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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/10/2026

Secondo il FMI c’è “grande incertezza” sull’economia globale

Lo shock derivante dal conflitto nel Golfo si sta propagando all’economia mondiale attraverso prezzi dell’energia più elevati e volatili e il loro impatto sulle dinamiche inflattive. A scriverlo è il Fondo Monetario Internazionale nel suo World economic outlook dal titolo “Resilienza sotto pressione, scelte urgenti” reso pubblico oggi.

In tale contesto di “grande incertezza” il Pil mondiale viene rivisto leggermente al rialzo al +3,1% dal 3% del rapporto di Luglio, ma rallenta dal +3,5% che aveva raggiunto nel 2025. Il FMI prevede però una crescita stabile al +3,4% nel 2027.

“L’attività economica globale si è dimostrata ancora una volta resiliente. Il rilancio tecnologico, le riserve e gli adattamenti hanno contribuito a mitigare i danni causati dalle interruzioni legate alla geopolitica” – scrive l’Outlook di ottobre del FMI – “Si prevede che la crescita globale rallenterà al 3,1% nel 2026 per poi riprendersi al 3,4% nel 2027. L’inflazione globale complessiva dovrebbe aumentare notevolmente al 4,7% nel 2026 prima di scendere al 4,1% nel 2027. Le economie importatrici di energia al di fuori della catena del valore tecnologico affrontano le prospettive più difficili”.

Le previsioni più pesanti sono infatti sulla regione mediorientale sconvolta dalle guerre scatenate da Usa e Israele. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una contrazione del 2% dell’economia del Medio Oriente e del Nord Africa nel 2026 – un dato inferiore di 3,1 punti percentuali rispetto alle stime di aprile – a causa del conflitto regionale e delle tensioni attorno allo Stretto di Hormuz. Le ripercussioni più gravi interesseranno Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein, mentre l’Arabia Saudita subirà un impatto più contenuto rispetto ai vicini produttori di petrolio, grazie a rotte di esportazione più diversificate al di fuori dello stretto.

Ciò limiterà il calo del suo Pil al 3,3% a fronte della crescita del 3,1% prevista ad aprile prima di registrare una ripresa del 7,9% nel 2027. Tali stime per il regno arabo non tengono conto dell’impatto della guerra in Yemen e degli attacchi alle infrastrutture aeroportuali ed energetiche del Paese operate dagli Houthi. Questi ostacoli logistici e le riduzioni delle forniture manterranno i mercati globali sotto pressione, spingendo il FMI a rivedere al rialzo la previsione del prezzo medio del petrolio per il 2026, portandola a 96 dollari al barile (il 16% in più rispetto ad aprile), e a stimare un aumento del 36% del prezzo del gas naturale in Europa.

Secondo il nuovo report, l’attività economica del Medio Oriente subirà un forte calo quest’anno, seguito da un rimbalzo del 7% nel 2027, un incremento di 2,2 punti percentuali rispetto alla cifra calcolata lo scorso aprile.

Questa revisione al ribasso delle prospettive per il 2026 deriva dal nuovo scenario di base dell’istituzione, che ipotizza che la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz – attraverso il quale transitano quotidianamente circa 20 milioni di barili di greggio – non inizierà prima del marzo 2027 e non raggiungerà la piena normalizzazione fino all’ottobre dello stesso anno. Tale paralisi del trasporto marittimo infliggerà un duro colpo alle economie dei produttori del Golfo maggiormente esposti a questa rotta; essi registreranno cali superiori al 10% quest’anno, per poi segnare una forte ripresa nel 2027.

Le economie capitaliste occidentali battono in testa

Stando all’outlook del FMI, il Pil degli Stati Uniti rimane stabile al +2,3% nel 2026 mentre dovrebbe crescere solo di 0,1 punti percentuali nel 2027 passando dal 2,2% della previsione di aprile al +2,3%.

L’area dell’Eurozona crescerà quest’anno la metà rispetto a quella statunitense (1,1% dallo 0,9% della previsione di luglio) e dell’1,2% nel 2027.

Tra i paesi europei appare in via di miglioramento la Germania il cui Pil passa dallo 0,2% del 2025 al +1,3% di quest’anno, rivisto al rialzo di 0,6 punti percentuali da luglio, mentre nel 2027 si attesterà al +1,1% dalla stima del +1% di luglio.

La Spagna si conferma la ‘locomotiva’ d’Europa con il Pil rivisto al rialzo quest’anno dal 2,1% di luglio al +2,5% odierno, mentre nel 2027 crescerà dell’1,8%. La Gran Bretagna crescerà dell’1,3% quest’anno (dall’1% della stima di luglio) e dell’1,2% il prossimo.

Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo il Pil dell’Italia nel 2026 portandolo dal +0,5% dell’aggiornamento di luglio al +0,8%. Aumentata anche la previsione di crescita del 2027 al +0,6% dal +0,5% di luglio. L’inflazione dovrebbe aumentare al +3,3% nel 2026 dal +1,6% del 2025 per rallentare al +2,8% il prossimo anno.

L’andamento delle economie dei paesi emergenti

Passando alle cosiddette economie emergenti la Cina – secondo il FMI – vede un rallentamento dal 5% del 2025 al 4,5% nel 2026 (+4,6% la previsione di luglio), nel 2027 il Pil frenerà al 4% (+4,1% a luglio).

L’India si conferma la locomotiva del Mondo: quest’anno il Pil è stato rivisto dal 6,4% al 7% mentre il prossimo dal 6,7% al 7%.

Rivisto al ribasso il Pil della Russia dall’1,1% allo 0,9% sia quest’anno che il prossimo.

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12/10/2026

India - Il governo scatena la repressione contro i comunisti e l’opposizione

In India il regime del BJP – il partito di governo dell’attuale premier Modi – ha lanciato un’ondata di repressione senza precedenti contro la sua opposizione politica – facendo arrestare oltre 5.000 persone – nel tentativo di impedire che una nuova ondata di proteste si diffonda in tutto il paese.

Quest’ultimo atto di repressione è un segno della paura che attanaglia il BJP dopo la vittoria del movimento studentesco all’inizio di quest’anno.

Nella repressione scatenata contro i manifestanti a Delhi il 10 ottobre, la Polizia di Delhi ha arrestato centinaia di leader di partiti politici, organizzazioni della società civile, studenti e giovani.

Quasi tutta la dirigenza del Partito Comunista Indiano (M), incluso il suo Segretario Generale MA Baby e altri alti membri dell’Ufficio Politico e del Comitato Centrale, è stata presa in custodia dalla polizia. Molti degli arrestati sono stati maltrattati e aggrediti dalla polizia, causando lesioni come nel caso del deputato Sivadasan.

Il membro dell’Ufficio Politico e capo dell’opposizione del Kerala, il compagno Pinarayi Vijayan, i membri del Comitato Centrale K N Balagopal e John Brittas sono stati confinati nel veicolo della polizia per ore, privati di cibo, acqua e non è stato nemmeno permesso loro di prendere medicine essenziali.

Un gruppo di donne, tra cui la membro dell’Ufficio Politico Mariam Dhawale, sono state portate alla Stazione di Polizia di Maurya Enclave, ed è stato negato loro anche l'uso dei servizi igienici. I telefoni cellulari di un gruppo di compagni, tra cui il deputato A.A. Rahim, sono stati sequestrati dalla polizia.

Tutta la potenza dello Stato è stata scatenata contro i manifestanti con un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza, il blocco delle strade insieme a severe restrizioni alla circolazione e alla comunicazione. Tutto ciò costituisce un flagrante attacco ai diritti democratici di protesta pacifica e alle libertà costituzionali ed è una palese manifestazione di autoritarismo.

Già a maggio erano scoppiate proteste in tutta l’India, a seguito di segnalazioni di un’irruzione della polizia nella casa del dirigente del PCI (M) Pinarayi Vijayan a Thiruvananthapuram, nello stato meridionale del Kerala, condotta da un’agenzia federale.

La risposta del governo espone la sua paura della mobilitazione popolare e la propria determinazione a sopprimere il dissenso piuttosto che rispondere a serie domande sulle irregolarità nel processo SIR (Special Intensive Revision, un processo utilizzato per aggiornare e ripulire le liste elettorali. A differenza delle revisioni sommarie periodiche o dell’aggiornamento continuo, il SIR è un intervento intensivo volto a identificare omissioni, duplicati, elettori deceduti e ad aggiungere gli aventi diritto che mancano dalle liste).

Il diritto di voto è fondamentale per la democrazia e non può essere minato attraverso procedure opache o esclusioni arbitrarie.

L’Ufficio Politico del PCI (M) esorta l’intera organizzazione a organizzare proteste da parte di tutte le unità del Partito in tutto il Paese contro questa repressione e a chiedere che il Commissario Elettorale Capo Gyanesh Kumar sia ritenuto responsabile e rimosso, che il processo SIR sia fermato e che si garantisca il ripristino nelle liste dei nomi di tutti gli elettori aventi diritto che sono stati cancellati.

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24/09/2026

Vertice dei BRICS+: tra promesse e contraddizioni

Il 18° Vertice dei BRICS, tenutosi a Nuova Delhi dal 12 al 13 settembre, si è svolto in un contesto di eccezionale intensificazione delle contraddizioni internazionali. Le guerre nell’Asia occidentale, le sanzioni unilaterali, le barriere tariffarie e l’uso della finanza e della tecnologia come armi hanno messo in evidenza il carattere fondamentalmente diseguale dell’ordine internazionale dominato dall’imperialismo.

In questo contesto, la continua espansione dei BRICS riflette il desiderio dei Paesi in via di sviluppo di raggiungere una maggiore autonomia strategica e un sistema più democratico di governance globale. Allo stesso tempo, il vertice ha dimostrato che i BRICS+ restano un raggruppamento eterogeneo, i cui membri differiscono sostanzialmente per allineamenti politici e interessi economici.

La Dichiarazione di Nuova Delhi, frutto del vertice, ha ribadito la richiesta di una riforma delle Nazioni Unite, delle istituzioni finanziarie internazionali e del sistema commerciale multilaterale. Si è opposta alle sanzioni unilaterali non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha sostenuto un maggiore ricorso al commercio nelle valute nazionali.

La dichiarazione ha inoltre appoggiato una maggiore rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni le cui regole continuano a essere determinate principalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Queste posizioni assumono un’importanza concreta in un momento in cui Washington ricorre sempre più a sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni e controllo dei sistemi di pagamento per disciplinare i Paesi che rifiutano di accettare le sue direttive.

Ambiguità

Tuttavia, il linguaggio attentamente negoziato della dichiarazione ha anche rivelato i limiti dell’allargamento dell’organizzazione. I BRICS+ comprendono ora Paesi sottoposti a una pressione occidentale costante, come Russia e Iran, così come gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati che mantengono ampi legami economici e di sicurezza con l’Occidente.

Di conseguenza, il consenso può essere mantenuto soltanto attraverso formulazioni che riconoscano i conflitti senza identificarne sempre le cause politiche. Questa ambiguità è stata particolarmente evidente nel trattamento riservato dal vertice alla guerra sempre più estesa nell’Asia occidentale e alla posizione assunta dall’Iran.

Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha approfittato del vertice per denunciare le sanzioni unilaterali e la guerra di aggressione contro l’Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele. Ha sottolineato, correttamente, che la resilienza economica non può essere separata dalla pace, dalla sovranità e dalla sicurezza.

L’Iran ha inoltre sostenuto il commercio nelle valute nazionali, un maggiore utilizzo della Nuova Banca di Sviluppo e la costruzione di corridoi indipendenti per i trasporti e l’energia (come ha già fatto attraverso il Pakistan, che ha fornito sei rotte terrestri per consentire alle merci cinesi e russe di entrare in Iran).

Per un Paese sottoposto a decenni di sanzioni, all’esclusione dalle reti finanziarie occidentali e a ripetute minacce di cambio di regime, l’appartenenza ai BRICS+ rappresenta un’importante opportunità diplomatica ed economica.

La posizione dell’Iran, tuttavia, presenta una marcata ambiguità. Teheran presenta i BRICS+ come uno strumento per resistere all’unilateralismo e difendere la sovranità. Allo stesso tempo, deve cercare un accordo con gli Stati vicini del Golfo, molti dei quali sono profondamente integrati con il capitale e gli accordi di sicurezza occidentali.

L’Iran ha firmato una dichiarazione che chiedeva moderazione e de-escalation, mentre accusava Stati Uniti e Israele di aggressione e difendeva le proprie azioni di ritorsione. La sua posizione combattiva nei confronti della pressione imperialista si combina quindi con uno sforzo pragmatico per evitare l’isolamento regionale, ottenere un allentamento delle sanzioni e preservare i canali negoziali.

Questo non dovrebbe essere interpretato semplicemente come un’incoerenza. L’Iran si trova ad affrontare una coalizione militare e finanziaria di gran lunga superiore alle proprie forze e deve muoversi all’interno di severe limitazioni. Ma ciò illustra anche il problema più ampio che i BRICS+ devono affrontare.

L’opposizione al dominio occidentale non genera automaticamente un programma coerente di natura antimperialista. Gli Stati partecipanti sono Stati capitalisti che perseguono i rispettivi interessi nazionali. Le loro classi dominanti possono opporsi a determinati aspetti dell’egemonia statunitense, pur rimanendo disponibili a raggiungere accordi con la finanza globale o con potenze regionali reazionarie.

Di conseguenza, i BRICS+ costituiscono un terreno di confronto all’interno dell’ordine mondiale in trasformazione, non un’alternativa già costituita all’imperialismo.

Partner

L’evento politico più significativo del vertice per l’Asia è stato l’incontro tra il primo ministro Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping. La prima visita di Xi in India dopo sette anni ha confermato il graduale miglioramento delle relazioni a partire dagli accordi di ritiro militare avviati nel 2024.

I due leader hanno concordato che India e Cina dovrebbero considerarsi partner anziché rivali e affrontare le relazioni bilaterali da una prospettiva strategica di lungo periodo. Hanno inoltre discusso della questione dei confini, del commercio, dell’accesso ai mercati e dei problemi delle catene di approvvigionamento.

Qualsiasi miglioramento duraturo nelle relazioni tra India e Cina dovrebbe essere accolto positivamente. Il prolungato confronto seguito allo scontro nella valle di Galwan del 2020 ha danneggiato entrambi i Paesi, ha aumentato la spesa militare e ha rafforzato gli sforzi degli Stati Uniti per coinvolgere l’India nella propria strategia indo-pacifica. Washington ha cercato costantemente di trasformare l’India in un contrappeso strategico alla Cina attraverso il Quad e l’espansione della cooperazione militare e tecnologica.

Pertanto, un confronto continuo tra India e Cina avvantaggia molto più la strategia degli Stati Uniti che gli interessi delle popolazioni indiana e cinese.

La pace e la tranquillità lungo la Linea di Controllo Effettivo restano indispensabili. Gli accordi sul ritiro delle truppe devono essere seguiti da un impegno costante sul piano diplomatico e militare, dalla chiarificazione delle aree contese e dalla rigorosa osservanza degli accordi esistenti.

Non si dovrebbe permettere né alla retorica nazionalista né alla costruzione competitiva di infrastrutture di provocare un nuovo confronto. Le differenze sul confine non possono essere ignorate, ma possono e devono essere gestite senza subordinare l’intera relazione a una rivalità militarizzata.

Le relazioni economiche presentano una contraddizione altrettanto difficile. La Cina è uno dei maggiori partner commerciali dell’India e un’importante fonte di macchinari, componenti elettronici, prodotti chimici, apparecchiature per le energie rinnovabili e altri fattori produttivi industriali.

Tuttavia, l’enorme deficit commerciale dell’India nei confronti della Cina riflette sia la debolezza del settore manifatturiero indiano sia gli ostacoli che le esportazioni indiane incontrano sul mercato cinese.

Per affrontare questo squilibrio sono necessari un migliore accesso al mercato, investimenti cinesi realizzati in condizioni trasparenti e, soprattutto, una politica industriale indiana capace di sviluppare la capacità produttiva nazionale. Negli ultimi sei mesi, il commercio bilaterale è aumentato vertiginosamente.

L’approccio del governo Modi ha alternato la dipendenza dalle importazioni cinesi e le restrizioni, motivate politicamente, agli investimenti e alla tecnologia cinesi. La sua retorica del “China plus one” non può nascondere il fallimento delle proprie politiche nel generare un’industrializzazione di ampia base. Neppure un più stretto allineamento strategico con gli Stati Uniti può fornire all’India una base manifatturiera indipendente.

Gli Stati Uniti cercano un accesso privilegiato al mercato indiano, mentre ricorrono a dazi, restrizioni tecnologiche e pressioni politiche ogni volta che le politiche indiane si discostano dai loro interessi. L’incoerenza del governo Modi emerge soprattutto dalla sua incapacità di elaborare realmente un’agenda nazionale di sviluppo che sfrutti il dinamismo dell’economia cinese e prenda le distanze da un’America sempre più orientata verso il nazionalismo economico.

La Cina, da parte sua, deve riconoscere che relazioni stabili richiedono sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dell’India. Tra queste vi sono la questione irrisolta del confine, l’accesso diseguale ai mercati e lo squilibrio commerciale.

La considerevole asimmetria tra le due economie rende particolarmente importante la reciprocità. L’appello di Pechino alla collaborazione acquisterà significato soltanto quando sarà accompagnato da misure concrete che consentano a beni e servizi indiani di entrare nel mercato cinese e impediscano che le tensioni sul confine finiscano ripetutamente per oscurare il dialogo politico.

La cooperazione tra India e Cina conferirebbe ai BRICS+ un peso molto maggiore nella lotta per la democratizzazione dell’ordine internazionale. Insieme, i due Paesi rappresentano più di un terzo dell’umanità.

La loro cooperazione potrebbe favorire la riforma delle istituzioni internazionali, il finanziamento di politiche a vantaggio del clima, lo scambio di tecnologie, le iniziative di sanità pubblica e un sistema commerciale più equo. Al contrario, un nuovo confronto paralizzerebbe i BRICS+ e consentirebbe alle potenze esterne di sfruttare le divisioni presenti in tutta l’Asia.

Pertanto, l’India dovrebbe seguire una politica estera indipendente basata sulla coesistenza pacifica e non partecipare a un progetto statunitense volto a contenere la Cina.

Il vertice di Nuova Delhi ha prodotto proposte per la continuità istituzionale, una cooperazione finanziaria più solida e una maggiore resilienza tra le economie in via di sviluppo. Tuttavia, le dichiarazioni avranno un valore limitato se non verranno tradotte in accordi concreti.

La Nuova Banca di Sviluppo dovrebbe ampliare i prestiti nelle valute nazionali e dare priorità alle infrastrutture socialmente necessarie, anziché riprodurre le condizioni e l’orientamento aziendale della Banca Mondiale. I meccanismi di pagamento transfrontalieri dovrebbero essere sviluppati in modo trasparente, senza creare nuove forme di dominio da parte delle economie più forti dei BRICS.

Le forti dichiarazioni a sostegno della Rivoluzione cubana e delle aspirazioni all’autodeterminazione del popolo palestinese dovranno trovare un’applicazione concreta. Riusciranno i BRICS+ a trovare un modo per rompere il crudele e illegale embargo degli Stati Uniti contro Cuba? E i BRICS+ offriranno sostegno alla riattivazione della vita politica palestinese?

I BRICS+ incarnano sia il movimento verso un nuovo equilibrio mondiale sia tutte le contraddizioni di tale movimento. Il cauto riavvicinamento tra India e Cina è un esempio di questa contraddizione, poiché combina il riconoscimento della reciproca dipendenza con una sfiducia strategica ancora irrisolta.

Il futuro dei BRICS+ dipenderà dalla capacità di gestire pacificamente tali contraddizioni e dal fatto che la cooperazione produca benefici tangibili per i lavoratori, invece di limitarsi ad ampliare il margine di manovra delle classi dominanti nazionali.

Per l’India, la strada da seguire è chiara: ristabilire relazioni normali e pacifiche con la Cina, resistere all’inserimento nella strategia militare degli Stati Uniti, opporsi all’aggressione e alle sanzioni unilaterali contro l’Iran e lavorare per un ordine multilaterale autenticamente democratico.

Ci sarà un nuovo equilibrio mondiale soltanto quando il dominio imperialista verrà limitato e aumenteranno la sovranità e le possibilità di sviluppo dei popoli. Il vertice di Nuova Delhi ha segnato un ulteriore passo in questa controversa transizione, ma la direzione e il contenuto sociale dell’ordine emergente rimangono oggetto di lotta politica.

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10/09/2026

Dal Kirghizistan all’India: l’Eurasia in costruzione

In Asia, gli incontri faccia a faccia o “scambi tra persone”, come li definisce il Presidente cinese Xi Jinping, sono fondamentali. I vertici politico-economici sono considerati tanto importanti per la loro capacità di veicolare politiche comuni quanto come occasioni in cui nessuno può perdere la faccia. Il consenso, e il rispetto reciproco, sono essenziali. Ciò significa che, a differenza dell’Occidente nel suo complesso, la vera diplomazia è una priorità assoluta.

I vertici consecutivi in ​​Asia e in tutta l’Eurasia hanno solitamente conseguenze molto importanti. Lo scorso anno si è tenuto a Tianjin il 24° vertice annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ospitato dalla Cina, seguito a breve distanza dal Forum Economico Orientale di Vladivostok, nell’Estremo Oriente russo.

Quest’anno, il vertice venticinquennale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si è aperto a Bishkek, in Kirghizistan, seguito dall’incontro di Vladivostok, e si concluderà la prossima settimana con il vertice annuale dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a Nuova Delhi, ospitato dall’India.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è finalmente salita alla ribalta internazionale come organismo multilaterale chiave lo scorso anno a Tianjin, quando la Cina ha perfezionato la sua accurata tabella di marcia verso la gestione globale. Quest’anno, come rivelato dalla Dichiarazione finale di Bishkek, i dettagli sono stati importanti quanto il quadro generale.

