Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/11/2025

Gli USA disertano il G20: a cosa serve ancora questo forum?

Si è aperto il G20 di Johannesburg, momento culmine di un anno diplomatico sudafricano molto attivo. Eppure, ancora una volta risulta chiaro che questo tipo di forum abbia ormai perso ogni valore concreto, in un mondo nuovamente caratterizzato dal confronto tra aree che esprimono interessi contrastanti. Donald Trump, in particolare, sta ponendo la pietra tombale sul “sistema delle regole” tra Stati formalmente trattati alla pari.

Il tycoon ha infatti deciso di disertare i lavori. Se anche Xi Jinping e Vladimir Putin non presenzieranno agli eventi di Johannesburg, tuttavia Cina e Russia hanno inviato delle delegazioni di alto livello. Al contrario, i delegati stelle-e-strisce presenti non saranno neanche coinvolti nelle attività del G20.

Trump e il presidente Cyril Ramaphosa sono protagonisti di uno confronto diplomatico che ormai dura da tempo. The Donald accusa il paese africano di “perseguitare le comunità bianche”, ribaltando la realtà che ha caratterizzato il paese fino a pochi decenni fa. Dietro a questo tema c’è però anche lo scontro riguardante le accuse sudafricane a Israele promosse alla Corte Internazionale di Giustizia.

In una lettera inviata a inizio settimana, Washington trae le conseguenze della propria assenza: potrebbe astenersi dall’adozione di una nota congiunta al termine del summit. Ciò metterebbe in discussione la legittimità (per quanto il G20 sia un assemblea informale) di tale dichiarazione, che per il Sud Africa rappresenta l’atto finale di oltre 120 incontri di natura economica promossi dal paese nel suo anno di presidenza del G20.

Per questo, il presidente Ramaphosa ha esortato gli altri rappresentanti a non cedere: “senza gli Stati Uniti l’intero processo del G20 procede. Non ci lasceremo intimidire”. A sostenere questa presa di posizione c’è anche la Germania, e ciò è un ulteriore segnale di come la UE abbia disperatamente bisogno di consessi come questo per affermare un profilo internazionale altrimenti inesistente.

Perché, in effetti, gli USA stanno trattando una pace ucraina senza ucraini e senza europei, ed è stato Trump a siglare l’intesa con Pechino che ha momentaneamente stabilizzato il mercato delle terre rare. Bruxelles, come sempre, è rimasta al palo muovendosi nel consolidato solco dell’alleanza con Washington – che nel frattempo la scaricava – senza capacità diplomatiche e senza uno straccio di strategia.

Ieri von der Leyen e Costa, dopo aver sentito telefonicamente Zelensky, si sono incontrati con Giorgia Meloni, proprio per parlare di Ucraina, sperando nella prima ministra italiana per fare da intermediaria con Trump, e anche per elaborare una contromossa, vagliandola ufficiosamente con gli altri partecipanti, affinché la UE non venga definitivamente marginalizzata.

Costa ha invitato i leader europei a confrontarsi immediatamente sul tema, e anche a partecipare a un incontro sull’Ucraina a margine del vertice UE-Unione Africana in Luanda, che si terrà il 24 e 25 novembre. Stamattina i vertici di Bruxelles si sono incontrati con Macron. Ma ci troviamo al solito di fronte a una UE che è più un vincolo alle alternative, piuttosto che un soggetto capace di una visione strategica.

Ad ogni modo, i dossier sul tavolo non troveranno un’intesa facile. Le sessioni principali avranno tre focus: la crescita economica sostenibile, i disastri naturali e la transizione energetica, fino al capitolo dedicato proprio al tema dei minerali critici, nonché all’intelligenza artificiale.

Si tratta di questioni in cui, mentre si frammenta il mercato mondiale e tutte le camere di compensazione perdono di peso (compreso il G20), è difficile pensare che si vada oltre parole e promesse. Va inoltre sottolineato il fatto che l’unico paese che ha fatto una proposta dirompente in ambito di IA è stata la Cina, con un’ipotesi di governance internazionale delineata alla World AI Conference (WAIC) 2025, tenutasi a Shanghai dal 26 al 28 luglio.

A Johannesburg, invece, vorrebbe essere protagonista Giorgia Meloni col suo “Piano Mattei” per l’Africa. Inserendolo peraltro in maniera ancora più chiara dentro la cornice delle mire di Bruxelles, orientata a proiettare le sue ambizioni verso il continente africano per raggiungere una maggiore autonomia strategica. L’idea è quella di usare il G20 per promuovere una nuova architettura finanziaria che consenta una maggiore influenza europea sull’Africa.

Non molti mesi fa era stata posta sul piatto l’idea di riconvertire circa 235 milioni di euro di debito africano in progetti del Piano Mattei. Una “trappola del debito” giusto un poco differente, cui si aggiungerebbero altre iniziative. Dall’altro lato, Bruxelles è ben contenta se questi accordi trovassero una controparte nella gestione dei flussi migratori, esternalizzando i confini in zone dove le pratiche e i diritti umani sono non solo più opachi, ma lontani dai riflettori.

Per le capitali europee l’incontro di Johannesburg potrebbe forse essere utile per rinsaldare alcuni rapporti stabiliti in passato, ma il G20 non ha più le funzioni che poteva avere in un altra fase storica. Rimane il fatto che il protagonismo dei paesi del Sud Globale mette in evidenza proprio lo sviluppo di un mondo multipolare.

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31/07/2025

Meloni nel Corno d’Africa: un occhio al Piano Mattei, un occhio al Mediterraneo allargato

Giorgia Meloni ha appena concluso il proprio viaggio nel vecchio impero dell’Africa Orientale Italiana. La sua ‘campagna d’Africa’ non aveva come scopo la conquista diretta, ma sicuramente tra le prime preoccupazioni c’era quella di assicurarsi un posto di rilievo nel Corno d’Africa, sia per dare ancora un qualche senso al Piano Mattei, sia per tenere un occhio sul Mediterraneo allargato.

Ad Addis Abeba, tra il 27 e il 29 luglio si è svolto il secondo vertice ONU sui sistemi alimentari (il cosiddetto UN Food Systems Summit +4). L’evento è co-presieduto dall’Etiopia insieme all’Italia, e poiché il suo obiettivo è quello di sconfiggere la fame, come previsto nella sezione 2 dell’Agenda 2030 dell’ONU, risulta di grande interesse per il governo Meloni.

Non perché a Palazzo Chigi sia emersa di sana pianta una profonda coscienza umanitaria, e neanche tanto perché tale traguardo si associa bene alla propaganda sul raggiungimento della ‘sovranità alimentare’. Anche se tale fine è tra le responsabilità di Francesco Lollobrigida, al ministro dell’Agricoltura interessano affari molto concreti.

I momenti fondamentali del viaggio di Meloni sono gli incontri con Abiy Ahmed, primo ministro etiope, con William Ruto, presidente del Kenya, e con quello dell’Unione Africana Mahamoud Ali Youssouf. Da quest’ultimo doveva incassare il rinnovato sostegno agli impegni del Piano Mattei, che nella regione riguardano molti settori.

Il Kenya ha visto il riemergere di profonde contraddizioni interne al paese, ma la sua economia continua a crescere, e potrebbe superare quella etiope, prima nella regione. Il presidente Ruto ha appena annunciato che intende quotare in borsa la Kenya Pipeline Company, in una più ampia strategia di privatizzazione di imprese statali... chissà che non ci siano prenditori italiani che guardino a questa possibilità.

Ad ogni modo, è certamente l’Etiopia il centro delle attenzioni del governo, anche se in entrambi i paesi sono diversi gli investimenti italiani nel comparto agricolo e anche in quello delle infrastrutture e dell’energia. Con Ahmed, Meloni si è recata a Jimma, dove si trova uno dei progetti pilota del Piano Mattei.

Si tratta della riqualificazione del lago Boye, bacino artificiale creato dagli allora coloni italiani, poi lasciato in stato di abbandono. Ora diventa un polo turistico importante, oltre che funzionale alla locale filiera del caffè. Rappresenta un’area che sta attirando importanti investimenti privati, accanto a quelli pubblici.

In generale, la presidente del Consiglio è venuta a ‘vendere’ il modello di partenariato che ha appena fatto passi avanti in Algeria. Lì, dopo il recente Forum imprenditoriale svoltosi a margine di un vertice intergovernativo, ha posto gli occhi il gruppo Bonifiche Ferraresi (BF), col sostegno di SACE, gruppo assicurativo partecipato dal ministero dell’Economia.

BF è diventato un perno fondamentale della strategia italiana – ed anche unioneuropea – in Africa, con diversi progetti per una produzione agricola che spesso è finalizzata alla produzione di biocombustibili. Ma per quanto riguarda il settore energetico, sono tanti gli interessi in gioco anche per Webuild.

Il colosso italiano è coinvolto nella costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, una diga sul Nilo Azzurro di cui sono appena stati dichiarati finiti i lavori. Ma che ha portato a varie tensioni tra l’Etiopia, il Sudan e l’Egitto, per il tema della gestione delle acque in un’area già fortemente segnata dalla siccità.

Se non si raggiungerà un accordo tra questi paesi, l’attività della diga sarà sostanzialmente illegale, e di recente Trump ha criticato l’opera, per assicurarsi l’amicizia dell’Egitto, coinvolto a sua volta nel difficile dossier palestinese. Non è l’unica diga su cui sta lavorando Webuild, ma in generale la volontà è quella di rafforzare la presenza nella regione, e il legame della sua classe dirigente con i terminali europei.

