Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2026

Ursula von der Leyen si incorona führer europeo

Fin dalle prime battute del “Discorso sullo stato dell’Unione Europea” letto da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento continentale è difficile, per un cittadino-suddito di questo insieme, non provare imbarazzo e rabbia.

Sentirsi dire che “Si tratta di un’Europa che sta assicurando la sua prosperità. Che si sta liberando dalla sua dipendenza tossica dai combustibili fossili russi. Questa è diventata la più grande potenza commerciale del pianeta. Ciò sta trasformando la sua politica industriale, pur sostenendo il nostro modello sociale unico” fa dubitare fortemente della sanità mentale della facente funzioni di presidente della Commissione (il “governo” della UE).

Un continente che vede sciogliersi come neve al sole il suo apparato industriale, a partire proprio da quella Germania che ha scelto questa aristocratica a digiuno di politica fin oltre i 40 anni (i 100.000 licenziandi di Volkswagen sono solo la prima pietra di una frana ciclopica). Che paga l’energia, ora, quattro volte di più rispetto a meno di cinque anni fa. Che ha perso valanghe di partner commerciali per seguire le sanzioni imposte dagli Usa o quelle decise in proprio. Che è costretto a sperare nella costruzione di droni e carri armati per sostituire quella di automobili ed elettrodomestici. Un continente così, la prosperità, la trova solo nei lontani ricordi...

E infatti VdL prosegue suonando la tromba di guerra: “Questa è un’Europa più capace di difendersi che mai. Un [soggetto] che ha radicalmente rivisto il proprio approccio per mettere in sicurezza le nostre terre. Che ha aumentato la spesa per la difesa di quasi l’80% solo negli ultimi cinque anni”. In barba all’austerità di bilancio, ottenuta tagliando (o prevedendo di farlo) tutta la spesa sociale che caratterizzava il “modello europeo”. Ossia la sua prosperità sociale...

Ma questo è solo l’incipit, e non serve a molto seguire le contorsioni ridicole del suo discorso. Meglio evidenziarne le “novità”.

La signora ha infatti annunciato, tra grandi cenni di assenso del premier Mark Carney, ospite d’onore in aula, che il Canada diventerà presto ‟membro associato” dell’Unione Europea.

Piccolo problema: nessuno degli attuali paesi membri ne sapeva ufficialmente nulla. Certo, è possibile che in qualche misura fosse stato accennato ai vari premier, ma le facce stupite di buona parte degli europarlamentari dimostra che questa “informazione secretata” non era circolata granché. Quindi non ha le caratteristiche di una “decisione concordata”, neanche informalmente.

Secondo problemino, più istituzionale. La formula del “membro associato” non esiste in nessun trattato costitutivo dell’Unione. O sei effettivo, o sei “candidato”, ovviamente sottoposto ad una serie di verifiche (cambiamenti delle leggi nazionali per adeguare la struttura interna compatibilmente con i trattati europei).

Ma il Canada non è il Kosovo o l’Albania, bensì un membro autorevole del G7. Ergo “si deve” fare uno strappo alle regole, anche perché il contrasto tra quel paese e l’America di Trump è questione freschissima, che richiede risposte in tempo reale.

Qui cascano – ci sembra – tutti gli asini “europeisti”, quelli che ancora adesso passano il tempo nei talk show a spiegarci che questa UE è una costruzione favolosa, rispettosa delle regole e della legalità, fondamentalmente paritaria e “democratica” ancorché “di secondo grado” (la formazione del “governo” continentale avviene distribuendo incarichi ai personaggi indicati da ogni singolo Stato nazionale, uno per paese).

Che la presidente della Commissione possa decidere in autonomia di ammettere un nuovo membro secondo una formula non prevista da alcun trattato – se la UE fosse una cosa seria – è certamente un atto illegale.

E non è l’unico, né forse il principale. Von der Leyen sembra insomma muoversi come se fosse Donald Trump, ossia un presidente reazionario, proto fascista, ma ufficialmente eletto con voto popolare. Mentre lei, oltre ad avere un indice di gradimento decisamente basso tra i cittadini europei (solo il 20% le dà un giudizio positivo), è persino sconosciuta ad altrettanti intervistati da un sondaggio di Public First. Un führer poco amato e semi-sconosciuto, ancora nell’ombra...

Ma non è la sola “illegalità” indicata nel suo discorso. Né forse la più grave.

Tutta l’esistenza della UE viene infatti declinata in termini di guerra. Lo spunto sono ovviamente le “minacce ibride” che, giura, ‟diventano sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Inutile fare l’elenco quotidiano degli avvistamenti di droni “presumibilmente russi”, blackout elettrici, disturbi alla telecomunicazioni, articoli di giornale non graditi, e quant’altro viene registrato dai media sotto questo titolo.

La signora passa direttamente alle contromisure. Tutte ovviamente militari e informative, per sviluppare capacità “contro ibride” non meglio specificate.

Il tutto per dar vita ad un ‟Protocollo di sicurezza d’emergenza”, sulla falsariga dell’articolo 4 della Nato, che vincoli tutti gli Stati membri ad applicare le misure decise dal braccio militare della Commissione. Che ancora non esiste, ma sarà presto creato, ovvio...

Un protocollo, fra l’altro, attivabile ogni volta che ‟secondo uno dei Paesi membri” sia minacciata la sua integrità territoriale, la sua indipendenza politica o la sua sicurezza. “Secondo”… Non serve un fatto o una prova, basta una “impressione”...

Immaginiamo l’Estonia della svalvolata “ministra degli esteri” Kaja Kallas – un milione e 300mila abitanti, meno della sola Milano – chiamare aiuto perché “secondo il governo” si stanno accumulando “minacce” nei suoi confronti. Che si fa? Si va tutti in guerra?

No, prima bisogna creare e far comandare un Consiglio di Sicurezza Europeo che valuterà l’entità delle “minacce” e disporrà le opportune contromisure. Vincolanti per tutti e 27 i paesi.

Come per la politica di bilancio dei singoli Stati, insomma, ci sarà un’“agenzia militare” composta secondo i normali criteri UE (uno o più rappresentanti per ogni paese) che deciderà della vita e della morte di quasi mezzo miliardo di persone – i cittadini UE sono 450 milioni – sulla base delle convinzioni più o meno informate di un gruppetto di “esperti”.

In barba ad ogni Parlamento e quindi ad ogni rappresentanza popolare, concentrando tutti i poteri decisivi – quello di far guerra è in cima a qualsiasi lista – in pochissime mani. Per di più manipolabili, vista la quantità di lobbies legali e non che circonda i palazzi della UE.

Ma “è necessario, per difendere la democrazia”, no?

P.s. Intervenendo stamattina al Parlamento Europeo, Mark Carney ha preso in misura sostanziale le distanze dalla “frettolosa” scelta di Ursula VdL di ammettere il Canada nell’Unione Europea come “paese associato”. Ha educatamente apprezzato l’offerta – “Accogliamo con favore questa ambizione”, anche perché “I sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza dei canadesi è favorevole a legami molto più stretti”.

Stretti, ma ancora indeterminabili e comunque tutti da discutere nelle sedi istituzionali del suo Paese. “Ci saranno dibattiti e ci sarà una votazione in Parlamento, ma a questo punto, questo è solo l’inizio del processo”.

Il che ripropone la domanda iniziale: ma la signora VdL, ci sta con la testa?

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07/09/2026

Nazisti al governo in Sassonia. È merito dei liberali

di Giorgio Cremaschi

La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra.

I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i liberaldemocratici, quelli dei supremi valori occidentali, che diventavano valori in borsa per i ricchi e tagli dei salari e dei diritti sociali per tutti gli altri. Sono i governi e i campi più o meno larghi che, invece di rafforzare, hanno smontato lo stato sociale, che era il vero baluardo democratico in Europa.

Sono i liberali e i socialdemocratici che assieme alle destre hanno votato al Parlamento Europeo che il comunismo è come il nazismo. E il nazismo è risorto dalle ceneri dove l’aveva sepolto prima di tutto l’Armata Rossa sovietica.

Sono loro, i cosiddetti europeisti, i governanti “volonterosi” di armi e guerra, che hanno smontato pezzo dopo pezzo l’economia di pace per fare armi e per riportare l’Europa al fronte contro la Russia. E tra costoro spicca proprio Merz, il più impopolare capo di governo della Germania dal 1945, che ha appena varato un programma di miliardi di riarmo finanziato anche con il taglio delle pensioni.

Stiano tranquilli i guerrafondai, se AFD dovesse andare al governo continuerà la guerra, come fa Meloni. Trump ha mostrato che l’estrema destra non vuole la pace, ma il dominio feroce sulla società. E poi c’è sempre il sostegno ad Israele che unisce liberali e fascisti,

Cosi i padroni di Cernobbio si sono messi avanti con il lavoro, offrendo un bel palco a Vannacci.

Guai a legittimare o sottovalutare i fascisti, state sicuri che un modo per far capire chi siano lo trovano sempre. Ma la colpa del loro ritorno è di Draghi, che ha voluto farci scegliere tra condizionatori e cannoni, nell’epoca della crisi climatica. La colpa è di Ursula von der Leyen, che vuole 800 miliardi di armi, e che fa proclami di guerra. È colpa loro, di chi sta con loro e di chi si allea con chi sta con loro.

Non mi venite a parlare di antifascismo se prima non siete disposti a spazzar via chi il fascismo l’ha fatto rinascere.

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02/09/2025

L’interferenza GPS fantasma della propaganda antirussa di Bruxelles

Ieri, mentre i rappresentanti di una fetta importante del mondo discuteva al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la presidente della Commissione Europea von der Leyen girava per l’Est Europa a perorare la causa della guerra senza fine contro la Russia, pur non avendo né un capitale politico né uno materiale per farla.

L’obiettivo doveva essere quello di preparare il terreno dell’opinione pubblica per l’ennesimo vertice dei volenterosi, giovedì a Parigi. Ma poiché nessuno si fila la UE, allora von der Leyen ha dovuto tirare fuori il coniglio dal cilindro per provare a suscitare una bella ondata di sdegno contro “l’orco” Putin, come ha detto Macron: inventarsi una fake news intrisa di propaganda antirussa.

Questa volta la questione ha riguardato l’aereo della politica tedesca. Stando alle notizie diffuse, il velivolo su cui viaggiava la presidente sarebbe stato oggetto di alcune interferenze al GPS, poco prima dell’atterraggio all’aeroporto di Plovdiv, in Bulgaria, di cui tutto il sistema di navigazione avrebbe smesso di funzionare.

I piloti dell’aereo su cui si trovava von der Leyen sarebbero stati costretti a rimanere in volo per un’ora, per poi usare strumenti analogici e carte fisiche per atterrare. La Commissione ha confermato il disturbo al segnale, mentre le autorità bulgare sospettano che dietro vi sia la mano di Mosca.

Ecco la notizia: i russi mettono in pericolo non solo la presidente di Palazzo Berlaymont, ma anche la vita di decine e decine di civili su altri velivoli e a terra. Come se, tra l’altro, al Cremlino non tenessero in considerazione che un atto del genere sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra. Peccato che, nel giro di poche ore, la fake news sia stata smascherata.

Non sono stati i fact-checker di professione, non è stato David Puente a informare l’opinione pubblica del fatto che la notizia fosse falsa. A dire il vero, non l’ha fatto nessuno, perché quando si tratta di disinformazione occidentale, allora non c’è bisogno di prove o verifiche. È stato Flightradar24, servizio di tracciamento del traffico aereo, a mostrare l’inconsistenza delle accuse.

