l’aumento delle importazioni cinesi di soia e altri prodotti agricoli statunitensi.
Trump ha ottenuto l’impegno della Cina a importare, nel 2027 e 2028, almeno 10 milioni di tonnellate di carbone Usa all’anno, mentre si sta ancora discutendo sul controllo dell’export di terre rare, che Pechino vuole sentirsi libera di rallentare.
È stato ufficialmente istituito il Board of Investment, ideato durante la visita di Trump in Cina a maggio.
Per quanto riguarda i dossier internazionali, la Cina ha mostrato disponibilità ad aiutare Trump a tirarsi fuori dal pantano di Hormuz, mediando tra Washington e gli amici iraniani.
È interessante notare che Xinhua ha diffuso una nota separata per approfondire il commento di Xi sulla posizione della Cina riguardo al Medio Oriente, senza fare altrettanto sulla guerra in Ucraina:
La Cina ha sempre ritenuto che la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi debbano essere rispettate. La Cina ha costantemente svolto un ruolo costruttivo nell’allentare le tensioni e riportare la situazione alla calma, incoraggiando tutte le parti a optare per la pace e a mantenere vivo lo slancio dei negoziati. La Cina sostiene il ritorno di Stati Uniti e Iran al Memorandum d’intesa di Islamabad, auspicando che entrambe le parti tornino al più presto sulla via della soluzione delle questioni attraverso il dialogo e i negoziati, giungano infine a un accordo globale che comprenda anche la questione nucleare e raggiungano quanto prima la pace.Chi la dura la vince
Xi ha intensificato la pressione sul presidente Usa per ottenere concessioni su quella che lo stesso Trump ha recentemente definito “merce di scambio”, (bargain chip), ovvero l’isola di Taiwan, la cui “riunificazione” alla madrepatria per Pechino è invece parte integrante della strategia di Grande rinnovamento della nazione cinese (Zhōnghuá mínzú wěidà fùxīng).
Xi ha invitato Trump a trattare la questione taiwanese «con attenzione» e ad adottare la «posizione corretta», opponendosi all’indipendenza dell’isola. La Cina è pronta a dare una mano in Medio Oriente, e forse anche a qualche altra concessione, se otterrà uno stop alla vendita di armamenti statunitensi (11 miliardi di dollari già approvati e 14 miliardi in attesa dell’ok di Trump) a quella che Pechino considera una provincia ribelle.
Ma è improbabile che Trump possa scostarsi dalla tradizionale politica Usa di “ambiguità strategica” e sostegno militare, a scopo “difensivo”, a Taiwan.
Fin dal momento in cui Trump, il 5 novembre 2024, è stato rieletto, la diplomazia cinese ha lanciato un’offensiva indirizzata alla Casa Bianca, utilizzando come ambasciatrici le corporation Usa, oltre ai normali canali diplomatici e ai media, che Pechino utilizza sempre meglio (non va sottovalutato, a tal proposito, il ruolo svolto, sui social, da commentatori, ricercatori, giornalisti e influencer occidentali folgorati sulla via di Pechino).
Alla carota Pechino ha alternato il bastone del blocco dell’export delle terre rare, al quale la Cina è ricorsa, per la prima volta, per rispondere ai super-dazi varati da Trump col Liberation Day, il 2 aprile 2025.
Su Taiwan in particolare l’offensiva diplomatica di Pechino nei confronti di Washington è stata martellante, perché la leadership cinese sa che quella di Trump è un’amministrazione non solo meno ideologica di quella precedente, ma anche sgangherata.
Insomma Xi è arrivato al summit della Casa Bianca al culmine di un intenso lavoro, svolto dagli organismi preposti del partito e dalla diplomazia, indirizzato a centrare i due obiettivi strategici per Pechino:
- stabilizzare le relazioni con Washington, in modo tale da rimuovere o, quantomeno, depotenziare le politiche dell’avversario che potrebbero rallentare lo sviluppo socioeconomico della Cina (dazi, restrizioni alle esportazioni, conflitti che danneggiano le catene di approvvigionamento);
- fare un passo avanti in direzione della “riunificazione pacifica” di Taiwan, traguardo più difficile da raggiungere, nonostante l’indifferenza palesata da Trump nei confronti del governo di Taipei e il ritardo nell’approvazione della seconda commessa militare record per l’isola.
Come scrisse Henry Kissinger nel 2018:
penso che Trump possa essere una di quelle figure che, di tanto in tanto, compaiono nella storia per segnare la fine di un’epoca e costringerla a rinunciare alle proprie pretese. Questo non significa necessariamente che lui ne sia consapevole o che stia pensando a una grande alternativa. Potrebbe essere semplicemente un caso.Fonte
30/09/2026
27/09/2026
26/09/2026
Il fronte cibernetico del porto
Una nave portacontainer arriva in porto e si ferma sotto una fila di gru portuali alte quanto un palazzo. Le loro braccia si allungano sopra il ponte, agganciano uno dei container impilati a bordo e lo spostano a terra. È una coreografia che si ripete migliaia di volte al giorno in ogni grande porto del mondo, con una precisione crescente e tempi sempre più ridotti. Da operazioni simili dipende buona parte del commercio mondiale e del suo ritmo.
A prima vista, una gru portuale (in gergo: ship-to-shore) sembra soprattutto una grande struttura meccanica, quasi un residuato industriale: acciaio, motori, cavi e carrucole costruiti per sollevare decine di tonnellate. La verità è che le gru installate nei grandi porti contemporanei sono ormai inserite all’interno di ecosistemi digitali molto complessi, piene come sono di sensori che controllano posizione, velocità e oscillazione dei container; software che coordinano i movimenti; strumenti per comunicare con gli altri dispositivi del porto e delle navi, ecc.
La trasformazione di strumenti meccanici in dispositivi digitali non riguarda peraltro solo le gru, ma i porti nel loro complesso. Negli ultimi decenni i terminal si sono riempiti di sistemi informatici che assegnano gli spazi ai container, coordinano camion e treni, gestiscono gli ingressi in banchina, registrano i movimenti delle merci e stabiliscono in quale ordine una nave debba essere caricata o scaricata. Nei terminal più automatizzati, parte delle operazioni che un tempo richiedevano centinaia di lavoratori viene oggi eseguita o coordinata da software, sensori e veicoli autonomi. E i progressi dell'intelligenza artificiale – in termini soprattutto di computer vision, IoT/sensori, digital twin e veicoli autonomi – promettono di rendere la tendenza ancora più evidente in futuro.