Infatti, c’è un nodo che ha reso molto chiaro il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, prima di accompagnare Meloni in Africa: “la stabilità dell’Etiopia rappresenta un asset essenziale per la sicurezza dell’intero Corno d’Africa. Parliamo di un’area di rilevo geopolitico assoluto, incastonata com’è tra Mar Rosso e Oceano Indiano”.

Con un’Eritrea ancora in disordine, una Somalia debole, l’ultima base militare francese in Africa, in Gibuti, proteste in Kenya e una guerra civile in Sudan, per tenere un presidio solido proiettato verso i confini del Mediterraneo allargato, Roma ha bisogno che l’Etiopia rimanga un saldo alleato italiano e dell’Unione Europea.

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26/07/2025

USA all’assalto diplomatico della Confederazione degli Stati del Sahel

Le batoste prese in Africa dalla Francia (ultima in ordine di tempo, il ritiro delle truppe dal Senegal) e dall’Unione Europea devono aver fatto pensare a Washington che un ritorno statunitense nelle grazie dei Paesi del Sahel sia effettivamente possibile.

Sono diversi mesi, infatti, che si registra un incremento delle visite yankee ad alto livello verso quegli Stati dell’Africa subsahariana che stanno provando a scrivere una storia di riscatto ed emancipazione non solo della regione, ma del continente intero.

La Confederazione degli Stati del Sahel

Parliamo della Confederazione degli Stati del Sahel, organizzazione regionale istituita nel settembre 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger per garantire la sicurezza e la stabilità dei suoi membri, contrastando il terrorismo – soprattutto di matrice islamica – e il neocolonialismo.

Tale cooperazione è stata poi estesa a settori come finanza, economia, infrastrutture, sanità ed educazione, ponendosi così come un’alleanza strategica a tutto tondo e fornendo un esempio di reazione al colonialismo e all’imperialismo per il mondo intero.

La Confederazione rompe con gli organismi filoccidentali

Una delle prime misure intraprese dall’alleanza è stata la rottura con la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), considerata come un’estensione degli interessi occidentali nell’area, segnando d’altra parte una discontinuità importante con la storia anche recente dei tre Paesi.

Per gli Stati Uniti, i colloqui vorrebbero riprendere la cooperazione nell’ambito della difesa e della sicurezza, presentandosi come un partner affidabile contro la sempre più intensa attività jihadista nella regione.

La visita in Mali

Come riassunto dal sito specializzato Nigrizia, a inizio luglio il vicedirettore generale per l’Antiterrorismo della Casa Bianca Rudolph Atallah ha visitato ufficialmente Bamako, incontrando nella capitale maliana il ministro degli Esteri e il ministro della Sicurezza.

Sul tavolo, la proposta di una “cooperazione rinnovata e costruttiva” per la ripresa del controllo di tutto il territorio da parte delle autorità maliane (una parte è sotto il controllo deli jihadisti), il rafforzamento delle forze armate e la denuncia da parte di Bamako del sostegno esterno, in particolare di matrice ucraina, ai gruppi armati attivi nella regione.

Il messaggio recapitato al Burkina Faso

A fine maggio invece il sottosegretario di stato per l’Africa occidentale Will Stevens ha consegnato a Ouagadougou in Burkina Faso un “messaggio del presidente Donald Trump” al ministro degli Esteri burkinabé, Karamoko Jean Marie Traoré.

Nell’incontro bilaterale, gli Stai Uniti hanno discusso di una cooperazione che “rispetti la sovranità” del Paese africano. Da notare come Stevens abbia riconosciuto le critiche del Burkina Faso sulle restrizioni occidentali all’acquisizione di equipaggiamento militare, contro cui ha promesso di lavorare per la loro rimozione.

Le relazioni con il Niger

Sempre a maggio, dal Kenya il comandante generale dell’Africom Michael Langley ha sottolineato l’aumento degli attacchi terroristici nel Sahel provenienti dal Niger dopo il ritiro statunitense dal Paese nel 2024, ribadendo il sostegno americano ai partner saheliani e nigerini attraverso servizi di intelligence, addestramento e supporto materiale.

Un mese prima, ancora la diplomazia yankee aveva ricevuto a Washington il primo ministro del Niger Ali Mahamane Lamine Zeine. L’incontro con l’ambasciatore Troy Fitrell ha messo al centro la ripresa delle relazioni Usa-Niger, dopo che Niamey, al momento dell’insediamento della giunta militare, aveva gradualmente fatto ritirare le truppe a stelle e strisce dalla base di Agadez.

Il Sud Globale abbandona il sogno amerikano

Le manovre diplomatiche statunitensi si inseriscono nel più generale rientro in varie aree del mondo deciso dall’amministrazione Trump, vuoi manu militari come in Medio Oriente o in Europea orientale, o più sobriamente per ora in Africa occidentale.

Tuttavia, l’Occidente bianco colonizzatore e imperialista sembra aver finito le cartucce a sua disposizione per “mettere le mutande al mondo” e far coincidere gli interessi del Sud Globale con i propri, come testimoniano plasticamente le votazioni in sede Onu sui più disparati temi (sanzioni, guerra in Ucraina, Cuba, Palestina ecc.).

Inoltre, in ambito militare l’abbrivio preso dalle collaborazioni tra Russia, Cina e Stati africani sembra difficilmente rovesciabile in breve tempo, tema questo legato a doppio filo all’appartenenza geopolitica di un Paese.

Il bluff del Piano Mattei non cambierà gli equilibri

Né per “parte nostra” il bluff del Piano Mattei potrà minimamente scalfire gli equilibri politici e commerciali nella regione, intriso com’è di retorica eurocentrica e coloniale a fronte di una scarsità di risorse imbarazzante se confrontata per esempio con gli investimenti cinesi.

Nubi nere si addensano sui cieli delle potenze euroatlantiche. Lavorare alla danza della pioggia qui, in una cittadella dell’impero, non può che aiutare il mondo multipolare a rompere la gabbia degli imperialismi occidentali.

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La politica agricola italiana dentro le mire di autonomia energetica europea

Può sembrare strano che la politica agricola possa svolgere un ruolo nell’autonomia energetica, ma è proprio su questa particolare sinergia che il governo Meloni ha puntato da tempo, come elemento qualificante anche del Piano Mattei. O sarebbe meglio dire, alcuni gruppi (a partire da ENI) nella cornice dei tentativi UE di cercare una propria autonomia energetica e strategica.

Un tempo c’era la ‘battaglia del grano’, e in realtà si prevede che, associata alla prossima legge di bilancio, Palazzo Chigi assocerà alcune misure per rafforzare il settore primario italiano. Ma basta guardare appena oltre il Mediterraneo per vedere dove si prospettano davvero importanti investimenti, e con quale logica.

ENI ha infatti chiuso un accordo, alla fine di giugno, per un impianto di spremitura di oli vegetali a Loudima, nella Repubblica del Congo. Già nel 2025 il sito dovrebbe arrivare a produrre 30 mila tonnellate di prodotto, attraverso la coltivazione di 1,1 milioni di tonnellate di soia e girasoli, distribuiti su di una superficie di 15 mila ettari.

Mettiamo subito in chiaro la logica coloniale e il forte impatto sulle condizioni di vita locali che un piano del genere può avere. In Congo la produzione alimentare interna soddisfa meno di un terzo delle esigenze del paese e la malnutrizione è molto diffusa. Allo stesso tempo, il dipartimento della Bouenza, dove si troverò l’impianto dell’ENI, è definito come ‘il granaio del Congo’.

I suoi terreni sono molto fertili, ma molti di questi sono diventati difficili da coltivare, perché degradati dopo decenni di abbandono. ENI ha fornito a consorzi di agricoltori locali le semenze, gli agrofarmaci e circa 200 mezzi agricoli pesanti per permettere di lavorarli, per poi chiedere in cambio l’acquisto del raccolto, che dovrà alimentare il sito di spremitura.

Quella che a prima vista può sembrare una buona azione, in realtà si presenta come una tipica opera coloniale. Soia e girasoli sono colture edibili che potrebbero quindi aiutare a migliorare le condizioni di vita locali, ma viene in sostanza imposta una monocultura in alcuni dei terreni migliori del Congo, tutta finalizzata alla produzione di oli vegetali.

Invece di aiutare l’emancipazione delle popolazioni locali, al ricatto della fame viene sostituito il ricatto della fornitura di materie prime alla potenza straniera. Questi oli vengono poi usati per la produzione di biocombustibili, in accordi simili ad altri che ENI ha stretto anche in Kenya, Costa d’Avorio e Mozambico.

La multinazionale italiana ha infatti obiettivi ambiziosi: vuole aumentare la propria capacità di bioraffinazione da 1,65 milioni di tonnellate all’anno a 5 milioni di tonnellate di biocarburanti e oltre 2 milioni di tonnellate di carburanti per l’aviazione entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo, c’è la necessità di coltivare 1 milione di tonnellate di oli vegetali.

Dall’altro lato di questo sfruttamento delle terre africane c’è, ad esempio, Livorno. L’ENI ha appena chiuso un contratto da 15 anni con la Banca Europea per gli Investimenti per un finanziamento fino a 500 milioni di euro, finalizzato alla conversione della raffineria della città toscana in una bioraffineria.

L’impresa italiana costruirà delle strutture per la produzione di biocarburanti idrogenati, di cui si prevede che la domanda aumenterà del 65% entro il 2028. Un nuovo mercato in cui posizionare ENI, con l’interesse che anche la UE palesa, attraverso la BEI, rispetto all’aiuto che questo tipo di prodotti potranno dare alla riduzione delle dipendenze esterne rispetto all’energia.

Qui faremo solo un accenno al tema, ma uno dei cardini attorno a cui ruota questo programma di sfruttamento imperialistico è BF, che sta per Bonifiche Ferraresi. Il gruppo italiano (che, tra le altre cose, ha appena stretto importanti accordi per rafforzare la propria presenza in Algeria) ha firmato a febbraio un accordo con ENI per la fornitura di materie prime per biocombustibili.

