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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2026

Brasile: Lula-Bolsonaro, il Paese spaccato va al secondo turno all’ombra degli Stati Uniti

«Il principale scontro politico in America Latina e nei Caraibi nel 2026», il cui esito potrebbe «alterare gli equilibri di potere nella regione per gli anni a venire». È così che il giornalista brasiliano David Cavalcante ha definito l’ultima tornata elettorale nel suo Paese – celebratasi il 4 ottobre  – destinata a decidere chi occuperà il Palácio do Planalto (Palazzo Presidenziale) per i prossimi quattro anni. Un appuntamento che definisce anche i futuri governatori dei 26 Stati e del Distretto Federale e la composizione dei 513 seggi della Camera dei Deputati e dei due terzi del Senato.

La contesa elettorale – che ha visto contrapposti l’attuale ​​presidente Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei Lavoratori (PT), e il senatore di estrema destra Flávio Bolsonaro, del Partito Liberale (PL), figlio dell’ex presidente Jair  – si è chiusa con un nulla di fatto: nessuno dei due candidati ha superato la metà dei voti validi, la soglia necessaria per vincere al primo turno.

Con il 99,99% delle schede scrutinate, Flávio Bolsonaro, a sorpresa rispetto agli ultimi sondaggi, ha chiuso in testa con il 47,03%, mentre Lula si è fermato al 45,15%: uno scarto di 1,88 punti, il più ridotto mai registrato al primo turno di un’elezione presidenziale brasiliana, quella peraltro con il più alto tasso di astensione – il 21,08% – dal 1998. Il nome del prossimo presidente si conoscerà quindi solo il 25 ottobre, quando i due sfidanti si affronteranno al ballottaggio.

Il terzo mandato dell’ottantenne Lula, ex leader sindacale dei metalmeccanici che era stato guida degli scioperi dei lavoratori durante la dittatura militare, è stato caratterizzato da importanti successi economico-sociali – tra cui aumenti del salario minimo superiori all’inflazione, l’espansione della sicurezza sociale e una disoccupazione storicamente bassa – ma anche da forti resistenze politiche da parte del congresso più a destra nella storia del Brasile e da una marcata difficoltà nel trasformare i dati macroeconomici positivi in un consenso popolare omogeneo. Infatti, per quanto la maggior parte dei brasiliani stia meglio rispetto a quattro anni fa, il costo della vita è più alto, così come i livelli di indebitamento; quattro quinti delle famiglie brasiliane hanno contratto debiti, per buona parte a causa del gioco d’azzardo online, contro cui il presidente aveva varato di recente delle misure. I posti di lavoro sono sempre più precari e la sicurezza pubblica rimane un problema cruciale.

A sfidare Lula è Flávio Bolsonaro, 45 anni, figlio dell’ex presidente Jair, già deputato e poi senatore dello Stato di Rio de Janeiro, candidato alla guida del Partito Liberale. Nel suo programma di governo figura, tra l’altro, l’amnistia per il padre e per i condannati per il tentato golpe dell’8 gennaio 2023. Secondo parlamentari statunitensi e l’intelligence brasiliana, la sua campagna ha ricevuto il sostegno attivo dell’amministrazione Trump, storicamente vicina a Jair Bolsonaro. Lo scorso maggio Flávio è stato ricevuto alla Casa Bianca. Stando a quanto da lui dichiarato, si è parlato di criminalità organizzata, dazi, terre rare e minerali critici.

Come in altri Paesi della regione, cresce il timore che sull’esito del voto pesino sempre più gli algoritmi dei social e le interferenze esterne. A pochi giorni dal voto, Meta ha bloccato il profilo social di Lula e disattivato i suoi annunci pubblicitari. Se Flávio Bolsonaro vincesse, in America Latina si rafforzerebbe un blocco di destra allineato con gli Stati Uniti di Trump.

Un voto all’ombra di Washington

Non è un caso che quella del 2026 sia stata definita un’elezione diversa dalle precedenti per due ragioni, secondo il politologo Leonardo Barreto della società di consulenza Think Policy. La prima è l’esplicito interesse degli Stati Uniti per l’esito della tornata elettorale. La seconda è un sistema giudiziario indebolito, proprio nel momento in cui potrebbe essere chiamato a dirimere una competizione serrata. In merito al primo tema, i maggiori quotidiani internazionali – tra cui Le Monde, The Guardian, Al Jazeera e Página12 – hanno sottolineato come le elezioni si siano svolte all’ombra delle interferenze statunitensi, come peraltro avevamo scritto su InsideOver, raccontando l’esistenza del piano Prosperity Partnership di André Marinho, che prevede lo sfruttamento da parte di Washington delle terre rare brasiliane; la denuncia da parte di un altro candidato alla presidenza, Renan Santos, riguardante i finanziamenti della rete Rockbridge, fondata da J.D. Vance, alla campagna di Bolsonaro; e la diffusione del rapporto dell’intelligence brasiliana (ABIN), che segnalava un rischio «critico», citando anche i dazi del 25% imposti dagli Stati Uniti e la designazione di PCC e Comando Vermelho come organizzazioni terroristiche. 

Peraltro lo scorso 2 ottobre, l’amministrazione Trump ha sospeso improvvisamente tutti i servizi consolari in Brasile citando generiche «questioni di sicurezza», decisione interpretata dalle autorità e dall’intelligence brasiliane come un tentativo di generare instabilità alla vigilia delle elezioni. 

Cosa c’è in gioco: risorse, alleanze e un continente in bilico

L’interesse delle potenze internazionali e dell’estrema destra globale per l’esito elettorale brasiliano è strettamente legato al peso economico, ecologico e minerario del colosso sudamericano nell’emisfero occidentale. Il Brasile è il paese più grande dell’America Latina e rappresenta uno snodo cruciale per l’economia globale, detenendo il 60% del bioma amazzonico, il 12% delle risorse mondiali di acqua dolce, il 23% delle riserve mondiali di terre rare e oltre 17,5 miliardi di barili di petrolio.

Il voto brasiliano si inserisce in un’onda lunga: dopo la Colombia con Abelardo De la Espriella e il Perù con Keiko Fujimori, la destra aveva già vinto in Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador e Honduras. Molti di questi governi hanno rinsaldato la cooperazione militare con gli Stati Uniti, che restano molto presenti in Venezuela.

«Il popolo dovrà scegliere tra rafforzare il sistema democratico o la barbarie, tra sviluppo o arretratezza», ha affermato Lula dopo la pubblicazione dei risultati. Bolsonaro resta, tuttavia, il favorito. Bisognerà attendere altri venti giorni per sapere se il gigante latinoamericano si arrenderà all’ondata ultraconservatrice che sta travolgendo la regione. «I bolsonaristi si preparino perché li sconfiggeremo» è stata la promessa del leader del Partido dos Trabalhadores.

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02/10/2026

Bolivia. Mobilitazione generale per il 13 ottobre contro le misure antipopolari del governo Paz

Lo scorso fine settimana si è tenuto a Lauca N, presso la sede del Coordinamento delle sei Federazioni del Tropico di Cochabamba, un incontro nazionale del movimento politico Evo Pueblo.

Contadini, minatori, uomini e donne della militanza popolare hanno riempito il sito con l’intenzione di stabilire linee guida per continuare la lotta contro i nemici del popolo.

La leadership ha annunciato che l’obiettivo dell’incontro era analizzare la situazione del paese e assumere misure contro le misure economiche del governo di destra Rodrigo Paz.

La leadership dell’Evismo ha indicato che in quella regione sono arrivati i rappresentanti dei nove dipartimenti del paese del movimento Evo Pueblo, il progetto politico dell’ex presidente Morales.

La leader Leonilda Zurita ha indicato prima dell’incontro che l’obiettivo è la “difesa del paniere di famiglia” e l’analisi della situazione dopo l’eliminazione del sussidio al carburante decretato dal Governo venerdì 18 settembre.

Da parte sua, Vicente Choque, leader della Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), ha denunciato anche la “privatizzazione” delle aziende statali.

Secondo Choque, questo piano si basa su un recente decreto per la riorganizzazione delle società statali e la chiusura delle imprese in perdita.

“Qui dobbiamo decidere di poter mobilitare, vedrete l’aspettativa”, ha detto alla radio dei coltivatori di coca dopo aver indicato che “c’è un diffuso disagio” contro il decreto di eliminazione del sussidio al diesel.

L’incontro nazionale di Evo Pueblo, tenutosi a Lauca, ha ampliato la sua piattaforma di richieste oltre il rifiuto del Decreto Supremo 5716, che modificava il sistema di sussidio al carburante. Le risoluzioni approvate includono questioni sulle politiche economiche, energetiche e di sicurezza del Governo di Rodrigo Paz, oltre a fissare scadenze per portare all’attenzione le principali richieste.

Tra queste vi è, appunto, anche il rifiuto del Decreto Supremo 5727, relativo ai processi di riorganizzazione, scioglimento e/o liquidazione delle società pubbliche. Evo Morales ha collegato entrambe le norme al percorso economico del governo e ha avvertito che, se alcune disposizioni non saranno abrogate, verranno promosse mobilitazioni in tutto il paese.

L’agenda approvata propone anche la restituzione alla loro funzione dei Ministeri della Pianificazione e dell’Energia, come parte di una proposta relativa alla conduzione della politica economica ed energetica.

Un altro punto messo in discussione riguarda il rapporto del governo con gli Stati Uniti, il Comando Sud e il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Le risoluzioni esprimono il rifiuto della partecipazione delle Forze Armate boliviane a iniziative relative al cosiddetto “Scudo delle Americhe” e mettono in discussione il loro intervento in compiti che, secondo il movimento, potrebbero portare ad azioni contro la popolazione.

La discussione si è estesa anche alla presa di posizione su una possibile modifica della Costituzione Politica dello Stato. Il movimento Evo Pueblo propone che qualsiasi riforma costituzionale debba essere attuata tramite un’Assemblea Costituente e che sia successivamente sottoposta a referendum. Allo stesso modo, le risoluzioni approvate respingono le candidature alla Presidenza e alla Vicepresidenza di persone con doppia cittadinanza.

Il movimento ha fissato il 3 ottobre come scadenza per il Governo per soddisfare le sue principali richieste.

Nel caso in cui non ci sia risposta, le risoluzioni propongono di avviare una mobilitazione a partire dal 13 ottobre. Evo Morales ha annunciato anche che si potranno tenere marce e raduni dipartimentali.

Dal governo, il Ministro della Difesa, Ernesto Justiniano Urenda, ha messo in dubbio le decisioni prese a Lauca Ñ e ha sostenuto che Morales deve rispettare le disposizioni della giustizia.

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30/09/2026

Il pasticcio dell’accordo Usa / Venezuela

Oggi è molto difficile parlare della questione Venezuela. Come dichiara Luis Britto Garcia, scrittore e saggista venezuelano, ci sono molti elementi oscuri e notevoli contraddizioni. Si tratta di un vero pasticciaccio, se vogliamo ispirarci al titolo del famoso romanzo incompiuto di Carlo Emilio Gadda (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, 1957). È disponibile un documento nel sito della Casa bianca, la dichiarazione di Delcy Rodrguez su Telegram e un documento molto breve nel sito del Ministero del Potere popolare delle relazioni internazionali.

Inoltre, nuove notizie arrivano ogni giorno: Alex Saab, diplomatico e funzionario insignito delle sue cariche da Nicolas Maduro, incarcerato negli Usa, si è riconosciuto colpevole e ha minacciato di svelare tutto quello che sa sulla presunta corruzione degli apparati del paese caraibico. Il Dipartimento di Stato Usa avrebbe ritirato l’accusa a Maduro di appartenenza al fantomatico Cartel de los Soles, Cilia Flores, moglie del presidente, avrebbe chiesto gli arresti domiciliari. Ovviamente l’opposizione chavista, sconcertata per non esser stata posta al comando, trova tutti i mezzi per riversare le peggiori accuse su tutti i dirigenti della Repubblica Bolivariana e rivendica la liberazione di altri prigionieri “politici”.

