Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/10/2026
Rientrano i militari italiani dall’Iraq, restano quelli in Arabia Saudita e Kuwait
L’Italia nel 2014 aveva inviato un grosso contingente militare – circa 1.100 soldati – nel quadro delle operazioni della Nato e della “Coalizione Internazionale” contro l’Isis.
Nel novembre del 2019, cinque soldati italiani di questa missione, rimasero feriti in Iraq per l’esplosione di un ordigno durante una missione di perlustrazione. Per uno di loro è stata addirittura necessaria l’amputazione parziale di una gamba e ad un altro è stato amputato un piede.
Nei mesi scorsi, prima in Kuwait e poi in Arabia Saudita, le basi militari in cui sono insediati i soldati italiani sono state colpite rispettivamente dai missili iraniani e da quelli yemeniti. Nessun ferito ma un drone Reaper e un caccia Typhoon sono stati rispettivamente distrutti e danneggiati.
Con la partenza degli ultimi soldati si è dunque conclusa in Iraq la missione dei militari italiani. “Con il rientro degli ultimi militari impegnati nel recupero e nel trasferimento dei materiali logistici, si conclude oggi la presenza delle nostre Forze armate in Iraq” ha annunciato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Come concordato con le autorità irachene, le forze armate italiane, insieme a quelle degli altri Paesi della Coalizione e della Nato, hanno lasciato il territorio dell’Iraq entro la scadenza del 30 settembre.
I soldati italiani erano in Iraq nel quadro dell’Operazione “Inherent Resolve” di quella che veniva definita Coalizione internazionale e della Nato Mission Iraq, ma “continueranno a operare da altri Paesi” ha spiegato il ministro.
La Nato Mission Iraq rimarrà operativa dalla base Nato di Lago Patria, in provincia di Napoli, presso il Joint Force Command Naples.
Il rientro dei militari italiani dall’Iraq era stato in larga parte completato nel marzo 2026, quando al posto della operazione “Inerhent Resolve” e della missione Nato in Iraq è stata avviata – con un sotterfugio sfuggito ai parlamentari – la missione Task Force Air Arabia inviando soldati, aerei, sistemi antimissile in Arabia Saudita, Kuwait e Barhein.
Doveroso rammentare che l’Italia ha partecipato all’aggressione e all’occupazione militare statunitense dell’Iraq nel 2003. Nel corso di questa occupazione venne inviato un contingente militare italiano che subì decine di perdite: 38 morti, di cui 17 (più due civili) in un solo giorno a Nassirya nel 2003.
È altrettanto doveroso sottolineare come ci siano ancora centinaia di militari italiani in Libano nel quadro della missione Unifil, finiti spesso sotto le bombe e le minacce israeliane o nel fuoco incrociati degli scontri con i miliziani libanesi e lasciati lì solo per mostrare la bandiera in una regione dove la politica estera italiana da tempo ha rinunciato a svolgere un funzione attiva limitandosi alla subalternità verso Israele.
L’Italia continua ad essere il paese europeo che invia più militari all’estero, finanziando le missioni con una spesa di 1,48 miliardi di euro mediante decreto che viene rinnovato annualmente, in modo bipartisan. E proprio tra le pieghe dell’ultimo decreto, il governo ha infilato anche la missione che ha portato i militari italiani sotto le bombe in Arabia Saudita e nel Kuwait.
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29/09/2026
Iraq - Prosegue il disarmo del PKK, rinviato quello delle milizie sciite
Inizialmente il primo ministro Zaidi aveva posto come data inderogabile per portare a termine il processo il 30 settembre, alla scadenza della quale chi non si fosse allineato sarebbe stato colpito dalle leggi “antiterrorismo”.
Successivamente al diniego di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah, le milizie filoiraniane più potenti e da più tempo operative contro l’occupazione statunitense, Zaidi si è rassegnato a trattare, ponendo una nuova deadline al 30 giugno 2027.
Nel piano elaborato dal Primo Ministro, prima dell’inizio della consegna delle armi pesanti, ci sarà un periodo di 90 giorni di tregua totale fra le milizie sciite e gli USA. Successivamente, arriverà un graduale disarmo, mentre i miliziani continueranno tutti a far parte, a titolo individuale, delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), ovvero l’ombrello legale che già oggi pone le milizie formalmente sotto l’egida del Ministero della Difesa.
Non si tratta di una distinzione solo formale, anche perché ad essere designate come “organizzazioni terroristiche” da vari paesi non sono le PMF in quanto tali, bensì le singole sigle. Saranno queste ultime a dover smantellare le strutture e le catene di comando interne.
Dagli incontri avuti a margine dell’Assemblea ONU, gli USA sembrano aver apparentemente dato il via libera al piano di Zaidi. Da parte sua, nemmeno l’Iran sembra voler porre ostacoli significativi all’integrazione formale sotto l’ombrello delle PMF.
Il punto vero, ovviamente, è la direzione politica verso cui va il processo, ovvero se va verso un indebolimento dell’Asse della Resistenza in Iraq o la sua istituzionalizzazione completa nelle strutture statali.
Il primo ministro Zaidi sta sicuramente cercando di percorrere la prima strada, attraverso un misto fra repressione, minacce e tentativi di cooptazione dei dirigenti delle milizie; al momento non sta ottenendo grandi riscontri, tant’è che è stato necessario prendere tempo.
Sullo sfondo resta il punto interrogativo legato al ritiro completo degli USA, fissato per l’ennesima volta al 30 settembre, ma sul quale nessuno si fa illusioni, nonostante alcune basi presenti nella Regione Autonoma Curda siano effettivamente già state smantellate. Peraltro, è lo stesso Governo Regionale Curdo a chiedere di ricostruirle.
Fa significativi passi in avanti, invece, il disarmo del PKK. Sotto la supervisione dei servizi segreti turchi, i Peshmerga avrebbero già provveduto ad impossessarsi di 18 postazioni montuose in precedenza occupate dall’organizzazione curda e si starebbero facendo consegnare le armi in cinque luoghi concordati fra le parti.
Il piano prevede, per le fasi successive, che tutti i militanti si raggruppino nel quartier generale principale sui monti Qandil, da dove partirà la selezione individuale per stabilire chi avrà la possibilità di aderire all’amnistia parziale votata recentemente dal parlamento di Ankara e chi no. Circa 200 dirigenti sono già esclusi dal raggio d’azione del provvedimento e saranno costretti a rimanere all’estero; da capire cosa intenderanno fare gli altri. Non è scontata un’adesione di massa.
Anche le Unità di Protezione del Sinjar (YBS), organizzazione yazida affiliata al PKK, ha accettato di disarmarsi, consegnare le armi pesanti, integrare le proprie milizie nell’esercito centrale e smantellare le proprie istituzioni autonome (che non erano mai state riconosciute né dal governo centrale, né da quello autonomo curdo), sulla falsariga di quanto hanno fatto le Ypg in Siria.
In cambio, la Turchia sta gradualmente diminuendo la propria presenza militare in Iraq: a margine dell’Assemblea dell’ONU, ad esempio, Ankara e Baghdad hanno concordato la consegna della base di Bashiqa, nei pressi di Mosul, all’esercito iracheno.
Si tratta di una base che era stata costruita dall’esercito turco nel 2015 inizialmente in funzione anti-Isis, successivamente era stata mantenuta – in accordo con il Governo Regionale Curdo, ma contro la volontà del governo centrale – in funzione anti-PKK e anti-YBS. Ora si avvia ad esaurire la sua funzione e ad essere consegnata a Baghdad.
Allo stato attuale, dunque, l’unica organizzazione armata affiliata al PKK ancora pienamente attiva è quella curdo-iraniana, ovvero il PJAK, in guerra aperta con la Repubblica Islamica dall’inizio dell’aggressione israelo-statunitense, a causa delle ben note voci sul possibile utilizzo dei gruppi curdi come esercito di terra da parte degli aggressori. Il PJAK è anch’esso basato sui monti Qandil, quindi è possibile che nei prossimi mesi rafforzi le proprie fila con miliziani intenzionati a sottrarsi al disarmo.
In risposta, l’Iran sta continuando gli attacchi nei confronti della Regione Autonoma Curda, sia attraverso droni e missili, sia con operazioni di terra transfrontaliere volte proprio a colpire le basi delle organizzazioni separatiste curde. Finora né Baghdad, né Erbil sono riusciti a fornire sufficienti rassicurazioni rispetto al controllo di tali gruppi, complicando l’intero processo di accentramento delle armi nelle mani del governo centrale.
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27/09/2026
L’illusione di vittoria di Israele nella sua guerra sui sette fronti è finita, e ora?
In seguito all’Operazione Diluvio di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, il potere politico e militare israeliano si è trovato a dover affrontare una situazione completamente nuova nella Regione. Erano stati ripetutamente avvertiti di ciò che sarebbe accaduto se non avessero trovato una soluzione all’immensa sofferenza che stavano infliggendo al popolo palestinese, eppure avevano deciso di emarginare la questione dal dibattito pubblico e persino di accelerare i loro piani per la conquista di tutta la Palestina Occupata.
Prima dell’Operazione Diluvio di Al-Aqsa, i palestinesi e la loro Resistenza erano visti più come un fastidio che come una minaccia esistenziale al Progetto Sionista.
Credendo così fermamente nella loro visione del mondo basata sulla Supremazia ebraica, la sconfitta inflitta al Comando Meridionale di Israele ha gettato la dirigenza e l’opinione pubblica israeliana in una frenesia assoluta. La soluzione non è stata analizzare le ragioni di tale smacco e agire razionalmente in base alle circostanze; è stata quella di lasciarsi trasportare da una rabbia cieca.
L’obiettivo era distruggere Gaza e uccidere quanti più abitanti possibile per costringerli ad attraversare il confine egiziano, senza possibilità di ritorno. La pulizia etnica era lo scopo; il genocidio era il mezzo per raggiungerlo. Non si trattava di una guerra mirata contro gruppi armati palestinesi; al contrario, la guerra fu portata contro di loro quando invasero Gaza.
Nel frattempo, Hezbollah colpiva quotidianamente obiettivi israeliani dall’8 ottobre 2023, in quella che il suo ex Segretario Generale, Seyyed Hassan Nasrallah, definì una strategia di “accumulo di punti”. Parallelamente a questa azione dal Libano, le forze armate yemenite imposero un blocco nel Mar Rosso che mandò in bancarotta il porto israeliano di Eilat, e la resistenza islamica in Iraq lanciò attacchi contro le posizioni militari israeliane.