Alla fine dello scorso anno, BF aveva raggiunto un’altra importante intesa con Leonardo, che nel campo agricolo può far valere i propri servizi riguardanti geoinformazione, satelliti e digitale. Insomma, anche il settore delle armi trova da guadagnare nei piani agricoli sostenuti dal governo e dal Piano Mattei. E Bruxelles è contenta.

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12/07/2025

Il bluff del Piano Mattei

Un vecchio adagio del mondo del poker recita che sul tavolo verde “non puoi perdere quello che non hai”. Adattando questa massima all’ambiente della finanza, si potrebbe dire che “non puoi investire quello che non hai”, a meno che non si stia deliberatamente tentando un bluff.

A un anno e mezzo dal varo del Piano Mattei, lanciato dal governo Meloni nel novembre del 2023 con il ‘patrocinio’ dell’Unione Europea, che questo sia un bluff appare sempre più evidente.

Lo scorso 30 giugno il Parlamento ha approvato la seconda Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l’Africa. Il documento, consultabile qui, descrive l’avanzamento dei progetti fino al giugno 2025 e gli stanziamenti disponibili al raggiungimento degli scopi prefissati.

Andando oltre la lista della spesa degli interventi presente in ogni comunicazione pubblica sulla magnificenza del ‘rientro italiano in Africa’ – rientro peraltro intriso dell’odioso spirito coloniale ed eurocentrico – andiamo ad analizzare il peso specifico che è in grado di mettere in piedi il governo italiano, senza quindi per ora preoccuparci della natura imperialista o cooperativa della spesa stessa.

Nell’ordine, il rapporto afferma che:
- l’Italia ha aumentato il proprio contributo al rifinanziamento triennale dell’International Development Association, gruppo Banca Mondiale (BM), con 733 milioni di euro al fine di permettere alla BM stessa di rafforzare il proprio sostegno ai progetti realizzati nel quadro del Piano Mattei;
- il canale finanziario multilaterale (“Mattei Plan-Rome Process Financial Facility”) negoziato con la Banca Africana di Sviluppo (BAS) è quindi oggi pienamente operativo con una dotazione di circa 140 milioni di euro provenienti dai contributi del Fondo Italiano per il Clima, dal Mase e dal Maeci;
- è operativo anche il “Plafond Africa” di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) con risorse fino a 500 milioni di euro per il 2025, per progetti che coinvolgano aziende operative in Africa;
- sempre CDP, nel dicembre 2024, ha firmato con BAS l’accordo istitutivo di una piattaforma con dotazione iniziale di 400 milioni di euro;
- altra dotazione è il “Misura Africa” di SIMEST (gruppo SACE), con circa 50 milioni di euro, dei 200 in dotazione, già impegnati in favore di 90 progetti delle PMI italiane in Africa;
- restando in famiglia, in un anno e mezzo SACE ha emesso garanzie per 2 miliardi di euro di investimenti che hanno coinvolto circa 200 imprese italiane in una gamma diversificata di settori.

I calcoli sono presto fatti: aumento del capitale a disposizione della Banca Mondiale, di cui 566 milioni da dedicare all’Africa, e da spalmare in tre anni; 1.240 milioni di euro, neanche un miliardo ‘e un quarto’, gestiti in modo più o meno diretto dalle emanazioni finanziare dello Stato coinvolte nel Piano; 2 miliardi di garanzie concesse alle imprese italiane che stanno investendo nel continente.

Tutto questo ‘ben di dio’ per un continente da 1,5 miliardi di persone, 54 Stati e gli occhi di tutto il mondo puntati addosso.

Per capire la pochezza offerta dal nostro Paese allo ‘sviluppo’ africano, basti pensare che il 30 maggio il mauritano Sidi Ould Tah è stato eletto presidente della già citata Banca Africana di Sviluppo. La BAS, nel 2024, ha erogato 10,6 miliardi di euro in nuovi progetti e ha un capitale stimato in poco più di 300 miliardi di dollari.

Dopo aver guidato per un decennio la Banca Araba per lo Sviluppo Economico in Africa, Tah baserà il suo mandato sul superamento della dipendenza africana dai finanziamenti occidentali tradizionali, provando a mettere a frutto l’esperienza maturata da uomo-ponte tra l’Africa e le petromonarchie del Golfo.

Se si considera che i fondi sovrani del Golfo sono accreditati di circa 4 mila miliardi di dollari, si capisce bene – al di là delle foto di rito e della cortesia di rispondere quando chiamati in causa – quale interesse reale il Piano Mattei possa suscitare nei paesi africani.

Pochi soldi, intenti neocoloniali e nessuna credibilità politica da spendere nel continente, dopo secoli di sfruttamento e depredazione.

Nella crisi di egemonia che investe il mondo occidentale, neanche la storica sede del Ministero degli esteri ubicata negli uffici dell’Eni potrà sopperire alla voglia di rivalsa di quel Sud Globale che guarda con sempre maggior interesse verso Est.

Ps: la sola messa in piedi della macchina tecnico-operativa nei Ministeri italiani coinvolti pesa sulle casse dello Stato per 2,8 milioni di euro. Non sarebbe stato meglio indirizzarli sui capitoli di bilancio della sanità o dell’istruzione?

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21/06/2025

Piano Mattei e Global Gateway, due facce dello stesso imperialismo

Si è svolto ieri, a Villa Pamphilj, il vertice internazionale “The Mattei Plan for Africa and the Global Gateway: A common effort with the African Continent”. A presiedere l’incontro due delle ‘signore della guerra’ dell’Unione Europea, Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen. Giusto per ricordarci che c’è un filo indissolubile che lega le politiche di Bruxelles e quelle di Roma.

Ovviamente, all’evento erano presenti anche diversi esponenti africani, tra cui il presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssou. Ma ci sono anche il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, la direttrice esecutiva del FMI Kristalina Georgievala, la vicepresidente della BEI Gelsomina Vigliotti, e persino il presidente di Microsoft Brad Smith.

Commissione e governo italiano, al di là di qualche scaramuccia passata, condividono la proiezione imperialistica della UE verso quello che vorrebbe affermare come proprio ‘cortile di casa’, ovvero l’Africa, allungando poi gli artigli verso il Mediterraneo allargato. “L’Africa – ha detto Meloni – è un continente nel quale si gioca il nostro futuro, rafforzare l’Africa significa anche rafforzare l’Europa”.

La presidente del Consiglio italiano ha ribadito che “fin dall’inizio del lancio [del Piano Mattei] siamo stati consapevoli che per raggiungere gli obiettivi ambiziosi che ci eravamo prefissati fosse necessario lavorare in sinergia con i partner internazionali a partire dalla Commissione europea”. Ma la sinergia tra l’iniziativa italiana e il Global Gateway europeo l’ha resa più chiara von der Leyen.

“Il Piano Mattei è un esempio perfetto di come diamo forma insieme al Global Gateway. Il Global Gateway è un programma di investimenti dell’Unione europea di 300 miliardi di euro, 150 miliardi dei quali destinati all’Africa”. L’utilizzo di questi fondi è però tarato da una forte impronta neocoloniale, come denunciato in un rapporto di qualche mese fa da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad.

Il Piano Mattei e il Global Gateway sono insomma due facce dello stesso imperialismo, quello europeo, che cerca al proprio Sud lo spazio per garantire l’espansione del mercato delle multinazionali su base continentale, a discapito anche di obiettivi dichiarati, quali la riduzione della povertà ad esempio, stando sempre alle analisi delle organizzazioni non governative menzionate sopra.

A parole sue lo ha detto anche von der Leyen: l’Africa “è un continente ricco di risorse ma ciò che manca sono le infrastrutture. Quindi investiamo in infrastrutture di energia pulita e in moderni corridoi economici. Oggi discutiamo di come colleghiamo i nostri mercati digitali, ma anche di come, ad esempio, sbloccare la filiera alimentare e, soprattutto, di come formare le persone e sviluppare le competenze delle persone nella regione”.

Dietro il velo di sostegno allo sviluppo, in realtà traspaiono in maniera chiara le mire sulle risorse naturali del continente, sulle opportunità di migliorare l’autonomia energetica europea nella competizione globale, anche sfruttando le opportunità offerte da una maggiore autonomia alimentare.

In un’intervista rilasciata il 6 giugno, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva affermato che attraverso i progetti del Piano Mattei si può migliorare “il percorso di fornitura del gas o di vegetali ai fini della produzione di biocarburanti”, anch’essi dunque usati nella prospettiva dell’autonomia energetica.

L’impegno maggiore è indirizzato verso il miglioramento infrastrutturale dell’Africa. Tra i principali progetti citati c’è stato il ‘Corridoio di Lobito’, un’arteria ferroviaria da 830 km che dalla costa atlantica dell’Angola dovrà arrivare fino al porto di Dar es Salaam, in Tanzania. Tale strada ferrata dovrebbe diventare un asse logistico regionale per il trasporto non solo di minerali strategici, ma anche di prodotti agricoli e input energetici.

Dello spazio è stato dedicato anche al potenziamento dell’interconnessione digitale ‘Blue-Raman’, la quale prevede il collegamento tra India ed Europa, passando per il Medio Oriente. Insomma, il percorso della ‘Via del Cotone’, concorrente infrastrutturale pensata tra Roma e Nuova Delhi alla ‘Via della Seta’ cinese. Blue-Raman servirà a sostenere lo sviluppo delle filiere agroalimentari e delle catene di approvvigionamento.

