Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post

14/09/2026

Ascesa e declino dell'immobliarismo in Cina

Collaborazione, non confronto: la visita di Xi Jinping negli Stati Uniti

La prossima visita del presidente Xi Jinping negli Stati Uniti deve essere compresa come qualcosa di più di un incontro tra due capi di Stato: deve essere vista come un incontro tra due possibili futuri.

In un futuro, gli Stati Uniti impongono alla Cina una spirale di confronto. Le dispute commerciali si trasformano in guerra economica, la guerra economica si intensifica fino a diventare un blocco tecnologico, i blocchi tecnologici producono un accerchiamento militare e, infine, l’accerchiamento militare genera incidenti, mentre gli incidenti accrescono il rischio di una guerra inimmaginabile.

Nell’altro futuro, i due Paesi riconoscono che nessuno dei due può distruggere l’altro senza distruggere gran parte dell’umanità. Riconoscono che la coesistenza non è un atto di carità e che la collaborazione non è una concessione. Entrambe sono necessità.

Questo è il significato della decisione del presidente Xi di recarsi negli Stati Uniti. Il ministero degli Esteri cinese ha descritto la diplomazia tra capi di Stato come avente un ruolo «insostituibile» nell’orientare le relazioni tra i due Paesi. La visita segue il viaggio del presidente Donald Trump in Cina a maggio e i negoziati tuttora in corso su dazi, commercio e investimenti.

Vi sono indicazioni secondo cui il presidente Xi viaggerà con una nutrita delegazione di esponenti del mondo imprenditoriale cinese. Questi elementi suggeriscono che Pechino voglia allontanare la relazione da una crisi permanente e orientarla verso un confronto pragmatico.

Ma la diplomazia tra Cina e Stati Uniti non può ridursi a un’occasione per scattare fotografie. Né deve essere intesa come una trattativa nella quale una delle due parti deve arrendersi all’altra. Deve basarsi su un riconoscimento lucido della realtà. O, per essere precisi, di quattro realtà.

La prima realtà

La prima realtà è che la Cina non può essere contenuta.

La Cina non è un Paese minore il cui sviluppo possa essere soffocato dalle sanzioni. Ha una popolazione di oltre 1,4 miliardi di persone, un vastissimo sistema industriale, una comunità scientifica sempre più sofisticata e profonde relazioni commerciali in Asia, Africa, America Latina ed Europa.

Qualunque sia l’opinione che si ha della Cina, è assurdo immaginare che possa essere semplicemente esclusa dall’economia mondiale. Il tentativo di contenere la Cina ha già prodotto un catalogo straordinario di restrizioni: dazi, controlli sui semiconduttori, divieti sugli investimenti, sanzioni contro aziende cinesi, pattugliamenti navali lungo le coste cinesi e la costruzione di nuovi accordi militari dal Pacifico all’Oceano Indiano.

Ognuna di queste misure viene presentata come difensiva. Considerate nel loro insieme, tuttavia, esse costituiscono un’architettura di confronto.

A Washington esiste una pericolosa illusione: quella secondo cui la pressione costringerà la Cina ad abbandonare il proprio sviluppo. Nessun governo cinese potrebbe accettare una simile richiesta. Dopo il secolo dell’umiliazione – dalle guerre dell’oppio all’invasione giapponese – il ripristino della sovranità nazionale e il miglioramento delle condizioni di vita non sono questioni negoziabili per il popolo cinese.

Gli Stati Uniti possono rallentare alcuni aspetti dello sviluppo cinese, ma non possono convincere la Cina a tornare alla povertà.

La seconda realtà

La seconda realtà è che la separazione economica non è né semplice né indolore.

Stati Uniti e Cina rimangono profondamente interconnessi attraverso il commercio, gli investimenti, le catene di approvvigionamento, le conoscenze scientifiche e i mercati dei consumatori.

Gli agricoltori statunitensi dipendono dagli acquirenti cinesi. Le aziende statunitensi dipendono dalla produzione cinese e dai consumatori cinesi. La Cina, nel frattempo, trae beneficio dall’accesso alla tecnologia statunitense, ai prodotti agricoli e ai capitali americani.

I negoziatori stanno ora discutendo riduzioni reciproche dei dazi e nuovi meccanismi per il commercio e gli investimenti. Si tratta di misure modeste, ma riconoscono una verità importante: la guerra economica danneggia entrambi i Paesi.

I dazi vengono annunciati attraverso discorsi nazionalistici, ma i loro costi compaiono silenziosamente nelle spese per la spesa alimentare, nella chiusura delle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento interrotte e nella perdita di posti di lavoro.

I lavoratori negli Stati Uniti non traggono beneficio dall’indebolimento della Cina. Le loro difficoltà affondano principalmente le radici nelle decisioni prese dalla loro stessa classe dirigente: decenni di deindustrializzazione, il potere della finanza, gli attacchi ai sindacati, la privatizzazione dei servizi pubblici e il rifiuto di realizzare seri investimenti sociali.

La Cina non ha chiuso le fabbriche del Midwest statunitense. Sono stati gli imprenditori americani a chiuderle alla ricerca di profitti più elevati.

La risposta alle disuguaglianze in uno dei due Paesi non è il nazionalismo economico degli Stati Uniti.

La terza realtà

La terza realtà è che l’umanità deve affrontare problemi che nessuno dei due Paesi può risolvere agendo da solo.

La catastrofe climatica non possiede un passaporto. Il carbonio emesso in un Paese riscalda l’atmosfera ovunque.

Gli Stati Uniti dispongono di immense risorse scientifiche e finanziarie, mentre la Cina ha sviluppato una enorme capacità produttiva nel settore dei pannelli solari, delle batterie, dei veicoli elettrici, del trasporto pubblico e delle infrastrutture per le energie rinnovabili.

La collaborazione tra i due Paesi potrebbe accelerare una transizione energetica mondiale. Il confronto la rallenterà proprio nel momento in cui i ritardi sono diventati intollerabili.

Lo stesso vale per la salute pubblica. La pandemia di COVID-19 ci ha mostrato il costo umano della segretezza, della competizione e del nazionalismo vaccinale.

L’intelligenza artificiale rappresenta un’altra area urgente di cooperazione. Queste tecnologie non possono essere governate adeguatamente attraverso dottrine militari contrapposte o lasciandole nelle mani di società private alla ricerca del massimo profitto.

I due Paesi devono sviluppare garanzie comuni contro le armi autonome, i cyberattacchi destabilizzanti, la sorveglianza di massa e l’uso dell’intelligenza artificiale per aggravare le disuguaglianze sociali.

Infine, la quarta realtà

La quarta realtà è la questione della guerra.

Cina e Stati Uniti sono potenze nucleari. Qualsiasi conflitto militare diretto tra loro avrebbe conseguenze impossibili da calcolare.

Per questo Taiwan non deve essere trasformata nel detonatore di un confronto catastrofico. Il principio di «una sola Cina» e gli accordi diplomatici esistenti non devono essere svuotati di significato attraverso provocazioni, vendite di armi o gesti concepiti per il teatro della politica interna.

La pace richiede moderazione da entrambe le parti, ma la moderazione non può significare che gli Stati Uniti circondino la Cina con basi militari e navi da guerra e poi pretendano che sia la Cina, da sola, a mantenere la calma.

La sicurezza non può essere ottenuta attraverso l’insicurezza permanente di un altro Paese.

Ci saranno, naturalmente, disaccordi. La collaborazione non richiede un accordo su ogni questione politica. Né la coesistenza richiede il silenzio sulle differenze.

Ma il disaccordo deve essere gestito attraverso la diplomazia, il diritto internazionale e le istituzioni delle Nazioni Unite, non attraverso sanzioni, minacce ed esercitazioni militari.

I Paesi del Sud globale hanno un interesse particolare al successo di questa visita. Non vogliono che venga loro imposto di scegliere tra Cina e Stati Uniti.

Non vogliono che i loro porti, le loro risorse minerarie, i loro sistemi di telecomunicazione e le loro istituzioni politiche vengano trasformati in campi di battaglia di una nuova guerra fredda.

Vogliono accesso alla finanza, alla tecnologia, alla medicina e ai mercati senza essere sottoposti a subordinazione politica. Vogliono sviluppo, non il reclutamento in campi militari contrapposti.

La visita di Xi Jinping comporta quindi una responsabilità che si estende ben oltre Washington e Pechino.

Il mondo non ha bisogno di un accordo che si limiti a dividere i mercati tra aziende cinesi e statunitensi. Ha bisogno di un impegno a ridurre il pericolo della guerra, smantellare le misure coercitive unilaterali, ripristinare normali relazioni economiche, cooperare sul clima e sulla salute pubblica e rafforzare i principi della Carta delle Nazioni Unite.

L’importanza della visita non risiede nella cerimonia, ma nella possibilità che essa rappresenta.

Offre a entrambi i Paesi l’opportunità di allontanarsi dal precipizio.

Gli Stati Uniti devono abbandonare la fantasia secondo cui possono preservare la propria supremazia impedendo lo sviluppo della Cina.

La Cina, da parte sua, ha ripetutamente affermato di non voler sostituire gli Stati Uniti come potenza egemonica. Questo principio deve diventare la base di una relazione duratura: nessun contenimento, nessuna dominazione, nessuna guerra.

Esiste una vecchia abitudine tra gli Stati potenti: considerare il compromesso come un segno di debolezza.

Nell’era nucleare, è vero il contrario.

Non ci vuole alcun coraggio a ordinare a un’altra nave da guerra di entrare in acque contese. Ci vuole coraggio politico per riconoscere che anche il proprio avversario ha interessi legittimi, che la coesistenza richiede reciprocità e che la sopravvivenza dell’umanità è più importante della vanità della supremazia.

Questa visita dovrebbe quindi portare da Washington al mondo un messaggio semplice: la collaborazione non è resa, la diplomazia non è debolezza e la pace non è un’astrazione.

Il confronto non offre a nessuno dei due Paesi un futuro. La collaborazione offre al mondo una possibilità.

Fonte

La corsa al potere quantistico

Non è ancora la macchina capace di cambiare il mondo.
Ma intorno a quella macchina il mondo sta già cambiando.

Il computer quantistico è ancora una tecnologia fragile, costosa e in larga misura confinata ai laboratori, ai centri di ricerca e alle grandi imprese tecnologiche. I problemi da risolvere sono enormi: errori, rumore, stabilità dei qubit, sistemi di controllo, temperature estreme, difficoltà di scalabilità.

Eppure gli Stati stanno investendo.
Le grandi aziende stanno correndo.
I governi stanno elaborando strategie.
Le università stanno formando ricercatori.

E le potenze stanno cercando di assicurarsi le filiere industriali necessarie per non dipendere dagli altri.

Questo dovrebbe bastare per capire che il problema non è soltanto scientifico.
Il computer quantistico è destinato a entrare nella competizione per il potere.

Non sappiamo ancora quando arriverà una macchina quantistica realmente utile su larga scala. Sappiamo però che, quando arriverà, il vantaggio non sarà distribuito automaticamente.

Come è accaduto con i semiconduttori, con Internet, con l’intelligenza artificiale e con le infrastrutture digitali, anche il quantum computing rischia di diventare una questione di proprietà, controllo e accesso.