Questo è quello che si legge in post su X: “alcuni rapporti affermano che l’aereo è stato in un circuito di attesa per 1 ora. Questo è ciò che possiamo dedurre dai nostri dati. Il volo era programmato per durare 1 ora e 48 minuti. Ha impiegato 1 ora e 57 minuti. Il transponder dell’aereo ha segnalato una buona qualità del segnale GPS dal decollo all’atterraggio”.

Flightradar24 spiega anche perché i dati danno una versione differente dalla Commissione Europea: “il segnale del transponder trasmesso dall’aereo contiene un valore NIC. Il valore NIC codifica la qualità e la coerenza dei dati di navigazione ricevuti dall’aereo. […] Il volo con Ursula von der Leyen a bordo ha trasmesso un buon valore NIC dal decollo all’atterraggio”.

Insomma, non solo non sarebbe vero che il velivolo avrebbe girato a vuoto per un’ora, prima di tentare un più rischioso atterraggio senza il supporto di vari strumenti, ma non sarebbe nemmeno vero che il GPS sia stato reso inutilizzabile da un’interferenza. Ma c’è di più, stando alle parole di Stephen Bryen, consultato da InsideOver.

Bryen è un esperto di sicurezza, che ha lavorato come analista militare e funzionario del governo statunitense: una persona che di certo sa quel che dice. A suo avviso, anche fosse vera la storia dell’interferenza, ciò non dovrebbe causare i problemi che sono stati diffusi alla stampa.

L’esperto ricorda che l’aereo usato da von der Leyen è un apparecchio commerciale, che opera sotto ‘controllo positivo’: rotta, altitudine e posizione sono monitorate da segnali di atterraggio e altri marcatori, e non dipendono esclusivamente dal GPS. Anzi, “tutti gli aerei di livello commerciale hanno sistemi di navigazione inerziale (INS), quindi non hanno bisogno del GPS”.

Bryen conclude: “non ci sarebbe assolutamente alcun motivo per disturbare il GPS di un aereo commerciale (ammesso che sia possibile), poiché non otterrebbe nulla, data la pletora di aiuti all’atterraggio e sistemi di backup, o, in altre parole, non influenzerebbe le operazioni dell’aereo”.

A corollario, l’esperto afferma che è più probabile che, se un disturbo del segnale GPS sia avvenuto, esso sia stato dovuto ad attività militari locali, magari legate a un’esercitazione presso la vicina base militare di Graf Ignatievo, a 10 chilometri da Plovdiv. Anche perché, sempre Bryen, ha messo bene in chiaro una cosa: per un’interferenza del genere sarebbe stato necessario far volare un disturbatore a ridosso del velivolo di von der Leyen, o averne uno assai potente in corrispondenza del territorio bulgaro.

Se così fosse, cioè se le autorità europee dovessero davvero credere alle loro stesse fake news, allora dovrebbero ammettere o che i russi sono riusciti a infiltrarsi fino in Bulgaria, o che hanno strumenti che possono avvicinarsi a pochissima distanza dall’aereo su cui viaggia la presidente della Commissione, o – ancora peggio – che al Cremlino hanno una super-arma capace di interferenze da centinaia di chilometri di distanza.

In ogni caso, allora, tale consapevolezza dovrebbe indurre le cancellerie europee a più miti consigli verso Mosca, e non ai soliti insulti a Putin e al popolo russo, infarciti di grezza propaganda di guerra.

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11/07/2025

Eccesso d’incapacità nelle relazioni tra UE e Cina

di Michelangelo Cocco

Ursula von der Leyen ce l’ha messa davvero tutta per far fallire il vertice annuale UE-Cina, che si svolgerà a fine mese a Pechino. E, alla fine, i continui attacchi della presidente della Commissione Europea hanno contribuito a far sì che quello del 24 luglio sarà un summit nato morto. Che, con ogni probabilità, non produrrà alcun risultato.

Infatti la visita ufficiale di von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo, António Costa, è stata accorciata a un solo giorno anziché due (come da tradizione), per l’occasione non è previsto alcun comunicato finale congiunto, il presidente cinese, Xi Jinping, non dovrebbe partecipare (lasciando tutto nelle mani del premier Li Qiang), né l’incontro del 24 sarà preceduto dall’abituale dialogo di alto livello sul commercio, per la mancanza di passi avanti in materia.

Quello che si annuncia è un confronto imbarazzante, nel cinquantesimo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Pechino e Bruxelles. Ma come si è arrivati a questo punto?

Nel quadro di relazioni bilaterali complicate, dopo l’invasione dell’Ucraina, anche dalla quasi-alleanza tra Cina e Russia, Pechino e Bruxelles avevano lavorato negli ultimi mesi a una distensione.

Poi è intervenuta l’offensiva di Donald Trump sui dazi, alla quale la leadership dell’UE, come per un riflesso pavloviano, ha risposto accettando le tariffe e cercando con gli Stati Uniti un accordo per ridurre i danni, che nuocerebbe alla Cina (alla quale i mercati Usa risulterebbero più chiusi che alla UE), che nel 2024, con l’8,3 per cento, è stata la terza destinazione dell’export dell’UE, e per la quale l’anno scorso ha rappresentato, con il 21,3 per cento, la principale fonte di importazioni.

Eccesso di capacità produttiva, restrizioni alle esportazioni dall’Ue e appoggio alla guerra della Russia sono state le accuse principali che la presidente della Commissione – soprannominata nei circoli di Bruxelles “l’americana” – ha rivolto alla Cina in un discorso durissimo pronunciato ieri davanti al parlamento di Strasburgo, durante una sessione plenaria dedicata proprio ai rapporti UE-Cina. Un attacco che segue uno analogo sferrato dalla stessa von der Leyen durante il G7 del mese scorso in Canada.

Von der Leyen ha accusato Pechino di operare al di fuori delle regole internazionali e di inondare i mercati globali «con eccesso di capacità sovvenzionata, non solo per potenziare le proprie industrie, ma anche per soffocare la concorrenza internazionale». La Cina vanta «il più grande surplus commerciale nella storia dell’umanità», ha proseguito la presidente della Commissione, «mentre le aziende europee hanno sempre più difficoltà a fare affari sul mercato cinese, dove subiscono una discriminazione sistematica».

Mentre molti dei problemi sollevati da von der Leyen sono reali (304 miliardi di euro di deficit commerciale per l’UE nel 2024, la chiusura di una serie di mercati cinesi protetti da barriere non tariffarie, tra gli altri), è chiaro che anche nell’UE si fa ricorso a sussidi statali per favorire i nuovi settori industriali, ad esempio quello dei veicoli elettrici. E che con la Cina l’UE sta ricorrendo al protezionismo.

L’ultimo caso è quello della decisione di Bruxelles di limitare gli acquisti governativi di dispositivi medici made in China, alla quale Pechino ha risposto con una misura analoga, un occhio per occhio che si aggiunge all’irrisolta questione dei dazi varati lo scorso anno dalla Commissione sui veicoli elettrici di fabbricazione cinese e alla ritorsione di Pechino sugli alcolici europei.

Quella operata dall’attuale commissione appare come una scelta eminentemente politica: nel mezzo di una guerra commerciale globale scatenata dagli Stati Uniti, si è schierata con questi ultimi mentre rifiuta un dialogo paritario con Pechino. Una scelta che pone l’UE tra due fuochi: da un lato subisce i dazi di Trump, dall’altro le inevitabili rappresaglie della Cina.

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08/07/2025

Giovedì il parlamento UE dibatterà la sifuducia a von der Leyen

Ieri il il Parlamento UE ha discusso una mozione di sfiducia contro la Presidente della Commissione europea. La mozione è stata presentata da una eurodeputata rumena della destra, che ha accusato la von der Leyen di aver abusato del suo potere nella gestione della campagna di vaccinazione contro il Covid. Come esempi, vengono citati gli sms scomparsi dello scambio tra von der Leyen e il capo della Pfizer e l’assegnazione incontrollata degli acquisti di vaccini durante la pandemia.

La mozione di sfiducia porta la firma di circa 80 europarlamentari, un numero sufficiente per forzare il dibattito e il voto nell’assemblea plenaria giovedì prossimo. Se la mozione di sfiducia ottenesse la maggioranza dei 720 eurodeputati, l’intera Commissione dovrebbe dimettersi. Finora è successo solo nel 1999, al tempo di Santer, quando la Commissione europea dell’epoca fu costretta alla dimissioni anticipate e divenne presidente della Commissione Romano Prodi.

Con il volto teso la von der Leyen ha replicato alle accuse, ben consapevole che sta lottando per la sopravvivenza del suo potere per i prossimi quattro anni.

Le accuse contro la Presidente della Commissione europea sono tutt’altro che infondate. A maggio la Corte Europea aveva annullato la decisione della Commissione di annullare gli sms tra la von der Leyen e il boss della Pfizer, dando ragione all’inchiesta del New York Times, che aveva chiesto che venissero resi pubblici. La commissione non aveva spiegato in modo plausibile perché non fosse in possesso dei messaggi di testo, aveva affermato la sentenza.

La von der Leyen ha replicato alle accuse affermando che ci sono anche “preoccupazioni legittime” ma allo stesso tempo, in qualche modo l’ha “buttata in caciara”, definendo questa mozione di sfiducia il “più vecchio copione degli estremisti”, che i gruppi di destra al Parlamento europeo intendono creare un cuneo tra le istituzioni dell’UE alimentando le “teorie del complotto”, che i firmatari della mozione sono “oppositori della vaccinazione” ed infine ribadendo il refrain oggi di moda e valido per tutte le stagioni e per qualsiasi argomento, ossia che sono “difensori di Putin”. Insomma l’anatema al quale ricorrono tutti i politici di destra e “sinistra” quando sono messi alle corde.

Facendo forza sul suo ruolo internazionale in un contesto decisamente movimentato, la von der Leyen ha lanciato un appello ai deputati: “Non facciamo i giochi degli estremisti”. Per condurre negoziati commerciali con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump o per sostenere l’Ucraina nella guerra contro la Russia, “la UE deve dare prova di forza. Questo può essere fatto solo attraverso l’unità”.

Ad aiutare la von der Leyen c’è il fatto che la mozione di sfiducia provenga dal campo della destra nell’europarlamento, con la quale però ci sono bei pezzi della “maggioranza Ursula” che non nascondono di voler interloquire.

I capigruppo parlamentari dei cristiano-democratici, dei socialdemocratici, dei liberali e dei verdi hanno detto ieri che non vogliono votare insieme ai gruppi parlamentari di destra, rendendo prevedibile che giovedì la mozione di sfiducia non raggiunga la necessaria maggioranza dei due terzi.

I leader dei socialdemocratici, dei verdi e dei liberali chiedono in cambio che von der Leyen si impegni in modo più esplicito a favore della coalizione “pro-europea” nell’europarlamento. La leader dei liberali, Valerie Hayer, ha chiesto alla Presidente della Commissione: “Chi sono i suoi veri alleati in questo Parlamento? Devi decidere. Nessuno di noi ha firmato questa mozione. Spero che tu l’abbia notato”.

Su questo aspetto è apparso più critico René Repasi, leader del gruppo della SPD al Parlamento europeo, che prima del dibattito in aula aveva dichiarato: “Chiunque pensi di poter governare l’Europa con maggioranze mutevoli si sbaglia”. Weber e von der Leyen devono riconoscere che il loro flirt con l’estrema destra è “a scapito di un’Europa stabile e capace di agire”. Il Presidente della Commissione deve tornare ad “accordi affidabili”.

Dopo il breve dibattito, von der Leyen ha lasciato direttamente la sala, livida in volto e con i suoi commissari al seguito. Appuntamento e resa dei conti sono attesi per giovedì.

