Il Burkina Faso sta portando avanti una strategia di rafforzamento della propria sovranità alimentare nella quale la piscicoltura occupa un posto sempre più importante.
Sotto la guida del Capitano Ibrahim Traoré, lo sviluppo della produzione ittica viene inserito nell’“Offensive agropastorale, hydraulique et halieutique 2026-2028”, con un obiettivo preciso, aumentare in modo significativo la quantità di pesce prodotta sul territorio nazionale e ridurre la dipendenza dalle forniture esterne.
Il traguardo fissato per il periodo 2026-2028 è arrivare a 100.000 tonnellate di pesce prodotto attraverso la piscicoltura in gabbie galleggianti e portare al 65% la quota del fabbisogno nazionale coperta dalla produzione locale.
Il progetto si appoggia su esperienze che sono già operative.
A Samendéni, nel sud-ovest del Burkina Faso, la piscicoltura in gabbie galleggianti ha raggiunto 12.206 tonnellate di pesce nel periodo 2024-2025.
Le strutture utilizzate permettono, secondo i dati diffusi dalle autorità, di ottenere mediamente 3-4 tonnellate di pesce per gabbia in un ciclo di 5-6 mesi. Samendéni rappresenta quindi uno dei principali poli della nuova produzione ittica burkinabè e mostra come le risorse idriche possano essere integrate in una strategia agricola e alimentare più ampia.
Il modello non si limita però alla cattura o all’allevamento del pesce già disponibile.
Uno degli elementi fondamentali della strategia è la capacità di produrre internamente gli avannotti, cioè i giovani pesci destinati all’allevamento.
A Bagré, la stazione piscicola produce attualmente circa 150.000 avannotti alla settimana, equivalenti a circa 600.000 al mese.
Il programma di riabilitazione e potenziamento delle strutture punta a portare questa capacità fino a 4 milioni di avannotti al mese.
L’aumento della disponibilità di avannotti è considerato essenziale per consentire a un numero crescente di produttori di entrare nella filiera e aumentare progressivamente la produzione.
A Niofila, un altro sito inserito nello sviluppo della piscicoltura, sono state predisposte 20 gabbie nelle quali sono stati immessi 200.000 avannotti, con una produzione attesa di circa 100 tonnellate di pesce.
L’esperienza di Niofila si aggiunge così a quella di Samendéni e Bagré nella costruzione di una rete di siti produttivi distribuiti sul territorio.
La strategia comprende anche ciò che avviene prima e durante l’allevamento. Per evitare che la crescita della piscicoltura dipenda da input provenienti dall’esterno, il Burkina Faso sta sviluppando la propria capacità di produrre mangimi per pesci.
Nel marzo 2026 sono state inaugurate nuove unità industriali destinate proprio a questo settore.
Gli investimenti indicati dalle autorità superano 1,5 miliardi di franchi CFA e comprendono strutture a Bobo-Dioulasso e Bagré.
Le unità hanno capacità produttive comprese tra 1,5 e 2 tonnellate di mangime all’ora, mentre un’ulteriore unità installata a Bobo-Dioulasso raggiunge una capacità di circa 1 tonnellata all’ora.
La disponibilità di mangimi prodotti localmente viene considerata una delle condizioni necessarie per rendere più stabile e competitiva la filiera.
Parallelamente, il programma prevede la realizzazione di due unità per la produzione di gabbie galleggianti, due unità per la produzione di mangimi e la riabilitazione di dieci stazioni piscicole. Si tratta di un approccio che mira a rafforzare non soltanto la quantità di pesce prodotto, ma l’intera infrastruttura necessaria per sostenere la filiera nel tempo.
La tutela sanitaria costituisce un altro elemento della strategia. Nel 2025 è stata condotta una campagna nazionale di vaccinazione dei pesci.
A Samendéni risultavano già vaccinati 1.330.576 pesci su un obiettivo di 2 milioni.
L’intervento è stato inserito nelle misure volte a proteggere la produzione e a ridurre i rischi sanitari che potrebbero compromettere gli investimenti nella piscicoltura.
La politica alimentare non riguarda soltanto le strutture produttive, ma anche le persone che dovranno far funzionare questa nuova economia.
A Bagré sono stati documentati percorsi di formazione e l’ingresso di giovani nella piscicoltura in gabbie galleggianti, creando nuove competenze professionali intorno alla produzione ittica. Il settore diventa così anche uno spazio per l’attività economica e l’inserimento dei giovani, oltre che uno strumento per aumentare la disponibilità di proteine alimentari.
Un’altra iniziativa significativa riguarda le Forze di difesa e sicurezza.
Al barrage de Soum è stato avviato un progetto di piscicoltura destinato alla riconversione professionale di militari in pensione. Il programma prevede 122 gabbie, con un finanziamento di 1,2 miliardi di franchi CFA, e coinvolge 61 beneficiari.
La piscicoltura viene quindi utilizzata anche come strumento di reinserimento economico e di creazione di attività produttive.
Il quadro complessivo mostra una politica che punta a costruire una filiera nazionale partendo dalle fondamenta: acqua, gabbie, avannotti, mangimi, salute degli animali, formazione dei produttori e incremento della produzione.
Il Governo ha indicato come priorità proprio la disponibilità di avannotti e mangimi, perché senza una fornitura regolare di questi elementi l’espansione dell’allevamento ittico rimarrebbe limitata.
A Bagré, il salto previsto da circa 600.000 a 4 milioni di avannotti mensili rappresenta uno degli interventi destinati a sostenere questa espansione.
La piscicoltura si inserisce inoltre in una politica più ampia di valorizzazione delle risorse idriche del Burkina Faso.
A Samendéni, le autorità stanno lavorando sulla gestione e sulla protezione delle risorse del bacino, che vengono considerate strategiche per sostenere contemporaneamente agricoltura, allevamento e produzione ittica.
L’acqua viene così integrata in una visione che collega diverse componenti della sicurezza alimentare nazionale.
I risultati già registrati vengono utilizzati come base per la nuova fase. Secondo i dati comunicati in occasione del Consiglio dei ministri del 30 luglio 2026, durante la precedente fase dell’Offensive agropastorale, hydraulique et halieutique sono state prodotte complessivamente 58.476 tonnellate di pesce, pari al 58,47% dell’obiettivo previsto per quella fase.
La nuova programmazione 2026-2028 punta ora ad aumentare considerevolmente la capacità produttiva.
Il progetto del Burkina Faso assume quindi una dimensione precisa: produrre sul proprio territorio una quantità sempre maggiore di un alimento importante per la popolazione, sviluppando contemporaneamente le competenze, le strutture e gli strumenti necessari per farlo.
Samendéni, Bagré e Niofila rappresentano tre punti di questa trasformazione, mentre le nuove unità per mangimi, la produzione di avannotti, le gabbie, la formazione e la protezione sanitaria completano progressivamente la filiera.
Con l’obiettivo di 100.000 tonnellate di pesce in gabbie galleggianti entro il 2026-2028 e di una copertura del 65% del fabbisogno nazionale attraverso la produzione locale, la politica portata avanti dal Governo del Capitano Ibrahim Traoré colloca la piscicoltura all’interno di una visione più ampia, fare delle risorse del Burkina Faso, delle sue acque, dei suoi produttori, dei suoi giovani e delle proprie capacità produttive una base sempre più importante dell’alimentazione nazionale.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
Burkina Faso, la Rivoluzione del pesce
27/07/2026
Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.
La situazione in Mali
Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.
Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.
L’idea dell’amministrazione Trump
Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.
Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
Russia e Usa attivi in Mali...
Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.
Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.
Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.
...mentre l’UE si allontana
Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.
Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.
L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.
Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.
Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.
L’importanza del Sahel per gli interessi UE
Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.
Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.
Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.
Il bersaglio è di nuovo l’UE?
L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.
L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.
Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.
In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.
Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...
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29/06/2026
Il Burkina Faso rompe le relazioni diplomatiche con la Francia
Il governo militare del Burkina Faso ha annunciato la rottura immediata e totale delle relazioni diplomatiche con la Francia. La proclamazione è giunta il 26 giugno, attraverso un comunicato ufficiale letto in televisione dal portavoce dalle autorità di Ouagadougou.
Da tre anni, ovvero da quando è andato al potere il capitano Ibrahim Traoré, le relazioni tra i due paesi si sono complicati, in virtù della netta posizione anticoloniale burkinabè. La scelta dello scorso venerdì arriva con l’accusa verso Parigi di “un attivismo incessante contro gli interessi del Faso, di ambizioni neocoloniali e di sostegno attivo a reti sovversive e terroristiche”.
Il pensiero va immediatamente alle formazioni fondamentaliste e separatiste dell’area, che hanno avuto di recente un ruolo significativo negli scontri avvenuti anche in Mali, con cui il Burkina Faso è unito nell’Alleanza degli Stati del Sahel. La rottura dei rapporti con Parigi è un altro tassello del collasso del sistema della Françafrique.
Ovviamente, la Francia nega tutto e ha dichiarato infondate le accuse provenienti da Ouagadougou, mentre annuncia lo studio di “misure di reciprocità”, senza ulteriori specifiche ad ora. Ad ogni modo, la portata effettiva di questa nuova svolta nel Sahel diventerà chiara nelle prossime settimane.
Basti pensare al fatto che il governo burkinabè ha sottolineato che la rottura “riguarda esclusivamente il quadro istituzionale delle relazioni tra i due Stati a livello diplomatico” e “non mette in alcun modo in discussione i legami storici, umani, culturali e sociali” che uniscono i due popoli.
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19/09/2025
Colpo di stato militare o rivoluzione? Comprendere ciò che è in gioco nel Sahel
Mentre si pianificano azioni di solidarietà in tutto il Sahel, è essenziale guardare oltre le narrazioni tradizionali dei “colpi di stato” e comprendere le condizioni che hanno portato a questo momento cruciale.