Infine, non va dimenticato che tra i possibili investimenti combinati tra Piano Mattei e Global Gateway potrebbe esserci il SouthH2Corridor, per il trasporto di idrogeno verde dal Nord Africa alla Germania, con l’Italia che ne diventerebbe un hub fondamentale. Sul giornale ce ne siamo già occupati nell’orizzonte degli accordi che il governo Meloni ha cercato lungo il Mediterraneo allargato.

Ovviamente, il vertice non è stato solo una bella vetrina per la propaganda imperiale europeista, ma è stata anche l’occasione di chiudere alcuni accordi con paesi africani. Inoltre, a Roma è stata inaugurata la ‘AI Hub for Sustainable Development’, piattaforma strategica del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, lanciata dentro al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP).

Il progetto prevede di rendere l’Italia un punto di riferimento dell’innovazione digitale in Africa, sostenendo entro pochi anni fino a 500 mila startup africane e la sottoscrizione di una cinquantina di partenariati internazionali. Per ora, hanno mostrato interesse a partecipare, tra i tanti, Microsoft, Cineca, Confindustria Anitec-Assinform.

Infine, durante il vertice sono stati discussi alcuni strumenti finanziari per facilitare l’afflusso di capitali verso l’Africa. “Il successo più grande – ha detto von der Leyen – è riuscire a portare il capitale privato europeo in Africa”. Letteralmente, la descrizione di un processo imperialistico, formulato nell’atteggiamento da ‘missione civilizzatrice’ di Bruxelles.

Alcune ultime parole vanno dedicate a uno degli aspetti più interessanti dell’incontro, ovvero la proposta di Giorgia Meloni di convertire i circa 235 milioni di euro di cui sono in debito gli stati africani in progetti del Piano Mattei, nella misura del 100% per le nazioni meno sviluppate (secondo i criteri della Banca Mondiale) e del 50% per quelle a reddito medio-basso.

L’obiettivo vuole essere raggiunto nel 2035, il che significano dieci anni in cui una fetta del debito pubblico estero africano verrà legato in maniera indissolubile ai progetti imperialistici europei. Una sorta di ‘trappola del debito’, di cui viene spesso accusata ingiustamente la Cina, ma che a quanto pare è considerata ‘progresso’, se fatta da bianchi occidentali.

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30/01/2025

Il Mediterraneo allargato dell’energia nei piani di Italia e UE

Negli ultimi giorni il governo italiano è stato molto attivo sul lato diplomatico e degli accordi economici nell’orizzonte di un più stretto collegamento con il Mediterraneo allargato, da Gibilterra al Golfo Persico. Un’area considerata strategica per la capacità della UE di competere a livello internazionale.

A Villa Madama, alla presenza del ministro degli Esteri Tajani e di quello dell’Ambiente, è stata firmata un’intesa con Austria, Germania, Tunisia e Algeria per il SoutH2 Corridor. Si tratta delle condutture che dovrebbero portare fino a 4 milioni di tonnellate di idrogeno verde in Europa, aiutando a raggiungere il target di 10 milioni entro il 2030.

Questa infrastruttura è parte della strategia comunitaria sulla diversificazione delle fonti di energia, e nel dicembre 2024 è stata inserita tra i progetti bandiera per l’anno in corso degli investimenti del Global Gateway. Ricordiamo come tale programma sia stato analizzato da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad, che ne hanno rimarcato il carattere neo-coloniale e predatorio.

Sono le grandi aziende, e in generale il sistema imprenditoriale dei paesi europei a trovare vantaggio nel Global Gateway, mentre sugli altri attori coinvolti si riversano i costi sociali e ambientali di queste attività. E non a caso, a margine dell’incontro a Villa Madama, si è svolto pure un forum imprenditoriale.

Sono di certo i “prenditori” italiani a trovare il maggiore interesse nel corridoio dell’idrogeno, dato che dei 3.300 chilometri di conduttore, riadattate o costruite ex novo, 2.300 saranno nel Bel Paese. Un altro tassello di quel Piano Mattei che vuole dare all’Italia il ruolo di hub energetico della UE.

Salvatore Bernabei, direttore di Enel Green Power e Thermal Generation, ha parlato del progetto pilota che col governo tunisino punta alla produzione di idrogeno verde nel paese africano. Un’iniziativa in linea con lo “spirito di partenariato su cui si fonda il Piano Mattei”.

“L’obiettivo – ha aggiunto – è quello di integrare sempre più il Nord Africa con l’Europa, facendo dell’Italia uno snodo fondamentale per la sicurezza energetica del continente”. Tajani ha parlato di un impegno di investimento futuro che potrebbe arrivare a 400 milioni di euro, il doppio rispetto allo scorso triennio.

A questi si aggiunge l’elettrodotto Elmed, che passerà sul fondale del Canale di Sicilia e unirà Capo Bon con la stazione elettrica di Partanna, in Sicilia. Il costo complessivo è preventivato sugli 850 milioni di euro, di cui 300 saranno finanziati dal Connecting Europe Facility, il fondo comunitario per il potenziamento delle infrastrutture energetiche.

Con questi progetti, infatti, la classe dirigente europea spera di far fronte al problema che ha mandato in crisi l’industria europea negli ultimi anni: i costi dell’energia. È stato sempre Tajani a parlare di una “diplomazia della crescita” che “non può prescindere dal tema fondamentale dell’energia” per rendere le filiere competitive con gli altri grandi attori globali.

Sulla stessa scia si pongono anche gli accordi chiusi da Meloni in Arabia Saudita, alla fine della scorsa settimana. La presidente del consiglio ha firmato la dichiarazione congiunta sulla partnership strategica da instaurare con la dinastia araba, che si svilupperà largamente su vari settori, dal comparto bellico ai trasporti, dalla cultura fino a quello dell’energia, appunto.

Dei 10 miliardi di dollari di operazioni concluse a Riad, ben 6,6 miliardi sono legati a cinque accordi siglati da SACE. Tra di essi, uno è con Acwa Power, colosso saudita che si occupa di idrogeno verde e desalinizzazione, processo centrale nella produzione del primo, il quale richiede importanti quantità di acqua per l’elettrolisi.

Sempre Acwa Power ha firmato anche un memorandum con Snam, finalizzato a stabilire investimenti congiunti per la fornitura di idrogeno verde all’Europa, e anche per valutare la possibilità di creare un terminale di importazione dell’ammoniaca nella penisola, usata anch’essa nel trasporto dell’idrogeno e in questo caso collegata direttamente al SoutH2 Corridor.

Anche le intese perfezionate da Cassa depositi e prestiti e da Ansaldo riguardano progetti energetici e infrastrutturali da realizzarsi per lo più in Africa, inserite dai vertici italiani sempre dentro la cornice del Piano Mattei. Ma con Ansaldo è evidente che il focus, a Riad, si è spostato anche sul settore militare.

Fincantieri ha aperto una collaborazione con Aramco nella cantieristica civile in Arabia Saudita, mentre con Ozone for Military Industries Company cercherà di ritagliarsi uno spazio nei servizi logistici per navi militari. Elettronica S.p.A. ha firmato due intese che riguardano la difesa, l’aerospazio e la cybersicurezza.

Ovviamente, non poteva mancare Leonardo, che rinnova il memorandum già firmato a inizio 2024 ed apre la strada alla “espansione della collaborazione industriale nel campo dei sistemi di combattimento aereo e in ambito elicotteristico”, si legge in una nota dell’azienda.

Il riferimento al caccia di sesta generazione che il campione italiano delle armi sta sviluppando, insieme alla britannica BAE Systems e alla nipponica Mitsubishi, lo ha esplicitato la stessa Meloni: “siamo favorevoli all’ingresso dei sauditi nel Gcap” (il nome del progetto, ndr), il che li integrerebbe ulteriormente nella filiera di guerra euroatlantica.

A metà gennaio Palazzo Chigi aveva già chiuso un patto tripartito con Emirati Arabi Uniti e Albania. Con esso sono stati definiti i termini di una collaborazione per lo sviluppo delle rinnovabili nel paese balcanico, “con particolare attenzione – si legge in una nota – al fotovoltaico solare, all’eolico e a soluzioni ibride con potenziale di accumulo tramite batterie”.

Collegata a questi progetti è anche la costruzione di un cavo sottomarino per il trasporto di energia sostenibile da Valona alle coste pugliesi. Un altro evidente esempio del “colonialismo verde” su cui ormai si vanno raccogliendo vari contributi (di cui Dismantling Green Colonialism è di certo uno dei più completi).

Un quadro di questa proiezione, di cui l’esecutore è Roma ma il mandante è Bruxelles, è stato presentato al Parlamento Europeo proprio il 28 gennaio, col sesto rapporto “Med & Italian Energy Report 2024”. Il documento è stato redatto dal Centro Studi SRM, collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, e dal Politecnico di Torino.

Il focus del testo è sul Mediterraneo come crocevia decisivo per il futuro energetico europeo, e sull’Italia come ponte naturale su questo specchio d’acqua. La UE è l’attore globale con la maggiore dipendenza da fonti esterne (il 58% del fabbisogno energetico è soddisfatto da importazioni).

Ma il nodo sottolineato è anche quello del commercio dei beni energetici, la cui geografia evolve con le tensioni geopolitiche e con il ridimensionamento della transizione verde. In particolare, il ruolo dei porti e dei colli di bottiglia (Hormuz, Malacca, Suez) di questo specifico mercato è attenzionato per le opportunità future che può offrire all’Italia.