La domanda, dunque, non è soltanto: chi costruirà il computer quantistico più potente?
La domanda più importante è: chi controllerà l’ecosistema che lo rende possibile?

La macchina che ancora non c’è

Per comprendere la posta in gioco bisogna partire da un paradosso.

Il computer quantistico è ancora lontano dall’essere una tecnologia matura, ma la competizione politica intorno a esso è già molto concreta.

I computer quantistici attuali sono sistemi sperimentali. I qubit sono estremamente sensibili alle perturbazioni dell’ambiente. Gli errori possono accumularsi e rendere inutilizzabile il risultato di un calcolo.

Il problema fondamentale, quindi, non consiste semplicemente nell’aumentare il numero dei qubit.

Bisogna renderli affidabili. Bisogna correggere gli errori. Bisogna costruire qubit logici stabili. Bisogna riuscire a far funzionare sistemi molto più grandi senza perdere il controllo dell’informazione.

È qui che si misura la distanza tra la propaganda tecnologica e la realtà industriale.

Un computer con migliaia di qubit instabili non equivale automaticamente a una macchina capace di risolvere problemi utili. Il vero salto avverrà quando sarà possibile costruire sistemi affidabili, scalabili e tolleranti ai guasti.

Ed è proprio per questo che il problema è diventato politico. Perché la corsa non riguarda soltanto il risultato finale. Riguarda la capacità di costruire, prima degli altri, tutto ciò che serve per arrivarci.

Willow e la politica del possibile

Nel dicembre 2024 Google ha presentato Willow, un processore quantistico da 105 qubit.
L’attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sui progressi nella correzione degli errori. È un elemento importante perché la correzione degli errori rappresenta uno dei principali ostacoli alla costruzione di macchine quantistiche realmente utili.

Google ha inoltre presentato risultati molto avanzati in un particolare test computazionale, il random circuit sampling. Ma sarebbe sbagliato trasformare quella dimostrazione in una rivoluzione già compiuta. Willow non è il computer che domani sostituirà i supercomputer. Non siamo davanti a una macchina capace di risolvere in pochi minuti i problemi della medicina, della finanza o dell’ingegneria.

Il punto è un altro. La ricerca sta cominciando a dimostrare che alcuni dei problemi fondamentali del calcolo quantistico possono essere affrontati. E questo modifica le aspettative. Quando una tecnologia appare tecnicamente possibile, il capitale comincia a seguirla. Quando il capitale arriva, intervengono gli Stati. Quando intervengono gli Stati, la tecnologia diventa strategica.

È esattamente questo il passaggio che stiamo osservando.

Il quantum non è un computer più veloce

Bisogna anche liberarsi di un equivoco. Il computer quantistico non sarà semplicemente un computer tradizionale più potente.

Un computer classico lavora attraverso bit che assumono il valore 0 oppure 1.
Un computer quantistico sfrutta invece proprietà della meccanica quantistica, come sovrapposizione ed entanglement, per trattare l’informazione in modo radicalmente diverso.

Questo non significa che il quantum sarà migliore in tutto. Per scrivere un articolo, guardare un film, gestire un archivio o utilizzare Internet, continueremo ad avere bisogno dei computer classici.

Il vantaggio quantistico riguarderà soprattutto determinati problemi. Tra questi, uno dei più importanti potrebbe essere la simulazione di molecole, materiali e processi fisici complessi. Ed è qui che la posta economica diventa enorme.

Nuovi farmaci. Nuovi materiali. Catalizzatori più efficienti. Batterie. Processi industriali. Ottimizzazione. Energia. Finanza. Logistica. Difesa.

Non sappiamo ancora quali applicazioni diventeranno economicamente decisive. Ma sappiamo che una macchina capace di affrontare alcuni problemi oggi proibitivi potrebbe creare enormi vantaggi competitivi per chi la controlla. Ed è precisamente per questo che la tecnologia non è neutrale.

La crittografia: il futuro è già arrivato

C’è però un settore nel quale il problema quantistico non appartiene soltanto al futuro. È la sicurezza digitale. Una parte importante della sicurezza delle comunicazioni contemporanee si basa sulla difficoltà, per i computer classici, di risolvere determinati problemi matematici.

L’algoritmo di Shor ha dimostrato teoricamente che un computer quantistico sufficientemente potente e tollerante ai guasti potrebbe mettere in crisi alcuni di questi sistemi. La macchina necessaria non esiste ancora. Ma il tempo necessario per sostituire le infrastrutture crittografiche esistenti può essere molto lungo. E questo produce una situazione paradossale. I dati possono essere rubati oggi e decifrati domani.

È il principio del cosiddetto “harvest now, decrypt later”. Comunicazioni diplomatiche. Informazioni militari. Dati sanitari. Segreti industriali. Transazioni finanziarie. Informazioni strategiche. Non tutto ciò che viene cifrato oggi perde valore domani.

Al contrario. Una parte delle informazioni più importanti conserva il proprio valore per decenni. Per questo la transizione verso la crittografia post-quantistica è già una questione politica.

Non bisogna aspettare che la macchina quantistica esista. Bisogna prepararsi prima.

Il problema non è soltanto tecnologico

Qui emerge un punto che spesso viene nascosto dalla retorica dell’innovazione. Quando si parla di tecnologia si tende a parlare del prodotto finale. Il telefono. Il computer. Il chip. Il modello di intelligenza artificiale. Il computer quantistico.

Ma dietro ogni tecnologia strategica esiste una filiera. Ci sono materie prime. Semiconduttori. Macchinari. Software. Brevetti. Università. Centri di ricerca. Infrastrutture. Energia. Capitale. Lavoro altamente qualificato. Catene di approvvigionamento.

E soprattutto proprietà. La questione decisiva diventa quindi il controllo dell’intero ecosistema.

Chi possiede i brevetti? Chi controlla i componenti? Chi forma i ricercatori? Chi finanzia la ricerca? Chi possiede i data center? Chi stabilisce gli standard? Chi controlla le infrastrutture? Chi decide a quali soggetti consentire l’accesso alle macchine? La corsa quantistica è già una corsa per rispondere a queste domande.

Stati Uniti: il vantaggio non è soltanto di Washington

Gli Stati Uniti partono da una posizione particolarmente forte. Dispongono di università di livello mondiale, enormi capacità finanziarie, grandi aziende tecnologiche e una rete industriale capace di collegare ricerca, capitale e applicazioni militari. Google, IBM, Microsoft e numerose startup stanno sviluppando architetture e tecnologie differenti.

Ma sarebbe un errore ridurre tutto alla competizione tra imprese. Il punto è il rapporto tra imprese e Stato. Le tecnologie strategiche non vengono lasciate semplicemente alle dinamiche del mercato. Quando una tecnologia può incidere sulla sicurezza nazionale, sulla superiorità militare o sull’autonomia industriale, il confine tra politica industriale e politica estera diventa sempre più sottile.

È già accaduto con i semiconduttori. È accaduto con l’intelligenza artificiale. Sta accadendo anche con le tecnologie quantistiche.

Washington non vuole soltanto essere il luogo nel quale vengono costruiti alcuni dei migliori computer quantistici. Vuole evitare che un concorrente strategico possa utilizzare quella stessa tecnologia per modificare gli equilibri globali.

Cina: la sovranità tecnologica come strategia

La Cina ha compreso da tempo che la dipendenza tecnologica può trasformarsi in una vulnerabilità strategica. Per questo ha investito nella ricerca quantistica, nelle comunicazioni quantistiche e nelle infrastrutture scientifiche.

La questione cinese non è semplicemente: quanto è avanti la Cina rispetto agli Stati Uniti?
La domanda più importante è: quanto può diventare autonoma la Cina rispetto alle tecnologie controllate dall’Occidente?

È una differenza fondamentale. La sovranità tecnologica non significa soltanto produrre un prodotto nazionale. Significa possedere competenze, infrastrutture e filiere sufficienti per continuare a produrre anche quando l’accesso alle tecnologie straniere viene limitato. È uno dei motivi per cui la competizione quantistica si inserisce perfettamente nella più ampia guerra tecnologica tra Washington e Pechino.

Il quantum non è un capitolo separato. È uno dei fronti della stessa partita.

Europa: la ricerca non basta

E l’Europa? L’Europa possiede università, ricercatori, centri scientifici e imprese di grande valore. Ha investito nel Quantum Technologies Flagship e ha costruito una propria strategia per le tecnologie quantistiche. Il problema europeo è però più profondo della quantità di denaro investita nella ricerca. È il rapporto tra ricerca e industria.

L’Europa sa produrre conoscenza, ma è molto meno capace nel trasformare quella conoscenza in potere industriale. È una debolezza strutturale che riguarda molte tecnologie strategiche.

Si finanzia la ricerca. Si pubblicano studi. Si formano ricercatori. Poi il prodotto industriale viene sviluppato altrove. Il rischio è che anche il quantum segua questo percorso.

L’Europa potrebbe contribuire alla scoperta delle tecnologie del futuro senza riuscire a controllarne la produzione. E in quel caso la questione non sarebbe scientifica. Sarebbe politica. Perché una potenza che non controlla le tecnologie strategiche finisce inevitabilmente per dipendere da chi le controlla.

Una nuova forma di dipendenza

È qui che la questione quantistica diventa anche una questione sociale. Il problema non riguarda soltanto Stati Uniti, Cina ed Europa. Riguarda anche tutti quei Paesi che non dispongono delle risorse necessarie per entrare nella corsa.

Se il quantum computing diventerà una tecnologia fondamentale per la ricerca scientifica, la farmaceutica, la finanza, l’energia e la sicurezza, l’accesso alle capacità di calcolo potrebbe diventare una nuova forma di disuguaglianza. Non avremo soltanto Paesi ricchi e Paesi poveri. Potremmo avere Paesi che producono capacità computazionale e Paesi che la acquistano.

È qualcosa di diverso dal vecchio divario digitale. Nel vecchio divario digitale si trattava soprattutto di avere o non avere accesso a Internet, computer e servizi digitali. Nel nuovo divario potrebbe trattarsi della capacità di produrre conoscenza attraverso macchine estremamente potenti. La differenza potrebbe diventare strutturale. E la sovranità digitale potrebbe trasformarsi in sovranità computazionale.

Il quantum come tecnologia dual use

C’è poi il problema militare. La tecnologia quantistica appartiene a pieno titolo alla categoria del dual use. Può avere applicazioni civili e militari.

La simulazione di materiali può servire all’industria. Ma può anche interessare la difesa. La sensoristica quantistica può migliorare strumenti scientifici. Ma può anche avere applicazioni nella navigazione e nella rilevazione. Le comunicazioni quantistiche possono aumentare la sicurezza. Ma la stessa competizione può svilupparsi intorno alla capacità di attaccare o rendere vulnerabili le infrastrutture altrui.

Non bisogna quindi immaginare una futura “arma quantistica” come se fosse semplicemente la versione successiva della bomba atomica. Il cambiamento potrebbe essere più profondo. Potrebbe riguardare la capacità di conoscere, calcolare, rilevare e proteggere informazioni prima e meglio dell’avversario. E nella competizione tra potenze, questo è già potere.