Per decenni, il Sahel è stato un classico caso di saccheggio neocoloniale. L'“indipendenza della bandiera” degli anni ’60 è stata una facciata per la continua dominazione francese, mantenuta attraverso il franco CFA e una rete di patti di difesa.
L’accordo del 1961 con il Niger, ad esempio, concesse alla Francia il controllo su installazioni militari e risorse strategiche come l’uranio, garantendo al contempo esenzioni fiscali per le aziende francesi. Questo sistema ha distrutto la sovranità fiscale della regione, risultando in un sottosviluppo catastrofico, povertà e una crisi della sicurezza esacerbata dalle stesse potenze che pretendevano di risolverla.
I numeri sono cupi. Nel 2023, il PIL pro capite del Niger era di soli 560 dollari, con quasi metà della sua popolazione che vive in povertà; i suoi vicini affrontano realtà simili. Questa è la diretta conseguenza di un sistema progettato per l’estrazione.
Le compagnie minerarie francesi per anni hanno dirottato gli introiti dell’uranio e dell’oro della regione, lasciando ben poco dietro di se. Nel 2010, ad esempio, il Niger ha ricevuto solo il 13% del valore totale delle esportazioni del suo uranio.
Questo sfruttamento economico è intrinsecamente legato alla crisi della sicurezza. L’intervento della NATO in Libia nel 2011 ha scatenato un grande flusso di armi ed estremisti in tutta la regione.
Operazioni successive guidate dalla Francia, come Barkhane, si sono rivelate controproducenti, poiché l’attività terroristica è schizzata alle stelle sotto la sua supervisione – con un aumento del 2.860% delle morti in quindici anni. Per il popolo del Sahel, la conclusione era inevitabile: la volpe stava sorvegliando il pollaio.
Da questa fusione tra stati falliti, interferenza straniera e frustrazione popolare è nata l’AES. Gli interventi militari in Mali (2020), Burkina Faso (2022) e Niger (2023) non sono state le tipiche prese del potere da parte di un’élite interessata.
Sono stati, come li ha definiti Philippe Toyo Noudjnoume dell’Organizzazione dei Popoli dell’Africa Occidentale: “interventi militari per la sovranità”. Guidati da una nuova generazione di giovani ufficiali patriottici come Ibrahim Traoré del Burkina Faso e Assimi Goïta del Mali, questi movimenti sono stati alimentati da mobilitazioni di massa di una popolazione stanca del vecchio ordine, come ben dimostra il recente dossier pubblicato dall’Istituto Tricontinental di Ricerca Sociale, Sahel in cerca della sovranità.
Le scene di manifestazioni di massa per le strade di Bamako, Ouagadougou e Niamey, dopo la deposizione di governi appoggiati dall’Occidente, sono state una potente testimonianza del profondo desiderio di cambiamento. Inoltre, le masse non si sono semplicemente mobilitate per appoggiare ciecamente un nuovo regime.
Si veda il caso del Niger: quando i leader militari hanno preso il potere – motivati principalmente dalla mancanza di protezione e di una retribuzione adeguata mentre combattevano in prima linea contro le incursioni terroristiche, spesso legate al presunto supporto francese – sono state le organizzazioni di base a guidare la richiesta di espulsione delle forze militari e diplomatiche francesi, assediando le guarnigioni militari e l’ambasciata del paese europeo.
Non si trattava solo di esplosioni di sentimenti anti-francesi, ma di un profondo rifiuto di un sistema che, per troppo tempo, ha negato al popolo del Sahel la sua dignità e il suo diritto all’autodeterminazione.
L’AES, quindi, non è solo un’alleanza militare, ma un progetto politico, un tentativo audace di tracciare un nuovo percorso basato sul panafricanismo, sullo sviluppo endogeno e su una risoluta posizione anti-imperialista.
In due anni di esistenza, l’AES ha compiuto progressi significativi. L’espulsione delle truppe francesi dai tre stati membri è stato un colpo storico per il neocolonialismo francese in Africa. La formazione della Confederazione degli Stati del Sahel, il 6 luglio 2024, ha ulteriormente consolidato l’alleanza, con una forza militare congiunta che ha già condotto esercitazioni e i cui leader hanno approfondito i legami di sicurezza, come visto negli incontri militari in Russia a luglio e agosto 2025.
Sono in fase di avanzamento piani per un passaporto unico, un nuovo fondo di investimento domestico finanziato dalle tasse e, infine, una moneta comune. Sul fronte economico, l’AES sta prendendo misure concrete per riprendere il controllo del proprio destino. Sono in discussione proposte per riunire risorse per progetti chiave nel settore minerario, energetico e delle infrastrutture.
In una mossa significativa verso la sovranità energetica, Rosatom (la corporazione statale russa responsabile per l’industria e l’energia nucleare) ha firmato un accordo con i tre membri nel giugno-luglio 2025, sull’uso pacifico dell’energia nucleare per sviluppare un “ciclo regionale del combustibile nucleare verticalmente integrato – dalle miniere del Niger ai reattori del Burkina Faso e del Mali”.
Questo si affianca agli sforzi nazionali in tutta l’alleanza, che includono una serie di accordi bilaterali con nuovi partner e nuove iniziative nazionali di sviluppo, che abbracciano una gamma di settori economici, politici e sociali.
Mali e Burkina Faso hanno approvato nuovi codici minerari nel 2023 per aumentare la partecipazione statale ed eliminare le esenzioni fiscali dell’era neocoloniale, mentre il Niger ha avviato un’audit completo dei contratti minerari esistenti con l’obiettivo di rinegoziarli secondo termini più equi.
Queste politiche concrete sono accompagnate da una spinta al rinnovamento ideologico. Il Burkina Faso sta rivitalizzando lo spirito di Thomas Sankara con una grande spinta all’autosufficienza alimentare, mobilitando programmi nazionali di volontariato per costruire dighe di irrigazione, avviando la costruzione della prima fabbrica di trasformazione del pomodoro del paese per ridurre la dipendenza dalle importazioni e la campagna nazionale di rimboschimento (una campagna a giugno 2025 ha portato alla piantumazione di 5 milioni di alberi in un’ora).
Il Mali, nel suo nuovo piano di sviluppo nazionale, sta promuovendo il concetto del kura Maliden (“nuovo maliano”) – un cittadino patriottico, responsabile e laborioso, dedito alla sovranità nazionale.
Questi sforzi paralleli, sia materiali che ideologici, stanno tessendo una nuova bandiera per la regione, simboleggiata nella bandiera dell’AES: una mappa delle tre nazioni unite in una sola, in contrasto con i colori panafricani di rosso, oro e verde, con l’antico baobab al centro.
Il popolo del Sahel ha issato la bandiera della sovranità e, ogni giorno, attraverso le lotte quotidiane per costruire un progetto regionale coerente, riconquista la sua dignità.
Le sfide che si prospettano rimangono immense. Le economie dei paesi dell’AES rimangono fortemente dipendenti dall’esportazione di materie prime, rendendole vulnerabili ai capricci del mercato globale. La situazione della sicurezza, sebbene migliorata in alcune aree, rimane precaria. E le forze dell’imperialismo non sono rimaste inattive.
Ma concentrarsi solo su queste sfide significa ignorare la storia più ampia. Il popolo del Sahel non aspetta un salvatore. Sta prendendo il proprio destino nelle proprie mani. Questo secondo anniversario dell’AES è un momento per elogiare il suo coraggio e la sua visione. È un promemoria che, come disse una volta Thomas Sankara: “uno schiavo che non è capace di assumere il controllo della propria ribellione non ha diritto alla pietà”.
Il popolo del Sahel ha assunto il controllo della propria ribellione.
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26/07/2025
USA all’assalto diplomatico della Confederazione degli Stati del Sahel
Sono diversi mesi, infatti, che si registra un incremento delle visite yankee ad alto livello verso quegli Stati dell’Africa subsahariana che stanno provando a scrivere una storia di riscatto ed emancipazione non solo della regione, ma del continente intero.
La Confederazione degli Stati del Sahel
Parliamo della Confederazione degli Stati del Sahel, organizzazione regionale istituita nel settembre 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger per garantire la sicurezza e la stabilità dei suoi membri, contrastando il terrorismo – soprattutto di matrice islamica – e il neocolonialismo.
Tale cooperazione è stata poi estesa a settori come finanza, economia, infrastrutture, sanità ed educazione, ponendosi così come un’alleanza strategica a tutto tondo e fornendo un esempio di reazione al colonialismo e all’imperialismo per il mondo intero.
La Confederazione rompe con gli organismi filoccidentali
Una delle prime misure intraprese dall’alleanza è stata la rottura con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), considerata come un’estensione degli interessi occidentali nell’area, segnando d’altra parte una discontinuità importante con la storia anche recente dei tre Paesi.
Per gli Stati Uniti, i colloqui vorrebbero riprendere la cooperazione nell’ambito della difesa e della sicurezza, presentandosi come un partner affidabile contro la sempre più intensa attività jihadista nella regione.
La visita in Mali
Come riassunto dal sito specializzato Nigrizia, a inizio luglio il vicedirettore generale per l’Antiterrorismo della Casa Bianca Rudolph Atallah ha visitato ufficialmente Bamako, incontrando nella capitale maliana il ministro degli Esteri e il ministro della Sicurezza.
Sul tavolo, la proposta di una “cooperazione rinnovata e costruttiva” per la ripresa del controllo di tutto il territorio da parte delle autorità maliane (una parte è sotto il controllo deli jihadisti), il rafforzamento delle forze armate e la denuncia da parte di Bamako del sostegno esterno, in particolare di matrice ucraina, ai gruppi armati attivi nella regione.
Il messaggio recapitato al Burkina Faso
A fine maggio invece il sottosegretario di stato per l’Africa occidentale Will Stevens ha consegnato a Ouagadougou in Burkina Faso un “messaggio del presidente Donald Trump” al ministro degli Esteri burkinabé, Karamoko Jean Marie Traoré.