Due decisioni di rilievo sono emerse dal vertice: in primo luogo, i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno condannato all’unanimità la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran. Ciò significa una condanna generale da parte dell’Eurasia, India inclusa.

In secondo luogo, i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno ribadito il loro pieno sostegno ad un “sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, equo, inclusivo e non discriminatorio”, basato sul Diritto Internazionale e che preveda “un trattamento speciale per i paesi in via di sviluppo”.

Commerciare, non fare la guerra

Bishkek non solo si è opposta all’unanimità all'“ingerenza nella sovranità degli Stati”, riaffermando al contempo “l’indivisibilità della sicurezza”, ma ha anche avviato, di fatto, la regolamentazione del Centro Universale per il Contrasto alle Sfide e alle Minacce alla Sicurezza degli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

Si tratta, in sostanza, di un meccanismo per contrastare le guerre ibride e le guerre calde lanciate in rapida e incessante successione dall’egemonia occidentale nei suoi giorni di declino.

Il Presidente russo Vladimir Putin ha osservato come, oggi, “l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai sia di fatto la più grande associazione regionale non solo nel nostro comune continente eurasiatico, ma nel mondo intero. I suoi Stati membri ospitano quasi la metà della popolazione mondiale e rappresentano oltre un terzo del PIL globale”.

Putin ha inoltre sottolineato che “gli scambi commerciali della Russia con i Paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno superato i 400 miliardi di dollari (344,4 miliardi di euro) nel 2025, mentre i nostri Stati utilizzano sempre più le valute nazionali nei pagamenti reciproci. Nelle transazioni della Russia con i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la loro quota supera ormai il 98%”.

Questa è già una tendenza consolidata dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai: continuare ad aumentare gli scambi commerciali in valute comuni. I BRICS stanno seguendo la stessa strada.

Come Putin, anche il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sottolineato l’urgenza di creare la proposta Banca di Sviluppo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Il Presidente russo ha sostanzialmente affermato che questa banca dovrebbe essere “il più indipendente possibile” da quelle potenze che usano “gli strumenti economici come armi”.

In altre parole, le potenze eurasiatiche cercano una Banca di Sviluppo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai molto più indipendente della Nuova Banca di Sviluppo, la banca dei BRICS, il cui statuto è ancorato al dollaro statunitense.

Da sei anni, la Nuova Banca di Sviluppo ha iniziato ad ammettere Stati non membri dei BRICS. Alcuni di questi sono poi diventati soci. Tra questi figurano ora, ad esempio, Algeria, Bangladesh, Colombia, Uzbekistan e Zimbabwe. Tuttavia, il livello di capitale sottoscritto si attesta a soli 53,6 miliardi di dollari (46,1 miliardi di euro), una cifra decisamente troppo bassa per una banca di sviluppo del Sud del Mondo.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai sta inoltre promuovendo una Strategia di Cooperazione Energetica, che dovrebbe essere attuata nel dettaglio entro il 2030. Questa strategia comprende una serie di progetti, come il gasdotto Power of Baikal, precedentemente noto come Power of Siberia II, che collegherà la Russia alla Cina passando per la Mongolia (paese associato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai).

Costruisci la tua strada con un sistema finanziario annesso

Ora colleghiamo l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai al Forum Economico di Vladivostok.

Non è possibile comprendere le immense sfide che comporta lo sviluppo della Siberia, dell’Artico e dell’Estremo Oriente russo, un imperativo di sicurezza nazionale, supervisionato personalmente da Putin, senza seguire le sessioni di discussione fondamentali che si tengono ogni anno a Vladivostok.

Prendiamo ad esempio il dibattito sull’architettura dei corridoi di trasporto, che illustra nel dettaglio il Corridoio di Trasporto Transartico: un sistema integrato e multimodale (via mare, ferrovia, strada, oltre ai principali fiumi della Siberia).

Per molti aspetti, il Corridoio di Trasporto Transartico rispecchia il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, anch’esso multimodale e collegato ai BRICS, così come i molteplici corridoi della Nuova Via della Seta costruiti dalla Cina da Est a Ovest.

L’ambizione della Russia spazia dal riorientamento dei flussi di merci verso Est e Sud, all’integrazione dell’Estremo Oriente nel nascente Corridoio di Trasporto Transartico. La pianificazione strategica è già delineata in un “Piano d’azione unificato per la zona artica della Federazione Russa e il Corridoio di Trasporto Transartico”.

Questo ci porta all’Artico, e alla Rotta Marittima del Nord, che i cinesi descrivono poeticamente come la Via della Seta Polare.

Un importante dibattito a Vladivostok, a cui ha partecipato Vladimir Panov della ROSATOM, azienda leader nel settore nucleare e rappresentante speciale per lo sviluppo dell’Artico, ha illustrato come la politica russa per l’Artico non si limiti allo sviluppo di una base di risorse strategiche operativa 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e 365 giorni all’anno, ma si impegni anche a “preservare le tradizioni e lo stile di vita delle popolazioni indigene del Nord e a proteggere l’ambiente”.

Nell’ambito della sua complessa strategia per l’Estremo Oriente, la Russia sta anche inaugurando un Centro Finanziario Orientale, la più grande riforma istituzionale del mercato finanziario russo degli ultimi tempi, come ha spiegato il viceministro delle Finanze Alexei Moiseev.

Tra i corridoi di connettività, la scommessa russa sulla Rotta Marittima del Nord è senza precedenti. La complessità è sbalorditiva: come creare un sistema completamente nuovo, attraente per i clienti globali, in cui trasporti marittimi, supporto di rompighiaccio, infrastrutture portuali e regolamentazione governativa debbano interagire senza soluzione di continuità?

Putin a Vladivostok è andato dritto al punto: l’Estremo Oriente e l’Artico vengono costruiti insieme come un unico sistema fisico: energia, dati, ferrovie e una rotta polare totalmente indipendente dai punti di controllo NATO.

Il fiore all’occhiello è il Corridoio di Trasporto Transartico, che collega San Pietroburgo e Murmansk, attraverso la Rotta Marittima del Nord, a Vladivostok e da lì a tutti i Paesi dell’Asia-Pacifico. In sintesi, quasi dal nulla, si costruisce un ponte terrestre in acciaio, ghiaccio ed energia, con il relativo sistema finanziario collegato alla rotta.

Si confronti questo con il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, attraverso il quale tre nazioni BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai possono condurre tutti i loro scambi commerciali senza toccare un singolo punto di strozzatura che potrebbe essere chiuso da Washington, con l’Iran che funge da porta d’accesso meridionale della Russia all’interno di una più ampia strategia di contrasto al contenimento occidentale.

Russia e Cina puntano tutto sugli investimenti produttivi

Nel complesso, Bishkek e Vladivostok hanno offerto una serie di esempi concreti di come l’Eurasia stia affinando la sua strategia di “dimenticarsi dell’Occidente”.

Il professor Michael Hudson ha una proposta rivoluzionaria su cosa si dovrebbe fare riguardo a quello che è probabilmente il nocciolo della questione per il Sud del mondo: il debito dollarizzato. La soluzione, insiste, deve venire dalle potenze eurasiatiche Russia e Cina, sotto forma di “fornitura del credito necessario per consentire agli alleati commerciali e di investimento, compresi quelli della Nuova Via della Seta, di collaborare”.

Ciò equivarrebbe a niente meno che un nuovo ordine economico finanziato in gran parte dai membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei BRICS, con “i creditori che acquisiscono partecipazioni azionarie nelle economie dei Paesi le cui infrastrutture pubbliche saranno finanziate attraverso programmi come la Nuova Via della Seta cinese”, e le nazioni dipendenti dal petrolio che “si indebitano con l’Iran, con la possibilità di ottenere garanzie dalla Cina”.

Per quanto i BRICS siano essenzialmente un gruppo riformista, non rivoluzionario, rimangono, insieme all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il nucleo multilaterale della spinta verso la multipolarità. Non ci si illude che a Nuova Delhi, entro la fine di questa settimana, si possano raggiungere importanti traguardi. Eppure, Russia, Cina e Iran, tutti al tavolo delle trattative, possono vantare i progressi in materia di sovranità stabiliti a Bishkek e Vladivostok.

È un percorso lungo e tortuoso, naturalmente. Il dollaro statunitense rappresenta ancora il 57% delle riserve valutarie globali, il 54% delle fatture di esportazione globali e l’89% delle transazioni in valuta estera. Tuttavia, è bene tenere d’occhio il costante aumento degli scambi commerciali in valute locali, comuni e regionali: Russia-Cina; Russia-India; all’interno e all’esterno dell’ASEAN; la crescita del Sistema panafricano di pagamenti e regolamenti. L’elenco è lungo.

I BRICS potrebbero essere sul punto di implementare finalmente un proprio meccanismo di regolamento dei pagamenti in valute locali tramite un sistema di messaggistica finanziaria transfrontaliera. Devono però completare la costruzione delle infrastrutture e trovare la volontà politica collettiva per osare, il che significa ribaltare il dominio del dollaro negli scambi commerciali e nelle transazioni. Le lezioni apprese a Bishkek e Vladivostok potrebbero rivelarsi decisive, se sapientemente applicate a Nuova Delhi.

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Il braccio di ferro su Hormuz mette in ginocchio gli alleati di Washington

La guerra israelo-americana contro la Repubblica Islamica dell’Iran si sta trasformando in un conflitto in cui i calcoli degli aggressori si sono rivelati errati e gli alleati di Washington stanno subendo gravi perdite economiche. Il fallimento di una “superpotenza” nel garantire la vittoria su una potenza regionale suggerisce che l’equilibrio globale non può semplicemente tornare a quello che era prima della guerra.

Un’altra implicazione è che le regole dell’economia, del commercio e della finanza globali non possono essere dettate solo dalle potenze occidentali. La crisi dello Stretto di Hormuz offre un esempio lampante di come l’egemonia possa rimanere intrappolata in uno stretto passaggio.

In tutta Europa e in Asia, gli alleati di Washington si trovano ad affrontare crisi per le quali erano impreparati, in particolare nel settore energetico. I danni si estendono anche ai Paesi al di fuori del sistema di alleanze statunitense, le cui fabbriche, aziende agricole e famiglie dipendono dalle stesse rotte commerciali.

L’Europa paga un altro conto di guerra

La crisi e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno fatto lievitare i costi energetici, costringendo l’Unione Europea a rivedere al ribasso le previsioni di crescita economica per il 2026 e creando forti pressioni sui prezzi in tutto il continente. Questo nuovo onere si aggiunge all’interruzione delle forniture energetiche e agli impegni di spesa pubblica legati alla guerra in Ucraina.

L’improvviso aumento dei costi energetici ha incrementato le spese per la produzione industriale e i trasporti. L’interruzione del traffico attraverso lo stretto ha esposto l’Europa a un serio rischio di carenza di carburante per aerei e altri combustibili raffinati. Bollette energetiche più elevate e maggiori spese per le imprese stanno comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e danneggiando la fiducia dei consumatori.