Riportiamo un ampio passaggio della sintesi per la stampa del rapporto, preparata da Intesa Sanpaolo, partendo dai dati sui colli di bottiglia, perché mette in fila una serie di numeri e di questioni centrali per comprendere gli interessi strategici in gioco:
“Nei primi 11 mesi del 2024 sono passati attraverso Hormuz il 34% del commercio di greggio, il 14,3% dei prodotti raffinati, il 25,6% del gas ed il 18% dell’GNL. Per lo Stretto di Malacca invece è transitato circa il 33,5% del commercio di greggio insieme al 13% circa dei prodotti raffinati, al 15,1% degli idrocarburi gassosi ed al 17% dell’GNL”.

“Altro nodo cruciale nelle catene dell’approvvigionamento è il Canale di Suez. La sua posizione lo rende uno snodo regionale fondamentale per il trasporto di petrolio e altri idrocarburi; sono transitati per Suez il 5% del commercio totale di petrolio (greggio + raffinati), il 2,2% degli idrocarburi gassosi e l’1,2% dell’GNL. Valori che in prospettiva, quando avverrà la normalizzazione in Medio Oriente, potrebbero tornare ad essere ben superiori”.

“[…] I porti del Mediterraneo hanno nel tempo assunto il ruolo di nodi cruciali nella catena di approvvigionamento energetico, consentendo l’importazione e l’esportazione di petrolio, prodotti petroliferi raffinati e GNL. I porti si stanno configurando come veri e propri hub energetici e digitali oltre che logistici”.

“Accanto al ruolo di hub per le commodity fossili, i porti stanno diventano anche luoghi strategici per la transizione green e per favorire il “ponte energetico” tra Europa e Nord Africa. […] Le stime autorevoli dell’ESPO (European Sea Port Organization) hanno mostrato come la sostenibilità sarà il driver strategico degli investimenti dei porti europei nei prossimi 10 anni”.

“[...] Per i porti italiani il segmento energy vale il 35% del totale movimentato”
e il 69% del traffico si concentra in 5 porti: Trieste, Cagliari, Augusta, Milazzo e Genova. Il futuro è però considerato quello dei modelli green port, che uniscono innovazione e sostenibilità nell’orizzonte della transizione energetica.

Sempre nel rapporto si legge che entro il 2026 si prevede che una nave su dieci sarà alimentata da carburanti alternativi come GNL, metanolo, ammoniaca e idrogeno. Per il GNL, i terminali di Porto Levante, Ravenna e Piombino, e in generale quest’ultimo insieme a quelli di Trieste e Augusta, che stanno integrando recenti tecnologie, potrebbero diventare dei punti di riferimento almeno continentali.

Insomma, l’inizio del 2025 ha visto svilupparsi quella catena di legami, investimenti e ‘sicurezza’ che unisce Bruxelles al Mediterraneo allargato, passando attraverso il Piano Mattei e accordi simili. Un’equazione in cui l’esternalizzazione dei confini per la gestione dei flussi di manodopera va di pari passo con intese militari e politiche energetiche predatorie.

Questa proiezione euro-mediterranea andrebbe combattuta, incrinata e ribaltata, in forme di lotta e solidarietà internazionalista che vanno fatte crescere su entrambe le sponde del mare.

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05/12/2024

Un “Comitato Strategico” a Palazzo Chigi per gestire le ambizioni internazionali dell’Italia

Si è svolta martedi a Palazzo Chigi, la riunione di insediamento del “Comitato Strategico del nuovo Progetto MedOr” del Governo Meloni, che vede la trasformazione della Fondazione legata alla big dell’industria militari Leonardo, in una “Fondazione per l’Italia”.

La Fondazione MedOr ha rafforzato la propria funzione attraverso il coinvolgimento diretto delle più importanti aziende partecipate dallo Stato italiano (Cdp, Enel, Eni, Fs, Fincantieri, Poste Italiane, Snam, e Terna) al fine di svolgere un ruolo sempre più attivo a sostegno di quello che alcuni indicano come il soft power dell’Italia, mentre tutti i fattori indicano una tabella di marcia verso la definizione in parallelo anche dell’hard power italiano.

Il Comitato strategico si è insediato con una riunione presieduta dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e alla quale hanno preso parte i vertici delle Società, il Presidente della Fondazione Marco Minniti, i rappresentanti dei Ministeri.

Sul sito di Palazzo Chigi si legge che questo sarà “Uno spazio in cui poter effettuare, in modo strutturato e sicuro, uno scambio di informazioni, valutazioni ed esperienze tramite alcuni dei principali protagonisti della dimensione geo-economica della Nazione, che costituisce il prerequisito essenziale per elaborare una visione strategica che sia davvero condivisa”.

Il Comitato Strategico intende svolgere un ruolo anche a supporto del Piano Mattei. La stessa Fondazione MedOr era già stata inserita nella Cabina di Regia del Piano proprio per contribuire con le sue analisi al processo decisionale dell’approccio dell’Italia verso il continente africano.

La Fondazione intende agire a tutto campo per “integrare le capacità dell’industria con il mondo accademico e innescare sinergie pubblico-private per promuovere e sostenere – d’intesa con il ministero degli Esteri – la realizzazione di partenariati geo-economici e socio-culturali con gli Stati del Mediterraneo allargato, dell’Africa Sub-sahariana, del Medio ed Estremo Oriente, del Sud America; promuovere iniziative e progetti in settori ad elevata capacità di interconnessione geografica e operativa, con particolare riferimento alla logistica, anche integrata, ai servizi di trasporto, ad ogni altra attività di valorizzazione di reti fisiche, tecnologiche e digitali; essere punto di raccordo e sintesi per lo sviluppo di programmi strutturali nei settori dell’istruzione e della formazione, della sicurezza, dell’energia e delle infrastrutture, della salute e dell’agricoltura; favorire e rilanciare il dialogo costruttivo tra nazioni, culture e sistemi economici con l’obiettivo di permettere all’Italia di esprimere il meglio delle proprie competenze”.

Insomma, era stato già annunciato da eventi recenti (uno con Mantovano, uno con Crosetto) che a Palazzo Chigi stanno avanzando verso un modello completamente improntato alle esigenze della politica estera e del complesso militare-industriale. Questa nuova Fondazione si presenta come quello che sarà uno dei pilastri fondamentali di questo processo.

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22/07/2024

La guerra ai migranti unisce Von der Leyen e Meloni

Ursula von der Leyen è stata confermata alla guida della Commissione Europea, senza i voti di Giorgia Meloni e con quelli decisivi dei Verdi, ormai tra i più fermi sostenitori di una UE armata e suprematista, ma green (almeno di facciata).

Come abbiamo ascoltato nel corso della campagna elettorale, la realtà è che le due donne citate si muovono all’interno degli stessi paletti, che sono quelli dell’austerità, del riarmo e del sostegno all’Ucraina.

Tutte le diatribe a cui assistiamo riguardano sostanzialmente la spartizione di poltre e gli equilibri interni di una classe dirigente che condivide gli stessi indirizzi generali.

Quello che Meloni andava contrattando era la nomina di un Commissario di peso, come è stato nella precedente Commissione Gentiloni all’Economia. Ma la frattura potrebbe sanarsi con il nuovo ruolo che von der Leyen vuole istituire nella Commissione.

Nelle linee guida presentate per il prossimo quinquennio, la politica tedesca ha messo nero su bianco l’intenzione di nominare un Commissario per il Mediterraneo. Le sue competenze saranno innanzitutto i flussi migratori e i rapporti strategici con la sponda sud.

I nuovi partenariati saranno inseriti nel “nuovo Patto per il Mediterraneo, [che] rimodellerà questa relazione essenziale e fornirà un chiaro segnale politico di partnership in un mondo più contestato e instabile”.

Parliamo di accordi economici, infrastrutturali, energetici e d’istruzione. Ma anche della volontà espressa dalla von der Leyen di aumentare i controlli alle frontiere del continente, con strumenti digitali ma anche con più agenti del programma Frontex (che potrebbero arrivare a 30 mila).

Questi elementi programmatici arrivano dopo l’approvazione, qualche mese fa, del Patto UE su migrazioni e asilo. Da più parti condannato perché il suo fulcro è in accordi bilaterali con governi autoritari, nella militarizzazione ed esternalizzazione dei confini, nella mitigazione del concetto di stato sicuro.

Una visione che è perfettamente sovrapponibile a quella di Giorgia Meloni. Non avrà permesso di ottenerne i voti, ma sicuramente mostra l’assoluta compatibilità e continuità tra i governi di Bruxelles e Roma.

La prima ministra italiana si è da poco recata a Tripoli dove ha ribadito l’impegno a contrastare l’immigrazione irregolare al Trans-Mediterranean Migration Forum, e dove ha poi anche sottolineato che il Piano Mattei vuole essere parte della soluzione ai flussi.

Giorgia Meloni propaganda questo ennesimo piano funzionale a migliorare l’autonomia strategica della UE, attraverso energia e produzioni in Africa, come una cooperazione alla pari. Insomma, un’idea pienamente europeista nel senso di interna la logica dell’imperialismo europeo.

Anche se di nuova formazione e certamente non di prestigio come possono essere altre posizioni, il Commissario per il Mediterraneo sembra la sedia giusta su cui far sedere qualcuno vicino al governo Meloni. Non a caso, il Patto per il Mediterraneo è un’idea di Antonio Tajani.

Se vogliamo parlare di nomi, è stato lo stesso ministro italiano degli Esteri a dire come “Fitto sia il migliore commissario possibile perché conosce le cose europee”. Fitto è ormai uno dei fedelissimi di Meloni, con un passato di primo piano anche tra i conservatori europei.

Lui stesso ha dichiarato che in alcuni spunti della von der Leyen ha colto “anche il senso e l’efficacia del lavoro che il presidente del Consiglio ha svolto”, in particolare “sul tema dell’immigrazione”. Difficile pensare che siano parole casuali.