Prima di analizzare sia pure con cautela quello che ci è noto, si può dire che con il criminale sequestro di Maduro e il bombardamento di Caracas ('Operazione Absolute Resolve), gli Usa hanno rilanciato il loro controllo dell’emisfero occidentale, in particolare per l’acquisizione delle risorse, non solo energetiche, largamente presenti nel subcontinente latino-americano. Il petrolio venezuelano è molto denso ed è utilizzato per produrre il diesel ora scarso per la guerra in Ucraina e, soprattutto, per quella in Iran e le raffinerie situate lungo le coste del Golfo del Messico, ribattezzato dall’improbabile presidente Usa Golfo dell’America, sono tutte state costruite per raffinare il petrolio venezuelano.

Del resto, l’industria del petrolio del paese caraibico si è sviluppata in sintonia con le esigenze del sistema produttivo  della grande potenza, che ha riesumato con arroganza l’antica Dottrina Monroe e favorito insieme al sionismo la svolta a destra di molti paesi latino-americani.

In vista delle elezioni di medio termine e a causa del notevole calo della sua popolarità, Trump ha cercato senza successo di convincere Russia e Ucraina a non colpire le rispettive raffinerie e avrebbe addirittura chiesto alla Russia di vendergli il petrolio.

Andiamo per punti cercando di mettere ordine. L’accordo USA/Venezuela viola la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, secondo la quale ogni accordo fatto sotto minaccia è nullo. E che ci siano state violenze e minacce è evidente e la stessa Delcy Rodriguez ha dichiarato di avere un pistola puntata alla tempia.

Secondo l’articolo 234 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999)  Delcy non è più la presidente incaricata, carica prevista per sei mesi in caso di assenza del Presidente eletto. Pertanto, l’Assemblea nazionale dovrebbe intervenire e decidere come sostituirla. Trump ha affermato che non è il momento opportuno per celebrare elezioni, mentre alcuni congressisti democratici e repubblicani chiedono l’annullamento del trattato e il cambiamento della leadership venezuelana, accusando Trump addirittura di imperialismo. Inoltre, Delcy è stata nominata da un presidente considerato illegittimo dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Ma la questione della decadenza di Delcy dalla sua carica non è un problema oggi nel clima generale di violazione delle varie forme di diritto. Si pensi che anche Volodimir Zelensky è decaduto ormai da qualche anno e lo hanno sottolineato solo i russi.

Da tempo prima del sequestro di Maduro gli Usa avevano minacciato il Venezuela e non solo a parole: avevano dislocato la portaerei Gerald Ford nelle acque della Colombia e del Venezuela, azione cui il ministro della difesa Vladimir Padrino Lopez aveva risposto con la mobilitazione di 200.000 soldati e di armi, tra cui i lancia missili portatili venduti dalla Russia. Gli USA avevano anche bombardato barche di innocenti pescatori accusati senza prova alcuna di essere trafficanti di droga. 

Dopo l’intervento armato statunitense, nonostante il governo bolivariano avesse fatto appello alla calma, ci sono state varie proteste a Caracas e in altre città contro la criminale ingerenza, contro l’accordo energetico e contro l’arrivo degli israeliani dopo il terribile terremoto, che avrebbe provocato circa 6.000 morti. Alle proteste hanno partecipato una serie di movimenti ant-imperialisti, come il Movimiento Popular, Frente popular antimperialista, il Movimento di appoggio alla Palestina. I partecipanti avevano in mano la Costituzione bolivariana.  In queste manifestazioni sono intervenuti a Caracas noti personaggi della sinistra chavista come Oswaldo Rivero, Ernesto Segovia, Juan Contreras, Humberto Vargas, Wilmer Poleo, i quali sono accusati dall’attuale governo di essere dei corrotti e dei traditori, se non agenti della CIA.

Accanto alle proteste sono state organizzate dalla Chiesa cattolica marce religiose come la "Gran Peregrinación Unidos por una Venezuela sin Sanciones y en Paz" (Abril-Mayo 2026) e la Histórica "Marcha para Jesús 2026" (Agosto 2026), che pare non abbiano avuto molto seguito.

Un altro aspetto importante dell’ingarbugliata questione da esaminare è l’atteggiamento delle società petrolifere  verso l’accordo.

In un articolo del passato 15 settembre la BBC comunica che le più importanti compagnie petrolifere non partecipano all’accordo tra il Venezuela e gli Usa, non condividendo l’entusiasmo del Presidente Trump. L’accordo, annunciato alla fine di agosto, prevederebbe la cessione del controllo maggioritario agli Usa di 17 giacimenti, che produrrebbero 65 miliardi di barili, ossia il 21,5 delle riserve complessive di petrolio di proprietà del Venezuela, e rappresenterebbero il 141% delle riserve Usa.

Per quale ragione? Dopo anni di sanzioni contro il paese caraibico, l’infrastruttura estrattiva venezuelana è da ricostruire totalmente e inoltre la nuova attività produttiva ha bisogno di un complesso apparato logistico del tutto assente. Pertanto, per avviare le estrazioni petrolifere sarebbero necessari 100 miliardi di investimenti, che probabilmente darebbero frutti solo nel giro di 5/10 anni.

Inoltre, i dirigenti di queste compagnie si sono dimostrati preoccupati per le condizioni di instabilità politica e giuridica, in cui si trova attualmente il paese, il cui governo dei fratelli Rodriguez (Delcy e Jeorge, presidente dell’Assemblea) è attaccato sia da destra che da sinistra. Sinistra totalmente ignorata dai media dominanti, che si limitano a riferire le accuse dei sostenitori di Marina Corina Machado, i quali pretendono persino un cambio della Costituzione venezuelana. Del resto, Diosdato Cabello, ministro dell’interno, della giustizia e della pace, ha dichiarato che con l’accordo di 25 anni si arriveranno a produrre 6 milioni di barili al giorno e che è quanto la stessa destra auspicava.

E ciò è più che ovvio, dato che la legislazione venezuelana (in particolare la Costituzione che attribuisce la proprietà delle risorse alla Repubblica Bolivariana), non garantisce gli investimenti delle compagnie statunitensi, che in seguito alla politiche di Hugo Chavez affermano di aver diritto ad essere risarcite dal Venezuela per esser state espropriate. Per tranquillizzarle è stata approvata le nuova legge sugli idrocarburi e la nuova legge organica sulle miniere, e nel frattempo la OFAC del Dipartimento di Stato Usa ha cominciato a consentire alle società petrolifere del paese di lavorare in Venezuela.

Per ora solo Chevron, storicamente presente in Venezuela, ed ENI hanno firmato un accordo per lavorare in Joint Venture con PDVSA per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Secondo analisti finanziari, pensando al futuro, JP Morgan intende lanciare Futures sui profitti che verranno.

Molti si chiederanno se questa deriva è inattesa e sorprendente. Ci limitiamo a registrare i fatti. Circa 7 mesi fa il già citato Jeorge Rodriguez ha rilasciato un’intervista, nella quale ammette che il socialismo è stato un fracaso per il Venezuela e che ora occorre volgersi verso il mercato. 

Delineato il complesso quadro d’insieme, esaminiamo nel dettaglio l’accordo. In primo luogo, occorre metter in luce una profonda discrepanza: Trump afferma che l’accordo dura 100 anni, la Rodriguez venticinque.

Nel dettaglio il trattato si baserebbe su Contratti di partecipazione produttiva tra PDVSA e l’impresa privata North American Blue Energy Partners (Nabep), di cui è proprietario  Alejandro Betancourt, accusato di riciclaggio di capitali in Svizzera e Spagna, ma che ora godrebbe della protezione di Marcos Rubio e di Trump. PDVA avrebbe in mano il 45% delle azioni, mentre Nabep il 55%, essendo il 35% di quest’ultima di proprietà del Pentagono, che avrebbe così ulteriore combustibile per alimentare le sue guerre. Un vero e proprio sistema di scatole cinesi. Betancourt ha anche ottenuto contratti per la costruzioni di centrali elettriche in Venezuela e avrebbe avuto rapporti con una banca russa sanzionata per la guerra in Ucraina. Come si è detto, l’accordo apporterebbe al paese 100 miliardi di dollari di investimenti, dai quali il Venezuela trarrebbe 209 miliardi di tasse.

Secondo calcoli approssimativi forniti dalla Rodriguez ciò significa che il Venezuela venderebbe il suo petrolio a 19 dollari al barile, producendo 1,5 milioni di barili al giorno, ma in realtà la verifica dei conti mostra che il costo del barile sarebbe solo di 3,22 dollari, quando il prezzo attuale sta superando i 100 dollari.

I critici da sinistra dell’attuale governo sostengono che la presidentessa ha impiegato gli stessi argomenti del governo di Rafael Caldera per giustificare l’apertura petrolifera: investimenti, infrastruttura, tecnologia. Ritengono anche che il trattato implica il ritorno del Venezuela alle condizioni coloniali imposte dalla dittatura di Juan Vicente Gómez, contro le quali il popolo organizzò lo storico sciopero petrolifero del 1936. E anche alla sottomissione agli Usa dato che il Venezuela ha riallacciato le relazioni con Israele ed ha anche abbandonato la Corte Penale Internazionale invisa alla ex grande potenza (sull’espansione di Israele in America Latina vedi qui).

Da ricordare anche che Cina e Russia avevano fatto importanti investimenti in Venezuela e che pertanto non hanno gradito l’accordo ed hanno rivendicato i loro diritti. Del resto, Trump ha giustificato il suo intervento proprio per scacciare i suoi più grandi nemici dalla antica riserva territoriale degli Usa.

Ho scritto che vi è in Venezuela un’opposizione da sinistra all’attuale governo, composta da importanti personaggi del chiavismo “originario”, intellettuali come Luis Garcia Britto, giornalisti e militanti come Mario Silva Garcia, fondatore del PSUV e costituente, ex ministri di Chavez come Rafael Ramirez, in capo al ministero del petrolio durante il governo Chavez, Elías Hawa, vicepresidente di Chávez tra il 2010 e il 2012, l’economista Francisco Rodriguez. Tutti questi e molti altri hanno giudicato l’accordo incostituzionale, lo hanno comparato al Fondo costituito dagli Usa per appropriarsi del petrolio iracheno e alla privatizzazioni avvenute in Russia negli anni ‘90  sotto la guida dei consiglieri americani . Hanno anche sottolineato che l’accordo avrebbe dovuto passare sotto il vaglio dell’Assemblea nazionale, come prevede l’articolo 150 della Costituzione, e che il fatidico 3 gennaio la difesa venezuelana era stata disattivata per consentire il rapimento di Maduro.

L’ultimo punto di questo intervento è tentare di rispondere alla giustificazione fatta da alcuni, secondo i quali il governo bolivariano non aveva altra scelta ed ha, pertanto, optato per il male minore, evitando ulteriori violenze e lo scoppio di una possibile guerra civile. A questa considerazione viene aggiunto che non possiamo comprendere, stando all'esterno, la situazione venezuelana, affermazione che se fosse valida ci impedirebbe di capire qualsiasi azione di cui non siamo i diretti protagonisti. In alcuni casi si citano anche i sacri testi marxisti per ribadire che esistono situazioni in cui occorrerebbe “sporcarsi le mani”, partendo dalla convinzione che ci sia una stretta somiglianza, tutta da dimostrare, tra il fatto contemporaneo e il fenomeno cui si riferiscono le osservazioni dei grandi politici del passato.