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31/05/2025

L’incoronazione della von der Leyen col premio “Carlo Magno”

Quest’anno il Premio Carlo Magno, il massimo riconoscimento concesso a chi promuove i valori dell’unità europea, è stato assegnato alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. La consegna del premio è diventata l’occasione per perorare la causa della UE come attore strategico autonomo – stavolta indicato addirittura come indipendente – della competizione globale.

“È tempo che l’Europa si rialzi, che si stringa attorno al prossimo grande progetto europeo. E credo che la nostra prossima grande era, il prossimo grande progetto unificante, riguardi la costruzione di un’Europa indipendente”, ha detto la politica tedesca, alla presenza di Keir Starmer, del cancelliere tedesco Merz, del re di Spagna Felipe VI e altri esponenti del Vecchio Continente.

“Un nuovo ordine internazionale – ha aggiunto – emergerà ancor prima della fine di questo decennio. Se non vogliamo subirne passivamente le conseguenze – dentro e fuori i nostri confini – dobbiamo contribuire a plasmarlo. La storia non perdona né l’inazione né l’esitazione”. Le parole di von der Leyen delineano in maniera molto chiara l’orizzonte su cui ragiona Bruxelles.

Il Premio Carlo Magno è stato creato nel 1949 per valorizzare gli sforzi di riappacificazione europea dopo la carneficina della seconda guerra mondiale. Un’idea che, presa in maniera astratta, meriterebbe tutte le lodi possibili, ma che nella pratica è stato un incensare più o meno continuo la classe dirigente europea e il progetto comunitario, che scivola velocemente verso il riarmo e l’economia di guerra.

La presidente della Commissione esprime la consapevolezza che il mondo unipolare guidato da Washington va finendo, e che nella nuova configurazione multipolare che si va delineando la UE deve esprimere una posizione indipendente, anche dagli storici alleati oltreoceano. Dentro i confini, nel processo di integrazione e allargamento della comunità europea, e fuori, come potenza militare.

Il primo compito indicato da von der Leyen è “sviluppare una nuova forma di ‘Pax Europea’ per il XXI secolo, plasmata e gestita dall’Europa stessa”. Parole che ricordano in maniera inquietante il concetto di Pax Britannica, propagandata durante l’epoca vittoriana per il suo impero, mentre Londra metteva a ferro e fuoco mezzo mondo con le sue imprese coloniali.

Impiega poco tempo la politica tedesca, infatti, a passare dalla ‘pace europea’ al fatto che questa si costruisca con lo scontro muscolare con gli avversari strategici, e la Russia in primis. Questa prospettiva è sostenuta attraverso una retorica da avventurismo bellico e azionistico che si ricollega a una sorta di passato da protagonista dell’Europa.

Ma cosa significa quando von der Leyen dice che il Vecchio Continente deve “riscoprire lo spirito di audacia, azione e rinnovamento”? Riscoprirlo rispetto a quale passato? A quello del dominio coloniale, della Pax Britannica? O a quello dell’ultimo grande progetto per l’unificazione dell’Europa, per ridargli il ruolo di centralità che stava perdendo: la conquista del Vecchio Continente da parte del nazismo? 

Troppo spesso si dimentica che il nazismo rivendicava proprio tale orizzonte continentale. Lo si dimentica solo nella ‘vulgata’ ufficiale, dato che l’ex ministro dell’economia francese Bruno Le Maire disse esplicitamente: “il nazismo fu un progetto folle, pericoloso, suicida, ma era un progetto politico di cui oggi l’Unione europea è la risposta agli antipodi”. Cioè ne è speculare.

Riassumendo, rispetto alla strada che deve imboccare la UE, von der Leyen ha sostanzialmente affermato la necessità di investire massicciamente in sicurezza e difesa, di sviluppare il mercato unico, di aumentare il numero dei membri (lo sguardo è rivolto innanzitutto a Kiev), di promuovere i partenariati commerciali e l’innovazione.

Di fare tutto questo con lo scopo di rendere la UE una realtà politica a tutto tondo, una nuova potenza del mondo multipolare, indipendente e capace di determinare l’ordine globale che verrà. E di farlo usando innanzitutto le armi, e con uno spirito che si collega direttamente alla tradizione degli imperi europei, che siano quello di Carlo Magno o quelli novecenteschi.

Quelli, insomma, che hanno prodotto le due guerre mondiali...

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15/05/2025

Ursula sull’orlo del baratro per il contratto con Pfizer

Le grandi crisi, quelle che investono grandi istituzioni, sfornano sempre anche piccole miserie individuali che, quando coinvolgono personaggi di primo piano, danno la cifra del degrado cui erano giunte le istituzioni.

Se poi stiamo parlando della presidente dell’Unione Europea – quel barocco edificio che ci era stato venduto come il toccasana per gli storici limiti della politica e dell’etica pubblica italiota – allora la dimensione dello scatafascio assume proporzioni catastrofiche.

Anche se parte da un fatterello apparentemente secondario.

Ieri il Tribunale dell’UE ha sentenziato che la Commissione europea ha sbagliato a rifiutare la diffusione alla stampa degli SMS scambiati tra Ursula von der Leyen e l’AD di Pfizer, Albert Bourla, durante il picco della pandemia di Covid-19.

Poca roba, si viene indotti a pensare. Ma è esattamente l’opposto.

L’esistenza dei messaggi – inizialmente non confermata dalla Commissione – è emersa in un’intervista concessa dalla stessa von der Leyen al New York Times nel 2021. Si era insomma chiamata in causa da sola...

Si era in piena stagione Covid e l’“Europa”, che si era affidata completamente al “libero mercato”, scopriva all’improvviso di non avere la capacità tecnologica di produrre le dosi di vaccino necessarie a contrastare una pandemia che stava già falciando la popolazione a decine di migliaia.

Serviva una decisione per porvi rimedio e “la politica”, ai massimi livelli, doveva intervenire. Ursula von der Leyen come presidente della Commissione, a maggio 2021, raggiunse un accordo con la società farmaceutica statunitense Pfizer-BioNTech, finalizzato all’acquisto di fino a 1,8 miliardi di dosi del vaccino da parte dell’UE. Era il contratto di gran lunga più grande tra tutti quelli firmati da Bruxelles.

Nessun dubbio che dei vaccini andassero acquistati, ci mancherebbe. E nessun problema anche per il fatto che le procedure, in quel caso dovessero essere necessariamente rapide, senza “gare d’appalto con regole europee”. Ma ogni contratto di quelle dimensioni deve essere – secondo le stesse “regole dell’Unione Europea” – assolutamente trasparente non solo nella stesura finale, ma anche in ogni passaggio preparatorio.

In sintesi: perché, in un panorama che offriva diverse soluzioni “di mercato”, fosse stato scelto proprio il prodotto di Pfizer anziché quelli di Moderna, AstraZeneca, magari la cubana Soberana e qualcun altro. Ma anche in che modo fosse stato stabilito il pezzo. E quali fossero le “condizioni a contorno” di un contratto talmente oneroso (quasi 20 miliardi di euro).

Grandi affari e gradi corruzioni vanno di solito a braccetto, del resto. Meglio essere assolutamente trasparenti... O no?

E qui cadde l’asino, o meglio von der Leyen e tutta la Commissione (il “governo” della UE). Quando una giornalista dello stesso New York Times chiese di poter accedere agli sms scambiati tra Ursula e l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, durante la contrattazione, la Commissione rispose che “non erano più a disposizione”. Cancellati o perduti, ma comunque non considerabili come “documenti da conservare”.

Il che getta più di qualche ombra su tutta la contrattazione. Va infatti considerato “documento” ogni messaggio scambiato tra le parti, e non soltanto i “testi ufficiali” (lettere contenenti proposte, indicazioni operative, ecc.). E sicuramente gli sms tra i due leader (della Ue e di Pfizer) dovevano contenere qualcosa relativo alla contrattazione, non soltanto – o anzi per nulla – “questioni private”.

Altrimenti sarebbe fin troppo facile per qualsiasi corrotto, a qualsiasi livello, invocare la privacy relativamente a telefonate, sms, mail, “pizzini” e quant’altro.

Tanto più che lo stesso Bourla, in un’altra intervista al New York Times, aveva descritto gli scambi con von der Leyen come fonte di “profonda fiducia” e “facilitatori della negoziazione” dell’accordo sui vaccini.

Ora la Commissione – cioè la diretta interessata, la presidente – dovrà spiegare perché ha ritenuto che quei messaggi fossero “ininfluenti” per arrivare alla firma del contratto miliardario. Oppure renderli noti.

Nel primo caso si renderebbe non più credibile come “garante della trasparenza” delle decisioni continentali. Nel secondo, con tutta probabilità, fornirebbe anche le prove provate della propria corruttibilità e/o incompetenza.

Siamo quindi all’inizio della fine della carriera di un personaggio improbabile, vanesio, guerrafondaio e “presenzialista” che fin dall’inizio – in Germania – aveva combinato disastri come ministro della difesa, sollevando in molti osservatori la domanda: ma da dove vien fuori questa aristocratica che fino all’età di 43 anni aveva fatto soltanto la madre casalinga (ben sette figli, ma aveva i mezzi per mantenerli nell’agiatezza...), nonché appassionata di equitazione, cooptata all’improvviso come parlamentare della Cdu in quanto figlia di Ernst Albrecht (uno dei pochi democristiani di spessore nel primo dopoguerra tedesco)?

Ma un’istituzione che seleziona i propri membri di spicco in base al dna familiare (con forti componenti del regime nazista anteguerra) è un’istituzione che vive guardando al passato. E che perciò non ha futuro. Non lo merita.

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19/03/2025

Meloni al Senato “galleggia” sul riarmo europeo. Inaccettabile ipocrisia su Gaza

Intervenendo al Senato, alla vigilia del Consiglio Europeo di giovedì e venerdì prossimi, la Meloni ha presentato le linee guida con cui il governo italiano si presenterà al vertice. “È un momento decisivo per il destino dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente che richiede consapevolezza del tempo grave che stiamo attraversando, che richiede quindi lealtà e responsabilità”.

Che la premier abbia dovuto mediare la sua relazione, all’interno della propria maggioranza di governo tra le posizioni piuttosto divaricanti di Forza Italia e della Lega, è emerso nitidamente da come si è dovuta “barcamenare” nel suo intervento in aula.

La Meloni ha spiegato che “come da tre anni a questa parte, tema centrale del Consiglio europeo in materia geopolitica sarà la guerra di invasione russa all’Ucraina. In questi giorni ho sentito molte ricostruzioni che non ho condiviso e voglio cogliere questa importante occasione per ribadire alcuni punti fermi, e per me centrali”.

A proposito dei negoziati tra Russia e Ucraina, ha affermato di “salutare positivamente questa nuova fase e sosteniamo gli sforzi del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in questo senso”.

“L’Italia – ha proseguito – considera la proposta di cessate il fuoco concordata l’11 marzo a Gedda da Stati Uniti e Ucraina un primo, significativo, passo di un cammino che deve portare a una pace giusta e duratura per l’Ucraina, con garanzie di sicurezza solide, efficaci e di lungo periodo, per l’Ucraina stessa, per l’Europa nel suo complesso, e per i nostri alleati americani, che non possono permettersi di siglare un accordo di pace violabile”.

“Questo passo in avanti – ha aggiunto – è stato accompagnato positivamente dall’immediato ripristino delle forniture militari e dei servizi di intelligence americani a vantaggio di Kiev”.

“Sono giornate delicate – ha sottolineato ancora la Meloni – nelle quali io credo che sia più che mai necessario astenersi dal rincorrere il commento ad ogni singola dichiarazione di ogni protagonista in campo, lavorando invece intensamente sul piano diplomatico, fuori dal clamore, alla ricerca di un difficile equilibrio che possa soprattutto garantire all’Ucraina un futuro sicuro e a noi la serenità che i cittadini vogliono tornare ad assaporare. Ma per farlo, intendiamo continuare a insistere su quello che per noi non è soltanto un pilastro culturale e di civiltà, ma un banale dato di realtà: non è immaginabile costruire garanzie di sicurezza efficaci e durature dividendo l’Europa e gli Stati Uniti”.