La vicenda del rappresentante speciale della NATO per la sponda sud del Mediterraneo, per cui è stato scelto lo spagnolo Javier Colomina, ha sollevato la rabbia di Palazzo Chigi. Recuperare un ruolo in questo settore attraverso la UE potrebbe essere allettante per Roma, anche se vi sono altre posizioni da Commissario decisamente ambite.

Se la questione, dunque, si concretizzerà in questo modo sarà da vedere, perché nulla è detto. Quello che è chiaro è che non c’è nessun argine contro l’estrema destra, perché i liberali che oggi governano a Bruxelles ne copiano le politiche.

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14/02/2024

Sull’Eni a Gaza il silenzio complice del governo Meloni

Il ministro dell’Energia israeliano ha annunciato la firma di una convenzione con cui Eni e altre società internazionali e israeliane hanno ottenuto la licenza per sfruttare il giacimento di gas offshore di fronte a Gaza

La tragedia finale di Gaza è incombente con un nuovo massacro a Rafah, all’orizzonte ci sono il Sinai, i carri armati egiziani, la pulizia etnica. Ma anche noi qui abbiamo un pessima storia da raccontare. Il cosiddetto “piano Mattei” è partito molto male, con una “scivolata” incredibile.

Il 29 ottobre, già in piena guerra, il ministro dell’Energia israeliano ha annunciato la firma di una convenzione con cui Eni e altre società internazionali e israeliane hanno ottenuto la licenza per sfruttare il giacimento di gas offshore di fronte Gaza all’interno della zona marittima G al 62% palestinese.

La notizia si è avuta solo in questi giorni dopo che alcuni gruppi palestinesi per i diritti umani (Adalah, Al Mezan, Al-Haq e Pchr) hanno dato mandato allo studio legale Foley Hoag di Boston di comunicare all’Eni e alle altre società coinvolte una diffida dall’intraprendere attività in queste acque. Evocando il rischio di complicità in crimini di guerra.

Come è potuta accadere una vicenda così imbarazzante (sotto interrogazione parlamentare di Verdi e Sinistra) che tra l’altro coinvolge il governo italiano, il maggiore azionista di Eni con il 32%? Quel governo italiano che nel recente vertice a Roma ha corteggiato il Continente africano agitando il Piano Mattei come una bandiera contro il «capitalismo predatorio» e il neo-colonialismo.

Secondo analisti del settore che seguono l’attività dell’Eni, l’azienda petrolifera si era aggiudicata i blocchi di concessione del gas offshore di Gaza in luglio, tre mesi prima della guerra. Ma questo – e molto altro – non giustifica che, nel mezzo di un conflitto così devastante, Eni accettasse la formalizzazione di questa operazione con un pezzo di carta burocratico: sarebbe bastato rinviarlo al mittente con una sospensiva, per altro assai giustificata dagli eventi.

A meno che il governo israeliano, che in Italia trova sempre una sponda diplomatica ai limiti del ridicolo (se non fossimo nel mezzo di una tragedia), non abbia esercitato le solite pressioni. Ma questa è solo un’interpretazione.

Non sono un’ipotesi invece le considerazione in base al diritto internazionale che avrebbero dovuto indurre l’Eni e il nostro governo a un atteggiamento più accorto.

Ecco perché bisognava essere prudenti. Lo Stato di Palestina ha aderito alla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare e dal 2019, in linea con la Convenzione, proietta la sua porzione di mare per 20 miglia dalla costa. Il governo israeliano ha replicato che «solo gli Stati sovrani hanno il diritto alle zone marittime, compresi i mari territoriali e le zone economiche esclusive, nonché di dichiarare i confini marittimi».

Non essendo dunque quello palestinese uno Stato riconosciuto da Israele, non ha, secondo Tel Aviv, diritto legale sulle zone marittime.

Quindi Israele fa quello che gli pare.

Ma lo stesso Israele pur non avendo relazioni diplomatiche con il Libano nell’ottobre 2022 ha firmato con la mediazione degli Stati Uniti la demarcazione delle acque di confine con Beirut, ponendo fine a una disputa sullo sfruttamento delle riserve offshore di gas.

La realtà è che il governo israeliano non ha nessuna intenzione di osservare il diritto internazionale e di dare un riconoscimento statuale ai palestinesi, come del resto abbiamo constatato ora e negli ultimi decenni Israele, in quanto Stato occupante, inoltre non ha il diritto di utilizzare le risorse naturali delle terre occupate per un proprio vantaggio economico.

Ma ha sempre perseguito una logica coloniale e di rapina. Prendiamo il caso del giacimento di petrolio più ingente, quello di Meged (Megiddo), scoperto negli anni ’80 e sfruttato dal 2010. Il giacimento è a ridosso del confine tra Israele e Cisgiordania e l’Autorità palestinese sostiene che circa l’80% si trovi nel sottosuolo dei suoi territori.

Le proposte di sfruttamento congiunto, avanzate in passato anche da esponenti del governo israeliano, non hanno mai trovato applicazione e attualmente lo Stato ebraico utilizza il giacimento senza il coinvolgimento dell’Anp.

Per quanto riguarda il gas Israele sfrutta i giacimenti offshore Leviathan e Tamar, il cui gas in parte è estratto nell’ambito di un programma con Cipro e la Grecia: dal 2020 Tel Aviv è così diventata un esportatore di gas. Ma di lasciare ai palestinesi la loro quota legittima di gas non se ne parla neppure.

Nel 1999 l’Anp concesse una licenza alla British Gas che l’anno successivo scoprì un grosso giacimento al largo delle coste di Gaza, noto come Gaza Marine. Se sfruttato adeguatamente, il giacimento, stimato 30 miliardi di metri cubi di gas, potrebbe coprire l’intero fabbisogno palestinese e consentirebbe anche esportazioni.

Ma i palestinesi non possono estrarre il gas di Gaza Marine: nel 2007, in seguito all’ascesa al potere di Hamas, Israele ha dichiarato un blocco navale intorno alla Striscia, impedendo così anche l’accesso al giacimento.

E adesso l’annuncio con cui l’Eni e altre società (l’inglese Dana Petroleum, una filiale della South Korean National Petroleum Company e l’israeliana Ratio Petroleum) sfrutteranno il gas di Gaza. Alla faccia della lotta del governo italiano «al capitalismo predatorio».

La verità è che dovremmo riconoscere lo Stato palestinese subito, invece di blaterare formule vuote e di essere complici di questo massacro.

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13/02/2024

“Dall’Italia neo-colonialismo agghindato dalla diplomazia”

Il Piano Mattei è una svolta per l’Africa? A sentire gli economisti africani, non pare proprio. “Miei colleghi che lavorano ai piani alti dell’Unione Africana non ne sapevano nulla”, dice al Fatto Fadhel Kaboub, economista tunisino con base a Nairobi e consigliere senior di Power Shift Africa: “Questo Piano non è pensato per una collaborazione su un piano di parità”.

Come mai i leader africani sono accorsi in massa al vertice Italia-Africa?

In Africa se lo chiedono tutti. Credo sia un segno di quanto sono vulnerabili e disperati i Paesi africani. I leader sono sotto pressione: devono mantenere tante promesse, ma la politica fiscale è vincolata dal debito estero e dalle condizioni del Fondo monetario internazionale.

Perciò, vanno dietro a chiunque offra anche le minime briciole di soccorso finanziario, nonostante sappiano che non riceveranno interventi trasformativi e anzi rischiano di subire politiche estrattive. Molti si sentono frustrati, ma non hanno alternative.

Meloni ha detto che il Piano Mattei non sarà né “predatorio” né “caritatevole”. Lei cosa ne pensa?

È solo linguaggio diplomatico, maquillage per le pubbliche relazioni. Il Piano Mattei, ovviamente, è un piano europeo per l’Africa. Che non è stata consultata.

Nei fatti è l’Europa che detta i termini della collaborazione, basandola su due punti: garantire la propria sicurezza energetica e affrontare le cause profonde dell’immigrazione di massa. Va dato atto che l’Europa sta provando ad andare alle cause. Ma non a condizioni favorevoli all’Africa, trasformative, che ne sviluppino le possibilità di diventare una potenza economica.

Ha scritto che “il piano Mattei è stato recentemente testato con la Tunisia e ora viene esteso all’intero continente”.

Qualche mese fa Meloni, prima da sola poi con una delegazione europea, si è recata in Tunisia con una proposta per il governo: controllo dei confini; rafforzamento delle relazioni commerciali con l’Ue (che implicherà la delocalizzazione di produzioni obsolete alla manodopera tunisina a basso costo, tenendoci in fondo alle catene del valore); un programma Erasmus esteso (che aggraverà la fuga di cervelli dalla Tunisia); investimenti in rinnovabili (per poi esportare l’energia in Europa).

Lo schema del Piano Mattei è simile, ma esteso all’intero continente e chiamato col nome del fondatore di Eni. Non un bel segnale, dato che la crisi climatica alimenta, con l’austerità, l’emigrazione di massa. Sotto le belle etichette si intravede un approccio estrattivo, come in passato.

La visione delineata al vertice di Roma tiene conto dell’enorme debito estero dell’Africa?

Per nulla. Non si fa cenno alla sua riduzione o cancellazione. Non si affrontano le cause del debito, il che consentirebbe ai nostri governi di fornire servizi sociali, lavoro e opportunità ai nostri cittadini, così che non debbano attraversare centinaia di chilometri e rischiare la vita nel Mediterraneo.

Quali sono le radici del debito?

L’Africa ha un deficit alimentare: importa l’85% del cibo, mentre un tempo era il granaio d’Europa. Non è così per caso, ma per scelta. Tutto è iniziato con la Politica agricola europea nel 1962 e misure analoghe dei grandi produttori: Usa, Canada, Giappone, Australia, Urss.

