Nella notte tra il 28 e il 29 agosto, reparti delle forze armate provenienti da fuori la capitale hanno attaccato alcuni dei principali centri strategici di Niamey, dalla Base aerea 101 all’area del palazzo presidenziale, in quello che era apparso come un vero e proprio tentativo di colpo di Stato. Ma la giunta militare del Niger ha riconquistato l’importante base militare nella capitale che era stata occupata dai ribelli.
Anche la televisione pubblica è stata teatro di uno scontro. Le trasmissioni sono state interrotte per oltre un’ora prima di riprendere con un comunicato del governo. Secondo alcune ricostruzioni, gli insorti avrebbero tentato di impadronirsi anche della sede dell’emittente ma senza riuscirci.
La giunta militare, salita al potere dopo il colpo di Stato del 2023 e capitanata dal generale Abdourahamane Tchiani, ha imputato l’offensiva a militari ribelli e assicura il ripristino del controllo nelle «zone sensibili» finite sotto il fuoco.
“La guardia presidenziale ha ripreso il controllo della base aerea con l’assistenza russa. Ci sono diversi morti tra i ribelli”, ha indicato una fonte diplomatica a Niamey. La base, la cui riconquista è stata confermata da due fonti di sicurezza, era stata assediata stamattina.
La Guardia presidenziale del Niger aveva respinto degli “insorti provenienti dalle forze armate” che avevano tentato di “entrare nel palazzo della presidenza”. Forti sparatorie sono state udite in diversi quartieri della capitale nigerina, in particolare nel centro della città, vicino alla presidenza, ma anche nella zona dell’aeroporto.
Gli scontri più intensi si sono concentrati nell’area dell’aeroporto internazionale Diori Hamani, a ridosso della strategica Base 101, ma esplosioni e raffiche sono state segnalate anche nel quartiere in cui si trova la presidenza, e nei pressi del campo Bassora della Guardia nazionale.
La Base 101 è una postazione strategica in quanto situata nel complesso dell’aeroporto di Niamey. La base ospita strutture legate alla cooperazione militare con la Russia e al dispositivo dell’Alleanza degli Stati del Sahel costituita dal Niger insieme al Mali e al Burkina Faso.
Nella stessa area è presente anche personale della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) tra cui anche un contingente militare italiano. Secondo le informazioni circolate nel corso della giornata, i militari italiani non hanno avuto problemi particolari.
Dopo la presa del potere nel 2023, la giunta militare di Niamey ha messo fine alla cooperazione militare con Francia e Stati Uniti ed rafforzato quella con la Russia. La Base 101 ospita il personale russo dell’Africa Corps e costituisce quindi uno dei punti nei quali la crisi interna nigerina incrocia direttamente i nuovi equilibri geopolitici del Sahel.
È evidente che quanto accade a Niamey non riguarda soltanto il Niger. Insieme a Mali e Burkina Faso, il Paese ha costituito l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), un’alleanza che ha fatto saltare lo status quo coloniale nell’area ed è divenuta il perno di un nuovo spazio politico e militare regionale guidato dai governi sorti da colpi di Stato e accomunati dalla rottura con le potenze occidentali, in particolare la Francia e gli Stati Uniti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/08/2026
Niger - Sventato il colpo di stato
22/06/2026
Feltrinelli vide un pericolo che incombe anche sull’Italia di oggi
Era quella, del resto, l’aspirazione ufficiale del ’68 – la Rivoluzione – anche se poi molti ex leader di quella stagione hanno fatto di tutto per derubricarla a “voglia di cambiamento”, quasi una moda di stagione. Questo ricordo di uno di loro – peraltro oggi ricollocato come “sionista buono” – ha almeno il pregio di riconnettere la storia di una vita sicuramente particolare con la Storia, le passioni e i progetti politici che in quel tempo, e in quelle condizioni, erano e apparivano realistici. A prescindere dagli esiti successivi.
E che, a dipingere questo ritratto onesto della sua figura, sia proprio un rappresentante di quella parte di leadership sessantottina che si è perfettamente accomodata nei dintorni del potere (Lerner ha tra l’altro diretto il TG1 della Rai), dimostra secondo noi la forza enorme della sua presenza nella storia del movimento comunista italiano.
Si potrebbero aggiungere diversi altri eventi che giustificavano, allora, l’idea che qui in Italia fosse in preparazione un golpe militare sulla falsariga di quello della Grecia dei colonnelli. Eventi magari lasciati nella penna – o nella tastiera – per non trasformare un articolo in un saggio politico.
Certamente il “golpe Borghese” del ’71 sta in prima fila, visto che l’ex comandante della X Mas fascista fu autorizzato a prendere possesso – per una notte – del Ministero dell’Interno (quello oggi diretto da Piantedosi), tranne poi ricevere una telefonata che disdiceva l’ordine.
Lo scontro sociale e politico durò poi per almeno altri dieci anni ad alto livello, nonostante il Pci che aveva aderito alla “politica dei sacrifici” e alla “solidarietà nazionale”, fino a quando la sconfitta operaia nei “35 giorni alla Fiat”, nel 1980, un mese dopo la strage di Bologna, non segnò il trapasso dall’offensiva allo smantellamento delle conquiste strappate a suon di scioperi, manifestazioni, morti in piazza e nelle stragi di Stato.
Ma quella “intuizione” di Feltrinelli sul possibile ruolo dei militari nella trasformazione fascista del Paese e delle relazioni sociali è comunque confermata ancora oggi. Quando un generale dichiaratamente fascista viene elevato – da servizi segreti, sistema mediatico e un padronato senza più imprese industriali – a “guru” di una svolta reazionaria “definitiva”.
Ossia provvisoria, come ogni cosa nella Storia...
Il romanzo di Vassilis Vassilikos Z L’orgia del potere – da cui Costa-Gavras trasse un memorabile film premio Oscar – venne pubblicato da Feltrinelli nel 1969. Quello stesso anno, il 12 dicembre, all’indomani della strage fascista di piazza Fontana, Giangiacomo Feltrinelli avrebbe scelto di rendersi irreperibile, ovvero di passare alla clandestinità.
Aveva 43 anni, essendo nato il 19 giugno 1926, giusto un secolo fa. Il gran borghese predestinato a ereditare la guida di una delle dinastie del capitalismo italiano radicalizzava la sua scelta alternativa: dopo aver inventato una Biblioteca storica dei movimenti sociali e fondato la casa editrice che porta il suo nome, escogitò da ultimo un media illegale di natura assai diversa, Radio Gap, messaggi d’incitamento alla rivolta armata diffusi per mezzo di interferenze nel telegiornale Rai, e importò rudimentali tecniche di guerriglia latinoamericane.
Dalla teoria alla pratica, fino a morirne nel 1972 dilaniato sul traliccio di Segrate che voleva far esplodere in simultanea con un altro al lato opposto della metropoli. “Spegnere Milano”, ridurla al buio per alcune ore, sarebbe stato un innesco plateale, il salto di qualità insurrezionale necessario al nuovo movimento comunista.
La dottrina rivoluzionaria del fochismo, quella che prevedeva che la Sardegna si trasformasse nella Cuba del Mediterraneo, nella società italiana si rivelava velleitaria. Ma derivava da un’interpretazione del ciclo politico, economico e morale che per certi versi lo accomuna a Pier Paolo Pasolini – non solo per la fine tragica – da cui siamo tuttora sovrastati. Consiglierei di non prenderla sottogamba, visti i tempi.
Tre anni prima, agli esordi dello stragismo di destra, nelle librerie Feltrinelli veniva diffuso l’opuscolo Estate 1969 in cui Giangiacomo spiegava perché fosse concreta in Italia la minaccia di una deriva autoritaria. Il breve testo recava in appendice un monito del già citato Vassilikos: “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.
L’autore di Z si riferiva, ovviamente, al colpo di Stato del 1967. Vogliamo ricordare che in Italia il comando dell’Arma dei Carabinieri ne aveva concepito uno simile, il piano Solo, già nel 1964?
Feltrinelli non era un ossesso quando decise di dileguarsi. Le indagini sulle bombe, orientate a senso unico contro gli anarchici, lo avevano messo subito nel mirino. Scrisse allora di una “campagna d’odio, denigrazione, calunnia, persecuzione delle destre contro la casa editrice, le librerie e contro di me repressa oltre vent’anni”.
Cercò appoggio in partigiani come Cino Moscatelli, Giovanni Pesce, Aldo Natoli e nel vecchio dirigente comunista Pietro Secchia. Gli diede retta solo il genovese Giambattista Lazagna. Giocavano di sponda con lui Potere Operaio e le nascenti Brigate Rosse, interessati tanto alle sue risorse economiche quanto alle sue tesi.
L’esito fu disastroso, ma sarebbe ingiusto se travolgesse con sé le intuizioni e l’allarme che l’ultimo Feltrinelli voleva trasmetterci.
Non stiamo prendendo dalla parte sbagliata la commemorazione di un centenario della nascita. Troppo facile sarebbe limitarci a ricordare l’editore capace di sottrarre Il dottor Zivago alla censura sovietica e Il Gattopardo al cestino di altri editori; di trasgredire leggi ottuse pubblicando Giovanni Testori e importando nel baule dell’auto i Tropici proibiti di Arthur Miller stampati all’estero; traducendo Saul Bellow nel 1959, I sotterranei di Kerouac nel 1965 e Cent’anni di solitudine nel 1968.
Che a muoverlo fosse una consapevole intenzione politico-culturale, non solo fiuto editoriale, fu dimostrato nel 1967 dal poster con la foto di Che Guevara scattata da Albert Korda per la quale Feltrinelli rinunciò all’esclusiva sui diritti, trasformandola in un’icona contemporanea universale.
Giangiacomo Feltrinelli non fu il solo figlio della classe dirigente milanese a tradire la sua appartenenza privilegiata. Penso all’impegno culturale e organizzativo di Giovanni Pirelli per la lotta di liberazione in Algeria, un paese che divenne per lui ciò che Cuba fu per Feltrinelli. Penso al conte Dal Verme, a Luchino Visconti, al meno noto Nanni Ricordi che sostenne l’esperienza teatrale di Dario Fo e Franca Rame.
Se fu contro Feltrinelli che i benpensanti lanciarono campagne di speciale accanimento – da vivo e da morto – si deve al fatto che la sua opera ha dato vita a una vera e propria casamatta della sinistra italiana. Non a caso Renato Guttuso volle ritrarlo fra le personalità della storia del movimento operaio mondiale affrescate ne I funerali di Togliatti proprio nel 1972.
L’allarme sui pericoli autoritari lanciato da Feltrinelli non era insensato. I dirigenti dei partiti di sinistra all’epoca si erano tutti attrezzati per tale eventualità. E se ancora oggi la carta di riserva della destra è un generale... “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.
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04/03/2026
I congiurati della banda Trump
Questa asserzione, priva d’ogni ambiguità quanto alla volontà di instaurare lo Stato d’emergenza nazionale durante le prossime «Midterm Elections», è stata riportata, il 26 febbraio, dal Washington Post e proviene da Peter Ticktin, un intimo del Presidente Trump.