Una nuova Guerra fredda?

Definire questa situazione una nuova Guerra fredda sarebbe probabilmente eccessivo.

Il mondo contemporaneo è troppo interconnesso. Le università collaborano. Le imprese competono e contemporaneamente cooperano. Le catene produttive attraversano più continenti. La ricerca scientifica non segue perfettamente i confini politici. Ma una cosa è cambiata.

La tecnologia è tornata al centro della competizione tra Stati. Non è più possibile separare nettamente politica industriale, sicurezza nazionale e politica estera. I semiconduttori lo hanno dimostrato. L’intelligenza artificiale lo sta confermando. Il quantum potrebbe portare questa dinamica a un livello ancora più alto.

Non è quindi necessario parlare di nuova Guerra fredda. È sufficiente riconoscere che siamo dentro una nuova competizione tecnologica tra potenze.

Il capitale segue il potere

C’è infine un elemento che spesso viene lasciato ai margini. Il ruolo del capitale.

Le grandi tecnologie contemporanee richiedono investimenti enormi e tempi lunghi. La ricerca quantistica non fa eccezione. Questo favorisce la concentrazione. Le grandi aziende possono permettersi laboratori costosi. Gli Stati possono finanziare programmi pluriennali. I piccoli Paesi possono avere difficoltà a sostenere una competizione nella quale servono contemporaneamente ricerca fondamentale, infrastrutture, capitale umano e capacità industriale.

Il risultato può essere una concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori. E questo produce una domanda che non è più soltanto economica. Chi controlla la tecnologia controlla una parte crescente delle condizioni nelle quali l’economia può funzionare. È questa la vera trasformazione.

L’Europa davanti a una scelta

Per l’Europa la questione diventa quindi particolarmente delicata.

Non basta dichiarare che il quantum è strategico. Non basta finanziare qualche programma. Non basta produrre ricerca scientifica di qualità. Serve una politica industriale. Serve una filiera. Servono infrastrutture. Serve formazione. Servono investimenti di lungo periodo. E serve soprattutto una decisione politica: l’Europa vuole essere un soggetto della competizione tecnologica o soltanto il mercato nel quale altri venderanno le tecnologie che hanno sviluppato?

È la stessa domanda che si pone nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nell’energia e nelle infrastrutture digitali.

Il problema, dunque, non è il quantum in sé. È la capacità europea di trasformare conoscenza in autonomia.

Il futuro non è neutrale

Ogni grande trasformazione tecnologica viene normalmente presentata come inevitabile. arriverà. Cambierà tutto. Bisogna adattarsi. Ma questa narrazione nasconde una questione fondamentale. La tecnologia non arriva in uno spazio vuoto. Arriva dentro rapporti economici e rapporti di potere già esistenti.

Il computer quantistico non sarà semplicemente “inventato”. Sarà finanziato. Prodotto. Brevettato. Controllato. Venduto. Regolato. E utilizzato da qualcuno per determinati interessi.

Per questo la domanda politica viene prima della domanda tecnologica. Non dobbiamo chiederci soltanto che cosa sarà capace di fare il computer quantistico. Dobbiamo chiederci: chi avrà la capacità di costruirlo? Chi potrà permetterselo? Chi controllerà le infrastrutture? Chi stabilirà gli standard? Chi possiederà i dati? Chi deciderà per quali scopi potrà essere utilizzato?

Queste sono le vere domande della corsa quantistica.

La corsa al potere

La rivoluzione quantistica potrebbe non essere la rivoluzione che molti oggi immaginano. Non arriverà necessariamente sotto forma di una macchina miracolosa capace di sostituire i computer tradizionali.

Potrebbe arrivare molto più lentamente. Attraverso laboratori, investimenti, brevetti,c entri di ricerca, infrastrutture, sistemi militari, standard crittografici, catene industriali. E, soprattutto, attraverso la progressiva concentrazione delle capacità di calcolo.

Per questo la corsa è già iniziata. Non perché il computer quantistico sia già pronto. Ma perché il potere che potrebbe derivare dal suo controllo è già abbastanza grande da modificare le strategie degli Stati e delle imprese.

La partita non si giocherà soltanto nei laboratori di Google, IBM, delle università cinesi o dei centri di ricerca europei. Si giocherà nelle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento, nei mercati finanziari, nelle politiche industriali, nelle alleanze internazionali e nei sistemi di sicurezza. E soprattutto si giocherà attorno a una questione che la retorica dell’innovazione tende a nascondere: chi possiede i mezzi per produrre la conoscenza possiede una parte del potere necessario a governare il futuro.

Il computer quantistico potrebbe aprire possibilità straordinarie per la scienza, la medicina, l’energia e l’industria. Ma la tecnologia, da sola, non garantisce né progresso né emancipazione. Dipende da chi la controlla. Dipende da chi può accedervi. Dipende dagli interessi che ne orientano l’utilizzo.

Per questo la vera corsa quantistica non è soltanto una corsa ai qubit. È una corsa al controllo delle infrastrutture della conoscenza. E, in ultima analisi, al controllo di una parte del potere del XXI secolo.

Fonte

L’IA deve tirare il freno, che non c'è

Qualcosa si è incrinato nella corsa trionfale dell’intelligenza artificiale di tipo occidentale. Questa settimana sono balzati alle cronache i problemi di “sicurezza”, in seguito ad un incidente piuttosto clamoroso di qualche settimana fa – l’hackeraggio “autonomo” di Hugging Face da parte di un sciame di “agenti IA” evasi dal perimetro di un esperimento OpenAi (ChatGpt) – e all’allarme molto esplicito lanciato da alcuni ricercatori di Anthropic sulla possibilità che l’IA “progetti” da sola l’eliminazione della razza umana.

Improvvisamente anche gli amministratori delegati delle principali società di IA hanno concordato sulla necessità di rallentare lo sviluppo di nuove versioni. Sam Altman, guida di OpenAI, ha aperto le danze dicendo “Penso che un principio chiave su cui dovremmo tutti essere d’accordo sia che non possiamo intraprendere azioni che rischierebbero di farci perdere il controllo del futuro a favore dell’IA”. Amodei di Anthropic ed Elon Musk (Grok) gli hanno dato ragione immediatamente.

Prima constatazione: i “concorrenti” si accordano per rallentare lo sviluppo e quindi anche la concorrenza di fronte al rischio che i loro prodotti “prendano vita” su direttrici fuori controllo. Il che è un forte segnale, quanto meno, della necessità di una regolazione pubblica del settore.

Come già detto, però, chi dovrebbe scrivere le regole – il Congresso Usa, in questo caso – non è in grado di farlo, visti i 50 anni di liberismo precedenti, che hanno distrutto persino l’idea che “lo Stato” potesse impicciarsi delle dinamiche aziendali e quindi anche le competenze per fare questo lavoro.

Seconda constatazione. La frenata e la richiesta di “regole di sicurezza” efficaci e concordate viene giustificata soprattutto in termini di supremazia statunitense da difendere dall’assalto di “nemici pericolosi”. La richiesta specifica è quella di vietare l’IA basata sull’open source, che è alla base del “modello cinese” di intelligenza Artificiale, e blindare il “sistema chiuso” dell’IA statunitense.

Per giustificare la richiesta sono stati “rivelati” alcuni incidenti di percorso che ovviamente nessuno di noi può verificare. L’Iran avrebbe usato Claude (l’IA di Anthropic) per costruire manuali di targeting che tracciavano posizioni di navi, identificatori di personale, aerei e navi statunitensi, immagini satellitari e siti web che esponevano i movimenti navali.

Sempre Claude sarebbe stato utilizzato dagli yemeniti “cattivi” di AnsarAllah per sviluppare un software di guida per razzi e missili. E anche la Cina – che pure ha prodotti propri altrettanto performanti – avrebbe usato lo stesso mezzo per identificare uiguri in Siria che potessero riferire sui gruppi armati in Cina.

In Mali qualcuno se ne sarebbe servito per creare un sistema nazionale in grado di raccogliere registri di chiamate, messaggi e traffico vocale e generare dossier di intelligence su qualsiasi numero di telefono. Idem per uno Stato rimasto ignoto che cercava di modificare il virus del chikungunya per un istituto militare.

Sintetizzando il tutto, Amodei ha chiesto “un coordinamento tra i paesi democratici per stabilire standard di sicurezza, e uno sforzo affinché quei paesi si coordinino anche con i governi autoritari”. Affermando patriotticamente che “Il governo ha un ruolo critico da svolgere qui, incluso il blocco della vendita dei chip più avanzati a nazioni ostili come la Cina, l’emanazione di una legge nazionale che richieda il test dei modelli di frontiera, con il potere di bloccare i modelli più avanzati che si rivelino non sicuri”.

En passant, facciamo notare che una analoga decisione dell’amministrazione Usa – prima di Trump – aveva favorito l’inventiva della cinese Deepseek che, impossibilitata ad usare i chip più avanzati prodotti da Nvidia, aveva riscritto i propri algoritmi rendendoli più “snelli” in modo da poter essere processati anche da chip meno performanti (e costosi), ma con risultati equivalenti.

Ripetere la stessa mossa, insomma, non appare geniale... Anche perché proprio il successo di Deepseek ed altri prodotti cinesi dello stesso genere – con modello open source e open weight, molto più economici e con minori esigenze hardware, ma dalle prestazioni perfettamente in linea con quelle dei costosi programma made in Usa – ha “bucato” il primo strato della bolla speculativa gonfiatasi intorno all’IA.

Al momento, infatti, i prodotti IA di Pechino coprono il 50% del mercato globale “pagante”. Bloomberg ha riportato ad agosto che i modelli open-weight di Alibaba hanno accumulato oltre 3 miliardi di download globali negli ultimi sei mesi, superando Meta, Alphabet e altri concorrenti.

Ed è dei giorni scorsi la notizia che Humain, un’azienda tecnologica sostenuta dal Fondo di Investimento Pubblico saudita, ha annunciato il rilascio del suo modello in lingua araba humain-m3, basato sul modello open-source di punta dell’azienda cinese di IA MiniMax.

“I modelli open-source cinesi hanno raggiunto l’autonomia ecosistemica, fornendo ai paesi del Sud del mondo una base tecnologica controllabile. Questo sta spingendo il panorama globale della governance dell’IA da un paradigma unipolare a uno multipolare e coesistente”, rivendica Chen Jing, vicepresidente dell’Istituto di Ricerca su Tecnologia e Strategia.

I boss dell’IA statunitense si ritrovano così improvvisamente stretti tra concorrenza internazionale imprevista, problemi di sicurezza dei loro prodotti e incapacità del “pubblico” di fornire un quadro regolatorio adeguato.

Soprattutto l’incertezza sulla “sicurezza” ha però raggiunto livelli da catastrofe imminente. Sempre Amodei avverte che “Data la velocità accelerata dello sviluppo delle capacità dell’IA, temo che in 6-12 mesi uno sciame del genere [agenti IA fuori controllo, ndr] potrebbe essere in grado di impadronirsi dell’intera internet con una botnet persistente (potenzialmente causando centinaia di miliardi di dollari di danni), e che l’entità dei danni continuerebbe ad aumentare da lì se l’IA diventa più potente senza le necessarie salvaguardie”.