Tanta efficienza è necessaria perché nei porti il tempo costa più che altrove. Una nave ferma anziché in viaggio consuma enormi risorse finanziarie. Una colonna di tir in coda perché c’è stato un errore nell’assegnazione di uno slot di carico è un danno che si ripercuote a cascata su migliaia di altri trasporti. Per questo conoscere con precisione e rapidità dove si trova un container, quanto spazio rimane su un cargo, in quale ordine vanno caricate o scaricate le stive è un fattore fondamentale per ridurre tempi e costi e aumentare l’efficienza logistica.
Più efficiente diventa la logistica, più facile ed economica risulta l’organizzazione di catene produttive distribuite su migliaia di chilometri, ovvero la struttura industriale alla base del sistema produttivo contemporaneo. La digitalizzazione dei porti è, in altre parole, uno degli sviluppi tecnologici che hanno permesso alla globalizzazione di funzionare con l’enorme fluidità ed efficienza raggiunta negli ultimi decenni.
Questa stessa trasformazione ha però prodotto altre conseguenze: un porto più digitalizzato è efficiente, ma è anche più vulnerabile ad attacchi informatici e ad altri generi di sabotaggio tecnologico. Ed è così che, di recente, anche i macchinari portuali hanno iniziato a diventare una questione cyber e geopolitica.
Il problematico dominio di ZPMCIl caso più evidente è quello delle gru prodotte da Shanghai Zhenhua Heavy Industries Company, meglio nota come ZPMC. L’azienda cinese è diventata negli ultimi trent’anni il principale produttore mondiale di gru portuali e le sue macchine sono oggi presenti nei terminal di decine di paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, ZPMC è arrivata a occupare una posizione dominante tra le gru portuali installate nei porti commerciali.
Per molto tempo questo dato ha interessato solo gli addetti ai lavori. ZPMC era semplicemente un’azienda che vendeva macchinari grandi, costosi e difficili da produrre a clienti che avevano bisogno di movimentare un numero crescente di carichi nel minor tempo possibile. La sua espansione era, prima di tutto, una storia industriale: quella di un’azienda che, come molte altre realtà cinesi, era riuscita a conquistare un settore altamente specializzato grazie alla capacità produttiva, ai prezzi competitivi e alla possibilità (pure questa logistica) di consegnare in tutto il mondo delle gru già quasi completamente assemblate.
Poi sono arrivati gli anni Venti ed è mutato il contesto politico. Negli Stati Uniti del post-Covid la crescente competizione con la Cina ha trasformato progressivamente alcune dipendenze industriali in problemi di sicurezza nazionale. È accaduto con i semiconduttori, con le apparecchiature per le telecomunicazioni, con le batterie, con una lunga serie di tecnologie e materie prime considerate critiche.
E alla fine è arrivato anche il turno delle gru. Macchinari che fino a pochi anni prima venivano raccontati soprattutto come moltiplicatori di efficienza hanno cominciato a essere descritti col vocabolario del rischio. Ci si è iniziati per esempio a domandare come fosse possibile che un componente industriale prodotto da un’azienda cinese, contenente hardware e software provenienti da una filiera internazionale, non solo fosse finito in ogni molo d’America (quelle ZPMC rappresentano quasi l’80% delle gru portuali presenti negli Stati Uniti), ma avesse libero accesso ad alcune delle reti infrastrutturali più importanti dell’economia statunitense.
Normali gru o spie cyber?Nel febbraio del 2024, l’amministrazione Biden è così intervenuta sulla cybersecurity dei porti statunitensi, dedicando particolare attenzione proprio alle gru ship-to-shore prodotte in Cina. Il timore era che sistemi di comunicazione, accessi remoti o altre componenti digitali potessero essere sfruttati per raccogliere informazioni o, in uno scenario più grave, interferire con le operazioni portuali. Nacque così sui media l’espressione “gru-spia”, che evocava l’immagine di queste enormi mantidi d’acciaio cinesi affacciate sui porti americani, le quali, oltre a spostare container, avrebbero potuto rappresentare una specie di cavallo di Troia digitale.
Era un’immagine potente, ma anche una semplificazione della realtà politica dietro il fenomeno. Il problema delle gru ZPMC non si limita alla eventuale, presunta, e tutta da dimostrare, volontà cinese di sabotare la logistica statunitense o mondiale. Il problema delle gru ZPMC ha a che fare con il difficilissimo ripensamento di un sistema industriale internazionale che per decenni ha ricercato l’efficienza estrema, ma che, negli ultimi anni, è diventato politicamente sempre più spaventato da se stesso. E questo genera alcuni paradossi.
Il primo paradosso è che una gru ZPMC non è, in realtà, interamente cinese. Come molti oggetti industriali complessi del nostro tempo, è il risultato di una catena di fornitura internazionale. Al suo interno contiene motori, sensori e componenti prodotti da aziende europee, giapponesi o americane, assemblati in Cina e infine installati in un porto dall’altra parte del mondo. Una filiera così stratificata è una caratteristica normale dell’industria contemporanea, ma rende molto difficile stabilire dove cominci e dove finisca il rischio associato a una determinata tecnologia.
Eliminare una gru cinese da un porto americano, per esempio, non significa necessariamente eliminare tutti i componenti critici cinesi dall’infrastruttura del porto. Allo stesso modo, sostituire una gru cinese con una macchina europea o giapponese non solo costa di più, ma non garantisce necessariamente che questa non utilizzi a sua volta componenti o subfornitori cinesi in qualche punto della sua catena di fornitura (che è la ragione per cui la burocrazia del protezionismo è una delle questioni tecnicamente più complesse al mondo).
Nel caso di una gru portuale, poi, la questione si complica ulteriormente perché il prodotto non termina ai confini della macchina. Una volta installata, la gru viene collegata all’ecosistema digitale del terminal. Deve comunicare con altri sistemi, essere aggiornata, diagnosticata, riparata. Le configurazioni variano da porto a porto e alcune macchine possono essere controllate, programmate o assistite da remoto.
Nel corso delle indagini condotte nel 2023 e nel 2024 dal Congresso USA furono trovati modem cellulari installati su alcune gru ZPMC o all’interno delle infrastrutture di rete che le servivano. In alcuni casi, secondo le commissioni parlamentari che condussero l’indagine, quegli apparati non erano esplicitamente previsti dai contratti stipulati dai porti. ZPMC aveva inoltre richiesto in diverse occasioni accesso remoto alle proprie gru, ufficialmente per attività di diagnostica e manutenzione.