Avvocato affermato, installato in Florida, Ticktin conosce Trump fin dai tempi in cui frequentavano insieme l’accademia militare di New York e da allora non sembra si siano mai troppo persi di vista.
Nel 2022 ritroviamo l’avvocato nel team legale che, senza successo, aveva attaccato il Partito Democratico accusandolo di cospirazione per avere denunciato l’esistenza di collusioni fra la Russia e il clan Trump durante la campagna elettorale del 2016.
Sarà poi sempre l’avvocato Ticktin ad assumere la difesa di Tina Peters, l’ex «county clerk» del partito Repubblicano nella contea del Colorado, appassionata ammiratrice di Donald e che sta scontando, attualmente, una condanna a nove anni di prigione per violazione del sistema elettorale e mancato rispetto delle normative del Segretario dello Stato del Colorado.
Nel 2021 la segretaria della Contea aveva esercitato pressioni su un pubblico ufficiale tentando di fabbricare prove – false – per giustificare l’esistenza di un complotto, immaginario, che avrebbe manipolato le elezioni a svantaggio di Trump.
Sempre presente, l’avvocato Ticktin, visibilmente ferratissimo in questioni e manovre elettorali, fa parte oggi di «un circolo di attivisti» perfettamente coordinati con la Casa Bianca. «Stanno facendo circolare una bozza di ‘executive order’ di 17 pagine» alla cui redazione ha partecipato ampiamente l’inevitabile Ticktin e in cui si sostiene «che la Cina sia intervenuta nelle elezioni del 2020» scrive Isaac Arnsdorf sul Washington Post.
Questo postulato, assente ogni prova concreta, viene però utilizzato «come base per dichiarare un’emergenza nazionale che sbloccherebbe, in materia di voto, uno straordinario potere presidenziale», precisa ancora il Washington Post.
Il 19 febbraio al Homer Building, nel pieno centro di Washington, si è tenuta una tavola rotonda che riuniva «30 leader», il centro nevralgico del famoso «circolo di attivisti», per discutere di «Integrità elettorale».
L’evento è stato organizzato da Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump e oggi presidente del Gold Institute for International Strategy, istituto privato ultraconservatore, che ha generosamente sponsorizzato l’incontro.
«Noi, il popolo, vogliamo elezioni eque e sappiamo che, visto l’attuale contesto politico negli Stati Uniti, c’è una sola sede nel paese che può far sì che ciò accada». Flynn ha sintetizzato così, rivolgendosi via social direttamente al “Presidente Donald”, la posizione dei partecipanti.
Noi, il popolo vogliamo... lo stato d’emergenza, questo è il messaggio perfettamente chiaro di Flynn. Ma a chi si riferisce, quando scrive «noi» e «popolo»?
Alla tavola rotonda, oltre ad alti funzionari federali, secondo le informazioni pubblicate dal giornale investigativo ProPublica, erano presenti: Kurt Olsen, uno degli avvocati della Casa Bianca, Heather Honey, funzionaria del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, Cleta Mitchell, direttrice dell’Election Integrity Network, un network talmente integerrimo che deve la sua notorietà per avere già distillato false accuse di frode elettorale rivolte agli avversari di Trump.
Una bella collezione di «esperti», professionisti in “legge, ordine, sicurezza e disciplina”, insieme a funzionari di elevato rango. Una squadra composta da elementi fidati e capaci di inserirsi nel meccanismo elettorale, per tentare di plasmarlo secondo gli interessi esclusivi dell’attuale presidente.
Trump sta infatti esercitando forti pressione sui Repubblicani affinché approvino una legge, la Save America Act, che modificherebbe sostanzialmente le norme per la registrazione degli elettori sulle liste.
Obbiettivo: purgare le liste elettorali di alcune «categorie di votanti» ritenute avverse al Tycoon che regna, per il momento ancora, su Washington.
Approvata alla Camera, la Save America Act, incontra però seri ostacoli al Senato dove sono proprio i leader Repubblicani ad essersi opposti alla richiesta presidenziale di modificare il regolamento per fare anticipare il voto e trasformarlo così, in fretta e furia, in legge.
Il tempo stringe, mentre Donald nei sondaggi crolla. E non sarà certo la nuova carneficina della più che incerta avventura bellica iraniana a placare il malcontento della sua base MAGA. Si era del resto fatto eleggere promettendo che avrebbe tirato fuori l’America dal pantano delle guerre scatenate dalla congrega Biden-Clinton-Obama. Le cose sono andate molto diversamente.
Trump avrebbe dovuto iniziare fermando la guerra sul fronte Russo-Ucraino, un «affare» che – ipse dixit – si sarebbe concluso in poche ore non appena installato di nuovo sul trono della Casa Bianca... E adesso?
Lo si vede addirittura lanciarsi, a testa bassa, in una guerra di conquista e predazione, un conflitto intenso dalle conseguenze che possono risultare infinite.
Le sabbie mobili sono sicuramente un percorso più stabile e anche la sua base elettorale comincia, almeno, a sospettarlo.
Sicuri che ormai la situazione sia più che critica, disperata, «diversi attivisti hanno lasciato l’incontro all’Homer Building di Washington convinti che Trump dovrebbe dichiarare l’emergenza nazionale, un passo che, a loro avviso, permetterebbe al Presidente di aggirare la direttiva costituzionale secondo cui le elezioni dovrebbero essere gestite dagli Stati», si legge nell’inchiesta realizzata da ProPublica.
Aggirare il dettato della Costituzione. Non è cosa da poco. Nessuna Costituzione prevede il suo “legittimo” aggiramento, il suo sconvolgimento, il suo... sovvertimento.
Il gruppo dei «fedeli attivisti» si è peraltro diviso, dopo l’incontro di Washington, in due fazioni. Lo sottolinea ancora il media investigativo: «coloro che volevano perseguire una strategia legale e legislativa più graduale e coloro che volevano che Trump dichiarasse l’emergenza nazionale».
Dobbiamo ben riconoscere lo straziante dilemma che tormenta il clan Trump: prefiggersi una strategia formalmente legale o... cambiare drasticamente direzione? Prendere direttamente «il controllo delle elezioni», come ha dichiarato recentemente lo stesso tycoon in un’intervista rilasciata al podcaster estremista MAGA Dan Bongino, un ex vicedirettore dell’FBI.
Trump si è decisamente lasciato andare anche col Washington Post; senza deviare le domande, ha invece tenuto a evidenziare che «se il disegno di legge dovesse fallire, agirà unilateralmente per imporre le modifiche per le le prossime ‘Midterm Elections’».
Imporre. Come, se non con la forza?
Il senatore Mark R. Warner, principale esponente democratico della Commissione Intelligence del Senato, contattato dal «WaPo», non utilizza mezzi termini: «Abbiamo lanciato l’allarme per settimane sugli attacchi del presidente Trump alle nostre elezioni e ora stiamo vedendo dei rapporti che delineano come potrebbero pianificare di farlo. Si tratta di un complotto per interferire con la volontà degli elettori e minare sia lo stato di diritto che la fiducia del pubblico nelle nostre elezioni».
Proprio l’altro ieri potevamo leggere su Contropiano: “il Tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato, o il golpe interno o la sconfitta”.
Sicuramente, almeno per il «circolo dei fedeli attivisti» che trama nell’ombra a Washington, il dilemma non sembra esistere.
Fonte
Si aprono scenari da perfetta Civil war.
02/03/2026
Guerra e golpe, il rischiatutto di Trump
Sia chiaro. Nel dibattito interno agli Usa non se ne fa una questione di “giustizia” – se fosse cioè giusto o no aprire il fuoco sugli ayatollah – ma di “legittimità” della decisione. Secondo la evanescente e aggirabilissima Costituzione Usa, infatti, un presidente può decide di aprire una guerra – che non sia chiaramente “difensiva” del territorio Usa da un’aggressione esterna – soltanto se autorizzato dal Congresso.
Ovvio che la discussione “legale” nasconda interessi e posizioni ben più concrete, ma il fatto che esista complica notevolmente la “libertà di azione” di una amministrazione di banditi (chi ha visto la procuratrice generale Pam Bondi o il capo dell’Fbi, Kash Patel, in audizione al Congresso ha potuto ammirare l’autodifesa classica di due rapinatori che negano di aver fatto “il colpo”).
L’amministrazione Trump, ovviamente consapevole di star violando regole interne “sacre”, ha provato comunque a far passare questa aggressione come “un atto di difesa preventiva” (al pari di quel genocida di Netanyahu, insomma), emanando una nota i cui si affermava che la diplomazia era stata la linea d’azione preferita dal presidente e che i suoi rappresentanti hanno lavorato estesamente e in buona fede per raggiungere un accordo che garantisse che “le capacità nucleari e missilistiche balistiche dell’Iran non rappresentassero una minaccia per la nostra patria. Sfortunatamente, il regime iraniano si è rifiutato di impegnarsi realisticamente con gli Stati Uniti”.
Più menzognero ancora era stato il discorsetto videoregistrato da Mar-a-Lago in cui Trump affermava che l’Iran era a “due settimane dal costruire una bomba atomica” e “stava per dotarsi di missili capaci di raggiungere gli Stati Uniti”.
Anche un deficiente – se in buona fede – lo aveva sentito dire, qualche mese fa, che nella “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025 era stato “azzerato” il programma nucleare iraniano (non era vero, ovvio; ma non è credibile coprire una menzogna col suo opposto). Ma soprattutto non ha portato neanche uno straccio di relazione dell’intelligence che potesse confermare almeno una delle due menzogne usate a copertura della “guerra difensiva”.
Il vice presidente della Commissione Intelligence del Senato, il senatore Mark Warner, ha dichiarato alla CNN di non aver visto alcun rapporto che indicasse che l’Iran fosse sul punto di lanciare qualsiasi tipo di attacco contro gli Stati Uniti d’America. Dunque il presidente, ha detto, “ha iniziato una guerra per scelta”.
Il senatore Richard Blumenthal, membro della Commissione Forze Armate del Senato, ha dichiarato in un’intervista che l’Iran e i suoi proxy Hezbollah e gli Houthi rappresentavano minacce continue per le basi statunitensi nella regione. Ma quei pericoli marginali venivano gestiti da anni con i sistemi di difesa aerea e missilistica statunitensi e alleati (israeliani, insomma). Nessuna urgenza, neanche minima, dunque.
Anche gli esperti non hanno visto un pericolo immediato prima degli attacchi. Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Arms Control Association, un’organizzazione dedicata alla non proliferazione nucleare, ha sottolineato la scorsa settimana che l’Iran avrebbe bisogno di mesi per arricchire materiale sufficiente per un’arma e di anni per ricostruire le strutture nucleari danneggiate dai bombardamenti statunitensi di giugno 2025.
Ancora più problematica è la gestione della base “Maga”, che ha garantito a Trump la vittoria un anno e mezzo fa, ma che era stata adescata – fra l’altro – con la promessa che l’America non si sarebbe più impegnata in “guerre senza fine”.