Tel Aviv veniva smascherata sulla scena internazionale per la sua barbarie senza precedenti, unita alla spavalderia che la accompagnava da ogni livello della sua società: dai soldati agli opinionisti dei media, fino ai più alti funzionari militari e politici.
L’obiettivo di Israele era quello di ripristinare la sua “capacità di deterrenza”, perduta da tempo, e di incutere timore nei cuori del mondo arabo e delle nazioni musulmane. Cercava di espandere il proprio controllo territoriale e di sterminare chiunque si frapponesse sul suo cammino, attribuendo la responsabilità delle azioni delle Resistenza che gli si opponevano a tutte le popolazioni circostanti.
Tuttavia, non riusciva a convincere la Regione della propria supremazia; al contrario, dimostrava la sua totale depravazione commettendo una delle peggiori atrocità della storia umana.
Militarmente, non aveva sconfitto nessuno dei suoi avversari, nonostante avesse assassinato alti funzionari. Sebbene la stessa popolazione israeliana appoggiasse le guerre, riteneva anche che la vittoria non fosse stata conseguita su nessun fronte, e chiedeva alla dirigenza di spingersi ben oltre.
Questo fino agli attacchi terroristici con i cerca-persone del 17 settembre 2024. Il colpo inferto a Hezbollah, una fazione della Resistenza ben più potente di Hamas, fu seguito dall’assassinio dei vertici politici e militari del partito libanese. Si trattò di innegabili vittorie tattiche per gli israeliani.
Hezbollah combatté contro Israele da una posizione di debolezza in una guerra che si concluse con un cessate il fuoco sfavorevole il 27 novembre dello stesso anno. In seguito, venne un altro duro colpo per la resistenza regionale contro Israele: il cambio di regime nella vicina Siria e l’occupazione da parte di Israele di una porzione di territorio siriano meridionale più estesa dell’intera Striscia di Gaza.
La Siria rappresentava il ponte terrestre da cui Hezbollah e la Resistenza palestinese in Libano ricevevano rifornimenti; era anche una roccaforte importante per la Jihad Islamica palestinese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, e, in misura minore, per Hamas.
Quando la nuova dirigenza siriana, sostenuta dagli Stati Uniti, prese il controllo di Damasco, le fazioni della resistenza palestinese furono espulse o costrette a nascondersi, mentre gli israeliani venivano accolti apertamente per visitare le basi militari nella capitale siriana.
Benjamin Netanyahu si attribuì la responsabilità del cambio di regime in Siria, vantandosi della più grande campagna aerea israeliana della storia, che distrusse le armi strategiche, le difese aeree, l’aviazione e la marina del Paese, lasciandolo incapace di difendersi. Il conflitto siriano riaprì inoltre dibattiti settari che contribuirono a dividere il mondo arabo.
Tutto ciò portò a una situazione in cui gli israeliani avevano preso l’iniziativa e iniziarono a diffondere l’immagine della vittoria. Ai loro occhi, avevano sconfitto Hezbollah, sconfitto la Siria ed erano prossimi a completare la pulizia etnica di Gaza, con l’Iran nel mirino.
Ma l’illusione della vittoria iniziò ad accecarli, impedendo loro di vedere la realtà in cui vivevano. Nel 2025 convinsero Trump a lanciare un attacco aereo su larga scala contro lo Yemen, nel tentativo di sconfiggere il governo guidato da Ansarallah a Sana’a, ma non riuscirono a ottenere alcuna vittoria militare. Passando poi all’Iran, a giugno lanciarono una guerra di aggressione di 12 giorni contro la Repubblica Islamica.
Sebbene l’attacco all’Iran abbia provocato assassinii di alto livello e danni a siti nucleari, non riuscirono a ottenere un cambio di regime e non vi furono prove a sostegno dell’ipotesi che gli impianti nucleari e le scorte di uranio arricchito fossero stati distrutti.
L’8 ottobre, dopo aver lanciato le operazioni “Carri di Gedeone” 1 e 2, entrambe fallimentari, concordarono un cosiddetto “cessate il fuoco” a Gaza. Questo permise loro di recuperare i prigionieri in uno scambio, ma non esisteva un piano in grado di garantire il loro obiettivo di pulizia etnica, quindi decisero di fare sul fronte di Gaza esattamente quello che avevano fatto sul fronte libanese per 15 mesi durante il “cessate il fuoco” concordato lì.
Il 28 febbraio 2026, dopo aver tentato di scatenare una “rivoluzione colorata” in Iran, repressa rapidamente in 48 ore dalle forze di sicurezza della Repubblica Islamica, riuscirono finalmente a convincere gli Stati Uniti a unirsi a loro nella guerra che Tel Aviv perseguiva da almeno trent’anni.
Tuttavia, la guerra si è rivelata un clamoroso fallimento. L’Iran non è crollato; ha reagito in un modo che ha sbalordito persino gli analisti più fiduciosi nelle capacità della Repubblica Islamica. Improvvisamente, l’opinione pubblica israeliana si è resa conto che Hezbollah non era stato completamente impossibilitato a riarmarsi attraverso la Siria, che non avevano sconfitto il gruppo e che si trovavano ancora di fronte a una “grave minaccia”.
A quasi tre anni dal 7 ottobre 2023, gli israeliani non sono riusciti a sconfiggere Hamas, Hezbollah, la resistenza islamica in Iraq, Yemen e Iran. Hanno inferto dei colpi, ma la maggior parte della devastazione si è abbattuta sulla popolazione civile.
Le vittorie tattiche di Israele sono state il risultato di assassinii e operazioni di spionaggio segrete, non di guerre dirette contro eserciti nemici.
A Gaza, non hanno ancora trovato una soluzione. Se decidessero di riprendere l’offensiva su vasta scala, l’opinione pubblica israeliana si renderebbe conto molto presto che le fazioni della Resistenza palestinese possiedono ancora razzi in grado di colpire Tel Aviv; possono ancora tendere imboscate ai soldati, distruggere carri armati e non hanno intenzione di andarsene.
In Libano, non hanno ancora affrontato la piena potenza di Hezbollah; rimangono confinati nel Sud del Libano senza una strategia di uscita.
Con l’Iran, potrebbero trascinare gli Stati Uniti in un altro scontro, ma non esiste una chiara via per la vittoria. Il che li lascia con un comodo capro espiatorio: la Siria.
La dirigenza siriana è nelle mani di Washington; Tel Aviv sa che non rappresenta una minaccia e quindi può colpire chiunque senza incontrare una vera opposizione. Finché gli israeliani non invieranno forze di terra troppo in profondità nel territorio siriano, dove si troverebbero ad affrontare i vari gruppi armati che agiscono al di fuori del controllo del governo, possono fare ciò che vogliono.
Probabilmente è per questo che i media israeliani incitano costantemente all’odio contro la dirigenza siriana, sostenendo che Ahmed al-Shara’a rappresenti una minaccia, intento a ricostituire le sue forze armate per attaccare il Paese. Nel frattempo, i funzionari siriani si incontrano frequentemente con le loro controparti israeliane e, su richiesta di Tel Aviv, conducono persino campagne di arresti.
Per loro è un gioco: possono pavoneggiarsi in Turchia e poi spacciare i bombardamenti per un successo, sapendo di non correre alcun pericolo reale. Non appena emergerà una minaccia concreta dal territorio siriano, si ritireranno immediatamente.
All’inizio di quest’anno, la dirigenza israeliana credeva di essere sulla buona strada per la creazione di una “Grande Israele”, ora si trova in una situazione di stallo e non ha soluzioni per il caos che ha creato.
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13/09/2026
Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti
Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] nella campagna elettorale del 2020.
Nessuno dei due è ciò di cui furono accusati, sebbene entrambi siano pedine di un’altra potenza straniera il cui nome non è consentito pronunciare nella politica USA, se non in adorazione.
“Tel Aviv Donald” e “Israeli Joe” sarebbero stati soprannomi perfetti, ma ovviamente nessun media mainstream negli Stati Uniti avrebbe mai riconosciuto una verità così lampante.
In Cina, gli utenti dei social media sarcasticamente chiamano Donald Trump “川建国” (ovvero “Trump il costruttore della nazione”), in quanto le sue politiche sembrano effettivamente promuovere lo sviluppo della Cina.
La sua guerra commerciale ha costretto la Cina a diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo.
La sua guerra tecnologica ha spinto la Cina a investire nei punti deboli della sua catena di approvvigionamento tecnologica.
La sua guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione.
Pertanto, quando Trump ha attaccato l’Iran all’inizio di quest’anno, noi in Cina ci aspettavamo naturalmente un ulteriore sostegno da parte del “costruttore della nazione”.
Non siamo rimasti delusi.
Il commercio cinese ha avuto un boom come conseguenza diretta della guerra
Nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri della Cina ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari, registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%.
Per contestualizzare la cifra, il volume degli scambi commerciali è superiore al PIL del Giappone per l’intero anno 2025.
Oltre alla rapida crescita, l’espansione commerciale della Cina ha visto un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud Globale.
Gli scambi commerciali della Cina con l’ASEAN sono cresciuti del 35%. Anche i suoi scambi commerciali con Russia, Africa e America Latina sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti.
Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti rappresentano solo l’8,8% del commercio estero totale della Cina, in calo rispetto al quasi 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016.
La crescita degli scambi commerciali nel 2026 è trainata dall’esplosione della domanda globale di energia verde e tecnologie avanzate cinesi.
L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti di energia verde cinese, dai veicoli elettrici ai pannelli solari.
Le esportazioni di veicoli elettrici hanno registrato un aumento del 71,2% su base annua in termini di valore, trainato dalla domanda di veicoli a basso consumo energetico a seguito dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla chiusura di Hormuz.
Analogamente, le esportazioni cinesi di batterie al litio sono aumentate del 36%, poiché l’accumulo di energia è diventato fondamentale durante la crisi.
Le esportazioni di turbine eoliche sono cresciute del 35% su base annua. Le spedizioni di impianti solari sono aumentate del 24%.
La necessità di elettrificare l’economia globale, dovuta sia alla crisi energetica derivante dalla guerra sia all’enorme domanda proveniente dai centri dati dell’IA, ha determinato una crescita del 32% delle esportazioni cinesi di apparecchiature elettriche, come i trasformatori.
Lo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale a livello globale ha innescato un’impennata senza precedenti delle esportazioni di prodotti elettronici.
Il valore totale delle esportazioni cinesi di semiconduttori è quasi raddoppiato.
Inoltre, la guerra ha anche reindirizzato la domanda globale verso i fornitori cinesi per materiali di base come alluminio e urea, poiché i tradizionali fornitori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, sono stati tagliati fuori dalla catena di approvvigionamento globale.