I governi europei hanno introdotto tagli fiscali e pacchetti di sostegno diretto, sebbene le loro risposte differiscano. Il blocco ha creato uno shock energetico e delle catene di approvvigionamento condiviso, ma i suoi effetti dipendono dalla struttura industriale di ciascun Paese, dalla dipendenza dalle importazioni e dalla capacità di assorbire costi più elevati.

Le previsioni della Commissione europea di maggio hanno rivisto al ribasso la crescita prevista per l’Unione Europea all’1,1% e per l’eurozona allo 0,9%. Anche la Banca Mondiale, nella sua valutazione di giugno, ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita globale, mentre il Fondo Monetario Internazionale a luglio ha alzato le sue previsioni sull’inflazione globale.

I dati provengono da istituzioni e cicli di previsione diversi, ma indicano la stessa condizione: l’aumento dei costi energetici sta indebolendo la crescita e complicando gli sforzi per contenere l’inflazione.

La crescita si indebolisce con l’aumento dei costi energetici.

I motori industriali dell’Unione Europea sotto pressione

La Germania, la maggiore economia europea, si trova ad affrontare una rinnovata pressione sul settore manifatturiero. I settori chimico, automobilistico e dell’industria pesante sono vulnerabili agli elevati costi energetici. L’aumento dei prezzi del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto incide sui costi di produzione, mentre l’interruzione delle forniture dal Golfo minaccia la consegna di materie prime petrolchimiche, materiali di imballaggio e altri prodotti industriali.

La Francia ricava circa il 70% della sua elettricità da 57 reattori nucleari operativi, il che offre una certa protezione contro lo shock energetico. Il settore dei trasporti e la spesa delle famiglie rimangono tuttavia esposti. La maggior parte delle automobili, dei veicoli commerciali e delle navi dipendono ancora dai combustibili derivati ​​dal petrolio e l’aumento dei costi di trasporto si ripercuote sui prezzi dei beni finiti, dagli alimenti ai mobili.

La minaccia di una carenza di carburante per aerei è tra le preoccupazioni più gravi per il settore dell’aviazione. Le compagnie aeree hanno dovuto affrontare costi più elevati e riduzioni dei voli, anche laddove le forniture di carburante sono rimaste disponibili. A maggio, il commissario europeo per l’energia ha messo in guardia sui rischi di approvvigionamento a lungo termine, pur affermando che non vi era una carenza immediata.

Parigi ha subito pressioni per proteggere i consumatori, ma i vincoli di bilancio hanno limitato la sua risposta. Il Ministro delle Finanze francese si è opposto a riduzioni fiscali generalizzate e ha preferito aiuti temporanei e mirati. Tuttavia, il problema politico rimane, poiché le famiglie si aspettano protezione mentre il governo cerca di contenere il deficit. L’Italia, già gravata da un elevato debito pubblico, si trova ad affrontare un dilemma simile. Sostenere famiglie e imprese costa denaro in un momento in cui il costo del debito pubblico sta aumentando. La Primo Ministro italiana Giorgia Meloni ha sollecitato una maggiore flessibilità nelle regole fiscali dell’Unione Europea, portando alla luce il conflitto tra gli aiuti al settore energetico e la disciplina di bilancio.

L’esposizione della Gran Bretagna al rischio

Il blocco e la guerra con l’Iran hanno inferto un doppio shock all’economia britannica, in particolare ai settori energetico e commerciale. Sebbene il Regno Unito si rifornisca di petrolio e gas in modo significativo sia a livello nazionale che dalla Norvegia, i suoi costi rimangono legati ai mercati internazionali. Acquistare da un produttore diverso non protegge un Paese da un aumento dei prezzi globali.

La preoccupazione di Londra è il rischio di una ripresa dell’inflazione a fronte di una crescita debole. Gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio Nazionale di Statistica indicano un’inflazione annua dei prezzi al consumo del 2,9% a luglio, in aumento rispetto al 2,6% di giugno. L’inflazione per alimenti e bevande analcoliche si è attestata all’1,3%. L’aumento dell’inflazione complessiva aggrava la pressione sulle famiglie, già alle prese con elevati costi della vita.

La dichiarazione di politica monetaria della Banca d’Inghilterra di luglio avvertiva che l’inflazione era destinata ad aumentare “a causa della continua ripercussione dell’aumento dei prezzi dell’energia”. Riuscire a tenerla sotto controllo rischia di esercitare ulteriore pressione su un’economia già debole.

L’aumento dei prezzi del petrolio ha inoltre incrementato la pressione sul settore aereo. Importanti snodi come Heathrow e Gatwick dipendono da forniture di carburante affidabili, il che li espone a prolungate interruzioni nel Golfo. Le linee guida pubblicate dal governo britannico affermavano che le compagnie aeree non stavano affrontando una carenza di carburante al momento della pubblicazione della valutazione, mentre le misure di emergenza miravano a ridurre il rischio di cancellazioni dell’ultimo minuto.

Essendo un Paese insulare, la Gran Bretagna dipende fortemente dal trasporto marittimo per beni di consumo e materie prime industriali. Laddove i servizi Asia-Europa evitano il Mar Rosso e circumnavigano il Capo di Buona Speranza, i viaggi più lunghi comportano costi di trasporto maggiori e ritardi nelle consegne. Queste deviazioni aggravano lo shock di Hormuz, sebbene riguardino un passaggio separato e non forniscano una via di fuga per le navi intrappolate nel Golfo Persico.

Gli impegni militari della Gran Bretagna creano ulteriori esigenze. Londra e Parigi hanno guidato la pianificazione multinazionale di una missione per proteggere la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, non appena le condizioni lo permetteranno. La protezione delle rotte commerciali richiede navi, personale e finanziamenti costanti, il che si aggiunge agli oneri di uno Stato che già cerca di conciliare le spese per la difesa con la pressione sui servizi pubblici.

L’Asia subisce le conseguenze dello shock dell’offerta

Questa è la situazione in Occidente. In Oriente, la dipendenza energetica dal Golfo è ancora più diretta. L’Asia orientale e meridionale sono tra le Regioni più esposte alla crisi e le speranze che la diplomazia potesse ripristinare rapidamente i normali flussi si sono ripetutamente rivelate infondate.

L’effettiva chiusura dello Stretto ha colpito una rotta di approvvigionamento fondamentale per i centri industriali asiatici. L’Agenzia Statunitense per l’Informazione Energetica (EIA) stima che l’84% del petrolio greggio e della condensa, e l’83% del gas naturale liquefatto, transitati attraverso Hormuz nel 2024 fossero destinati ai mercati asiatici.

Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali acquirenti, sebbene affrontino la crisi con riserve, risorse energetiche interne e opzioni per sostituire le forniture interrotte differenti. La loro esposizione non può essere misurata solo in base ai volumi di importazione. Anche la capacità di pagare per alternative e di distribuirle ai consumatori è determinante.

Gli agricoltori indiani si trovano ad affrontare costi sempre più alti

L’India importa circa il 60% del suo fabbisogno di gas liquefatto (GPL), con i carichi provenienti dal Golfo che rivestono un ruolo centrale in questo approvvigionamento. L’interruzione delle forniture ha generato pressioni sui prezzi, dalle bombole di gas per uso domestico ai combustibili industriali.

Secondo il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria, la spesa indiana per le importazioni di GPL da marzo ad agosto è stata di circa 4,7 miliardi di dollari (4 miliardi di euro), inclusi circa 1,1 miliardi di dollari (949,4 milioni di euro) di costi aggiuntivi legati alla crisi.

Le importazioni totali di GPL sono diminuite del 49% a marzo rispetto alla media dello stesso mese dei due anni precedenti. La quota statunitense delle importazioni è salita al 32% ad aprile, sostituendo parte delle forniture perse dal Golfo. La stima dei costi per sei mesi combina i dati commerciali ufficiali con le stime per i mesi successivi.

Inoltre, Nuova Delhi si è rivolta nuovamente al petrolio russo, poiché le forniture dal Golfo sono diventate meno affidabili. La sicurezza energetica ha costretto l’India a valutare le pressioni occidentali rispetto alle esigenze immediate delle sue raffinerie, imprese e famiglie.

Anche il settore dei fertilizzanti ha subito un duro colpo. Le previsioni della Banca Mondiale di aprile indicavano un aumento del 60% dei prezzi dell’urea per il 2026. In un Paese in cui l’agricoltura sostiene una quota considerevole della popolazione, l’aumento del costo dei fertilizzanti e le interruzioni nell’approvvigionamento delle materie prime aumentano la pressione prima della stagione della semina e fanno lievitare i costi per la tutela degli agricoltori.

L’agricoltura, l’allevamento, la silvicoltura e la pesca sono cresciuti del 3,6% nel periodo aprile-giugno 2026, in calo rispetto al 4,4% dell’anno precedente.

Sebbene anche le precipitazioni, le condizioni del raccolto e la domanda interna influenzino la crescita agricola, le interruzioni nell’approvvigionamento e l’aumento dei costi dei fertilizzanti aggravano le difficoltà degli agricoltori. Proteggerli da questi costi attraverso i sussidi grava ulteriormente sul bilancio statale.

Il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria stima che il costo aggiuntivo netto per i combustibili fossili in India ammonti a 14,4 miliardi di dollari (12,4 miliardi di euro), pari allo 0,38% del PIL. Una spesa aggiuntiva di tale entità sottrae risorse ad altre voci di spesa, ancor prima di considerare i costi più ampi derivanti dall’interruzione della produzione.

Ad aprile, la Banca di Riserva dell’India prevedeva una crescita del 6,9% nel 2026-2027, contro il 7,6% stimato per l’anno fiscale precedente. Il rallentamento previsto lascia Nuova Delhi con un'economia più debole, mentre cerca di contenere i costi per sostenere consumatori e produttori.
 
La dipendenza comporta un “premio di trasporto”

L’elevata dipendenza dal petrolio del Golfo ha reso le assicurazioni un’ulteriore fonte di pressione. All’inizio del conflitto, i premi per il rischio di guerra sono aumentati da circa lo 0,25% del valore di una nave all’1-1,5%, un incremento da quattro a sei volte. Le tariffe hanno oscillato in base ai combattimenti e ai cessate il fuoco, anziché rimanere a un livello di crisi fisso.

Sostituire i carichi del Golfo con forniture provenienti da produttori più distanti aumenta i tempi di spedizione, il consumo di carburante e la domanda di petroliere. Una rotta alternativa intorno all’Africa può evitare il Mar Rosso, ma né il Capo di Buona Speranza né il Canale di Suez aggirano Hormuz per le merci ancora all’interno del Golfo Persico. Gli oleodotti di esportazione che conducono a terminali al di fuori dello Stretto offrono un’alternativa limitata.

La costosa dipendenza del Giappone

Il Giappone è entrato nella crisi con una popolazione che invecchia, carenza di manodopera, un debito pubblico molto elevato e l’eredità di decenni di domanda debole e deflazione. Lo shock di Hormuz ha aggiunto un aumento esterno dei costi dal lato dell’offerta in un momento in cui l’inflazione aveva già sostituito la deflazione come preoccupazione politica immediata.