Per amore della completezza riferisco che i membri della “sinistra chavista”, oltre a lamentare la mancanza della radicalizzazione della Rivoluzione bolivariana e l’affidamento di alcune imprese espropriate (las comunas) a capitali privati e stranieri, dando impulso ad Alleanze strategiche per rilanciare la produzione, che hanno suscitato l’ostilità dei lavoratori, accusano l’attuale governo di essersi sottomesso agli Usa solo per gestire l’accordo e, quindi, per restare al potere.

Certamente nessuno può affermare che la situazione in cui si trova oggi il Venezuela non sia tragica, dove sembra mancare anche l’elettricità come a Cuba, e che scegliere cosa fare costituisce un’impresa ardua. Tuttavia, non posso fare a meno di sottolineare che l’accordo stipulato con gli Usa di Trump comporterà la spoliazione del paese e l’immiserimento della popolazione come hanno dimostrato non solo secoli di storia coloniale, ma tutta la politica economica dell’arrogante potenza verso il Sud globale e anche verso l’Europa (si pensi al Piano Marshall). Politica ben descritta nei suoi cinici dettagli da uno dei suoi stessi promotori, poi pentitosi, John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia (2004).

Nel frattempo, Delcy è sbarcata a New York per partecipare all’81° Assemblea delle NU, e ristabilire relazioni con la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e per incontrare ancora una volta Donald Trump. Al contempo l’oro del Venezuela, depositato nelle casseforti della City di Londra, è giunto a New York a garanzia degli investimenti accordati.

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14/09/2026

Il Brasile sulla strada delle elezioni: uno scontro di progetti strategici

Il Brasile entra nella fase decisiva delle elezioni del 2026 con una sfida che vede contrapporsi due modelli di Paese. Le candidature di Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro fanno da cornice a questo scenario.

Con l’avvio ufficiale della campagna elettorale iniziata il 16 agosto, la lotta per il Palazzo del Planalto si intreccia con la battaglia per il controllo del Congresso, del Supremo Tribunale Federale (STF), il modello economico e la posizione geopolitica del Brasile nei confronti di Stati Uniti e Cina – in quello che definiamo il “confronto del G2”.

Attualmente, la dimensione geopolitica delle elezioni è caratterizzata da una crescente preoccupazione nelle file dei sostenitori di Lula, e che comincia a insinuarsi tra gli elettori, legata alla possibilità di interferenze straniere nel processo elettorale.

Il risultato determinerà chi governerà, ma anche quale blocco di potere avrà la capacità di gestire lo Stato e che margine di autonomia conserverà la principale potenza sudamericana.

Il primo limite per il governo di Lula da Silva si presenta nel Congresso Nazionale. La Camera dei Deputati e il Senato mantengono una composizione in cui le forze di centro e di destra hanno un peso decisivo.

La bocciatura della nomina di Jorge Messias al Supremo Tribunale Federale (STF) da parte del partito di governo, ha messo in luce questa relazione di forze. Il Senato ha respinto la sua candidatura alla fine di aprile. È stata la prima volta dal 1894 che la Camera alta ha respinto una nomina presidenziale al massimo organo giudiziario del Paese.

La disputa istituzionale si è spostata su altre questioni, che permettono di distinguere chiaramente tra progetti politici contrapposti.

La riduzione dell’orario di lavoro, la regolamentazione delle piattaforme digitali, la sicurezza pubblica, l’interruzione volontaria di gravidanza e le politiche ambientali sono diventati campi di scontro tra progetti politici. Per il governo, questi dibattiti rientrano in un’agenda incentrata sui diritti sociali e sul rafforzamento dello Stato. Per i sostenitori di Bolsonaro, ora nel ruolo di oppositori, rappresentano opportunità per criticare l’Esecutivo e ampliare la propria base elettorale.

Il Supremo Tribunale Federale occupa un posto centrale in questa disputa. Ad agosto ha ripreso un’agenda che comprende l’estrazione mineraria nelle terre indigene, gli investimenti stranieri nelle piattaforme digitali, le licenze ambientali e le questioni elettorali.

Anche il Supremo Tribunale Federale (STF) è uno degli  obiettivi principali dei sostenitori di Bolsonaro. Il dibattito sul voto elettronico, l’intelligenza artificiale e la disinformazione colloca il Supremo Tribunale Federale e il Tribunale Superiore Elettorale (TSE) al centro della campagna elettorale.

In questo contesto, Flávio Bolsonaro, dopo una combattuta campagna per le primarie, ha consolidato la sua candidatura alla presidenza. Il Partito Liberale lo ha ufficialmente nominato il 25 luglio. All’evento ha partecipato il presidente argentino Javier Milei, che ha pubblicamente appoggiato il candidato. Questo sostegno aggiunge una dimensione regionale alle elezioni brasiliane.

Una convergenza tra i sostenitori di Bolsonaro (in posizione di governo) e l’attuale governo argentino altererebbe gli equilibri di potere politico in Sud America e all’interno del Mercosur, consolidando una svolta neofascista e neoliberista nella regione.

I sondaggi mostrano una competizione sempre più serrata. Il 14 agosto, Quaest ha registrato il 38% per Da Silva e il 31% per Bolsonaro al primo turno. In un eventuale ballottaggio, la differenza sarebbe stata del 43% contro il 40% a favore di Da Silva.

Tre giorni dopo, BTG/Nexus ha attribuito a Da Silva il 41% e a Bolsonaro il 36% al primo turno. Per il ballottaggio, il sondaggio ha registrato il 47% contro il 44%, sempre a favore di Da Silva. I numeri non sono uniformi, ma dimostrano che il bolsonarismo conserva la capacità di contendere la Presidenza.

La campagna si sta svolgendo anche su un terreno tecnologico e della comunicazione. La regolamentazione dei social media, l’uso dell’intelligenza artificiale e la diffusione della disinformazione sono tutti elementi centrali della battaglia elettorale. A ciò si aggiunge la questione della sicurezza. La lotta contro la criminalità organizzata, il Primo Comando della Capitale (PCC) e il Comando Rosso viene strumentalizzata dalla destra per chiedere politiche più severe.

Nel frattempo, il governo di Lula sta cercando di combinare l’azione penale per reati finanziari, il coordinamento federale e la prevenzione della criminalità organizzata.

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11/09/2026

11 Settembre 1973 nella memoria

Ricordiamo il golpe cileno dell’11 settembre 1973 promosso dall’amministrazione USA Nixon-Kissinger e ferocemente attuato dai militari di quel paese. Teniamo molto a rammentare quei tragici fatti proprio perché stiamo vivendo un presente di grande difficoltà per la democrazia.

Dopo il voto in Sassonia questa crisi sta assumendo particolari aspetti proprio in Italia dove – addirittura- è stata aperta dalla magistratura un’inchiesta su presunti rapporti tra un movimento politico di estrema destra e settori dell’esercito e della polizia.

L’Italia non è nuova a iniziative di carattere eversivo, dal “Piano Solo del 1964 a diversi episodi negli anni’70 (Rosa dei Venti, Golpe Borghese) culminati nella triste vicenda della P2 e dei servizi segreti deviati (Piazza Fontana, Ustica, strage di Bologna).

Dunque: per non dimenticare, per non sottovalutare, per non cedere alla tentazione dell’accomodamento opportunistico.

*****

L’11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, massacrando e imprigionando migliaia di cittadine e di cittadini democratici e instaurando una feroce dittatura militare capace di mettere in pratica lo sfruttamento più intensivo delle persone e delle risorse del territorio.

Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione.

Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto Il 4 settembre quando Salvador Allende era stato eletto Presidente.

Il 24 ottobre 1970 il Congresso nazionale cileno aveva ratificatola sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo.

Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo.

Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: nessuno osa più misurarsi con possibilità della trasformazione radicale delle marxiane “stato di cose presenti”.

L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi di inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ‘900.

L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta.

Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.

Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe.

Un’idea quella del riscatto sociale che non deve essere mai smarrita.

Fonte

09/09/2026

Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele

Il problema delle “internazionali nere” e delle alleanze tra nazionalisti è che alla fine devono fare i conti con le loro stesse regole, ovvero quelle del capitale, del massimo profitto e della competizione internazionale. È ciò che sembra tratteggiarsi all’orizzonte dello scontro per il petrolio delle isole Falkland (Malvinas per gli argentini) tra il governo di Javier Milei e una joint venture tra britannici e israeliani, con i primi certamente sotto maggiore pressione.

In un messaggio a reti unificate, affiancato dall’intero esecutivo, il presidente argentino ha formalizzato una pesante offensiva economica e legale contro il progetto “Sea Lion”: un giacimento scoperto nel 2010 e che si stima possa offrire fino a 1,7 miliardi di barili di greggio. Il consorzio per l’estrazione unisce l’israeliana Navitas Petroleum, con una quota del 65%, e la britannica Rockhopper Exploration, con il restante 35%.

Alla fine del 2025 i due gruppi hanno approvato un piano da oltre 2 miliardi di dollari per avviare la produzione nel 2028, con un ritmo iniziale di 50 mila barili al giorno. Il giacimento, però, è a circa 200 km dalle isole che Buenos Aires rivendica col nome Malvinas, e l’arcipelago e il petrolio si trovano dunque al centro di un dossier diplomatico delicato, dopo la guerra del 1982.

Il 3 settembre, il governo di Milei ha deciso di spingere al Congresso un disegno di legge per la difesa della sovranità nazionale e ha così optato per l’estensione delle sanzioni amministrative e penali a dirigenti, azionisti e fornitori delle imprese attive nel bacino. Lunedì 7 settembre il ministro degli Esteri Pablo Quirno ha annunciato la presentazione formale di denunce penali contro Navitas Petroleum, le sue sussidiarie, i partner operativi e i vertici aziendali per violazione della legislazione argentina.

Quirno ha cercato di spegnere i timori di una crisi diplomatica con Tel Aviv, affermando che il contenzioso non danneggia minimamente le relazioni bilaterali. Tuttavia, è evidente che un terreno di frizione significativo si è aperto con Sea Lion. Non solo in maniera diretta, ma anche perché tra gli stessi azionisti della britannica Rockhopper figurano fondi d’investimento israeliani (Noked Capital, Brosh Funds e ION Fund Management).

Ad aver dato forza alle rivendicazioni argentine c’è stato anche Donald Trump, che recentemente ha dichiarato che sarebbe disponibile a rivedere la tradizionale posizione di neutralità sull’arcipelago atlantico, lamentando il mancato aiuto di Londra nell’aggressione all’Iran e una certa titubanza negli impegni presi all’interno della NATO.

Il legame tra Washington e Buenos Aires viene inoltre rafforzato dal fatto che i due paesi stanno costruendo una base navale integrata a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, che in prospettiva sarà utilissima agli States per proiettare la propria presenza nell’Atlantico meridionale e verso l’Antartide. I recenti provvedimenti di Milei prevedono l’accelerazione dei lavori.

Il capo di Stato argentino è uno dei leader più allineati a Israele e al genocida Benjamin Netanyahu, con cui ha sottoscritto intese bilaterali e i cosiddetti “Accordi di Isacco”. Forte delle aperture della Casa Bianca, probabilmente immagina di poter giocare una partita aggressiva con la Navitas Petroleum e, infine, far ricadere i costi maggiori sui partner britannici.

Lo stesso figlio di Netanyahu, Yair, aveva affermato in agosto che le Malvinas dovrebbero appartenere all’Argentina, perché il Regno Unito “è attualmente un paese ostile”. Parole che rimandano proprio alla guerra delle Falkland, durante la quale Israele vendette armi alla dittatura argentina come ritorsione contro l’opposizione di Londra all’invasione del Libano, ripartita dopo le operazioni del 1978 proprio negli ultimi giorni del conflitto per l’arcipelago atlantico.

Per ora non sono arrivati commenti ufficiali da parte di Tel Aviv, mentre la risposta del Regno Unito è stata netta e puntuale. Per Downing Street il referendum del 2013 che ha confermato in maniera schiacciante la volontà degli abitanti delle isole di rimanere sotto la corona è l’unica cosa che conta. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha liquidato le uscite della Casa Rosada dicendo che “ci dicono più della politica interna in Argentina che delle isole Falkland”.