Conseguenze indesiderate della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran
Lo scoppio della guerra ha rappresentato un enorme impulso economico per le esportazioni industriali cinesi.
Mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli USA, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali.
1. Accelerazione della transizione globale verso l’energia verde
La chiusura dello Stretto di Hormuz tramite blocchi militari ha innescato un enorme shock energetico globale legato agli idrocarburi e ai combustibili fossili.
Con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il collasso della sicurezza energetica tradizionale, i mercati internazionali hanno accelerato drasticamente i tempi di transizione verso le rinnovabili.
Poiché la Cina possiede la capacità produttiva più ampia e dominante al mondo nel settore delle tecnologie verdi, è diventata il beneficiario globale per eccellenza.
2. Collo di bottiglia della rete dell’IA e sostituzione del materiale di base
La guerra ha gravemente compromesso le catene di approvvigionamento industriali specializzate a valle nel Golfo Persico, danneggiando in particolare importanti impianti di trasformazione regionali come l’Emirates Global Aluminum.
Poiché la regione del Golfo forniva in precedenza circa il 21% dell’alluminio primario degli USA e il 19% di quello dell’UE, i produttori occidentali del settore aerospaziale, automobilistico ed elettronico si sono trovati ad affrontare immediate carenze strutturali.
La Cina ha occupato questo vuoto, diventando il principale esportatore di materiali di riempimento per metalli lavorati e materiali industriali.
Contemporaneamente, l’intensa espansione globale delle infrastrutture dell’IA si è scontrata con enormi limitazioni della rete elettrica a causa degli elevati costi energetici.
La Cina ha sfruttato questa situazione fornendo infrastrutture elettriche cruciali a supporto delle reti elettriche internazionali sovraccariche.
3. Buffer energetici a forte sconto e de-dollarizzazione
Mentre le nazioni occidentali soffrivano una grave inflazione causata dalla guerra e per l’aumento dei prezzi al dettaglio dei carburanti, la Cina ha protetto la propria base industriale mediante una rigorosa pianificazione strategica.
Prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.
Questa enorme ed economica riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili.
Inoltre, per aggirare i sempre più stringenti blocchi marittimi e le sanzioni bancarie USA, l’Iran ha iniziato a consentire il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che le transazioni fossero regolate direttamente in RMB [ndt: renminbi] cinese.
La guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro USA nel commercio globale delle materie prime.
La Cina sarà la maggiore vincitrice della ricostruzione postbellica in Iran
Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico. Ma è quasi certo che ci sarà un’enorme espansione degli scambi commerciali tra Cina e Iran nel dopoguerra.
Una soluzione formale al conflitto sbloccherebbe immediatamente una sinergia commerciale senza precedenti tra Pechino e Teheran.
La ricostruzione postbellica
L’Iran del dopoguerra avrà bisogno di miliardi di dollari in rapide iniezioni di capitale per ricostruire le sue infrastrutture energetiche, marittime, logistiche e civili devastate.
Le aziende occidentali continueranno a essere soggette a restrizioni legali o a esitazioni strutturali nell’entrare nel mercato iraniano; le imprese cinesi sono quindi pronte ad agire come appaltatori principali e di default.
Questo incremento verrà assorbito senza problemi dal programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran preesistente, firmato nel marzo 2021.
Nell’ambito di questo piano da 400 miliardi di dollari, la Cina ha già pianificato ingenti investimenti postbellici per modernizzare le reti di trasporto, gli impianti petroliferi, i porti, i centri manifatturieri e le telecomunicazioni 5G dell’Iran.
Normalizzazione del condotto energetico
Sebbene l’attuale blocco navale statunitense abbia temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio via mare, la Cina rimane la principale fonte di sostentamento economico per l’Iran.
Un accordo di pace permanente eliminerà le minacce marittime nello Stretto di Hormuz, consentendo al petrolio greggio iraniano di tornare a fluire a pieno regime verso la base industriale cinese.
I giganti energetici statali cinesi avranno accesso prioritario allo sviluppo del vasto giacimento di gas di South Pars, ancora poco sfruttato, e dei principali blocchi petroliferi iraniani, assicurandosi contratti energetici a lungo termine a tariffe estremamente favorevoli, tipiche del dopoguerra.
Istituzionalizzazione del renminbi e de-dollarizzazione
La guerra in corso ha costretto l’Iran a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale.
Durante il conflitto, Teheran ha iniziato a canalizzare i suoi scambi commerciali di materie prime esclusivamente attraverso il renminbi cinese (RMB) per aggirare le sanzioni bancarie USA.
Una volta terminata la guerra, questo sistema non tornerà al dollaro statunitense.
Il boom commerciale del dopoguerra sarà regolato tramite il Sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinesi (CIPS), vincolando l’Iran all’orbita economica globale di Pechino.
Sblocco degli assets congelati per soddisfare la domanda immediata dei consumatori
Durante tutto il conflitto, una parte significativa delle entrate petrolifere dell’Iran si è accumulata in conti esteri.
Quando la guerra finirà, questi miliardi saranno sbloccati.
È altamente probabile che l’Iran converta direttamente queste riserve in linee di credito immediate per acquistare macchinari, elettronica di consumo, attrezzature per la produzione industriale e tecnologie mediche di produzione cinese.
In sintesi, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra criminale contro l’Iran e sono stati sonoramente sconfitti.
Hanno esaurito il loro arsenale di armi e la poca credibilità che l’esercito USA aveva conservato dal passato. E questo ha contribuito ad accelerare gli obiettivi economici della Cina.
Si è rivelato, come direbbe Trump, “un ottimo affare”. Il “maestro” dell'“arte della negoziazione” si merita appieno il suo soprannome cinese “川建国”.
Sarebbe ingiusto accusare Trump di essere il solo ad aver aiutato la Cina con la sua belligeranza e stupidità.
Prima di lui, le provocazioni di Biden nei confronti della Russia con la guerra per procura in Ucraina avevano consolidato la partnership energetica tra Cina e Russia.
Oggi la Russia esporta la maggior parte del suo petrolio e del suo gas in Cina, anziché nell’Europa occidentale.
Analogamente, le guerre interminabili di George W. Bush e Obama in Medio Oriente hanno visto la Cina emergere come principale beneficiaria della ricostruzione irachena.
Il precedente iracheno della vittoria della Cina nelle guerre di aggressione USA
Sebbene l’invasione statunitense del 2003 abbia rovesciato Saddam Hussein, le principali compagnie petrolifere americane si sono in gran parte ritirate dall’Iraq negli ultimi due decenni.
In loro assenza, Pechino è intervenuta in modo aggressivo, trasformando di fatto l’Iraq in un pilastro della propria sicurezza energetica.
Gli analisti stimano che tra il 50% e il 65% dell’intera produzione petrolifera irachena provenga attualmente da giacimenti in cui operano, investono o forniscono servizi di ingegneria aziende cinesi.
L’uscita degli USA e l’entrata della Cina
Dopo la guerra, corporations americane come ExxonMobil si aggiudicarono inizialmente lucrosi diritti per lo sviluppo dei mega-giacimenti iracheni.
Tuttavia, a causa dei bassi margini di profitto imposti dal governo iracheno, delle complesse realtà in materia di sicurezza e del cambiamento delle priorità aziendali verso lo shale oil [ndt: gas di scisto] nazionale, le società USA si sono ritirate.
ExxonMobil si è ritirata completamente dall’Iraq, cedendo le operazioni del vasto giacimento di West Qurna 1.
Al di fuori della regione autonoma del Kurdistan iracheno, le compagnie statunitensi detengono una quota inferiore al 2% nei progetti petroliferi e del gas in Iraq.
Al contrario, le aziende cinesi hanno acquisito la quota maggiore di licenze straniere per l’estrazione di petrolio e gas in Iraq (7,27%), seconde solo allo Stato iracheno stesso.
Dominio a monte e gare d’appalto 2024-2026
La presenza cinese spazia da colossi statali come PetroChina e CNOOC, a imprese private indipendenti, altamente aggressive e agili.
Durante le principali tornate di licenze irachene, la “Quinta+” e la “Sesta”, le aziende cinesi si sono aggiudicate quasi tutti i contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento di oltre 10 nuovi giacimenti di petrolio e gas, mentre l’interesse degli Stati Uniti è stato praticamente inesistente.
Società private cinesi come Geo-Jade Petroleum, United Energy Group e ZPEC stanno investendo miliardi in Iraq. Attualmente, sono sulla buona strada per raddoppiare la loro produzione indipendente di petrolio iracheno, portandola a 500.000 barili al giorno (bpd) entro il 2030.
A metà del 2025, l’Iraq ha firmato un accordo integrato da 848 milioni di dollari con Geo-Jade per espandere il giacimento petrolifero di Tuba da 20.000 a 100.000 barili al giorno, parallelamente alla costruzione di imponenti raffinerie a valle.
Il mega-accordo “Petrolio in cambio di costruzioni”
Il predominio della Cina va ben oltre le semplici trivellazioni. È intrinseco alla ricostruzione nazionale dell’Iraq attraverso un accordo quadro formale ventennale “Petrolio in cambio di costruzione”.
In base a questo meccanismo, l’Iraq invia obbligatoriamente 100.000 barili di petrolio greggio al giorno direttamente in Cina.
In cambio, Pechino finanzia e realizza imponenti progetti infrastrutturali nazionali.
Grazie a questo accordo, le aziende cinesi hanno costruito oltre 1.000 scuole e ospedali in tutto l’Iraq, edificato un importante aeroporto civile a Dhi Qar e sviluppato enormi città residenziali.
Nell’aprile del 2026, il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani ha approvato uno stanziamento di 1,5 miliardi di dollari nell’ambito di questo accordo per finanziare l’attesissimo oleodotto Bassora-Haditha, del valore di 5 miliardi di dollari.
Inoltre, la China Petroleum Pipeline Engineering Co. si è aggiudicata un contratto da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione del gigantesco progetto iracheno di approvvigionamento idrico marino comune, necessario per far fronte alla pressione esercitata dai giacimenti petroliferi.
Cliente principale nel settore energetico e influenza geopolitica
La Cina importa quotidianamente circa 1,2-1,4 milioni di barili di petrolio iracheno, assorbendo costantemente circa il 35% dell’intera produzione nazionale irachena e affermandosi come il suo principale cliente mondiale.
A differenza di Washington, Pechino adotta una rigida politica di “non interferenza” per quanto riguarda la politica locale e la governance interna irachena.