Nessuna di queste caratteristiche, presa isolatamente, è la cosiddetta “smoking gun”. D’altra parte, un modem può avere una funzione perfettamente legittima e l’accesso da remoto, quando possibile, è comune nella manutenzione delle apparecchiature industriali, visti i grossi risparmi che permette. Il problema è che la stessa funzione che permette a un ingegnere di diagnosticare un guasto a distanza può, se progettata o configurata (magari intenzionalmente) male, trasformarsi in un punto di accesso per qualcun altro.
Le indagini statunitensi hanno quindi mostrato vulnerabilità e possibilità di accesso, ma non hanno dimostrato che Pechino abbia effettivamente utilizzato le gru ZPMC per spiare o sabotare i porti statunitensi. Nel rapporto sulle minacce informatiche al sistema marittimo pubblicato nel 2025, la Coast Guard precisava che i propri specialisti non avevano osservato attività malevole sulle o attraverso le gru, pur ritenendo che le vulnerabilità individuate le rendessero possibili.
È una distinzione importante: una vulnerabilità informatica può essere una falla tecnica, ma non indica inequivocabilmente la volontà di arrecare un danno. Una backdoor deliberatamente inserita da un produttore è invece qualcosa di diverso, perché implica intenzionalità. Dimostrare infine che l’eventuale backdoor individuata sia stata effettivamente utilizzata da uno Stato per attività di spionaggio richiede un ulteriore salto probatorio.
Il paradosso della globalizzazioneEd è qui che rischio informatico effettivo e percezione del rischio geopolitico (con tutti i pregiudizi che essa comporta) finiscono per sovrapporsi. Un governo che si occupa della sicurezza di infrastrutture essenziali non può soltanto domandarsi se qualcuno abbia già sfruttato una vulnerabilità o se esista per errore o per dolo, ma deve soprattutto chiedersi, e a maggior ragione nel caso di un porto, se qualcuno potrebbe usarla in futuro e con quali effetti. Bloccare un grande terminal significa infatti rallentare l’arrivo di generi alimentari, di farmaci, di componenti industriale e, in caso di conflitti, di materiale destinato alle forze armate. La vulnerabilità di un porto può avere conseguenze che si propagano nell’entroterra per migliaia di chilometri.
Ma proprio perché il ragionamento riguarda non ciò che accade o è accaduto ma ciò che potrebbe accadere, diventa difficile stabilire quale sia un livello di rischio accettabile. Se fosse necessario eliminare da qualunque infrastruttura critica ogni tecnologia potenzialmente vulnerabile, o riconducibile a un avversario politico, bisognerebbe ricostruire interamente le catene di fornitura mondiali.
Il problema è che le dipendenze tecnologiche – nei porti o nei data center – non nascono per caso e soprattutto non scompaiono rapidamente. ZPMC ha conquistato il mercato perché per decenni ha fatto esattamente ciò che il sistema economico globale chiedeva ai suoi fornitori: produrre su larga scala, contenere i costi, aumentare l’efficienza e consegnare in tutto il mondo.
ZPMC ha conquistato e dominato il settore per anni perché era un produttore capace non soltanto di costruire enormi gru, ma anche di assemblarle, trasportarle via mare e installarle direttamente nei terminal, offrendo ai propri clienti un vantaggio economico e di efficienza molto concreto. Per un porto che deve aumentare rapidamente la propria capacità, la provenienza geografica dei macchinari è stata per molto tempo una questione secondaria rispetto al prezzo, ai tempi di consegna e alle prestazioni.
Per trent’anni aziende e governi hanno costruito le loro supply chain partendo dall’idea che contasse solo l’efficienza: se un’azienda era in grado di produrre una gru migliore o più economica, aveva senso acquistarla. Se assemblare un prodotto dall’altra parte del mondo consentiva di abbassarne il prezzo, era razionale organizzare la produzione in quel modo. E la possibilità di spostare merci rapidamente, e con costi relativamente bassi, rendeva tutto questo molto conveniente. La posizione di quasi monopolio del settore raggiunta da ZPMC non è dunque un’anomalia della globalizzazione. Al contrario, è la dimostrazione del suo successo.
La vicenda delle “gru-spia” cinesi ci mostra quindi cosa succede quando la stessa logica che si è esaltata per anni viene filtrata attraverso un paradigma politico diverso e un clima di scarsa fiducia internazionale. La globalizzazione aveva entusiasticamente costruito la propria efficienza sulla convinzione che l’interdipendenza fosse soprattutto una risorsa. La competizione geopolitica contemporanea dà invece priorità all’ipotesi opposta: che ogni interdipendenza sia anche, almeno potenzialmente, una vulnerabilità. E così facendo non sta mettendo in discussione soltanto gli effetti della globalizzazione (chi dipende da chi, dove vengono prodotti i beni o chi controlla determinate tecnologie), ma anche gli strumenti materiali con cui la globalizzazione stessa funziona.
Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. È stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti.
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida statunitense. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati Uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa.
Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche.
Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
Come si vede, nella realtà dei fatti non c’è spazio per le infantili narrazioni alla moda, sui buoni e i cattivi che si contendono il mondo. C’è solo una brutale dinamica da guerra capitalista. Un tipico inviluppo imperialista, per dirla con Lenin. Le cui intuizioni restano superiori alle millanterie dei geopolitici di grido. E alle teorizzazioni di coloro, da Arrighi ad Harvey, che hanno provato ad annacquare la spiegazione capitalista della guerra in un imprecisato movente “statuale”.
Zelensky chiede perché la Russia, ricca di terre, pretenda ancora territorio. A domanda retorica risposta semplice: l’oggetto principale di tutte le guerre in atto non è il territorio, è la posizione gerarchica nell’ordine capitalistico futuro.
È dai tempi del “piano Keynes” che sappiamo come si governa una tendenza così perniciosa. Servirebbe una regolazione politica e non di mercato di squilibri internazionali altrimenti destinati a esondare nel sangue. Ma da questa ipotesi cooperativa siamo ancora lontani.
Per adesso, ci basta il conforto di vedere i due grandi capi insieme a Washington, seduti a sorseggiare un tè. Più i tempi sono cupi, più commettiamo l’errore di accontentarci di poco. Eppure, dal successo o dal fallimento di questi G2 ogni altra cosa del mondo è destinata a seguire.
Una rottura tra Xi e Trump alimenterebbe tutti i venti di guerra. Un sentiero di accordi tra i protagonisti, invece, costringerebbe gli attori secondari a rivedere i copioni bellici. Da Al Saud a Khamenei, e persino Netanyahu e Putin. Per ragioni di finanze e di interscambio, le loro guerre durano finché i due giganti le assecondano.