Per un Paese che prima della guerra importava oltre il 90% del suo petrolio greggio attraverso questa via, l’interruzione ha aumentato direttamente il costo dei fattori produttivi chiave e minacciato il potere d’acquisto. La debolezza dello yen ha aggravato il problema, poiché gli importatori devono trovare più yen per pagare le fatture denominate in dollari, ancor prima di qualsiasi aumento del prezzo del petrolio in dollari.

Per contrastare le pressioni inflazionistiche, a giugno la Banca del Giappone ha aumentato il suo tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo all’1%. L’aumento ha prolungato il ciclo di inasprimento della politica monetaria, aumentando i costi di finanziamento, mentre famiglie e imprese si trovavano anche a dover affrontare importazioni più costose.

Successivamente, Giappone e Stati Uniti hanno lanciato un raro intervento valutario congiunto per sostenere lo yen, ma il sollievo è stato di breve durata. La valuta ha ripreso la sua discesa, poiché i tassi di interesse statunitensi in aumento continuano a favorire il dollaro.

I segnali d’allarme continuano a risuonare nell’economia giapponese. Un ulteriore aumento dei tassi era in discussione in vista della riunione di settembre, mentre Tokyo ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento petrolifero e di sostenere le rotte che aggirano Hormuz. La necessità di alternative è diventata più urgente, anche se la loro realizzazione richiederà tempo.

L’industria sudcoreana riduce la produzione

La Corea del Sud ottiene circa il 70% del suo petrolio e il 20% del suo gas naturale liquefatto dall’Asia Occidentale. La crisi ha quindi colpito direttamente i settori manifatturiero e chimico, dove l’energia e le materie prime derivate dal petrolio sono essenziali per la produzione.

I settori petrolchimico, delle materie plastiche e altri settori ad alta intensità energetica si trovano ad affrontare costi più elevati e pressioni per ridurre la capacità produttiva. La carenza di nafta è particolarmente grave perché questo materiale viene utilizzato per realizzare prodotti destinati all’industria automobilistica, elettronica, degli imballaggi e delle costruzioni. Una carenza in questa fase può estendersi a settori molto distanti dall’estrazione del petrolio.

Il governo ha cercato di attutire lo shock attraverso il sostegno pubblico e misure per garantire gli approvvigionamenti. A fine marzo, è stato proposto un bilancio supplementare di 26.200 miliardi di won (16.640.000 euro) per aiutare famiglie e imprese. Tale intervento trasferisce parte dell’onere immediato sulle finanze pubbliche, anche quando previene perdite maggiori altrove.

Il paradosso energetico del sud-est asiatico

L’industria del Sud-Est asiatico dipende anche dal petrolio greggio del Golfo, dal gas naturale liquefatto e dai prodotti petrolchimici. L’aumento dei costi energetici e le interruzioni delle forniture mettono a rischio fabbriche e posti di lavoro in tutta l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, sebbene la gravità vari considerevolmente tra i diversi Paesi e settori.

Le Filippine sono ulteriormente esposte al rischio a causa dei circa 2,4 milioni di filippini che lavorano in Medio Oriente. La loro sicurezza, il loro impiego e la loro capacità di inviare denaro a casa sono tutti vulnerabili in caso di conflitto prolungato.

Malesia e Indonesia, due importanti economie del Sud-Est Asiatico, si trovano di fronte a un paradosso energetico. Entrambe producono petrolio e gas e possono beneficiare di prezzi delle materie prime più elevati, eppure la produzione interna non elimina la dipendenza dai combustibili importati, dai prezzi internazionali o dai costosi sussidi ai consumatori.

Entrambi i governi hanno mantenuto i prezzi dei carburanti sovvenzionati, introducendo al contempo limiti di acquisto. Maggiori introiti dalle esportazioni possono fornire un cuscinetto, ma aumentano anche i costi per la protezione delle famiglie. L’equilibrio dipende dai combustibili che ciascun paese produce, importa e sovvenziona. I profitti di un esportatore o di una compagnia energetica statale possono coesistere con una crescente pressione sulle famiglie e sulle industrie che acquistano il suo combustibile.

L’accordo di protezione del Golfo è sotto accusa

Poi c’è l’Asia Occidentale stessa, dove è iniziata la guerra. L’attacco israelo-americano all’Iran alla fine di febbraio e la successiva interruzione delle attività a Hormuz hanno esposto gli alleati di Washington nel Golfo a crisi su più fronti. Gli attacchi a infrastrutture energetiche e civili hanno portato le conseguenze economiche della guerra direttamente negli Stati che ospitano forze militari statunitensi.

Le previsioni sono peggiorate drasticamente, ma i danni sono disomogenei. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile indicavano una contrazione dell’8,6% per il Qatar, dello 0,6% per il Kuwait e dello 0,5% per il Bahrein. L’interruzione delle attività è proseguita ben oltre le previsioni di aprile.

Il Qatar ha subito danni particolarmente gravi alla sua economia dipendente dal gas naturale liquefatto. Alla fine di agosto, Oxford Economics avvertiva di una contrazione che si avvicinava al 30%, a causa dei danni a Ras Laffan. Il peggioramento rispetto alle previsioni primaverili riflette l’entità dei danni alle infrastrutture da cui dipendono i proventi delle esportazioni del Qatar.

La mancanza di uno sbocco marittimo al di fuori di Hormuz rende le esportazioni del Kuwait estremamente vulnerabili. Il Bahrein, già fortemente indebitato, si trova ad affrontare ulteriori pressioni finanziarie; i prezzi dei suoi derivato creditizi (credit default swap) erano aumentati di quasi il 40% alla fine di agosto. Il costo dell’assicurazione del debito pubblico offre un’ulteriore misura dell’incertezza che ora avvolge la Regione.

Riad attutisce le perdite, Dubai perde terreno

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno maggiori margini per attenuare lo shock, sebbene nessuno dei due ne sia rimasto immune. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile prevedevano ancora una crescita del 3,1% per entrambi, nonostante avessero ridotto le prospettive dell’Arabia Saudita di 1,4 punti percentuali e quelle degli Emirati Arabi Uniti di 1,9 punti. Le loro rotte di esportazione alternative offrono una certa protezione, ma lasciano esposta gran parte dell’economia nel suo complesso.

L’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha permesso al Paese di esportare parte del petrolio attraverso il Mar Rosso, aggirando Hormuz. Anche i prezzi del petrolio più elevati hanno in parte compensato la diminuzione dei volumi. L’esperienza del Regno Saudita dimostra perché i danni alla produzione e le variazioni delle entrate non sempre si muovono di pari passo.

Ciononostante, le perdite economiche sono considerevoli. L’attività petrolifera saudita è diminuita del 24,7% nel secondo trimestre, mentre il PIL complessivo si è contratto del 4,8% su base annua. Il deficit di bilancio si è attestato intorno ai 9,1 miliardi di dollari (7,855 miliardi di euro), nonostante il beneficio derivante dall’aumento delle entrate petrolifere.

Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare Dubai e Abu Dhabi, hanno risentito del loro ruolo di centro logistico, turistico e finanziario globale. Secondo le stime di JPMorgan, pubblicate a fine agosto, le vendite immobiliari a Dubai sono crollate del 70-80%, mentre le azioni degli Emirati Arabi Uniti hanno perso circa il 14% durante il conflitto.

La chiusura dello spazio aereo regionale ha inizialmente costretto le principali compagnie aeree a sospendere o ridurre drasticamente le operazioni. Emirates ha dichiarato di aver ripristinato il 96% della sua rete globale entro il 4 maggio. La riapertura delle rotte, tuttavia, espone le compagnie aeree a costi del carburante più elevati e a nuove interruzioni dovute a problemi di sicurezza.

Abu Dhabi ha anche utilizzato l’oleodotto Habshan-Fujairah per mantenere alcune esportazioni di petrolio attraverso il Golfo dell’Oman. Come la rotta saudita, rappresenta uno sbocco prezioso, ma non può sostituire tutte le spedizioni né ripristinare la fiducia da cui dipende l’economia nel suo complesso.

Il costo ricade sulle famiglie

La crisi si estende oltre le entrate petrolifere e i mercati finanziari, influenzando la vita quotidiana. La vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione è particolarmente grave negli Stati in cui l’acqua potabile dipende in larga misura da impianti costieri ad alta intensità energetica. Un attacco a un impianto, alla sua rete di alimentazione o alla sua rete di distribuzione minaccia un servizio essenziale con poche alternative immediate.

Le interruzioni della catena di approvvigionamento aumentano anche il costo dell’importazione di cibo e altri beni di prima necessità. Anche laddove l’intervento del governo o le scorte esistenti impediscano carenze, la sostituzione dei carichi e il mantenimento delle forniture comportano una spesa aggiuntiva. Tali costi devono essere assorbiti dagli importatori, dalle famiglie o dallo Stato.

Secondo la stima di Rystad Energy di aprile, la riparazione dei danni in Iran e negli Stati arabi del Golfo Persico potrebbe costare dai 34 ai 58 miliardi di dollari (da 29 a 50 miliardi di euro). Oltre agli impianti petroliferi e del gas, il conto si estende a fabbriche, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione da cui dipende gran parte della Regione per l’acqua potabile.

La spesa per gli armamenti mette sotto pressione lo sviluppo

Il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture petrolifere, idriche e civili stanno costringendo gli alleati di Washington nel Golfo a rivalutare i propri accordi di sicurezza. Ospitare le forze statunitensi non li ha protetti dalle conseguenze economiche della guerra, mentre la riparazione delle infrastrutture essenziali crea obblighi che dureranno ben oltre qualsiasi cessate il fuoco.

La spesa per la difesa ora compete con la ricostruzione, il sostegno pubblico e lo sviluppo a lungo termine. Gli investimenti in infrastrutture non si sono fermati: gli Stati del Golfo stanno anche accelerando i piani per porti e oleodotti che riducano la dipendenza da Hormuz. Ma la necessità di finanziare rotte alternative è di per sé parte del prezzo della guerra.

Miliardi che potrebbero migliorare i servizi pubblici e il tenore di vita rischiano di essere assorbiti dall’acquisto di armi e dalla riparazione di ciò che è stato distrutto. Più a lungo durerà questa situazione, più gli alleati di Washington saranno costretti a spendere semplicemente per preservare la sicurezza e la prosperità che la loro alleanza avrebbe dovuto garantire.

Fonte

21/08/2026

I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale

La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento e cavi di comunicazione.

Il controllo delle infrastrutture transfrontaliere è diventato centrale nella lotta per l’influenza quanto gli accordi militari e politici.

Al centro di questo cambiamento c’è una rete di collaborazione che collega Israele, India ed Emirati Arabi Uniti, supportata dal coinvolgimento diretto degli Stati Uniti attraverso il quadro I2U2.

Accanto a questa rete si trovano altre rotte in cui convergono gli interessi di Turchia, Pakistan, Qatar e Stati del Golfo Persico, estendendosi a progetti come il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Strada di Sviluppo” dell’Iraq.

La Regione non si è divisa in due blocchi coerenti, né gli Stati coinvolti condividono una posizione su ogni questione. Lo sviluppo più importante è il passaggio dalle alleanze militari convenzionali a reti di influenza economica, tecnologica e di sicurezza costruite attorno a porti, ferrovie, energia e dati.