Il riferimento è al cambio di rotta scelto da Milei sul nodo delle Malvinas: all’inizio del suo mandato aveva auspicato una “relazione da adulti” con il Regno Unito. A tali diversi indirizzi sembra spingerlo il calo dei consensi e l’incalzante competizione della vicepresidente nazionalista Victoria Villarruel (con importanti agganci nelle forze armate) in vista delle presidenziali del 2027.

Un misto di interessi economici e politico-elettorali stanno muovendo Milei su un terreno scivoloso. Per quanto sia vero che sia Navitas sia Rockhopper sono già sotto sanzioni argentine, l’offensiva attuale potrebbe infastidire alcuni influenti esponenti israeliani, mettendo in difficoltà e imbarazzo anche Trump. Ad ogni modo, il segnale più evidente di questa vicenda è chiaro: la faglia tra Trump, compreso il suo establishment e alleati, e le potenze europee è sempre più profonda, insanabile.

Infine, e non è un dettaglio, proprio le ambizioni sulle Malvines e la sconfitta che ne derivò nello scontro militare con la Gran Bretagna nel 1982, innescarono la crisi e poi la fine della giunta militare argentina. Che questa crisi sia di buon auspicio anche per la dipartita di Milei.

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07/09/2026

Gli Usa «ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio»

«Di fronte al nuovo scenario delle relazioni internazionali per lo sviluppo produttivo del paese»: è il titolo del comunicato con il quale il Partito socialista unito del Venezuela (Psuv), esprime pieno sostegno alla «compagna Delcy Rodriguez, presidente ad interim della Repubblica, in merito agli accordi firmati con Washington in materia energetica».

Il Venezuela, tanto più dopo il terremoto e le prolungate sanzioni, deve «sfruttare tutti gli strumenti possibili, nel quadro costituzionale, per mettere le immense riserve di idrocarburi al servizio dello sviluppo nazionale». Il comunicato chiede unità per «affrontare questa nuova fase con intelligenza strategica, unità popolare e coscienza rivoluzionaria, con coesione interna e vigilanza patriottica». Immancabile il motto finale: ¡Unidad, lucha, batalla y victoria!.

Ma il sito Resumen latinoamericano riporta il comunicato con una premessa esplicita: «Il presidente genocida Donald Trump e la presidente incaricata Delcy Rodriguez annunciano un accordo dalle caratteristiche coloniali». Sui social, appaiono commenti di questo tipo: «Mi dispiace per la base del Psuv, sono sicuro che molta gente valida là dentro non è d’accordo».

Ha da tempo posizioni opposte a quelle del governo di Caracas il Partito comunista venezuelano (Pcv), bandito già all’epoca di Nicolás Maduro. Sulle trattative con gli Usa si era già espresso in modo perentorio; si attende il prossimo comunicato.

Un’analisi, dell’economista venezuelano Andrés Giussepe, specialista di politiche energetiche, sul sito Aporrea, è pungente fin dal titolo: «Il giorno in cui un governo senza mandato in Venezuela ci ha riportato all’era delle concessioni». Nessuno ha mostrato il contratto completo, e intanto il paese patisce scarsità di combustibile nei distributori, «un’asimmetria che riassume l’accordo».

Giussepe conclude così: «Una risorsa che appartiene a tutti i venezuelani, presenti e futuri, viene impegnata per un secolo, un’ipoteca generazionale, senza che la maggioranza di quei venezuelani abbia visto il contratto, espresso un parere al riguardo o scelto chi lo ha firmato»; dunque, è l’esortazione, «ogni cittadino – chavista, dell’opposizione o indifferente – dovrebbe pretendere di sapere cosa è stato firmato e a nome di chi».

Un altro commento attualizza l’affermazione sarcastica dello spagnolo Gabriel Rufián, portavoce di Esquerra Republicana de Catalunya al Congresso dei Deputati spagnolo: «Che fortuna hanno gli Stati Uniti, ogni volta che cercano la democrazia trovano petrolio, vero?».

Quanto all’opposizione di destra, il primo a esprimersi sull’accordo è stato Juan Pablo Garipa, ex vicepresidente dell’Assemblea nazionale; se la cava chiedendo una «lettura calma» dell’accordo, riconosce che «il Venezuela aveva bisogno di grandi investimenti privati esteri per recuperare anni di degrado dell’industria petrolifera» e conclude che «tutto dipenderà dagli effetti che ci saranno sulle condizioni di vita dei venezuelani». Ma «l’accordo sarà benefico per entrambe le parti solo con libere elezioni».

Giorni fa a Caracas, secondo un video pubblicato sui social e rilanciato da Resumen, sono stati rimossi dalla facciata del Palazzo di Giustizia i manifesti giganti con i volti di Hugo Chávez e Simón Bolívar, sostituiti con due striscioni «Plan Venezuela Renace». Non sarebbe la prima volta; a giugno è avvenuto nello Stato di Táchira suscitando le ire del governatore e dei cittadini.

E intanto, la prospettiva di una sovranità petrolifera, funzionale anche alla diversificazione dell’economia, perfino all’ecosocialismo che aveva conosciuto diversi tentativi in epoca chavista, pare una speranza archiviata.

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02/09/2026

Democrazia export alla Trump: cent’anni di petrolio venezuelano

I predatori

«Il più grande accordo petrolifero nella storia del mondo» insiste nella sua nota modestia. Grazie anche ai coriferi segretario di Stato Marco Rubio e segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela». Raddoppio delle riserve petrolifere americane, «e ridurrà i prezzi del carburante per tutti gli americani», la promessa di vigilia elettorale di Medio termine tutta da verificare.

E i venezuelani?

S’è l’è chiesto Claudia Fanti sul Manifesto. «Il popolo chavista, che dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno, non comprende appieno di quale cessione di sovranità si tratti». Costi e i rischi dell’intera operazione. Malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. «Accordo incostituzionale», lo denuncia l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, «da un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima». «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio».

Misteri oltre le iperboli fasulle

La CNN riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» e concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari a quasi un quarto delle riserve petrolifere del Paese e per la durata addirittura di 100 anni. E secondo Axios, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al blocco dei produttori di greggio, dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.

Pratica del capitalismo predatorio

«Ogni barile sarà pagato appena tre dollari, il 5% del valore del Brent», la sintesi. Ma per Francesco Sassi «è colonialismo. In epoca di mine iraniane nello Stretto di Hormuz e di droni ucraini sulle raffinerie russe, l’accordo rincuorerà molti. Soprattutto coloro che, preoccupati dall’aumento dei costi dei carburanti, non ultimo il governo italiano, cercano conforto nonostante la ‘policrisi’ in atto». Ed ora l’accordo Washington-Caracas, ottenuto dopo mesi di pressione esplicita e implicita esercitata dagli Stati Uniti, rinnova il bisogno di fare chiarezza visto che Trump ha sbandierato il documento come «il più grande accordo petrolifero nella storia mondiale».

La sola vera ‘innovazione’

Cosa è stato imposto di fatto? A differenza della Cina, della Russia o dello stesso Venezuela, non esiste una compagnia petrolifera statale americana. E oggi il governo degli Stati Uniti entra come proprietario di riserve petrolifere di un paese terzo. Fuori e oltre dagli schemi anche del capitalismo predatorio di parte dell’industria petrolifera a stelle e strisce. Un ‘patriarcato’ petrolifero che se ne frega sia delle compagnie energetiche americane ed europee che continuano oggi a investire in Venezuela, sia di una impeachment contro Trump. «Lo stesso vale per il crollo dell’attuale regime chavista e la presa di potere di un’opposizione che, paradossalmente, oggi grida allo scandalo per le condizioni a cui il Venezuela ha svenduto il proprio petrolio».

Cosa resta al Venezuela

Secondo le stime della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, l’accordo assicurerà a Caracas 209 miliardi di tasse. Ciò si traduce in poco più di tre dollari per singolo barile di petrolio concesso agli Usa, meno del 5% del valore attuale del Brent: «un guadagno ridicolo che fa da cornice a questo raccapricciante amalgama politico-energetico».

Capitalismo predatorio

La dottrina ‘Donroe’, la variante firmata da “The Donald” della Dottrina Monroe, con la quale, nel 1823, il presidente nordamericano rivendicava il «diritto manifesto di esportare la democrazia Usa a sud del Rio Bravo come barriera al colonialismo europeo». Ma a Trump della democrazia non importa nulla. La “sua” dottrina prevede che le principali risorse del subcontinente – petrolio, acqua dolce, metalli preziosi, terre rare e litio – siano considerate «assets strategici degli Usa». Tanto che la dottrina Donroe – spiega Roberto Livi – è diventata parte della National Security Strategy (NSS) degli Stati Uniti per il 2026. Il 7 marzo, convocati alla residenza imperiale a Mar-a Lago, dodici presidenti latinoamericani hanno firmato il trattato «Scudo delle Americhe».

Sotto la copertura della lotta ai narcos e ai terroristi, i dodici hanno accettato il ruolo di vassalli di Trump per tenere lontane le presenze finanziario-commerciali di Pechino dal subcontinente, ormai ridotto a «risorsa strategica degli Usa».

I Vassalli all’Imperatore

Il Venezuela aveva già accettato il ruolo di vassallo, affidando a compagnie petrolifere statunitensi l'ammodernamento delle infrastrutture di estrazione, la licenza di commercializzazione e il greggio estratto. Ma dei 53 miliardi di dollari passati per le mani di Trump, 13 sono «scomparsi». Il presidente argentino Javier Milei, ha ceduto le distese (un decimo dell’Italia) bituminose di Vaca Muerta al fracking di grandi compagnie. E una delle new entry dell’estrema destra continentale, la presidente del Perù Keiko Fujimori, firmi l’accordo per una superbase militare Usa a Callao. L’altro fedelissimo, il presidente equadoriano Daniel Noboa è pronto ad affittare ai marines una delle isole Galapagos. Per ultimo, il presidente colombiano De Espriella, già allineato ancor prima di metter piede alla Casa de Nariño.

Il poco di rosa che rimane

«Lula è rimasto unico rappresentante dei leader che avevano colorato di rosa gran parte dell’America Latina. A ottobre dovrà affrontare un altro vassallo in pectore di Trump, Flávio Bolsonaro, lanciato sulle orme del padre». Tragedia per Cuba che resiste strenuamente allo stragolamento energetico, finanziario e commerciale di Trump e difende a denti stretti la sua sovranità. Una parte, però, rischia già di perderla. La compagnia canadese Sherritt, che per decenni ha estratto, lavorato e commercializzato il nichel e il cobalto cubano è stata costretta dalle sanzioni (1° maggio) del segretario di Stato Rubio a chiudere l’attività nei giacimenti di Moa (più del 20% delle riserve globali di nichel). Ora è sicuro che venderà ad amici dell’amministrazione Trump. Più ‘Al Capone’ –come detto sopra – che ‘alta politica’.

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01/09/2026

La situazione in Venezuela. Intervista con Stella Calloni

Stella Calloni (Entre Ríos, Argentina, 1935) è una rinomata giornalista, scrittrice, poetessa e ricercatrice specializzata in politica internazionale. Riconosciuta come una delle voci più importanti del giornalismo investigativo in America Latina, è stata corrispondente di guerra in America Centrale e nei Caraibi ed è autrice di preziosi studi sui processi politici della regione, evidenziando le sue indagini di riferimento sull’Operazione Condor (The Wolf Years, Criminal Pact).

Nel corso della sua vasta carriera, in cui ha ricevuto il Premio José Martí per il Giornalismo Latino-Americano e il Premio Rodolfo Walsh, si è distinta per il suo sguardo critico, la sua ferma difesa dei diritti umani e un costante impegno etico nell’analisi geopolitica del continente. Le forti dichiarazioni politiche di Stella Calloni sono destinate ad aprire un ricco dibattito internazionale.