Con una eccezione: i cosiddetti “volenterosi” europei, con l’Italia nel ruolo di aspirante. Se la guerra in Ucraina sta diventando infinita, se siamo fermi all’accordo di associazione Ue-Ucraina che diede inizio al caos, lo dobbiamo a loro quanto al Cremlino. Di fatto, è l’unica cricca di paesi che potrebbe salutare con poco entusiasmo un eventuale cenno di pace dai vertici Cina-Usa.
Non è un accidente della storia. Anche qui, il punto è capitalistico. La suggestione di un nuovo militarismo verso l’esterno, che compensi il declino interno dei profitti, in Europa è più forte che altrove. Nelle speranze dei fondatori dell’Ue, dovevamo essere «agenti di pace nel mondo». Ci siamo ridotti a melliflui sabotatori della diplomazia internazionale.
Del resto, nel continente europeo la pulsione bellica è più diffusa di quanto sembri. Se non lo capiamo, è perché siamo arrivati alla follia di considerare i neofascisti in ascesa, militaristi, razzisti e simpatizzanti dei massacri di “islamici”, come “amici di Putin” e quindi baluardi di pace. Se il capitalismo americano decade, quello europeo è ormai in pieno delirio irrazionalista.
Anche un filotto di G2 sorprendentemente illuminati non potrebbe risolvere tutto. Serve che le velleità belliche europee siano schiacciate da un netto dissenso democratico. Da sinistra, perché ogni ipotesi di “pacifismo fascista” è solo una fantasia horror. In questo senso, pure un cambio nella politica estera di un paese laterale come l’Italia aiuterebbe.
In termini di risorse, logistica e disponibilità a militarizzare le vie commerciali, la linea di Meloni, Tajani e Crosetto è stata tra le più subalterne al bellicismo in tutta la storia repubblicana. Fare meglio non dovrebbe essere impossibile. Fare peggio potrebbe rivelarsi fatale.
Fonte
25/09/2026
Usa e Cina non si scontrano, per fortuna
La parte sostanziale viene peraltro discussa tra gli “sherpa”, ovvero i dirigenti dei vari settori economici, politici, militari che costituiscono il vero focus di ogni vertice. Da lì arriva poco o nulla, e quel poco richiede in genere una conoscenza approfondita dei problemi, il che esclude la quasi totalità della stampa, ormai ridotta a “porgitori di microfono” che solo raramente si sente in dovere di fare anche domande.
La valanga di articoli e servizi televisivi che ne discende sono quindi in genere “interpretazioni” del linguaggio diplomatico, che ha una serie di termini standard per indicare lo stato delle relazioni tra i due paesi, sia sul piano “storico” che immediato. Un “confronto franco” sta ad indicare un dialogo tra sordi ai confini della rissa verbale, uno “costruttivo” sta invece per qualche avanzamento in alcuni settori, e così via.
Ovviamente, anche le interpretazioni sono diverse a seconda degli interessi nazionali, aziendali (i media hanno dei proprietari che quasi sempre sono industriali con il core business in altri comparti), la stagione politica, ecc..
Tutta la premessa serve a dire che il confronto tra Trump e Xi, in quel di Washington, nel mentre all’Onu prosegue la passerella dei leader del resto del mondo, si va svolgendo sotto il segno del “bel tempo”. “I nostri rapporti mai così buoni”, “un nuovo modello di convivenza”, e giù grandi sproloqui sul sostegno alla “collaborazione” anziché alla “competizione”.
La realtà è naturalmente assai più complessa. Per esempio è certamente vero che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – secondo due modelli ormai decisamente differenti, di cui quello “autoritario e centralista” è paradossalmente la versione Usa – è uno dei capitoli più importanti ed urgenti di questo vertice.
È sicuramente vero che Trump è accompagnato dalla nutrita pattuglia dei “chief executive officer” statunitensi – Elon Musk di X-Grok, Jeff Bezos di Amazon, Zuckerberg di Meta, Huang di Nvidia e Altman di OpenAi – ma è altrettanto vero che ai “pari grado” cinesi è stato negato il visto necessario ad entrare negli Stati Uniti.
Buona parte dei grandi capitani d’impresa della Repubblica Popolare è infatti inserita nelle liste nere commerciali statunitensi, e nessuno si è preoccupato per l’evidente e pesante sgarbo fatto alla controparte. Per capirci: personaggi di spicco come Liang Wenfeng (fondatore di DeepSeek) e Yang Zhilin (fondatore di Moonshot AI) sono rimasti a casa. Mentre alcuni industriali cinesi di altri settori sono arrivati solo in un secondo momento.
Non mancano nella delegazione di Pechino funzionari espertissimi in materia, ma è chiaro che l’ostilità Usa verso i “concorrenti” è ai massimi livelli.
Lo sconfinato pragmatismo cinese è in grado di assorbire “scortesie” anche più gravi, ma certamente in qualche altro comparto arriverà prima o poi una reazione uguale e contraria, sicuramente costosa anche in termini economici.
Xi, come al solito, non ha fatto un plissè, limitandosi a ribadire che “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo sia la capacità che la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e serva al benessere delle persone”. Una mezza frecciata, insomma, alle recenti “evasioni” avvenute durante esperimenti nell’AI statunitense e alle conseguenti paure diffuse dai “ceo”...
Anche sul piano delle relazioni economiche il mismatch esistente evidenzia le “chiusure” e i divieti americani, con Xi Jinping pronto a ricordare che “La cooperazione tra Cina e Stati Uniti potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza la nostra cooperazione sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel nostro paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la lista delle aree di cooperazione e ridurre la lista dei problemi”.
Fino a fornire un avvertimento e un richiamo alle antiche prassi stravolte proprio dall’unilateralismo statunitense: “Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda”.
In conclusione, i “buoni rapporti” sono all’insegna della massima vigilanza reciproca, con qualche calcetto sugli stinchi tirato sotto il tavolo.
E comunque, per un mondo sull’orlo della guerra, questa è una mezza buona notizia, perché quanto meno non accelera le dinamiche negative.
Chi appare fuori dai giochi, e anche fuori di testa, è comunque la classe dirigente europea. L’insistenza dei media – e di alcuni politici – sulla questione di Taiwan è indicativa di un orientamento guerrafondaio su tutti i fronti.