Il quadro I2U2

Il quadro I2U2 è una delle espressioni più chiare di questo cambiamento. Riunendo India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è nato come strumento di cooperazione in materia di sicurezza alimentare, energia pulita, tecnologia, commercio e investimenti. Al primo vertice dei leader dei quattro Paesi nel 2022, è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e delle iniziative congiunte nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dello spazio, della sanità e della sicurezza alimentare.

L’importanza di I2U2, tuttavia, va oltre i progetti annunciati. Esso unisce la tecnologia israeliana, la capacità industriale e i mercati indiani, i capitali e la logistica degli Emirati e il potere politico e strategico degli Stati Uniti.

Il quadro di riferimento collega l’Asia occidentale agli oceani Indiano e Pacifico e consente a Israele, India ed Emirati Arabi Uniti di costruire partenariati che vanno oltre i tradizionali legami bilaterali.

Il raggruppamento è nato anche dall’apertura politica creata dagli Accordi di Abramo. La normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele ha fornito a Washington una piattaforma attraverso la quale capitali, manodopera e capacità industriali indiane potevano essere più strettamente collegati al settore tecnologico israeliano e ai centri logistici del Golfo.

Tuttavia, il suo linguaggio economico non cancella lo scopo strategico che lo sottende, con la difesa che non è più limitata ai confini e agli eserciti convenzionali. Include sempre più la resilienza delle catene di approvvigionamento, i porti, le infrastrutture digitali, la sicurezza informatica e la protezione dei flussi energetici e commerciali.

L’ideologia lubrifica gli ingranaggi

Gli interessi economici e di sicurezza sono accompagnati da una certa sovrapposizione di prospettive politiche, in particolare nei confronti dell'“islam politico” e dei gruppi armati transnazionali, sebbene le motivazioni di ciascuno Stato differiscano considerevolmente.

Nel caso degli Emirati, il contrasto all'“islam politico” è diventato un elemento centrale della visione di Abu Dhabi in materia di sicurezza nazionale e regionale. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale israeliano ha descritto una dottrina politico-religiosa degli Emirati Arabi Uniti che presenta la pace come un valore islamico e una componente dell’identità nazionale.

Abu Dhabi promuove questa dottrina, diretta dallo Stato, contro i Fratelli Musulmani e le correnti Salafite, nell’ambito di una più ampia campagna contro l'“islam politico” in tutta la Regione.

L’India affronta l'“islam politico” e i gruppi armati da una prospettiva di sicurezza interna e regionale, plasmata in gran parte dal conflitto con il Pakistan e dalla disputa sul Kashmir. Ciò ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare nei settori dello spionaggio, della sicurezza informatica, della sorveglianza e della tecnologia militare.

I governi israeliani che si sono succeduti, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sfruttato il confronto con i gruppi armati e le minacce asimmetriche per promuovere Israele come potenza tecnologica e di sicurezza su cui gli Stati regionali possono fare affidamento.

Le guerre e le crisi degli ultimi anni hanno aumentato la pressione per una più stretta cooperazione in materia di difesa e tecnologia tra Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

Tuttavia, la sola ideologia non può spiegare queste relazioni. L’India non condivide necessariamente la posizione di Israele sull’Iran, mentre la politica estera degli Emirati Arabi Uniti non si limita a seguire quella di Nuova Delhi o di Washington. La convergenza di interessi consente lo sviluppo di collaborazioni concrete anche laddove gli Stati partecipanti divergono su altri fronti.

Il peso cruciale dell’India

L’India riveste un ruolo eccezionale in questo contesto a causa della sua influenza demografica, economica e geografica. La sua popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti, i settori manifatturiero e tecnologico in espansione e la vasta Diaspora nel Golfo Persico rendono difficile escludere Nuova Delhi da qualsiasi tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali tra Asia ed Europa.

Un’analisi del Jerusalem Post pubblicata nel 2022 descriveva un’emergente “alleanza indo-abramitica” che lega Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India attraverso la sicurezza marittima, la difesa missilistica, i droni, la sicurezza dei dati e la lotta all’estremismo islamico.

L’importanza dell’India, tuttavia, non si limita al suo ruolo militare. La sua presenza nel Golfo e le crescenti relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le conferiscono la capacità di reindirizzare parte del commercio asiatico verso rotte che non necessariamente passano attraverso i corridoi tradizionali, dove Pakistan e Iran esercitano una maggiore influenza.

Questa posizione offre inoltre all’India un margine di manovra per diversificare le proprie strategie. L’India mantiene legami energetici e di trasporto con l’Iran, anche attraverso Chabahar, pur portando avanti il ​​Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa con Washington e i suoi alleati regionali.

Nuova Delhi può quindi partecipare a sistemi concorrenti senza rinunciare alla sua consolidata politica di autonomia strategica, anche se il suo rapporto di sicurezza con Israele continua ad approfondirsi.

Il fronte infrastrutturale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa

Annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa mira a collegare l’India, il Golfo Persico e l’Europa attraverso porti, ferrovie e infrastrutture energetiche e di comunicazione.

I piani prevedono un collegamento ferroviario, un’interconnessione elettrica, infrastrutture per l’idrogeno pulito e cavi dati ad alta velocità. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato il corridoio nel 2023 come un modo per accelerare gli scambi commerciali tra India ed Europa, aprendo al contempo nuove connessioni nel settore energetico e nell’economia digitale.

Nel 2025, la Commissione europea ha promosso separatamente il Corridoio Digitale UE-Africa-India nell’ambito più ampio del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa. L’iniziativa si concentra su un sistema di cavi sottomarini di 11.700 chilometri che collega l’Europa e l’India attraverso il Mediterraneo, l’Asia occidentale e l’Africa orientale, con l’obiettivo dichiarato di fornire connessioni dati sicure e ad alta capacità.

I corridoi stanno diventando sempre più sistemi integrati per il trasporto di merci, energia e dati. Gli Stati in grado di proteggere o influenzare queste reti acquisiscono una forma di potere strategico un tempo associata principalmente al controllo di porti e stretti.

Il progetto, tuttavia, rimane esposto a intrighi politici e conflitti. Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa dipende da un passaggio terrestre attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa.

Il Genocidio palestinese a Gaza e la mancata normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele hanno reso incerte le sue basi politiche, sollevando crescenti interrogativi sulla sua fattibilità.

Gwadar e la via dello sviluppo

Il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Via dello Sviluppo” irachena non dovrebbero essere considerati un unico progetto o come elementi di un’alleanza unificata guidata da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Appartengono a reti diverse, ma entrambi contribuiscono a impedire che un’unica rotta monopolizzi il commercio regionale.

Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è il ramo pakistano della Nuova Via della Seta cinese, che collega la Cina con il Pakistan e il Porto di Gwadar sul Mar Arabico. Il Segretariato pakistano del Corridoio Economico Cina-Pakistan elenca una rete di progetti portuali, di zone franche, stradali e logistici intorno a Gwadar. Tra questi, l’Autostrada Eastbay Gwadar, costruita per collegare il porto e la sua zona franca alla rete autostradale nazionale pakistana.

La Via dello Sviluppo irachena è un’iniziativa separata, ma la posizione dell’Iraq tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa le conferisce particolare importanza. Nell’aprile del 2024, Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa sul progetto, concepito per collegare il Porto di Grand Faw al confine turco attraverso circa 1.200 chilometri di strade e ferrovie in Iraq.

L’investimento previsto si aggira intorno ai 17 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro), con la realizzazione suddivisa in tre fasi. Il Ministero dei Trasporti del Qatar afferma che la prima fase dovrebbe essere completata nel 2028, seguita dalle fasi successive nel 2033 e nel 2050. Baghdad presenta la “Via dello Sviluppo” come un corridoio commerciale Est-Ovest concorrente, che collega il Golfo Persico all’Europa.

Questa partecipazione complica qualsiasi tentativo di dividere la competizione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India da una parte e Turchia, Pakistan e Arabia Saudita dall’altra. Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte anche della “Via dello Sviluppo” insieme a Turchia, Qatar e Iraq.

Ankara e Riad mantengono una posizione neutrale

La Turchia occupa un posto particolare in questa equazione. È un membro della NATO con legami economici che si estendono in Europa, Russia, Golfo Persico e Asia centrale, mentre la sua influenza politica e militare spazia dalla Siria all’Iraq al Caucaso. Per Ankara, la “Via dello Sviluppo” offre l’opportunità di rafforzare la sua posizione di ponte terrestre tra il Golfo Persico e l’Europa.

L’Arabia Saudita è più difficile da collocare all’interno di un blocco definito. Riad è firmataria del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, ma ha anche approfondito le relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. Mostra scarso interesse per un allineamento regionale chiuso, preferendo trasformare la sua posizione geografica ed economica in una leva negoziale presso diversi centri di potere.

I principali Stati regionali evitano sempre più di scegliere tra due schieramenti. Cercano un posto in molteplici reti, utilizzando una collaborazione per rafforzare la propria posizione negoziale in un’altra.

Questo non è tanto un equilibrio stabile quanto una copertura permanente. Una ferrovia, un investimento portuale, un accordo di difesa o una collaborazione energetica possono legare due Stati su un fronte, lasciandoli però in contrapposizione su un altro.

Il Levante escluso

La competizione sta anche rimodellando il Mediterraneo Orientale. Le coste siriane e libanesi sono ben più che semplici teatro di scontri militari. Occupano territori in cui potrebbero convergere potenziali rotte energetiche, di trasporto e di comunicazione tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e l’Europa.

Per Israele, legami più forti con il Golfo Persico, l’India e l’Europa conferirebbero al Mediterraneo Orientale un nuovo ruolo all’interno delle reti commerciali ed energetiche. Per la Turchia, qualsiasi corridoio che colleghi il Golfo Persico all’Europa aggirando il territorio turco ne eroderebbe il valore strategico.

La “Via dello Sviluppo”, invece, offre ad Ankara il ruolo di terminale e porta d’accesso per il traffico proveniente dal Golfo Persico attraverso l’Iraq.

Il Libano e la Siria rischiano di passare dal centro della loro geografia strategica ai margini delle nuove reti di trasporto e investimento. Porti, strade, ferrovie, collegamenti energetici, reti dati e stabilità politica sono tutti elementi necessari per trasformare la geografia in potere economico.

Beirut ha già manifestato interesse ad aderire alla rotta del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, incentrata su Israele, nonostante le contraddizioni politiche e di sicurezza che tale mossa comporterebbe.

La Siria, nel frattempo, rimane limitata dai danni della guerra, dalle sanzioni e da infrastrutture frammentate, il che espone entrambi i Paesi al rischio di essere aggirati da corridoi che si snodano intorno a loro.

Il potere fluisce attraverso la rete

La mappa che emerge non mostra due blocchi opposti nel vecchio senso. Segna una transizione da alleanze rigide a reti sovrapposte.

Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti cooperano laddove convergono tecnologia, sicurezza e commercio, mentre Turchia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Iraq partecipano ad altre reti che si intersecano ripetutamente con la prima.