Meloni in Senato ha anche ribadito che “l’invio di truppe italiane in Ucraina non è mai stato all’ordine del giorno così come riteniamo che l’invio di truppe europee proposto da Francia e Regno Unito sia un’opzione molto complessa, rischiosa e poco efficace”.

Non chiamatelo riarmo, chiamiamolo difesa... fa meno “brutto”

Quanto al tema del riarmo europeo contenuto nel Piano Von der Leyen, Meloni ha osservato che “rafforzare le nostre capacità di difesa significa occuparsi di molte più cose rispetto al potenziamento degli arsenali”. Occorre quindi un approccio a 360 gradi, perché “senza difesa non c’è sicurezza, senza sicurezza non c’è libertà”.

Furbescamente Meloni (ma non solo lei, a essere onesti) ha spiegato che avrebbe evitato la parola “riarmo”. “Quando abbiamo proposto di rinominare il piano utilizzando ad esempio le parole Defend Europe, non abbiamo posto una semplice questione semantica o nominalistica, abbiamo proposto una questione di sostanza, di merito”.

La parola “riarmo” ovviamente inquieta l’opinione pubblica (e i sondaggi lo dimostrano), mentre la parola “difesa” appare meno inquietante nella forma. Nella sostanza basta pensare che le truppe israeliane pretendono di essere definite “forze di difesa” ma poi massacrano e bombardano i palestinesi senza pietà.

Ma i soldi per il riarmo dove si prendono? Boh!

Relativamente al boom di spese militari, Meloni ha affermato che gli 800 miliardi indicati per finanziare il piano “non sono né risorse che vengono tolte da altri capitoli di spesa né risorse aggiuntive europee. L’Italia si è opposta con fermezza alla possibilità che una quota dei fondi di coesione venisse automaticamente spostata sulla difesa” ed “è una battaglia che abbiamo vinto. L’Italia non intende distogliere un solo euro dalle risorse della Coesione”.

Ovviamente ha negato su tutto il fronte (i soldi non si prendono da qui, non si prendono da là), ma ha glissato sulla questione decisiva: ma allora dove si prendono i soldi per riarmare l’Europa?

Giù le mani da Trump

“È giusto che l’Europa si attrezzi per fare la propria parte, ma è nella migliore delle ipotesi ingenuo, nella peggiore folle, pensare che oggi possa fare da sola, senza la Nato, fuori da quella cornice euro-atlantica che per 75 anni ha garantito la sicurezza dell’Europa e che in questi ultimi 3 anni ha consentito all’Ucraina di resistere”, ha detto.

“Chi ripete ossessivamente che l’Italia dovrebbe scegliere tra Europa e Usa lo fa strumentalmente, per ragioni di polemica domestica o perché non si è accorto che la campagna elettorale americana è finita, dando a Donald Trump – piaccia o no – il mandato di governare e di conseguenza ai partner occidentali di fare i conti con questa America. Chi per ragioni diverse alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico, non fa che indebolire l’intero Occidente, a beneficio di ben altri attori”, ha messo in guardia la presidente del Consiglio.

“Non è un tempo facile quello nel quale ci è stato dato il compito di guidare questa Nazione. Il quadro è in continua mutazione, e le nostre certezze continuano a diminuire. Ma c’è una certezza che per me non viene meno. Con una visione chiara, un po’ di coraggio, concentrandosi solo sulle cose davvero importanti, e mantenendo come principale bussola di riferimento il suo interesse nazionale, l’Italia ha tutte le carte in regola per attraversare anche questa tempesta”.

Su Gaza ipocrisia a piene mani

Nel passaggio del discorso sulla ripresa del massacro dei palestinesi a Gaza, Meloni ha eseguito un capolavoro di – inaccettabile – ipocrisia: “Seguiamo con grande preoccupazione la ripresa dei combattimenti (???) a Gaza che mette a repentaglio gli obiettivi ai quali tutti lavoriamo: il rilascio di tutti gli ostaggi e una fine permanente delle ostilità così come il pieno ripristino di una piena assistenza umanitaria nella Striscia”, ha affermato la premier in Senato.

I combattimenti a Gaza li ha visti solo Meloni, tutto il resto del mondo ha visto dei bombardamenti israeliani nella notte che hanno provocato centinaia di vittime tra i palestinesi.

“L’Italia – ha detto ancora – accoglie con favore il Piano di ricostruzione presentato al vertice del Cairo lo scorso 4 marzo dai Paesi arabi. Per poter muovere verso una sua applicazione, nella prospettiva più ampia di una pace stabile e duratura e della soluzione politica a due Stati, è però necessario che Hamas rilasci gli ostaggi e deponga le armi”. Le responsabilità israeliane che in una sola notte hanno ammazzato centinaia di palestinesi sono del tutto scomparse.

Ma se Meloni si è arrampicata sugli specchi per tenere insieme il servilismo a Trump e la lealtà alla Ue, per non indicare dove si prenderanno i soldi per il riarmo europeo, per edulcorare le parole e per rendersi ancora una volta complice del terrorismo di stato israeliano, i suoi oppositori non sono da meno.

Le contorsioni del PD: il libro bianco sul riarmo va “revisionato radicalmente”... ma in fondo va bene

Dopo una mediazione all’interno del proprio partito, la risoluzione presentata dalla segretaria Elly Schlein ha attestato il PD sulla linea della richiesta di una “revisione radicale” del piano von der Leyen.

Nel gioco di equilibri, anche la minoranza favorevole al Piano Von der Leyen può sventolare un risultato raggiunto: quello di definire il Libro bianco un «avvio del percorso di discussione per la costruzione di una difesa comune». Era stato proprio sul voto sul Libro bianco che si era consumata la frattura in Europa nella delegazione dem.

Il nodo è il punto 8 della risoluzione. Da una parte c’è la richiesta di una «radicale revisione» del ReArm che va «nella direzione di favorire soprattutto il riarmo dei 27 Stati membri» perché «non risponde all’esigenza indifferibile di costruire una vera difesa comune» e di «un percorso di investimenti comuni in sicurezza realizzati non a detrimento delle priorità sociali, di coesione e sviluppo dell’Unione».

Dall’altra, appunto, il giudizio positivo sul Libro bianco della difesa europea. «Siamo soddisfatti perché la parte sul libro bianco contiene le nostre indicazioni sull’utilizzo di strumenti già disponibili per gli investimenti in difesa». Tutto e il suo contrario.

Draghi e Von der Leyen: “L’Europa deve prepararsi alla guerra”

Poco prima della Meloni, nelle aule parlamentari era intervenuto Mario Draghi di fronte alle commissioni riunite di Camera e Senato. L’autore del rapporto che la Von der Leyen ha trasformato in un manifesto politico/strategico per l’imperialismo europeo, aveva chiarito che “occorre definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei per lingua, metodi, armamenti e che sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale” e che “Dal punto di vista industriale ed organizzativo questo vuol dire favorire le sinergie industriali europee concentrando gli sviluppi su piattaforme militari comuni (aerei, navi, mezzi terresti, satelliti) che consentano l’interoperabilità e riducano la dispersione e le attuali sovrapposizioni nelle produzioni degli Stati membri”.

Intervenendo alla Royal Danish Military Academy la Von der Leyen ci ha fatto sapere che “Se l’Europa vuole evitare la guerra deve prepararsi alla guerra”. La presidente della Commissione europea ha lanciato lo slogan “Readiness 2030” (“Pronti per il 2030”) che significa “aver riarmato e sviluppato le capacità per avere una deterrenza credibile. ‘Readiness 2030’ – sottolinea la Von der Leyen – significa avere una base industriale della difesa che costituisca un vantaggio strategico. Ma per essere pronti per il 2030 dobbiamo agire ora… E domani presenteremo una tabella di marcia per la ‘Readiness 2030”.

Le furbate della politica italiana ormai hanno vita breve. Occorre scegliere tra pace e guerra, non si galleggia più.

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18/03/2025

Trump - Putin, primo round “positivo”

Bocche cucite, più o meno, al termine delle quasi due ore di colloquio telefonico tra Donald Trump e Vladimir Putin. I portavoce ufficiali non dicono molto in merito ai temi trattati e sui punti più controversi – le reciproche “linee rosse” – su cui i due presidenti si sarebbero trovati d’accordo. Ma certamente debbono essere più d’uno, perché da entrambe le parti ci si è affrettati a dire che la chiacchierata “è andata molto bene”.

Più entusiasta ed ecumenico Kirill Dmitriev, inviato speciale di Vladimir Putin per la cooperazione economica e di investimento internazionale: «Sotto la guida del presidente Putin e del presidente Trump, oggi il mondo è diventato un posto molto più sicuro. Storico!», ha affermato in un post ripreso da tutti i media.

Alcuni risultati immediati sono stati però raggiunti e subito resi noti, anche per corroborare la comunicazione “ottimistica” intorno alla prima presa di contatto che riguarda la guerra in Ucraina.

Putin avrebbe quindi appoggiato l’idea di Trump di una “rinuncia reciproca” di Russia e Ucraina agli attacchi alle infrastrutture energetiche entro 30 giorni e avrebbe impartito subito tale ordine all’esercito. I media europei, naturalmente, ignorano il “reciproco”, cercando di presentare l’iniziativa come un “cedimento” russo.

Un altro risultato dei negoziati è un accordo sullo scambio di prigionieri di guerra tra Russia e Ucraina, che si svolgerà secondo la formula 175 a 175.

Inoltre, come gesto di buona volontà, la Russia consegnerà a Kiev 23 militari ucraini gravemente feriti.

Nel corso della conversazione, i leader dei due Paesi avrebbero affrontato anche il tema della sorte delle unità delle Forze armate ucraine rimaste nella regione di Kursk. “In relazione al recente appello di Donald Trump a risparmiare la vita dei militari ucraini circondati nella regione di Kursk, Vladimir Putin ha confermato che la parte russa è pronta a lasciarsi guidare da considerazioni umanitarie e, in caso di resa, garantisce la vita e un trattamento dignitoso dei soldati delle Forze armate ucraine in conformità con le leggi russe e il diritto internazionale”, si legge nella dichiarazione del Cremlino.

“Dopo aver confermato il suo impegno fondamentale per una risoluzione pacifica del conflitto, il Presidente russo ha dichiarato la sua disponibilità a lavorare con i suoi partner americani per esplorare a fondo possibili modi per raggiungere un accordo che dovrebbe essere globale, sostenibile e a lungo termine. E, naturalmente, bisogna tenere conto dell’assoluta necessità di eliminare le cause profonde della crisi, gli interessi legittimi della Russia nel settore della sicurezza”.

Illuminanti le intenzioni criminali dei vertici dell’Unione Europea, che sembrano aver sposato l’idea che “finché c’è guerra c’è speranza”. Il Consiglio europeo, prima della telefonata, ancora si teneva sul generico: «non può essere ignaro di ciò che succede. Speriamo che i risultati siano buoni. C’è stato un sostegno generale da parte degli stati membri dell’Unione europea alla proposta di cessate il fuoco avanzata da Stati Uniti e Ucraina. Ovviamente, per noi come Unione europea, è molto importante che ciò faccia parte di un percorso che non solo continui a garantire la sicurezza dell’Ucraina, ma porti anche a una pace piena, giusta e duratura. Se questo è il risultato, bene. Ma come sapete, nulla è garantito, quindi vedremo. Aspettiamo l’esito», aveva fatto sapere un alto funzionario dell’Ue.