Se però si pone come obbiettivo dell’attacco all’Iran un “cambio di regime” diventa logico – per l’esperienza fatta in 80 anni di guerre – che questo non è realizzabile con qualche omicidio mirato e tanti bombardamenti. Per smantellare un sistema di vita e di governo bisogna mettere boots on the ground, occupare un paese, subire i colpi della resistenza, perdere uomini in misura consistente e soprattutto intollerabile per dei “vincenti nati”. Senza neanche la garanzia di raggiungere l’obbiettivo.
Di fatto, dicono i sondaggi interni, soltanto un americano su quattro (il 25%) approva la politica guerrafondaia di quello che voleva il premio Nobel per la pace ancora prima di governare...
Il che mette un interrogativo grande come un grattacielo sui possibili risultati delle elezioni di midterm. Quasi tutte le elezioni suppletive che si sono svolte negli ultimi mesi sono state una tragedia per i repubblicani. E non solo nelle “progressiste” New York e Seattle (dove hanno vinto addirittura candidati dichiaratamente “socialisti”), ma persino nel Texas, da sempre cassaforte della reazione e delle nostalgie da “confederati”.
Anche la tentazione di “rubare” le elezioni avocando al governo federale il controllo delle liste elettorali – che per Costituzione spetta ai singoli Stati – depurandole dai possibili sostenitori dei “dem” (minoranze etniche e linguistiche, immigrati recentemente naturalizzati, abolizione del voto per corrispondenza, imposizione di nuove regole per l’ammissione al voto, ecc.) rivela una paura di perdere che spinge all’azzardo continuo.
Per come ha impostato la sua ultima stagione politica – Trump ha 80 anni, poco meno di Khamenei – il tycoon rischia di trovarsi davanti ad un bivio decisamente divaricato: o il golpe interno o la sconfitta.
Con la prima scelta smetti di presentarti come “la vera democrazia”, con la seconda smetti e basta.
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25/02/2026
Da quanto dura la guerra in Ucraina
In quell’anno un golpe sostenuto dagli USA e dalla NATO aveva rovesciato il governo regolarmente eletto dell’Ucraina e stabilito un regime nazionalista etnico. Le province di popolazione russa del Donbass erano insorte ed una parte di esse, con il sostegno della Russia, si erano costituite in stati indipendenti.
Da allora, dal 2014, c’è la guerra in Ucraina.
Nel 2017 partecipai ad una iniziativa di solidarietà con le popolazioni del Donbass, guidata e organizzata dal gruppo musicale della Banda Bassotti e dalla USB. Con noi c’era anche Eleonora Forenza, allora europarlamentare di Rifondazione comunista.
Abbiamo portato medicinali, quaderni e giocattoli, abbiamo incontrato la popolazione e abbiamo visto i rifugi di campagna dove venivano protetti i bambini, quando piovevano le bombe delle truppe di Kiev. Quei rifugi, di cui pubblico una foto, mi avevano particolarmente colpito perché mi ricordavano le immagini del Vietnam.
Insomma nel 2017 in Ucraina la guerra c’era già da tre anni. Chi oggi vuol far davvero far finire questa tremenda guerra, deve partire dal 2014 e non da quattro anni fa. Chi cambia la data d’inizio della guerra in Ucraina, ha intenzione di continuarla.
Fonte
18/12/2025
Honduras nel caos post-elettorale: accuse di brogli, ingerenze esterne e lo spettro di un golpe
Con oltre il 99% di voti trasmessi con il discusso sistema di trasmissione di risultati preliminari (Trep), il candidato conservatore Nasry Asfura, che ha avuto il sostegno più che plateale del presidente statunitense Donald Trump, supera di circa 40 mila voti l’altro candidato del bipartitismo tradizionale Salvador Nasralla.
Entrambi sono espressione del modello neoliberista estrattivista che promuove la privatizzazione del pubblico, divora territori, saccheggia le casse dello Stato e apre le porte al capitale transnazionale che fagocita beni comuni e servizi pubblici.
Più staccata la candidata del governante Libertà e rifondazione (Libre), Rixi Moncada, che non risparmia pesanti accuse di gravi irregolarità e manipolazioni del Trep, nonché di ingerenza straniera e coazione al voto a destra da parte delle bande legate al crimine organizzato.
Si calcola che almeno 4 milioni di messaggi siano stati inviati ai telefoni degli elettori che ricevono invii di denaro (remesas) da familiari che vivono negli Stati Uniti. Diverse le minacce: dalla tassazione o sospensione degli invii, a espulsioni e ritorsioni varie.
Secondo i dati forniti dal membro del Consiglio nazionale elettorale (Cne) in carica a Libre, Marlon Ochoa, sarebbero più di 5.000 i verbali elettorali con zero voti, quasi la stessa cifra i seggi in cui non sono state usate le misure di sicurezza biometriche e più del 95 per cento i verbali redatti fisicamente e poi inviati elettronicamente, che presentano errori di conteggio e incongruenze grossolane tra la registrazione biometrica e il contenuto dei verbali stessi. Si calcola che almeno due milioni di voti siano stati compromessi da irregolarità di diverso genere.
Inoltre, lo stesso Trep non è stato in grado di leggere e interpretare correttamente gli scrutini e i voti riportati manualmente sui verbali ed ha anche trasferito ingenti quantità di voti da un candidato all’altro o da un partito all’altro.
Si calcola che siano almeno 17 mila (su un totale di poco più di 19 mila) i verbali rimasti bloccati nel sistema di trasmissione per oltre 40 ore, mentre la pagina ufficiale di divulgazione dei risultati è rimasta inattiva per giorni, subendo anche continue interruzioni durante i pochi periodi di attività.
“Il Trep è stato manipolato nel suo codice sorgente e il software è stato adulterato e manomesso alle spalle dei tecnici responsabili”, denuncia Ocha.
“Uno schema matematico – continua il consigliere – fatto su misura per il sistema bipartitico con il sostegno pubblico di Washington. Un’operazione coordinata tra forze interne ai due partiti tradizionali e ingerenze esterne straniere, che vogliono imporre una decisione elettorale che spetta solo al popolo sovrano”.
Nei giorni precedenti al voto, lo stesso Ochoa aveva denunciato gravi errori durante la prova generale di funzionamento del sistema di trasmissione dei risultati, nonché un piano ordito dalle consigliere del Cne in forza ai due partiti tradizionali per manipolare il risultato delle elezioni.
A gettare benzina sul fuoco è poi giunta la decisione delle due consigliere di selezionare e verificare unicamente 1.081 verbali dei più di 17 mila inviati a revisione per vari tipi di irregolarità. Una decisione che viola apertamente la legge elettorale.
Dati che farebbero rabbrividire qualsiasi Stato sovrano, ma che non sembrano scalfire le incomprensibili certezze delle missioni di osservazione elettorale dell’Unione europea e dell’Organizzazione degli stati americani (Osa). Per loro, tutto si è svolto in totale trasparenza e non resta che accelerare la proclamazione del vincitore.
Abbastanza debole anche il comunicato emesso dal Consiglio permanente dell’Osa, in cui si chiede un generico rispetto della trasparenza delle elezioni e dell’autodeterminazione del popolo honduregno, nonché una revisione dei voti emessi.
Particolarmente preoccupante invece il contenuto dell’indagine svolta dalla rivista The Incept, in cui si rivela la coincidenza di interessi e sostegno politico al candidato Asfura tra l’amministrazione Trump e la famigerata Mara Salvatrucha (MS-13), tra l’altro inserita dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroriste.
Telefonate e messaggi diretti con gravi minacce alla popolazione e un ultimatum: votare per Asfura o attenersi alle conseguenze. I membri dell’MS-13 trasportavano persino le persone al voto in mototaxi e venivano visti controllare le schede all’interno e fuori dai seggi.
E mentre il partito Libre, riunito in assemblea straordinaria, denuncia il tentativo di colpo di Stato elettorale, condanna l’ingerenza statunitense e l’indulto concesso all’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per narcotraffico (circa 400 tonnellate di cocaina introdotte negli USA) ed esige un riconteggio voto per voto, non riconoscendo i risultati del Cne, la presidente Xiomara Castro scende in campo e lancia un grido d’allarme.
Non solo per la prima volta da quando ha assunto la prima carica dello Stato la polizia ha represso con violenza la protesta pacifica, in questo caso dei militanti di Libre che presidiavano i locali in cui si svolge la revisione dei verbali, ma le possibilità che si passi da un colpo di Stato elettorale a un colpo di Stato vero e proprio sembrano aumentare ogni giorno di più.
“Le elezioni sono nulle e prive di qualsiasi valore. Denunceremo questo colpo di Stato elettorale nelle sedi opportune. La sovranità non è negoziabile e la democrazia non può essere svenduta. Il popolo non può e non deve accettare elezioni basate su ingerenza straniera e ricatti”, ha detto in un comunicato.
Ha poi rincarato la dose ed ha chiesto l’immediata destituzione di chi ha ordinato la repressione la notte di ieri 15 dicembre.
“Ho avuto notizia che Juan Orlando Hernández sta preparando il suo rientro in Honduras per proclamare il vincitore delle elezioni, si sta preparando un’aggressione orientata a rompere l’ordine costituzionale e democratico attraverso un colpo di Stato contro il mio governo”.
Ha quindi invocato la mobilitazione immediata e pacifica del popolo honduregno.
“Convoco il popolo, i movimenti sociali, i collettivi, gli organismi di base, la militanza e la cittadinanza in generale a muoversi verso la capitale per difendere il mandato popolare, rifiutare qualsiasi tentativo golpista, e diffondere a livello internazionale ciò che sta accadendo”.
Le prossime ore saranno chiave per definire il futuro del paese centroamericano.
Fonte
14/12/2025
Benin - Il golpe sventato grazie all’intervento della Francia e dell’Ecowas
Sembra essere tornata la calma in Benin dopo il tentato colpo di Stato di domenica scorsa, 7 dicembre, che per alcune ore aveva fatto temere un’altra presa del potere da parte di una giunta militare, dopo quelle avvenute con successo nei vicini Mali, Guinea, Burkina Faso e Niger.
Contrariamente a quanto era avvenuto nei precedenti golpe in altri paesi del Sahel, decisivo è stato in questo caso l’intervento della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” (Cedeao in francese, Ecowas in inglese), il blocco regionale sostenuto dalla Francia che si è mosso immediatamente per impedire il successo del putsch, organizzato formalmente per liberare il paese dalla “dittatura” del presidente Patrice Talon.
Da quando è stato eletto nel 2016, il leader sostenuto dalla Francia ha accentuato gradualmente il proprio autoritarismo senza riuscire a garantire la sicurezza delle regioni del nord minacciate dalla violenza dei gruppi jihadisti. Recentemente il governo ha escluso dalle prossime elezioni presidenziali, previste nel 2026, il principale partito di opposizione, e il potere dovrebbe passare da Talon al suo attuale ministro delle finanze Romuald Wadagni.