Questo approccio conferisce alle aziende energetiche cinesi un vantaggio costante rispetto alle controparti occidentali nelle gare d’appalto per contratti statali a lungo termine.
Lo schema è lo stesso in Afghanistan: ovunque gli USA intraprendano guerre, la Cina acquisisce influenza
In Afghanistan sta accadendo la stessa cosa.
Nonostante i persistenti rischi per la sicurezza nel paese, la Cina ha già tratto vantaggio dalla ricostruzione postbellica grazie all’accesso economico strategico.
Estrazione di minerali critici ed energia
Il principale vantaggio economico consiste nell’ottenere un accesso preferenziale alle vaste e incontaminate risorse naturali dell’Afghanistan, il cui valore è stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari.
Le società minerarie cinesi hanno cercato con aggressività di ottenere l’accesso agli enormi giacimenti di litio e terre rare dell’Afghanistan.
La Cina detiene inoltre un accordo di estrazione a lungo termine per il giacimento di rame di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo.
Nel bacino dell’Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan, la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC) si è aggiudicata un accordo di estrazione petrolifera da 540 milioni di dollari, che consentirà alla Cina di pompare petrolio direttamente dal territorio afghano.
Espansione geopolitica e infrastrutturale (CPEC 2.0)
Il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO ha permesso alla Cina di integrare l’Afghanistan nella sua iniziativa “Belt and Road” (BRI) senza un coinvolgimento militare.
La Cina ha esteso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) direttamente in territorio afghano.
La Cina ha concesso all’Afghanistan un trattamento tariffario a zero sul 100% delle sue linee tariffarie. Questa eliminazione dei dazi doganali stimola significativamente gli scambi bilaterali, consentendo l’afflusso di macchinari manifatturieri cinesi a Kabul in cambio di materie prime afghane.
Influenza diplomatica
Mentre le nazioni occidentali hanno congelato gli attivi afghani e chiuso le proprie ambasciate in seguito alla riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, la Cina ha mantenuto aperta la propria ambasciata.
Posizionandosi come uno dei principali contributori alla ricostruzione pacifica attraverso contratti nelle infrastrutture (come la costruzione di ospedali e complessi residenziali), Pechino si è assicurata il monopolio dell’influenza diplomatica sulla leadership talebana.
La formula cinese per vincere le guerre degli Stati Uniti
I costanti vantaggi economici e geopolitici che Pechino ottiene dagli interventi militari guidati dagli Stati Uniti sono il risultato di una strategia di ampio respiro, deliberata e strutturata.
Mentre gli Stati Uniti affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, la Cina opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica.
Posizionandosi come “costruttore di ultima istanza”, Pechino eredita naturalmente il panorama economico una volta che la situazione si è stabilizzata in seguito a un conflitto.
Questo beneficio sistematico è determinato da diverse dinamiche strutturali.
1. Il vantaggio della “non interferenza”
Il principio cardine della politica estera cinese è l’assoluta non interferenza negli affari interni di altre nazioni.
Quando gli Stati Uniti scatenano una guerra o spingono per un cambio di regime, spesso subordinano gli aiuti, gli scambi commerciali e il riconoscimento diplomatico a successive rigide condizioni politiche, minando di solito direttamente la sovranità dello stato bersaglio.
Al contrario, Pechino non impone alcuna condizione politica o ideologica ai suoi partner.
Per le nazioni devastate dalla guerra e desiderose di ricostruirsi, le imprese cinesi rappresentano un’alternativa estremamente attraente.
Offrono uno sviluppo infrastrutturale immediato – strade, ponti, aeroporti e scuole – senza richiedere un allineamento politico, consentendo alle élite locali di mantenere il potere mentre stabilizzano rapidamente le proprie economie.
2. Asimmetria del rischio: sangue contro capitale
Quando inizia una guerra, Washington si fa carico degli immensi e gravosi costi finanziari e umani del conflitto: migliaia di miliardi di dollari in spese militari, logistica, intelligence e operazioni di combattimento attive.
La Cina evita completamente il campo di battaglia. Aspetta invece che il conflitto si concluda o si stabilizzi, per poi impiegare capitali statali per acquisire asset a prezzi fortemente scontati.
In Iraq, mentre gli Stati Uniti spendevano oltre 2 trilioni di dollari per lo sforzo bellico, le aziende cinesi hanno riempito il vuoto lasciato dalle principali compagnie petrolifere americane che si ritiravano dal paese.
Pechino si è assicurata contratti petroliferi dominanti a monte della filiera senza perdere un solo soldato né sparare un colpo, trasformando di fatto una campagna militare statunitense in una fonte sicura di energia per la Cina.
3. Capitalizzare le sanzioni occidentali e de-dollarizzare
Quando gli Stati Uniti intraprendono una guerra economica o militare contro un Paese, la loro arma principale consiste nell’isolare quella nazione dal sistema finanziario occidentale attraverso il blocco dei conti bancari SWIFT e le sanzioni commerciali.
Costringendo le aziende occidentali ad abbandonare un Paese bersaglio (come l’Iran o la Russia), gli Stati Uniti eliminano involontariamente ogni concorrenza di mercato per la Cina.
La Cina diventa l’unica grande economia globale disposta e in grado di acquistare le materie prime di quel paese isolato.
Ciò conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale per acquistare risorse vitali, come il petrolio greggio iraniano e russo, a prezzi estremamente inferiori a quelli di mercato, riducendo drasticamente i costi operativi della base manifatturiera nazionale cinese.
Inoltre, poiché queste nazioni sanzionate non possono più commerciare in dollari USA, sono costrette a regolare le transazioni in RMB cinesi, accelerando rapidamente l’obiettivo strategico a lungo termine della Cina di de-dollarizzare il commercio globale delle materie prime.
4. Distrazione geopolitica
Ogni importante intervento militare USA agisce come un enorme diversivo strategico, distogliendo l’attenzione, le risorse e il capitale politico di Washington dalla competizione diretta con la Cina nella regione dell’Asia-Pacifico.
L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 hanno di fatto garantito alla Cina “due decenni d’oro” di incontrastata crescita economica.
Mentre gli USA erano impantanati nella guerra di controinsurrezione in Medio Oriente, la Cina ha silenziosamente sviluppato i suoi settori tecnologici interni, si è assicurata il monopolio della catena di approvvigionamento globale di energia verde e ha portato avanti la sua imponente iniziativa “Belt and Road”.
I conflitti e le guerre per procura guidati dagli Stati Uniti a metà degli anni 2020 continuano questa tendenza.
Mentre Washington esaurisce le sue scorte di munizioni, mette a dura prova il suo bilancio e distoglie l’attenzione dalla politica interna per gestire le guerre all’estero, la Cina rimane libera di espandere sistematicamente le sue reti commerciali in tutta l’ASEAN, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa.
Conclusione
In un linguaggio che i capitalisti possono comprendere: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo sugli investimenti nel mondo moderno.
La divergenza strutturale tra Stati Uniti e Cina negli ultimi decenni rappresenta un chiaro caso di studio concreto che dimostra perché la diplomazia commerciale e pacifica sia di gran lunga più redditizia e sostenibile dell’imperialismo militarista.
L’imperialismo militarista statunitense si basa su sanzioni, blocchi e distruzione fisica, tutti elementi che riducono la torta economica globale.
Viceversa, la diplomazia pacifica e il commercio cinesi creano mercati.
L’iniziativa cinese “Belt and Road” si basa sul presupposto che un Paese dotato di una nuova ferrovia, un porto o una rete 5G costruiti dalla Cina diventi un consumatore a lungo termine di beni cinesi.
Non si possono vendere veicoli elettrici ad alta tecnologia, hardware per l’intelligenza artificiale o beni di consumo a un paese che è stato bombardato fino al collasso economico.
Grazie alla diplomazia, che mantiene aperte e stabili le rotte commerciali, la Cina garantisce la crescita dei mercati globali, alimentando così la propria economia trainata dalle esportazioni.
Infine, nelle relazioni internazionali, la buona volontà e la prevedibilità sono risorse economiche di grande valore.
La posizione diplomatica della Cina, rigorosamente orientata al business e priva di pregiudizi, la rende un partner sicuro e senza attriti per i paesi del Sud del Mondo.
Questa reputazione apre le porte a lucrosi appalti infrastrutturali e ad accordi commerciali a lungo termine, che sono preclusi alle nazioni occidentali.
In definitiva, l’ultimo quarto di secolo ha dimostrato una lezione inequivocabile di grande strategia: la ricchezza si genera costruendo fabbriche, integrando le catene di approvvigionamento e dominando le rotte commerciali, non conducendo guerre o cambiando regimi con la forza.
Scegliendo la via della diplomazia commerciale anziché quella dell’espansione militare, la Cina ha di fatto ottenuto i vantaggi economici del XXI secolo senza pagare il prezzo devastante della guerra.
In definitiva, l’atteggiamento bellicoso degli Stati Uniti ha direttamente favorito l’espansione commerciale della Cina in tutto il mondo.
In una giravolta ironica del destino, gli sforzi del regime statunitense per sottomettere altri paesi e contenere la Cina gli si sono completamente ritorti contro: gli Stati Uniti sopportano i costi delle loro guerre e Pechino ne raccoglie i frutti.
È uno scherzo solo a metà il fatto che i cinesi chiamano Trump “川建国”.
Pechino è diventata la più grande vincitrice delle guerre dell’America.
Fonte
06/09/2026
Iraq, acque agitate in vista del disarmo delle milizie e il ritiro USA
Ovviamente, l’amministrazione statunitense ha affermato di legare il proprio ritiro al disarmo delle milizie, essendo queste ultime per la grande maggioranza appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), filoiraniane.
Le PMF hanno già una copertura legale che le include formalmente sotto il Ministero della Difesa Iracheno, sin da quando, grazie alla loro azione, impedirono all’Isis di arrivare a Baghdad. Tuttavia, posseggono arsenali propri non censiti e, soprattutto, il controllo diretto di punti strategici del paese, quali alcuni quartieri della cintura di Baghad e alcuni punti di confine con la Siria, a diretto contatto con i nemici qaedisti sotto il comando di Al-Jolani.
Anche le YBS, ala yazida del PKK – la cui amministrazione autonoma del Sinjar non è mai stata riconosciuta da Baghdad – sono parte delle PMF; nel loro caso, anche la Turchia spinge per la dissoluzione, seguendo l’esempio delle Ypg.
Dal punto di vista pratico, il compito che si è proposto il governo centrale è quello di smantellare le aree di “amministrazione autonoma” e i checkpoint in possesso di queste milizie e di subordinarne i membri all’esercito centrale, pensionando o destinando ad altre attività i capi.