Nell’incontro bilaterale, gli Stai Uniti hanno discusso di una cooperazione che “rispetti la sovranità” del Paese africano. Da notare come Stevens abbia riconosciuto le critiche del Burkina Faso sulle restrizioni occidentali all’acquisizione di equipaggiamento militare, contro cui ha promesso di lavorare per la loro rimozione.
Le relazioni con il Niger
Sempre a maggio, dal Kenya il comandante generale dell’Africom Michael Langley ha sottolineato l’aumento degli attacchi terroristici nel Sahel provenienti dal Niger dopo il ritiro statunitense dal Paese nel 2024, ribadendo il sostegno americano ai partner saheliani e nigerini attraverso servizi di intelligence, addestramento e supporto materiale.
Un mese prima, ancora la diplomazia yankee aveva ricevuto a Washington il primo ministro del Niger Ali Mahamane Lamine Zeine. L’incontro con l’ambasciatore Troy Fitrell ha messo al centro la ripresa delle relazioni Usa-Niger, dopo che Niamey, al momento dell’insediamento della giunta militare, aveva gradualmente fatto ritirare le truppe a stelle e strisce dalla base di Agadez.
Il Sud Globale abbandona il sogno amerikano
Le manovre diplomatiche statunitensi si inseriscono nel più generale rientro in varie aree del mondo deciso dall’amministrazione Trump, vuoi manu militari come in Medio Oriente o in Europea orientale, o più sobriamente per ora in Africa occidentale.
Tuttavia, l’Occidente bianco colonizzatore e imperialista sembra aver finito le cartucce a sua disposizione per “mettere le mutande al mondo” e far coincidere gli interessi del Sud Globale con i propri, come testimoniano plasticamente le votazioni in sede Onu sui più disparati temi (sanzioni, guerra in Ucraina, Cuba, Palestina ecc.).
Inoltre, in ambito militare l’abbrivio preso dalle collaborazioni tra Russia, Cina e Stati africani sembra difficilmente rovesciabile in breve tempo, tema questo legato a doppio filo all’appartenenza geopolitica di un Paese.
Il bluff del Piano Mattei non cambierà gli equilibri
Né per “parte nostra” il bluff del Piano Mattei potrà minimamente scalfire gli equilibri politici e commerciali nella regione, intriso com’è di retorica eurocentrica e coloniale a fronte di una scarsità di risorse imbarazzante se confrontata per esempio con gli investimenti cinesi.
Nubi nere si addensano sui cieli delle potenze euroatlantiche. Lavorare alla danza della pioggia qui, in una cittadella dell’impero, non può che aiutare il mondo multipolare a rompere la gabbia degli imperialismi occidentali.
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17/06/2025
Il Burkina Faso continua la nazionalizzazione del proprio oro
Al potere dalla fine del 2022, il nuovo governo, dopo aver rivisto il codice minerario e aver istituito la Société de Participation Minière du Burkina (SOPAMIB), un ente statale investito del compito di gestire e sviluppare le risorse strategiche, aveva già ritirato i permessi per le miniere d’oro di Inata e di manganese di Tambaoil nel marzo 2024.
La giunta burkinabè aveva poi nazionalizzato anche altre due miniere d’oro, quella di Boungou e quella di Wangnon, con un accordo dal valore di circa 80 milioni di dollari. Il primo sito era della britannica Endeavour Mining, mentre il secondo era affidato alla statunitense Burkina Lilium Mining. Ora, dunque, il paese africano fa un passo ulteriore su questo percorso.
La SOPAMIB, dal momento della sua fondazione, ha raccolto più di 8 tonnellate di oro nel 2024, e più di 11 solo nel primo trimestre del 2025, creando una vera e propria riserva aurea nazionale. Bisogna inoltre considerare l’importanza che il metallo ha riassunto negli ultimi mesi come bene rifugio, con i prezzi che sono aumentati in maniera sostenuta.
Va ricordato che il Burkina Faso è il quarto produttore africano d’oro, ed esso rappresenta anche il principale prodotto d’esportazione del paese. Tra il 2016 e il 2021 la quantità del metallo estratto era già aumentata del 74%, ed ora la giunta burkinabè vuole ridefinire i rapporti di potere nel settore, rispetto alle multinazionali occidentali, per assicurare benefici maggiori alla sua popolazione.
È la logica che hanno seguito le altre realtà che si sono ribellate al neocolonialismo occidentale e hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES). Il Niger ha tagliato le fondamentali forniture di uranio di Parigi, mentre il Mali si è concentrato, anch’esso, sulle sue miniere d’oro. Tutti insieme, hanno assestato un duro colpo alla penetrazione occidentale nell’Africa sub-sahariana.
Forse anche per questo il tentativo di rovesciare il governo di Traoré è sempre in agguato. Ma bisogna anche dire che, seppur le ultime informazioni abbiano suscitato ulteriore preoccupazione negli investitori occidentali, nelle ultime settimane si è parlato di un accordo minerario tra i vertici burkinabè e l’australiana West African Resources Ltd, purché i termini siano favorevoli alla popolazione africana.
È questo il nodo. I processi politici di marcata impronta anticoloniale innescatisi negli ultimi anni dall’inasprirsi delle contraddizioni nella cintura del Sahel, ai margini dell’area che l’Unione Europea – in particolare attraverso la presenza francese – vorrebbe dichiarare come propria sfera di influenza, accanto al Mediterraneo allargato, continuano a mettere in crisi le mire imperialistiche unioneuropeiste.
Il Burkina Faso e i suoi alleati regionali vogliono evitare di tornare nella morsa dei vecchi padroni coloniali.
Fonte
14/05/2025
Burkina Faso: la rivoluzione silenziata
Il caso del Burkina Faso è particolarmente interessante. Dal 30 settembre 2022, in seguito al colpo di Stato contro il presidente ad interim Paul-Henri Sandaogo, il giovane capitano Ibrahim Traoré governa il Paese. Traoré è uno dei tanti ufficiali addestrati nella lotta contro il jihadismo nel nord del Paese, profondamente deluso dalla corruzione dilagante e dalla mancanza di equipaggiamento efficace per le unità che hanno affrontato i terroristi.
Traoré è emerso come un leader dalla chiara vocazione panafricana, fortemente influenzato dall’esempio del grande leader rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara, che promosse negli anni ’80 un ambizioso programma di trasformazione economica e sociale del suo Paese, interrotto dal suo assassinio nel 1987 promosso e finanziato dalla Francia.
Durante i suoi quattro anni di mandato, Sankara stabilì strette relazioni con Cuba, arrivando persino a fondare nel Paese dei Comitati per la Difesa della Rivoluzione, ispirati all’esperienza cubana. Promosse campagne di vaccinazione di massa contro la poliomielite, la meningite, la febbre gialla e il morbillo.
Ha inoltre promosso l’alfabetizzazione, ha compiuto passi importanti verso il riconoscimento della parità di genere e ha sostenuto un forte programma panafricano e antimperialista.
Non è un caso che sia Sankara che Traoré provengano dai ranghi dell’esercito. È una situazione comune a molti paesi africani e ad altre latitudini. Nelle società così disorganizzate dalla povertà e dalla negligenza del governo, con limitate opportunità di accesso all’istruzione e alla cultura, la vita militare diventa spesso una delle poche opzioni per costruire un futuro stabile.
All’interno di questa istituzione non solo vengono fornite opportunità educative, ma la struttura del dominio della società, in quanto strumento di dominio di classe, viene anche esposta più apertamente.
L’esercito proviene dal popolo, ma è spesso costretto a confrontarsi con esso per difendere gli interessi del capitale straniero o nazionale. E quanto più il Paese è povero e corrotto, tanto più i militari sperimentano in prima persona l’abbandono e il disprezzo dei loro comandanti e delle élite a cui sono subordinati.
È un terreno fertile per la reazione e, di conseguenza, per la proliferazione di personaggi militari opportunisti e fanatici del colpo di stato. È anche uno spazio in cui può maturare, all’interno di un settore, una concezione rivoluzionaria della società e del Paese.
La ricomparsa dell’esempio di Sankara nella pratica attuale del presidente Traoré dimostra la vitalità delle idee, anche quando vengono tradite e si cerca di seppellirle. E oggi, come quarant’anni fa, le sfide per portare avanti un progetto sovrano di giustizia sociale in Africa, contro le vecchie potenze coloniali, sono immense.
Traoré ha già dovuto affrontare diversi tentativi di colpo di stato e minacce di intervento straniero. Il jihadismo, molto probabilmente fomentato dall’esterno, ha aumentato le ostilità contro il governo, complicando ulteriormente la già complessa situazione della sicurezza del Paese.
Nonostante ciò, nei suoi tre anni alla guida, Traoré ha raggiunto traguardi concreti che hanno un impatto sulla qualità della vita del popolo burkinabé e hanno implicazioni significative per il suo futuro. Sul fronte economico, il PIL del Paese è cresciuto tra il 2022 e il 2024, passando da circa 18,8 miliardi di dollari nel 2022 a 22,1 miliardi di dollari nel 2024.
Il governo del Burkina Faso ha rifiutato i prestiti del FMI e della Banca Mondiale, interrompendo esplicitamente i suoi legami finanziari con l’Europa e gli Stati Uniti. Sono stati compiuti progressi anche nel recupero delle risorse nazionali, come l’oro, con la creazione di una società mineraria statale e l’apertura della prima raffineria d’oro del Paese nel novembre 2023. In precedenza, il minerale veniva esportato non raffinato, a prezzi molto più bassi.
Il governo ha investito anche nello sviluppo agricolo, distribuendo più di 400 trattori, 239 coltivatori, 710 motopompe e 714 motociclette ai produttori rurali. È stato inoltre facilitato l’accesso a sementi migliorate e ad altri input agricoli.