A guidare la risposta regionale al tentativo di golpe è stata la Nigeria, la cui presidenza ha confermato l’invio in Benin di alcuni caccia per prendere il controllo dello spazio aereo del paese. Gli aerei da guerra nigeriani hanno anche compiuto alcuni bombardamenti, distruggendo alcuni veicoli blindati schierati nelle strade dai golpisti.
Abuja ha inoltre fatto sapere di aver inviato anche truppe di terra a supporto delle forze armate del Benin rimaste fedeli al presidente.
Il rapido intervento militare della Nigeria può essere letto come un segnale inviato a Washington sull’efficienza e sulla capacità delle proprie forze armate di operare a livello regionale, dopo che nelle scorse settimane il presidente americano aveva duramente attaccato il governo del paese, accusato di non fare nulla per impedire “il massacro dei cristiani” da parte dei gruppi jihadisti.
In Benin sono giunti anche altri militari appartenenti alla cosiddetta “forza di riserva” della “Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale” provenienti da Sierra Leone, Costa d’Avorio e Ghana per “sostenere il governo e l’esercito repubblicano del Benin nel preservare l’ordine costituzionale e l’integrità territoriale”.
Già prima dell’arrivo a Cotonou delle truppe dell’ECOWAS, comunque, alcuni reparti dell’esercito fedeli al governo hanno attaccato la base militare di Togbin dove erano riuniti i soldati ribelli. Secondo quanto riportato in un comunicato ufficiale, durante l’incursione è stata uccisa la moglie di Bertin Bada, capo di Stato maggiore di Talon, mentre il generale è riuscito a fuggire. Non si avrebbero notizie neanche del capo dei golpisti, Tigri Pascal leader del “Comitato per la rifondazione militare” che sarebbe riuscito a far perdere le proprie tracce.
L’intervento militare del blocco regionale vicino alla Francia ha ovviamente irritato i Paesi membri della “Confederazione degli Stati del Sahel” (Aes), vale a dire Burkina Faso, Mali e Niger, i quali hanno denunciato la violazione del proprio spazio aereo dopo che un velivolo militare nigeriano è atterrato in Burkina Faso.
In una dichiarazione congiunta trasmessa sui canali televisivi dei tre Paesi, la Confederazione – un’alleanza strategica fondata nel 2023 dalle rispettive giunte militari che hanno espulso le truppe francesi e statunitensi e si sono avvicinate a Mosca – ha fatto sapere che “un aereo di tipo C-130 appartenente all’Aeronautica militare della Repubblica federale della Nigeria è stato costretto ad atterrare a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, a seguito di una situazione di emergenza”. Un’indagine “ha rivelato che questo aereo militare non era autorizzato a sorvolare il Burkina Faso”, si legge nella dichiarazione, letta dal ministro della Sicurezza e della Protezione civile del Mali, Daoud Aly Mohammedine, che ha “condannato con la massima fermezza questa violazione del suo spazio aereo e della sovranità dei suoi Stati membri” ed ha annunciato la messa in stato di allerta delle difese aeree e antiaeree dello spazio aereo della Confederazione.
Con il passare dei giorni è apparso chiaro che il tentativo di golpe è stato sventato grazie all’intervento diretto da parte della Francia, sponsor principale del presidente Talon e preoccupata per le conseguenze che la sua rimozione dal potere avrebbe potuto avere su ciò che resta della sua influenza nella regione del Sahel.
L’intervento della Cedeao, come ha confermato l’Eliseo, ha ottenuto il sostegno logistico di Parigi, che ha fornito supporto “in termini di sorveglianza, osservazione e logistica” alle forze armate del Benin.
Secondo alcuni media un aereo specializzato in operazioni di intelligence, immatricolato in Francia, ha a lungo sorvolato Cotonou – sede del governo del Benin – per varie ore proprio nel corso del tentato golpe.
Francia e Benin sono legati da accordi di cooperazione militare sin dal 1977. Dopo l’aggravarsi della minaccia jihadista nella regione questa collaborazione si è rafforzata. Con la fine dell’operazione Barkhane in Mali e la perdita delle basi militari in tutti i paesi dell’Alleanza degli stati del Sahel la Francia ha ulteriormente rafforzato i suoi legami con il Benin, anche se formalmente nel paese non può contare sulla presenza di una base militare a disposizione delle proprie truppe.
La presenza militare francese in Benin – che ufficialmente non può contare sulla disponibilità di una vera e propria base – è peraltro finita in passato nel mirino delle giunte golpiste del Sahel, e in particolare di quella del vicino Niger, che nel dicembre 2023 ha accusato le autorità beninesi – d’intesa con Parigi – di addestrare terroristi sul loro territorio, circostanza negata dal governo di Cotonou.
Il Benin è rimasto ormai uno degli ultimi alleati della Francia nel Sahel, e un suo eventuale scivolamento nell’orbita russa significherebbe per Parigi una battuta d’arresto decisiva in una regione in cui l’influenza francese è stata negli ultimi anni fortemente ridimensionata.
Nel continente africano Parigi mantiene una presenta militare fissa in soli cinque paesi: Ciad, Senegal, Costa d’Avorio, Gabon e Gibuti.
10/12/2025
Benin: fallito il golpe militare
Alla guida del fallimentare colpo di stato beninese spicca la figura dell’ufficiale Pascal Tigri, comandante delle Forze speciali, un organo militare dipendente dalla Guardia Nazionale impiegato per difendere il Paese dagli attacchi sempre più frequenti dei corpi armati jihadisti provenienti dalle frontiere con il Niger e con il Burkina Faso. Lo stesso capo della Guardia Nazionale, Faizou Gomina, insieme al capo di stato maggiore dell’esercito beninese, Abou Issa, era stato messo in custodia dagli uomini di Pascal Tigri nella giornata di domenica.
Ricalcando i proclami degli ammutinati in Mali, Niger e Burkina Faso, Pascal Tigri ha parlato di un “deterioramento della situazione della sicurezza” in Benin. Il colpo di Stato beninese si iscrive in un quadro di altissima tensione che coinvolge i Paesi della regione a causa delle violenze e dalle incursioni frequenti delle forze jihadiste, contro le quali i governi nazionali sembrerebbero agire con politiche deboli e inefficaci. A scapito di civili, spesso vittime di attentati o costretti ad abbandonare le proprie case per sfuggire agli agguati sanguinosi dei jihadisti, e degli stessi militari. Nel mese di aprile 2025, almeno 70 soldati delle forze di Tigri erano rimasti uccisi in uno scontro con i jihadisti, e nell’ultimo anno decine di militari hanno perso la vita o sono rimasti feriti negli scontri con i gruppi armati fondamentalisti, che dai Paesi del nord mirano a espandersi adesso anche in Benin.
Circa un anno fa, il Benin era già stato interessato da un altro tentativo di golpe. Nella notte tra il 23 e il 24 settembre 2024, i presunti cospiratori Olivier Boko, un influente uomo d’affari, e Oswald Homeky, ex ministro dello sport, entrambi vicini al Presidente Talon, furono prelevati dalle loro abitazioni e arrestati. L’accusa era di aver tentato di corrompere con una cifra di quasi 2 milioni e mezzo di dollari il colonnello Djimon Dieudonne Tevoedjre, capo della sicurezza di Talon, che, invece, aveva denunciato il piano al Presidente. Boko, Homeky e Rock Nieri, un imprenditore parente di Boko, erano stati condannati a vent’anni di carcere e a pagare multe per una cifra totale che si avvicina a 100 milioni di dollari.
Anche in questo caso, Talon ha dichiarato che i responsabili del tentativo di golpe non resteranno impuniti, ma gli attori e le modalità di quanto avvenuto domenica sono diversi, e rispecchiano un quadro di instabilità regionale che, a causa delle violenze jihadiste, ha ormai superato i confini del Sahel. Per questo motivo, quello in Benin è solo il più recente di una serie di golpe che si succedono in quest’area dell’Africa da alcuni anni. Nel 2021 in Mali un colpo di stato militare aveva rovesciato il governo di Bah Ndaw. Con le stesse motivazioni degli ammutinati beninesi, nel 2022 anche nel vicino Burkina Faso i soldati guidati da Paul-Henri Sandaogo Damiba, riuniti nel Movimento Patriottico per la Salvaguardia e la Restaurazione, avevano deposto il Presidente Kaboré. L’anno dopo, in Niger, a due anni da un altro tentativo di golpe, la guardia presidenziale prese poi in custodia il Presidente Mohamed Bazoum e proclamò il governo a guida Tchiani, capo della giunta militare organizzata nel “Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria”.
L’obiettivo politico proclamato da ogni forza golpista che nella regione ha provato o è riuscita a salire al potere è sempre quello di garantire sicurezza alla popolazione e proteggerla dalla violenza jihadista che oramai dilaga nel Sahel e non solo. In un decennio, con un trend in vertiginoso aumento, in Africa, si sono effettivamente registrate almeno 150.000 morti legate ad attacchi jihadisti. Tra il 2020 e il 2022, le cifre delle vittime dei jihadisti sono aumentate del 60%. Solo l’anno scorso sono state uccise oltre 22.000 persone.
Fonte
01/11/2025
Ucraina - EuroMaidan, la sentenza del tribunale inchioda i cecchini di estrema destra
Ivan Katchanovski è uno studioso affermato, docente e ricercatore presso la School of Political Studies dell’Università di Ottawa, in Canada. Specializzato in analisi politiche e dei conflitti, è autore del saggio The Russia-Ukraine War and its Origins: From the Maidan to the Ukraine War (scaricabile gratuitamente a questo link). Le sue ricerche si concentrano in particolare sugli eventi dell’Euromaidan e sulle dinamiche che hanno portato allo scoppio della guerra su larga scala nel 2022. Katchanovski è nato in Ucraina (al tempo Unione Sovietica) e ha completato la sua istruzione universitaria iniziale nel suo Paese nativo prima di trasferirsi per i suoi studi post-laurea in Canada, dove ora risiede e lavora. Lo abbiamo raggiunto per porgli alcune domande sulle origini del conflitto in Ucraina e su Maidan, temi al centro del recente dibattito televisivo tra il professor Jeffrey Sachs e Carlo Calenda.
Nel commentare su X la disputa tra il senatore italiano Carlo Calenda e il professor Jeffrey Sachs, lei ha scritto: «I politici che diffondono propaganda su Maidan non si curano della verità o dell’Ucraina». Lei è d’accordo con gli argomenti avanzati da Sachs in quel dibattito?
“Il mio nuovo libro ad accesso aperto The Russia-Ukraine War and its Origins: From the Maidan to the Ukraine War e altri studi accademici mostrano varie prove di un cambio di regime guidato dagli Usa durante il Maidan in Ucraina. Nel mio libro ho scritto che «Jeffrey Sachs, un economista americano di fama mondiale invitato a servire come consulente economico per il nuovo primo ministro Arsenii Yatseniuk subito dopo il rovesciamento del governo Yanukovych, ha dichiarato che il governo USA “ha decisamente contribuito al rovesciamento di Yanukovych... Lo so dall’interno, non solo dall’esterno. Lo so da persone di alto livello coinvolte in queste questioni”.
Ma ci sono state ammissioni pubbliche del coinvolgimento Usa?