Ergo, è indispensabile rallentare, se non fermarsi, per costruire le “dighe” necessarie ad impedire l’esondazione incontrollata.

Proprio per questo, però, salta anche il programma finanziario che fin qui – piuttosto avventurosamente – aveva sostenuto la corsa dell’IA, la costruzione di data center un po’ dappertutto, le quotazioni azionarie di Nvidia, Meta, e chiunque potesse vantare di “lavorare nell’intelligenza artificiale”.

Sam Altman, in un’intervista a Fortune, ha spiegato che “In questo momento sarebbe poco saggio quotarsi in Borsa”. Ma quotarsi in borsa, con una IPO, è normalmente il modo di “rivolgersi al mercato” per rastrellare miliardi senza passare dai prestiti delle banche, grazie a quotazioni azionarie che si suppone(va) potessero volare rapidamente verso le stelle. Basti pensare che in questo momento i criminali di Palantir possono godere di un rapporto “prezzo azione/utile atteso” pari a 143,2 (invece del “normale” 16).

Se non puoi più finanziarti con questo sistema devi ricorrere al debito, e rinunciare agli investimenti più faraonici. Il che si riflette, inevitabilmente, anche sui produttori di chip (Nvidia, in primo luogo) e tutto il business dei data center.

Qualcosa si è incrinato nella navicella spaziale dei super-boss dell’IA Usa. Ma c’è incertezza sul pianeta su cui atterrare...

Fonte

Guerra in Ucraina, la Cina entra nella trattativa. E l’Europa resta isolata

Grandi novità sul fronte ucraino. Sul terreno diplomatico. Ecco la più importante. Si profila un vertice a tre Russia-Ucraina-USA. E questo già lo sapevamo. Ma ora il vertice si allarga a Pechino, con la possibilità di tenerlo in autunno in Cina. Peskov conferma.

E, a questo punto, arbitro negoziale neutro diviene Xi Jinping, la Cina, non già l’Europa, riottosa e fin qui nemica della pace e riarmista. Che ha sabotato ogni chance di compromesso, riscrivendo e insabbiando la base di accordi Trump-Putin ad Anchorage.

Zelensky non smentisce il tutto, ma teme la Cina come troppo filorussa. Non può altresì tirarsi fuori a questo punto, avendo dato disco verde alla triangolazione con Witkoff e Kushner, con il loro passaggio a Mosca e Kiev. E avendo ormai già parlato di inevitabili compromessi.

A questo punto interviene il massimo esponente della Scuola di alta politica, Vasily Kashin, think tank del Cremlino, con accenti inequivoci e persino critici sul rapporto costi-benefici della guerra. Per inciso, chi scrive ha sempre criticato l’invasione massiva di tutta l’Ucraina, schierandosi invece a favore di un intervento – questo sì speciale – a difesa delle terre russe minacciate di derussificazione dai nazional-populisti. Il che avrebbe conferito una certa legittimità all’intervento.

Ora, però, il Cremlino manda a dire con Kashin che è giunto il momento di chiudere la guerra. Perché troppo onerosa, gravida di conseguenze ormai per il futuro della Russia. Insostenibile per tutti, Europa e resto del mondo. E che, inoltre, tale guerra deve concludersi con una nuova Jalta – sempre Kashin – con epicentro in tregua e spartizione in Ucraina, di tipo coreano, con garanzie esterne dissuasive pro Kiev, no NATO né Euro-NATO in funzione di peacekeeping, sia pur con l’Ucraina nella UE.

È un messaggio inequivoco, questo di Kashin, anche perché, dopo l’invasione, all’assedio contro la Russia si sono aggiunte Svezia e Finlandia, oltre al riarmo massiccio europeo, che è già il triplo, in assoluto, di quanto spende in difesa la Russia. Mentre il target UE è divenuto ormai 6.800 miliardi al 2035. Ovvero ben 7 volte il volume russo di oggi, con conseguente contraccolpo di escalation russa per stare a un livello accettabile di equilibrio.

Insomma, tutti ormai sono convinti che è ora di chiudere il conflitto per i gravi rischi globali che esso implica: sicurezza, inflazione, logistica, migrazioni. Tutti tranne l’Europa, fin qui, che guarda addirittura con sospetto e ostilità al format a quattro con la Cina, quasi stravolta e paralizzata dal grave colpo subito in Sassonia, segnale chiaro di rivolta populista in tutto il continente.

Resta quella della contrarietà europea alla pace, sotto qualsiasi formula realistica, un grave problema e una seria variabile negativa. Che minaccia di far saltare tutto, vellicando e incoraggiando il massimalismo di Zelensky, che pur non pare potersi sottrarre agli eventi, sul crinale catastrofico ormai del suo Paese.

Quanto alla trattativa e al possibile punto di caduta, proprio Kashin ne indica la direzione. Tregua e spartizione. Ombrello esterno e interno in stile articolo 5 NATO, anche con Patriot e dotazioni militari per l’esercito ucraino. E tuttavia senza truppe Euro-NATO e, in ogni caso, al di fuori della NATO.

Anche la linea di confine Kharkiv-Zaporizhzhia, Sloviansk e Bakhmut – le fortezze logistiche con droni – può essere oggetto di negoziato. Purché, dichiara Vasily Kashin, vengano risolte preliminarmente le questioni di cui sopra. Ovvero la fuoriuscita strategica dell’Ucraina – che resta libera all’80 per cento – dal dispositivo militare Euro-NATO.

Tema spinoso, questo, poiché già oggi Kiev è dentro il complesso militare-industriale e di appalti europei voluto da von der Leyen e Kubilius. E anche qui bisognerà trovare paletti e bilanciamenti che garantiscano la sicurezza reciproca, in un quadro europeo e globale più largo, che non faccia di Kiev la punta di lancia militare occidentale nel cuore della Russia e sul Mar Nero.

In conclusione, tutto il mondo è pronto alla pace in Ucraina. Perché dietro un vertice in Cina con USA, Russia e Ucraina ci sarà anche il resto del mondo a premere per una soluzione negoziale. Manca, come abbiamo detto, l’Europa, che fin qui ha remato contro. E minaccia di farlo ancora con Rearm EU, mobilitazioni e finti allarmi.

E manca totalmente la cosiddetta “sinistra europea”, specie quella socialista, mai come oggi pleonastica e subalterna a questa Europa che sta facendo bancarotta morale e sta aprendo le porte alla rivolta della destra populista. Che si intesta il tema della pace.

Fonte 

13/09/2026

Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti

Una caratteristica interessante del sistema elettorale statunitense è la propensione ad accusare l’avversario di essere strumento di un nemico straniero.

Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] nella campagna elettorale del 2020.

Nessuno dei due è ciò di cui furono accusati, sebbene entrambi siano pedine di un’altra potenza straniera il cui nome non è consentito pronunciare nella politica USA, se non in adorazione.

“Tel Aviv Donald” e “Israeli Joe” sarebbero stati soprannomi perfetti, ma ovviamente nessun media mainstream negli Stati Uniti avrebbe mai riconosciuto una verità così lampante.

In Cina, gli utenti dei social media sarcasticamente chiamano Donald Trump “川建国” (ovvero “Trump il costruttore della nazione”), in quanto le sue politiche sembrano effettivamente promuovere lo sviluppo della Cina.

La sua guerra commerciale ha costretto la Cina a diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo.

La sua guerra tecnologica ha spinto la Cina a investire nei punti deboli della sua catena di approvvigionamento tecnologica.

La sua guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione.

Pertanto, quando Trump ha attaccato l’Iran all’inizio di quest’anno, noi in Cina ci aspettavamo naturalmente un ulteriore sostegno da parte del “costruttore della nazione”.

Non siamo rimasti delusi.

Il commercio cinese ha avuto un boom come conseguenza diretta della guerra

Nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri della Cina ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari, registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%.

Per contestualizzare la cifra, il volume degli scambi commerciali è superiore al PIL del Giappone per l’intero anno 2025.

Oltre alla rapida crescita, l’espansione commerciale della Cina ha visto un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud Globale.

Gli scambi commerciali della Cina con l’ASEAN sono cresciuti del 35%. Anche i suoi scambi commerciali con Russia, Africa e America Latina sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti.

Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti rappresentano solo l’8,8% del commercio estero totale della Cina, in calo rispetto al quasi 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016.

La crescita degli scambi commerciali nel 2026 è trainata dall’esplosione della domanda globale di energia verde e tecnologie avanzate cinesi.

L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti di energia verde cinese, dai veicoli elettrici ai pannelli solari.

Le esportazioni di veicoli elettrici hanno registrato un aumento del 71,2% su base annua in termini di valore, trainato dalla domanda di veicoli a basso consumo energetico a seguito dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla chiusura di Hormuz.

Analogamente, le esportazioni cinesi di batterie al litio sono aumentate del 36%, poiché l’accumulo di energia è diventato fondamentale durante la crisi.

Le esportazioni di turbine eoliche sono cresciute del 35% su base annua. Le spedizioni di impianti solari sono aumentate del 24%.

La necessità di elettrificare l’economia globale, dovuta sia alla crisi energetica derivante dalla guerra sia all’enorme domanda proveniente dai centri dati dell’IA, ha determinato una crescita del 32% delle esportazioni cinesi di apparecchiature elettriche, come i trasformatori.

Lo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale a livello globale ha innescato un’impennata senza precedenti delle esportazioni di prodotti elettronici.

Il valore totale delle esportazioni cinesi di semiconduttori è quasi raddoppiato.

Inoltre, la guerra ha anche reindirizzato la domanda globale verso i fornitori cinesi per materiali di base come alluminio e urea, poiché i tradizionali fornitori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, sono stati tagliati fuori dalla catena di approvvigionamento globale.

Conseguenze indesiderate della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran

Lo scoppio della guerra ha rappresentato un enorme impulso economico per le esportazioni industriali cinesi.

Mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli USA, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali. 

1. Accelerazione della transizione globale verso l’energia verde

La chiusura dello Stretto di Hormuz tramite blocchi militari ha innescato un enorme shock energetico globale legato agli idrocarburi e ai combustibili fossili.

Con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il collasso della sicurezza energetica tradizionale, i mercati internazionali hanno accelerato drasticamente i tempi di transizione verso le rinnovabili.

Poiché la Cina possiede la capacità produttiva più ampia e dominante al mondo nel settore delle tecnologie verdi, è diventata il beneficiario globale per eccellenza.

2. Collo di bottiglia della rete dell’IA e sostituzione del materiale di base

La guerra ha gravemente compromesso le catene di approvvigionamento industriali specializzate a valle nel Golfo Persico, danneggiando in particolare importanti impianti di trasformazione regionali come l’Emirates Global Aluminum.

Poiché la regione del Golfo forniva in precedenza circa il 21% dell’alluminio primario degli USA e il 19% di quello dell’UE, i produttori occidentali del settore aerospaziale, automobilistico ed elettronico si sono trovati ad affrontare immediate carenze strutturali.

La Cina ha occupato questo vuoto, diventando il principale esportatore di materiali di riempimento per metalli lavorati e materiali industriali.