Sebbene i numeri siano ancora modesti, la produzione di colture chiave è aumentata, come i pomodori, che sono aumentati da 315.000 tonnellate nel 2022 a 360.000 nel 2024, e il miglio, che è aumentato da 907.000 tonnellate nel 2022 a 1,1 milioni nel 2024.
Nel paese sono stati inoltre inaugurati due stabilimenti di trasformazione del pomodoro, che hanno persino lanciato sul mercato un proprio marchio di pomodori in scatola, e un secondo stabilimento di trasformazione del cotone.
Sono stati promossi i lavori stradali, ampliando le strade esistenti e costruendone di nuove, avvalendosi, ove possibile, di ingegneri burkinabé per l’esecuzione dei progetti. È in costruzione anche il nuovo aeroporto di Ouagadougou-Donzin, con una capacità stimata di un milione di passeggeri all’anno. Ha inoltre ridotto del 30% gli stipendi dei ministri e dei parlamentari e aumentato del 50% quelli dei dipendenti pubblici.
In politica estera, il suo governo ha adottato diverse misure coraggiose, in un contesto in cui le contraddizioni geopolitiche globali si stanno acuendo. Con l’intenzione di rompere definitivamente con il dominio neocoloniale francese, nel 2023 ha espulso dal paese le forze francesi, comprese quelle che avevano partecipato all’operazione antiterrorismo Sabre.
Dopo aver abbandonato la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, ha creato, insieme al Niger e al Mali, l’Alleanza del Sahel, che include diverse clausole per contribuire allo sviluppo e alla difesa reciproca. In netto distacco dall’Occidente, ha rafforzato i legami economici e di sicurezza con la Russia, tra cui un accordo per la costruzione di una centrale nucleare nel Paese, e con la Cina, Paese che promuove numerosi investimenti nel territorio burkinabé.
Anche se alcuni di questi risultati potrebbero essere un po’ esagerati, la verità è che il Burkina Faso sta attraversando una profonda trasformazione economica, politica e sociale, con misure concrete che si traducono in una migliore qualità della vita per la sua popolazione e in una migliore ridistribuzione della ricchezza nazionale. Naturalmente, le sfide di un programma di questo tipo sono immense.
Il 3 aprile 2025, durante l’audizione delle Forze Armate del Senato, il comandante generale dell’AFRICOM Michael Langley ha accusato il regime del Burkina Faso di essere stato corrotto dalla Cina e di aver utilizzato “le sue riserve auree per proteggere il regime della giunta”, il che potrebbe aprire la porta a future azioni di Washington contro il governo del Burkina Faso.
Il pericolo più immediato oggi, come già accennato, deriva dall’aumento esponenziale dell’attività dei gruppi jihadisti nel Paese.
Come tante altre trasformazioni rivoluzionarie del passato, ciò che sta accadendo in Burkina Faso è coperto da un velo di silenzio e di diffamazione da parte delle grandi potenze occidentali, che si apprestano senza dubbio ad applicare a Ibrahim Traoré la stessa soluzione che un tempo applicarono a Sankara.
Rompere questo velo di silenzio è un dovere fondamentale di solidarietà per tutti i rivoluzionari. Non dimentichiamo di parlare del Burkina Faso e dell’immenso lavoro di trasformazione intrapreso dal suo popolo.
In un’epoca in cui il capitalismo aspira a presentare le rivoluzioni come reliquie del passato, processi come questo continuano a ricordarci l’importanza del compito rivoluzionario.
Più di un secolo dopo, la catena imperialista continua a spezzarsi nei suoi anelli più deboli.
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23/04/2025
Tentato golpe in Burkina Faso, sotto accusa militari con contatti in Costa d’Avorio
Il ministro della Sicurezza Mahamadou Sana ha dichiarato alla televisione nazionale che “il meticoloso lavoro dei servizi segreti ha portato alla luce un vasto complotto in corso contro il nostro paese [che sarebbe dovuto] culminare in un assalto alla presidenza del Burkina Faso, mercoledì 16 aprile 2025, da parte di un gruppo di soldati reclutati dai nemici della nazione”.
Alcuni gruppi armati avrebbero colpito in contemporanea per saturare la capacità di risposta delle forze di sicurezza, mentre attraverso la corruzione e la diffusione di false notizie i golpisti avrebbero tentato di indebolirne già prima del 16 aprile l’unità e la responsività. Alcune denunce hanno aiutato i servizi segreti a contrastare il tentativo di rovesciamento del governo.
Il ministro Sana ha fatto i nomi di due personalità specifiche, il maggiore Joanny Compaore e il tenente Abdramane Barry, che sarebbero state le menti dietro il fallito golpe. Una dozzina di altri ufficiali e sottoufficiali sono stati interrogati. Barry è attualmente irreperibile, mentre altri cospiratori sono riparati nella vicina Costa d’Avorio.
Lo scorso luglio, il presidente Traoré aveva detto che proprio in quel paese era stato costituito un vero e proprio “centro operativo per destabilizzare” la giunta burkinabé, in particolare ad Abidjan, la principale città ivoriana. Le accuse al paese vicino di essere coinvolto nei tentativi di destabilizzazioni del Burkina Faso sono state ribadite anche questa volta.
La Costa d’Avorio è uno stato fondamentale nel processo di ridefinizione degli equilibri della regione, e le elezioni del prossimo autunno assumeranno il sapore di un passaggio centrale per il futuro delle influenze in tutto il continente. Dati gli screzi con uno dei rappresentanti dell’AES appare chiaro come ciò sia ben chiaro a tutti gli attori della regione.
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25/01/2025
L’Alleanza degli Stati del Sahel annuncia una forza militare congiunta
Già lo scorso settembre, infatti, in occasione del primo anniversario dell’alleanza, il presidente maliano Assimi Goita aveva annunciato varie iniziative di collaborazione tra i tre paesi: un passaporto biometrico e una stazione televisiva condivisa, e appunto un’unità militare comune.
Salifou Mody, ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che “la forza unificata AES è quasi pronta, contando 5 mila persone”. Tale forza potrà contare anche sull’appoggio aereo e dell’intelligence dei tre alleati.
Il primo obiettivo è quello di arginare il terrorismo delle organizzazioni jihadiste di quell’area, che hanno legami con Al Qaeda e l’Isis. Ma gli equilibri della regione si intersecano con dinamiche più ampie, globali, ce lo ricorda il coinvolgimento di Kiev in alcuni scontri avvenuti in Mali durante la scorsa estate.
Non c’è un’alleanza organica tra Mosca e le giunte militari del Sahel, ma certamente gli interessi di questi paesi convergono nella comune ostilità verso l’imperialismo euroatlantico. E dunque il braccio di ferro tra la NATO e il mondo multipolare coinvolge in parte anche la fascia africana sotto al Sahara.
Inoltre, il prossimo 29 gennaio Mali, Niger e Burkina Faso usciranno definitivamente dall’Ecowas, cioè la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, accusata di essere sostanzialmente sottomessa agli interessi degli ex padroni coloniali. Ma che, almeno, ha deciso di non rispondere ai desideri di Parigi, che voleva un intervento militare contro Niamey.
I legami tra i paesi dell’Africa occidentale sono infatti tanti e fondamentali per la vita e l’economia di tutti gli attori regionali. Non a caso, oltre un mese fa una dichiarazione del Collegio dei capi di Stato dell’AES ha confermato che i cittadini dei paesi dell’Ecowas potranno entrare nei tre paesi del Sahel senza visto.
“I cittadini dell’Ecowas – si legge in un comunicato di Goita – hanno il diritto di entrare, circolare, risiedere, stabilirsi e uscire dal territorio degli Stati membri della Confederazione degli Stati del Sahel”, e lo stesso sarà per i mezzi immatricolati in quei paesi.
Di certo tutto ciò mostra la consapevolezza da parte dei vertici dell’AES del proprio ruolo e dei pericolo che corre la loro esperienza, ma anche l’importanza dei legami da mantenere nella regione. Forse per questo l’Ecowas spera che Mali, Niger e Burkina Faso tornino nel suo alveo, e per questo hanno dato ai tre paesi una proroga fino al 29 luglio per la decisione finale.
Ma non sembra proprio che siano disposti a fare passi indietro.
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22/08/2024
Africa - Kiev accusata all’Onu di sostenere i gruppi jihadisti nel Sahel
Il Mali e il Niger hanno già interrotto le relazioni diplomatiche con Kiev dopo che alla fine dello scorso luglio le autorità maliane hanno accusato l’Ucraina di aver sostenuto i separatisti Tuareg e i gruppi jihadisti locali in un sanguinoso attacco condotto contro l’esercito del Mali e il gruppo paramilitare russo Wagner.
Il ruolo ucraino era stato confermato dal portavoce dell’intelligence militare di Kiev, Andriy Yusov, il quale aveva ammesso come ai ribelli maliani fossero state fornite “le informazioni necessarie e non solo” per “un’operazione di successo”. Una conferma indiretta era arrivata anche dall’ambasciatore ucraino in Senegal Yurii Pyvarovov successivamente convocato dal ministero degli Esteri di Dakar.
“Queste affermazioni, che sono estremamente gravi, vanno oltre la portata dell’ingerenza straniera, che è di per sé riprovevole. Si tratta del sostegno ufficiale e inequivocabile del governo ucraino ai terroristi in Africa, in particolare nel Sahel”, si legge nella lettera inviata dai ministeri degli Esteri dei tre Paesi all’Onu. “Condanniamo fermamente l’esaltazione del terrorismo da parte delle autorità ucraine, che non può essere giustificato”, si aggiunge nel documento, che invita il Consiglio di sicurezza “ad assumersi le proprie responsabilità rispetto alla deliberata scelta dell’Ucraina di sostenere il terrorismo” e ad adottare “misure adeguate contro queste azioni sovversive che rafforzano i gruppi terroristici in Africa e manifestano il coinvolgimento di forze straniere quali sponsor statali dell’espansione del terrorismo nella regione”.