“Il coinvolgimento Usa nel cambio di regime è stato ammesso da Obama, Biden, senatori USA e leader del Maidan. Obama ha detto in un’intervista all CNN che «Abbiamo mediato un accordo per il passaggio di potere in Ucraina». Biden ha scritto nelle sue memorie di aver detto al presidente ucraino Yanukovych che «era finita; era ora che richiamasse i suoi uomini armati e se ne andasse». Il senatore USA Chris Murphy, che ha visitato il Maidan, ha detto che «è stato il nostro ruolo, incluse sanzioni e minacce di sanzioni, a costringere in parte Yanukovych a lasciare l’incarico... Non siamo stati con le mani in mano. Siamo stati molto coinvolti. Membri del Senato sono stati lì. Membri del Dipartimento di Stato sono stati in piazza. È stato il nostro ruolo a costringere in parte Yanukovych a lasciare l’incarico. Siamo stati molto coinvolti»”.
C’erano altre personalità coinvolte?
“John McCain, un altro senatore USA, ha dichiarato in un’intervista alla CNN durante la sua visita a Kyiv nel dicembre 2013 insieme ad altri politici USA che stavano cercando di «portare a una transizione pacifica» in Ucraina. Il leader del partito di estrema destra Svoboda e il vice capo del parlamento ucraino da Svoboda hanno dichiarato che un rappresentante di un governo occidentale ha detto a loro e ad altri leader del Maidan durante un incontro prima del massacro del Maidan che i governi occidentali si sarebbero rivoltati contro Yanukovych una volta che le vittime tra i manifestanti avessero raggiunto quota 100. L’opposizione del Maidan, subito dopo questo massacro false-flag, ha chiamato i manifestanti uccisi del Maidan la «Centuria Celeste». Contrariamente alle prove, gli USA e altri governi occidentali hanno immediatamente incolpato il governo Yanukovych e le sue forze per il massacro dei manifestanti del Maidan”.
Nel suo libro descrive gli eventi del Maidan come un «massacro». Secondo la sua ricostruzione, oltre 800 testimonianze di partecipanti e video sincronizzati con la cronologia degli spari dimostrano che cecchini hanno sparato da edifici controllati dai manifestanti, implicando elementi dell’opposizione o gruppi affiliati in una probabile operazione false-flag per provocare la crisi e giustificare la rimozione di Yanukovich. Un tribunale ucraino ha recentemente sentenziato a suo favore: è corretto?
“Il mio libro presenta altre prove che si è trattato di un massacro false-flag perpetrato con il coinvolgimento di elementi oligarchici e di estrema destra dell’opposizione del Maidan per rovesciare il governo Yanukovych in Ucraina. Oltre a video e testimonianze di testimoni, tali prove includono confessioni di 14 membri di gruppi di cecchini del Maidan, testimonianze della stragrande maggioranza dei manifestanti del Maidan feriti e di circa 100 testimoni dell’accusa e della difesa nel processo e nell’indagine sul massacro del Maidan in Ucraina, esami forensi da parte di esperti balistici e medici governativi, e posizioni dei fori di proiettile che mostrano che sia la polizia che i manifestanti sono stati massacrati da cecchini posizionati in edifici e aree controllate dall’opposizione”.
Ma la sentenza che cosa dice?
“La sentenza del processo sul massacro del Maidan in Ucraina nell’ottobre 2023 ha confermato che molti attivisti del Maidan sono stati uccisi e feriti, e che giornalisti della BBC e di ARD sono stati colpiti non dalla Berkut o da altre forze dell’ordine, ma da cecchini nell’Hotel Ukraina e in altre località controllate dal Maidan, che questo hotel era controllato da attivisti del Maidan, inclusa una compagnia di cecchini del Maidan legata all’estrema destra, che agenti russi non erano coinvolti nel massacro, che non c’erano ordini di massacro dal presidente Yanukovych e dai suoi capi della polizia e dei servizi di sicurezza, e che il Maidan all’epoca era una ribellione armata, che coinvolgeva il massacro della Berkut e delle Truppe Interne.
La condanna in contumacia di tre poliziotti della Berkut, che sono stati scambiati da Zelensky con separatisti del Donbas, per l’omicidio di 35 manifestanti è stata basata su un’unica perizia forense dei proiettili fabbricata. Questa perizia, condotta più di 5 anni dopo il massacro, ha invertito i risultati di circa 40 precedenti esami forensi dei proiettili e ha contraddetto video sincronizzati, esami medici e balistici forensi da parte di esperti governativi, e testimonianze della stragrande maggioranza dei manifestanti del Maidan feriti e di diverse centinaia di testimoni”.
Nel suo libro sostiene che i media occidentali hanno interpretato erroneamente sia l’annessione russa della Crimea che il conflitto in Donbass. Può spiegare il motivo?
“Contrariamente alle narrazioni dei media occidentali, il mio libro e altri studi mostrano che la maggioranza dei crimeani e dei residenti del Donbas ha sostenuto il separatismo pro-russo dopo il rovesciamento violento e incostituzionale del governo Yanukovych in Ucraina sostenuto dall’Occidente. Cito vari sondaggi di opinione pubblica, inclusi quelli condotti per la mia ricerca dal Kyiv International Institute of Sociology nella primavera 2014. I media occidentali hanno anche rappresentato erroneamente la guerra in Donbas come una guerra Russia-Ucraina o «guerra ibrida», mentre il mio libro e altri studi mostrano che si è trattato di una guerra civile con interventi militari russi”.
Qual è stato il ruolo dell’Unione Europea negli eventi di EuroMaidan, in particolare riguardo all’accordo di associazione respinto da Yanukovych? Esistono documenti o testimonianze che indicano un coordinamento tra l’UE e l’opposizione ucraina prima del febbraio 2014?
“L’UE ha usato l’accordo di associazione con l’Ucraina come strumento contro la Russia, mentre l’UE si è rifiutata persino di riconoscere l’Ucraina come potenziale candidato UE nell’accordo. Vari alti funzionari e politici UE hanno sostenuto pubblicamente EuroMaidan visitando il Maidan. I leader UE hanno anche condannato pubblicamente l’uso della forza da parte del governo Yanukovych contro i manifestanti del Maidan e hanno minacciato di imporre sanzioni.
L’UE si è rifiutata di sostenere l’accordo che Yanukovych ha firmato con i leader dell’opposizione del Maidan e i ministri degli esteri francese, tedesco e polacco dopo il massacro del Maidan, e ha sostenuto invece il rovesciamento incostituzionale e antidemocratico di Yanukovych”.
Negli ultimi mesi, i negoziati tra il presidente Trump e la Russia sull’Ucraina si sono bloccati, culminando nel rinvio del summit Trump-Putin previsto per il 21 ottobre 2025, a causa del rifiuto russo di un cessate il fuoco immediato e di disaccordi sulle concessioni territoriali. Secondo lei, quali sono le principali cause di questo stallo e come potrebbe influenzare la risoluzione del conflitto?
“Gli interessi di Trump, Putin e Zelensky differiscono. Ci sono significativi disaccordi su alcune condizioni chiave di un potenziale accordo di pace tra Ucraina, Stati Uniti e Russia. La Russia sta gradualmente vincendo la guerra e rifiuta di accettare un cessate il fuoco proposto da Trump e accettato da Zelensky, che in precedenza aveva respinto tale possibilità. L’analisi mostra che un accordo di pace è stata la migliore opzione per l’Ucraina prima e dopo l’invasione russa nel febbraio 2022, poiché le probabilità che l’Ucraina sconfiggesse la Russia erano prossime allo zero a causa del vantaggio militare russo in varie aree chiave.
Tale risoluzione pacifica del conflitto avrebbe potuto evitare o minimizzare le devastanti conseguenze della guerra per l’Ucraina, in particolare un gran numero di vittime, perdita di territori, distruzione della generazione di energia e di altre infrastrutture critiche, e significative perdite economiche. Più a lungo continua la guerra, più vittime e danni subirà l’Ucraina, mentre le condizioni di qualsiasi accordo di pace probabilmente diventeranno peggiori per l’Ucraina”.
13/09/2025
Brasile - Condannato l’ex presidente Bolsonaro, gli USA minacciano ritorsioni
Con 4 voti contro 1, cinque giudici hanno deciso di condannare il leader dell’estrema destra brasiliana, accusato di aver guidato un’organizzazione criminale armata per rimanere al potere dopo aver perso le elezioni del 2022 contro l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva.
Il voto finale è stato letto dal presidente della Prima Camera del tribunale, Cristiano Zanin, ex avvocato di Lula, contro il quale Bolsonaro ha cospirato dopo essere stato sconfitto alle elezioni, secondo le conclusioni della corte.
“Le prove ci permettono di concludere che gli imputati intendevano infrangere lo stato di diritto democratico”, ha detto Zanin nella sua valutazione, che ha lasciato una maggioranza di quattro a uno sulla condanna di Bolsonaro e di altri sette prigionieri, tra cui ex ministri ed ex capi delle forze armate.
“La Procura è riuscita a descrivere in modo soddisfacente un’organizzazione criminale armata, gerarchicamente strutturata e orientata a perseguire un progetto” incentrato sulla “permanenza al potere del presidente Bolsonaro, qualunque sia il metodo criminale da utilizzare”, ha detto Zanin.
Dopo la dichiarazione di colpevolezza, i cinque giudici discuteranno, in linea di massima nella giornata di oggi, le condanne che verranno comminate e che possono arrivare fino a 43 anni di carcere.
Mercoledì uno dei giudici, Luiz Fux, si è pronunciato a favore dell’assoluzione di Bolsonaro da tutte le accuse di colpo di Stato e ha anche chiesto “l’annullamento dell’intero processo”.
In un pronunciamento durato più di 10 ore, Fux ha sostenuto che la Procura non ha dimostrato pienamente tutto ciò per cui ha accusato Bolsonaro e ha assicurato che in un processo penale “la responsabilità penale deve essere provata oltre ogni ragionevole dubbio”, cosa che a suo avviso non è avvenuta.
Fux ha esonerato Bolsonaro dall’accusa di aver cospirato contro la democrazia con la sua aggressiva campagna per screditare il sistema elettorale prima delle elezioni del 2022, in cui è stato sconfitto da Lula, e ha affermato che “discorsi o interviste” non possono essere trattati dal sistema giudiziario come se fossero “narrazioni sovversive”. Ma al di là dell’assoluzione di Bolsonaro e delle sue considerazioni sull’accusa, il giudice è stato incisivo nelle sue critiche al processo stesso aperto nella Prima Camera della Corte Suprema Federale.
L’8 gennaio 2023, una settimana dopo l’insediamento di Lula, migliaia di bolsonaristi, (a imitazione di quanto accaduto al Congresso di Washington nel gennaio 2021, ndr), presero d’assalto la sede delle tre principali istituzioni brasiliane.