Per non farla lunga. Lo status di Taiwan è ritenuto dai cinesi una “questione interna” (l’isola è sostanzialmente indipendente e staccata dalla Cina continentale dal 1949, quando vi si rifugiarono le truppe di Chiang-Kai Schek, sconfitto dalla Rivoluzione). Mentre gli Stati Uniti, che hanno riconosciuto la Repubblica Popolare solo nel 1979, mantengono una posizione storicamente ambigua. Da un lato ufficialmente adottano la linea che ammette esistere “una sola Cina”, dall’altro però Washington prende atto della rivendicazione cinese su Taiwan senza però riconoscerne formalmente la sovranità territoriale. Di fatto, vende armi a Taipei…
Insistere in questa fase sulla “necessità” occidentale di “proteggere Taiwan” significa accentuare fortemente la contraddizione con Pechino. Che sarebbe comunque un problema, per un continente che si va sfaldando economicamente, ma appare anche un’idiozia strategica senza pari in una fase in cui l’“alleato” americano si dimostra ogni giorno un avversario, le relazioni con la Russia sono ad un passo del conflitto aperto a causa della “guerra per procura” fatta combattere dall’Ucraina e i mercati si vanno chiudendo da tutte le parti.
Fonte
Paura dell’IA, o paura dell’IA cinese?
Le dimissioni di Jacob Coxon da Anthropic, seguite dalle dichiarazioni allarmistiche di altri ricercatori e dall’inedita convergenza tra Sam Altman, Elon Musk e Dario Amodei sulla necessità di “rallentare”, nascondono qualcosa sotto la patina di genuino campanello d’allarme. La domanda che sorge spontanea è se questa ondata di “paura dell’IA” non sia, in realtà, una paura dell’IA cinese, mascherata da preoccupazione esistenziale per l’umanità.
Lo spettro dell’IA cinese
Qualche indicazione la fornisce la politica di Washington. Il presidente Trump ha respinto con veemenza ogni ipotesi di rallentamento, definendo le paure di una catastrofe globale una “bufala” e ribadendo che “chi vince l’IA, vince tutto”. Lo speaker della Camera, Mike Johnson, ha avvertito che un intervento regolatorio affrettato significherebbe “perdere la corsa contro la Cina”. Il messaggio è chiaro: la vera minaccia non è l’IA in sé, ma l’IA sviluppata a Pechino.
Questa narrazione non è nuova. Da anni, figure come Dario Amodei di Anthropic sostengono che la Cina rappresenti il pericolo più grave legato all’IA e che qualsiasi rallentamento americano avvantaggerebbe Pechino. La sua proposta di “rallentare” è in realtà condizionata: gli Stati Uniti possono rallentare solo dopo aver consolidato un vantaggio incolmabile su chi resta indietro, con sanzioni, restrizioni sulle esportazioni di chip e controllo delle catene di fornitura.
Un vantaggio cinese che spaventa
E la preoccupazione degli imperialisti stelle-e-strisce non è infondata. Un rapporto del Congressional advisory body statunitense ha riconosciuto che la Cina sta costruendo un “ciclo auto-rinforzante” grazie a modelli open source sempre più performanti e a un’integrazione unica con il proprio apparato industriale.
Il deputato americano che presiede il comitato consultivo ha parlato di un divario che si sta “allargando” nel campo dell’IA fisica, quella dei robot e dei veicoli autonomi. Il CEO di Google DeepMind, Demis Hassabis, ha ammesso che i modelli cinesi potrebbero essere “indietro solo di alcuni mesi”.
Questa è la vera partita. L’IA non è una tecnologia come le altre: è il terreno su cui si giocherà l’egemonia tecnologica del prossimo decennio. E la Cina, nonostante le restrizioni sui semiconduttori, sta dimostrando che l’innovazione non si ferma con i dazi.
Verso un autoritarismo tecnologico
La risposta statunitense a questa sfida sta assumendo contorni preoccupanti per i principi e i valori che le “democrazie” occidentali dicono di proteggere. Trump ha dichiarato che l’unico “controllo” di cui l’IA ha bisogno è “un presidente forte e intelligente”.
In nome dell’emergenza tecnologica, si invoca un accentramento decisionale che bypassi i normali contrappesi parlamentari. L’idea, già emersa in ambienti vicini alla Silicon Valley, è che la “guerra dell’IA” richieda comando unificato e rapidità d’azione, non dibattito pubblico.
È un paradosso che merita attenzione: mentre si invoca la “democrazia” contro “l’autoritarismo cinese”, si prospetta un modello decisionale che di democratico ha ben poco. La paura dell’IA cinese rischia così di diventare il pretesto per un autoritarismo tecnologico interno.
Il nodo della “sicurezza”, quando si parla di IA, è legittimo, ma è traviato rispetto a quello che dovrebbe essere il suo contenuto. Quando chi ha spinto lo sviluppo senza limiti dei loro modelli e algoritmi per anni improvvisamente scopre il valore della cautela – ora che un concorrente si avvicina pericolosamente – qualche domanda sulle reali motivazioni è d’obbligo.
Fonte
UE - Cina: siamo sicuri che il problema sia il disavanzo
di Domenico Moro
La bilancia commerciale dell’Ue a 27 nei confronti della Cina è notevolmente peggiorata negli ultimi anni, passando da un deficit di 50,6 miliardi di euro nel secondo trimestre del 2021 ai 103,3 miliardi di quello del 2026[i]. Tale peggioramento dipende soprattutto dall’aumento delle importazioni europee dal gigante asiatico che, sempre nel secondo trimestre, sono passate dai 107 ai 153 miliardi. I prodotti più importati in Ue dalla Cina sono nell’ordine: apparecchiature elettriche, macchinari e veicoli.
Sono soprattutto questi ultimi ad essere aumentati, grazie alla grande competitività dell’auto cinese, le cui importazioni nella Ue nei primi sei mesi del 2025 e del 2026 sono passate da 14,4 a 20,4 miliardi, mentre l’esportazione europea in Cina è scesa da 9,3 a 6,7 miliardi, quasi triplicando il deficit da 5,1 miliardi a 14 miliardi. A pagare il prezzo del calo dell’export sono i produttori di auto europei, a partire dalla tedesca Volkswagen, che, come abbiamo rilevato in altri articoli, progetta di licenziare 50mila addetti e chiudere quattro fabbriche in Germania.