Cosa sta succedendo in Venezuela?

Stella Calloni: Per me, questo mette in luce la debolezza assoluta della sinistra e degli intellettuali; era qualcosa di ovvio. Ciò cui stiamo assistendo oggi è direttamente collegato all’aver accettato silenziosamente gli eventi del 3 gennaio 2026. Nessuno ha offerto una spiegazione convincente sul perché ciò che è accaduto: un’operazione chirurgica di sole due o tre ore in cui rapiscono il presidente, lo trasferiscono all’estero e, inoltre, prendono il controllo del paese.

Fai un contrasto molto netto tra la capacità di risposta militare del Venezuela e altri episodi storici nella regione. Perché questa mancanza di resistenza ti sembra così incomprensibile?

Stella Calloni: È incomprensibile. Il Venezuela dispone di un grande esercito, dotato di radar, armi e una struttura difensiva che Chávez stesso ha lasciato organizzata. Non era una nazione indifesa. Pensiamo al caso di Panama quando fu invasa dagli Stati Uniti: era un paese di appena due milioni di abitanti, con il Comando Sud che operava all’interno del proprio territorio e una forza militare di soli 4.000 soldati in formazione, senza aviazione né armi pesanti.
Eppure, a Panama il popolo e le forze armate resistettero con ciò che avevano a disposizione. Ecco perché è inammissibile che qui non ci sia stata resistenza, se non per l’eroico esempio di 32 compagni cubani e alcune azioni isolate in caserme prive di difesa. Un’azione di tale portata non poteva mai essere compiuta senza complicità o un accordo interno.

Nella tua analisi, l’impatto non è solo militare o politico, ma anche economico e istituzionale. Come valutate i passaggi compiuti immediatamente dopo?

Stella Calloni: Nel giro di una settimana, installano un presidente la cui prima misura è cedere l’amministrazione delle risorse petrolifere al Tesoro degli Stati Uniti. E cercano di giustificarlo sostenendo che sono “concessioni necessarie per salvare il popolo”. Salvare chi? Con la presenza del Comando Sud nel territorio e l’attuazione del cosiddetto “consenso di Trump”, chiunque cerchi di difendere la sovranità della propria patria sarà classificato come terrorista. Il nemico interno diventa tutti noi.

C’è una pretesa diretta nel tuo discorso riguardo alla leadership politica e al ruolo della memoria storica. Ritiene che l’eredità di figure come Hugo Chávez o Fidel Castro sia stata tradita?

Stella Calloni: Il tradimento di Chávez è assoluto e totale. Ecco perché hanno cancellato la sua eredità dalla mappa e ora stanno cercando di fare lo stesso con la figura di Bolívar. Cercano di cancellare la memoria storica dei nostri popoli, devastare le conquiste sociali e lasciare una società impoverita e disperata.
La sinistra trovò rifugio in quel progetto straordinario dell’inizio del secolo, ma quella fase fu sostenuta dalla statura di una leadership storica con Fidel Castro e Hugo Chávez alla guida. L’attuale leadership credeva che fosse possibile sopravvivere partecipando ai vertici, tenendo discorsi eloquenti e scrivendo documenti. La politica richiede azione, e qui non è stato fatto nulla.

Menzioni anche con grande preoccupazione la situazione umanitaria a Cuba. Cosa pensi stia fallendo nella solidarietà internazionale con l’isola?


Stella Calloni: Stiamo cadendo addormentati. A Cuba, la popolazione sta subendo una usura straziante, un’asfissia drammatica che ricorda la situazione a Gaza. Non importa quanti aiuti puntuali vengano inviati, stiamo parlando di un paese di quasi dieci milioni di abitanti paralizzato, senza forniture energetiche di base e con un sistema ospedaliero al limite. Non possiamo semplicemente lamentarci dietro gli angoli mentre succede questo.

Per concludere, qual è la tua chiamata all’azione in questo scenario?

Stella Calloni: È tempo di mobilitarsi e agire. E voglio essere chiara: non sto invocando insurrezioni armate o cose del genere. Sto parlando di spezzare l’inerzia del cerchio chiuso in cui siamo divisi tra discorsi impeccabili che non trasformano la realtà. Dobbiamo finanziarci se necessario, scendere in piazza, dialogare con le basi, mettere in discussione i centri di potere e mostrare all’impero che siamo ancora vivi.

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30/08/2026

Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile

Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.

Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista

Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI di Braganza che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.

Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari. Mentre Getúlio Vargas, durante tutto il suo governo, si fece paladino di una rivendicazione sovranista legata a processi storici come quelli di Juan Domingo Perón in Argentina o Lázaro Cárdenas in Messico, un colpo di stato seguì a breve, e la dittatura civico-militare sudamericana più longeva dei tempi si appropriò ancora una volta delle bandiere nazionali.

I governi de facto brasiliani costruirono un’appropriazione della bandiera verde e gialla in opposizione alle “bandiere rosse” dei movimenti di resistenza. Hanno costruito il loro progetto di rivendicazione nazionale basato sulla Dottrina Monroe e hanno attuato una persecuzione in stile maccartista contro i partiti politici e i gruppi di resistenza antidittatoriali: chiunque si opponesse alla dittatura veniva considerato un oppositore del Brasile.

Col passare del tempo, e già in epoca democratica, questa retorica è stata ereditata dal bolsonarismo. Pertanto, il clan Bolsonaro e il Partito Liberale sono i legittimi eredi del nazionalismo reazionario costruito dalla dittatura brasiliana.

In questo senso, per il movimento di lotta per la democrazia in cui Lula militava fin dal sindacalismo e che fu il punto di partenza per la costruzione del Partito dei Lavoratori (PT), è sempre stato difficile avvicinarsi ai simboli nazionali: storicamente legati ai settori che li avevano perseguitati, torturati e fatti sparire.

Nazionalismo o subordinazione straniera

Sebbene Lula già nel 2022 si fosse prefissato di sottrarre il simbolo della bandiera al bolsonarismo, nel 2026 questa sfida appare ancora più marcata e persino a favore della sinistra. Per il Partito dei Lavoratori (PT), la difesa nazionale è passata da simbolo a elemento concreto.

Nel programma presentato dalla lista Lula-Alckmin alla Corte Suprema Elettorale, la parola “sovranità” compare in 21 pagine e diventa un asse organizzativo della loro piattaforma elettorale: diplomazia, economia, risorse strategiche, dati, tecnologia, sanità e industria sono tutti strutturati attorno alla difesa nazionale.

In questo modo, il programma di Lula sulla sovranità estende il concetto ad ambiti considerati non tradizionali, ben oltre la difesa del territorio e dei simboli: infrastrutture nazionali per l’intelligenza artificiale, protezione dei dati dei cittadini brasiliani, difesa del portafoglio digitale statale PIX – presentato come una conquista della sovranità finanziaria contro l’avidità dei sistemi stranieri – e regolamentazione dei social network controllati dalle grandi big-tech globali.

Per il PT la difesa nazionale è passata da simbolica a concreta

Il gigante sudamericano, a sua volta, possiede il 23% delle riserve mondiali di terre rare e Lula sa bene che il potere statunitense ci ha messo sopra gli occhi. Pertanto, lo sfruttamento nazionale e la creazione di un’industria interna attorno a queste risorse sono diventati un altro pilastro della difesa nazionale di Lula.

A tal fine, ha istituito il Consiglio Nazionale per le Terre Rare e i Minerali Critici sotto il controllo della Presidenza e sta valutando l’ingresso della compagnia petrolifera statale Petrobras in questo mercato. In tal senso, e nel tentativo di ricostruire i ponti con i militari, Lula ha proposto che le Forze Armate, storicamente legate alla destra reazionaria, costituiscano l’asse fondamentale per la protezione delle risorse brasiliane: i minerali, la foresta amazzonica, l’acqua dolce, ecc.

Il PT [Partito dei Lavoratori] si pone quindi in opposizione alla visione geopolitica e nazionale del bolsonarismo, che si considera subordinata agli interessi stranieri. Il governo di Lula ha reinterpretato le dichiarazioni e le azioni dei governi degli Stati Uniti e dell’Argentina come un attacco alla propria sovranità e ha identificato il clan Bolsonaro come l’alleato fondamentale delle politiche interventiste della potenza imperiale del nord.

Sempre più distante da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, l’estrema destra trova sempre più difficile giustificare la propria alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina. Alla sinistra non mancano certo argomenti per accusare il Bolsonarismo di essere anti-brasiliano.

Flavio Bolsonaro, in un discorso tenuto nel marzo 2026 alla CPAC [Conferenza dei Presidenti del Brasile e dei Cittadini], ha esplicitamente chiesto pressioni diplomatiche degli Stati Uniti e ha accusato il governo brasiliano di “proteggere organizzazioni terroristiche”.

Solo pochi giorni fa, in una lettera di sostegno del Segretario di Stato Marco Rubio, ha anche evidenziato l’esplicito appoggio del clan alle direttive geopolitiche del governo Trump, mettendo [l’altro] candidato in una posizione scomoda, visto che gli Stati Uniti hanno aumentato al 25% i dazi sulle importazioni brasiliane, cosa che colpisce fortemente l’economia nazionale e le tasche di tutti i brasiliani.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa”

La liturgia brasiliana sembrava un patrimonio inamovibile del bolsonarismo. Dalle marce pro-impeachment del 2015 contro Dilma Rousseff fino ad oggi, la maglia della nazionale cinque volte campione del mondo era l’uniforme del bolsonarismo.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa” era il motto dei bolsonaristi, un chiaro riferimento ai simboli del PT. Pertanto, da una prospettiva culturale, anche il bolsonarismo legava la protezione nazionale ai valori tradizionali della “famiglia” contro l’infiltrazione internazionalista “woke”.

Ma questo discorso ora sembra vecchio. Il fallito tentativo di Eduardo Bolsonaro, nel suo esilio a Miami, di provocare un intervento diretto degli Stati Uniti, la campagna contro le infradito Havaianas (simbolo dell’industria nazionale) e le dichiarazioni di Trump e Rubio a favore dell’estrema destra brasiliana hanno intaccato l’identità nazionalista del clan.

Sempre più distaccata da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e  liturgica, all’estrema destra costa sempre più giustificare la sua alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina.

D’altro canto, mentre la sinistra porta il peso dello stigma dell’anticomunismo storico da parte di gran parte della società brasiliana, nella pratica e nelle politiche Lula sembra ribaltare gli attacchi della destra tentando di combinare le bandiere storiche di uguaglianza e democrazia proprie del PT, con le rivendicazioni sovrane del nazionalismo brasiliano.

In questa epopea, Trump, Rubio e Milei, paradossalmente, hanno giocato un ruolo fondamentale nella “brasilianizzazione” del governo di Lula.

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27/08/2026

Chi è Brad Parscale, il fabbricatore di bot & troll fascisti e filo-israeliani

Il tentato femminicidio da parte di Fernando Cerimedo in Bolivia (1) ha messo in luce il livello di articolazione dell’internazionale di estrema destra in America Latina e, ancora una volta, la sua complicità con il potere, la violenza e la corruzione.

Che sia in Argentina, Cile, Brasile o Honduras, un piccolo gruppo di attivisti dedicati alla consulenza elettorale e politica ha stabilito reti sfumate in cui il legale e l’illegale si intrecciano e in cui l’accumulo di potere nell’ombra viene usato, per lo più, per lo sviluppo di attività criminali e per la consumazione di crimini indicibili.

In tutti i casi, colui che si trova al centro nevralgico di questa rete underground è Brad Parscale, che i suoi seguaci considerano il principale “guru digitale” dell’estrema destra.