Il Primo Ministro Zaidi motiva la richiesta di smantellamento delle PMF con il fatto che esse, effettuando attacchi contro assets statunitensi e partecipando alle risposte iraniane contro l’aggressione, coinvolgono il paese in guerre da cui dovrebbe stare fuori e minaccia di colpire con le leggi antiterrorismo coloro i quali non rispetteranno la deadline di fine settembre. In cambio, più o meno sottobanco offre posti di sottogoverno o asset economici ai capi.
Gli USA, come detto, minacciano di non completare il ritiro e di sanzionare anche il governo centrale, se quest’ultimo non riuscirà a mettere sotto controllo le milizie; si ricorda che i proventi del petrolio iracheno sono tutt’ora a disposizione di un fondo controllato dal Pentagono. Per forzare la mano, assieme all’Arabia Saudita, a fine luglio il Centcom ha effettuato un attacco aereo contro le PMF, provocando una ventina di morti.
All’interno delle PMF, il panorama è frastagliato.
Le Brigate della Pace, legate a Moqtada al Sadr, già in giugno hanno annunciato il proprio smantellamento, la consegna delle armi all’esercito ed il passaggio a movimento meramente politico/parlamentare. Così hanno fatto anche una serie di milizie minori, createsi appositamente nel 2014 in risposta a una fatwa del Grande Ayatollah Al-Sistani per difendere i luoghi sacri dell’Islam sciita dall’Isis.
Non vogliono, invece, saperne una serie di milizie più numerose e meglio armate, legate più strettamente all’Iran e preesistenti alla lotta all’Isis, che combattono da sempre l’occupazione statunitense. Parliamo, ad esempio, di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.
Queste ultime, per il loro scioglimento pongono condizioni impossibili da soddisfare per il Premier Zaidi: oltre al ritiro completo di tutte le truppe straniere, la fine del saccheggio delle risorse irachene da parte degli USA, l’estensione del provvedimento di disarmo ai peshmerga curdi e lo smantellamento della Regione Autonoma Curda, vista come un asset degli occupanti.
Man mano che la deadline si avvicina, la situazione si fa sempre più tesa. Per inviare un segnale, il governo centrale ha effettuato un’operazione di polizia in cui sono stati arrestati dei dirigenti di Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kata’ib Hezbollah.
Da parte sua l’Iran cerca di gettare acqua sul fuoco, spingendo le milizie sue alleate ad evitare atteggiamenti estremisti. Recentemente si sono recati a Baghdad il capo delle milizie Quds Qaani ed il Presidente del Parlamento Ghalibaf, per effettuare colloqui riservati sia con i capi delle PMF, sia con i vertici del governo centrale.
In particolare, i due avrebbero chiesto alle milizie di smantellare alcuni checkpoint molto visibili e di portare allo scoperto, sotto controllo formale delle strutture delle PMF, anche la parte dei propri arsenali non censita. Ovviamente, di consegna delle armi non se ne parla, ma c’è anche l’ordine di evitare scontri fisici.
Inoltre, Teheran ha smesso di coinvolgere le milizie più esposte nei propri incessanti attacchi contro i gruppi curdo-iraniani di opposizione e le basi statunitensi presenti nella Regione Autonoma Curda.
Su tutte queste vicende vige un interrogativo di fondo: gli USA e le truppe occidentali si ritireranno davvero il 30 settembre? Difficile pensarlo, dopo anni e anni di scadenze non rispettate e vista l’inaffidabilità ripetutamente dimostrata dagli USA.
L’esisto di questo processo è molto importante, perché rischia di influenzare analoghi tentativi di disarmo in corso contro Hezbollah e la Resistenza Palestinese.
La legittima aspirazione di creare istituzioni centrali forti, insomma, sta diventando un pretesto per smantellare la Resistenza contro le guerre imperialiste e sioniste.
Fonte
21/08/2026
I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale
La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento e cavi di comunicazione.
Il controllo delle infrastrutture transfrontaliere è diventato centrale nella lotta per l’influenza quanto gli accordi militari e politici.
Al centro di questo cambiamento c’è una rete di collaborazione che collega Israele, India ed Emirati Arabi Uniti, supportata dal coinvolgimento diretto degli Stati Uniti attraverso il quadro I2U2.
Accanto a questa rete si trovano altre rotte in cui convergono gli interessi di Turchia, Pakistan, Qatar e Stati del Golfo Persico, estendendosi a progetti come il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Strada di Sviluppo” dell’Iraq.
La Regione non si è divisa in due blocchi coerenti, né gli Stati coinvolti condividono una posizione su ogni questione. Lo sviluppo più importante è il passaggio dalle alleanze militari convenzionali a reti di influenza economica, tecnologica e di sicurezza costruite attorno a porti, ferrovie, energia e dati.
Il quadro I2U2
Il quadro I2U2 è una delle espressioni più chiare di questo cambiamento. Riunendo India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è nato come strumento di cooperazione in materia di sicurezza alimentare, energia pulita, tecnologia, commercio e investimenti. Al primo vertice dei leader dei quattro Paesi nel 2022, è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e delle iniziative congiunte nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dello spazio, della sanità e della sicurezza alimentare.
L’importanza di I2U2, tuttavia, va oltre i progetti annunciati. Esso unisce la tecnologia israeliana, la capacità industriale e i mercati indiani, i capitali e la logistica degli Emirati e il potere politico e strategico degli Stati Uniti.
Il quadro di riferimento collega l’Asia occidentale agli oceani Indiano e Pacifico e consente a Israele, India ed Emirati Arabi Uniti di costruire partenariati che vanno oltre i tradizionali legami bilaterali.
Il raggruppamento è nato anche dall’apertura politica creata dagli Accordi di Abramo. La normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele ha fornito a Washington una piattaforma attraverso la quale capitali, manodopera e capacità industriali indiane potevano essere più strettamente collegati al settore tecnologico israeliano e ai centri logistici del Golfo.
Tuttavia, il suo linguaggio economico non cancella lo scopo strategico che lo sottende, con la difesa che non è più limitata ai confini e agli eserciti convenzionali. Include sempre più la resilienza delle catene di approvvigionamento, i porti, le infrastrutture digitali, la sicurezza informatica e la protezione dei flussi energetici e commerciali.
L’ideologia lubrifica gli ingranaggi
Gli interessi economici e di sicurezza sono accompagnati da una certa sovrapposizione di prospettive politiche, in particolare nei confronti dell'“islam politico” e dei gruppi armati transnazionali, sebbene le motivazioni di ciascuno Stato differiscano considerevolmente.
Nel caso degli Emirati, il contrasto all'“islam politico” è diventato un elemento centrale della visione di Abu Dhabi in materia di sicurezza nazionale e regionale. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale israeliano ha descritto una dottrina politico-religiosa degli Emirati Arabi Uniti che presenta la pace come un valore islamico e una componente dell’identità nazionale.
Abu Dhabi promuove questa dottrina, diretta dallo Stato, contro i Fratelli Musulmani e le correnti Salafite, nell’ambito di una più ampia campagna contro l'“islam politico” in tutta la Regione.
L’India affronta l'“islam politico” e i gruppi armati da una prospettiva di sicurezza interna e regionale, plasmata in gran parte dal conflitto con il Pakistan e dalla disputa sul Kashmir. Ciò ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare nei settori dello spionaggio, della sicurezza informatica, della sorveglianza e della tecnologia militare.
I governi israeliani che si sono succeduti, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sfruttato il confronto con i gruppi armati e le minacce asimmetriche per promuovere Israele come potenza tecnologica e di sicurezza su cui gli Stati regionali possono fare affidamento.
Le guerre e le crisi degli ultimi anni hanno aumentato la pressione per una più stretta cooperazione in materia di difesa e tecnologia tra Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.
Tuttavia, la sola ideologia non può spiegare queste relazioni. L’India non condivide necessariamente la posizione di Israele sull’Iran, mentre la politica estera degli Emirati Arabi Uniti non si limita a seguire quella di Nuova Delhi o di Washington. La convergenza di interessi consente lo sviluppo di collaborazioni concrete anche laddove gli Stati partecipanti divergono su altri fronti.
Il peso cruciale dell’India
L’India riveste un ruolo eccezionale in questo contesto a causa della sua influenza demografica, economica e geografica. La sua popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti, i settori manifatturiero e tecnologico in espansione e la vasta Diaspora nel Golfo Persico rendono difficile escludere Nuova Delhi da qualsiasi tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali tra Asia ed Europa.
Un’analisi del Jerusalem Post pubblicata nel 2022 descriveva un’emergente “alleanza indo-abramitica” che lega Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India attraverso la sicurezza marittima, la difesa missilistica, i droni, la sicurezza dei dati e la lotta all’estremismo islamico.
L’importanza dell’India, tuttavia, non si limita al suo ruolo militare. La sua presenza nel Golfo e le crescenti relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le conferiscono la capacità di reindirizzare parte del commercio asiatico verso rotte che non necessariamente passano attraverso i corridoi tradizionali, dove Pakistan e Iran esercitano una maggiore influenza.
Questa posizione offre inoltre all’India un margine di manovra per diversificare le proprie strategie. L’India mantiene legami energetici e di trasporto con l’Iran, anche attraverso Chabahar, pur portando avanti il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa con Washington e i suoi alleati regionali.
Nuova Delhi può quindi partecipare a sistemi concorrenti senza rinunciare alla sua consolidata politica di autonomia strategica, anche se il suo rapporto di sicurezza con Israele continua ad approfondirsi.
Il fronte infrastrutturale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa
Annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa mira a collegare l’India, il Golfo Persico e l’Europa attraverso porti, ferrovie e infrastrutture energetiche e di comunicazione.
I piani prevedono un collegamento ferroviario, un’interconnessione elettrica, infrastrutture per l’idrogeno pulito e cavi dati ad alta velocità. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato il corridoio nel 2023 come un modo per accelerare gli scambi commerciali tra India ed Europa, aprendo al contempo nuove connessioni nel settore energetico e nell’economia digitale.
Nel 2025, la Commissione europea ha promosso separatamente il Corridoio Digitale UE-Africa-India nell’ambito più ampio del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa. L’iniziativa si concentra su un sistema di cavi sottomarini di 11.700 chilometri che collega l’Europa e l’India attraverso il Mediterraneo, l’Asia occidentale e l’Africa orientale, con l’obiettivo dichiarato di fornire connessioni dati sicure e ad alta capacità.
I corridoi stanno diventando sempre più sistemi integrati per il trasporto di merci, energia e dati. Gli Stati in grado di proteggere o influenzare queste reti acquisiscono una forma di potere strategico un tempo associata principalmente al controllo di porti e stretti.