Contemporaneamente, l’intensa espansione globale delle infrastrutture dell’IA si è scontrata con enormi limitazioni della rete elettrica a causa degli elevati costi energetici.

La Cina ha sfruttato questa situazione fornendo infrastrutture elettriche cruciali a supporto delle reti elettriche internazionali sovraccariche.

3. Buffer energetici a forte sconto e de-dollarizzazione

Mentre le nazioni occidentali soffrivano una grave inflazione causata dalla guerra e per l’aumento dei prezzi al dettaglio dei carburanti, la Cina ha protetto la propria base industriale mediante una rigorosa pianificazione strategica.

Prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.

Questa enorme ed economica riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili.

Inoltre, per aggirare i sempre più stringenti blocchi marittimi e le sanzioni bancarie USA, l’Iran ha iniziato a consentire il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che le transazioni fossero regolate direttamente in RMB [ndt: renminbi] cinese.

La guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro USA nel commercio globale delle materie prime.

La Cina sarà la maggiore vincitrice della ricostruzione postbellica in Iran 

Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico. Ma è quasi certo che ci sarà un’enorme espansione degli scambi commerciali tra Cina e Iran nel dopoguerra.

Una soluzione formale al conflitto sbloccherebbe immediatamente una sinergia commerciale senza precedenti tra Pechino e Teheran.

La ricostruzione postbellica

L’Iran del dopoguerra avrà bisogno di miliardi di dollari in rapide iniezioni di capitale per ricostruire le sue infrastrutture energetiche, marittime, logistiche e civili devastate.

Le aziende occidentali continueranno a essere soggette a restrizioni legali o a esitazioni strutturali nell’entrare nel mercato iraniano; le imprese cinesi sono quindi pronte ad agire come appaltatori principali e di default.

Questo incremento verrà assorbito senza problemi dal programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran preesistente, firmato nel marzo 2021.

Nell’ambito di questo piano da 400 miliardi di dollari, la Cina ha già pianificato ingenti investimenti postbellici per modernizzare le reti di trasporto, gli impianti petroliferi, i porti, i centri manifatturieri e le telecomunicazioni 5G dell’Iran.

Normalizzazione del condotto energetico

Sebbene l’attuale blocco navale statunitense abbia temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio via mare, la Cina rimane la principale fonte di sostentamento economico per l’Iran.

Un accordo di pace permanente eliminerà le minacce marittime nello Stretto di Hormuz, consentendo al petrolio greggio iraniano di tornare a fluire a pieno regime verso la base industriale cinese.

I giganti energetici statali cinesi avranno accesso prioritario allo sviluppo del vasto giacimento di gas di South Pars, ancora poco sfruttato, e dei principali blocchi petroliferi iraniani, assicurandosi contratti energetici a lungo termine a tariffe estremamente favorevoli, tipiche del dopoguerra.

Istituzionalizzazione del renminbi e de-dollarizzazione

La guerra in corso ha costretto l’Iran a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale.

Durante il conflitto, Teheran ha iniziato a canalizzare i suoi scambi commerciali di materie prime esclusivamente attraverso il renminbi cinese (RMB) per aggirare le sanzioni bancarie USA.

Una volta terminata la guerra, questo sistema non tornerà al dollaro statunitense.

Il boom commerciale del dopoguerra sarà regolato tramite il Sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinesi (CIPS), vincolando l’Iran all’orbita economica globale di Pechino.

Sblocco degli assets congelati per soddisfare la domanda immediata dei consumatori

Durante tutto il conflitto, una parte significativa delle entrate petrolifere dell’Iran si è accumulata in conti esteri.

Quando la guerra finirà, questi miliardi saranno sbloccati.

È altamente probabile che l’Iran converta direttamente queste riserve in linee di credito immediate per acquistare macchinari, elettronica di consumo, attrezzature per la produzione industriale e tecnologie mediche di produzione cinese.

In sintesi, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra criminale contro l’Iran e sono stati sonoramente sconfitti.

Hanno esaurito il loro arsenale di armi e la poca credibilità che l’esercito USA aveva conservato dal passato. E questo ha contribuito ad accelerare gli obiettivi economici della Cina.

Si è rivelato, come direbbe Trump, “un ottimo affare”. Il “maestro” dell'“arte della negoziazione” si merita appieno il suo soprannome cinese “川建国”.

Sarebbe ingiusto accusare Trump di essere il solo ad aver aiutato la Cina con la sua belligeranza e stupidità.

Prima di lui, le provocazioni di Biden nei confronti della Russia con la guerra per procura in Ucraina avevano consolidato la partnership energetica tra Cina e Russia.

Oggi la Russia esporta la maggior parte del suo petrolio e del suo gas in Cina, anziché nell’Europa occidentale.

Analogamente, le guerre interminabili di George W. Bush e Obama in Medio Oriente hanno visto la Cina emergere come principale beneficiaria della ricostruzione irachena.

Il precedente iracheno della vittoria della Cina nelle guerre di aggressione USA

Sebbene l’invasione statunitense del 2003 abbia rovesciato Saddam Hussein, le principali compagnie petrolifere americane si sono in gran parte ritirate dall’Iraq negli ultimi due decenni.

In loro assenza, Pechino è intervenuta in modo aggressivo, trasformando di fatto l’Iraq in un pilastro della propria sicurezza energetica.

Gli analisti stimano che tra il 50% e il 65% dell’intera produzione petrolifera irachena provenga attualmente da giacimenti in cui operano, investono o forniscono servizi di ingegneria aziende cinesi.

L’uscita degli USA e l’entrata della Cina

Dopo la guerra, corporations americane come ExxonMobil si aggiudicarono inizialmente lucrosi diritti per lo sviluppo dei mega-giacimenti iracheni.

Tuttavia, a causa dei bassi margini di profitto imposti dal governo iracheno, delle complesse realtà in materia di sicurezza e del cambiamento delle priorità aziendali verso lo shale oil [ndt: gas di scisto] nazionale, le società USA si sono ritirate.

ExxonMobil si è ritirata completamente dall’Iraq, cedendo le operazioni del vasto giacimento di West Qurna 1.

Al di fuori della regione autonoma del Kurdistan iracheno, le compagnie statunitensi detengono una quota inferiore al 2% nei progetti petroliferi e del gas in Iraq.

Al contrario, le aziende cinesi hanno acquisito la quota maggiore di licenze straniere per l’estrazione di petrolio e gas in Iraq (7,27%), seconde solo allo Stato iracheno stesso.

Dominio a monte e gare d’appalto 2024-2026

La presenza cinese spazia da colossi statali come PetroChina e CNOOC, a imprese private indipendenti, altamente aggressive e agili.

Durante le principali tornate di licenze irachene, la “Quinta+” e la “Sesta”, le aziende cinesi si sono aggiudicate quasi tutti i contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento di oltre 10 nuovi giacimenti di petrolio e gas, mentre l’interesse degli Stati Uniti è stato praticamente inesistente.

Società private cinesi come Geo-Jade Petroleum, United Energy Group e ZPEC stanno investendo miliardi in Iraq. Attualmente, sono sulla buona strada per raddoppiare la loro produzione indipendente di petrolio iracheno, portandola a 500.000 barili al giorno (bpd) entro il 2030.

A metà del 2025, l’Iraq ha firmato un accordo integrato da 848 milioni di dollari con Geo-Jade per espandere il giacimento petrolifero di Tuba da 20.000 a 100.000 barili al giorno, parallelamente alla costruzione di imponenti raffinerie a valle.

Il mega-accordo “Petrolio in cambio di costruzioni”

Il predominio della Cina va ben oltre le semplici trivellazioni. È intrinseco alla ricostruzione nazionale dell’Iraq attraverso un accordo quadro formale ventennale “Petrolio in cambio di costruzione”.

In base a questo meccanismo, l’Iraq invia obbligatoriamente 100.000 barili di petrolio greggio al giorno direttamente in Cina.

In cambio, Pechino finanzia e realizza imponenti progetti infrastrutturali nazionali.

Grazie a questo accordo, le aziende cinesi hanno costruito oltre 1.000 scuole e ospedali in tutto l’Iraq, edificato un importante aeroporto civile a Dhi Qar e sviluppato enormi città residenziali.

Nell’aprile del 2026, il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani ha approvato uno stanziamento di 1,5 miliardi di dollari nell’ambito di questo accordo per finanziare l’attesissimo oleodotto Bassora-Haditha, del valore di 5 miliardi di dollari.

Inoltre, la China Petroleum Pipeline Engineering Co. si è aggiudicata un contratto da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione del gigantesco progetto iracheno di approvvigionamento idrico marino comune, necessario per far fronte alla pressione esercitata dai giacimenti petroliferi.

Cliente principale nel settore energetico e influenza geopolitica

La Cina importa quotidianamente circa 1,2-1,4 milioni di barili di petrolio iracheno, assorbendo costantemente circa il 35% dell’intera produzione nazionale irachena e affermandosi come il suo principale cliente mondiale.

A differenza di Washington, Pechino adotta una rigida politica di “non interferenza” per quanto riguarda la politica locale e la governance interna irachena.

Questo approccio conferisce alle aziende energetiche cinesi un vantaggio costante rispetto alle controparti occidentali nelle gare d’appalto per contratti statali a lungo termine.

Lo schema è lo stesso in Afghanistan: ovunque gli USA intraprendano guerre, la Cina acquisisce influenza 

In Afghanistan sta accadendo la stessa cosa.

Nonostante i persistenti rischi per la sicurezza nel paese, la Cina ha già tratto vantaggio dalla ricostruzione postbellica grazie all’accesso economico strategico.

Estrazione di minerali critici ed energia

Il principale vantaggio economico consiste nell’ottenere un accesso preferenziale alle vaste e incontaminate risorse naturali dell’Afghanistan, il cui valore è stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari.

Le società minerarie cinesi hanno cercato con aggressività di ottenere l’accesso agli enormi giacimenti di litio e terre rare dell’Afghanistan.

La Cina detiene inoltre un accordo di estrazione a lungo termine per il giacimento di rame di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo.

Nel bacino dell’Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan, la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC) si è aggiudicata un accordo di estrazione petrolifera da 540 milioni di dollari, che consentirà alla Cina di pompare petrolio direttamente dal territorio afghano.

Espansione geopolitica e infrastrutturale (CPEC 2.0)

Il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO ha permesso alla Cina di integrare l’Afghanistan nella sua iniziativa “Belt and Road” (BRI) senza un coinvolgimento militare.

La Cina ha esteso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) direttamente in territorio afghano.

La Cina ha concesso all’Afghanistan un trattamento tariffario a zero sul 100% delle sue linee tariffarie. Questa eliminazione dei dazi doganali stimola significativamente gli scambi bilaterali, consentendo l’afflusso di macchinari manifatturieri cinesi a Kabul in cambio di materie prime afghane.

Influenza diplomatica

Mentre le nazioni occidentali hanno congelato gli attivi afghani e chiuso le proprie ambasciate in seguito alla riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, la Cina ha mantenuto aperta la propria ambasciata.

Posizionandosi come uno dei principali contributori alla ricostruzione pacifica attraverso contratti nelle infrastrutture (come la costruzione di ospedali e complessi residenziali), Pechino si è assicurata il monopolio dell’influenza diplomatica sulla leadership talebana.