In Europa si accorsero di avere un problema di sicurezza alimentare, dato che dipendevano dall’Africa, e perciò introdussero sussidi sulle colture principali (grano, orzo e mais). Ciò costrinse gli agricoltori africani a passare a colture da reddito per le esportazioni (frutta, verdure, caffè, tè, fiori), spesso danneggiando la fertilità del suolo.

Queste strutture coloniali persistono ancora oggi, rafforzate dalle regole commerciali post-coloniali. Che il Piano Mattei non mette in discussione.

C’è qualche tentativo per facilitare la politica fiscale dei governi africani?

Non c’è una discussione specifica. Lo stesso vale per l’industria. Quando si parla di investimenti diretti esteri in Africa, in realtà si parla di tecnologie obsolete e di produzioni a cui serve solo manodopera a basso costo per l’assemblaggio. All’apparenza si creano posti di lavoro, in realtà si bloccano i Paesi africani in fondo alle catene del valore.

Dato che bisogna importare i macchinari, il carburante, i componenti intermedi e persino l’imballaggio, e poi si usa manodopera a basso costo, si esporta un prodotto a basso valore aggiunto. Si può quadruplicare il commercio, ma si rimane sempre bloccati in fondo, contribuendo alla trappola del debito.

Secondo lei i leader africani siano andati a Roma alla disperata ricerca di denaro. Ma questo va bene ai cittadini africani?

Per nulla. La lettera inviata alle istituzioni italiane da circa 80 organizzazioni della società civile africana ha fatto molto discutere. Non si sapeva di questo vertice Italia-Africa, né del Piano Mattei. Nei media africani non se ne parlava. E sembra che nemmeno i nostri leader ne avessero idea. Anche Moussa Faki, presidente dell ’Unione Africana, lo ha detto al vertice: “Avremmo voluto essere consultati”.

Definiresti il Piano Mattei un esperimento neo-coloniale?

Direi di sì. Anche perché è stato progettato senza alcuna consultazione con l’Unione Africana, né tiene conto di Agenda 2063, la visione strategica elaborata dall’Unione africana. Se il Piano Mattei fosse stato veramente concepito come un partenariato, avrebbe individuato i punti dell’Agenda 2063 su cui collaborare da pari.

Ma chiaramente non era questa l’intenzione. Per me, quindi, il Piano Mattei è un piano neo-coloniale, agghindato con un bel linguaggio diplomatico.

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12/02/2024

Piano Mattei: cooperazione o neocolonialismo?

di Domenico Moro

Tra il 28 e il 29 gennaio si è tenuto a Roma il vertice Italia-Africa che ha visto la presenza di 25 tra capi di governo e di stato africani e che ha posto le basi del cosiddetto Piano Mattei. Tra le iniziative politiche promosse dal governo Meloni in questa prima fase della legislatura, il Piano Mattei ricopre un ruolo importante, in quanto mira a ritagliare un ruolo specifico e di primo piano all’Italia nel rapporto tra Ue e Africa. Infatti, il continente africano ricopre una importanza fondamentale per la sua ricchezza di materie prime e per la sua demografia. Infatti, l’Africa nei prossimi decenni registrerà una crescita demografica consistente a fronte del calo demografico che caratterizza e caratterizzerà anche in futuro i paesi avanzati del cosiddetto Occidente collettivo, in particolare l’Europa occidentale e il Giappone.

Sul rapporto tra l’Europa e l’Africa, però, pesa come un macigno l’eredità di cinque secoli di storia in cui l’Europa ha esercitato sul continente nero un ferreo dominio coloniale. Tale dominio si è mantenuto anche più di recente in una forma nuova, neocoloniale appunto, dopo che tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso i Paesi africani si erano liberati del dominio coloniale formale dei Paesi Europei, che era stato sostituito da una dipendenza diretta, sul piano economico, e indiretta, sul piano politico, da quelle stesse potenze ex coloniali, come ad esempio la Francia.

Per quanto riguarda l’Italia, l’iniziativa della Meloni si innesta in un Paese che è abituato a nascondere le parti scomode della sua storia sotto il tappeto. Molti dimenticano che l’Italia, tra la fine dell’800 e la prima metà del 900, è stata artefice di una politica colonialista che l’ha portata, sebbene ultima arrivata insieme alla Germania alla spartizione dei paesi periferici, a realizzare un impero di dimensioni tutt’altro che piccole. A parte una piccola presenza in Cina, eredità della missione militare occidentale contro i Boxer (1900) e l’annessione dell’Albania (1939), l’impero italiano alla fine degli anni Trenta del secolo scorso era concentrato proprio in Africa, comprendendo la Libia, la Somalia, l’Eritrea e l’Etiopia.

Vale la pena di ricordare, a questo punto, che la costruzione di questo impero avvenne a seguito di guerre sanguinose, come quella contro l’Etiopia e quella contro i resistenti della Libia, durante le quali furono usati anche gas asfissianti, proibiti dai trattati internazionali. Particolarmente virulenta fu la reazione italiana e fascista ai tentativi di ribellione delle popolazioni soggiogate. Oltre ai massacri avvenuti in Libia, dove una parte della popolazione fu rinchiusa in campi di concentramento per piegarla ai voleri dell’occupante, in Etiopia la rappresaglia a un attentato contro Graziani, comandante delle truppe occupanti italiane e ribattezzato con l’epiteto di “macellaio del Fezzan”, si concretizzò in una serie di massacri, tra cui quello di 2000 monaci del monastero cristiano copto di Debra Libanòs[i]. Ma la presenza militare italiana in Africa non è stata del tutto assente neanche nel dopoguerra. Nel 1993, l’Esercito italiano, durante la missione “Ibis” in Somalia, nel corso della battaglia del “check point pasta” contro le milizie locali a Mogadiscio, uccise centinaia di civili tra cui donne e bambini[ii].

Tutto questo, come dicevamo sopra, viene dimenticato e nascosto dietro la retorica degli “italiani brava gente”. Inoltre, l’imperialismo italiano viene in qualche modo sminuito dalla definizione di “imperialismo straccione”, come se non fosse stato un vero imperialismo. Il fatto è che un imperialismo “debole” è debole nei confronti di altri imperialismi e non delle popolazioni che sottomette. Senza contare che, come ricordava Palmiro Togliatti a proposito dell’imperialismo fascista, gli imperialismi deboli sono spesso quelli più aggressivi, perché sempre tesi a modificare i rapporti di forza a proprio favore. Non è, quindi, un caso che la strada che portò verso la Seconda guerra mondiale sia stata aperta dai conflitti innescati da due potenze imperialiste emergenti: quello dell’Italia contro l’Etiopia e quello del Giappone contro la Cina in Manciuria (1931-1932).

Dunque, stanti i precedenti, è lecito domandarsi se il piano che va sotto il nome prestigioso di Mattei (fondatore dell’Eni ed ex partigiano) ma che è ideato dal primo presidente del consiglio che rappresenta l’estrema destra di origine fascista dal 1943, data della caduta di Mussolini, non sia altro che l’ultimo capitolo del neocolonialismo e del neoimperialismo italiano, che, per quanto “debole” e subalterno all’imperialismo egemone statunitense, trova una nuova via di espressione, mascherandosi dietro la copertura della cooperazione internazionale.

Oggi, l’imperialismo è diverso da quello dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Non si basa più (o quasi) sulla conquista e sul controllo diretto del territorio della periferia dell’economia-mondo, ma si estrinseca attraverso la conquista economica e il controllo degli snodi strategici di comunicazione. L’obiettivo, però, è sempre lo stesso: accaparrarsi le risorse minerarie e agricole dell’Africa. Ad ogni modo, il fatto che il neoimperialismo italiano ed europeo non si estrinsechi in occupazioni territoriali non significa che non ci sia una presenza militare dei Paesi occidentali in Africa, come dimostra la presenza dell’esercito francese e di altri paesi europei (tra cui l’Italia) in molti paesi africani e la prossima messa in campo da parte della Ue della missione militare navale Aspides, che avrà il compito di pattugliare l’area del Mar rosso, strategica per i flussi commerciali, specie di materie prime energetiche, tra canale di Suez e Mar arabico.

Ma vediamo più da vicino che cosa è il piano Mattei. Il piano comprende, secondo il governo Meloni, cinque settori d’intervento: istruzione, salute, agricoltura, acqua e energia. I fondi utilizzabili dal piano Mattei non sono enormi: appena 5,5 miliardi di euro. Però, non si deve dimenticare che l’idea di Meloni è far sì che il piano Mattei si inserisca all’interno del Global Gateway della Ue, un piano che, per la costruzione di infrastrutture in Africa, stanzia ben 150 miliardi. Centrali nel nuovo imperialismo sono gli investimenti, principalmente nell’estrazione mineraria e nelle infrastrutture che colleghino i paesi africani produttori di materie prime all’Europa. In particolare, il piano Mattei prevede infrastrutture che colleghino l’Africa con l’Italia, che, sempre in base alle ambizioni della Meloni, dovrebbe diventare un hub energetico dell’Europa. Del resto, l’Africa e le sue materie prime energetiche sono diventate ancora più importanti per l’Italia (e per l’Europa) dopo che le sanzioni contro la Russia hanno provocato l’interruzione dei rifornimenti di gas e petrolio da parte di quello che è stato il maggiore fornitore di energia dell’Europa per decenni.