Difficile che Usa, Gran Bretagna e Francia consentano una condanna dell’Ucraina in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu in base dalla denuncia dei tre paesi africani, ma dalla vicenda si rileva come il ruolo dell’Ucraina stia crescendo nelle operazioni di destabilizzazione anche in altri quadranti, un ruolo sempre più simile a quello che le potenze occidentali hanno affidato nei decenni a Israele.
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17/07/2024
Africa. L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione e sfida la Cedeao
Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, intenzionate a “federarsi” creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia.
L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato
all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel
Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza
jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul
fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture. Il 6 luglio, infatti, i tre paesi hanno annunciato la
creazione della “Confederazione degli Stati del Sahel”, evoluzione della precedente “Alleanza del Sahel” formalizzata a settembre.
A guidare la neonata Confederazione sarà il presidente “di transizione” del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.
Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi golpisti hanno formalizzato la creazione di una banca di investimento comune e di un fondo di stabilizzazione, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una “Forza Unificata del Sahel” per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti.
I tre paesi continuano ad approfondire la possibilità di abbandonare il Franco Cfa – legato alla valuta di Parigi – con l’intenzione di adottare una propria moneta comune. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente i protocolli per affrontare le implicazioni legate al ritiro dalla Cedeao, deciso a partire dal 2025.
La Cedeao in allarme
La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato
l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja
(Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso,
infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico.
In caso di ritiro, ha detto il presidente della commissione di coordinamento dell’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar Touray, i tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray la regione si trova di fronte al rischio di una disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sicurezza.
Il rischio di una disintegrazione della Cedeao è stato paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Diomaye Faye, il quale ha però citato la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione soggetta alle influenze di poteri esterni e distante dalle popolazioni». Faye ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi “ribelli” dopo i rispettivi colpi di stato – già alleggerite a febbraio – denunciando le conseguenze sulle rispettive popolazioni.
Il Burkina Faso accusa Costa d’Avorio e Benin di ospitare basi francesi segrete
Intanto nel suo ultimo discorso il capitano Ibraihim Traoré, al potere
in Burkina Faso dal golpe del 30 settembre 2022 e che nel giugno scorso
ha sventato un tentativo di ribellione da parte di alcuni reparti
dell’esercito, ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin,
accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione.
«Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste infatti un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta, che poi ha accusato il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi da utilizzare con il Burkina Faso.
È la prima volta che Traoré accusa esplicitamente la Costa d’Avorio, paese ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi.
Alle esternazioni di Traoré ha risposto il portavoce del governo del Benin che le ha definite «nauseante disinformazione che alimenta il risentimento delle popolazioni e minaccia la coesistenza pacifica». Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou, dove viene imbarcato sulle petroliere.
Traoré annuncia la nazionalizzazione delle risorse minerarie
Nel suo discorso, il capo della giunta del Burkina ha annunciato la
volontà di rimanere al potere nei prossimi cinque anni, informando
sull’approvazione di un disegno di legge a tutela delle risorse
minerarie del paese attraverso un processo di nazionalizzazione dei
giacimenti – soprattutto di oro – e il ritiro di numerosi permessi di
estrazione finora concessi ad alcune multinazionali straniere.
A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), sottolineando la volontà di avere maggior controllo sul loro trattamento e di smettere di esportarli. La fabbrica, costruita nella zona industriale di Kossodo alla periferia di Ouagadougou, è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.
D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a
sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i
sinceri partner che accettano di sostenerci» nella lotta contro
l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh. Un
implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in
cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli
effetti sperati.
Lo scorso 11 giugno, ad esempio, un gruppo di combattenti islamisti ha
attaccato la cittadina settentrionale di Mansila, uccidendo 107 soldati e
prendendone in ostaggio altri 7.
Tasse per finanziare l’esercito
Per finanziare l’espansione delle forze armate e le operazioni dei
cosiddetti “Volontari della Patria” (ausiliari civili dell’esercito)
contro le milizie jihadiste e l’acquisto di attrezzature militari
moderne, la giunta ha avviato un sistema specifico di misure fiscali.
Dal luglio del 2023 si applica una tassa del 5% sull’acquisto di servizi di telefonia che diventa del 10% per gli abbonamenti alle catene televisive private, mentre un’imposta dell’1% grava sulla cessione di terreni. Altre tasse sono state imposte su bevande alcoliche e tabacchi.
La giunta burkinabé criminalizza l’omosessualità
Recentemente, invece, la giunta militare burkinabé ha adottato la bozza di un nuovo codice sulla famiglia che criminalizza l’omosessualità.
Finora il paese dell’Africa Occidentale era tra i 22 paesi del
continente che consentiva le relazioni tra persone dello stesso sesso,
punite invece con la morte o lunghe pene detentive in altri stati.
«D’ora in poi, l’omosessualità e le pratiche correlate saranno proibite e punibili dalla legge», ha affermato il ministro della Giustizia ad interim Edasso Rodrique Bayala. Affinché la legge entri in vigore, dovrà superare il voto parlamentare e poi essere promulgata da Traoré.
Da parte sua, invece, la giunta militare del Mali, al potere dal 2021, ha revocato nei giorni scorsi la sospensione dell’attività dei partiti politici che era stata varata ad aprile per “tutelare l’ordine pubblico”.
Al tempo stesso, però, la giunta golpista ha rinnegato la promessa di indire libere elezioni, rinviando il voto a tempo indeterminato per “motivi tecnici”. Le veementi proteste di molti partiti politici, che reclamavano il ritorno all’ordine costituzionale, avevano convinto i militari a bloccarne l’attività.
09/07/2024
I paesi africani danno vita all’Alleanza del Sahel. Sancita la rottura con l’Occidente
“I nostri popoli hanno irrevocabilmente voltato le spalle all’ECOWAS” (la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha detto sabato Abdourahamane Tiani all’apertura del vertice dell’Alleanza degli Stati del Sahel che riunisce i tre paesi che hanno sbattuto fuori gli occidentali e la “loro” organizzazione regionale africana.
I firmatari “hanno deciso di muovere un passo verso una maggiore integrazione”, si legge in una nota congiunta che annuncia la firma del trattato istitutivo della Confederazione. Il documento è stato sottoscritto dal leader della transizione nigerina Abdourahamane Tiani, dal presidente di transizione del Burkina Faso Ibrahim Traore e dall’omologo maliano Assimi Goita.
Quest’ultimo, riporta Jeune Afrique, ha chiesto che l’AES sia resa “un’alternativa a qualsiasi raggruppamento regionale artificiale costruendo una comunità sovrana di popoli, una comunità lontana dalla morsa di potenze straniere”.
L’incontro si è tenuto alla vigilia del vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao), da cui i tre Paesi hanno annunciato il loro ritiro a gennaio. Nel settembre scorso i tre Paesi che hanno rotto i legami con la Francia e l’Occidente, hanno formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes), iniziativa militare, ma anche diplomatica, che intende garantire indipendenza ai tre Paesi rispetto ad organismi regionali o internazionali.
Successivamente i ministri degli Esteri dei tre Paesi, riuniti a Bamako, hanno dato forma compiuta a questa coalizione, dandole una dimensione politica e diplomatica. È stato assegnato ad Assimi Goita l’incarico di presiedere l’Alleanza degli Stati del Sahel, per il periodo di un anno. “Vorrei ribadire la nostra ferma intenzione a fare dell’Aes un modello di cooperazione regionale, di solidarietà per lo sviluppo, e anche un modello di integrazione sub-regionale, in omaggio ai principi della Carta di Liptako-Gourma”, ha detto Goita citando l’atto fondativo dell’Aes.
Fonte
01/02/2024
Nel Sahel va in frantumi la “gabbia” neo-coloniale
La decisione, per i te leader africani, ha effetto immediato.
Nel comunicato congiunto i militari hanno usato parole molto dure definendo la CEDEAO: «una minaccia per i suoi stati membri e per le sue popolazioni», perché agisce «sotto l’influenza delle potenze straniere».
È il punto di arrivo di un mese di tensioni conclusosi con il viaggio inconcludente di una delegazione dell’organizzazione sub-regionale a Niamey in Niger, questo 25 gennaio.
Abdoulaye Seydou, coordinatore del M62, un movimento della società civile nigerina ha affermato: «è assolutamente normale che i dirigenti abbiano preso questa decisione che, al netto delle difficoltà che si possono immaginare, trova il consenso delle popolazioni».
È un rafforzamento dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) firmata il 16 dicembre scorso tra Bamako, Ouagadougou e Niamey, che va oltre la semplice alleanza militare anti-jihadista per dar vita ad una cooperazione di stampo diplomatico, politico ed economico che va prendendo forma.
Come dimostra anche l’annuncio congiunto dei tre Primi Ministri a Niamey, a fine dicembre, di voler procedere verso progetti comuni nel campo delle infrastrutture stradali e ferroviarie. L’aeroporto della capitale del Mali, si “vocifera” , potrebbe divenire un hub per i tre paesi dell’Alleanza.
È un vero e proprio terremoto per gli assetti neo-coloniali del Sahel, l’ennesimo schiaffo alla Francia e all’imperialismo dell’Unione Europea in genere.
La CEDEAO, che è una cornice politico-economica con un profilo militare, fondata nel 1975, ne esce con le ossa rotte, riducendosi dai 15 Stati – 16, prima dell’uscita della Mauritania nel 2000 – agli attuali 13.
Dopo l’annunciato e mai realizzato intervento militare congiunto che doveva concretizzarsi ai danni del Niger in seguito al “Colpo di Stato patriottico” della scorsa estate, è l’ennesimo schiaffo a questo traballante strumento della cosiddetta FrançeAfrique.