Durante la requisitoria di oltre cinque ore, il giudice Moraes ha presentato un resoconto dettagliato del complotto golpista che, secondo lui, ha iniziato a prendere forma nel 2021 e ha raggiunto il suo culmine negli attacchi dell’8 gennaio 2023 alle sedi delle tre istituzioni a Brasilia, una settimana dopo l’insediamento di Lula. “Il Brasile è quasi tornato a una dittatura”, ha avvertito il magistrato, affermando che c’era un piano coordinato per abolire violentemente lo stato di diritto.
Oltre a Bolsonaro, il giudice si è pronunciato a favore della condanna di altri sette coimputati, tra cui ex ministri e alti comandanti militari.
Nei giorni scorso il Brasile aveva respinto la minaccia degli Stati Uniti di attuare sanzioni economiche e di ricorrere all’uso della sua forza militare contro il paese latinoamericano.
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt martedì aveva annunciato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump “non ha paura di usare il potere economico e militare degli Stati Uniti per proteggere la libertà di espressione in tutto il mondo”, in riferimento al processo contro l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro (2019-2023), sotto processo per tentato colpo di Stato dopo la vittoria elettorale dell’attuale leader Luiz Inácio Lula da Silva, alla fine del 2022.
Di fronte a questa situazione, il Ministero degli Affari Esteri brasiliano, in una breve dichiarazione rilasciata martedì, ha condannato “l’uso di sanzioni economiche o minacce di forza contro” la democrazia del suo paese.
La nota respingeva “il tentativo delle forze antidemocratiche di utilizzare governi stranieri per costringere le istituzioni nazionali”, riferendosi agli sforzi dell’ex presidente brasiliano e di suo figlio, il deputato Eduardo Bolsonaro, per ostacolare il processo del caso del colpo di stato da Washington.
Dopo aver sottolineato che i tre rami del governo non si lasceranno intimidire da alcun attacco alla loro sovranità, Brasilia ha sostenuto “la democrazia e il rispetto della volontà popolare espressa alle urne” come “il primo passo per proteggere la libertà di espressione”.
Fonte
16/07/2025
Brasile - La Procura chiede la condanna di Bolsonaro per tentato golpe
Secondo il procuratore generale Paulo Gonet, Bolsonaro è il “leader della organizzazione criminale” e “principale ideatore e beneficiario” di un piano per sovvertire l’ordine democratico dopo la sconfitta alle elezioni del 2022. Le accuse sono gravi: associazione criminale armata, tentativo di abolizione violenta dello Stato democratico di diritto, tentato golpe, danneggiamento aggravato e attacco a patrimonio pubblico protetto. Le pene previste superano i 30 anni di reclusione.
Oltre a Bolsonaro, compaiono nella lista degli imputati anche ex generali e ministri del suo governo: Walter Braga Netto, Augusto Heleno, Alexandre Ramagem, Anderson Torres, Almir Garnier, Paulo Sérgio Nogueira e Mauro Cid. Quest’ultimo, ex aiutante di campo del presidente, ha firmato un accordo di collaborazione con la giustizia e potrebbe ottenere la sospensione della pena.
Nella ricostruzione della Procura, Bolsonaro avrebbe utilizzato strutture statali e il sostegno di settori delle forze armate per diffondere disinformazione, alimentare tensioni istituzionali e promuovere misure autoritarie. L’iniziativa rientrava, secondo Gonet, in un disegno più ampio per impedire l’insediamento del presidente eletto Luiz Inácio Lula da Silva.
Dopo la presentazione dell’atto d’accusa, si apre ora il termine per le memorie difensive. Una volta chiuso anche questo passaggio, il Supremo Tribunal Federal fisserà la data del giudizio.
Fonte
23/04/2025
Tentato golpe in Burkina Faso, sotto accusa militari con contatti in Costa d’Avorio
Il ministro della Sicurezza Mahamadou Sana ha dichiarato alla televisione nazionale che “il meticoloso lavoro dei servizi segreti ha portato alla luce un vasto complotto in corso contro il nostro paese [che sarebbe dovuto] culminare in un assalto alla presidenza del Burkina Faso, mercoledì 16 aprile 2025, da parte di un gruppo di soldati reclutati dai nemici della nazione”.
Alcuni gruppi armati avrebbero colpito in contemporanea per saturare la capacità di risposta delle forze di sicurezza, mentre attraverso la corruzione e la diffusione di false notizie i golpisti avrebbero tentato di indebolirne già prima del 16 aprile l’unità e la responsività. Alcune denunce hanno aiutato i servizi segreti a contrastare il tentativo di rovesciamento del governo.
Il ministro Sana ha fatto i nomi di due personalità specifiche, il maggiore Joanny Compaore e il tenente Abdramane Barry, che sarebbero state le menti dietro il fallito golpe. Una dozzina di altri ufficiali e sottoufficiali sono stati interrogati. Barry è attualmente irreperibile, mentre altri cospiratori sono riparati nella vicina Costa d’Avorio.
Lo scorso luglio, il presidente Traoré aveva detto che proprio in quel paese era stato costituito un vero e proprio “centro operativo per destabilizzare” la giunta burkinabé, in particolare ad Abidjan, la principale città ivoriana. Le accuse al paese vicino di essere coinvolto nei tentativi di destabilizzazioni del Burkina Faso sono state ribadite anche questa volta.
La Costa d’Avorio è uno stato fondamentale nel processo di ridefinizione degli equilibri della regione, e le elezioni del prossimo autunno assumeranno il sapore di un passaggio centrale per il futuro delle influenze in tutto il continente. Dati gli screzi con uno dei rappresentanti dell’AES appare chiaro come ciò sia ben chiaro a tutti gli attori della regione.
Fonte
29/03/2025
Brasile - Bolsonaro a processo per “tentato golpe”
L’ex presidente, di estrema destra e nostalgico della dittatura militare durata dal 1964 al 1985, è accusato di essere a capo di una cospirazione diretta a sovvertire il risultato elettorale.
Le indagini della polizia federale hanno rivelato che il gruppo aveva elaborato un decreto per invalidare le elezioni e indire un nuovo scrutinio condizionato.
Inoltre, secondo gli investigatori, i cospiratori avrebbero progettato l’assassinio dell’attuale presidente Luiz Inacio Lula da Silva, del vicepresidente Geraldo Alckmin e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes.
Bolsonaro deve rispondere di capi d’accusa gravissimi: “tentativo di colpo di Stato”, “tentativo di abolizione violenta dello Stato di diritto democratico” e “organizzazione criminale armata”. Se condannato, potrebbe scontare una pena superiore ai 40 anni di carcere. Probabilmente, però, l’ex presidente rimarrà in libertà in attesa del processo, che potrebbe iniziare entro la fine dell’anno per evitare di sovrapporsi alle elezioni presidenziali del 2026.
L’ex presidente è già stato dichiarato ineleggibile fino al 2030 per altri reati. Bolsonaro spera di ribaltare questa decisione per poter competere nuovamente nel 2026, ma una condanna per cospirazione metterebbe fine alle sue ambizioni politiche, costringendo la sua area politica a trovare un nuovo leader.
Bolsonaro ha reagito con durezza alla decisione della Corte Suprema, definendola il risultato di un “processo politico” e accusando i giudici di volerlo eliminare dalla competizione elettorale.
La difesa aveva tentato di far ricusare Alexandre de Moraes, uno dei giudici del processo e presunta vittima del piano di assassinio, ma la richiesta è stata respinta. Oltre a Bolsonaro, saranno processati altri sette presunti cospiratori, tra cui alcuni ex ministri e alti ufficiali delle forze armate: Walter Braga Netto (Difesa), Anderson Torres (Giustizia), Paulo Sergio Nogueira (Difesa) e Augusto Heleno (Gabinetto sicurezza istituzionale), l’ex comandante della Marina militare Almir Garnier Santos e l’ex direttore generale dell’intelligence, Alexandre Ramagem.
Nel gruppo rientra anche il tenente colonnello Mauro Cid, l’ex aiutante di campo le cui rivelazioni alla polizia federale, rese in cambio di condizioni processuali agevolate, sono servite da spina dorsale alle indagini.
L’assalto ai palazzi del potere a Brasilia, l’8 gennaio del 2023, di alcune migliaia di estremisti di destra sostenitori di Bolsonaro, che tentavano di ribaltare il risultato delle elezioni rimane una ferita aperta nel paese.
Fonte
03/12/2024
Corea del Sud, il presidente dichiara la legge marziale
Il presidente conservatore sembra così intenzionato a regolare i conti con l’opposizione, che controlla la maggioranza nel parlamento del paese e che Yoon accusa di simpatizzare con la Corea del Nord.
Questa sorprendente mossa, condannata ovviamente dalle forze di opposizione, riporta la Corea del Sud ad un clima autoritario e di caccia alle streghe che il paese non viveva più dagli anni ’80. È la prima volta che in Corea del Sud viene imposta la legge marziale dal processo di democratizzazione della Corea del Sud nel 1987.
Secondo l’agenzia di stampa Yonhap, in seguito all’annuncio di Yoon l’esercito ha affermato che il parlamento e l’attività dei partiti politici che potrebbero “causare confusione sociale” dovranno essere sospesi. I telegiornali hanno già mostrato agenti di polizia intenti a tentare di bloccare l’ingresso dell’Assemblea nazionale per impedire l’affluenza dei parlamentari mentre fuori dall’edificio si sono radunati centinaia di manifestanti che hanno tentato di forzare il blocco gridando slogan contro la legge marziale e “la dittatura”. Secondo varie fonti l’esercito avrebbe schierato anche carri armati e vari mezzi blindati nelle strade della capitale del paese e i media più importanti sarebbero stati avvisati della necessità di sottostare alla censura. La legge prevede che chi viola le prescrizioni militari possa essere arrestato senza mandato di un tribunale.
Le forze armate hanno anche imposto di tornare a lavoro entro 48 ore ai medici in sciopero da mesi contro i piani governativi diretti ad aumentare il numero di studenti nelle scuole di formazione di medicina.
Secondo la legislazione, la legge marziale può essere revocata in qualsiasi momento con un voto del parlamento, in cui come detto il Partito Democratico di opposizione detiene la maggioranza. Ed effettivamente, nonostante il blocco delle attività nel Parlamento imposto dal decreto presidenziale e la presenza in aula di un gran numero di membri delle forze speciali dell’esercito in assetto antisommossa, 190 deputati – di entrambi gli schieramenti – sui 300 totali sono comunque riusciti a votare una mozione che chiede la revoca della legge marziale.
Non è per ora chiaro se Yoon si piegherà alla volontà della maggioranza del parlamento o continuerà per la sua strada esautorando del tutto l’Assemblea Nazionale. Per ora gli alti comandi dell’esercito sudcoreano hanno dichiarato che faranno rispettare la legge marziale fino a quando non sarà revocata dal presidente Yoon Suk Yeol.
Subito dopo l’annuncio del presidente Han Dong-hoon, il leader del conservatore Partito del Potere Popolare, di cui Yoon è membro, ha definito “sbagliata” la decisione di imporre la legge marziale e ha giurato di “fermarla insieme al popolo”. Il leader dell’opposizione Lee Jae-myung, sconfitto di misura da Yoon alle elezioni presidenziali del 2022, ha definito l’annuncio di Yoon “illegale e incostituzionale”.