La formula cinese per vincere le guerre degli Stati Uniti

I costanti vantaggi economici e geopolitici che Pechino ottiene dagli interventi militari guidati dagli Stati Uniti sono il risultato di una strategia di ampio respiro, deliberata e strutturata.

Mentre gli Stati Uniti affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, la Cina opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica.

Posizionandosi come “costruttore di ultima istanza”, Pechino eredita naturalmente il panorama economico una volta che la situazione si è stabilizzata in seguito a un conflitto.

Questo beneficio sistematico è determinato da diverse dinamiche strutturali. 

1. Il vantaggio della “non interferenza”

Il principio cardine della politica estera cinese è l’assoluta non interferenza negli affari interni di altre nazioni.

Quando gli Stati Uniti scatenano una guerra o spingono per un cambio di regime, spesso subordinano gli aiuti, gli scambi commerciali e il riconoscimento diplomatico a successive rigide condizioni politiche, minando di solito direttamente la sovranità dello stato bersaglio.

Al contrario, Pechino non impone alcuna condizione politica o ideologica ai suoi partner.

Per le nazioni devastate dalla guerra e desiderose di ricostruirsi, le imprese cinesi rappresentano un’alternativa estremamente attraente.

Offrono uno sviluppo infrastrutturale immediato – strade, ponti, aeroporti e scuole – senza richiedere un allineamento politico, consentendo alle élite locali di mantenere il potere mentre stabilizzano rapidamente le proprie economie.

2. Asimmetria del rischio: sangue contro capitale

Quando inizia una guerra, Washington si fa carico degli immensi e gravosi costi finanziari e umani del conflitto: migliaia di miliardi di dollari in spese militari, logistica, intelligence e operazioni di combattimento attive.

La Cina evita completamente il campo di battaglia. Aspetta invece che il conflitto si concluda o si stabilizzi, per poi impiegare capitali statali per acquisire asset a prezzi fortemente scontati.

In Iraq, mentre gli Stati Uniti spendevano oltre 2 trilioni di dollari per lo sforzo bellico, le aziende cinesi hanno riempito il vuoto lasciato dalle principali compagnie petrolifere americane che si ritiravano dal paese.

Pechino si è assicurata contratti petroliferi dominanti a monte della filiera senza perdere un solo soldato né sparare un colpo, trasformando di fatto una campagna militare statunitense in una fonte sicura di energia per la Cina.

3. Capitalizzare le sanzioni occidentali e de-dollarizzare

Quando gli Stati Uniti intraprendono una guerra economica o militare contro un Paese, la loro arma principale consiste nell’isolare quella nazione dal sistema finanziario occidentale attraverso il blocco dei conti bancari SWIFT e le sanzioni commerciali.

Costringendo le aziende occidentali ad abbandonare un Paese bersaglio (come l’Iran o la Russia), gli Stati Uniti eliminano involontariamente ogni concorrenza di mercato per la Cina.

La Cina diventa l’unica grande economia globale disposta e in grado di acquistare le materie prime di quel paese isolato.

Ciò conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale per acquistare risorse vitali, come il petrolio greggio iraniano e russo, a prezzi estremamente inferiori a quelli di mercato, riducendo drasticamente i costi operativi della base manifatturiera nazionale cinese.

Inoltre, poiché queste nazioni sanzionate non possono più commerciare in dollari USA, sono costrette a regolare le transazioni in RMB cinesi, accelerando rapidamente l’obiettivo strategico a lungo termine della Cina di de-dollarizzare il commercio globale delle materie prime.

4. Distrazione geopolitica

Ogni importante intervento militare USA agisce come un enorme diversivo strategico, distogliendo l’attenzione, le risorse e il capitale politico di Washington dalla competizione diretta con la Cina nella regione dell’Asia-Pacifico.

L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 hanno di fatto garantito alla Cina “due decenni d’oro” di incontrastata crescita economica.

Mentre gli USA erano impantanati nella guerra di controinsurrezione in Medio Oriente, la Cina ha silenziosamente sviluppato i suoi settori tecnologici interni, si è assicurata il monopolio della catena di approvvigionamento globale di energia verde e ha portato avanti la sua imponente iniziativa “Belt and Road”.

I conflitti e le guerre per procura guidati dagli Stati Uniti a metà degli anni 2020 continuano questa tendenza.

Mentre Washington esaurisce le sue scorte di munizioni, mette a dura prova il suo bilancio e distoglie l’attenzione dalla politica interna per gestire le guerre all’estero, la Cina rimane libera di espandere sistematicamente le sue reti commerciali in tutta l’ASEAN, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa.

Conclusione

In un linguaggio che i capitalisti possono comprendere: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo sugli investimenti nel mondo moderno.

La divergenza strutturale tra Stati Uniti e Cina negli ultimi decenni rappresenta un chiaro caso di studio concreto che dimostra perché la diplomazia commerciale e pacifica sia di gran lunga più redditizia e sostenibile dell’imperialismo militarista.

L’imperialismo militarista statunitense si basa su sanzioni, blocchi e distruzione fisica, tutti elementi che riducono la torta economica globale.

Viceversa, la diplomazia pacifica e il commercio cinesi creano mercati.

L’iniziativa cinese “Belt and Road” si basa sul presupposto che un Paese dotato di una nuova ferrovia, un porto o una rete 5G costruiti dalla Cina diventi un consumatore a lungo termine di beni cinesi.

Non si possono vendere veicoli elettrici ad alta tecnologia, hardware per l’intelligenza artificiale o beni di consumo a un paese che è stato bombardato fino al collasso economico.

Grazie alla diplomazia, che mantiene aperte e stabili le rotte commerciali, la Cina garantisce la crescita dei mercati globali, alimentando così la propria economia trainata dalle esportazioni.

Infine, nelle relazioni internazionali, la buona volontà e la prevedibilità sono risorse economiche di grande valore.

La posizione diplomatica della Cina, rigorosamente orientata al business e priva di pregiudizi, la rende un partner sicuro e senza attriti per i paesi del Sud del Mondo.

Questa reputazione apre le porte a lucrosi appalti infrastrutturali e ad accordi commerciali a lungo termine, che sono preclusi alle nazioni occidentali.

In definitiva, l’ultimo quarto di secolo ha dimostrato una lezione inequivocabile di grande strategia: la ricchezza si genera costruendo fabbriche, integrando le catene di approvvigionamento e dominando le rotte commerciali, non conducendo guerre o cambiando regimi con la forza.

Scegliendo la via della diplomazia commerciale anziché quella dell’espansione militare, la Cina ha di fatto ottenuto i vantaggi economici del XXI secolo senza pagare il prezzo devastante della guerra.

In definitiva, l’atteggiamento bellicoso degli Stati Uniti ha direttamente favorito l’espansione commerciale della Cina in tutto il mondo.

In una giravolta ironica del destino, gli sforzi del regime statunitense per sottomettere altri paesi e contenere la Cina gli si sono completamente ritorti contro: gli Stati Uniti sopportano i costi delle loro guerre e Pechino ne raccoglie i frutti.

È uno scherzo solo a metà il fatto che i cinesi chiamano Trump “川建国”.

Pechino è diventata la più grande vincitrice delle guerre dell’America.

Fonte

11/09/2026

La “via della seta” ferroviaria iraniana rompe l’assedio marittimo

Nelle ultime settimane, i polverosi scali ferroviari di Xi’an e i porti asciutti di Teheran sono stati animati da un’attività insolita. Il traffico merci tra Cina e Iran è aumentato vertiginosamente, trasformando una rotta logistica un tempo limitata in una linfa vitale per l’economia.

Questo incremento non è dovuto solo alle forze di mercato. È la conseguenza del blocco imposto dagli Stati Uniti al traffico marittimo iraniano nell’aprile 2026, che ha reso il trasporto marittimo, tradizionalmente la forma di trasporto più economica e voluminosa, pericoloso e costoso. L’Iran ha reagito incentivando il commercio via terra, trasformando la “via ferrata” in una necessità strategica.

Ferrovie sotto pressione

Prima dell’aprile 2026, il servizio Xi’an-Teheran, inaugurato nel maggio 2025 poche settimane prima dell'aggressione israelo-americana contro la Repubblica Islamica, operava con una frequenza settimanale regolare. Dall’inizio del blocco, le partenze sono aumentate a un treno ogni tre o quattro giorni. Secondo quanto riportato, lo spazio per il carico merci era esaurito fino a maggio, mentre gli operatori cinesi cercavano ulteriore materiale rotabile per giugno.

Questa corsa contro il tempo ha avuto un costo. I prezzi per un container standard da 40 piedi (circa 12,2 metri) sono saliti a quasi 7.000 dollari (6.000 euro), circa il 40% in più rispetto alle tariffe normali. Il trasporto ferroviario rimane competitivo rispetto a quello aereo, ma il prezzo riflette sia la domanda sia la difficoltà di movimentare le merci lungo un corridoio di circa 10.400 chilometri che attraversa diversi confini nazionali.

La rete ferroviaria non è un unico binario costruito appositamente, ma un mosaico di reti nazionali. Un tipico viaggio inizia in un polo industriale come Xi’an o Yiwu, attraversa la Cina occidentale ed esce dallo Xinjiang attraverso i passi di Horgos o Alataw.

Prosegue poi attraverso il Kazakistan e il Turkmenistan, con alcuni percorsi che includono anche l’Uzbekistan, prima di entrare in Iran a Sarakhs e terminare al porto secco di Aprin a Teheran. Ogni attraversamento di frontiera prevede controlli doganali e, in alcuni casi, un cambio di scartamento o il trasferimento del carico.

Un precedente servizio di trasporto merci Cina-Iran attraverso il Turkmenistan è stato inaugurato nel luglio 2024, ponendo le basi per l’attuale espansione. L’attuale impennata si basa su infrastrutture e accordi consolidati nel corso di diversi anni, piuttosto che su una rotta di emergenza creata dopo il blocco.

Cosa si muove verso ovest?

Per ora, il flusso è principalmente verso ovest. I treni trasportano esportazioni cinesi di alto valore, tra cui componenti automobilistici, macchinari pesanti, apparecchiature per centrali elettriche e generatori. Un numero maggiore di container trasporta ora pannelli solari ed elettronica per progetti infrastrutturali iraniani.

Sotto il blocco marittimo, l’industria manifatturiera iraniana dipende sempre più da questi rifornimenti ferroviari per mantenere in funzione fabbriche e infrastrutture.

Secondo le fonti, il carico è costituito da componenti automobilistici, generatori, componenti elettronici, materiali industriali e altri beni di consumo.

Il viaggio di ritorno, invece, rimane relativamente vuoto. Le voci secondo cui il petrolio greggio iraniano verrebbe trasportato in Cina via ferrovia sono difficili da credere su larga scala: il costo su una tale distanza supererebbe di gran lunga quello delle petroliere convenzionali.

Funzionari iraniani hanno discusso la possibilità di utilizzare la ferrovia per esportare prodotti petrolchimici e carburante, sebbene la redditività del trasporto di liquidi sfusi su una tratta ferroviaria di 10.400 chilometri rimanga dubbia.