La prossima sfida si estenderà quindi oltre i confini e l’influenza politica per arrivare al controllo del movimenti commerciali, energetici e informativi.

Porti e stretti sono stati tra i principali strumenti di potere nel Ventesimo secolo. Nel Ventunesimo secolo, ad essi si sono aggiunti cavi sottomarini, centri dati, intelligenza artificiale, sistemi di sicurezza cibernetica, reti ferroviarie e gasdotti per l’idrogeno.

Il futuro dell’Asia Occidentale sarà plasmato dalla potenza militare, ma anche dagli Stati in grado di rendersi nodi indispensabili in questi nuovi sistemi.

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28/07/2026

India - La generazione che si rifiuta di strisciare: la Gen Z è una lotta di classe

Il 20 luglio, migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar verso il Parlamento. Portavano cartelli, gridavano slogan e chiedevano le dimissioni del Ministro dell’Istruzione dell’Unione, Dharmendra Pradhan, a causa delle ripetute irregolarità negli esami, delle fughe di notizie sui test, degli esami cancellati e del rifiuto del governo di assumersi la responsabilità per il disastro inflitto agli studenti.

La Polizia di Delhi ha risposto con barricate, manganelli e gas lacrimogeni. Alcuni manifestanti sono stati trattenuti, mentre altri si sono riorganizzati in gruppi più piccoli e hanno continuato verso il Parlamento. Il movimento aveva superato una soglia importante: ciò che era iniziato come satira sui social media era sceso in piazza confrontandosi con il potere statale.

I manifestanti si fanno chiamare Cockroach Janta Party (CJP). Il nome è nato dopo che un’osservazione giudiziaria denigratoria ha paragonato gli attivisti e i giovani disoccupati a scarafaggi e parassiti. Piuttosto che ritirarsi di fronte all’insulto, i giovani lo hanno trasformato in un distintivo di sfida collettiva.

Se coloro che governano l’India vedono i propri giovani disoccupati come scarafaggi, allora gli scarafaggi si riuniranno. Il nome prende in giro il Bharatiya Janata Party, ma cattura anche qualcosa dell’esperienza di una generazione a cui è stato ripetutamente detto di essere eccessiva, ingrata, inoccupabile e in qualche modo personalmente responsabile del fallimento del sistema economico, che vedono come un sistema precario che dovrebbe dare loro lavoro, ma che – come il sistema capitalistico spietato – li tratta come usa e getta.

Dalla sua prima grande protesta a Delhi il 6 giugno, il movimento si è diffuso in città tra cui Pune, Mumbai, Bengaluru, Lucknow e Nagpur. I suoi sostenitori hanno allestito un campo a Jantar Mantar, dove l’attivista climatico Sonam Wangchuk ha intrapreso uno sciopero della fame in solidarietà con le loro richieste prima di essere trasportato con la forza in ospedale.

Le questioni immediate sono abbastanza serie: l’integrità degli esami di ammissione e reclutamento, il risarcimento per le famiglie degli studenti che si sono tolti la vita, la riforma di un sistema di selezione infarcito di corruzione e le dimissioni del ministro dell’Istruzione.

Tuttavia, dietro queste richieste si cela una crisi sociale molto più ampia, poiché un foglio d’esame non è semplicemente un foglio pieno di domande. Per milioni di famiglie della classe lavoratrice, rappresenta anni di risparmi, sacrifici, studio e speranza. Quando quel foglio viene divulgato o l’esame viene cancellato, il fragile progetto di un’intera famiglia viene distrutto.

I media hanno prontamente descritto il movimento Cockroach come la prima “protesta della Gen Z” indiana. C’è del vero in questa descrizione. Il suo linguaggio è nato sui social media e quindi utilizza con grande abilità meme, satira, parodie, video brevi e umorismo autoironico. Molti dei suoi partecipanti non hanno conosciuto altro governo che quello guidato dal Primo Ministro Narendra Modi.

Il loro vocabolario politico si è sviluppato in condizioni in cui i telegiornali si sono in gran parte arresi al potere, il dissenso è stato criminalizzato e Internet è diventato sia un meccanismo di sorveglianza che uno degli ultimi spazi rimasti in cui la rabbia può circolare rapidamente.

Ma il termine “Gen Z” spiega molto meno di quanto sembri. È una categoria di marketing che si spaccia per sociologia. Raggruppa insieme la figlia di un bracciante agricolo e il figlio di un miliardario solo perché sono nati nello stesso arco di anni.

Le generazioni non sostengono esami, non cercano lavoro, non consegnano cibo né prendono in prestito denaro per le tasse dei corsi di preparazione, ma le classi sociali sì. La questione decisiva non è quando questi giovani sono nati, ma che tipo di ordine economico hanno ereditato e quale posto, se mai, quell’ordine ha preparato per loro.

I giovani manifestanti non sono in rivolta perché hanno una capacità di attenzione più breve o una speciale avversione culturale per l’autorità. Sono in rivolta perché il capitalismo non può integrarli in una vita economica dignitosa. È stato detto loro di studiare, acquisire lauree, imparare nuove competenze, rimanere competitivi e diventare “imprenditori”.

Le loro famiglie hanno preso in prestito denaro, venduto terreni, rinviato cure mediche e ridotto i consumi domestici per pagare l’istruzione e i corsi di preparazione. Alla fine di questo estenuante viaggio, molti scoprono che il lavoro promesso non esiste. Altri trovano solo contratti temporanei, tirocini non retribuiti, lavoro su piattaforma o lavori i cui salari non hanno alcuna relazione con le loro qualifiche.

Anche i dati ufficiali rivelano la portata del problema. La Periodic Labour Force Survey del governo per il 2025 ha collocato la disoccupazione tra i quindicenni e i ventinovenne al 9,9 per cento, con un picco del 13,6 per cento tra i giovani urbani. Ha anche rilevato che un quarto degli indiani tra i quindici e i ventinove anni non era né occupato né impegnato in istruzione o formazione.

Questi dati principali oscurano una vasta sottoccupazione, il lavoro familiare non retribuito e la disperazione che costringe le persone ad accettare qualsiasi attività come lavoro. Solo il 23,6 per cento dei lavoratori indiani aveva un impiego regolare retribuito o salariato, mentre il 56,2 per cento era classificato come lavoratore autonomo, una categoria che spazia dai professionisti facoltosi ai venditori ambulanti, ai lavoratori non retribuiti nelle fattorie familiari.

Il Rapporto sull’occupazione in India prodotto dall’Institute for Human Development e dall’International Labour Organisation fornisce un quadro ancora più chiaro. Nel 2022, la disoccupazione tra i giovani laureati era al 29,1 per cento, nove volte il tasso tra i giovani che non sapevano né leggere né scrivere. Quasi l’82 per cento della forza lavoro era nel settore informale, mentre quasi il 90 per cento era impiegato informalmente.

I salari reali per i lavoratori regolari erano stagnanti o in calo, e l’occupazione su piattaforma si era espansa come estensione del lavoro informale supervisionata digitalmente, in gran parte priva di sicurezza sociale. Il rapporto ha rilevato che l’attesa media per un primo lavoro superava un anno e che molti giovani tecnicamente qualificati svolgevano lavori non correlati alla loro formazione.

Questo è l’amaro paradosso al centro delle proteste. L’istruzione ha ampliato le aspirazioni e le capacità dei giovani indiani, ma l’economia non ha ampliato il numero di posti di lavoro dignitosi a loro disposizione. Più studiano, più vedono chiaramente il divario tra ciò che la società ha promesso e ciò che può offrire.

La loro laurea diventa la prova non della loro inadeguatezza, ma di quella di un modello economico organizzato attorno alla finanza, alla produzione ad alta intensità di capitale, alla privatizzazione e all’arricchimento di una piccola élite padronale.

La crisi non è iniziata con il governo Modi, ma dodici anni di governo del BJP l’hanno aggravata. La demonetizzazione e la mal progettata Goods and Services Tax (GST) hanno danneggiato le piccole imprese, che storicamente hanno assorbito un gran numero di lavoratori.

Le assunzioni nel settore pubblico sono state ritardate o ridotte, i posti vacanti rimangono scoperti e il lavoro sicuro è stato sostituito dal lavoro contrattuale. La manifattura non è cresciuta nella misura necessaria per impiegare i milioni di persone che entrano ogni anno nel mercato del lavoro.

Nel frattempo, l’istruzione pubblica è stata indebolita e l’industria privata dei corsi di preparazione si è espansa, trasformando l’ansia in una merce immensamente redditizia. Il governo celebra la crescita del PIL, le autostrade, i pagamenti digitali, le società unicorno e la ricchezza dei miliardari indiani, ma nessuna di queste statistiche risponde alla domanda sentita in innumerevoli case: dove sono i posti di lavoro?

Le fughe di notizie sui test devono quindi essere comprese come qualcosa di più della corruzione amministrativa. Sono espressioni concentrate di una più ampia ingiustizia di classe. Milioni di persone competono per un numero limitato di posizioni perché il lavoro sicuro è stato deliberatamente reso scarso. Ogni candidato deve pagare le tasse, percorrere lunghe distanze, acquistare materiale di studio e talvolta passare anni nei centri di preparazione.

Quando un esame viene compromesso, lo stato parla di problemi tecnici e commissioni d’inchiesta. Al candidato, tuttavia, è stato rubato il tempo di vita. Un limite massimo di età si avvicina; il debito familiare si accumula; un altro anno scompare.

Il governo vorrebbe isolare le proteste come lo sfogo emotivo di una generazione impaziente. Alternerà ridicolo, repressione, promesse di consultazione e tentativi di dividere il movimento. Ai giovani verrà detto che mancano di esperienza, che forze straniere li stanno traviando o che la loro protesta danneggia l’immagine della nazione.

Ma non c’è nulla di antinazionale nel chiedere che un paese fornisca ai suoi giovani un lavoro utile. Ciò che danneggia l’India è un ordine in cui i giovani sono necessari come consumatori, punti dati, lavoratori delle consegne e folle elettorali, ma non sono accolti come lavoratori con diritti, cittadini con voce e esseri umani che hanno diritto a un futuro.

L’energia del movimento Cockroach è importante, ma la spontaneità e la portata digitale da sole non possono superare il potere consolidato. La sua forza duratura dipenderà dal fatto che colleghi la riforma degli esami alla lotta per l’occupazione, l’istruzione pubblica, i diritti dei lavoratori e la ridistribuzione economica.

Gli studenti di Jantar Mantar condividono il futuro con insegnanti a contratto, lavoratori a progetto, fattorini delle consegne, apprendisti in fabbrica, laureati disoccupati e lavoratori rurali. Il movimento deve resistere ai tentativi di descrivere la politica organizzata, i sindacati e le organizzazioni studentesche consolidate come reliquie appartenenti a un’altra generazione. L’esperienza accumulata dalla classe operaia organizzata non è un peso per la rivolta giovanile; è una delle risorse che possono dare a tale rivolta la capacità di resistenza e la direzione.