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che lo squilibrio commerciale con la Cina è insostenibile e sta portando alla deindustrializzazione dei principali poli europei. La von der Leyen ha attribuito alla Cina la responsabilità di questi squilibri, a causa dell’eccesso di capacità produttiva e della concorrenza scorretta delle imprese cinesi, che sarebbero sussidiate dallo Stato. La presidente della Commissione ha quindi minacciato la Cina di dazi più alti alle sue esportazioni, nel caso in cui i negoziati in corso non portassero a cambiamenti significativi. I cinesi hanno risposto con decisione, dicendo che avrebbero risposto proporzionatamente a ogni azione protezionistica europea. Inoltre, i cinesi hanno affermato che i loro prodotti sono semplicemente più competitivi, grazie alle loro capacità innovative e tecnologiche. Secondo la Cina, è l’industria europea che dovrebbe migliorare la sua capacità di innovazione.
La situazione odierna, però, è simile a quella che c’era nell’Ottocento. L’Europa, compresa l’Inghilterra, importava molto dalla Cina e vi esportava poco, da cui un deficit commerciale enorme. Gli inglesi tentarono di trovare merci appetibili per i cinesi, ma non ci riuscirono. A un certo punto, però, ne trovarono una, l’oppio dell’India, che era colonia britannica. In questo modo, inondarono la Cina di droga, riequilibrando la bilancia commerciale. Quando il governo cinese bloccò il traffico di droga, gli inglesi, sostenuti dai francesi, intervennero con la forza militare (le cosiddette guerre dell’oppio, 1839-'42) e obbligarono la Cina ad aprirsi alla “libertà di mercato”. In realtà, l’Occidente ha sempre avuto problemi di deficit commerciale con la Cina, fin dall’Impero Romano, che malgrado le rampogne di Plinio il Vecchio, importava grandi quantità di spezie e soprattutto di seta per soddisfare i lussi delle ricche matrone.
Il fatto è che la Cina è sempre stata il paese con il Pil assoluto maggiore del Mondo, ma perse sempre più posizioni nel periodo in cui è stata una semi-colonia degli occidentali. Il Pil degli Usa nei confronti di quello della Cina era il 7,9% nel 1820, il 157% nel 1900 e il 531% nel 1950[ii]. Ora, la Cina sta riacquistando il posto che storicamente ha sempre occupato: nel 2025 il Pil Usa era il 119% di quello cinese, ma, calcolato a parità di potere d’acquisto, rappresentava appena il 74%[iii]. Il recupero cinese odierno non è, però, dovuto solo all’ingegnosità e alla laboriosità dei suoi abitanti o al costo del lavoro inferiore a quello dei paesi capitalistici avanzati. Ci sono due fattori che di solito non vengono nominati. Il primo è la grandezza del mercato cinese, il maggiore del mondo, per cui la Cina può fare economie di scala enormi, risparmiando sui costi di produzione. Ma soprattutto la Cina ha un ordinamento socialista (con caratteristiche cinesi, come dicono loro), che le permette di sfruttare la pianificazione diretta dallo Stato.
I piani quinquennali cinesi non stabiliscono rigidamente quote di prodotto, ma obiettivi generali, in base alle necessità del paese. Una volta che gli organismi politici e statali definiscono le priorità, come produrre una determinata quota di energia da fonti rinnovabili, o recuperare il ritardo nei semiconduttori, il sistema si dirige in quella direzione. Ad esempio, il sistema bancario, che è interamente pubblico, facilita gli investimenti nei semi-conduttori. Dunque, esistono imprese private, che ricercano il profitto, ed un mercato, ma accanto c’è non solo un settore di imprese pubbliche, ma anche un ecosistema finanziario (fra l’altro la Banca centrale non è autonoma come da noi), scientifico e tecnologico pubblico che cerca di far marciare tutto insieme. Non sempre ci riesce in modo ottimale, come nel caso della crisi immobiliare. Inoltre, tendenze liberiste cercano di affermarsi, problemi di corruzione esistono e il welfare va potenziato[iv]. Ma i positivi risultati generali sono sotto gli occhi di tutti.
Se l’Europa non innova è perché è un’area di capitalismo avanzato, dove la produzione è sottomessa solo al profitto delle imprese multinazionali che viene effettivamente realizzato. Se il profitto (o meglio un certo livello di profitto) non viene garantito, l’investimento, l’innovazione e la produzione ristagnano e i capitali vengono investiti nella finanza o in settori protetti e monopolistici (come le utility), oppure la produzione viene spostata dove la forza lavoro è meno cara, ossia in Asia orientale e in America Latina, o, più vicino, in Marocco e in Turchia.
Per concludere, la superiorità cinese deriva sì dall’innovazione, ma perché lo Stato la stimola e la pianifica insieme a tutta l’economia. Si tratta, quindi, di una superiorità di sistema. Il socialismo, sebbene a uno stadio iniziale, dimostra la sua superiorità sul capitalismo speculativo e finanziario. L’Europa occidentale e gli Usa hanno una economia speculativa e parassitaria, basata sullo sfruttamento del resto del Mondo. Quando questo viene meno, come nel caso della Cina dove lo Stato, attraverso il Partito comunista, garantisce la sovranità e l’indipendenza del paese, ecco che Europa occidentale e Usa hanno seri problemi.
Dunque, non credo che l’Europa sia in grado – a causa dei rapporti sociali in essa dominanti – di recepire l’invito della Cina a innovare. Penso che, quindi, quello che dobbiamo aspettarci è un aumento dei dazi protezionistici, a dispetto del fatto che la Ue si è sempre eretta a paladina del libero mercato. È sicuro, inoltre, che ci sarà una nuova ondata di esternalizzazioni produttive all’estero, dove il costo del lavoro è più basso, dall’Europa orientale (magari nei paesi che si apprestano a fare il loro ingresso nella Ue) al Magreb. La deindustrializzazione, insieme all’intelligenza artificiale, colpirà il tessuto sociale dell’Europa occidentale, e ciò destabilizzerà l’assetto politico, come sta accadendo in Germania. La conversione delle fabbriche di auto in fabbriche di armi – come già sta avvenendo in Germania – e l’aumento della spesa militare sono semplici palliativi dal punto di vista del rilancio economico, ed è una scelta molto pericolosa dal punto di vista degli equilibri politici internazionali.
L’alternativa, però, esisterebbe. Bisognerebbe cambiare paradigma, abbandonando quello mercantilista, basato sulle esportazioni e sulla moderazione salariale, a discapito di un mercato interno depresso anche dalla austerità di bilancio. E bisognerebbe abbandonare anche il paradigma neoliberista, fondato sulle privatizzazioni, sulla subalternità della politica e dello Stato a imprese private, libero mercato e profitto. Lo Stato dovrebbe ritornare a essere protagonista, come prevede la nostra Costituzione, che parla di programmazione economica (art. 41 e 43), e come accadeva all’epoca della Prima repubblica, quando l’Italia era la quinta economia mondiale. Un modello che all’epoca fu studiato attentamente proprio dai cinesi.