Le sospensioni e le sanzioni che hanno colpito questi tre Stati non solo non hanno portato a più miti consigli i “militari patriottici” che ne guidano il nuovo corso politico, ma li hanno spinti da un lato a relazioni reciproche più strette, nonché ad un maggiore sganciamento dall’Occidente e dai suoi protegé locali con il crescente consenso delle popolazioni.
Questa rottura potrebbe logicamente andare ancora oltre, lasciando l’Unione economica e monetaria dell’Africa Occidentale, e “rinunciando” – per così dire – al franco CFA, la moneta degli otto paesi membri della UEMOA: odiato simbolo della servitù economico-militare all’Euro oggi ed al Franco francese prima.
Come ha ricordato il ricercatore Fahiraman Rodrigue Koné, in una intervista al quotidiano francese Le Monde, i tre leader africani hanno descritto tale valuta: «una moneta di servitù neo-coloniale che impedisce lo sviluppo economico dei loro paesi».
Il primo paese ad essere sospeso e sanzionato è stato il Mali quando, nel 2020, una giunta militare ha destituito Ibrahim Boubacar Keita (IBK) dopo che mobilitazioni popolari – fortemente represse nel sangue – ne avevano chiesto le dimissioni.
Nel 2021 un altro colpo di mano militare dava vita ad un governo di transizione militare con il sostegno popolare, un supporto che si è consolidato con la decisione di Goita di ordinare alle truppe francesi di lasciare il territorio nazionale, nel febbraio del 2022.
Nel gennaio del 2022, con una dinamica simile, veniva deposto Roch Marc Christian Kaboré nel vicino Burkina Faso. Subito seguita da un’azione manu militari del capitano Ibrahim Traore, che nel settembre formava un governo di transizione militare con un forte sostegno popolare.
Anche qui, nel gennaio dello scorso anno, veniva imposta la partenza delle truppe militari francesi, completata nel febbraio del 2023.
Il 26 luglio dello scorso anno, in Niger, il presidente Mohamed Bazoum veniva a sua volta deposto dal generale Abdourahmane Tchiani.
La CEDEAO questa volta non si era accontentata della sospensione e delle sanzioni ma aveva minacciato l’intervento militare, e la Francia aveva iniziato un vero e proprio “braccio di ferro” che ha però visto Parigi perdere.
La Francia si era infatti rifiutata di riconoscere la nuova autorità, non voleva che il suo ambasciatore – dichiarata persona non grata – lasciasse il paese e non voleva far partire il proprio contingente militare.
Il 3 agosto migliaia di persone scendevano nelle strade del Niger in sostegno alla richiesta della giunta militare alla Francia di ritirare le sue truppe.
L’annunciato intervento militare della CEDEAO – anche se fortemente sostenuta da Parigi – ne ha dimostrato la natura di “tigre di carta”, con il Senato della Nigeria che ha bocciato l’ipotesi di azione militare esterna, al pari dell’Unione Africana.
Ma soprattutto dava impulso alla creazione di un’alleanza militare tra i 3 paesi – con Mali e Burkina Faso – che erano dichiaratamente pronti ad intervenire a fianco del Niger in caso di un’azione di forza della CEDEAO.
L’Alleanza degli Stati del Sahel è stata poi formalizzata, come abbiamo ricordato, a metà settembre.
La Francia completerà le operazioni di partenza dal Niger a fine dicembre, mese in cui anche il Burkina Faso ed il Niger hanno deciso di lasciare il G5 del Sahel, di fatto provocando la “dissoluzione” di quest’altro strumento neo-coloniale francese.
Il 6 dicembre i due paesi rimanenti, che non sono tra l’altro membri della CEDEAO – cioè Mauritania e Ciad – hanno formalmente sciolto il G5.
Il 2023 è stato l’anno della fuga di Parigi dal Sahel, dove nel picco delle sue operazioni militari aveva raggiunto le 5.500 unità. Un migliaio sono ora di stanza nel Ciad.
La loro cacciata è un fatto storico che permette a quei paesi di riprendere quel corso politico interrotto ben presto, e non per tutti, con la conquista della loro libertà formale, con la sola parziale eccezione dell’esperienza del Burkina Faso di Thomas Sankara.
Il combinato disposto neo-coloniale di occupazione militare, dominazione politica, sfruttamento economico ed assoggettamento culturale con cui l’Unione Europea, attraverso la Francia, ha imposto la propria supremazia al Sahel, è così definitivamente al tramonto.
E la strategia di de-connessione scelta dai tre paesi del Sahel conferma la cesura geo-strategica che si sta disegnando in Africa occidentale, dentro un mercato mondiale sempre più frammentato.
La formidabile intuizione di Samir Amin – il de-linking – diviene lo sbocco politico pratico dei paesi che riaffermano la propria sovranità popolare.
Fonte
21/09/2023
Nasce l’Alleanza degli Stati del Sahel
Questa alleanza ha “l’obiettivo di stabilire un’architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni”, come dichiarato dal colonnello Assimi Goïta, presidente della transizione in Mali.
Il Capitano Ibrahim Traoré, presidente nel Burkina Faso, ha sottolineato come “La creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel segna una tappa decisiva nella cooperazione tra Burkina Faso, Mali e Niger. Per la sovranità e lo sviluppo dei nostri popoli, condurremo la lotta contro il terrorismo nel nostro spazio comune, fino al raggiungimento della vittoria”.
L’articolo 4 stabilisce appunto che gli Stati membri “si impegnano a lottare contro il terrorismo in tutte le sue forme e contro la criminalità organizzata nello spazio comune dell’Alleanza” e “si adopereranno inoltre per prevenire, gestire e risolvere qualsiasi ribellione armata o altra minaccia all’integrità territoriale e alla sovranità di ciascuno dei Paesi membri dell’Alleanza, dando priorità ai mezzi pacifici e diplomatici e, se necessario, all’uso della forza” (articolo 5).
Infatti, la regione di Liptako-Gourma a cavallo tra le frontiere maliana, nigerina e burkinabè, è stata epicentro della riorganizzazione e ricomposizione delle forze jihadiste. Nella cosiddetta “zona delle tre frontiere” è il movimento dello Stato islamico del Grande Sahara, anche conosciuto come Islamic State in West African Province (ISWAP), ad essere principalmente attivo e responsabile dei numerosi attacchi terroristici di matrice jihadista.
A quest’ultimo si accompagna e si scontra il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani (GSIM), anche conosciuto come Fronte d’Appoggio all’Islam e ai musulmani o Jamaʿat Nuṣrat al-Islām wa-l muslimīn. Si tratta di una coalizione di movimenti jihadisti affiliati all’ideologia salafita islamista guidata dal leader tuareg Iyad Ag Ghali, la quale, dopo esser stata principalmente attiva nel Nord del Mali, si è progressivamente sposta e diffusa nella regione del Liptako-Gourma.
L’intervento militare francese nel Sahel – in nome della “lotta al terrorismo” – attraverso l’Operazione Serval dal gennaio 2013, poi divenuta Barkhane, non ha affatto “stabilizzato” né messo in sicurezza le popolazioni civili della regione. Al contrario, ha radicalizzato ancor più le frange violente dei gruppi terroristici, trasformando sempre più il Sahel “nell’Afghanistan della Francia e dell’Unione Europea”.
Al tempo stesso, è andata crescendo e diffondendosi sempre più la consapevolezza che la presenza militare francese sia in realtà rivolta alla difesa degli interessi economici e strategici di Parigi, perpetrando le logiche del neocolonialismo e, in particolare, dell’intero sistema politico, economico e monetario della Françafrique.
Dalle miniere d’oro in Mali e in Burkina Faso a quelle di uranio in Niger, il saccheggio delle risorse naturali da parte delle multinazionali francesi ed europee è ormai sotto gli occhi di tutti.
Dopo il ritiro delle truppe francesi e la fine delle operazioni della forza Barkhane in Mali (tra gennaio e agosto 2022) e in Burkina Faso (febbraio 2023), il Niger aveva rappresentato uno spazio temporaneo di collocamento per rilanciare la riorganizzazione dell’intervento militare nel Sahel.
Tuttavia, il colpo di Stato a Niamey ha sparigliato le carte: sebbene le attività di cooperazione militare siano state sospese, in Niger restano ancora circa 1500 soldati francesi – oltre a 1000 soldati statunitensi e 350 membri delle Forze Armate italiane – il cui ritiro sarebbe oggetto di discussioni e negoziazioni da qualche settimana.
L’Alleanza degli Stati del Sahel (AES, dall’acronimo in francese) si è così innestata nel cuore delle molteplici crisi che destabilizzano l’intero territorio del Sahel.
Per i leader delle giunte militari che si sono affermate al potere attraverso colpi di Stato patriottici e supportati da un’ampia parte della popolazione, l’AES rappresenta un coordinamento strategico e operativo in materia di sicurezza comune che si farà carico di alcune missioni che il coordinamento “G5 Sahel” non è stato in grado di svolgere.
Il G5 Sahel, fondato nel 2014 su spinta della Francia, è una forza congiunta tra i cinque Stati della regione – Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad – in materia di politiche di sviluppo e sicurezza comune. Questo coordinamento è di fatto morto e superato dagli obiettivi e dalla cooperazione stabilita dall’Alleanza degli Stati del Sahel.
Nelle parole del generale Abdourahamane Tiani, leader del Niger dopo il colpo di Stato che ha spodestato Mohamed Bazoum e istituito il Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria (CNSP): “Insieme, costruiremo un Sahel pacifico, prospero e unito”.
Questi Paesi sono, in varia misura, sottoposte a sanzioni economiche, finanziarie e commerciali imposte dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO). Inoltre, a seguito del colpo di Stato in Niger del 26 luglio scorso, la CEDEAO ha rifiutato il dialogo con le autorità militari e ha più volta lanciato degli ultimatum per “ripristinare immediatamente l’ordine costituzionale”, pretendendo di reintegrare l’ex presidente Bazoum alla sua carica.