Il nome “scarafaggio” porta con sé una verità storica involontaria. Gli scarafaggi sopravvivono perché sono difficili da eliminare. Ma i giovani per le strade non chiedono semplicemente di sopravvivere nelle fessure di un sistema in decomposizione. Vogliono vivere, lavorare, usare ciò che hanno imparato e contribuire alla società con dignità. La loro rabbia è generazionale nell’apparenza ma profondamente basata sulla classe nel suo contenuto.

Il compito della Sinistra non è né romanticizzare questa rabbia né predicare da lontano, ma entrare in dialogo con essa, aiutarla a identificare la struttura alla base della sua sofferenza e unire le sue richieste immediate a un programma capace di creare milioni di posti di lavoro sicuri e socialmente utili.

Il gas lacrimogeno fuori dal Parlamento non può rispondere alla domanda posta dai manifestanti. I governanti dell’India possono spingerli dietro le barricate e chiamarli insetti, parassiti o provocatori. Ma una società che si rifiuta di fare spazio ai suoi giovani scoprirà alla fine che i giovani hanno deciso di rifare la società stessa.

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23/04/2026

La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”

La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran non solo sta ridefinendo la geopolitica, ma sta anche interferendo, destabilizzando e riorientando ciò che The Cradle ha descritto nel giugno 2022 come La guerra dei corridoi di connettività economica; probabilmente il paradigma geoeconomico chiave dell’integrazione eurasiatica nel XXI secolo.

Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi collegano praticamente tutti i principali attori dell’Eurasia.

Approfondiamo quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest della Nuova Via della Seta/Belt and Road Initiative (BRI), guidata dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) Russia-Iran-India; l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegherebbero la Turchia con il Qatar, la Siria e l’Iraq.

La Nuova Vie della Seta/BRI della Cina avanza attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, compreso il Corridoio Settentrionale (attraverso la Transiberiana in Russia) e il Corridoio Centrale (attraverso il Kazakistan e il Mar Caspio verso il Caucaso e la Turchia). 

L’Iran al centro dell’integrazione eurasiatica

È la geografia dell’Iran che ha posizionato il paese, fin dai tempi dell’Antica Via della Seta, come crocevia tra Oriente e Occidente; un ruolo riportato in auge dalla Nuova Via della Seta/BRI lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013.

Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari tra Cina e Iran firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato nella BRI. È essenziale per aggirare il dominio marittimo americano, la raffica di sanzioni decennali contro la Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.

Il primo treno merci proveniente da Xian, l’antica capitale imperiale cinese, è arrivato al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Ciò ha segnato l’inaugurazione ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.

Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente via strada/ferrovia ai porti marittimi, nel Mar Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che le massicce spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.

Il corridoio Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang attraverso l’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all’Iran, alla Turchia e, più avanti, al Golfo Persico, all’Africa e persino all’Europa.

Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre vantaggio dal corridoio ferroviario per ricevere il petrolio iraniano, invece di fare affidamento sulla flotta fantasma iraniana, sebbene le sfide logistiche rimangano significative.

La ferrovia Cina-Iran sta già ridefinendo l’importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della BRI che collega lo Xinjiang, attraverso l’autostrada del Karakorum, al Pakistan settentrionale e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.

Fino alla scelta di guerra del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando l’instabile situazione politica del Pakistan.

Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’interazione vertiginosamente complessa tra Cina e India. Dopo tutto, entrambi i membri del BRICS hanno un profondo interesse strategico nei porti iraniani, considerati porte d’accesso essenziali all’Asia centrale.

Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, nel Sistan-Baluchistan, parte di quella che poteva essere considerata, almeno prima della guerra, la Via della Seta indiana, è in diretta concorrenza con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, distante solo circa 80 chilometri.

Questo ci riporta ancora una volta al ruolo senza pari dell’Iran nella connettività eurasiatica. L’Iran si trova all’incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l’INSTC, che collega tre membri del BRICS – Russia, Iran e India.

Ciò che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era stato allineare abilmente la sua politica multivettoriale con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l’allineamento dell’India con Israele proprio prima dell’attacco contro l’Iran del 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.

L’INSTC si scontra con l’IMEC

L’INSTC può essere sinteticamente descritto come il vettore nord-sud dell’integrazione eurasiatica, che collega Russia, Iran e India e si intreccia con la Nuova Via della Seta cinese, che si snoda da est a ovest attraverso l’Asia centrale.

Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l’INSTC si sviluppa all’interno dell’Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un’attenzione particolare a Chabahar.

Fino alla guerra, l’India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, vista dagli strateghi indiani come il loro fiore all’occhiello in Iran: di fatto l’unica via praticabile per l’India verso l’Eurasia, per raggiungere i mercati dell’Asia centrale, della Russia e, infine, dell’Europa.

Non c’è da stupirsi che gli indiani fossero spaventati dalla possibilità che la Cina si assicurasse una presenza navale nell’Oceano Indiano occidentale.

Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora in sospeso. Erano già in stallo a causa delle pressioni statunitensi. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa di Makran nel Sistan-Baluchistan, completo di un massiccio dispiegamento di aziende cinesi che collegano i porti iraniani alla BRI.

L’Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l’India ha di fatto abbandonato la sua politica di non allineamento e la propria autonomia di fronte agli Stati Uniti: tutto ciò a causa dei calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. L’India dovrà quindi affrontare una dura battaglia se non vuole perdere il suo “gioiello della corona” persiano.

Qui vediamo ancora una volta la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia centrale-Turchia-Europa, si collega all’INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.

Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente al corridoio impropriamente chiamato India-Medio Oriente-Europa, l’IMEC, che in realtà è il corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa. L’obiettivo chiave dell’IMEC, un prodotto della spinta degli Accordi di Abramo del Trump 2.0, è trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici nell’Asia occidentale.

Come descritto per la prima volta da The Cradle, l’IMEC è stato finora poco più di una grande operazione di pubbliche relazioni lanciata in occasione del vertice del G20 a Nuova Delhi. Dovrebbe essere interpretato come la tardiva risposta dell’Occidente collettivo alla BRI: l’ennesimo progetto americano per “contenere” la Cina e, più recentemente, l’Iran in quanto membro dell’INSTC.

Soprattutto, l’IMEC è un corridoio di trasporto progettato per aggirare i tre principali vettori di una vera integrazione eurasiatica: i membri del BRICS, ovvero Cina, Russia e Iran.

La guerra contro l’Iran, tuttavia, sta facendo fare un bagno di realtà all’IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riyadh e Abu Dhabi sono in conflitto diretto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l’Iran sarà la potenza dominante.

Allo stato attuale, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), sebbene sempre cauto, sembra incline a trovare un compromesso. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è a tutti gli effetti in guerra con Teheran.

L’Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l’India è perplessa su come quadrare il cerchio: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell’anno allineandosi con gli Stati Uniti.

A tutti gli effetti, l’IMEC è ora in coma profondo.

Prendiamo alcuni risultati provvisori della guerra. Mancano quasi 1.100 km di binari dalla ferrovia che va da Fujairah negli Emirati Arabi Uniti ad Haifa; ne mancano 745 km da Jebel Ali a Dubai ad Haifa; e ne mancano 630 km dalla ferrovia che va da Abu Dhabi a Haifa.

Ciò fa apparire l’IMEC ancora più fragile all’indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E potrebbe non essere ancora finita.
 
Le ambizioni della Turchia in materia di Pipelineistan

La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo vuole posizionare Ankara come un attore in grado di rivaleggiare con Russia e Iran.

Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare totalmente sul “Pipelineistan”, come l’ho definito due decenni fa, il labirinto ultra-politicizzato dei corridoi energetici eurasiatici.

Quindi il Pipelineistan include tutto, dal collegamento petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), la cui realizzazione fu promossa dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “La grande scacchiera”, fino al South Stream e al Turk Stream costruiti dalla Russia, nonché alle interminabili telenovele sul gas come il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) e l’Iran-Pakistan-India (IPI), successivamente ridotto a IP.

Una delle principali ossessioni americane è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l’Asia occidentale all’Asia meridionale.

Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar – sì, ricordate i droni? – è in grande spolvero. La sua idea preferita è quella di collegare Bassora – la capitale ricca di petrolio dell’Iraq meridionale – all’oleodotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (dove arriva anche il BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l’assenza di consenso politico in Iraq rende questo progetto, per ora, un sogno irrealizzabile.

La Turchia sta addirittura valutando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – la cui produzione è tutt’altro che abbondante, con un massimo di 300.000 barili al giorno – all’oleodotto Iraq-Turchia. Si tratta di un territorio complesso, considerando che nessuno sa davvero chi controlli la Siria.

Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Santo Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria.

È una versione bizzarra della storia che si ripete. Un gasdotto era al centro della guerra in Siria: originariamente avrebbe dovuto collegare Iran, Iraq e Siria, prima che il Qatar spingesse nel 2009 per un percorso dal North Field attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino alla Siria – un progetto posto sotto veto da Damasco.

La guerra contro l’Iran ha nuovamente stravolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, con ripercussioni sia sull’Europa che sull’Asia.

Il Qatar continua a privilegiare il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in scena la Turchia, con l’idea di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l’Europa, presentato da Bayraktar come una “rotta di esportazione alternativa”. Ciò costerebbe almeno 15 miliardi di dollari: un gasdotto di 1.500 km che attraversa ben cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, certificato e costoso.

Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto transcaspico, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Mar Caspio all’Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente in parallelo al gasdotto BTC e poi verso l’Europa.

Ancora una volta, bisogna costruirlo. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un gasdotto sottomarino di oltre 300 km attraverso il Mar Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su una nave da carico azera negli anni 2000 e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, l’oleodotto, ancora inesistente, si collegherebbe con altri due, quello del Caucaso meridionale e quello transanatolico.

I costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: per lo sviluppo a monte, la capacità di compressione e l’espansione a valle.

E anche se l’intero progetto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di riserva: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang in Cina attraverso un gasdotto costruito e pagato dalla Cina. Nella migliore delle ipotesi, la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l’Iran, su base di scambio; anche l’Iran utilizza questo gas.
 
Creare corridoi di connettività, non guerre

Ciò che è chiaro è che la guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale vettore geoeconomico dall’Asia occidentale all’Asia centrale e meridionale, coinvolgendo molteplici percorsi verso l’integrazione eurasiatica.

La guerra contro l’Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per potenziare il commercio con l’Iran e soprattutto con l’Uzbekistan in Asia centrale, tramite un sistema chiamato TIR (Trasporto Internazionale su Strada), aggirando l’Afghanistan.

La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente molteplici corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e, allo stesso tempo, contribuendo a rafforzare il fronte commerciale e finanziario dell’Iran, messo a dura prova dalla guerra.

E non stiamo nemmeno parlando dell’altro corridoio di connettività chiave del futuro: la rotta marittima settentrionale lungo la costa russa nell’Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi chiamano poeticamente la Via della Seta artica.

Cina, India e Corea del Sud sono fortemente interessate alla Northern Sea Route (NSR) [che collegherebbe il Mare del Nord con lo Stretto di Bering, ndr], oggetto ogni anno di approfondite discussioni nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina.

Questa è una guerra contro l’Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l’integrazione eurasiatica. Eppure l’integrazione eurasiatica si rifiuta semplicemente di essere sviata.

Creiamo corridoi di connettività, non guerre.

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