Ma, a questo punto, è evidente che tutto ciò richiede una trasformazione profonda della politica non solo dell’Italia ma anche della Ue. Questa, infatti, negli ultimi decenni ha imposto politiche di bilancio restrittive, che hanno tagliato i servizi pubblici, ha bloccato l’intervento imprenditoriale pubblico, classificandolo come “aiuti di stato”, ed ha “raccomandato” le cosiddette “riforme”, che hanno condotto a massicce privatizzazioni e reso il lavoro salariato sempre più debole nei confronti del capitale e meno pagato.
Note
[i] Eurostat, Statistics Explained, Eu trade with China-Latest developments, August 2026.
[ii] Maddison Project Database, miei calcoli sui dati del Pil pro-capite e popolazione.
[iii] World Bank Group, Database, miei calcoli su dati del Pil in dollari costanti del 2015 e in dollari costanti del 2021 a parità di potere d’acquisto.
[iv] Il presidente cinese Xi Jinping ha accentuato la lotta contro la corruzione. Inoltre, dal covid la sanità cinese è molto migliorata e gli economisti stanno discutendo di introdurre il “salario vitale”, calcolato sui reali costi della vita, un reddito di base universale e pensioni non contributive.
Fonte
24/09/2026
Vertice dei BRICS+: tra promesse e contraddizioni
Il 18° Vertice dei BRICS, tenutosi a Nuova Delhi dal 12 al 13 settembre, si è svolto in un contesto di eccezionale intensificazione delle contraddizioni internazionali. Le guerre nell’Asia occidentale, le sanzioni unilaterali, le barriere tariffarie e l’uso della finanza e della tecnologia come armi hanno messo in evidenza il carattere fondamentalmente diseguale dell’ordine internazionale dominato dall’imperialismo.
In questo contesto, la continua espansione dei BRICS riflette il desiderio dei Paesi in via di sviluppo di raggiungere una maggiore autonomia strategica e un sistema più democratico di governance globale. Allo stesso tempo, il vertice ha dimostrato che i BRICS+ restano un raggruppamento eterogeneo, i cui membri differiscono sostanzialmente per allineamenti politici e interessi economici.
La Dichiarazione di Nuova Delhi, frutto del vertice, ha ribadito la richiesta di una riforma delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie internazionali e del sistema commerciale multilaterale. Si è opposta alle sanzioni unilaterali non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha sostenuto un maggiore ricorso al commercio nelle valute nazionali.
La dichiarazione ha inoltre appoggiato una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni le cui regole continuano a essere determinate principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Queste posizioni assumono un’importanza concreta in un momento in cui Washington ricorre sempre più a sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni e controllo dei sistemi di pagamento per disciplinare i Paesi che rifiutano di accettare le sue direttive.
Ambiguità
Tuttavia, il linguaggio attentamente negoziato della dichiarazione ha anche rivelato i limiti dell’allargamento dell’organizzazione. I BRICS+ comprendono ora Paesi sottoposti a una pressione occidentale costante, come Russia e Iran, così come gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati che mantengono ampi legami economici e di sicurezza con l’Occidente.
Di conseguenza, il consenso può essere mantenuto soltanto attraverso formulazioni che riconoscano i conflitti senza identificarne sempre le cause politiche. Questa ambiguità è stata particolarmente evidente nel trattamento riservato dal vertice alla guerra sempre più estesa nell’Asia occidentale e alla posizione assunta dall’Iran.
Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha approfittato del vertice per denunciare le sanzioni unilaterali e la guerra di aggressione contro l’Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha sottolineato, correttamente, che la resilienza economica non può essere separata dalla pace, dalla sovranità e dalla sicurezza.
L’Iran ha inoltre sostenuto il commercio nelle valute nazionali, un maggiore utilizzo della Nuova Banca di Sviluppo e la costruzione di corridoi indipendenti per i trasporti e l’energia (come ha già fatto attraverso il Pakistan, che ha fornito sei rotte terrestri per consentire alle merci cinesi e russe di entrare in Iran).
Per un Paese sottoposto a decenni di sanzioni, all’esclusione dalle reti finanziarie occidentali e a ripetute minacce di cambio di regime, l’appartenenza ai BRICS+ rappresenta un’importante opportunità diplomatica ed economica.
La posizione dell’Iran, tuttavia, presenta una marcata ambiguità. Teheran presenta i BRICS+ come uno strumento per resistere all’unilateralismo e difendere la sovranità. Allo stesso tempo, deve cercare un accordo con gli Stati vicini del Golfo, molti dei quali sono profondamente integrati con il capitale e gli accordi di sicurezza occidentali.
L’Iran ha firmato una dichiarazione che chiedeva moderazione e de-escalation, mentre accusava Stati Uniti e Israele di aggressione e difendeva le proprie azioni di ritorsione. La sua posizione combattiva nei confronti della pressione imperialista si combina quindi con uno sforzo pragmatico per evitare l’isolamento regionale, ottenere un allentamento delle sanzioni e preservare i canali negoziali.
Questo non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un’incoerenza. L’Iran si trova ad affrontare una coalizione militare e finanziaria di gran lunga superiore alle proprie forze e deve muoversi all’interno di severe limitazioni. Ma ciò illustra anche il problema più ampio che i BRICS+ devono affrontare.
L’opposizione al dominio occidentale non genera automaticamente un programma coerente di natura antimperialista. Gli Stati partecipanti sono Stati capitalisti che perseguono i rispettivi interessi nazionali. Le loro classi dominanti possono opporsi a determinati aspetti dell’egemonia statunitense, pur rimanendo disponibili a raggiungere accordi con la finanza globale o con potenze regionali reazionarie.
Di conseguenza, i BRICS+ costituiscono un terreno di confronto all’interno dell’ordine mondiale in trasformazione, non un’alternativa già costituita all’imperialismo.
Partner
L’evento politico più significativo del vertice per l’Asia è stato l’incontro tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping. La prima visita di Xi in India dopo sette anni ha confermato il graduale miglioramento delle relazioni a partire dagli accordi di ritiro militare avviati nel 2024.
I due leader hanno concordato che India e Cina dovrebbero considerarsi partner anziché rivali e affrontare le relazioni bilaterali da una prospettiva strategica di lungo periodo. Hanno inoltre discusso della questione dei confini, del commercio, dell’accesso ai mercati e dei problemi delle catene di approvvigionamento.