E “ovviamente”, il concetto di “pace giusta” viene ripetuto ossessivamente solo per indicare che nulla deve essere concesso alla Russia. Un boicottaggio esplicito di qualsiasi trattativa di pace.

Peggio ancora ha fatto Ursula von der Leyen negli stessi minuti in cui Trump e Putin si stavano parlando. Dalla Royal Danish Military Academy, iniziando il proprio discorso, ha ribadito un durissimo: “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”.

Non contenta, ha insistito: “Potremmo desiderare che queste cose non fossero vere. O che non dovessimo dirle in modo così schietto. Ma ora è il momento di parlare onestamente, in modo che ogni europeo capisca cosa è in gioco. Perché il disagio di sentire queste parole impallidisce di fronte al dolore della guerra. Basta chiedere ai soldati e al popolo ucraino. Il punto è che dobbiamo vedere il mondo così com’è e dobbiamo agire immediatamente per affrontarlo. Perché nella seconda metà di questo decennio e oltre si formerà un nuovo ordine internazionale. Quindi l’Europa si trova di fronte a una scelta fondamentale per il suo futuro. Continueremo a reagire a ogni sfida in modo incrementale e cauto? O siamo pronti a cogliere questa opportunità per costruire un’Europa più sicura? Un’Europa prospera, libera, pronta, disposta e capace di difendersi”.

“Entro il 2030, l’Europa deve avere una forte posizione sulla difesa. ‘Prontezza 2030‘ significa aver riarmato e sviluppato le capacità per avere una deterrenza credibile. La portata, i costi e la complessità dei progetti vanno ben oltre le capacità di ogni singolo Paese. Ecco perché dobbiamo sviluppare progetti su larga scala e intensificare gli appalti congiunti”.

Fino al fatale “L’era dei dividendi della pace è ormai lontana. L’architettura della sicurezza su cui facevamo affidamento non può più essere data per scontata. L’era delle sfere di influenza e della competizione per il potere è tornata”.

In aggiornamento.

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12/03/2025

ReArm Europe: non un piano organico ma pratica del caos

Cominciamo da cosa non è ReArm Europe, il piano sul riarmo continentale proposto alla UE dalla commissaria Ursula von der Leyen: NON è una strategia immediatamente funzionante di riarmo e NON è una proposta che ha la certezza di essere accolta dai mercati finanziari. Già su questi due piani piuttosto che di fronte alla produzione di ordine militare – della creazione di valore – siamo di fronte alla immissione di disordine, e persino di caos entro un conflitto, quello russo-ucraino, che produce dinamiche caotiche proprio per il fatto di essere guerra. Per non parlare delle dinamiche di caos e conflitto immesse dentro la struttura della UE, e nel rapporto tra stati membri, che emergono, paradossalmente, proprio dopo i richiami all’ordine europeo e militare della commissaria UE.

La proposta di von der Leyen ha avuto un forte impatto sul piano della comunicazione mediale, impossibile altrimenti con i media europei militarmente occupati da anni. Si tratta però di un effetto annuncio che rivela anche che la UE è attraversata, come già accaduto per il piano europeo per l’intelligenza artificiale, da una fase di decisionismo teatrale senza forza politica reale, tutto piegato sull’effetto annuncio che finisce per riflettere le criticità strutturali della governance multilivello chiamata Unione Europea. Il piano di riarmo tramite indebitamento dei singoli stati, proposto dalla commissaria UE, 800 miliardi in 4 anni di cui 150 a sostegno europeo diretto con il resto raccolto sui mercati, appare confuso e frammentario. Questo perché già sul piano sul quale vorrebbe essere decisivo, quello militare, le materie prime necessarie alla produzione di sistemi d’arma, indispensabili a ReArm Europe, sono in molti casi difficili da reperire sul mercato e la lievitazione dei costi industriali in atto può ridurre seriamente l’effetto boom economico atteso da queste misure. ReArm Europe presenta quindi diverse criticità strutturali qui sintetizzate in cinque questioni chiave.

La prima questione che von der Leyen non affronta, in contrasto con un effetto annuncio giocato sulla notizia della decisione, è quella delle competenze in materia di difesa che rischiano di rendere immediatamente inefficace la portata strategica di ReArm Europe. Stiamo parlando del fatto che la competenza in materia di difesa è principalmente degli Stati membri, come stabilito dall’Art. 4 del Trattato sull’Unione Europea (TEU) Treaty on European Union. L’UE ha un ruolo di supporto attraverso la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), ma le decisioni operative compreso l’uso dei fondi di coesione restano nazionali, secondo l’Art. 24 TEU. Siamo di fronte, quindi, al tentativo di una struttura di governance (la commissione UE) di sovradeterminare i governi – una volta sentiti i big del riarmo, i fondi di investimento che contano e i paesi in grado di strutturarsi militarmente – ma con non molto più in mano dell’arma dell’effetto annuncio, lo si capisce già dalle difficoltà procedurali, quindi di sostanza, di ReArm Europe. La strategia “comune” europea di difesa, e di riarmo, è tutta televisiva e social e lo sarà fino a quando non emergerà una procedura reale di conferimento verso Bruxelles, che per ora non esiste, della difesa europea. E se la commissione vorrà farsi alto comando di difesa europea dovrà trattare con 27 stati, divisi tra loro nelle opzioni strategiche. Operazione, a tenersi stretti, estremamente difficile da implementare anche per una regola elementare della vita delle entità politico-amministrative: una struttura di governance, quale è la UE, non può farsi stato, può assorbirne delle funzioni ma non può essere lei lo stato e tantomeno essere una governance continentale che si fa stato. La natura stessa dell’Unione Europea, un incrocio sempre rivisto tra governance multilivello ed equilibrio instabile tra stati, dovrebbe aiutare a capire quanto sia difficile, per la commissione UE, assumere la prerogativa della difesa.

La seconda questione, procedurale. ReArm Europe, annunciato il 4 marzo 2025, mira, come sappiamo, a mobilitare 800 miliardi di euro per rafforzare la difesa europea, ma le difficoltà materiali stanno anche sul piano dell’alta complessità procedurale, amministrativa, politica. Inoltre, la mancanza di una politica di difesa unificata e le diverse esigenze degli Stati membri complicano, strutturalmente, la coordinazione del progetto. Ma è sul piano procedurale che i processi decisionali dell’UE, con il coinvolgimento di Commissione, Consiglio e Parlamento, possono causare ritardi anche considerevoli su diversi livelli:
a) complessità del processo decisionale che richiede approvazioni multiple a livello UE e nazionali, comprese faticose trattative per risolvere le criticità:
b) conflitti materiali tra stati membri specie tra chi ha una base industriale sul militare e chi deve solo indebitarsi e comprare;
c) serie difficoltà di indirizzo del Parlamento Europeo ha un ruolo nel budget UE, ma la sua influenza sulle spese di difesa è limitata.
ReArm Europe, se tutte le lune che lo contornano non sono allineate, può quindi anche rappresentare, più che una occasione di riarmo, il collasso perfetto dell’Unione Europea per come la conosciamo. Una commissione che indirizza, un parlamento continentale che implementa le decisioni, i singoli parlamenti nazionali che ratificano e si coordinano, l’unanimità da raggiungere tra consiglio europeo (Bruxelles) e consiglio dell’Unione Europea (a Bruxelles e in Lussemburgo): raggiungere un equilibrio su tutto questo è seriamente difficile, tenendo conto che sono già emerse delle differenze tra paesi. Tra l’altro se si volesse procedere, come paventato, di trasformare la BEI, Banca Europea degli Investimenti in banca per il riarmo ci sarebbe anche da trovare la quadratura del cerchio tra Ecofin, il consiglio dei ministri economico-finanziario dell’eurozona e la BCE oltre al fatto che questo equilibrio va raggiunto sui possibili sforamenti nazionali di bilancio per il riarmo.
Insomma, anche in caso di unanimità, e non siamo in questa dimensione, ReArm Europe non è proprio l’operazione lampo necessaria per rispondere agli Usa e alla Russia come “Europa” sulla difesa e il supporto all’Ucraina ammesso che si sia intrapresa la direzione giusta per farsi sentire come continente.

La terza questione, le difficoltà tecniche. L’effetto annuncio, il marketing dell’impatto del potere etc. devono tralasciare le difficoltà tecniche, la tecnica deve sempre apparire maneggevole quando si fa comunicazione, ma su questo piano le difficoltà ci sono e aumentano la complessità di realizzazione di ReArm Europe.
Registriamo qui in estrema sintesi le enormi difficoltà tecniche che riguardano l’implementazione pratica del riarmo europeo, incluse standardizzazione dei processi, capacità produttive e sviluppo tecnologico. Vediamo.
a) Base industriale frammentata. L’industria della difesa europea è caratterizzata da frammentazione, con duplicazioni e mancanza di scala rispetto agli USA, come riportato in European Defence Technological and Industrial Base. Questo rende realmente difficile per le aziende il procurement, acquisizione dei beni necessari per operare, con rischi di ritardi anche enormi.
b) Dipendenza tecnologica. L’Europa dipende da fornitori esterni, specialmente USA, che oggi significa tecnologie avanzate, come droni e sistemi missilistici, come evidenziato in Defence Industry Challenges. Ridurre questa dipendenza richiede investimenti significativi, ma è un processo lungo, non lineare, che va ben oltre ReArm Europe.
c) Capacità produttive e supply chain. Scalare la produzione, come desidera ReArm Europe, per soddisfare una domanda aumentata è difficile, essendoci carenze di infrastrutture (che rimarrebbero anche con ReArm Europe), come indicato in European Defence Production Capacities.
d) Garantire che sistemi difensivi nazionali siano interoperabili richiede accordi su standard comuni, ma le differenze tecniche, oltre a quelle politiche evidenziate tra Stati membri possono causare forti ritardi, come evidenziato in Interoperability in European Defence.
e) Lavoro cognitivo. Ci sono carenze serie, per la difesa europea, di ingegneri, scienziati e professionisti in aree come cybersecurity e AI, come discusso in Workforce challenges in European defense industry.

La quarta questione: bond. ReArm Europe è, prima di tutto una operazione finanziaria. E così siamo di fronte ad un apparente paradosso che spiega le difficoltà strutturali nelle quali il piano della commissaria von der Leyen, se pienamente implementato, può riuscire a impantanare la stessa UE.
Il paradosso è questo: i mercati finanziari hanno respinto, in questa fase, l’ipotesi di una offerta troppo alta di bond governativi, riducendone il valore e chiedendo maggiori interessi sul capitale mentre obbligazioni e azioni del settore militare vanno benissimo. ReArm Europe si immetterebbe in questo contesto che porta il settore militare, appetibile in borsa per i dividendi che produce, a continuare a spingere il settore pubblico a indebitarsi, a costi pubblici sempre maggiori, riducendo di conseguenza anche seriamente, la spesa sociale sul continente.
L’esempio tedesco aiuta a capire: il cancelliere incaricato Merz, che è stato nel board europeo di BlackRock, ha annunciato l’emissione di bond governativi legati a riarmo e infrastrutture. BlackRock infatti ha una storica preferenza per i Bund tedeschi tanto da gestire un ETF (fondo di investimento che si lega a un indice azionario) proprio sui titoli di stato emessi da Berlino. Non appena Merz, pochi giorni prima di ReArm Europe, annuncia il riarmo tedesco arrivano il peggior rendimento dei Bund dal 1990 e il peggior aumento degli interessi sui Bund dal 1997. Per due motivi:
a) i mercati finanziari intravedono una offerta complessiva di bond troppo alta, il valore dei capitali si abbassa, gli interessi salgono (quindi la spesa sociale è destinata a contrarsi);
b) hedge fund, asset manager, banche, mercati offshore hanno alimentato la tendenza scommettendo contro i Bund tedeschi, nonostante il patrocinio BlackRock di Merz, in una classica dinamica di predazione da guerra finanziaria.
ReArm Europe non entra solo in questo pericoloso contesto ma anche in quello della differenza strutturale tra i bond mutalizzati del periodo Covid e oggi. La differenza tra NextGenEU e un eventuale progetto di emissione del debito per la “difesa” europea è palese e riguarda le due diverse fasi che vivono i mercati finanziari. Quando nasce NextGenEu arriva sui mercati un’emissione di bond di cui la finanza aveva bisogno. Oggi, come dimostra la vicenda dei bond tedeschi addirittura nati secondo gli auspici di BlackRock, domina la previsione di instabilità quindi il problema non è se l’emissione di bond è nazionale o mutualizzata ma è PROPRIO l’emissione di bond in larghe quantità. ReArm sostanzialmente rischia di alimentare guerre finanziarie, legate alla speculazione sulla sovraofferta di bond, prima ancora di provare a risolvere i conflitti sul campo.