Per diverse settimane, alcuni leader dei paesi membri della CEDEAO, in particolare i “cani da guardia” dell’imperialismo occidentale – il presidente senegalese Macky Sall e il presidente ivoriano Alassane Ouattara – hanno minacciato un intervento militare in Niger, forti del placet delle cancellerie europee.
Tuttavia, i vicini Burkina Faso e Mali avevano prontamente reagito ritenendo che un’operazione militare contro il Niger per reintegrare con la forza il deposto presidente Mohamed Bazoum sarebbe stata equivalente ad “una dichiarazione di guerra” e promettendo una “risposta immediata” a sostegno della giunta e della popolazione nigerina.
Per questo motivo, l’articolo 6 della Carta fondante dell’AES stabilisce che “qualsiasi attacco alla sovranità e all’integrità territoriale di una o più parti contraenti sarà considerato come un’aggressione contro le altre parti e farà scattare il dovere di assistenza e soccorso da parte di tutte le parti, individualmente o collettivamente, compreso l’uso della forza armata per ripristinare e garantire la sicurezza all’interno dell’area coperta dall’Alleanza”.
La Carta resta aperta a “qualsiasi altro Stato che condivida le stesse realtà geografiche, politiche e socioculturali e che accetti gli obiettivi dell’Alleanza” e qualsiasi “richiesta di adesione sarà accettata dal voto unanime degli Stati membri” (articolo 11).
Inoltre, la Carta fondante dell’AES mette nero su bianco una nuova maniere di intendere e praticare le relazioni internazionali, in controtendenza rispetto all’imposizione di sanzioni illegittime e catastrofiche per le popolazioni.
Infatti, l’articolo 8 sancisce che “I Paesi firmatari si impegnano: a non ricorrere tra di loro alla minaccia, all’uso della forza o all’aggressione, contro l’integrità territoriale o l’indipendenza di uno degli Stati membri; a non mettere in atto blocchi navali, autostradali, marittimi o delle infrastrutture strategiche attraverso le forze armate; a non perpetrare attacchi o aggressione contro un altro Stato membro o a Stati terzi, a partire dal territorio messo a disposizione da uno degli Stati firmatari”.
Il sistema della Françafrique vacilla e perde pezzi, così come le istituzioni sovranazionali africane messe in campo per agire come longa manu degli interessi occidentali e per garantire una posizione di privilegio alle borghesie nazionali asservite alle potenze neocoloniali.
Il Sahel sta diventando a tutti gli effetti il punto di caduta dell’imperialismo europeo in Africa.
Fonte
07/09/2023
Il nuovo disordine mondiale / 21: un’invenzione coloniale (in via di disgregazione)
di Sandro Moiso
Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 170, 16 euro
Si muove, confusamente ma con energia, nel continente un nuovo anticolonialismo che non possiamo per ragioni di immagine adottare. Anche perché non lo controlliamo (ancora).[…] È ben diverso da quello degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, non si nutre di ideologia, non produce leader carismatici, libri o manifesti. Che risultava affascinante anche a una parte dell’Occidente, perché il marxismo africanizzato era un prodotto della nostra cultura. In fondo era esso stesso una esportazione colonialista.[…] Sì, il nuovo anticolonialismo è molto più primitivo […] Gli bastano le immagini: da un lato i grandi alberghi e le banche con le facciate alla Potentik, dall’altro il vuoto della savana, i villaggi e le periferie dove sono in agguato le malattie, la miseria. (Domenico Quirico, “La Stampa”, 5 agosto 2023)
Jean-Loup Amselle (Marsiglia, 1942) è un antropologo francese che ha realizzato ricerche sul campo in Mali, in Costa d’Avorio e in Guinea, concentrando la sua attenzione sui temi dell’etnicità, dell’identità, del multiculturalismo, del postcolonialismo e della subalternità. Inoltre è Directeur d’études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e caporedattore della rivista internazionale “Cahiers d’études africaines”.
Un curricolo di studi e ricerche importante per l’autore di un testo (edito per la prima volta in Francia nel 2022) che esce in un momento di grave crisi politico-militare della struttura geopolitica e culturale imposta per lungo tempo dal colonialismo francese (ed europeo) all’Africa subsahariana. Come sottolinea Marco Aime nella sua prefazione al testo:
la nozione di Sahel appare per la prima volta nel 1900, nella penna del botanico Auguste Chevalier, come categorizzazione botanicogeografica o bioclimatica, legata alla latitudine e alle curve delle precipitazioni. Oggi, però, il Sahel è divenuto una sorta di regione distinta, con presunte caratteristiche etniche, geografiche, ambientali, che la caratterizzerebbero come un unicum. In realtà non è neppure semplice indicarne i confini, chi è in grado di tracciare un confine netto con il Sahara a nord o con la savana a sud? Potremmo tranquillamente dire che esiste più di un Sahel: su un piano meramente geografico, peraltro convenzionale, corrisponderebbe a una striscia lunga 8500 km, vasta circa 6 milioni di km2, che attraversa 12 Stati (Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan ed Eritrea), definita più dalle sue caratteristiche climatiche, ambientali e sociali che non da quelle geografiche o politiche1.
Però, prima di proseguire con l’analisi del contenuto del testo, occorre qui sottolineare subito come di quei dodici stati menzionati nella categoria “Sahel” negli ultimi anni almeno sette si siano sottratti all’influenza occidentale in generale e francese in particolare, come i recenti fatti collegati al “colpo di stato” nigerino sembrano confermare; nonostante gli sforzi militari ed economico-politici messi in atto dal colonialismo francese di mantenere il controllo su una delle aree più ricche di uranio ed altre preziose materie prime dell’intero continente africano. Un’autentica débacle per una forma di occupazione coloniale che è continuata per decenni dopo la cosiddetta “fine dell’età coloniale”, ma che oggi sembra essere giunta al termine insieme alle pretese occidentali di rappresentare, sulle teste di miliardi di abitanti del pianeta oppure delle centinaia di milioni di quelli delle regioni africane coinvolte, l’unico e perfetto modello di governance e organizzazione dello sfruttamento economico delle risorse di gran parte del pianeta.
E qui, in questa pretesa di universalità del modello occidentale, si inserisce la leva, anzi verrebbe da dire il piede di porco, di Amselle, tutto teso a scardinare un modello e un immaginario che sono serviti soltanto a perpetrare fino ad ora un dominio volto a garantire la stabilità e la continuità dello sfruttamento delle risorse africane a favore dei ben più ricchi paesi dell’Occidente bianco e crapulone. Infatti, come afferma ancora Aime nella sua prefazione:
Un filo rosso percorre l’intera opera di Jean-Loup Amselle e ne mette in luce, oltre alle indiscusse capacità, la coerenza e l’estrema originalità. Fin dai suoi primi lavori […] Amselle sembra essersi dato una missione: scardinare il rigido sistema classificatorio, al quale non è sfuggita neppure molta antropologia del passato, per restituirci un panorama più complesso e articolato, che vada al di là delle semplici (talvolta semplicistiche) schematizzazioni adottate, in particolare dagli europei, nei confronti dell’Africa. Questo continente, infatti, è stato troppe volte vittima di vere e proprie “invenzioni”, pensiamo al mito di Timbuctù come città dell’oro o alla propensione mistica dei dogon, solo per rimanere nel Mali, Paese del Sahel, al centro di questo ultimo lavoro dell’autore2.
Come chiarisce lo stesso Amselle:
il Sahel, categoria nata per designare la regione che si estende tra il Sahara e la savana “sudanese”, è in effetti una realtà spettrale, ibrida, mista, che mescola popolazioni “bianche”, “rosse” e “nere”, agricoltori sedentari e pastori transumanti, animisti e musulmani. Questa realtà mutevole, come quelle che la circondano (il Sahara, la savana), è stata coinvolta in una serie di formazioni politiche su larga scala – gli Imperi del Ghana, del Mali e del Songhay – tutte orientate lungo un asse nord-sud piuttosto che ovest-est. Sebbene la colonizzazione francese si estendesse dal Maghreb al Golfo di Guinea, non fu questa la divisione geografica che ne derivò. Al contrario, i conquistatori, gli amministratori e gli studiosi coloniali stabilirono una geografia razziale e bio-climatica che livellava le zone geografiche, le razze e le etnie in funzione delle latitudini. Ne è risultata una gerarchizzazione ambigua che oppone delle razze “civilizzate” ma pericolose, come i mori, i tuareg e i peul, a razze più incolte ma più pacifiche, come gli “agricoltori neri”. Questo schema di riferimento coloniale continua a essere utilizzato ancora oggi e a ossessionare gli ufficiali francesi delle operazioni “Barkhane” e “Takuba”3.
Sottolineando però come l’opera di divisione trasversale sia stata non soltanto geografica, bio-climatica e razziale, ma anche linguistica.
Non ho ancora fatto notare che dal 2013 in poi, i successivi interventi militari che hanno coinvolto diversi Paesi “saheliani”, soprattutto il Mali, hanno avuto nomi arabi o tamasheq […] “Takuba”, il termine utilizzato per designare la forza speciale europea voluta da Emmanuel Macron, significa “sciabola” in lingua tamasheq. Il campo semantico utilizzato dal comando francese è quindi principalmente arabo e tamasheq e riguarda quindi soltanto le popolazioni nomadi, che rappresentano solo una frazione della popolazione totale del Mali. È facile osservare quindi come la guerra nel Sahel si giochi anche sul piano simbolico, con la scelta dei termini utilizzati, che possono anche ritorcersi contro chi li aveva introdotti. […] Con l’invenzione della categoria di Sahel all’inizio della colonizzazione, e fino al suo utilizzo odierno, la Francia e il Mali non hanno più smesso di guardarsi con sospetto. È la proiezione di un immaginario fantasma, di una parte dell’Africa che ha la consistenza di un sogno, di un safari avventuroso dove si inseguono le fantasie di una casta militare nostalgica di un’epoca passata, un’epoca in cui la Francia contava ancora sulla scena internazionale, mentre adesso non può nemmeno più giocare alla guerra4.