I minerali e i prodotti petrolchimici di maggior valore rappresentano carichi di ritorno più plausibili, sebbene non abbiano ancora saturato la capacità di trasporto in direzione Est. I treni di ritorno vuoti o con carico ridotto aumentano inoltre il costo del viaggio in direzione ovest. L’attuale squilibrio rende la tratta una soluzione costosa e prevalentemente a senso unico, piuttosto che un corridoio commerciale equilibrato.

Volume strategico, non scala marittima

Nonostante gli alti costi e le difficoltà logistiche, il vero valore della tratta ferroviaria è strategico. Un singolo treno merci può trasportare solo una frazione della capacità di una grande nave portacontainer, circa il 2 o 3% del carico di una grande nave.

In caso di blocco, tuttavia, anche questo volume diventa importante. La ferrovia offre un canale “di riserva” per i componenti industriali che l’Iran non può reperire a livello nazionale.

Per la Cina, la tratta rappresenta uno stress test di successo per la sua Nuova Via della Seta. Ciò dimostra che la Cina può reindirizzare una parte significativa delle sue esportazioni terrestri verso un Paese amico, aggirando blocchi navali e punti strategici marittimi.

Questa ferrovia fa parte del sesto corridoio della Cintura Economica della Nuova Via della Seta, altrimenti noto come Corridoio Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale. Non si ferma a Teheran, ma si estende verso Ovest e Sud-Ovest, raggiungendo la Turchia, l’Iraq e l’intera Regione del Golfo Persico e dell’Asia Occidentale.

La ferrovia Cina-Iran deve essere intesa non solo come un progetto di trasporto bilaterale, ma come parte di una più ampia riorganizzazione del commercio terrestre in Eurasia. Due casi illustrano questo aspetto: il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, che collega la Russia all’India attraverso l’Iran, e il crescente commercio transfrontaliero tra Iran e Pakistan.

Lo snodo nord-sud

Il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud è diventato sempre più importante per gli scambi commerciali tra Russia, Iran e India. Lungo i suoi tre rami principali, sanzioni, guerre e insicurezza sulle tradizionali rotte marittime hanno accelerato il movimento delle merci e gli investimenti infrastrutturali. Nel 2024, il traffico totale del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud è aumentato di circa il 19%, raggiungendo i 26,9 milioni di tonnellate, mentre il traffico sul suo ramo orientale è successivamente cresciuto del 70% grazie alla riduzione dei costi di trasporto.

Cereali e merci industriali russe si dirigono verso Sud, mentre le esportazioni agricole e manifatturiere iraniane si dirigono verso Nord. Bandar Abbas ha assorbito gran parte del flusso di transito tra India e Russia, compreso il carico che utilizza la rotta orientale attraverso l’Asia centrale.

Questo conferisce al porto meridionale un duplice ruolo: principale porta d’accesso marittima dell’Iran e terminale per il commercio terrestre eurasiatico.

Chabahar, nel frattempo, rimane centrale nei piani dell’India, nonostante le rinnovate pressioni delle sanzioni statunitensi e i continui lavori di integrazione del porto con la rete ferroviaria iraniana. La sua posizione al di fuori dello Stretto di Hormuz le conferisce un valore strategico, ma i collegamenti ferroviari incompleti le impediscono ancora di svolgere tale ruolo a pieno regime.

La ferrovia Rasht-Astara, lunga 162 chilometri, rimane un elemento decisivo. La Russia ha stanziato 1,6 miliardi di euro per il progetto, i lavori di rilevamento e preparatori sono iniziati nel 2025 e Teheran e Mosca hanno firmato l’accordo di attuazione a novembre.

I lavori sui porti, il dragaggio, l’aumento della capacità della flotta e il coordinamento doganale intorno al Mar Caspio mirano anche a facilitare il transito. Sebbene i progressi siano disomogenei, gli Stati partecipanti stanno costruendo rotte meno esposte alle pressioni finanziarie e marittime controllate dall’Occidente.

L’economia di confine del Pakistan

L’economia di confine tra Iran e Pakistan dimostra perché questi corridoi terrestri siano importanti. Teheran e Islamabad si sono prefissate l’obiettivo di raggiungere 10 miliardi di dollari (8,6 miliardi di euro) di scambi commerciali annui, grazie all’estensione degli orari di apertura del confine, alla creazione di nuovi valichi, ad accordi di baratto e ai negoziati per un accordo di libero scambio.

Tuttavia, il commercio formale rimane ben al di sotto di tale obiettivo, limitato dalle sanzioni, dalla debolezza dei canali bancari, da problemi di sicurezza e da un sistema di scambio sbilanciato verso le esportazioni energetiche iraniane.

Petrolio, gas, carburanti raffinati, metalli e prodotti agricoli iraniani dominano i flussi commerciali registrati. Le esportazioni ufficiali del Pakistan sono molto inferiori e spesso non tengono conto del baratto e del commercio informale di confine.

Questa lacuna ha generato un’economia parallela lungo i circa 900 chilometri di confine, soprattutto nel Balochistan, dove benzina e diesel iraniani a basso costo vengono trasportati su furgoncini, motociclette e piccole imbarcazioni. Il commercio è illegale, ma sostiene comunità con poche altre fonti di reddito. Chiudere il confine senza costruire canali legali penalizzerebbe la zona di confine senza però eliminare la domanda che alimenta questo commercio.

La guerra regionale e le turbolenze intorno al Golfo Persico hanno accresciuto il valore di queste rotte. Dopo il blocco, il Pakistan ha aperto sei canali terrestri per il trasporto merci verso l’Iran, offrendo ai commercianti alternative alle vulnerabili rotte marittime.

È qui che la ferrovia Cina-Iran assume un significato più ampio: collegando la Cina all’Iran attraverso l’Asia centrale e potenzialmente integrandosi con il Corridoio Economico Cina-Pakistan, la Turchia e i mercati europei, la ferrovia offre a Teheran maggiore margine di manovra per aggirare i punti nevralgici del trasporto marittimo e i canali finanziari soggetti a sanzioni.

Per il Pakistan, lo stesso cambiamento accresce il valore delle rotte Taftan-Mirjaveh, Gabd-Rimdan, Mand-Pishin e dei nuovi valichi come Kohak-Cheedgi, in quanto collegamenti tra il Mar Arabico, l’Iran, l’Asia centrale e le reti sostenute dalla Cina.

La promessa di integrazione, tuttavia, dipende dalla capacità dei governi di spostare il commercio dal contrabbando e dal baratto improvvisato a sistemi doganali, logistici e di regolamento regolamentati. Le sole linee ferroviarie non bastano.

La profondità strategica interna dell’Iran

Nel loro insieme, la Nuova Via della Seta e il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud stanno cambiando la posizione strategica dell’Iran sia a breve che a lungo termine. Per ora, forniscono accesso a beni e materiali necessari per la ricostruzione e la difesa, offrendo al contempo entrate di transito mentre Washington cerca di stringere l’assedio economico. Nel tempo, potrebbero trasformare la posizione geografica centrale dell’Iran in una leva duratura in tutta l’Eurasia.

Questo risultato non è garantito. Gli alti costi di trasporto, i collegamenti ferroviari incompiuti, gli scartamenti incompatibili, le sanzioni e i sistemi di insediamento deboli limitano ancora ciò che questi corridoi possono trasportare. Tuttavia, l’assedio marittimo ha già cambiato le carte in tavola.

La resilienza dell’Iran dipenderà dal mantenere aperte rotte sufficienti per impedire che qualsiasi flotta, sanzione o punto di strozzatura possa isolare il Paese.

Fonte

10/09/2026

Dal Kirghizistan all’India: l’Eurasia in costruzione

In Asia, gli incontri faccia a faccia o “scambi tra persone”, come li definisce il Presidente cinese Xi Jinping, sono fondamentali. I vertici politico-economici sono considerati tanto importanti per la loro capacità di veicolare politiche comuni quanto come occasioni in cui nessuno può perdere la faccia. Il consenso, e il rispetto reciproco, sono essenziali. Ciò significa che, a differenza dell’Occidente nel suo complesso, la vera diplomazia è una priorità assoluta.

I vertici consecutivi in ​​Asia e in tutta l’Eurasia hanno solitamente conseguenze molto importanti. Lo scorso anno si è tenuto a Tianjin il 24° vertice annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ospitato dalla Cina, seguito a breve distanza dal Forum Economico Orientale di Vladivostok, nell’Estremo Oriente russo.

Quest’anno, il vertice venticinquennale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si è aperto a Bishkek, in Kirghizistan, seguito dall’incontro di Vladivostok, e si concluderà la prossima settimana con il vertice annuale dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a Nuova Delhi, ospitato dall’India.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è finalmente salita alla ribalta internazionale come organismo multilaterale chiave lo scorso anno a Tianjin, quando la Cina ha perfezionato la sua accurata tabella di marcia verso la gestione globale. Quest’anno, come rivelato dalla Dichiarazione finale di Bishkek, i dettagli sono stati importanti quanto il quadro generale.

Due decisioni di rilievo sono emerse dal vertice: in primo luogo, i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno condannato all’unanimità la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Ciò significa una condanna generale da parte dell’Eurasia, India inclusa.

In secondo luogo, i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno ribadito il loro pieno sostegno ad un “sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, equo, inclusivo e non discriminatorio”, basato sul Diritto Internazionale e che preveda “un trattamento speciale per i paesi in via di sviluppo”.

Commerciare, non fare la guerra

Bishkek non solo si è opposta all’unanimità all'“ingerenza nella sovranità degli Stati”, riaffermando al contempo “l’indivisibilità della sicurezza”, ma ha anche avviato, di fatto, la regolamentazione del Centro Universale per il Contrasto alle Sfide e alle Minacce alla Sicurezza degli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

Si tratta, in sostanza, di un meccanismo per contrastare le guerre ibride e le guerre calde lanciate in rapida e incessante successione dall’egemonia occidentale nei suoi giorni di declino.

Il Presidente russo Vladimir Putin ha osservato come, oggi, “l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai sia di fatto la più grande associazione regionale non solo nel nostro comune continente eurasiatico, ma nel mondo intero. I suoi Stati membri ospitano quasi la metà della popolazione mondiale e rappresentano oltre un terzo del PIL globale”.

Putin ha inoltre sottolineato che “gli scambi commerciali della Russia con i Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno superato i 400 miliardi di dollari (344,4 miliardi di euro) nel 2025, mentre i nostri Stati utilizzano sempre più le valute nazionali nei pagamenti reciproci. Nelle transazioni della Russia con i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la loro quota supera ormai il 98%”.

Questa è già una tendenza consolidata dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai: continuare ad aumentare gli scambi commerciali in valute comuni. I BRICS stanno seguendo la stessa strada.

Come Putin, anche il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sottolineato l’urgenza di creare la proposta Banca di Sviluppo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Il Presidente russo ha sostanzialmente affermato che questa banca dovrebbe essere “il più indipendente possibile” da quelle potenze che usano “gli strumenti economici come armi”.

In altre parole, le potenze eurasiatiche cercano una Banca di Sviluppo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai molto più indipendente della Nuova Banca di Sviluppo, la banca dei BRICS, il cui statuto è ancorato al dollaro statunitense.