La quinta questione: la sconfitta irreversibile dell’Ucraina. A fine 2024, come emerge da questo articolo dell’Atlantic Council, nonostante tre anni di sostegno occidentale, appare chiaro che Kiev può vincere la guerra solo aderendo alla Nato e all’UE, quindi mettendo i paesi occidentali direttamente il prima linea. Nel 2024, la Russia aveva conquistato 4.168 km² di territorio ucraino, con un’accelerazione nelle regioni di Donetsk (70% sotto controllo russo), Luhansk, Kharkiv e Zaporizhia. L’offensiva ucraina nella regione russa di Kursk (estate 2024) si è rivelata controproducente: a fine anno le truppe avevano perso il 60% del territorio inizialmente conquistato, assorbendo risorse necessarie altrove. Successivamente, il blocco degli aiuti statunitensi ha lasciato l’Ucraina a corto di artiglieria e munizioni, con rapporti di forza sfavorevoli (10:1 in alcuni settori) e senza supporto satellitare.
L’Ucraina affronta, inoltre, una crisi energetica: la cessazione del transito di gas russo ha quadruplicato le tariffe interne, aggravando la situazione già devastata dell'economia. Inoltre la mobilitazione forzata e le diserzioni hanno eroso il morale della popolazione, mentre le infrastrutture civili sono state distrutte in oltre il 40% del territorio. Secondo analisti come George Beebe (ex CIA), anche con nuovi aiuti, l’Ucraina non potrebbe cacciare le truppe russe, ma solo ritardare una resa negoziata. Sarebbe quindi sostenibile un pieno appoggio UE, stile seconda guerra mondiale, per riportare i confini ucraini alla situazione del 2014? Stimarlo richiede considerare la geografia, la strategia e la resistenza. I territori occupati sono vasti, con fronti lunghi e trincee, simili a guerre di attrito come la Prima Guerra Mondiale. Analisi militari, come AUSA: The Russo-Ukrainian War, suggeriscono che un attacco di successo, per tornare ai confini del 2014, richiederebbe un rapporto di 3:1 tra attaccanti e difensori, implicando che l’Ucraina e l’UE abbiano bisogno di oltre 2 milioni di truppe, un obiettivo militare semplicemente impossibile da raggiungere che, tra l’altro, scatenerebbe una ulteriore escalation internazionale dei conflitti di fronte a una guerra di simili proporzioni.
Scenari distopici a parte, ReArm Europe sul piano del sostegno militare ha tre caratteristiche, anche nell’ipotesi che dovesse funzionare davvero:
a) non supporta Kiev nell’immediato rischiando di accompagnarla verso la catastrofe;
b) non è strutturato per invertire l’andamento del conflitto russo-ucraino, avendo anni di incubazione davanti a sé, al massimo può contribuire a cronicizzare la guerra;
c) non rappresenta una minaccia vitale per Mosca visto anche il clima, nell’ambito del rapporto tra potenze, di evidente disgelo con gli Usa.

Infine ReArm Europe si presenta come un piano concettualmente vecchio, legato ad una idea di militare tutta legata all’industria pesante e a un’idea di guerra sul campo precedente agli anni ’90, che non ha assorbito la dottrina dello Hybrid Warfare ampiamente utilizzata nello scenario russo-ucraino. Il conflitto ucraino ha poi fatto emergere, dopo significativi precedenti, le piattaforme IA come elemento centrale nel nuovo modo di fare la guerra sul campo, caratterizzata oltretutto da conflitti tecnologici avanzati, guerre cibernetiche, droni autonomi e operazioni di intelligence basate sui dati, come per i processi decisionali e l’analisi strategica.
Gli studi recenti, come quelli pubblicati su The Integration of AI in Modern Warfare: Ethical, Legal, and Practical Implications, sottolineano che l’IA trasforma la guerra moderna come evidenziato in Role of Artificial Intelligence in Modern Warfare | ForumIAS. Il piano von der Leyen, successivo ad uno sulla IA che ha simili caratteristiche deficitarie, non appare in grado di centrare gli obiettivi che si propone ed è espressione di una subcultura da commissione UE più attenta agli equilibri tra uffici che contano che alla realtà. Nella guerra condotta dalle piattaforme IA la spesa tecnologica non può essere meno del 5% dell’investimento complessivo in riarmo, è destinata a crescere e l’assenza di questa dimensione bellica svaluta, non poco, il piano von der Leyen.

Il piano della commissaria von der Leyen rivela quindi mancanza di strategia (su obiettivi militari) e di tattica (comprese le procedure interne per l’approvazione) e si pone giusto come effetto annuncio, come risposta spettacolo al comportamento del governo americano. In questo modo rischia di alimentare solo gli effetti perversi della guerra sul campo e di quella finanziaria che, oltretutto, non vengono neanche pensati, come si fa in epoca di guerra ibrida, con un tratto unitario e con politiche e strategie innovative. Il punto è che ReArm Europe apparirebbe efficace, se funzionasse, non tanto come strumento di guerra, che appare persa, e nemmeno tanto come strumento di difesa, vista l’alta complessità di realizzazione, ma come catalizzatore dell'accelerazione di accumulazione di capitale che si genera nelle guerre è che oggi è tanto più impetuosa grazie ai dispositivi della finanza contemporanea. Dobbiamo tener conto che la guerra, accelera l’accumulazione di capitale necessaria per sostenerla attraverso investimenti statali, stimoli fiscali, debito e meccanismi di accumulazione primitiva. Tuttavia, gli effetti a lungo termine di questo genere di accumulazione possono essere molto negativi a causa della distruzione di capitale, che la stessa guerra opera, con variazioni significative tra paesi e contesti. Per cui la ricerca continua di occasioni di accelerazione di accumulo di capitali genera prima guerre e poi distruzione di capitali.

Che cosa è in definitiva il piano von der Leyen? Un qualcosa che rivela la propria natura postmoderna, attratto quindi dai processi di accelerazione nella sovrapposizione dei capitali in preparazione della guerra, dallo spettacolo dell’effetto annuncio. La commissione UE è irresistibilmente attratta anche dalla struttura di processi di governance che non si trasformano in decisione, rimangono transizione permanente e dalle dinamiche di guerra senza fine. E quale è la logica della guerra così come esce analizzando la commissione UE? Un qualcosa che non ha una strategia sul campo, nemmeno di contenimento del “nemico” figuriamoci di vittoria, ma procede per tentativi di accumulazione di capitali, ai quali i grandi attori istituzionali cercano di partecipare. Anche in maniera clamorosamente disfunzionale come è il caso della commissione UE che, di fatto, punta sul caos, travestito da decisione epocale annunciata in diretta planetaria, per provare a partecipare alla grande epifania finanziaria della accelerazione di accumulazione di capitali.

Fonte

07/03/2025

Von der Leyen e Macron fuori di cranio

Più debito, ma solo per le armi. Per la gente solo fame, repressione infine guerra.

La “nuova Unione Europea” è al 90% identica a quella vecchia (“austerità”, salari sempre più bassi, tagli a pensioni sanità e istruzione, zero diritti sul lavoro) ma decisamente “innovativa” sul piano bellico.

In un attimo vuol cancellare anche il ricordo del “continente che ha vissuto 80 anni in pace” – immagine totalmente falsa, visto che è stata fatta la guerra per smembrare la Yugoslavia nel 1999 – e percorrere velocemente le due strade parallele: riarmo a rotta di collo (ma ci vorranno anni) e ingresso trionfale immediato nella guerra in Ucraina.

Andiamo con ordine. La prima strada è stata indicata dalla presidente pro forma dell’Unione Europea, quell’Ursula von der Leyen specializzata nel pagare con soldi comuni le forniture che lei contratta con imprenditori evidentemente amici suoi, cancellando poi le prove dei contatti avuti.

Il piano che ha presentato – RearmEurope – vale 800 miliardi di euro: la maggior verrà dai bilanci nazionali, sorvegliatissimi dalla Commissione che lei dirige. Ma per la armi si farà eccezione, lasciando ai governi la facoltà di sforare deficit e debito solo per questo capitolo di spesa. Il resto in parte da fondi di coesione e Pnrr, da Bei e Mes.

150 miliardi in “prestiti” (da restituire) dovrebbero essere raccolti sul mercato con la garanzia comunitaria – con Eurobond, insomma – e successivamente erogati ai Paesi membri in forma di prestiti per le priorità della difesa paneuropea, in primo luogo difesa aerea, i missili e i droni. E qui sorgono le prime divisioni. Per alcuni paesi la formula dei prestiti è accettabile, per altri – tipo la Polonia molto meno.

Varsavia insiste perché siano distribuiti come “sussidi”, che non devono evidentemente essere restituiti e non aprirebbero dunque voragini difficili da gestire nei conti pubblici.

I rimanenti 650 miliardi dovrebbero invece venire dalle spese nazionali, grazie alla maggiore flessibilità garantita alle spese militari. «Se gli Stati membri aumentassero la spesa per la difesa in media dell’1,5% del Pil, si potrebbe creare uno spazio fiscale di quasi 650 miliardi di euro in quattro anni», ha dichiarato von der Leyen.

Ovvio che non tutti gli Stati possiedono in questo momento l’identico margine di manovra nei conti pubblici. La Germania, per esempio, ha uno spazio enorme (il suo debito pubblico è poco sopra il 60% rispetto al Pil, meno della metà di quello italiano). E quindi può permettersi di sfoderare un bazooka mentre altri giocheranno con le fionde.

L’ormai prossimo cancelliere, Friedrich Merz, democristiano destrorso fin qui cerbero dell’austerità più ottusa, ha improvvisamente rovesciato il paradigma promettendo di fare – come a suo tempo Mario Draghi alla Bce – “whatever it takes”. Tradotto in spiccioli: 500 miliardi per un nuovo fondo speciale per gli investimenti infrastrutturali da spendere in 10 anni.

Un impegno gigantesco che per un verso richiederà riforme costituzionali – i tedeschi sono stati così follemente “austeri” da inserire lì un limite dello 0,35% al deficit annuale – e una maggioranza dei due terzi, ben più larga di quella garantita dalla Grosse Koalition con l’Spd (ma i guerrafondai verdi stanno lì pronti, con la penna in mano).

Per l’altro occorrerà un veloce allentamento delle norme fiscali nell’Ue, paradossalmente su spinta proprio di Berlino, che fin qui aveva premuto sul pedale del freno.

La seconda strada passa invece dai bollori bellici di Parigi, la cui ultima chance di grandeur poggia sul possesso – unici, nell’Unione Europea – di un minimo di testate nucleari.