Nel corso di un intervento televisivo Yoon ha affermato che la legge marziale permetterà di “ricostruire e proteggere” il paese impedendogli di “cadere nelle profondità della rovina nazionale”, ed ha promesso di “sradicare” le forze schierate con la Repubblica Popolare di Corea e di proteggere “l’ordine democratico costituzionale”.
“Eliminerò le forze anti-stato il più rapidamente possibile e normalizzerò il Paese”, ha affermato Yoon, chiedendo al popolo di credere in lui e di tollerare “alcuni inconvenienti”.
Yoon ha deciso di imporre quello che è a tutti gli effetti un “autogolpe” dopo che il suo indice di gradimento è fortemente calato. Da quanto ha assunto le funzioni di capo dello stato non è mai riuscito a far valere il suo programma contro un parlamento controllato dall’opposizione liberaldemocratica.
La maggioranza parlamentare ha anche tentato di approvare mozioni per mettere sotto accusa tre procuratori di alto livello, tra cui il capo dell’ufficio del procuratore distrettuale centrale di Seoul, in quella che i conservatori hanno definito una vendetta contro le loro indagini penali su Lee, considerato favorito per la vittoria delle prossime elezioni presidenziali del 2027.
Yoon ha anche respinto le richieste di indagini indipendenti sugli scandali per corruzione che coinvolgono sua moglie e alti funzionari.
L’Amministrazione Biden ha affermato di non essere stata avvertita in anticipo sull’imposizione della legge marziale da parte del presidente sudcoreano Yoon, che Washington ha invitato a rispettare le decisioni del parlamento. Gli Stati Uniti mantengono attualmente in Corea del Sud un contingente militare di quasi 30 mila uomini.
Fonte
22/11/2024
Brasile - Bolsonaro incriminato per tentato colpo di Stato
La polizia brasiliana ha terminato il suo rapporto investigativo che comprende diverse centinaia di pagine nelle quali si riportano prove a sostegno delle conclusioni: l’ex presidente Jair Bolsonaro era a conoscenza di un piano per mantenere il potere dopo l’elezione del suo rivale e successore Luiz Inácio Lula da Silva, nel 2022. Secondo le indagini il complotto prevedeva l’assassinio del vicepresidente di Lula, Geraldo Alckmin, e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes. Per eliminare gli oppositori il piano indicava l’utilizzo di esplosivi e anche di veleno.
Le autorità brasiliane hanno incriminato Bolsonaro insieme ad altre 36 persone. Ora sarà la Corte Suprema di Brasilia a dover decidere se confermare le accuse o chiudere l’indagine.
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29/10/2024
Georgia - Se i risultati elettorali non piacciono alla Nato si passa al golpe
Migliaia di manifestanti si sono riuniti ieri nel centro di Tbilisi per protestare contro il risultato elettorale che ha assegnato la vittoria al partito di governo Sogno Georgiano, denunciando brogli e cercando di rovesciare il risultato delle urne.
I manifestanti sventolavano bandiere della Georgia, dell’Unione Europea e qualcuna anche dell’Ucraina. La presidente della Repubblica, Zourabichvili, è intervenuta al raduno di piazza attaccando il governo e le presunte interferenze russe sul voto. La vittoria di Sogno Georgiano è stata definita dalla presidente “un’operazione senza precedenti e pre pianificata che ci ha privato dei nostri voti, del nostro parlamento e della nostra costituzione”. La Zourabichvili non ha però ancora fornito prove in merito al coinvolgimento della Russia, accusata di aver ostacolato l’adesione della Georgia all’Unione Europea.
La coalizione filo Ue/Nato ha dichiarato intanto che l’opposizione non parteciperà a nessun colloquio con il governo e spingerà per un nuovo voto sotto la supervisione internazionale.
“La presidente georgiana Salome Zurabishvili e i partiti di opposizione definiscono illegittimi i risultati delle elezioni parlamentari al fine di preparare il terreno per un colpo di Stato”, ha affermato il presidente del parlamento georgiano Shalva Papuashvili rispondendo alle minacce delle forze filo Ue e filo Nato. “Questo scenario è stato preparato in anticipo: dichiarare illegittimi i risultati, inventare un governo tecnico... tutto questo è una fase di un colpo di stato verso il quale si stanno dirigendo e quindi vanno contro l’ordine costituzionale”, ha detto il presidente del parlamento sottolineando che la Georgia non lo permetterà.
Alla delegittimazione dei risultati elettorali in Georgia non poteva mancare il segretario del Dipartimento di Stato americano, Anthony Blinken, il quale ha chiesto un’indagine su possibili violazioni delle elezioni in Georgia. “Ci uniamo agli appelli ... a un’indagine completa su tutte le segnalazioni di violazioni legate alle elezioni”, ha detto Blinken in una dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato.
Non c’è stata alcuna interferenza russa nelle elezioni parlamentari in Georgia ha detto oggi il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, bollando come “infondate” le accuse mosse contro Mosca. Peskov ha riferito di “tentativi di destabilizzare la situazione nella repubblica”, precisando che “i tentativi di interferenza sono visibili anche a occhio nudo, ma non da parte della Russia”, perchè “noi non ci intromettiamo negli affari interni georgiani e non ci intrometteremo”.
Le elezioni parlamentari nella repubblica si sono tenute il 26 ottobre. Secondo la Commissione Elettorale Centrale, dopo aver contato tutte le schede, il partito di governo Sogno Georgiano ha vinto, ottenendo il 53,93% dei voti. Entrano in parlamento anche quattro partiti di opposizione, che in totale hanno ricevuto il 37,78%. Ma non era questo il risultato perseguito dalla Nato e dall’Unione Europea.
Il voto in Georgia è stato monitorato da 1700 osservatori provenienti da 76 organizzazioni internazionali.
Pascal Allizard, coordinatore speciale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha espresso domenica la speranza che il governo neoeletto della Georgia “avvicini il paese” ai suoi obiettivi di integrazione europea. “Spero sinceramente che la leadership eletta ieri affronti in modo efficace le principali sfide che questo Paese si trova ad affrontare e avvicini la Georgia agli obiettivi legati all’adesione all’Unione Europea”, ha affermato Allizard durante la presentazione dei risultati dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE dopo le elezioni generali di sabato.
“Sebbene la campagna abbia offerto agli elettori un’ampia scelta in vista delle elezioni parlamentari in Georgia, è stato bello vedere che ciò non è sufficiente per allineare le elezioni ai principi democratici internazionali”, ha affermato Eoghan Murphy, che ha guidato la missione di osservazione elettorale dell’ODIHR. “La profonda polarizzazione nel paese, l’indebita pressione sugli elettori e sulla società civile e la tensione che abbiamo visto il giorno delle elezioni dimostrano che c’è ancora molto lavoro da fare”.
Il tentativo di rovesciare il risultato elettorale in Georgia, cosa che non ha fatto l’opposizione in Moldavia nel recente referendum sull’adesione alla Ue pur avendone abbondanti ragioni, dimostra come l’Unione Europea e la Nato non esitino a ricorrere al lavoro sporco per piegare i paesi della periferia dell’Europa ai propri diktat politici e militari.
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17/09/2024
Venezuela - Agenti Usa per uccidere Maduro, sei arrestati
Ricordiamo che solo due giorni fa il fondatore e capo della compagnia statunitense di mercenari, Blackwater, aveva annunciato proprio per oggi che “in Venezuela ci sarà qualcosa di importante”.
Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha confermato sabato l’arresto di americani accusati di terrorismo in Venezuela e ha negato che ci sia stato un complotto contro il presidente del paese sudamericano, Nicolás Maduro.
“Possiamo confermare la detenzione di un membro dell’esercito americano e siamo a conoscenza di notizie non confermate di altri due cittadini statunitensi detenuti in Venezuela”, ha detto a EFE un portavoce del Dipartimento di Stato.
Gli Stati Uniti hanno anche sostenuto che qualsiasi affermazione di coinvolgimento degli Stati Uniti in un complotto per rovesciare Maduro è “categoricamente falsa”.
“Gli Stati Uniti continuano a sostenere una soluzione democratica alla crisi politica in Venezuela”, ha concluso il portavoce.
Il ministro degli Interni del Venezuela, Diosdado Cabello, ha invece annunciato oggi l’arresto di due cittadini spagnoli, tre americani e un ceco coinvolti in una presunta operazione volta a compiere atti “terroristici”, tra cui l’assassinio del presidente Maduro.
Secondo il ministro, nell’operazione sono state sequestrate più di 400 armi “trasportate dagli Stati Uniti”, e alcune di quelle catturate hanno cercato di portare “un gruppo di mercenari” in Venezuela con l’obiettivo di assassinare Maduro, così come l’esecutivo. Vicepresidente Delcy Rodríguez e altri leader del chavismo.
Il ministro ha assicurato che i due cittadini spagnoli “hanno legami” con il Centro nazionale di intelligence spagnolo (CNI).
In un’apparizione riservata ai media pubblici venezuelani, Cabello ha spiegato che gli spagnoli sono stati catturati a Puerto Ayacucho, capitale dello stato dell’Amazzonia (sud, al confine con Colombia e Brasile; il Venezuela, ricordiamo, è uno stato federale...).
Secondo il ministro, nei telefoni dei detenuti le autorità hanno trovato informazioni sui loro contatti con un “leader” regionale del partito Vente Venezuela (VV), al quale hanno chiesto “come acquistare esplosivi” e di “contattare gruppi che vorrebbero per fare qualche lavoro speciale”.
Dietro il “traffico” di armi, ha indicato Cabello, c’è l’ex commissario di polizia di Caracas Iván Simonovis, che – ha assicurato – ha legami “diretti” in Venezuela con leader di gran parte dell’opposizione, tra i quali ha citato María Corina Machado, principale sostenitore dell’ex candidato presidenziale Edmundo González Urrutia, esiliato dall’8 settembre in Spagna.
Il ministro ha chiesto che il governo degli Stati Uniti, che – ha ribadito – è “dietro questa operazione”, chiarisca “l’uso del suo territorio per il traffico di armi” al fine di “rovesciare un governo democratico, eletto dal suo popolo” nelle elezioni presidenziali del lo scorso 28 luglio.
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16/09/2024
Colombia - Rumori di golpe contro Petro
“Un colpo di Stato non sono i generali della polizia e dell’esercito, che cercano come prendere il controllo del Palazzo e rimuovere il presidente. No signori, gli oligarchi del paese non sono così brutali. È un colpo di Stato in stile colombiano”, ha detto Petro al pubblico.
Il presidente ha sottolineato che ci sono ingenti somme di denaro coinvolte in questi presunti tentativi di impeachment. Per contestualizzare la sua argomentazione, Petro ha citato i recenti eventi in altri paesi dell’America Latina, come la tentata rivolta militare contro il presidente boliviano Luis Arce e l’impeachment di Pedro Castillo in Perù.