Il piano Mattei si fonda anche sugli investimenti di alcune delle maggiori imprese multinazionali e sul coinvolgimento diretto di alcune istituzioni statali italiane. L’elenco delle imprese italiane è abbastanza corposo e parte dai due colossi energetici controllati dallo Stato italiano, l’Eni e l’Enel. L’Eni, che è attiva in Africa dagli anni Cinquanta ed è in prima linea in 13 paesi (dal Marocco alla Costa d’Avorio), è l’architrave del piano Mattei, essendo direttamente coinvolta nella acquisizione di nuove rotte di rifornimento di materie prime energetiche per l’Italia e la Ue. L’Enel, dal 2016 ad oggi, ha investito in Africa 2,4 miliardi di euro, concentrati per lo più su solare e eolico. Fondamentale sarà l’apporto di Snam (anch’essa statale essendo controllata da Cassa depositi e prestiti), società di infrastrutture nel settore energetico, che sarà strategica per ultimare il progetto del SouthH2 Corridor, il corridoio dedicato all’idrogeno e lungo 3.300 chilometri che connetterà il Nord Africa, l’Italia, la Germania e l’Austria. Terna, sempre controllata da Cassa depositi e prestiti, opera nelle reti di trasmissione dell’energia elettrica e sarà centrale nella realizzazione del nuovo elettrodotto italo-tunisino Elmed, il primo collegamento elettrico in corrente continua tra Europa e Africa. Nel settore idrico ci sarà l’intervento dell’Acea (al 51% di proprietà del comune di Roma). Altre imprese italiane coinvolte nel piano Mattei sono, per quanto riguarda il settore pubblico, Fincantieri, colosso della cantieristica e Leonardo, multinazionale del settore bellico e elettronico e, per quanto riguarda il settore privato, Webuild, una grande impresa di costruzioni già presente in Africa.

Coinvolte nel piano sono anche diverse organizzazioni statali: Cassa depositi e prestiti, chiamata a studiare un nuovo strumento finanziario per agevolare gli investimenti privati nel piano Mattei, Sace, gruppo assicurativo-finanziario controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che proseguirà nel supporto di contratti e progetti di imprese italiane, Simest, società del gruppo Cassa depositi e prestiti attiva nel supportare le imprese italiane che investono all’estero, che aprirà al Cairo la prima sede in Africa, e infine l’Ice, l’agenzia governativa che opera per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Tutti i maggiori dirigenti delle imprese e delle organizzazioni statali suddette sono intervenuti all’incontro Italia-Africa con i capi di governo e di stato africani a palazzo Madama. Significativa è stata anche la presenza della presidentessa della Commissione europea, von der Lyen, a dimostrazione della connessione tra piano Mattei e il Global Gateway della Ue. Oltre ai colossi pubblici (ma quotati in borsa e partecipati da capitali privati internazionali) e privati, è previsto il coinvolgimento nel piano Mattei di altre imprese italiane anche di dimensioni meno grandi. Del resto, Akinwumi Adesina, presidente della banca africana di sviluppo, è intervenuto recentemente a una assemblea di Confindustria esortando il settore privato e le imprese Ue a investire molto di più in Africa.

Tuttavia, al vertice Italia-Africa non sono mancate critiche da parte africana all’Italia e al governo Meloni. Il Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, ha affermato nel suo intervento d’apertura che i leader del Continente avrebbero preferito “essere consultati prima” e che “c’è la necessità di passare dalle parole ai fatti”[iii]. Dall’intervento di Faki emerge un certo scetticismo verso un cambiamento di approccio europeo all’Africa che appare più retorico che sostanziale. La ripetizione di un tipo vecchio di approccio è paventato dagli africani soprattutto per due questioni: le forniture energetiche e il controllo dei flussi migratori verso l’Ue, che era in cima all’agenda di Meloni e dei leader europei presenti a Roma. Sull’emigrazione africana Faki insiste su un approccio più economico che sicuritario.

Il punto, infatti, è che il governo Meloni, fedele all’antica tradizione coloniale italiana, cerca di ritagliarsi uno spazio nella corsa all’accaparramento delle risorse, soprattutto energetiche, dell’Africa, un’area dove l’Europa sta subendo negli ultimi anni la forte concorrenza di altri Paesi, per lo più emergenti, quali la Russia, l’India, la Turchia e la Cina. Emblematica è la difficoltà della Francia, che, già presente anche militarmente in Africa, recentemente è stata cacciata da alcuni paesi africani, come il Niger, che l’hanno sostituita con la Russia.

Di particolare importanza è il ruolo della Cina, che ha dato vita, nell’ambito della Nuova via della seta (Belt and Road Initiative), a un’intensa relazione con molti stati africani, basata sullo scambio tra materie prime e costruzione di infrastrutture utili all’economia dei paesi. Il Global Gateway (300 miliardi di cui la metà destinati all’Africa) vuole essere la risposta europea alla Cina. C’è da vedere se gli africani daranno credito alle dichiarazioni degli europei e dell’Italia, anche perché ora – a differenza di cinquanta o anche solo dieci anni fa – esiste una concreta alternativa all’Europa e gli africani si trovano nella condizione inedita di poter scegliere i propri interlocutori economici.

Note

[i] Su questo si può vedere di Angelo del Boca, Italiani brava gente? Neri Pozza, Milano 2005.

[ii] Il dato sulle vittime civili della battaglia del “check point pasta” è stato riferito a chi scrive da un maggiore della brigata paracadutisti “Folgore”, durante una conversazione nel corso di una ricerca sociologica presso la sede della brigata.

[iii] Alberto Magnani, Faki (UA): ora passare dalle parole ai fatti, “Il Sole 24 ore”, 30 gennaio 2024.

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30/01/2024

Piano Mattei: grandi ambizioni, scarse possibilità

Il governo Meloni ha ufficialmente presentato il “Piano Mattei per l’Africa” nella giornata di ieri a Roma. “Il Piano Mattei può contare su una dotazione iniziale di oltre 5,5 miliardi di euro tra crediti operazioni a dono e garanzie”, ha detto la premier Giorgia Meloni, aprendo la conferenza Italia-Africa nell’Aula del Senato. Meloni ha aggiunto che dei 5,5 miliardi, “circa 3 miliardi arriveranno dal fondo italiano per il clima e circa 2,5 miliardi dalle risorse della cooperazione allo sviluppo. Certo, non basta – ha aggiunto – per questo vogliamo coinvolgere le istituzioni internazionali e altri stati donatori”.

Si può ben dire che se l’intenzione è buona, la dotazione economica che lo sostiene appare piuttosto gracile, ed anche lo standard di credibilità politica dell’Italia in Africa non è più quello di trenta anni fa. Non solo. Neanche l’Africa è più quella di tre-cinque anni fa. L’Italia quindi non ha rendite di posizione da sfruttare, tutt’altro.

Secondo il quotidiano francese Le Monde, espressione di uno storico competitore dell’Italia in Africa, “a differenza della Francia, che si ritira sul continente, Roma, che vi considera intatta la sua immagine, è lieta di sfuggire alle accuse di neocolonialismo, e si atteggia quindi a facilitatore delle relazioni euro-africane. Per Meloni, sia la geografia che la politica predispongono la penisola italiana a diventare un ponte tra i due continenti. A questa idea si affianca un’aspirazione molto concreta a fare dell’Italia un hub tra le risorse energetiche africane e i mercati europei”.

Diversamente il giornale Politico scrive che “vista l’ambizione del progetto, Meloni sta facendo una scommessa significativa. Il successo potrebbe fornire il riconoscimento mainstream che brama come statista conservatrice internazionale; ma l’Africa è un luogo enorme e complesso, e il frutto della sua strategia, se ce ne sarà, potrebbe richiedere anni se non decenni per maturare”. Il giornale statunitense aggiunge che “il piano di Meloni contiene molte potenziali insidie, dicono i critici, a partire dal fatto che i leader africani compreranno ciò che il leader italiano sta vendendo”.

Al vertice di Roma hanno partecipato i rappresentanti di 45 paesi africani tra cui i presidenti di Comore, Congo, Eritrea, Ghana, Guinea Bissau, Kenya, Mauritania, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Senegal, Somalia, Tunisia, Zimbabwe; i vicepresidenti di Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea Equatoriale, i primi ministri di Cabo Verde, Eswatini, Etiopia, Gibuti, Libia, Marocco, Sao Tomé e Principe, Uganda; i ministri degli Esteri di Algeria, Angola, Congo, Ciad, Egitto, Malawi, Madagascar, Ruanda, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Togo, Zambia, Sud Africa; gli ambasciatori di Botswana, Camerun, Mauritius, Lesotho, Namibia, Seychelles.

Diversi presidenti africani hanno preferito rimanere nel continente per seguire le partite delle varie nazionali nella Coppa d’Africa.

Presenti al vertice anche il presidente dell’Unione africana Azali Assoumani e il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki. Quest’ultimo ha gelato la Meloni quando nel suo intervento ha sottolineato che l’Unione Africana non era stata consultata per la convocazione del vertice in Italia. Ma a molti sarà anche tornata in mente l’imitazione dello stesso Faki da parte di due comici russi che ingannarono in uno scherzo telefonico proprio la Meloni alcuni mesi fa.

A presentare “i pennacchi” si sono precipitate a Roma anche le massime autorità europee come la Von Der Leyen, Michel e la Metsola. E fin troppo spesso le foto immagini del vertice hanno visto più primi piani degli invitati europei piuttosto che di quelli africani.

Il governo Meloni spera dunque di lasciare un’impronta sul piano dell’iniziativa internazionale e si dice pronto a investire in Africa per avere in cambio un forte contenimento dei flussi migratori.

Il piano Mattei è sotto il controllo diretto della Meloni e con una cabina di regia composta dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e dal ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Collaborano all’iniziativa anche la Conferenza delle regioni, l’Agenzia italiana per la cooperazione e quella per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, ma soprattutto Cassa Depositi e Prestiti, la Sace, e la Simest che supporta la presenza internazionale delle imprese italiane.

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