Con un discorso di 15 minuti il presidente francese Emmanuel Macron, ieri sera alle 20, si è rivolto ai concittadini con toni eccezionalmente solenni (“l’ora delle decisioni irrevocabili”, nel frasario mussoliniano): «A partire dalla prossima settimana riuniremo a Parigi i capi di stato maggiore dei Paesi che desiderano assumersi le proprie responsabilità», ossia che si sono già dichiarati pronti al dispiegamento in Ucraina di forze europee per garantire un eventuale trattato di pace.

«Stiamo entrando in una nuova era», ha detto Macron, parlando della Russia come di «una minaccia per la Francia e per l’Europa». Ha rispolverato persino la più incredibile delle bufale – «Chi può pensare che la Russia di oggi si fermerà all’Ucraina?» – come se non sapesse nulla delle vere ragioni di questa guerra, come se non fosse stato proprio lui tra i protagonisti della truffa degli “accordi di Minsk” ai danni di Mosca (la stessa Angela Merkel, corresponsabile di quella truffa, ha da tempo ammesso che l’unico scopo non era fare un accordo di pace, ma “prendere tempo per armare meglio Kiev”).

Macron ha recitato un mucchio di frottole, insomma, per arrivare infine al punto “forte”: «Di fronte a questo mondo di pericoli, restare spettatori sarebbe una follia».

L’unica follia che si possa commettere, in “un mondo di pericoli”, è quella di mettersi a sparare senza avere neanche uno straccio di obiettivo politico e di strategia realistica per raggiungerlo.

Nel caso specifico: cosa mandi a fare truppe “europee” (falso anche questo, perché Macron sa di poter contare su un contingente britannico – fuori dalla UE – e spera di ottenere un contingente turco, anche questo extraeuropeo) in Ucraina? Pensi davvero che queste (25-40mila uomini al massimo) truppe sarebbero una variabile significativa nei rapporti di forza sul campo? E per ottenere cosa?

In secondo luogo: sai già che per la Russia questo sarebbe una inaccettabile provocazione. E che dunque, le tue truppe – oltre quella ucraine residue – diventerebbero un bersaglio privilegiato degli attacchi missilistici. E tu non hai né sistemi antimissile abbastanza buoni o in numero sufficiente, né – soprattutto – una deterrenza nucleare all’altezza di quella russa.

Un rischio tutto a perdere, insomma, per ottenere non si sa bene cosa. Ma “non possiamo restare spettatori”, altrimenti nessuno ci si fila...

Ogni giorno ci regala una pazzia nuova. È escluso che ci si possa annoiare, ma è escluso anche che si possa dormire tranquilli in attesa di una brutta fine. È tempo di rompere la passività e il silenzio. Fermiamo questi mostri senza cervello prima che sia troppo tardi...

“Abbassate le armi, alzate i salari!”. In piazza il 15, contro chi vuole la guerra, per cominciare...

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06/03/2025

Ursula vuole la guerra

La Sig.ra Ursula von der Leyen è Presidente della Commissione europea. Von der Leyen è stata inclusa tra le 100 persone più influenti da Time nel 2020 e di nuovo nel 2022 ed è stata nominata la donna più potente del mondo da Forbes nel 2022, riconfermata nel 2023 e 2024. Il 18 luglio 2024 è stata riconfermata anche nella carica di Presidente della Commissione europea, avviando l’iter che porterà alla formazione della prevista Commissione von der Leyen II.

E, tuttavia, la Sig.ra Von der Leyen ha una lunga serie di scandali alle spalle.

Uno dei più significativi riguarda la spesa di decine di milioni di euro per consulenze esterne, che portò a un’inchiesta parlamentare al Bundestag, per gestione dei contratti senza procedure formali e l’influenza di conoscenze personali nelle decisioni.

Altro caso bestiale fu la ristrutturazione della nave Gorch Fock, i cui costi lievitarono da 10 a 135 M di €. La Corte dei conti federale tedesca criticò l’esplosione dei costi, e ci furono indagini per sospette irregolarità, di cui non si conosce l’esito.

Ursula von der Leyen ha messaggiato per settimane con l’amministratore delegato di Pfizer, anche quando un nuovo contratto per i vaccini veniva negoziato, ma ha rifiutato di render pubbliche quelle conversazioni. I messaggini erano «effimeri», secondo la Commissione.

Ma la stroncatura arrivava dalla mediatrice UE, che valuta l’opacità di Bruxelles come «malgoverno». La mancanza di trasparenza di Bruxelles riguardava il dossier dei contratti dei vaccini nel complesso (vedi qui).

E non è la prima volta che von der Leyen cancella messaggi: lo aveva fatto anche ai tempi di un’inchiesta relativa a quando era ministra della difesa Germania. Ursula von der Leyen lasciò il Ministero della Difesa tedesco dopo casi di corruzione nell’acquisto di armi. Ed ora vuole – ancora una volta – massicci acquisti da tutta l’UE, e da quali aziende? L’altro ieri ha presentato “Rearm Europe”: una torta da 800 miliardi di euro per le prime 5 fabbriche d’armamenti del mondo, tutte statunitensi.

Ovviamente.

Una strategia demente, e la corruzione, si vedono da certi dettagli. Nel momento in cui gli Stati Uniti, in crisi nera sul debito pubblico e lo squilibrio commerciale, sono costretti a programmare un quasi dimezzamento della spesa militare (meno 400 miliardi in cinque anni), mettendo così in pericolo le proprie industrie del settore (Lockheed, Raytheon, ecc.), ecco che i volenterosi servi dell’Unione Europea si offrono come clienti sostitutivi. Ma senza copertura satellitare né nucleare…

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04/03/2025

L’Europa vuole riarmarsi. Londra prepara una “coalizione di volenterosi” per sostegno militare a Kiev

“L’Europa deve riarmarsi urgentemente”. Questo è quanto ha dichiarato la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, al termine del vertice tra una dozzina di paesi euroatlantici a Londra. La Von der Leyen ha sottolineato la necessità di rafforzare militarmente l’Ucraina con “garanzie di sicurezza complete” che ne sostengano le posizioni economica e militare. “Dobbiamo potenziare massicciamente le nostre difese”, ha aggiunto la presidente, annunciando che il 6 marzo la Commissione presenterà un piano su questo argomento al Consiglio europeo.

“È fondamentale incrementare gli investimenti nella difesa per un periodo prolungato, per la sicurezza dell’Unione Europea nel contesto geostrategico in cui viviamo, dobbiamo prepararci al peggio”, ha affermato la presidente della Commissione europea confermando così come la corsa al riarmo sia ormai il dna dell’Europa che tanti decantano ancora – e del tutto arbitrariamente – come culla della pace e della civiltà.

I leader euroatlantici presenti a Londra hanno concordato di mantenere il flusso di aiuti militari all’Ucraina e di aumentare la pressione economica sulla Russia, ribadendo che Kiev dovrà essere parte integrante di qualsiasi negoziato di pace.

Il britannico Starmer, organizzatore del vertice di Londra, ha comunicato l’intenzione di formare “una coalizione di volenterosi” (formula usata da George W. Bush ai tempi della guerra in Iraq) per far rispettare un eventuale accordo di pace, con il Regno Unito pronto a giocare un ruolo di primo piano.

Pur riconoscendo che non tutti i Paesi potranno contribuire allo stesso modo sul piano militare ed economico, Starmer ha insistito sulla necessità di un’azione immediata da parte di chi è disposto a intervenire. “Non possiamo restare a guardare. Chi è pronto deve intensificare la pianificazione con urgenza. Il Regno Unito è pronto a sostenere questo impegno con truppe sul terreno e aerei nei cieli, insieme ad altri”.

Il primo ministro britannico ha poi annunciato che i leader internazionali si riuniranno presto sulla stregua del summit svoltosi ieri a Londra per proseguire gli sforzi verso un piano condiviso per la pace in Ucraina. “Abbiamo concordato che i leader si incontreranno nuovamente molto presto per continuare queste azioni”, ha dichiarato, sottolineando l’urgenza della situazione: “Oggi siamo a un bivio nella storia. Questo non è il momento per ulteriori discussioni. È il momento di agire”.

Sul piano del sostegno militare a Kiev: “L’Europa deve assumersi il grosso del lavoro, ma per garantire la pace e avere successo, questo impegno deve poter contare su un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha dichiarato Starmer. “Stiamo lavorando con gli Stati Uniti su questo punto, dopo il mio incontro con il presidente Trump in settimana, e voglio essere chiaro: siamo d’accordo con il presidente sulla necessità urgente di una pace duratura. Ora dobbiamo realizzarla insieme”.

Il primo ministro britannico ha inoltre annunciato che il Regno Unito, la Francia e altri partner hanno concordato con Kiev “un piano per fermare i combattimenti”, che sarà discusso con gli Stati Uniti e “portato avanti insieme”.

Impossibile non notare le contraddizioni più evidenti: la Gran Bretagna si pone come perno e comando militare di una “coalizione” di paesi europei pur essendo politicamente fuori dalla UE, ed anche come “ponte” con gli Stati Uniti – indispensabili sul piano militare, per la copertura satellitare e la “dissuasione nucleare” – che però dicono in tutte le lingue che a loro non gliene frega niente.

L’idea di fondo sembra tutto sommato semplice: vogliono prima creare una rapida “tregua temporanea” per salvare ciò che resta dell’esercito ucraino, e poi pompare rapidamente all’interno del paese le armi mentre ufficialmente si parla di “colloqui di pace”. Durante questa breve tregua, in più, intendono incuneare le loro forze armate per provare a cambiare i rapporti di forza sul campo. Il tutto, va da sé, si regge sulla speranza che Washington mantenga l’impegno a “coprire” l’intero scenario europeo con la propria forza nucleare.

Naturalmente è un piano da dementi, visibile ad occhio nudo anche dai non addetti ai lavori, e che perciò non ha alcuna possibilità di funzionare. È una riedizione della logica di “Minsk 2”, ovvero un piano per prendere tempo, riorganizzarsi e continuare la guerra.

L’unico effetto concreto sarebbe quello di convincere tutti che l’Unione Europea è irresponsabile, prigioniera delle sue stesse “narrazioni” fasulle, e pertanto Mosca sarebbe incentivata ad accelerare le operazioni sul campo per provocare il collasso delle truppe ucraine, prima di arrivare a trattare davvero “con chi conta”. Ossia con gli Stati Uniti.

Un “preavviso” è stato intanto recapitato da Mosca a Londra: nella notte tra sabato e domenica, nel porto di Odessa, una nave con armamenti inglesi è stata incenerita da missili Iskander, e una decina di soldati britannici sarebbero morti nell’attacco.

Nel frattempo il New York Times riferisce che il flusso di armi statunitensi verso Kiev è stato quasi completamente bloccato.

Dagli USA, non a caso, è già arrivata una doccia freddissima sul vertice di Londra, sia da parte di Trump che del segretario di Stato Rubio. Tra le righe di tweet e dichiarazioni viene esplicitato che Zelensky deve farsi da parte o accettare le condizioni poste dagli Stati Uniti.

Esplicito il consigliere della Sicurezza Usa Michael Waltz secondo cui “Le garanzie di sicurezza devono essere a guida europea”, ha precisato. “Una cosa è chiara: non vediamo l’Ucraina come membro della Nato perché ciò trascinerebbe automaticamente le truppe Usa nel conflitto”. Intervistato dalla CNN Waltz ha affermato che “La pazienza del popolo americano nel continuare a dare miliardi e miliardi e miliardi di dollari non è illimitata”, ed ha poi aggiunto che “ci sarà chiaramente qualche tipo di concessione territoriale per le future garanzie di sicurezza”.