Petro ha detto che c’è un piano per attentare alla sua vita o rimuoverlo dall’incarico nei prossimi tre mesi. “Volevano vedere se Salvador Allende si sarebbe ripetuto, per bloccare le strade per rovesciare il presidente, che è quello che vogliono fare: o il presidente muore o lo rovesciano, l’ordine è dato”, ha detto il presidente.
Il capo di Stato colombiano ha aggiunto che questo presunto colpo di Stato sarebbe “finanziato dalla mafia”. Ha criticato il processo condotto dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) contro la sua campagna presidenziale per presunto finanziamento irregolare, suggerendo che ci sono interessi economici dietro il caso per far sì che il caso raggiunga la Commissione Accuse della Camera, al fine di sospenderlo dalla sua posizione.
Petro ha sostenuto che, in caso di deposizione, il prossimo presidente della Repubblica sarebbe Efraín Cepeda, attuale presidente del Senato. Inoltre, ha sostenuto che un atto di questa natura si è già verificato privandolo della sua immunità dalla sua posizione, che, a suo avviso, è protetta dalla Costituzione.
Il presidente ha detto che, se non avesse avuto il sostegno popolare, questo presunto colpo di Stato avrebbe avuto luogo immediatamente. Queste dichiarazioni hanno generato un intenso dibattito nel paese sulla stabilità politica e le tensioni tra il governo e vari settori della società colombiana.
Sabato a Bogotà è infatti iniziato l’evento che riunisce più di settemila leader e militanti e referenti di organizzazioni sociali, studentesche, contadine, sindacali e indigene con l’obiettivo di rafforzare il potere popolare e sostenere le riforme sociali del governo di Gustavo Petro.
L’incontro si svolge presso l’Università Nazionale di Bogotá e ha all’ordine del giorno il bilancio dei primi due anni di governo, l’approvazione di riforme sociali basate sui diritti e il consolidamento della pace attraverso il dialogo nazionale.
L’Assemblea, organizzata dai sindacati e dalla coalizione politica di governo Pacto Histórico, è durata fino a domenica cercando di costituire una pratica di consolidamento dell’unità tra le forze progressiste di fronte alle elezioni del 2026.
Fabio Arias, presidente della Central Unitaria de Trabajadores (CUT), ha ricordato che più di settemila persone hanno partecipato alle discussioni su nove assi tematici distribuiti in cinque tavoli di lavoro.
Durante l’incontro sono state presentate le conclusioni delle 25 precedenti assemblee regionali e verrà definita una tabella di marcia per la mobilitazione locale, regionale e internazionale, al fine di promuovere le trasformazioni sociali che il paese richiede.
L’evento si è chiuso con un appuntamento politico a cui ha partecipato il presidente Petro, consolidando così il sostegno popolare alla sua amministrazione in opposizione ai tentativi di destabilizzazione attraverso vari metodi che sono stati indicati dal presidente come tentativi di colpo di stato.
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18/08/2024
Golpismo, il genoma del capitalismo
Certo, la destra continentale dispone di blocchi sociali, di voti pesanti, di appoggi politici e imprenditoriali, che usufruisce di sanzioni e accerchiamento imperiale, di strumenti mediatici, di finanze e di relazioni internazionali, ma laddove c'è una sinistra che svolge la sua missione, la destra non riesce a diventare maggioranza elettorale. L'unico strumento praticabile per essa, connotato dalla sua dimensione ideologica, è quindi la presa violenta del potere. Perché i tempi di attesa per tornare a essere maggioranza elettorale sono lunghi (laddove esistono) e inconciliabili con l'urgenza di arrestare il cambiamento internazionale di cui la stessa America Latina è in parte ispiratrice e comunque protagonista.
Il golpismo non è (solo) una cospirazione di perversi, ma una precisa modalità di azione politica. Ma se non è (solo) una cospirazione di malvagi, è anche vero che non esiste una cospirazione di malvagi che non sia stata concepita da un cospiratore ancora più malvagio. I funzionari del terrore agiscono in ossequio a un'idea di governo che rappresenta apertamente gli interessi dei potenti. Il tutto nasce dalla negazione delle regole democratiche, dalla non accettazione del fondamento della democrazia, ossia la libertà di espressione e la partecipazione alla vita politica ed elettorale di tutti i cittadini. Il principio universale della partecipazione è visto come un affronto alla dimensione del potere politico che, secondo loro, appartiene esclusivamente alla classe a cui appartengono ed ha come caratteristiche identitarie il fascismo, il razzismo, il classismo e il dominio maschile.
Con la rivendicazione della supremazia di una razza ispanica con radici europee e la conferma del loro destino con la pretesa di essere al vertice di ogni piramide sociale, maledicono di essere nati nel Sud e credono che sostenendo il Nord possano trovare il loro posto. Sanno che la mera funzione di vassallaggio al gigante del Nord mantiene popoli e Paesi in miseria, ma garantisce la loro ricchezza e difende i privilegi che la accarezzano. È, per eccellenza, l'applicazione del postulato principale della Dottrina Monroe, che produce una coincidenza di interessi tra l'impero e l'oligarchia latinoamericana: la cooptazione della casta oligarchica trova, nell'alleanza con gli USA, una straordinaria coincidenza ideologica e programmatica che si esprime nel mutuo soccorso e che vede nell'annessionismo una sorta di destino naturale da accompagnare e mai da contrastare.
C'è poi l'aspetto del contrasto alle politiche socio-economiche che, laddove si insediano governi di sinistra, tendono a invertire le priorità di spesa in direzione dei meno abbienti, interrompendo il trasferimento di risorse pubbliche al settore privato già graziato con inesistenti tassazioni sui profitti e legiferazioni medievali sul terreno dell’organizzazione del lavoro. Gli investimenti nei diritti universali rappresentano dunque una minaccia mortale per il dominio di classe, perché laddove i bisogni generano diritti, il privilegio perde cittadinanza.
Tuttavia, il golpismo non è un'eredità esclusiva del panorama latinoamericano: la stessa Europa - Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Romania e Ucraina tra gli altri - ne è stata vittima. Ma il continente latinoamericano rimane il territorio più propizio per esperimenti di stravolgimento violento dell'ordine democratico: questo, del resto, è confortato dalla sua storia di laboratorio politico per le tecniche di dominio a cui gli Stati Uniti hanno storicamente sottoposto il subcontinente.
I modelli operativi del colpo di Stato
L'ingresso della tecnologia nei processi di cambiamento sociale ha portato a modifiche pratiche, e non concettuali, delle dottrine golpiste. Queste avvengono nel mezzo di una transizione che, in alcuni casi, ha ancora il volto storico dell'avventura in cui i militari assumono il controllo dei Paesi; in altri, la metodologia applicata si basa invece sulla destabilizzazione dall’esterno che si affida all’interno sull'alleanza tra settori oligarchici, gerarchie ecclesiastiche ed estrema destra.
Quando, per mancanza di condizioni oggettive, le due opzioni citate diventano impraticabili, c'è il "Piano C": lasciare il governo di alcuni Paesi (anche paesi chiave per l'assetto geopolitico latinoamericano) a un'opzione elettorale diversa nella forma ma simile nel contenuto. Questa parziale e talvolta forzata apertura di serraglio permette di far passare il messaggio di una presunta vena democratica in cui si riconoscerebbero i militari e gli uomini d'affari, l'estrema destra e la Chiesa. Niente di più falso. Si tratta sempre di gorilla, solo che per l'occasione si presentano in giacca e cravatta.
La particolarità dei colpi di Stato latinoamericani è che intersecano le esigenze di dominio delle oligarchie locali e del capitalismo statunitense e che entrambi acquisiscono connotati numericamente significativi grazie anche all'appoggio incondizionato delle gerarchie ecclesiastiche e dell'evangelismo (in feroce competizione tra loro ma entrambi arruolati per la causa comune) decisivi nel cementare e strutturare il consenso di massa alla strategia imperiale. Ed è proprio negli Stati Uniti che il modello contemporaneo di complotto golpista, comunemente identificato con le strategie di guerra ibrida, esprime il proprio senso più profondo.
Il tentato (e ripetuto) colpo di Stato in Venezuela fa scuola. È difficile ignorare che l'idea di rovesciare il chavismo attraverso un colpo di Stato esiste dal primo giorno in cui il Comandante Chávez si è insediato a Miraflores. Oggi, qualunque sia l'interpretazione che se ne voglia dare, deve essere vista come una parte fondamentale della più ampia operazione di Washington di "bonifica e recupero" del continente.
Operazione che richiede una certa urgenza secondo Washington. Nell'attuale contesto internazionale, infatti, i capitali che si spostano dal Nord al Sud e all’Est, la riconversione verde delle economie mostra i suoi limiti strutturali insuperabili e i combustibili fossili mantengono il loro valore strategico. Per l'Occidente collettivo che deve fare a meno degli idrocarburi russi e oltretutto ha nel Golfo Persico amici meno affidabili che in passato, le straordinarie riserve venezuelane di petrolio convenzionale e non convenzionale, di minerali preziosi, di acqua dolce e di riserve della biosfera hanno un valore strategico assoluto. Venti milioni di barili di petrolio al giorno transitano dallo Stretto di Hormuz per raggiungere le coste statunitensi, e la differenza di costo tra i 44 giorni che ci vogliono per navigare e i quattro giorni che ci vorrebbero se il greggio provenisse dal Venezuela è la misura della conveniente "ansia da democrazia" della Casa Bianca. Qui, prima ancora della narrazione politica, si misura l'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del continente.
Passano i decenni e la storia non cambia: a ogni processo di emancipazione e liberazione, la destra reazionaria e conservatrice oppone la forza alla ragione. Le rivoluzioni che hanno raddrizzato i torti e liberato i popoli da un flagello come le dittature oligarchiche che hanno pattinato nel sangue dei giusti, hanno già sperimentato in modo simile il tentativo americano di rovesciarle con la forza. Le risposte sono dovute arrivate in modo brusco e inappellabile. Parafrasando Bertolt Brecht, non si poteva e non si può essere gentili.
Questo è ciò che hanno insegnato i processi rivoluzionari che si sono trasformati in governo: si può giocare alla democrazia quando questa si riduce al principio di delega e le distanze tra governanti e governati restano assolute. Ma l'affermazione di un processo democratico vero, basato cioè sulla partecipazione popolare, non può essere separata dalla necessità di difendere costituzionalità e istituzionalità del sistema politico e, dunque, l'esito del voto con qualsiasi mezzo e in qualsiasi momento. La difesa della volontà popolare è il preludio di qualsiasi progetto democratico e progressista, tanto più di un progetto socialista. In un mondo che sarebbe governato dalle “regole”, questa dovrebbe essere la regola certa, invece è la meno osservata.
Prima ancora che prenda piede un processo di cambiamento socio-economico - auspicabile e necessario - fermare il golpismo significa riaffermare la legittimità del cambiamento sociale e politico. Un secolo e mezzo dopo, si riafferma la tesi di Marx che, pur rifiutando l'idea di una democrazia formale che non abolisce le disuguaglianze, prevedeva che la stessa democrazia liberale sarebbe diventata incompatibile con il dominio del capitalismo sviluppato. Rimane valido il suo invito a scegliere: socialismo o barbarie.
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