In questo modo l’ex-potenza coloniale francese non soltanto ha troncato le vie “naturali” che un tempo collegavano da nord a sud le società del continente, favorendo lo sviluppo di regni e stati che la storiografia colonialista sembra aver cancellato dalla Storia, riducendo la stessa ad un susseguirsi di scontri interetnici cui solo l’intervento coloniale occidentale avrebbe messo fine5, ma ha anche contribuito allo sviluppo di un’etnicizzazione precedentemente inesistente o scarsamente rappresentativa delle culture locali che si incrociavano e confrontavano secondo altri parametri. Etnicizzazione e demonizzazione, ad esempio, dell’Islam in cui spesso sono cascati anche gli intellettuali “locali”, come Amselle dimostra nel lungo capitolo riguardante La formattazione dell’intellettuale saheliano6. Così, come chiarisce ancora Aime nella sua prefazione:
Molti di questi scrittori e saggisti riproporrebbero una nuova etnicizzazione della narrazione, enfatizzando il colore della pelle, le tradizioni locali e l’animismo come rimedio alla modernità di carattere occidentale. L’Islam viene spesso caricaturizzato e demonizzato, impedendo così che se ne faccia un’analisi più profonda e articolata soprattutto sulle cause che spingono sempre più giovani ad aderire ai movimenti jihadisti. Viene spesso riproposta una versione rivisitata dell’afrocentrismo, secondo cui tutto avrebbe avuto origine in Africa, invece di proporre una visione più dinamica delle molte e continue relazioni che il continente aveva con il mondo esterno […] Peraltro, molti di questi artisti e intellettuali vivono in Europa o negli Stati Uniti, dando vita a quello che Amselle definisce “un gioco ambiguo con l’ex potenza coloniale”7.
La forma-stato che il colonialismo centralizzatore, soprattutto francese, ha lasciato in eredità ha fatto poi sì che:
L’introduzione dello Stato civile, dei documenti di identità e dei censimenti etnici ha fortemente limitato la fluidità delle affiliazioni etniche e i cambiamenti d’identità ricorrenti in tutta la regione: “è così che gli attori sociali sono stati costretti a definirsi sulla base di un’identità mono-etnica e del corrispettivo stile di vita”. L’acuirsi delle tensioni, accentuato dalla caduta del regime libico di Gheddafi, ha inoltre fatto sì che questioni presuntamente etniche si siano intrecciate con questioni religiose e politiche, vedi i feroci scontri tra dogon “animisti” e peul islamici. A sessant’anni dall’indipendenza laddove in realtà c’è una situazione ibrida, mista, in cui agricoltori e pastori si mescolano, così come animisti e musulmani, dando vita a un mondo fluido, si è venuta invece a instaurare una società rigida, basata sull’etnia e sulla casta. Viene riproposta una gerarchizzazione tra “razze” civilizzate, peraltro considerate oggi pericolose per l’adesione al jihadismo, e “razze” incolte, ma pacifiche. I fantasmi coloniali, anche se mascherati da africani, sono ancora vivi e il merito di Amselle è, ancora una volta, di provocarci per indurci a guardare più in profondità, al di là della superficie, per comprendere meglio la complessità8.
Ecco, allora, che il testo edito da Meltemi si rivela di fondamentale importanza per approfondire l’interpretazione degli eventi, solo apparentemente disordinati e imprevedibili, che hanno percorso quella fascia continentale dell’Africa dal febbraio del 2022 (quando i francesi sono stati invitati a lasciare il Mali in 72 ore) e il luglio del 2023 (colpo di stato nigerino). Diciotto mesi durante i quali la storia del continente e del mondo ha ripreso a correre in direziona ostinatamente contraria a quanto voluto, sperato e narrato mediaticamente dai vertici politici, militari ed economici occidentali.
E se qualcuno non fosse ancora convinto di ciò, allora basterebbe paragonare il rapido abbandono di Kabul nell’autunno del 2021 con quello di Khartum nell’aprile di quest’anno. Due capitali, una dell’Afghanistan, l’altra del Sudan; la prima con 4.600.000 abitanti, a capo di uno stato di 650.000 kmq di estensione, e la seconda con 5.275.000 abitanti, a capo di uno stato di 1.800.000 kmq. Aree troppo vaste, troppo miserabili e troppo socialmente e religiosamente nemiche dell’ordine occidentale fin dall’Ottocento9 in cui il tentativo americano ed europeo di tenere in piedi governi fantoccio organizzati intorno alla corruzione e alla concessione di ricche prebende in cambio del libero sfruttamento di risorse fondamentali per l’economia capitalistica occidentale è andato bellamente a farsi fottere. E non per caso.
Un altro ammutinamento di militari scuote l’émpire africano della Francia. Attenzione: il punto centrale di queste giornate torride e stupefatte non è lo scandalo di un golpe. I presidenti francesi, dopo le finte indipendenze, ne hanno ordinati e commissionati a decine per tener in ordine il cortiletto della «grandeur». […] Ma fino a ieri i golpisti si mettevano sull’attenti quando le consegne dal numero 14 rue Saint Dominique, oggi chiamano loro per ordinare ai francesi di fare i bagagli. […] Comunque si sviluppi l’ammutinamento, il punto centrale è il modo in cui sulle rive del Niger, un fiume che per l’Africa è la sintesi della vita, il respiro, l’immediato domani, muore l’impero coloniale della Francia: miseramente, senza stile, tra bugie e porcherie. Questo capitolo disonorevole, sopravvissuto perfino alla logica, si sta sgonfiando come un pallone di gomma, di quelli che fluttuano in aria e poi con un fischio diventano uno straccio di plastica. La Storia, davvero, non finisce con un botto ma con un lamento. Volete un altro simbolo ancor più umiliante? Voilà: l’annuncio che nel vicino Mali il francese è stato abolito come lingua nazionale.[…] Già si ascolta, anche per il Niger, la solita tiritera che ribalta la gerarchia delle evidenze, ovvero che dietro l’ammutinamento ci sarebbe la diabolica mano della pestifera Wagner putiniana. La Wagner non ha inventato niente in Africa, ha solo riempito con traffici e violenza suoi i vuoti che la Francia, e l’Occidente, ha scavato in questi Paesi: con decenni di complicità interessate e di sfruttamento, coltivando servilità e prostituzioni dei suoi alleati al potere, consentendo la saldatura tra l’ingiustizia da denaro e l’ingiustizia da potere10.
Un richiamo cui forse non sfugge neppure il recente colpo di stato militare riuscito, dopo quello fallito del 7 gennaio 2019, nel Gabon11. Anche se, come sempre, è spesso difficile separare l’anelito all’indipendenza dalla Francia dei militari e dei popoli africani dai giochi dell’imperialismo e delle rivalità infra-europee ed occidentali12.
Note
M. Aime, Prefazione all’edizione italiana in Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 9-10
M. Aime, op. cit., p. 9
J-L. Amselle op. cit., pp. 143-144
Ibidem, pp. 144-145
Si vedano in proposito: T.Green, Per un pugno di conchiglie. L’Africa occidentale dall’inizio della tratta degli schiavi all’Età delle rivoluzioni, Giulio Einaudi Editore, Torino 2021 (ed.originale inglese 2019) e M. Aime, La carovana del sultano. Dal Mali alla Mecca: un pellegrinaggio medievale, Giulio Einaudi Editore, Torino 2023
Ivi, pp. 37-81
Ivi, p. 12
ivi, p. 13
Quando per quasi vent’anni, tra il 1882 e il 1899, l’impero britannico fu costretto, insieme all’Egitto, a rinunciare al controllo del Sudan e del cruciale snodo geo-politico di Khartum, città posta tra i due principali affluenti del Nilo, dopo le sconfitte subite a causa della rivolta mahdista guidata da Muhammad Ahmad, proclamatosi mahdi, redentore dell’Islam, nel 1881.
D. Quirico, Niger, perché il colpo di Stato getta il Sahel nel caos più profondo, La Stampa, 28 luglio 2023
“La Francia ha sempre avuto fortissimi legami con il Gabon che è anche nell’area monetaria del Franco CFA, legato a Parigi, e l’esercito gabonese da anni viene addestrato dai militari francesi. Altri grandi player sono però presenti da anni in Gabon, soprattutto la Cina. Pechino è stata fra i primi a rilasciare un comunicato per chiedere garanzie sulla sicurezza di Ali Bongo, che in primavera era stato ospite di Xi Jinping per concludere una serie di accordi commerciali sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. Gli stati confinanti come il Camerun ed il Congo non hanno ancora preso una posizione ufficiale, ma restano entrambi piuttosto vicini alla Francia, anche se in Congo le attività petrolifere sono in joint venture con aziende russe da anni. Già nel 2019 le forze armate avevano tento un colpo di stato in Gabon approfittando dell’assenza di Bongo, in Marocco per curarsi dopo l’ictus, ma in poche ore il governo gabonese aveva ripreso il controllo della situazione. Ora le cose sono diverse e nelle strade di Libreville regna la calma, compreso nel quartiere dove risiede la famiglia del presidente. Questo golpe arriva in un momento particolarmente critico ed in una regione nella quale i paesi sembravano molto più stabili rispetto al travagliato Sahel, un contagio molto pericoloso che potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri del continente africano.” Matteo Giusti, I militari prendono il potere anche in Gabon. Un golpe che arriva in un momento particolarmente critico, “Il Riformista”, 30 agosto 2023
Si pensi, a solo titolo di esempio, che già alla fine dell’Ottocento il ritorno del dominio britannico nel Sudan Mahdista fu dovuto in gran parte al timore per le mire espansionistiche francesi che, potendo contare su una presenza nel Ciad, si sarebbero potute espandere nel Darfur e indebolire l’egemonia britannica nel nord e nell’est dell’Africa.