Ultima in ordine di tempo a sparare a palle incatenate è stata la nuova responsabile dell’intelligence statunitense, Tulsi Gabbard, che ha accusato l’Unione europea e il Regno Unito di “ipocrisia”, sostenendo che citino la “libertà” a pretesto per ostacolare una risoluzione del conflitto in Ucraina, adottando al contempo politiche illiberali a livello nazionale, reiterando di fatto accuse già rivolte all’Europa dal vicepresidente Usa James David Vance durante la recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco.

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14/11/2024

Quella gabbia di matti chiamata Unione Europea

Vista da fuori, appare come una gabbia di matti. E lo è, come comportamenti.

L’Unione Europea, di fatto, risulta incapace di darsi un “governo” – la Commissione – a cinque mesi dalle elezioni. E non è detto, a questo punto, che il “von der Leyen 2” prenda davvero il via.

Ieri tutte le contraddizioni interne, tra paesi e maggioranze politiche diverse, sono esplose facendo saltare mediazioni che sembravano blindate.

La miccia è arrivata dalle vicepresidenze, ben sei, da concedere in modo da accontentare tutti (paesi e famiglie politiche). Anche questo allargamento numerico – in precedenza erano sempre state soltanto cinque – era sembrato un capolavoro democristiano tessuto dalla “cavallerizza” tedesca, piombata in politica dopo i 40 anni e subito investita di incarichi pesanti (ministro della difesa in Germania).

Per rabberciare una maggioranza, infatti, Von der Leyen aveva proposto una sesta vicepresidenza da affidare all’italiano Raffaele Fitto, a sua volta ex democristiano ma oggi membro influente del partito (post?)-fascista guidato a Giorgia Meloni, seppure con un mandato molto meno importante (“la coesione”) rispetto a quello lasciato da Paolo Gentiloni (gli affari economici).

La cosa aveva fatto storcere il naso ai socialisti europei, ma non ai loro rappresentanti in Italia (il PD, non a caso). Una maggioranza con “dentro tutti” – socialisti, verdi, liberali, democristiani, conservatori e fascisti – poteva essere certamente forte sul piano numerico, ma debolissima su quello politico-operativo. Facile prevedere che ogni decisione sarebbe stata complicata da molti distinguo e altrettante indispensabili mediazioni, al dunque piuttosto paralizzanti. E infatti si è impantanata già sulle nomine...

Anche il rappresentante dell’ungherese Orbàn, Oliver Varhelyi, per quanto sullo strapuntino della “salute e del benessere animale”, disturbava parecchio i gruppi “progressisti”. Due commissari neofascisti (anche se Fitto, ricordiamo, ha origini più moderate) erano in effetti un po’ troppo per presentare la nuova Commissione come “campione della democrazia, dei diritti umani, ecc.”.

Soprattutto se – e questa è forse la ragione principale – il gruppo Ecr cui appartengono non ha votato per Ursula von der Leyen a luglio, quando si era formata la nuova-vecchia maggioranza.

Il casino, però, alla fine l’ha fatto il democristiano tedesco Friedrich Merz che, recependo i maldipancia dei “popolari” spagnoli (in realtà dei post-franchisti in doppiopetto), minacciava per ritorsione di votare contro la nomina di Teresa Ribera, fin qui vicepresidente nel governo “socialista” di Sanchez. Motivazione ufficiale: la Ribera, il 20 novembre, dovrà dimostrare nel Parlamento spagnolo di non aver avuto nessuna responsabilità per la tragedia di Valencia (colpa che tutti attribuiscono al sindaco “popolare” della città, che si era rifiutato di lanciare l’allerta meteo fin quando la gente non ha cominciato a morire).

A quel punto è saltato completamente il tavolo. I delegati “progressisti” dichiaravano morta la candidatura di Fitto a vicepresidente, “non lo voteremo in nessun caso, la fiducia è rotta. Il pacchetto per noi è di cinque vicepresidenti, il Ppe lo voti con l’estrema destra”.

Von der Leyen si è quindi esibita nella parte che sa fare meglio: silenzio e scomparsa dalla scena, forse in cerca di ordini o consigli superiori. Ed è stato persino divertente vedere qualche parlamentare del PD sbottare in pubblico con un “Parli, dica qualcosa, c...”.

Un branco di matti parecchio incompetenti, certo, ma anche una struttura istituzionale – i trattati europei – che manifestamente sono stati pensati per “gestire” autoritariamente decisioni politiche ed economiche prese in altra sede. Ma che risultano inservibili per affrontare divergenze politiche serie o semplicemente problemi imprevisti.

Un baraccone di 27 paesi governati da coalizioni molto differenti o addirittura contrapposte, interessi economici e “nazionali” ormai palesemente divergenti (persino la Germania e la Francia sono andate in crisi e non riescono ad uscirne per colpa di quell’“austerità” che avevano voluto imporre a tutti), trattati e regole che concedono il potere di veto a chiunque nel mentre si impongono politiche che danneggiano alcuni e favoriscono altri (non solo “paesi”, ma anche comparti economici e produttivi)...

Il tutto in una situazione che vede due guerre alle porte di casa, una delle quali richiede grandi esborsi in soldi, armi e rischi di guerra mondiale; con un “alleato” che ora minaccia di scaricare la patata ucraina su Bruxelles mentre impone dazi sulle esportazioni europee.

In una situazione del genere, sembra banale, servono decisioni rapide, lungimiranti, strategicamente sensate e con possibilità di articolazione operativa su grande scala (qualsiasi sia la scelta strategica: reazionaria, riformista, rivoluzionaria, conservatrice, ecc.).

Servirebbe perciò statisti di caratura molto superiore a quelli che, maldestramente, disegnarono l’Unione Europea alle sue origini o la folle “gabbia di Maastrcht”.

E invece abbiamo questa banda di nanerottoli miopi o ciechi. Selezionati per vincere la televendita elettorale, a forza di promesse e menzogne. Attori di serie zeta, buoni per uno spot pubblicitario e troppo scarsi perfino per i cinepanettoni.

Anche per questo, probabilmente, l’“ombra di Banquo” è riapparsa nei corridoi di Bruxelles. Ed anche questa volta si chiama Mario Draghi...

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01/11/2024

Una CIA europea, un salto di qualità per la UE imperialista

Il primo mandato alla guida della Commissione Europea era cominciato con le promesse di Ursula von der Leyen di rende la UE un attore importante nella competizione globale, implementando una maggiore autonomia e un ruolo geostrategico che in precedenza aveva avuto solo parzialmente.

Il secondo mandato continua sulla stessa strada, accentuando persino la corsa al riarmo e il bellicismo di un’istituzione creata proprio con lo scopo di dare una cornice politica all’imperialismo della borghesia continentale. In questo quadro, Bruxelles vuole fare passi avanti anche sul lato dei servizi segreti.

Mercoledì 30 ottobre è stato pubblicato il rapporto “Safer Together. Strengthening Europe’s Civilian and Military Preparedness and Readiness“, la cui redazione era stata affidata lo scorso marzo a Sauli Niinistö, ex presidente della Finlandia, nominato Consigliere Speciale della Commissione per questo compito specifico.

Si tratta di un lungo documento di 164 pagine, il cui titolo già rende chiaro come i popoli del Vecchio Continente devono cominciare a pensare che la dimensione civile e quella militare si compenetreranno nell’evidente piano inclinato verso la guerra, alimentata continuamente dall’Occidente.

Niinistö ha ad esempio sottolineato come l’UE manchi di un milione di esperti in sicurezza informatica e ha dunque sostenuto la possibilità che i vari paesi introducano programmi che coinvolgano i civili nella difesa nazionale. Una chiara volontà di militarizzare la vita di tutti i giorni.

Tra i tanti punti toccati, sicuramente interessante è quello riguardante i servizi di intelligence dei vari membri della UE, i quali dovrebbero costituire una struttura centralizzata, secondo gli estensori del rapporto. Una sorta di CIA europea, insomma, come è stata definita alla presentazione.

Per Niinistö una violazione della sicurezza di uno dei paesi dell’Unione dove essere percepita come una minaccia alla sicurezza di tutti gli altri. “Condividiamo un’unica sicurezza“, ha affermato, sottolineando come questa agenzia dovrebbe occuparsi anche della protezione dal rischio di spionaggio, sabotaggio, terrorismo e dalla criminalità organizzata.

Uno degli elementi che è stato enfatizzato, infatti, è stato quello del ‘fronte interno‘, piuttosto che quello esterno. In sostanza, la prima preoccupazione sembra essere quella delle operazioni che possono essere compiute in UE da parte di paesi stranieri per destabilizzarla dall’interno, e il riferimento alla Russia è esplicito.

Bisognerebbe chiedersi se ciò andrebbe a riguardare anche, ad esempio, attentati come quello al Nord Stream. Ma al di là di questa domanda – piuttosto retorica, probabilmente – vi sono due punti che vanno certamente messi sotto i riflettori dell’analisi di un tale documento.

Il primo riguarda l’attenzione dedicata a ciò che si muove all’interno della UE. Operazioni di spionaggio vengono compiute abitualmente anche tra alleati, ma dalle dichiarazioni la sensazione è che ciò che interessa più di tutto è tenere sott’occhio la perdita di legittimità tra le popolazioni, costrette a subire gli effetti di questa precipitazione bellica.

Conosciamo da tempo l’utilizzo strumentale delle accuse di terrorismo e l’inflazionamento di un clima di paura e di emergenza per imporre una sempre maggiore restrizione dei diritti di espressione del dissenso, di manifestazione, di pratica del conflitto sociale, vera cartina tornasole dello stato di salute di una democrazia.

In Italia l’esempio è il DdL 1660, ultima di una lunga serie di misure introdotte in maniera bipartisan negli ultimi anni. Ma il provvedimento va letto dentro un quadro di trasformazione dei sistemi politici continentali in ‘democrature‘, che va a braccetto con il più ampio processo del salto imperialistico della borghesia continentale, attraverso la cornice dei trattati europei.

Ora che ci si avvia definitivamente alla guerra e, anzi, vedendo in essa un’opportunità di rilancio dell’economia stagnante, è necessario stringere il cappio su quei fenomeni che palesano la crisi egenomica delle classi dominanti occidentali. Dei servizi segreti integrati aiuterebbero largamente questa opera di repressione anche preventiva.

Il secondo punto da evidenziare è ciò che un sistema del genere implica di per sé. Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito hanno una struttura di condivisione delle informazioni di intelligence nella rete Five Eyes, e Niinistö ha chiaramente in testa una cosa simile, anche se la sua proposta sembra ancora più ambiziosa.

Infatti, da più parti è stato fatto notare come la UE disponga già dell’European Centre for Information Policy and Security (ECIPS), agenzia creata nel 2015 proprio con lo scopo evocato dal politico finlandese. All’inizio del 2020 è stato creato anche l’Intelligence College in Europe (ICE), per sviluppare una cultura del settore e una formazione più omogenea a livello europeo.

Ma rimane il nodo che i trattati europei indicano esplicitamente l’ambito dei servizi segreti come di competenza dei singoli stati, e infatti in molti hanno criticato l’iniziativa delineata qualche giorno fa come contraria alle norme stabilite. Insomma, non si tratta solo di condivisione, ma di andare oltre le regole seguite da decenni nella UE.

Del resto, è questo a cui stanno invitando importanti personalità, primo fra tutti Mario Draghi: bisogna adattare le strutture comunitarie alla differente fase della competizione globale che stiamo vivendo. Dal punto di vista produttivo, dal punto di vista del ‘fastidioso‘ rispetto delle tutele democratiche, dal punto di vista dell'intelligence e militare.

Non è più una questione di far quadrare i conti (e non è mai stata solo quello, a dir la verità). L’orizzonte che richiama l’idea di una CIA europea è la volontà di sviluppare una UE più unita – e verticalizzata nel suo processo decisionale – per stare al passo dello scontro internazionale.

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