Il progetto, tuttavia, rimane esposto a intrighi politici e conflitti. Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa dipende da un passaggio terrestre attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa.
Il Genocidio palestinese a Gaza e la mancata normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele hanno reso incerte le sue basi politiche, sollevando crescenti interrogativi sulla sua fattibilità.
Gwadar e la via dello sviluppo
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Via dello Sviluppo” irachena non dovrebbero essere considerati un unico progetto o come elementi di un’alleanza unificata guidata da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Appartengono a reti diverse, ma entrambi contribuiscono a impedire che un’unica rotta monopolizzi il commercio regionale.
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è il ramo pakistano della Nuova Via della Seta cinese, che collega la Cina con il Pakistan e il Porto di Gwadar sul Mar Arabico. Il Segretariato pakistano del Corridoio Economico Cina-Pakistan elenca una rete di progetti portuali, di zone franche, stradali e logistici intorno a Gwadar. Tra questi, l’Autostrada Eastbay Gwadar, costruita per collegare il porto e la sua zona franca alla rete autostradale nazionale pakistana.
La Via dello Sviluppo irachena è un’iniziativa separata, ma la posizione dell’Iraq tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa le conferisce particolare importanza. Nell’aprile del 2024, Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa sul progetto, concepito per collegare il Porto di Grand Faw al confine turco attraverso circa 1.200 chilometri di strade e ferrovie in Iraq.
L’investimento previsto si aggira intorno ai 17 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro), con la realizzazione suddivisa in tre fasi. Il Ministero dei Trasporti del Qatar afferma che la prima fase dovrebbe essere completata nel 2028, seguita dalle fasi successive nel 2033 e nel 2050. Baghdad presenta la “Via dello Sviluppo” come un corridoio commerciale Est-Ovest concorrente, che collega il Golfo Persico all’Europa.
Questa partecipazione complica qualsiasi tentativo di dividere la competizione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India da una parte e Turchia, Pakistan e Arabia Saudita dall’altra. Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte anche della “Via dello Sviluppo” insieme a Turchia, Qatar e Iraq.
Ankara e Riad mantengono una posizione neutrale
La Turchia occupa un posto particolare in questa equazione. È un membro della NATO con legami economici che si estendono in Europa, Russia, Golfo Persico e Asia centrale, mentre la sua influenza politica e militare spazia dalla Siria all’Iraq al Caucaso. Per Ankara, la “Via dello Sviluppo” offre l’opportunità di rafforzare la sua posizione di ponte terrestre tra il Golfo Persico e l’Europa.
L’Arabia Saudita è più difficile da collocare all’interno di un blocco definito. Riad è firmataria del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, ma ha anche approfondito le relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. Mostra scarso interesse per un allineamento regionale chiuso, preferendo trasformare la sua posizione geografica ed economica in una leva negoziale presso diversi centri di potere.
I principali Stati regionali evitano sempre più di scegliere tra due schieramenti. Cercano un posto in molteplici reti, utilizzando una collaborazione per rafforzare la propria posizione negoziale in un’altra.
Questo non è tanto un equilibrio stabile quanto una copertura permanente. Una ferrovia, un investimento portuale, un accordo di difesa o una collaborazione energetica possono legare due Stati su un fronte, lasciandoli però in contrapposizione su un altro.
Il Levante escluso
La competizione sta anche rimodellando il Mediterraneo Orientale. Le coste siriane e libanesi sono ben più che semplici teatro di scontri militari. Occupano territori in cui potrebbero convergere potenziali rotte energetiche, di trasporto e di comunicazione tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e l’Europa.
Per Israele, legami più forti con il Golfo Persico, l’India e l’Europa conferirebbero al Mediterraneo Orientale un nuovo ruolo all’interno delle reti commerciali ed energetiche. Per la Turchia, qualsiasi corridoio che colleghi il Golfo Persico all’Europa aggirando il territorio turco ne eroderebbe il valore strategico.
La “Via dello Sviluppo”, invece, offre ad Ankara il ruolo di terminale e porta d’accesso per il traffico proveniente dal Golfo Persico attraverso l’Iraq.
Il Libano e la Siria rischiano di passare dal centro della loro geografia strategica ai margini delle nuove reti di trasporto e investimento. Porti, strade, ferrovie, collegamenti energetici, reti dati e stabilità politica sono tutti elementi necessari per trasformare la geografia in potere economico.
Beirut ha già manifestato interesse ad aderire alla rotta del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, incentrata su Israele, nonostante le contraddizioni politiche e di sicurezza che tale mossa comporterebbe.
La Siria, nel frattempo, rimane limitata dai danni della guerra, dalle sanzioni e da infrastrutture frammentate, il che espone entrambi i Paesi al rischio di essere aggirati da corridoi che si snodano intorno a loro.
Il potere fluisce attraverso la rete
La mappa che emerge non mostra due blocchi opposti nel vecchio senso. Segna una transizione da alleanze rigide a reti sovrapposte.
Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti cooperano laddove convergono tecnologia, sicurezza e commercio, mentre Turchia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Iraq partecipano ad altre reti che si intersecano ripetutamente con la prima.
La prossima sfida si estenderà quindi oltre i confini e l’influenza politica per arrivare al controllo del movimenti commerciali, energetici e informativi.
Porti e stretti sono stati tra i principali strumenti di potere nel Ventesimo secolo. Nel Ventunesimo secolo, ad essi si sono aggiunti cavi sottomarini, centri dati, intelligenza artificiale, sistemi di sicurezza cibernetica, reti ferroviarie e gasdotti per l’idrogeno.
Il futuro dell’Asia Occidentale sarà plasmato dalla potenza militare, ma anche dagli Stati in grado di rendersi nodi indispensabili in questi nuovi sistemi.
Fonte
03/06/2026
Iraq - Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa
La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Sud Globale che operano sotto regimi autoritari condivide un’unica crisi strutturale: la frammentazione e la debolezza acuta e cronica che colpisce le organizzazioni di massa, i sindacati, i movimenti femministi e gli organismi studenteschi, estendendosi ulteriormente fino ad abbracciare il coordinamento tra le stesse forze di sinistra.
Questo non è un problema esclusivamente iracheno; è, piuttosto, un fenomeno ricorrente in contesti comparabili, che trova la sua espressione più nitida ed evidente nell’esperienza irachena.
Dalla necessità storica alle domande sul rinnovamento
I regimi autoritari hanno generato condizioni soffocanti che hanno spinto le forze di sinistra ad adottare forme organizzative fortemente centralizzate sotto il peso della repressione e della persecuzione, producendo un approccio basato sulla costruzione di sindacati e organizzazioni di massa clandestini, e talvolta semipubblici, strettamente legati alle formazioni politiche, a scapito della loro indipendenza e della loro capacità di abbracciare settori sociali più ampi.
L’equità impone di riconoscere che questo approccio non era errato in termini assoluti. In determinate fasi storiche ha svolto un ruolo fondamentale che non può essere negato, quando la centralizzazione organizzativa era una necessità imposta dalla realtà repressiva e dal bisogno della lotta di mantenere la coesione e proteggere i propri quadri.
Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo sostanziale, e con essi i meccanismi del pensiero popolare e dell’azione di massa nell’era della rivoluzione digitale. Le masse di oggi, in particolare le nuove generazioni cresciute in una cultura di accesso immediato all’informazione, organizzazione orizzontale, trasparenza e partecipazione diretta al processo decisionale, non accettano più di essere mero materiale di mobilitazione al servizio di un’agenda partitica concreta, per quanto sincere siano le sue intenzioni.
Per questo motivo, il presente documento intende suscitare un dibattito serio sulla revisione del modello del “sindacato subordinato e dell’organizzazione di massa fedele”, e sull’esplorazione di un modello alternativo.
Dai legami organici all’indipendenza
Dopo il 2003, la maggior parte delle formazioni di sinistra si è adoperata per mantenere e costituire i propri sindacati, federazioni e organizzazioni. Ciò ha condotto in molti casi a una proliferazione di organizzazioni e sindacati all’interno dello stesso settore, e in alcuni casi ha persino raggiunto il punto di duplicare le organizzazioni all’interno dello stesso partito, generando un panorama di massa caratterizzato dalla dispersione delle energie, da una molteplicità di nomi e da una reale efficacia che andava riducendosi sul campo.
Un sindacato strettamente legato a una formazione specifica trova genuina difficoltà nell’accogliere i lavoratori in tutta la loro diversità intellettuale, nazionale e religiosa, cosicché la sua sfera d’influenza si restringe e rimane confinata a un segmento particolare. Un’organizzazione femminista legata a un partito concreto ha difficoltà ad attrarre donne di diversa provenienza politica. Un sindacato studentesco si trasforma gradualmente in un’arena di scontri partitici, dove gli studenti perdono il proprio spazio indipendente.
Un’esperienza personale vissuta nell’estate del 1992 rivela la profondità di questo problema. Quando ci riunimmo con compagni di sinistra e disoccupati per costruire un sindacato dei disoccupati nella Regione del Kurdistan, il primo disaccordo sorse intorno alla stessa dichiarazione fondativa.
Alcuni compagni proposero una dichiarazione satura di espressioni ideologiche di sinistra come imperialismo e socialismo. Non fui d’accordo con loro e sostenni che ciò che stavamo cercando di costruire era un sindacato per tutti i disoccupati, di ogni convinzione e orientamento, non un sindacato esclusivamente per i disoccupati della sinistra. Quella domanda fondamentale posta nell’estate del 1992 rimane ancora oggi al cuore stesso del problema che stiamo discutendo.
La debolezza del coordinamento e le sue ripercussioni
Esiste un paradosso doloroso degno di riflessione: la sinistra innalza lo slogan dell’unità delle masse lavoratrici, mentre questo approccio organizzativo ha condotto involontariamente alla dispersione degli sforzi e all’indebolimento del movimento sindacale e di massa sul campo. La frammentazione di massa che osserviamo nel panorama sindacale riflette, in parte, una frammentazione politica precedente che si è manifestata nella proliferazione delle formazioni di sinistra e nella divergenza delle loro posizioni, una divergenza che è naturale e legittima in sé.
La complessa situazione irachena, regionale e mondiale accoglie diverse interpretazioni di sinistra; tuttavia, quando questa divergenza si trasforma in conflitto e risentimento che indebolisce l’azione collettiva, proietta la sua pesante ombra sull’intero spazio di massa.