Originario di Topeka, Kansas, e con una laurea in studi finanziari internazionali presso la Trinity University, nel 2012 Parscale, fino ad allora un operatore digitale sconosciuto, si è aggregato alla famiglia Trump come progettista dei siti dei suoi vari prodotti aziendali.

Ma è stato nel 2016 che ha ottenuto la sua consacrazione contribuendo a trasformare la piattaforma pubblicitaria di Facebook grazie a un’iniziativa di micro-segmentazione tra diversi tipi di pubblico, una mossa strategica per promuovere la vittoria elettorale di Donald Trump.

Per raggiungere il suo obiettivo, Parscale non esitò a rivolgersi ai servizi di Cambridge Analytica, una società responsabile della fuga informatica di milioni di dati su potenziali elettori che, unita a una campagna sporca di bugie, distorsioni, pubblicità fuorvianti e accuse false, sarebbe diventata un modus operandi per lo sviluppo di future strategie elettorali iper-tecnologiche affrontate dall’estrema destra in tutto il pianeta.

Sulla base del successo politico del 2016, Parscale ha assunto il ruolo di responsabile della campagna per la rielezione di Trump nel 2020; tuttavia, sarebbe stato licenziato pochi mesi dopo.

Non più in diretto contatto con l’attuale presidente, sebbene lo abbia fatto con diversi leader della gioventù trumpiana, Parscale si è poi dedicato a costruire un conglomerato digitale, nella percezione che la politica non significhi più solo persuadere gli elettori, ma si concentri anche sul padroneggiare gli algoritmi che determinano ciò che le persone vedono e ciò in cui possono credere.

Nel settembre 2025, l’ex consigliere di Trump è stato nuovamente arruolato quando, tramite la sua azienda, Clock Tower X, è stato assunto per ripulire l’immagine del governo israeliano, severamente criticato a livello globale per le sue azioni a Gaza dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023.

Sebbene la campagna fosse ufficialmente mirata a combattere l’aumento dell’antisemitismo online, in realtà lo scopo era impedire ai giovani conservatori di rivoltarsi contro Israele, in un processo che è peggiorato, soprattutto dalla recente guerra degli Stati Uniti contro l’Iran in poi.

Secondo il Wall Street Journal, il contratto da 45 milioni di dollari includeva l’emissione di milioni di messaggi di testo generati dall’intelligenza artificiale e inviati ai telefoni cellulari statunitensi da un gruppo chiamato “Friends for Peace”.

L’operazione è stata condotta tramite un gruppo di media e agenzie di PR interconnesse, tutte gestite da Parscale e supportate da influencer dell’ecosistema conservatore di destra che, sui loro social media, dovevano colpire i giovani con un linguaggio specifico nei post relativi a Israele.

Secondo la rivista Time, l’azienda di Parscale produrrebbe 100 contenuti originali al mese, con almeno l’80% che prenderebbe di mira la “Gen Z” su TikTok, Instagram, YouTube e podcast.

Parscale ha promesso che l’iniziativa avrebbe generato almeno 50 milioni di impressioni digitali al mese, oltre a influenzare il modo con cui strumenti di IA come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini di Google hanno caratterizzato Israele e la sua politica a Gaza.

La spina dorsale da cui si è strutturata tutta questa operazione mediatica era Salem Media Network e i suoi “canali di distribuzione allineati”: una vasta società di trasmissione ed editoria conservatrice di orientamento cristiano, dove Parscale ricopre il ruolo di chief strategy officer.

Altre aziende di sua proprietà o che lui stesso aveva creato, come Campaign Nucleus e Influenceable, avrebbero avuto la responsabilità di penetrare direttamente nei giovani ospiti di ultradestra di Trump. Ma, finora, non sembra che la missione di Parscale abbia avuto successo.

Secondo il Pew Research Center, l’opinione positiva sia su Israele che su Netanyahu è in calo dal 2025: solo il 32% degli americani ora ha un’opinione favorevole del governo israeliano, il livello più basso degli ultimi decenni.

La tendenza si approfondisce ancora di più quando, secondo lo stesso studio, i repubblicani sotto i 30 anni hanno opinioni simili sia sugli israeliani che sui palestinesi, il che rappresenta un cambiamento radicale rispetto a quanto avvenuto qualche anno fa, quando erano molto più propensi a favorire i primi.

In un momento di crescente giudeofobia negli Stati Uniti, che cresce dal 2023, il sostegno della Casa Bianca a Israele è stato anche una delle principali cause della crisi che il finora inespugnabile movimento MAGA sta iniziando a soffrire nelle ultime settimane, e che si sta frammentando a causa dell’emergere di un nuovo settore critico nei confronti del coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti esterni, come quello che si svolge da sei mesi contro l’Iran, ancora senza una soluzione chiara in vista.

Dalle sue basi a Washington e Miami, e senza trascurare i suoi affari con governi come Israele, Parscale credeva anche nella possibilità di erigere governi autoritari e anti-popolari sulla scena latinoamericana.

In generale, con collaboratori di basso rango e legato al Dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio e ai leader repubblicani della Florida, Parscale ha fatto appello alla sua conoscenza oscura per contribuire a rovesciare le alternative progressiste e a sostituirle con figure costruite nei laboratori politici dell’ultra-destra, come Jair Bolsonaro, Javier Milei, Nasry Asfura e Rodrigo Paz, il presidente boliviano che aveva proprio Cerimedo come principale consigliere e che oggi dimostra che colui a cui ha dato tutti i benefici e privilegi per i suoi presunti contatti con Washington è lo stesso soggetto che potrebbe causare la sua drammatica uscita dal potere in un mandato non troppo lontano.

Come pubblicato su The New Yorker, l’espressione di Tara McGowan, consulente democratica e consigliera di Hillary Clinton, è stata dedicata a Parscale dopo le elezioni del 2016, ma potrebbe riferirsi a Fernando Cerimedo o a qualsiasi altro consulente “star” dell’estrema destra: “Non devi essere un genio per avere un impatto enorme. Non devi nemmeno infrangere le regole. Una persona comune, con abbastanza tempo, denaro e supporto, può usare Facebook per aiutare un demagogo a vincere un’elezione nazionale”.

Note

1) Fernando Cerimero è accusato aver pianificato l’omicidio della sua fidanzata, Nadia Beller, con l’aiuto di due sicari. È molto più di un brutale tentativo di femminicidio. Dal suo arresto si è aperta un vaso di Pandora che mostra il fondatore di La Derecha Diario, per ora dietro le sbarre, come un esponente di politiche di cui ha beneficiato non solo Javier Milei in Argentina. I suoi servizi si sono infatti estesi in Perù, Cile, Honduras, Bolivia e Brasile. Cerimedo è uno dei collegamenti che collegano l’estrema destra regionale. “L’uomo MAGA in America Latina“, lo ha definito The Economist lo scorso dicembre.

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26/08/2026

Brasile al bivio: il 4 ottobre si deciderà tra Lula e Bolsonaro Jr.

Il Brasile si avvia alle elezioni del 4 ottobre con una polarizzazione che, a prima vista, sembra un déjà vu del 2022. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in cerca di un quarto mandato, si scontra con il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente incarcerato per aver tentato un colpo di Stato, proprio dopo aver perso la presidenza quattro anni fa. I sondaggi, pur dando a Lula un vantaggio di oltre il 40% delle intenzioni di voto, prevedono una competizione serrata.

Perché Lula non si scontra solo con Flávio Bolsonaro. Si scontra con gli Stati Uniti, con “Israele” e con l’intero apparato neocoloniale che per decenni ha creduto di avere il potere di decidere chi governa e chi no nella “Nuestra America”.

Le elezioni in Brasile confermano una regola non scritta nell’America Latina del XXI secolo: l’opposizione interna ai progetti progressisti non esiste come forza autonoma. La destra non vince le elezioni da sola; vince quando il potere imperiale sceglie i suoi candidati. Sulla scena globale, prima dell’irruzione di Donald Trump, il bolsonarismo era un fenomeno marginale.

Fu il sostegno aperto di Washington a rendere Jair Bolsonaro presidente, e oggi è Trump a sostenere apertamente suo figlio, imponendo dazi con il solo obiettivo di danneggiare Lula.

L’apparato statunitense è già attivo per intervenire nelle elezioni brasiliane. Non si tratta di una teoria del complotto: il Dipartimento di Stato ha riaffermato pubblicamente la Dottrina Monroe e dichiarato che “il dominio statunitense nell’Emisfero Occidentale non sarà mai più messo in discussione”.

Nel mezzo della crescente e orchestrata crisi diplomatica, all’ambasciatrice brasiliana è stato revocato il visto a Washington; ai funzionari statunitensi con presunte missioni volte a contestare il processo elettorale è stato impedito l’ingresso in Brasile. Questa è la nuova normalità nelle “relazioni bilaterali”: coercizione, dazi, ingerenza palese.

E accanto agli Stati Uniti c’è “Israele”. Lula è stato dichiarato “persona non grata” dal regime sionista dal 2024, dopo aver paragonato all’Olocausto le azioni di Tel Aviv a Gaza.

Lula ha denunciato che Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro di Israele, “danneggia l’umanità” e che l’amministrazione statunitense è complice di un genocidio. Non si tratta di una disputa retorica: “Israele” è un partner strategico dell’estrema destra globale e il bolsonarismo è stato il suo principale alleato nella regione, accompagnato dal suo braccio territoriale silenzioso: le chiese evangeliche.

Ecco perché queste non sono elezioni come le altre. Sono uno scontro tra un progetto di indipendenza sovrana, che aspira a un ruolo guida per il Brasile nel Sud Globale, e un progetto di sottomissione che apre le porte alla neocolonizzazione.

Lula lo sa. Ecco perché ha iniziato la sua campagna con un avvertimento diretto a Trump: “Non scherzare con il Brasile”. Ecco perché ha dichiarato che non teme l’ingerenza statunitense, perché sa che l’arroganza del tiranno, in definitiva, rafforza la difesa della sovranità.

Il Brasile si gioca la sua stessa vita democratica in una battaglia profondamente impari. Lula non si trova di fronte a un candidato con un’ideologia diversa; si trova di fronte a un intero ecosistema di potere prodotto dall’impero: dazi che penalizzano l’economia brasiliana, organi di stampa che fabbricano narrazioni, campagne diffamatorie e pressioni diplomatiche.

In questo scenario, i voti diventano voti contro la resa, contro la sottomissione. Rappresentano un rifiuto del fatto che una manciata di funzionari decida a Washington o a Tel Aviv il destino di 200 milioni di brasiliani.

Il “decennio d’oro” dei progetti progressisti in Sud America ci ha insegnato che unità e sovranità sono possibili. Ma il contesto odierno, di fronte all’assalto di una bestia ferita che non trova altra via se non la guerra e la morte per garantirsi la sopravvivenza, è ben più complesso.

Il 4 ottobre, il Brasile deciderà se vuole continuare ad essere una nazione sovrana e autonoma o vuole tornare ad essere il quartiere di un impero che non ha mai smesso di considerarci come schiavi.

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24/08/2026

Il Cile sulla scia di Javier Milei

Nel subcontinente sudamericano le opinioni sono ancora una volta divise: da un lato ogni sorta di conservatori, che si aggrappano al «modello» della cosiddetta politica economica liberale; dall’altro, i sostenitori di norme e ideali di stampo socialdemocratico. Il confine tra i due territori è per giunta labile e disseminato di insidie.

Quello che il presidente argentino di estrema destra Javier Milei, ideatore della «nuova» medicina per le molteplici malattie di cui l’Argentina soffre da decenni, predica ai suoi sostenitori, non è né nuovo né efficace.

Inutilmente, sia i governi civili democraticamente eletti che le dittature militari hanno tentato di migliorare la situazione, e ora Milei sostiene che ogni fallimento delle politiche liberali, neoliberiste e conservatrici attuate finora sia da imputare esclusivamente a misure non sufficientemente radicali.

