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05/10/2026

Brasile: Lula-Bolsonaro, il Paese spaccato va al secondo turno all’ombra degli Stati Uniti

«Il principale scontro politico in America Latina e nei Caraibi nel 2026», il cui esito potrebbe «alterare gli equilibri di potere nella regione per gli anni a venire». È così che il giornalista brasiliano David Cavalcante ha definito l’ultima tornata elettorale nel suo Paese – celebratasi il 4 ottobre  – destinata a decidere chi occuperà il Palácio do Planalto (Palazzo Presidenziale) per i prossimi quattro anni. Un appuntamento che definisce anche i futuri governatori dei 26 Stati e del Distretto Federale e la composizione dei 513 seggi della Camera dei Deputati e dei due terzi del Senato.

La contesa elettorale – che ha visto contrapposti l’attuale ​​presidente Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei Lavoratori (PT), e il senatore di estrema destra Flávio Bolsonaro, del Partito Liberale (PL), figlio dell’ex presidente Jair  – si è chiusa con un nulla di fatto: nessuno dei due candidati ha superato la metà dei voti validi, la soglia necessaria per vincere al primo turno.

Con il 99,99% delle schede scrutinate, Flávio Bolsonaro, a sorpresa rispetto agli ultimi sondaggi, ha chiuso in testa con il 47,03%, mentre Lula si è fermato al 45,15%: uno scarto di 1,88 punti, il più ridotto mai registrato al primo turno di un’elezione presidenziale brasiliana, quella peraltro con il più alto tasso di astensione – il 21,08% – dal 1998. Il nome del prossimo presidente si conoscerà quindi solo il 25 ottobre, quando i due sfidanti si affronteranno al ballottaggio.

Il terzo mandato dell’ottantenne Lula, ex leader sindacale dei metalmeccanici che era stato guida degli scioperi dei lavoratori durante la dittatura militare, è stato caratterizzato da importanti successi economico-sociali – tra cui aumenti del salario minimo superiori all’inflazione, l’espansione della sicurezza sociale e una disoccupazione storicamente bassa – ma anche da forti resistenze politiche da parte del congresso più a destra nella storia del Brasile e da una marcata difficoltà nel trasformare i dati macroeconomici positivi in un consenso popolare omogeneo. Infatti, per quanto la maggior parte dei brasiliani stia meglio rispetto a quattro anni fa, il costo della vita è più alto, così come i livelli di indebitamento; quattro quinti delle famiglie brasiliane hanno contratto debiti, per buona parte a causa del gioco d’azzardo online, contro cui il presidente aveva varato di recente delle misure. I posti di lavoro sono sempre più precari e la sicurezza pubblica rimane un problema cruciale.

A sfidare Lula è Flávio Bolsonaro, 45 anni, figlio dell’ex presidente Jair, già deputato e poi senatore dello Stato di Rio de Janeiro, candidato alla guida del Partito Liberale. Nel suo programma di governo figura, tra l’altro, l’amnistia per il padre e per i condannati per il tentato golpe dell’8 gennaio 2023. Secondo parlamentari statunitensi e l’intelligence brasiliana, la sua campagna ha ricevuto il sostegno attivo dell’amministrazione Trump, storicamente vicina a Jair Bolsonaro. Lo scorso maggio Flávio è stato ricevuto alla Casa Bianca. Stando a quanto da lui dichiarato, si è parlato di criminalità organizzata, dazi, terre rare e minerali critici.

Come in altri Paesi della regione, cresce il timore che sull’esito del voto pesino sempre più gli algoritmi dei social e le interferenze esterne. A pochi giorni dal voto, Meta ha bloccato il profilo social di Lula e disattivato i suoi annunci pubblicitari. Se Flávio Bolsonaro vincesse, in America Latina si rafforzerebbe un blocco di destra allineato con gli Stati Uniti di Trump.

Un voto all’ombra di Washington

Non è un caso che quella del 2026 sia stata definita un’elezione diversa dalle precedenti per due ragioni, secondo il politologo Leonardo Barreto della società di consulenza Think Policy. La prima è l’esplicito interesse degli Stati Uniti per l’esito della tornata elettorale. La seconda è un sistema giudiziario indebolito, proprio nel momento in cui potrebbe essere chiamato a dirimere una competizione serrata. In merito al primo tema, i maggiori quotidiani internazionali – tra cui Le Monde, The Guardian, Al Jazeera e Página12 – hanno sottolineato come le elezioni si siano svolte all’ombra delle interferenze statunitensi, come peraltro avevamo scritto su InsideOver, raccontando l’esistenza del piano Prosperity Partnership di André Marinho, che prevede lo sfruttamento da parte di Washington delle terre rare brasiliane; la denuncia da parte di un altro candidato alla presidenza, Renan Santos, riguardante i finanziamenti della rete Rockbridge, fondata da J.D. Vance, alla campagna di Bolsonaro; e la diffusione del rapporto dell’intelligence brasiliana (ABIN), che segnalava un rischio «critico», citando anche i dazi del 25% imposti dagli Stati Uniti e la designazione di PCC e Comando Vermelho come organizzazioni terroristiche. 

Peraltro lo scorso 2 ottobre, l’amministrazione Trump ha sospeso improvvisamente tutti i servizi consolari in Brasile citando generiche «questioni di sicurezza», decisione interpretata dalle autorità e dall’intelligence brasiliane come un tentativo di generare instabilità alla vigilia delle elezioni. 

Cosa c’è in gioco: risorse, alleanze e un continente in bilico

L’interesse delle potenze internazionali e dell’estrema destra globale per l’esito elettorale brasiliano è strettamente legato al peso economico, ecologico e minerario del colosso sudamericano nell’emisfero occidentale. Il Brasile è il paese più grande dell’America Latina e rappresenta uno snodo cruciale per l’economia globale, detenendo il 60% del bioma amazzonico, il 12% delle risorse mondiali di acqua dolce, il 23% delle riserve mondiali di terre rare e oltre 17,5 miliardi di barili di petrolio.

Il voto brasiliano si inserisce in un’onda lunga: dopo la Colombia con Abelardo De la Espriella e il Perù con Keiko Fujimori, la destra aveva già vinto in Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador e Honduras. Molti di questi governi hanno rinsaldato la cooperazione militare con gli Stati Uniti, che restano molto presenti in Venezuela.

«Il popolo dovrà scegliere tra rafforzare il sistema democratico o la barbarie, tra sviluppo o arretratezza», ha affermato Lula dopo la pubblicazione dei risultati. Bolsonaro resta, tuttavia, il favorito. Bisognerà attendere altri venti giorni per sapere se il gigante latinoamericano si arrenderà all’ondata ultraconservatrice che sta travolgendo la regione. «I bolsonaristi si preparino perché li sconfiggeremo» è stata la promessa del leader del Partido dos Trabalhadores.

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