Allo stesso modo, l’assenza di coordinamento ha prodotto un modello di competizione all’interno dello stesso circolo di massa anziché un’espansione verso nuovi settori sociali. La mappa di massa è rimasta limitata nella portata nonostante la molteplicità delle organizzazioni, perché questa molteplicità non ha sempre condotto a una divisione del lavoro e all’interpellanza di strati diversi; al contrario, ha condotto alla sovrapposizione e alla ripetizione all’interno dello stesso terreno.
Lezioni da esperienze sindacali efficaci
Le esperienze storiche e contemporanee rivelano che i sindacati progressisti indipendenti ed efficaci sono stati spesso un fattore fondamentale nel cambiamento sociale e politico, e che la loro forza non derivava dai loro legami con questo o quel partito, bensì dal loro genuino radicamento nelle loro basi operaie e di massa.
In Tunisia, l’Unione Generale Tunisina del Lavoro ha svolto un ruolo centrale nell’abbattimento della dittatura nel 2011, ed è stato il suo peso di massa, profondamente radicato in ampi settori di lavoratori, a conferirle quel potere negoziale che i partiti politici nel loro insieme non erano riusciti a esercitare.
Nel Sudafrica, il Congresso dei Sindacati del Sudafrica (COSATU) ha dimostrato che un sindacato indipendente e forte può essere contemporaneamente un fronte per la difesa dei diritti dei lavoratori e una piattaforma per la lotta per la dignità umana senza dissolversi in alcun partito politico.
In Brasile, un movimento sindacale indipendente si è evoluto fino a dare origine al Partito dei Lavoratori, che è giunto al potere, un modello non comune di costruzione di una vera forza politica a partire dal lavoro sindacale di base.
In Danimarca, i partiti di sinistra lavorano all’interno della Confederazione Sindacale Danese esistente e ne rafforzano gli orientamenti progressisti dall’interno, guadagnando un’influenza sociale più profonda di quanto avrebbero ottenuto limitandosi a guidare piccoli sindacati fedeli ai propri partiti.
Le sfide strutturali
Ai precedenti si aggiungono sfide strutturali più profonde. La più rilevante è la natura rentista dell’economia irachena: secondo il Rapporto dell’Articolo IV del FMI sull’Iraq 2025, il petrolio costituisce circa il 90% delle entrate del bilancio pubblico, il che significa che la maggior parte dei lavoratori manuali e intellettuali sono dipendenti pubblici legati allo Stato da un rapporto di dipendenza diretta che limita il margine della loro organizzazione indipendente.
Ciò è risultato chiaramente evidente durante le proteste dell’ottobre 2019, quando i sindacati si sono rivelati incapaci di convertire lo slancio della piazza in scioperi organizzati, perché i lavoratori si sono trovati di fronte a una dolorosa equazione: protestare e sopportarne le conseguenze professionali, oppure tacere e conservare la propria fonte di sostentamento. La Dichiarazione della Missione del FMI in Iraq 2025 sottolinea ulteriormente la vulnerabilità strutturale dell’economia irachena e il suo impatto diretto sul mercato del lavoro e sulla capacità dei lavoratori di organizzarsi in modo indipendente.
A ciò si aggiunge il ruolo di alcuni organismi internazionali donatori nella promozione di modelli di “società civile” che evitano di toccare le strutture economiche nucleari e che marginalizzano i sindacati e le federazioni con un orientamento progressista e di classe chiaramente definito. A questo si somma il rafforzamento del fenomeno della personalizzazione, che rende la continuità di un’organizzazione dipendente da individui concreti piuttosto che dalla sua struttura istituzionale.
Verso una sinistra di massa rinnovata
L’assenza di sindacati, federazioni e organizzazioni forti e indipendenti ha indebolito la sinistra in modi che vanno ben oltre quanto è visibile in superficie. Quando sono arrivati i momenti decisivi nella storia delle proteste e delle sollevazioni popolari, la sinistra si è trovata in un doloroso vuoto organizzativo: senza sindacati capaci di convertire le manifestazioni in scioperi organizzati che costringessero le autorità governanti a Baghdad ed Erbil a rispondere, senza un movimento studentesco unificato con una genuina forza istituzionale, e senza organizzazioni femministe di ampia influenza capaci di tradurre la rabbia popolare in rivendicazioni sostenibili. Al posto di tutto ciò, decine di piccole organizzazioni in competizione con coordinamento limitato e ricorrenti conflitti organizzativi.
Gli ultimi decenni hanno assistito a cambiamenti fondamentali nel modo in cui le masse pensano e nei metodi attraverso cui si organizzano, cambiamenti che nessuna forza politica seria può permettersi di ignorare. La rivoluzione digitale ha ridisegnato la mappa del potere e dell’influenza, e ha consentito alle reti orizzontali e alle iniziative indipendenti di raggiungere una presenza di base ampia in tempi record.
I movimenti di protesta, dalle piazze dell’Iraq e della Regione del Kurdistan ai movimenti di giustizia sociale in tutto il mondo, hanno dimostrato che l’organizzazione orizzontale e flessibile è in grado di generare un’enorme energia mobilitatrice che le strutture rigidamente centralizzate non riescono ad eguagliare.
La vera unità nella pratica
Il cammino verso la vera unità nella pratica passa attraverso due vie complementari, nessuna delle quali può sussistere senza l’altra.
Prima Via: il lavoro sindacale e di massa
La partecipazione collettiva nella costruzione di sindacati, federazioni e organizzazioni di massa progressiste, indipendenti e potenti che riuniscano tutti a prescindere dalle loro appartenenze intellettuali, nazionali, religiose o partitiche, attorno ai loro interessi comuni e alle loro rivendicazioni vitali. In seno a queste organizzazioni indipendenti, gli uomini e le donne di sinistra possono contribuire con il meglio di ciò che hanno: i valori della giustizia sociale, la solidarietà e la lotta per la dignità umana e l’uguaglianza.
Seconda Via: il lavoro politico e organizzativo
Il coordinamento e l’azione congiunta a livello partitico e politico attraverso diversificati quadri di alleanza, a livello nazionale o provinciale o intorno a rivendicazioni specifiche, come passi graduali verso la costruzione di un ampio quadro progressista di sinistra, unificato e a molteplici piattaforme, che comprenda tutte le forze di sinistra e progressiste accanto ai sindacati e alle organizzazioni operaie e di massa, sulla base dei punti di convergenza immediati. Cambiare la situazione in Iraq e nella Regione del Kurdistan richiede di mobilitare tutte quelle energie in un unico progetto coerente.
Questo è il significato dell’azione di massa genuina nella nostra era: servire i lavoratori manuali e intellettuali, costruire e unire il loro potere, partecipare al miglioramento delle loro vite e incarnare i valori della sinistra nella pratica quotidiana e non solo nel discorso politico. La forza genuina della sinistra non risiede unicamente nelle sue posizioni intellettuali e nelle sue posture politiche, bensì nella sua capacità di costruire istituzioni progressiste indipendenti di ampia influenza, radicate nella vita quotidiana delle persone e capaci di difendere i loro interessi e diritti, convertendo le loro energie sociali in una genuina forza di cambiamento che apra la strada all’alternativa socialista democratica.
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07/04/2026
Il fronte interno del Golfo. Proteste a sostegno dei palestinesi e dell’Iran
Dalla Siria all’Iraq, sono state molte le piazze che hanno mostrato la fragilità di un modello che si fonda sull’appropriazione dei proventi del petrolio da parte di una ristretta élite, che – per ora – lo scambia in un sistema che favorisce il dollaro come strumento di dominio imperialistico. Mentre intanto il popolo deve confrontarsi con autoritarie architetture istituzionali e sperimentare, così come hanno fatto i palestinesi, con il terrorismo sionista.
Non sembra ci sia in vista un rovesciamento totale, ma è chiaro che il fatto che Israele massacri i fratelli palestinesi dei popoli del Golfo, mentre Washington dimostra di non poter proteggere nemmeno le proprie infrastrutture regionali, sta sortendo pesanti effetti anche sui fronti interni di questi paesi.
In un certo senso, il Bahrain ne può essere considerato una cartina tornasole: paese minuscolo, con un ruolo centrale nell’architettura del Consiglio di Cooperazione del Golfo e grazie al quale si è salvato dall’ondata di mobilitazioni delle cosiddette “primavere arabe”, è anche il paese che sta premendo di più (anche all’ONU), insieme agli Emirati Arabi Uniti, per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche con la forza. E intanto affronta denunce internazionali per violazioni significative dei diritti dei suoi cittadini.
Qui di seguito una panoramica degli ultimi eventi in vari paesi della regione.
Siria
In Siria, la rabbia popolare è esplosa non solo contro Israele, ma anche verso i partner regionali dell’entità sionista. A Damasco, i manifestanti hanno tentato di assaltare l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti, accusati di essere complici di Israele mentre la Knesset approva la pena di morte per i palestinesi che lottano contro l’occupazione.
Sembra che il governo di al-Sharaa abbia deciso di muoversi su una strada scivolosa: permettere le proteste per evitare di apparire asservito all’asse degli Accordi di Abramo, ma allo stesso tempo impedire ai civili di avvicinarsi al confine israeliano per scongiurare scontri diretti.
Nel frattempo, la tensione resta altissima a Quneitra, a ridosso delle alture del Golan occupate, dove fonti locali denunciano l’uccisione di un ragazzo di 17 anni, Oussama Fahad, colpito da un carro armato israeliano, insieme a nuove incursioni e chiusure stradali operate dalle forze di Tel Aviv.
Giordania
Il governo di Amman ha adottato una linea di blindatura del sistema, temendo che la protesta civile contro la nuova legge israeliana possa destabilizzare l’ordine interno. Il Ministero dell’Interno ha infatti annunciato il divieto assoluto di tutte le manifestazioni programmate contro la chiusura della moschea di Al-Aqsa e contro la nuova normativa razzista di Tel Aviv.
Emirati Arabi Uniti
Gli Emirati Arabi Uniti si trovano al centro di una dura controversia diplomatica a causa degli Accordi di Abramo. Accusati da diversi accademici e manifestanti regionali di agire come ariete per Israele nel mondo arabo, gli Emirati hanno reagito con fermezza ai disordini di Damasco.
Il Ministero degli Esteri ha ufficialmente condannato gli atti di vandalismo contro la propria sede diplomatica, richiamando le autorità siriane alle proprie responsabilità di protezione. Nel frattempo, già all’inizio della scorsa settimana il Wall Street Journal aveva parlato dei preparativi per una partecipazione diretta di Abu Dhabi alla guerra contro l’Iran, mentre si rafforzano le voci che affermano come ciò stia già accadendo.