Nel frattempo, però, il suo governo è al potere da più di 30 mesi. L’inflazione, il male principale che trascina con sé innumerevoli altri problemi, tutti molto gravi, è comunque ancora ferma al 33% (da luglio 2025 a giugno 2026). Non si può certo parlare di una terapia efficace, nonostante l’uso della famigerata motosega. Il paziente, la seconda economia più grande del Sudamerica, lamenta forti dolori.

Il miliardario Peter Thiel come beneficiario

Intanto, nonostante tutto, a seguito delle elezioni, sei nazioni su dieci della regione sono finite nella scia del neoliberismo e dei «libertari»: Ecuador, Cile, di recente Perù e Colombia, da un’eternità il Paraguay e probabilmente presto anche la Bolivia. La situazione è simile nell’area centroamericana: El Salvador, Honduras, Panama.

L’arsenale della politica economica di Milei è ben conosciuto. Lo strumento principale sembra essere un programma di incentivi denominato «Super-RIGI». Non c’è nemmeno bisogno di indovinare quale sia la sua attrattiva: un massiccio sgravio fiscale per i grandi investitori stranieri interessati.

Secondo «amerika21», lo sgravio «riduce per 30 anni l’imposta sugli utili dal 35% al 15%, abbassa i contributi previdenziali dal 24% al 10%, consente importazioni esenti da dazi doganali secondo necessità e promette ulteriori vantaggi ed esenzioni».

Inoltre, nuove norme per regolare il possesso di terreni. Il principale interessato e beneficiario di queste iniziative sembra essere il miliardario statunitense Peter Thiel, che ha recentemente trasferito la propria residenza in Argentina.

«Ricostruzione nazionale» in Cile

In Cile il governo appena eletto del presidente di estrema destra José Antonio Kast ha lanciato un pacchetto di misure apparentemente preparato da tempo. Sia nella sostanza che in molti dettagli, l’approccio di Milei ha trovato a Santiago un riscontro molto positivo.

Con grande presunzione se ne parla come «Piano di ricostruzione nazionale», come se il predecessore in carica avesse lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie.

Kast era uscito vittorioso dal ballottaggio a dicembre con il 58% dei voti. Nei primi tre mesi del suo mandato, tuttavia, la sua popolarità è scesa in tempo record di 20 punti percentuali, attestandosi al 38%.

Secondo quanto riporta il quotidiano cooperativo tedesco «taz», le promesse con cui aveva vinto le elezioni finora non sono state mantenute: voleva arginare la criminalità, controllare l’immigrazione e rilanciare l’economia.
 
Lula da Silva guadagna punti nella campagna elettorale – e fa surf nell’Atlantico

Come andrà a finire questo tiro alla corda tra le forze di destra e quelle di sinistra in America Latina dipenderà in misura non trascurabile dalle elezioni presidenziali e congressuali che si terranno in Brasile la prima domenica di ottobre.

Per molto tempo la lotta per il potere nel Paese gigante sembrava essere destinata ad un pareggio, sia al primo che al secondo turno. Ora, però, il divario tra l’attuale presidente di sinistra moderata Luiz Inácio da Silva e il figlio maggiore dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro, l’attuale senatore Flávio Bolsonaro, si sta allargando.

Secondo i sondaggi, Lula avrebbe nel frattempo guadagnato alcuni punti percentuali di vantaggio sull’acerrimo rivale.

Un corrispondente speciale dal Brasile per il quotidiano liberale di destra argentino «La Nación» cerca di approfondire le ragioni di questo cambiamento di tendenza.

Arriva alla conclusione che tre iniziative del governo Lula potrebbero averlo determinato: in primo luogo, l’abile rifinanziamento di una parte del debito dello Stato; poi, il dibattito pubblico su una riduzione generale dell’orario di lavoro settimanale; e infine, l’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori che guadagnano meno degli equivalenti 850 Euro. Misure che sarebbero idonee a rafforzare la «nuova classe media» del Paese.

Un altro ambito in cui l’ex leader sindacale potrebbe guadagnare consensi alle urne: Lula da Silva si oppone con determinazione e consapevolezza alle richieste impertinenti del suo collega statunitense Donald Trump.

Le minacce ricorrenti del signore della Casa Bianca di imporre nuovi dazi punitivi contro il Brasile, nel caso in cui il suo amico Jair Bolsonaro non venga scarcerato, sono percepite da molti brasiliani come indegne dei rapporti tra grandi potenze.

Quando Trump ha recentemente annunciato nuove sanzioni commerciali, Brasilia ha reagito prontamente con una nuova linea di credito destinata ai settori industriali direttamente colpiti, come quello calzaturiero, tessile e dell’edilizia residenziale, al fine di neutralizzare il più possibile le ritorsioni di Trump.

Il fatto che l’ottantenne Lula abbia cavalcato le onde dell’Atlantico sulla tavola da surf con la stessa sicurezza di un ragazzo – così ha osservato il corrispondente della «Nación» – sembra aver fatto colpo sugli imprenditori locali, altrimenti piuttosto cauti nei suoi confronti.

Cuba cerca di sfilarsi dal cappio

Nel frattempo – nel contesto dell’attuale svolta a destra della maggior parte dei Paesi dell’America Latina – anche a Cuba si sta delineando un movimento simile, sebbene in questo caso si tratti di un passaggio da posizioni marxiste ortodosse verso un regime di centro-sinistra che si avvicina chiaramente agli ideali socialdemocratici.

E cioè a strutture di politica statale ed economica che attribuiscono maggiore importanza agli obiettivi sociali rispetto al capitalismo puro, così come praticato soprattutto nelle società occidentali fino all’esagerazione e alla follia.

A metà giugno L’Avana ha annunciato riforme di ampia portata, dopo che il presidente Trump aveva adottato ulteriori misure drastiche volte a soffocare definitivamente l’economia cubana e, di conseguenza, a provocare una controrivoluzione totale. Il portale di notizie «amerika21» illustra in modo sommario come il governo cubano stia ora cercando di tirarsi fuori dai guai.

Molte di queste «176 misure» non sono più una novità, poiché dal crollo del comunismo nell’Unione Sovietica, Cuba, passando da una situazione di emergenza all’altra, ha avuto tre decenni e mezzo di tempo per prepararsi a una dolorosa fine della propria rivoluzione.

Lungo questo percorso, i punti chiave da affrontare in caso di una caduta sono stati ripetutamente discussi – e ripetutamente rinviati, ripetutamente accantonati – segnali evidenti di come l’Avana percepisce l’unità in caso di emergenza.

Nel frattempo, Washington continuava a martellare i cubani con sanzioni e blocchi, attentati e sabotaggi, con l’obiettivo di renderli finalmente malleabili per la rivolta contro il regime comunista.
 
La Cina offre aiuto ai cubani

Il mondo, a parte poche eccezioni e le ricorrenti dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’ONU a favore della fine dell’embargo statunitense, ha assistito passivamente e senza intervenire mentre i dieci milioni di abitanti dell’isola venivano ridotti alla fame. Ora la Cina è decisa a dare aiuto ai cubani con progetti che sembrano essere stati pianificati con cura.

L’obiettivo di raggiungere il progresso sociale per la grande maggioranza dei popoli in un contesto democratico credibile non è più una pura utopia. Sono finiti i tempi in cui la socialdemocrazia veniva equiparata senza discussioni al comunismo e poteva quindi essere perseguitata, punita e rovesciata.

Per quanto riguarda l’America Latina: politici come João Goulart in Brasile, Juan Bosch nella Repubblica Dominicana, Jacobo Arbenz in Guatemala e Salvador Allende in Cile avevano perseguito obiettivi socialdemocratici e sono stati comunque costretti a dimettersi, con il decisivo aiuto degli Stati Uniti e della CIA, in quanto presunti comunisti.

Di recente, invece, riformatori moderati come Gabriel Boric in Cile, Gustavo Petro in Colombia, Bernardo Arévalo in Guatemala e, finora, anche Lula da Silva in Brasile sono riusciti a portare a termine i loro mandati nonostante la forte opposizione.

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14/08/2026

Colombia - Il doppio standard di de De La Espriella sui gruppi armati

Venerdì 7 agosto, il nuovo presidente della Colombia, l’avvocato di estrema destra Abelardo de la Espriella, si è insediato a Casa de Nariño, il palazzo del governo a Bogotà, dopo una contestata vittoria al fotofinish sul candidato di sinistra del Pacto Histórico Iván Cepeda (0,96% di scarto, meno di 250.000 voti su un totale di 26 milioni).

Una campagna elettorale urlata, all’insegna della lotta senza quartiere alla guerriglia: “Basta con le trattative di pace!”. Un Vannacci colombiano insomma, pur non provenendo dall’esercito. Eppure, de la Espriella ha iniziato la sua carriera difendendo proprio i gruppi armati [di estrema destra, ndr].

Errori di gioventù?

Nel 2004, a soli 26 anni, Abelardo creò la Fundación Fipaz, una piattaforma che organizzava forum universitari per supportare i colloqui di pace a Santa Fe de Ralito nello stato di Córdoba, tra il governo di centrodestra di Álvaro Uribe e una delle formazioni paramilitari più sanguinare, la Auc (Autodefensas Unidas de Colombia).

Erano trascorsi 7 anni dalla strage di Aro, dove 67 contadini furono massacrati da Auc, e solo due dalla Operaración Orión nella Comuna 13 di Medellin (oggi l’attrazione turistica principale della città) perpetrata dalla milizia Convivir voluta da Uribe: 120.000 uomini dotati di armi ad alta tecnologia, che fecero sparire centinaia di ragazzi.

Lo scopo principale di questo connubio Auc/Convivir era appropriarsi delle terre dei campesinos, accusati di appoggiare le Farc, notoriamente di sinistra.

Il giovane avvocato de la Espriella, attraverso la fondazione che gestiva con il suo socio Daniel Peñarredonda, promosse un referendum per evitare l’estradizione negli Stati Uniti dei due boss Salvatore Mancuso ed Ernesto Baéz.

Oggi le Auc non esistono più, sono state rimpiazzate da due formazioni ugualmente feroci: il Clan del Golfo che opera a livello internazionale e le ACSN/Los Pachenca (Autodefensas Conquistadoras de la Sierra Nevada) che agiscono sulla costa, tra Santa Marta e la Sierra Nevada. Le Acsn sono focalizzate sull’estorsione e sulla speculazione edilizia attraverso abusi ambientali.

Secondo la testimonianze di un imprenditore italiano che ha denunciato per primo questo sistema, il pizzo colpisce tutti, alberghi, negozi e compagnie di trasporto, con la complicità dell’amministrazione di Santa Marta, il cui sindaco di centrodestra Carlos Pinedo Cuello è stato sanzionato di recente con 10 giorni di arresto per le costruzioni abusive a Playa Salguero.

Secondo la fonte, l’impunità di Acsn arriva fino a costringere i negozi ad acquistare solo dai fornitori legati all’organizzazione, con i pulmini delle imprese locali talvolta bloccati dalle gang, e costretti a trasferire i turisti sui loro mezzi.

Oggi Peñarredonda sarebbe il proprietario dell’hotel di lusso Tewimake a Santa Marta dove – secondo confidenze di un manager – alloggerebbe Fredy Castillo, alias “Pinocho”, il leader Acsn incaricato di un contatto con il governo attraverso l’ex socio di de la Espriella.

Criteri di valutazione criminale

La differenza tra il Clan del Golfo e le Acsn ai fini dei requisiti per accedere alla lista del FTO (Foreign Terrorist Organizations, le organizzazioni internazionali del terrorismo) secondo i criteri del Dipartimento di Stato statunitense, consiste in una serie di fattori: pericolosità oltre i confini del territorio colombiano, soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, e priorità di intelligence attribuite da NSA (National Security Agency) e CIA (Central Intelligence Agency) che monitorano il volume e la portata globale delle bande dedite al narcotraffico e il loro raggio d’azione a livello terrorismo nei riguardi dei cittadini statunitensi.