Qualsiasi miglioramento duraturo nelle relazioni tra India e Cina dovrebbe essere accolto positivamente. Il prolungato confronto seguito allo scontro nella valle di Galwan del 2020 ha danneggiato entrambi i Paesi, ha aumentato la spesa militare e ha rafforzato gli sforzi degli Stati Uniti per coinvolgere l’India nella propria strategia indo-pacifica. Washington ha cercato costantemente di trasformare l’India in un contrappeso strategico alla Cina attraverso il Quad e l’espansione della cooperazione militare e tecnologica.
Pertanto, un confronto continuo tra India e Cina avvantaggia molto più la strategia degli Stati Uniti che gli interessi delle popolazioni indiana e cinese.
La pace e la tranquillità lungo la Linea di Controllo Effettivo restano indispensabili. Gli accordi sul ritiro delle truppe devono essere seguiti da un impegno costante sul piano diplomatico e militare, dalla chiarificazione delle aree contese e dalla rigorosa osservanza degli accordi esistenti.
Non si dovrebbe permettere né alla retorica nazionalista né alla costruzione competitiva di infrastrutture di provocare un nuovo confronto. Le differenze sul confine non possono essere ignorate, ma possono e devono essere gestite senza subordinare l’intera relazione a una rivalità militarizzata.
Le relazioni economiche presentano una contraddizione altrettanto difficile. La Cina è uno dei maggiori partner commerciali dell’India e un’importante fonte di macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, apparecchiature per le energie rinnovabili e altri fattori produttivi industriali.
Tuttavia, l’enorme deficit commerciale dell’India nei confronti della Cina riflette sia la debolezza del settore manifatturiero indiano sia gli ostacoli che le esportazioni indiane incontrano sul mercato cinese.
Per affrontare questo squilibrio sono necessari un migliore accesso al mercato, investimenti cinesi realizzati in condizioni trasparenti e, soprattutto, una politica industriale indiana capace di sviluppare la capacità produttiva nazionale. Negli ultimi sei mesi, il commercio bilaterale è aumentato vertiginosamente.
L’approccio del governo Modi ha alternato la dipendenza dalle importazioni cinesi e le restrizioni, motivate politicamente, agli investimenti e alla tecnologia cinesi. La sua retorica del “China plus one” non può nascondere il fallimento delle proprie politiche nel generare un’industrializzazione di ampia base. Neppure un più stretto allineamento strategico con gli Stati Uniti può fornire all’India una base manifatturiera indipendente.
Gli Stati Uniti cercano un accesso privilegiato al mercato indiano, mentre ricorrono a dazi, restrizioni tecnologiche e pressioni politiche ogni volta che le politiche indiane si discostano dai loro interessi. L’incoerenza del governo Modi emerge soprattutto dalla sua incapacità di elaborare realmente un’agenda nazionale di sviluppo che sfrutti il dinamismo dell’economia cinese e prenda le distanze da un’America sempre più orientata verso il nazionalismo economico.
La Cina, da parte sua, deve riconoscere che relazioni stabili richiedono sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dell’India. Tra queste vi sono la questione irrisolta del confine, l’accesso diseguale ai mercati e lo squilibrio commerciale.
La considerevole asimmetria tra le due economie rende particolarmente importante la reciprocità. L’appello di Pechino alla collaborazione acquisterà significato soltanto quando sarà accompagnato da misure concrete che consentano a beni e servizi indiani di entrare nel mercato cinese e impediscano che le tensioni sul confine finiscano ripetutamente per oscurare il dialogo politico.
La cooperazione tra India e Cina conferirebbe ai BRICS+ un peso molto maggiore nella lotta per la democratizzazione dell’ordine internazionale. Insieme, i due Paesi rappresentano più di un terzo dell’umanità.
La loro cooperazione potrebbe favorire la riforma delle istituzioni internazionali, il finanziamento di politiche a vantaggio del clima, lo scambio di tecnologie, le iniziative di sanità pubblica e un sistema commerciale più equo. Al contrario, un nuovo confronto paralizzerebbe i BRICS+ e consentirebbe alle potenze esterne di sfruttare le divisioni presenti in tutta l’Asia.
Pertanto, l’India dovrebbe seguire una politica estera indipendente basata sulla coesistenza pacifica e non partecipare a un progetto statunitense volto a contenere la Cina.
Il vertice di Nuova Delhi ha prodotto proposte per la continuità istituzionale, una cooperazione finanziaria più solida e una maggiore resilienza tra le economie in via di sviluppo. Tuttavia, le dichiarazioni avranno un valore limitato se non verranno tradotte in accordi concreti.
La Nuova Banca di Sviluppo dovrebbe ampliare i prestiti nelle valute nazionali e dare priorità alle infrastrutture socialmente necessarie, anziché riprodurre le condizioni e l’orientamento aziendale della Banca Mondiale. I meccanismi di pagamento transfrontalieri dovrebbero essere sviluppati in modo trasparente, senza creare nuove forme di dominio da parte delle economie più forti dei BRICS.
Le forti dichiarazioni a sostegno della Rivoluzione cubana e delle aspirazioni all’autodeterminazione del popolo palestinese dovranno trovare un’applicazione concreta. Riusciranno i BRICS+ a trovare un modo per rompere il crudele e illegale embargo degli Stati Uniti contro Cuba? E i BRICS+ offriranno sostegno alla riattivazione della vita politica palestinese?
I BRICS+ incarnano sia il movimento verso un nuovo equilibrio mondiale sia tutte le contraddizioni di tale movimento. Il cauto riavvicinamento tra India e Cina è un esempio di questa contraddizione, poiché combina il riconoscimento della reciproca dipendenza con una sfiducia strategica ancora irrisolta.
Il futuro dei BRICS+ dipenderà dalla capacità di gestire pacificamente tali contraddizioni e dal fatto che la cooperazione produca benefici tangibili per i lavoratori, invece di limitarsi ad ampliare il margine di manovra delle classi dominanti nazionali.
Per l’India, la strada da seguire è chiara: ristabilire relazioni normali e pacifiche con la Cina, resistere all’inserimento nella strategia militare degli Stati Uniti, opporsi all’aggressione e alle sanzioni unilaterali contro l’Iran e lavorare per un ordine multilaterale autenticamente democratico.
Ci sarà un nuovo equilibrio mondiale soltanto quando il dominio imperialista verrà limitato e aumenteranno la sovranità e le possibilità di sviluppo dei popoli. Il vertice di Nuova Delhi ha segnato un ulteriore passo in questa controversa transizione, ma la direzione e il contenuto sociale dell’ordine emergente rimangono oggetto di lotta politica.
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