Iraq
In Iraq, la mobilitazione ha assunto dimensioni di massa sotto la spinta delle guide religiose e politiche. A Baghdad come a Mosul, migliaia di persone sono scese in strada seguendo l’appello del leader sciita Sayyed Muqtada al-Sadr per denunciare l’aggressione all’Iran. I manifestanti hanno espresso solidarietà non solo ai palestinesi, ma anche ai popoli di Libano e Iran, trasformando il malcontento per la legge israeliana in un grido di resistenza regionale contro le influenze occidentali e israeliane in Medio Oriente.
Ricordiamo che le forze coagulate intorno a Muqtada al-Sadr e il movimento Sadrista rappresenta da vent’anni uno dei principali attori della resistenza irachena all’occupazione occidentale del paese, che in seguito all’aggressione all’Iran ha visto ritirare le forze della NATO. Intanto, continuano gli attacchi a sostegno di Teheran, contro la base di Erbil e quella di Victoria, che ha visto divampare un pesante incendio.
Bahrain
Nel Bahrain, la goccia che sta facendo traboccare il vaso è la morte in custodia di Mohamed al-Mousawi, un cittadino sciita il cui corpo è stato restituito alla famiglia con evidenti segni di tortura, è diventata un caso internazionale. Mentre il governo dichiara che si è trattato di un attacco cardiaco e giustifica i numerosi arresti con la necessità di difendere la sicurezza nazionale dallo spionaggio iraniano, varie organizzazioni per i diritti umani hanno già accusato il regno di utilizzare la guerra come pretesto per mettere a tacere il dissenso interno.
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28/03/2026
Torna la lunga guerra dell’Iraq contro l’occupazione Usa
Quando gli Stati Uniti e Israele hanno scelto di attaccare l’Iran il 28 febbraio, la loro decisione ha davvero scatenato una “furia epica” in tutta l’Asia Occidentale, ma non a loro favore. L’Iraq in particolare si sta profilando come uno dei fronti più difficili da affrontare, ed è quindi importante che venga raccontata la storia che i media mainstream non osano riferire.
Baghdad, la città dove le fazioni della resistenza irachena stanno ora prendendo di mira basi statunitensi, la loro ambasciata, il personale e le strutture giorno dopo giorno, è stata la prima città nella storia ad essere sottoposta a una campagna di bombardamenti aerei sostenuti.
Negli anni ’20, la Royal Air Force britannica fu la prima ad adottare la strategia di compiere bombardamenti aerei per ridurre la quantità di forze di terra necessarie a sottomettere la popolazione di una città. I britannici avrebbero poi passato il testimone agli Stati Uniti per quanto riguarda il loro progetto di dominio imperiale, in quella terra un tempo chiamata ‘culla della civiltà’.
La popolazione irachena per decenni è sopravvissuta al terrorismo degli Stati Uniti, che si trattasse dell’uso di Saddam Hussein da parte di Washington per invadere l’Iran, della prima Guerra del Golfo, delle sanzioni che uccisero centinaia di migliaia di bambini, o dell’invasione del 2003. Sebbene coprire tutta la storia di questa nazione sia un compito troppo arduo per questo articolo, basti dire che lo stivale americano non ha smesso di sollevarsi dalla gola irachena.
Si calcola che oltre un milione di persone siano perite a causa dell’operazione statunitense di cambio di regime contro l’Iraq, con molti altri milioni sparsi in ogni angolo del globo. Eppure, il fallito esercizio di costruzione della nazione, i campi di occupazione in stile israeliano e lo smantellamento del paese sono gradualmente scomparsi dalle prime pagine dei giornali, specialmente con il definitivo ritiro della maggior parte dei soldati stranieri dal territorio iracheno.
Mentre le telecamere si allontanavano, gli Stati Uniti si sono insediati in Iraq, usando il loro controllo economico e di soft power per dettare gli esiti all’interno del paese, non permettendo mai una vera e totale indipendenza e rifiutandosi di ritirare i propri soldati e appaltatori dal paese. Gran parte della ragione di ciò era la loro necessità di assicurarsi di poter impostare le successive operazioni di cambio di regime, la più importante per loro era il rovesciamento del governo di Teheran.
Il contraccolpo, più di due decenni dopo
L’ascesa del cosiddetto “Stato Islamico” (IS), noto nella regione come Daesh, fornì agli Stati Uniti la scusa perfetta per entrare nuovamente nell’arena irachena nel 2014. Tuttavia, contrariamente alla narrazione divulgata in Occidente, il ruolo degli Stati Uniti nella lotta contro Daesh fu piuttosto limitato e condotto principalmente attraverso campagne aeree – evidentemente con eccezioni.
Così, laddove gli Stati Uniti videro l’opportunità per un ulteriore coinvolgimento in Asia Occidentale, in particolare il modo in cui Daesh aiutò la loro operazione clandestina per rovesciare il governo siriano, anche il loro acerrimo nemico, l’Iran, colse l’opportunità.
La lotta per sconfiggere il culto di morte takfiri necessitava di una forza di terra, ed è qui che gli stessi iracheni raccolsero la sfida. Con l’aiuto del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell’Iran, furono formate le Hashd al-Shaabi, o Unità di Mobilitazione Popolare (PMU). Le PMU, insieme alle forze armate nazionali irachene, avrebbero poi condotto battaglie terrestri contro Daesh per sedare il loro progetto statale estremista in continua espansione.
Fu una lotta sanguinosa, su cui nessuno si fece illusioni, ma alla fine, le PMU furono le unità militari che ribaltarono la situazione e schiacciarono Daesh. L’uomo che fu principalmente responsabile di aver aiutato l’ascesa di questi gruppi fu il comandante della Forza Quds dell’IRGC, Qassem Soleimani. In altre parole, l’uomo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump assassinò nel 2020 è l’uomo a cui è ampiamente riconosciuto il merito di aver svolto un ruolo decisivo nella sconfitta di Daesh.
Un punto importante da notare è che la maggioranza della popolazione irachena è musulmana sciita, il che equivaleva a un’affinità naturale tra molti iracheni e la leadership religiosa dell’Iran, in particolare l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei. Pertanto, quando gli Stati Uniti e Israele decisero di uccidere Khamenei, scatenarono immediatamente una reazione nell’Iraq.
Ma la lotta va più in profondità. Gli iracheni sono stati sotto lo stivale degli Stati Uniti per decenni, ormai, avendo perso la nazione che un tempo conoscevano, con tutti che comprendono collettivamente chi l’ha rubata loro, che amino o detestino l’Iran. Se si ascolta la retorica che proviene oggi dalle fazioni irachene, si sente questa rabbia che è andata accumulandosi per ciò che è stato fatto loro, insieme a evidenti temi religiosi sciiti e slogan anti-imperialisti.
Il ritorno dell’Iraq nella guerra regionale
Gruppi come le Saraya Awliya Ad-Dam (Brigate Guardiani del Sangue) e la Resistenza Islamica in Iraq sono emersi come attori importanti nelle recenti operazioni diffuse in tutto il paese contro Israele.
La Resistenza Islamica in Iraq è stato il gruppo che ha offerto un fronte di sostegno alla resistenza palestinese durante il genocidio di Gaza, mentre Awliya Ad-Dam sembra essere stata fondata nel 2020 e solo recentemente ha iniziato a farsi conoscere.
Entrambi questi gruppi possiedono droni e missili di vario tipo, evidentemente forniti dall’Iran. Ma poi c’è l’intera potenza della stessa Hashd al-Shaabi, che, quando completamente mobilitata, ha a disposizione una forza di circa 250.000 combattenti. All’interno delle Hashd, ci sono vari gruppi, uno dei più noti è Kataeb Hezbollah, molti dei quali dispongono di armi più avanzate. Le PMU non sono “proxy iraniane”, ma costituiscono invece una parte cruciale dell’apparato di sicurezza iracheno.
Recentemente, la Resistenza Islamica in Iraq ha affermato di aver abbattuto l’aereo cisterna KC-135 degli Stati Uniti, uccidendo 6 militari americani, mentre altri gruppi hanno colpito duramente installazioni militari statunitensi. La narrazione del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) su come l’aereo sia stato abbattuto è apparsa insensata, ma hanno negato che fosse stato abbattuto dal fuoco nemico. L’importanza di ciò è che l’annuncio di per sé dimostra fin dove siano disposti a spingersi i gruppi iracheni.
Quello a cui stiamo attualmente assistendo è un Iraq che è tornato alla via della resistenza contro la dominazione imperialista statunitense. Similmente a come Hezbollah aveva atteso 15 mesi le giuste circostanze per combattere per la liberazione del Libano dall’occupazione israeliana, anche gli iracheni si erano a lungo trattenuti dall’intervenire.
Per coloro che seguono da tempo gli sviluppi in tutta la regione, era ovvio che la potenza di fuoco e l’esperienza di battaglia acquisite dai gruppi iracheni venivano tenute in riserva per il giorno in cui avrebbero dovuto essere eventualmente utilizzate. Quel momento è arrivato. Anche Teheran sapeva che sostenere l’ascesa di tali gruppi all’interno dell’Iraq avrebbe funzionato come un pilastro della propria difesa contro qualsiasi aggressione statunitense-israeliana.
Sembra che gli Stati Uniti e gli israeliani siano stati colti alla sprovvista dall’aggressività con cui le fazioni irachene stanno combattendo contro di loro. Allo stesso modo, i media israeliani in ebraico hanno espresso il loro shock per l’intensità del fuoco di Hezbollah durante la guerra. Tutto ciò dimostra che Tel Aviv e Washington sembrano aver dimenticato la storia a cui hanno sottoposto tutta la regione.
La coalizione statunitense-israeliana ha ucciso milioni di persone in tutta l’Asia Occidentale, distrutto l’Iraq e la Siria per porli sotto il proprio controllo, fomentato un settarismo sterile, con l’aiuto dei loro alleati nel mondo arabo, tutto mentre causava un esodo di massa. Tutti coloro contro cui ora stanno combattendo sono un prodotto della loro stessa infinita aggressione, della loro arroganza e del loro rifiuto di permettere ai popoli della regione semplicemente di vivere.
Lo stesso comportamento è stato dimostrato con i palestinesi, nato da credenze razziste e orientaliste, secondo cui se opprimi abbastanza, non saranno più in grado di combatterti o si arrenderanno. Iraq, Libano, Yemen, Iran e Gaza formano quello che è noto come l'“Asse della Resistenza”, che sta combattendo con vendetta. Nel caso dell’Iraq, ci sono voluti oltre 22 anni perché si formasse una forza capace di reagire adeguatamente.
Il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno fornito loro le circostanze perfette per farlo.
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