Da sei anni, la Nuova Banca di Sviluppo ha iniziato ad ammettere Stati non membri dei BRICS. Alcuni di questi sono poi diventati soci. Tra questi figurano ora, ad esempio, Algeria, Bangladesh, Colombia, Uzbekistan e Zimbabwe. Tuttavia, il livello di capitale sottoscritto si attesta a soli 53,6 miliardi di dollari (46,1 miliardi di euro), una cifra decisamente troppo bassa per una banca di sviluppo del Sud del Mondo.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai sta inoltre promuovendo una Strategia di Cooperazione Energetica, che dovrebbe essere attuata nel dettaglio entro il 2030. Questa strategia comprende una serie di progetti, come il gasdotto Power of Baikal, precedentemente noto come Power of Siberia II, che collegherà la Russia alla Cina passando per la Mongolia (paese associato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai).

Costruisci la tua strada con un sistema finanziario annesso

Ora colleghiamo l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai al Forum Economico di Vladivostok.

Non è possibile comprendere le immense sfide che comporta lo sviluppo della Siberia, dell’Artico e dell’Estremo Oriente russo, un imperativo di sicurezza nazionale, supervisionato personalmente da Putin, senza seguire le sessioni di discussione fondamentali che si tengono ogni anno a Vladivostok.

Prendiamo ad esempio il dibattito sull’architettura dei corridoi di trasporto, che illustra nel dettaglio il Corridoio di Trasporto Transartico: un sistema integrato e multimodale (via mare, ferrovia, strada, oltre ai principali fiumi della Siberia).

Per molti aspetti, il Corridoio di Trasporto Transartico rispecchia il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, anch’esso multimodale e collegato ai BRICS, così come i molteplici corridoi della Nuova Via della Seta costruiti dalla Cina da Est a Ovest.

L’ambizione della Russia spazia dal riorientamento dei flussi di merci verso Est e Sud, all’integrazione dell’Estremo Oriente nel nascente Corridoio di Trasporto Transartico. La pianificazione strategica è già delineata in un “Piano d’azione unificato per la zona artica della Federazione Russa e il Corridoio di Trasporto Transartico”.

Questo ci porta all’Artico, e alla Rotta Marittima del Nord, che i cinesi descrivono poeticamente come la Via della Seta Polare.

Un importante dibattito a Vladivostok, a cui ha partecipato Vladimir Panov della ROSATOM, azienda leader nel settore nucleare e rappresentante speciale per lo sviluppo dell’Artico, ha illustrato come la politica russa per l’Artico non si limiti allo sviluppo di una base di risorse strategiche operativa 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e 365 giorni all’anno, ma si impegni anche a “preservare le tradizioni e lo stile di vita delle popolazioni indigene del Nord e a proteggere l’ambiente”.

Nell’ambito della sua complessa strategia per l’Estremo Oriente, la Russia sta anche inaugurando un Centro Finanziario Orientale, la più grande riforma istituzionale del mercato finanziario russo degli ultimi tempi, come ha spiegato il viceministro delle Finanze Alexei Moiseev.

Tra i corridoi di connettività, la scommessa russa sulla Rotta Marittima del Nord è senza precedenti. La complessità è sbalorditiva: come creare un sistema completamente nuovo, attraente per i clienti globali, in cui trasporti marittimi, supporto di rompighiaccio, infrastrutture portuali e regolamentazione governativa debbano interagire senza soluzione di continuità?

Putin a Vladivostok è andato dritto al punto: l’Estremo Oriente e l’Artico vengono costruiti insieme come un unico sistema fisico: energia, dati, ferrovie e una rotta polare totalmente indipendente dai punti di controllo NATO.

Il fiore all’occhiello è il Corridoio di Trasporto Transartico, che collega San Pietroburgo e Murmansk, attraverso la Rotta Marittima del Nord, a Vladivostok e da lì a tutti i Paesi dell’Asia-Pacifico. In sintesi, quasi dal nulla, si costruisce un ponte terrestre in acciaio, ghiaccio ed energia, con il relativo sistema finanziario collegato alla rotta.

Si confronti questo con il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, attraverso il quale tre nazioni BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai possono condurre tutti i loro scambi commerciali senza toccare un singolo punto di strozzatura che potrebbe essere chiuso da Washington, con l’Iran che funge da porta d’accesso meridionale della Russia all’interno di una più ampia strategia di contrasto al contenimento occidentale.

Russia e Cina puntano tutto sugli investimenti produttivi

Nel complesso, Bishkek e Vladivostok hanno offerto una serie di esempi concreti di come l’Eurasia stia affinando la sua strategia di “dimenticarsi dell’Occidente”.

Il professor Michael Hudson ha una proposta rivoluzionaria su cosa si dovrebbe fare riguardo a quello che è probabilmente il nocciolo della questione per il Sud del mondo: il debito dollarizzato. La soluzione, insiste, deve venire dalle potenze eurasiatiche Russia e Cina, sotto forma di “fornitura del credito necessario per consentire agli alleati commerciali e di investimento, compresi quelli della Nuova Via della Seta, di collaborare”.

Ciò equivarrebbe a niente meno che un nuovo ordine economico finanziato in gran parte dai membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei BRICS, con “i creditori che acquisiscono partecipazioni azionarie nelle economie dei Paesi le cui infrastrutture pubbliche saranno finanziate attraverso programmi come la Nuova Via della Seta cinese”, e le nazioni dipendenti dal petrolio che “si indebitano con l’Iran, con la possibilità di ottenere garanzie dalla Cina”.

Per quanto i BRICS siano essenzialmente un gruppo riformista, non rivoluzionario, rimangono, insieme all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il nucleo multilaterale della spinta verso la multipolarità. Non ci si illude che a Nuova Delhi, entro la fine di questa settimana, si possano raggiungere importanti traguardi. Eppure, Russia, Cina e Iran, tutti al tavolo delle trattative, possono vantare i progressi in materia di sovranità stabiliti a Bishkek e Vladivostok.

È un percorso lungo e tortuoso, naturalmente. Il dollaro statunitense rappresenta ancora il 57% delle riserve valutarie globali, il 54% delle fatture di esportazione globali e l’89% delle transazioni in valuta estera. Tuttavia, è bene tenere d’occhio il costante aumento degli scambi commerciali in valute locali, comuni e regionali: Russia-Cina; Russia-India; all’interno e all’esterno dell’ASEAN; la crescita del Sistema panafricano di pagamenti e regolamenti. L’elenco è lungo.

I BRICS potrebbero essere sul punto di implementare finalmente un proprio meccanismo di regolamento dei pagamenti in valute locali tramite un sistema di messaggistica finanziaria transfrontaliera. Devono però completare la costruzione delle infrastrutture e trovare la volontà politica collettiva per osare, il che significa ribaltare il dominio del dollaro negli scambi commerciali e nelle transazioni. Le lezioni apprese a Bishkek e Vladivostok potrebbero rivelarsi decisive, se sapientemente applicate a Nuova Delhi.

Fonte

06/09/2026

Gli Usa preparano la trappola finanziaria per incastrare la Cina

Nel 1985 erano riusciti a ingabbiare il Giappone in pieno boom economico e il suo galoppante yen con il famigerato Accordo del Plaza, un accordo-trappola mascherato da grande affare. A distanza di oltre 40 anni gli Stati Uniti sono impegnati a proporre uno schema simile con il chiaro intento di colpire lo yuan e stoppare l’ascesa della Cina.

I principali media statunitensi, Wall Street Journal in primis, raccontano ormai da settimane che è urgentissimo rivalutare quanto prima la divisa cinese. Emblematico l’ultimo articolo firmato da Greg Ip e intitolato “Why the World Needs to Force China’s Yuan to Revalue”, e cioè “Perché il mondo deve costringere lo yuan cinese a rivalutarsi”. Ancora più diretto il sommario del pezzo: “La Cina sta inondando il mondo di esportazioni a basso costo. Un accordo per rivalutare la sua valuta potrebbe essere l’unica soluzione”.

L’analisi di Ip si collega all’analisi diffusa nel 2024 da Stephen Miran, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump, secondo il quale sarebbe necessario per Washington stipulare un accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo degli Usa nell’economia mondiale.

Il ritorno dell’Accordo del Plaza?

Che cos’è l’Accordo del Plaza? Bisogna tornare agli anni Ottanta. All’epoca, per gli Stati Uniti, il Giappone rappresentava la stessa minaccia economica incarnata oggi dalla Cina: un Paese ricco, in ascesa e tecnologicamente all’avanguardia. Washington temeva soprattutto il crescente deficit commerciale e la forza dello yen. Il risultato? Nel 1985 Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito decisero di intervenire per indebolire il dollaro. Lo yen si apprezzò rapidamente, mettendo sotto pressione l’economia giapponese e le sue esportazioni. Per reagire, Tokyo allentò la politica monetaria, alimentando però una bolla immobiliare e finanziaria che sarebbe esplosa pochi anni dopo, con almeno due decenni di stagnazione e problemi gravissimi (ed evidenti) in tutto il Paese ancora adesso.

Ci si potrebbe chiedere cosa spinse il governo giapponese a firmare l’Accordo del Plaza. Al netto delle forti pressioni statunitensi, e del rischio di pesanti misure protezionistiche americane contro il Made in Japan, il governo nipponico era interessato ad accettare uno yen più forte per spostare il proprio modello di crescita dalle esportazioni alla domanda interna. L’idea giapponese, insomma, era quella di aderire al deal pensando che uno yen più forte avrebbe compensato il colpo all’export stimolando consumi e investimenti interni, accontentando anche gli Usa desiderosi di ridurre il surplus commerciale con Tokyo.

La Cina come il Giappone, lo yen come lo yuan

Peccato che lo yen si apprezzò molto più rapidamente di quanto desiderato, che le esportazioni e la crescita rallentarono e che la Bank of Japan fu costretta a varare una politica monetaria sempre più espansiva.

Furono tagliati i tassi ma il denaro facile alimentò credito, immobili e Borsa, creando una gigantesca bolla che sarebbe esplosa nel 1989, non appena la BoJ iniziò a stringere la politica monetaria. Fu l’inizio del disastro. Dopo l’Accordo del Plaza il Giappone non avrebbe mai più messo in discussione l’egemonia economica e tecnologica statunitense.

Ecco: per il Wsj qualcosa del genere dovrebbe essere riproposto contro lo yuan (“Una valuta talmente sbilanciata da mettere a rischio l’intera economia globale”) e la Cina. “Un accordo valutario, imposto tramite dazi doganali, potrebbe essere l’unico modo per spingere la Cina ad agire”, scrive ancora il quotidiano statunitense.

Pechino, fa notare Goldman Sachs, ha un surplus commerciale enorme che raggiungerà presto i 1.200 miliardi di dollari, mentre lo yuan è “fortemente sottovalutato rispetto al valore che dovrebbe avere”. Oltre la Muraglia i funzionari, che hanno studiato la bolla giapponese e conoscono cosa è successo nel 1985 al Plaza Hotel di New York, hanno già fiutato la possibile trappola.

Fonte