In questa categoria rientra il Clan del Golfo, la struttura criminale più vasta e potente della Colombia: 9.000 membri individuati, che controllano la metà delle esportazioni di cocaina dalla Colombia verso gli Stati Uniti e l’Europa e hanno una dimensione internazionale, con reti collegate ai cartelli messicani e alle mafie dell’Est Europa, Spagna e Italia.

Il Clan del Golfo controlla anche il traffico dei migranti attraverso il “Tappo del Darién”, una selva al confine tra Colombia e Panama, facendo così dell’immigrazione clandestina verso il confine sud degli Stati Uniti un business supermilionario.

Questa dinamica lo posiziona nelle priorità di sicurezza nazionale di Washington, e quindi al top della classifica del narcotraffico colombiano e non solo.

Di recente gli ordigni esplosivi sganciati dai loro droni hanno ucciso una dozzina di militari a Bogotà.

Le Acsn, pur esercitando un controllo territoriale pressoché totale su Santa Marta e la Sierra Nevada, infiltrate come sono nel municipio e nelle élites locali, hanno un’impronta prevalentemente regionale. I loro “business” hanno un impatto geografico più circoscritto, a cui si sono aggiunti gli abusi ambientali e le costruzioni illecite su Playa de Los Cocos e Playa Salguero nella regione di Magdalena.

Per cui se Abelardo nelle sue purghe annunciate risparmierà le Acsn, potrebbe mantenere intatto il suo rapporto con Washington, poiché avrebbe applicato lo stesso metro di giudizio Usa sulla valutazione dei gruppi armati, assicurandosi magari anche la riconoscenza di un’organizzazione importante, avendo già aiutato i suoi predecessori in passato. E pazienza se dovesse chiudere un occhio sulle loro prossime malefatte.

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13/08/2026

La Bolivia del “vivir bien” prima della destra

di Evo Morales

Il Presidente Paz continua la sua campagna per screditare la gestione del Processo di Cambiamento sotto la mia presidenza. È necessario chiarire, per lui e per il popolo boliviano, che tra il 2006 e il 2019 la Bolivia ha registrato uno dei maggiori investimenti pubblici della sua storia.

Sanità: sono stati investiti oltre 2 miliardi di dollari, sono state costruite 1.061 strutture sanitarie, sono stati creati 18.550 posti di lavoro ed è stato lanciato il Piano Ospedali per la Bolivia, il più grande programma ospedaliero del Paese, con 49 ospedali previsti nei nove dipartimenti.

Istruzione: sono stati investiti 2,15 miliardi di dollari in 4.800 unità scolastiche nuove, ampliate o ristrutturate.

Edilizia abitativa: sono stati stanziati 1,15 miliardi di dollari e sono state consegnate 153.229 unità di edilizia sociale.

Strade: sono stati completati 5.983 chilometri e 3.500 chilometri sono ancora in costruzione.

Teleferica di La Paz: sono stati investiti 700 milioni di dollari e rese operative 10 linee.

Ferrovia metropolitana di Cochabamba: sono stati investiti 470 milioni di dollari in 12 treni elettrici.

Infrastrutture sportive: è stato investito circa 1 miliardo di dollari.

Le nostre politiche statali hanno trasformato le condizioni di vita della popolazione boliviana, sollevando 3 milioni di persone dalla povertà e rendendo la Bolivia il Paese con la crescita maggiore nella regione per sei anni consecutivi.

Inoltre, il processo costituente ha permesso l’inclusione di tutti i cittadini (popolazioni indigene, contadini, operai, donne e giovani), oltre a incorporare la dichiarazione dei diritti umani più completa in un testo costituzionale (diritti civili e politici; diritti economici, sociali e culturali; diritti collettivi delle popolazioni indigene; diritti ambientali; e diritti speciali per i gruppi vulnerabili).

Nella lotta al narcotraffico, l’eradicazione concertata, pacifica e con la salvaguardia dei diritti umani e la protezione dell’ambiente, hanno ridotto la coltivazione della coca a solo l’8% della Regione.

Analogamente, l’istituzione del Centro Regionale di Ricerca Antidroga (CERIAN) ha portato alla cattura di oltre venti pesci grossi del narcotraffico, tra cui sei dei dieci più ricercati dall’Interpol, con risultati eccezionali e riconosciuti dalle organizzazioni internazionali e dalla comunità internazionale.

Infine, sul piano internazionale, abbiamo assunto la Presidenza del G77+ Cina, la Presidenza pro tempore della CELAC e dell’UNASUR, e abbiamo ospitato e presieduto vertici internazionali come il Vertice per i Diritti di Madre Terra, tenutosi a Tiquipaya, nonché incontri bilaterali con presidenti e governi di diversi paesi della regione, svoltisi in otto dei nove dipartimenti della Bolivia.

Le menzogne non potranno mai cambiare i fatti, né cancellarci dalla memoria del popolo boliviano. Durante il processo di cambiamento in Bolivia, si sentiva la stabilità e il “vivir bien”!

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L’Argentina scende in piazza contro Milei e la svendita del Paese agli Usa

L’Argentina è tornata a riempire le strade per protestare contro il governo di Javier Milei. Migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires contro il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata, denunciato da sindacati, organizzazioni sociali, movimenti indigeni e opposizioni come un ulteriore passo verso la privatizzazione della terra e delle risorse nazionali.

La protesta, inizialmente pacifica, è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Lo slogan “La patria non si vende” riassume il significato politico della mobilitazione.

Il provvedimento discusso dal governo mira a rendere più rapide le procedure di sfratto, modificare le regole sull’utilizzo dei terreni rurali e rafforzare le garanzie per i proprietari privati. Una delle norme prevedeva inoltre l’innalzamento dal 15 al 25 per cento del limite massimo di terra acquistabile da investitori stranieri.

Dopo le difficoltà incontrate in Parlamento, questa disposizione è stata ritirata, ma il progetto ha comunque alimentato il timore di una progressiva cessione della sovranità economica argentina a grandi capitali stranieri, in particolare statunitensi.

Le manifestazioni di agosto non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una mobilitazione sociale che dura da mesi. Già alla fine di luglio, dopo la pausa determinata dai Mondiali, migliaia di argentini erano tornati in piazza contro l’austerità, i bassi salari e il deterioramento delle condizioni dei pensionati. Blocchi stradali e scontri con la polizia si erano verificati anche ad Avellaneda, alla periferia della capitale.

In precedenza, i pensionati avevano organizzato manifestazioni settimanali davanti al Congresso per chiedere aumenti delle pensioni e un migliore accesso alla sanità. Quasi la metà dei 7,8 milioni di pensionati argentini percepisce la pensione minima, che, con il bonus, arriva a circa 330 dollari mensili: una cifra che, secondo le organizzazioni che rappresentano gli anziani, resta largamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali.

La protesta ha così assunto una dimensione intergenerazionale. Pensionati, lavoratori, studenti, sindacati e movimenti sociali contestano non soltanto una singola legge, ma l’intero indirizzo economico del governo Milei.

Il modello perseguito dal presidente argentino è fondato su una drastica riduzione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione, sulle privatizzazioni e su una forte apertura agli investimenti e ai capitali stranieri.

Una strategia che i sostenitori del governo presentano come l’unica via per rilanciare un’economia segnata da anni di crisi, mentre i suoi oppositori denunciano il rischio di una progressiva perdita di sovranità economica e sociale.

Il governo rivendica alcuni risultati sul piano macroeconomico. In particolare, sottolinea la forte riduzione dell’inflazione rispetto ai livelli raggiunti negli anni precedenti e il ritorno dei conti pubblici in avanzo.

Tuttavia, la stabilità dei bilanci non coincide automaticamente con il benessere della popolazione. La riduzione dell’inflazione è stata accompagnata da una terapia d’urto che ha inciso profondamente su salari, pensioni, consumi e servizi essenziali.

Come ha osservato il sindacalista Horacio Jérez, la macroeconomia è una cosa e la vita quotidiana degli argentini un’altra: il problema del potere d’acquisto rimane centrale per milioni di famiglie.

Il governo sostiene che i sacrifici imposti nel presente creeranno le condizioni per nuovi posti di lavoro, maggiori investimenti e salari più elevati. Per una parte consistente della popolazione, però, il futuro promesso non compensa le conseguenze immediate della perdita di reddito, dell’aumento dei costi abitativi, della precarizzazione del lavoro e delle crescenti difficoltà nell’accesso alla sanità e all’istruzione pubblica.

La contestazione più profonda riguarda quindi la trasformazione dell’Argentina in una piattaforma sempre più aperta ai grandi investitori internazionali. La liberalizzazione dell’acquisto di vaste aree rurali è stata criticata anche da esponenti della Chiesa cattolica, secondo i quali la terra non può essere considerata esclusivamente come una merce.

In questa prospettiva, la legge sulla proprietà privata viene interpretata dai suoi oppositori non come una misura isolata, ma come un tassello di una strategia più ampia: ridurre il ruolo dello Stato, indebolire alcuni vincoli ambientali e sociali e rendere più agevole l’accesso dei grandi capitali a terreni, risorse naturali e infrastrutture.

È questo il rischio denunciato dai manifestanti: un Paese formalmente sovrano, ma sempre più dipendente da interessi economici stranieri. La svalutazione della moneta, l’erosione dei salari e la difficoltà di molte famiglie a mantenere il proprio livello di vita possono inoltre rendere gli asset argentini particolarmente appetibili per gli acquirenti internazionali.

La vicenda argentina assume così anche un significato continentale. L’amministrazione Trump punta a riaffermare una versione aggiornata della dottrina Monroe, nella quale l’America Latina torna a essere un’area strategica prioritaria per gli Stati Uniti. Una regione ricchissima di petrolio, gas, litio, terre rare, acqua, terre agricole e altre risorse naturali, che Washington considera fondamentali nella competizione economica e geopolitica globale.

In questa visione, l’America Latina rischia di essere trattata come una gigantesca riserva di risorse e opportunità d’investimento, disponibile agli interessi delle grandi corporation e dei grandi capitali statunitensi. Una prospettiva che alimenta, in molti Paesi latinoamericani, il timore di un ritorno a forme di dipendenza economica già conosciute nel corso della storia del continente.

Milei, con la sua apertura radicale ai capitali stranieri e il suo stretto allineamento con Washington, rappresenta uno degli interpreti più decisi di questa impostazione.

Le proteste mostrano però che una parte significativa della società argentina non intende accettare passivamente la trasformazione del proprio territorio in una grande piattaforma d’investimento internazionale, priva di adeguate protezioni sociali, ambientali e nazionali.

La resistenza argentina può assumere anche un significato più ampio per il continente. Cuba, Nicaragua e Brasile rappresentano realtà profondamente diverse per storia, istituzioni e orientamenti politici, ma condividono, seppure con modalità differenti, la ricerca di una maggiore autonomia rispetto alle pressioni economiche e geopolitiche degli Stati Uniti.

La piazza argentina, dunque, non chiede soltanto la modifica di una legge. Chiede che la sovranità, il lavoro, la terra, le pensioni e i servizi pubblici non vengano sacrificati sull’altare di un modello economico che promette prosperità futura mentre impone costi sociali immediati a milioni di cittadini.

È la contestazione di un progetto che i suoi oppositori considerano funzionale agli interessi degli ultramiliardari statunitensi e delle élite economiche argentine che sostengono Milei. Ed è, soprattutto, la rivendicazione di un principio semplice: l’Argentina non è una merce da mettere all’asta, ma un Paese la cui terra, le cui risorse e il cui futuro appartengono prima di tutto al suo popolo.

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